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musica

Galliano Masini

18 Ottobre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica, #personaggi da conoscere

Galliano Masini (1896 – 1986) nacque a Livorno all’indomani dell’assedio di Macallè, durante la guerra d’Abissinia, e deve il suo nome al protagonista di quell’episodio: Giuseppe Galliano.

Figlio di un pastaio, di aspetto ruvido, di carattere passionale, studiò solo fino a otto anni, fece poi molti mestieri prima di dedicarsi al canto: garzone di gelataio, apprendista fabbro, manovale, venditore ambulante di cocomeri e scaricatore di porto. Alla fine si arrese al fatto che il suo talento non sarebbe approdato a nulla se non si fosse dedicato alla musica a tempo pieno. Studiò, perciò, gratuitamente, a Milano. Provò a entrare nell’operetta ma fu scartato perché la sua voce era troppo pesante per il genere. Partecipò alla Parisina di Mascagni, debuttando al Goldoni nel 1914, con la corale cittadina Costanza e Concordia.

Dopo aver prestato servizio militare durante la prima guerra mondiale, poté cantare ne la Lodoletta, sempre di Mascagni, grazie all’indisposizione di un titolare, ma la sua consacrazione si ebbe nel 24, sempre al Goldoni, il giorno di Natale, con la Tosca di Puccini, e da lì partì la sua luminosa carriera che lo portò ad essere uno dei tenori più popolari, sebbene non quanto Beniamino Gigli e Giacomo Lauri Volpi. Cantò al Metropolitan di New York e a Buenos Aires ma soprattutto in Italia, non dimenticando mai la sua città che gli tributò sempre un affetto speciale, nonostante altri bravi cantanti avessero avuto lì i loro natali.

Chi cantava con lui lo apprezzava e lo considerava una delle più belle voci tenorili dell’epoca, anche se all’inizio partì quasi come baritono. Le malelingue dicono che il soprano Magda Olivero lo abbia definito “lento”, non nel canto bensì nel pensiero. I critici affermano che la sua voce aveva tutti i pregi e i difetti dei tenori italiani dell’epoca, cioè un bel tono, un’espressione diretta, ma suoni alti troppo protratti e singhiozzanti. Si trascinò per tutta la vita una bronchite cronica, contratta a Milano, che lo mandava spesso in scena in cattiva forma e gli procurava stecche famose fra i melomani. Ebbe dei contrasti con Mascagni, che lo definì “un corista”, e questo bastò a dividerli, dato il carattere impulsivo di Masini, ma la sua crescente popolarità decretò la loro riconciliazione. Masini fu un memorabile Turiddu in Cavalleria Rusticana.

Il suo volto fu notato nel cinema, partecipò ad alcuni film. La sua voce, con gli anni, andò declinando e si arrochì, ma Masini continuò a cantare fin oltre il secondo dopoguerra ed ebbe il coraggio, nel 55, di debuttare nel ruolo di Otello sempre al Goldoni. Fu nella sua città che, nel 57, cantò per l’ultima volta in Tosca e ne I pagliacci.

Non restano molti suoi dischi poiché diffidava delle sale d’incisione e si esprimeva a pieno solo sul palcoscenico.

Morì nella sua casa di Livorno, nel 1986, una settimana dopo il suo novantesimo compleanno.

Galliano Masini (1896 - 1986) was born in Livorno in the aftermath of the siege of Macallè, during the Abyssinian war, and owes his name to the protagonist of that episode: Giuseppe Galliano.

Son of a rough-looking, passionate pasta maker, he studied only up to eight years, then did many jobs before devoting himself to singing: ice cream shop boy, blacksmith apprentice, laborer, watermelon street vendor and docker. Eventually he surrendered to the fact that his talent would not have come to nothing if he had not devoted himself to full-time music. He therefore studied for free in Milan. He tried to enter the operetta but was discarded because his voice was too heavy for the genre. He took part in Mascagni's Parisina, making his debut at Goldoni in 1914 with the choral town Costanza and Concordia.

After going to the army during the First World War, he was able to sing in the Lodoletta, also by Mascagni, thanks to the indisposition of a titular, but his consecration took place in 24, always at Goldoni, on Christmas day, with Tosca by Puccini, and from there he started his bright career which led him to be one of the most popular tenors, although not as much as Beniamino Gigli and Giacomo Lauri Volpi. He sang at the Metropolitan in New York and in Buenos Aires but above all in Italy, never forgetting his city which always gave him a special affection, despite the fact that other good singers had been born there.

Those who sang with him appreciated him and considered him one of the most beautiful tenor voices of the time, even if at the beginning he started almost as a baritone. The gossips say that the soprano Magda Olivero called him "slow", not in singing but in thought. Critics say that his voice had all the strengths and weaknesses of the Italian tenors of the time, that is, a nice tone, a direct expression, but loud sounds too protracted and sobbing. He suffered his whole life of a chronic bronchitis, contracted in Milan, which often sent him on stage in bad shape and gave him bad reputation  among the music lovers. He had contrasts with Mascagni, who called him "a chorister", and this was enough to divide them, togheter with Masini's impulsive character, but his growing popularity decreed their reconciliation. Masini was a memorable Turiddu in Cavalleria Rusticana.

His face was noticed in the cinema, he participated in some films. His voice, over the years, declined and became hoarse, but Masini continued to sing until after the Second World War and had the courage, in 55, to debut in the role of Otello, always at Goldoni. It was in his city that, in 57, he sang for the last time in Tosca and in I pagliacci

Not many of his records remain since he distrusted the recording rooms and expressed himself fully only on the stage.

He died in his Livorno home in 1986, a week after his ninetieth birthday.

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Fred Buscaglione

15 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Fred Buscaglione

Quell'anno io avevo ventun'anni, li avrei compiuti appena un mese dopo. Erano gli anni belli della giovinezza, e, per qualcuno di noi, del primo amore. E pure dei primi esami all'università. Io avrei voluto iscrivermi alla facoltà di medicina, e oggi, sono sicuro, sarei stato un ottimo chirurgo, conoscendo la mia voglia di arrivare, che già da allora mi sentivo dentro. Ma a casa i soldi non bastavano mai, e mio padre, infermiere, ripiegò, proponendomi giurisprudenza (ci teneva ad avere un figlio laureato), facoltà che frequentai alla meglio, ma che non portai a termine; senza rimpianti, ché non la sentivo mia, anche se le nozioni di legge mi servirono nella vita per il mio lavoro; lo feci felice ugualmente, mio padre, diventai direttore e funzionario bancario di alto grado.

Era, quello, il 1960. Il giorno: 3 del mese di febbraio. Un cantante, che stava andando alla grande, Fred Buscaglione, uscendo dal suo lavoro di night club, ritornava a casa, con la sua Ford, una Thunderbird tanto appariscente nel suo colore rosa shocking, e si schiantò contro un muro percorrendo le vie di Roma. Fu soccorso da alcuni passanti e, con un autobus urbano della linea 90, fu portato al pronto soccorso dell'ospedale più vicino; ma non ci fu niente da fare.

Poi si venne a sapere che era diretto agli studi di Cinecittà per girare una pubblicità (era già famoso per altri spot nei quali aveva recitato), l'aspettavano le maestranze, regista, segretaria e sceneggiatori, e la più famosa maggiorata dell'epoca, quel mammifero modello 103, come l'avrebbe definita lui nella sua celebre canzone dal titolo Che bambola!, quell' Anita Ekberg che, per il suo fisico esplosivo, si meritò il nome di Anitona e che di lì a poco avrebbe raggiunto l'apice del successo con la dolce vita di Federico Fellini.

Finì così, amaramente, la breve vita - aveva appena 39 anni - di Ferdinando Buscaglione.

Di famiglia torinese, trapiantato nella capitale, dove presto aveva raggiunto il successo con le sue canzoni fuori della norma, nelle quali si parlava di bambole, di pistole, di pupe, di whisky facili, di gin. Con quella sua faccia pacioccona, resa dura (almeno così pensava lui per apparire tale, un duro, per l'appunto, nei racconti delle sue canzoni) da un paio di baffetti alla Clark Gable. Ma dentro il petto gli batteva un cuore di panna, dolce e delicato come il suo sorriso bambino, sorriso che aveva ammaliato tutti i suoi fans, ma soprattutto le sue fans, che si sentivano morire alla sua elettrizzante presenza. Bucava il teleschermo, il buon Fred; bucava lo schermo di quegli apparecchi televisivi, grossi scatoloni con il catodo posteriore ingombrante, e con le valvole antiche che oggi sono solo un lontano ricordo di una vita diversa.

Sono Fred, dal whisky facile... cantava ammiccando con gli occhi socchiusi e il volto atteggiato a gangster, che gli riusciva così bene, mentre il sax del suo complesso lo accompagnava con un sottofondo vellutato, come solo un artista sapeva fare. E chissà se quella notte non sia stato proprio un bicchiere di whisky o di gin, (che lui amava tanto), stavolta un bicchiere di troppo, a offuscargli i riflessi e a condurlo a morire al volante della sua spider rosa. Una macchina degna di un divo di Hollywood, che non passava davvero inosservata, specialmente nelle sue uscite notturne, che non gli sarebbe servita più.

Era figlio di un modesto operaio torinese, e, prima di affermarsi nel mondo della canzone e della tivu - di quella tivu in bianco e nero che stava muovendo i primi passi in un'italia che stentava a uscire dai danni di una guerra devastante - aveva fatto di tutto: mille mestieri, dal fattorino all'apprendista alle dipendenza di un dentista. Ma non era quello il suo mondo, non poteva esserlo. Con quella faccia un po' così, come avrebbero detto più tardi i cantautori genovesi, doveva essere qualcuno. E si disse che sì, lo sarebbe diventato.
Intanto, al conservatorio Giuseppe Verdi di Torino studia il contrabbasso con il maestro Gino Filippini, e, per pagarsi gli studi e per non pesare sulle spalle della famiglia, comincia a cantare e suonare canzoni jazz presso i night club. Conosce Leo Chiosso, anche lui piemontese (Fred ha appena 25 anni), che diventerà uno dei migliori parolieri della canzone italiana, anche lui appassionato di jazz . Pensate, con Chiosso, Buscaglione scriverà una cinquantina di canzoni, quelle canzoni che chiameranno criminal songs, scenette e raccontini in musica, sceneggiati e interpretati magistralmente con la sua voce roca e accattivante, sguardo da duro, sigaretta tra le dita, e un bicchiere di gin o di whisky in mano, che beve appoggiato al pianoforte, recitando il duro davanti alla telecamera.

C'è la guerra, e i due si perdono di vista. Chiosso parte con gli alpini e, catturato dai tedeschi, sarà deportato. Buscaglione lo crede morto, poi lo sente per caso alla radio, suona, infatti, con la band degli alleati all'emittente di stato di Cagliari, e spera di incontrarlo alla fine delle ostilità. E' ciò che avviene; si ritrovano a Torino alla fine della guerra e comincia il loro sodalizio, che darà alla musica italiana canzoni indimenticabili. Canzoni ispirate alle gang americane, alle donnine facili, alle vamp, alle pupe e ai gangster (tutt'e due, ma più Chiosso, erano amanti dei romanzi polizieschi d'oltre oceano).

Fu a questo punto che Buscaglione pensò bene di creare il suo personaggio, che lo avrebbe reso famoso per la poca vita che gli restava: il bullo, lo spaccone. Ma il mercato discografico non era pronto per recepire quelle smargiassate in musica.

Solo quando una loro canzone Tchumbala bey raggiunge il successo grazie a Gino Latilla, ci si accorge di Fred Buscaglione, e di riflesso del suo paroliere, Leo Chiosso. E' il 1953. L'anno appresso la Cetra gli fa firmare un contratto e Fred inizia a volare. Due anni dopo, è il 1956, il primo grande successo: Che bambola!

Fred non avrebbe mai pensato che la sua effimera gloria sarebbe finita con lui solo quattro anni dopo. Una breve vita che fu sufficiente a fargli vivere giorni e sogni di gloria. Se ne andò così, come mille volte aveva descritto la scena nelle sue criminal song, lasciando una bella moglie, che era entrata a far parte del suo complesso musicale, gli Asternovas, (alla sua scomparsa si sciolsero e non se ne seppe più niente). Lei sognata, amata, lasciata (non la tradì mai, anche se si allontanò per ritornare a lui poco prima di quel tragico 1960), Fatima Robin's, una giovane ragazza marocchina, bellissima, seducente, affascinante, carnale, che interpretò il sogno erotico di Fred Buscaglione, e che incarnò la pupa di cui egli narrava nelle sue canzoni.

Fatima aveva nove anni meno di lui, e, pur essendo originaria del Marocco, era nata a Dresda, in Germania, aveva cominciato ad essere conosciuta come contorsionista in un gruppo che si esibiva nei circhi, il Trio Robin's, appunto, composto dalla sorella e dal padre. Conobbe Fred nel 1949, aveva 19 anni e lui 28, si frequentarono per alcuni anni e poi si sposarono nel 1954.

Fu così che entrò a far parte del complesso del cantante; anche Fatima si esibiva ai microfoni, con la sua bella voce calda eseguiva le canzoni che allora giungevano d'oltre oceano, The lady is a tramp, Pretty eyed baby,A foggy night on Saint Francisco, e altre, mentre Fred cominciava con le sue composizioni strane.

Gli Asternovas, Buscaglione li conobbe a radio Sardegna quando si esibivano con gli alleati, e da allora non si lasciarono più. Pensate quali nomi formavano il complesso: Fred suonava il violino, altro strumento che portava sempre con sé e non rinnegò mai, Franco e Berto Pisano, fratelli, rispettivamente la chitarra e il contrabbasso, Gianni Saiu la chitarra, Carlo Bistrussu la batteria; a questi poi si aggiunsero anche altri due elementi, Giulio Libano e Sergio Valenti. Poi Buscaglione abbandonò il violino e diventò la voce del complesso, affascinato da quel grande attore americano che risponde al nome di Clark Gable, creò il suo personaggio che non abbandonò mai. Nel tempo il complesso variò più volte, si aggiunsero altri elementi di vaglia, al piano, prima Dino Arrigotti poi Paolo Zavallone, alla batteria Bistrussu fu sostituito da Ulderico Rovero, poi il tocco finale fu dato da Giorgio Giacosa, che suonava il sassofono, il clarinetto e il flauto. La formazione, che girò l'Italia e l'Europa da cima a fondo, per approdare anche alla televisione di stato, si chiamava Fred Buscaglione e i suoi Asternovas.

Il nostro ci ha lasciato (con le parole dell'amico Leo Chiosso) canzoni indimenticabili, come Eri piccola!, Porfirio Villarosa (che per fare la rima facile, faceva il manoval a la viscosa), Il dritto di Chicago, Teresa non sparare. E le canzoni lente, melodiche, come ad esempio Guarda che luna; o come Love in Portofino, che poi fu ripresa dopo la sua morte dal grande Johnny Dorelli, il quale ne fece un suo personalissimo successo internazionale.

Quanti pomeriggi da bravi liceali passammo, abbracciati alle nostre ragazze, cullandoci su una mattonella, sulla voce roca di Fred Buscaglione, che sprigionava tutta la sua malia da quei quarantacinque giri! Sono passati cinquant'anni, e le sue canzoni non si sentono più molto nelle trasmissioni delle varie radio. Ma è stato un fenomeno che nessuno potrà mai dimenticare.
Quel gangster dal cuore tenero, quando cantava Guarda che luna, lasciava emergere la parte più malinconica della sua dolce personalità.

Guarda che luna, quando la ascolto, ancora oggi mi riporta indietro; ai miei vent'anni, che, come Fred, non torneranno più


marcello de santis

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Nilla Pizzi

11 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Nilla Pizzi

Nel 1951 avevo 11 anni e già da alcuni mi interessavo alle canzoni, agli autori, ai cantanti, e alle orchestre. In quel periodo usciva dal giornalaio (il termine edicola non si usava ancora, a quanto mi ricordi), mensilmente, un piccolissimo libriccino con i testi delle canzoni più in voga, o almeno le più conosciute del momento; mi sembra che si chiamasse, se la mente carica di anni non m'inganna, "Il canzoniere della radio", una trentina di pagine o poco più.
Ed io, figlio di un padre prima senza lavoro e poi (fortunatamente) assunto come infermiere presso l'ospedale della mia città, non mi potevo permettere di comprarlo. Come del resto a casa mia non si compravano giornali o riviste per i grandi, per papà e mamma, intendo, (Grand Hotel, Gente) o fumetti (le famose strisce, ricordate? Corriere dei piccoli, Tex, Il piccolo sceriffo, L'uomo mascherato, Mandrake, Zagor, Cino e Franco).
Se qualcuno di questi giornali e giornaletti potevamo leggere o sfogliare, lo facevamo grazie all'ottimo rapporto di vicinato obbligatorio e scontato per quel periodo del primo dopoguerra, con la signora Adele, che abitava sotto di noi, che eravamo al primo piano. Abitava, lei e la sua famiglia, un piano terra che aveva davanti all'uscio un pezzettino di orto con galline e pulcini; e aveva due figli della nostra età, Marcella, la più grande, e Pierino, nel tempo diventato professore prima e preside di liceo poi, oggi in pensione, che ogni tanto incontro passeggiando per strada. Avevamo press'a poco la stessa età, anno più anno meno.

Bene, Adele, il cui marito Alessandro faceva il parrucchiere, comprava diverse riviste, soprattutto Grand Hotel, delle cui storie era appassionata tutta la famiglia; e per i figli, nostri compagni di giochi, non mancavano le strisce di cui sopra, soprattutto quelle de Il piccolo sceriffo.
E io e mio fratello più piccolo leggevamo le strisce; come del resto mia mamma, anche se non appassionatissima come loro, leggeva, tra una chiacchiera e l'altra tra donne di casa, il Grand Hotel, settimanalmente immancabile; che era un giornale-mito in quegli anni; ci aiutavano a sognare, grandi e piccoli, storie che tutti avremmo voluto vivere.
Intanto usciva in quell'anno il primo numero di Sorrisi e Canzoni, che da allora mi ha sempre accompagnato, per più di cinquant'anni, lungo la strada della musica leggera. Poi, verso l'inizio di quest'era moderna, la rivista, che ha preso il nome di TV Sorrisi e Canzoni, ha cambiato formato e contenuti; prima raccontava la vita dei cantanti con le loro canzoni; dal 2000 in poi tratta un po' di tutto, ma principalmente dei programmi della televisione.
Cominciai così a conoscere vita morte e miracoli, come si usa dire, dei divi della radio (che divi non erano davvero); la televisione non c'era ancora.
Adele dunque ci permetteva di accedere alle riviste e ai fumetti a strisce, e mia madre invitava molto volentieri tutta la di lei famiglia, compreso nonno Giggetto, a salire a casa nostra, a seguire la radio; quando c'erano, i gialli di Ellery Queen, ricordo, appassionati e paurosi, e noi lì a pendere dalla radio.

E poi il festival della canzone italiana di San Remo che presentava canzoni nuove, per mezzo dell'orchestra diretta dal maestro Cinico Angelini, con i cantanti Nilla Pizzi, Carla Boni, Il duo Fasano, Gino Latilla e Achille Togliani…
La sigla dell'orchestra era "C'è una chiesetta amor, di Castaldi e Rampoldi", sigla che divenne celebre per anni, e che il maestro sostituiva solo quando si presentava come "Angelini e otto strumenti", (la sua orchestra ridotta a otto elementi, appunto); la sostituì con Where end When, ossia Dove e quando.
Il Festival della Canzone Italiana veniva trasmesso in diretta dal Casinò di San Remo. E durava, se non ricordo male, al massimo due/tre serate, solo per il tempo delle canzoni, senza tanti fronzoli, ospiti d'onore, scenette più o meno sceme, gag, e altro.
Quando il grande Nunzio Filogamo faceva uscire la sua inconfondibile voce dal nostro apparecchio radio - un Geloso di quelli grossi, con sullo schermo le stazioni con i nomi di tantissime città italiane e stranier, sintonizzate girando una manopola che faceva scorrere una barretta scura sotto il vetro, l'altra era per il volume (apparecchio che noi tenevamo su un mobile in sala) - bene, quando Filogamo parlava, tutt'intorno in un silenzio da chiesa, noi e Adele e i suoi eravamo là, seduti, pronti all'ascolto; e io, con il numero di Sorrisi e Canzoni aperto sulle ginocchia, a leggere i testi della canzoni interpretate.
Ecco, San Remo era portato avanti solo dal maestro Angelini e i suoi cantanti. Per quattro anni, dal 1951 appunto, fino al 1954, il maestro fu il re incontrastato del Festival.
E regina indiscussa della Canzone italiana, divenne immediatamente Nilla Pizzi, dopo che la sua canzone Grazie dei fior vinse quella prima edizione. Debuttò giovanissima in Rai - allora si chiamava EIAR - diretta dal maestro Carlo Zeme, con una canzone dal titolo Casetta tra le rose. Cominciò a incidere dischi, con, tra l'altro, Quel mazzolin di fiori; ma solo nel 1945 incontra il maestro Angelini che la porta con sé in giro per l'Italia. Poi torna alla radio, dove le fanno un contratto esclusivo per due anni. Continua a incidere per diverse case discografiche.
Interpreta La vie en Rose, E' troppo tardi e altre, ma non disdegnando ritmi latino americani.
Ed eccola nel 1951 al Festival della canzone Italiana di San Remo. Festival della canzone italiana, dunque, ché, allora, vinceva "la canzone" e non, come oggi, il cantante. Tanto che ai cinque cantanti del maestro Angelini venivano assegnate tutte le canzoni in gara. Lei, per esempio, al primo festival portò al successo, oltre quella che vinse, anche "La luna si veste d'argento", in coppia con Achille Togliani, Ho pianto una volta sola, che, pur essendo molto bella, non andò in finale. Fu la trionfatrice anche dei Festival seguenti. Nel 1952, con Vola colomba. Al secondo posto fece classificare Papaveri e papere, e terza, sempre per la sua voce calda e ammaliante, Una donna prega. Nel 1953, fece classificare al secondo posto, con la sua calda voce e la sua grazie infinita, Campanaro.
Questo è quanto, ma non è tutto. Il festival andò avanti tra alti e bassi; e, bene o male, pure stravolto nei suoi canoni e nelle sue finalità, è arrivato fino ad oggi. Alla ribalta della città dei fiori si alternano big, cioè i grandi, spesso cantanti di nessun nome e di nessuna fama e che non la raggiungeranno neppure dopo la loro presenza sul palcoscenico tanto glorioso; e cantanti cosiddetti "giovani", di cui a mala pena salviamo - ogni anno - uno o due elementi su una ventina; talvolta, anzi spesso, emergenti solo successivamente alla manifestazione, tra quelli eliminati nelle varie serate; lunghissime e noiosissime. Giovani che durano l'espace d'un matin, come dicono i francesi. Questo è quanto, ma non è tutto, dicevamo più sopra. Ché Nilla, al contrario di buona parte di questi cosiddetti cantanti moderni, ha continuato a cantare deliziandoci con la sua voce eterna.
Vediamola e ascoltiamola ancora come allora, coi suoi deliziosi abiti di scena, che magari oggi ci paiono fuori moda. E la sua grazia, che non passa mai di moda. E' il miglior complimento che le possiamo fare.

marcello de santis

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Ria Rosa: parte terza

9 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #musica

Ria Rosa: parte terza


Ria Rosa lavorò nella compagnia di Nicola Maldacea, grande attore di teatro, ma soprattutto grande interprete della canzone napoletana, il canzonettista per antonomasia dei palcoscenici campani; cantava con uno stile tutto particolare, adottando, talvolta, nell'eseguire i brani, il suo stile recitativo, che, pur imitato, non è stato mai raggiunto da alcuno; nascevano le celeberrime macchiette, che contraddistinsero in breve la personalità del grande artista.
Si fece conoscere così, tanto da essere ingaggiato, Maldacea, dalla compagnia del grande Edoardo Scarpetta, il padre di Eduardo de Filippo; e poté raggiungere in tal modo la fama, che lo portò ben presto ad esibirsi nel celebre Teatro Margherita.
Ecco, Ria Rosa lavorò nella compagnia di Nicola Maldacea, e proprio con lui affrontò per la prima volta il viaggio in America; qui, fattesi le ossa, mise su una propria compagnia teatrale, con la quale avrebbe recitato sceneggiate spassose; ma anche affrontando talvolta argomenti i più scabrosi del momento.
Del resto, come vedremo quando sarà in America, il coraggio non le mancava di certo. Era, diremmo oggi, nel suo DNA. Non poteva mancare di esibirsi e interpretare le più belle canzoni napoletane in alcune edizioni delle Piedigrotta, che iniziavano proprio in quegli anni.Ma non era sola a contendersi l'appellativo di regina della canzone napoletana, c'era in auge anche la sua rivale di sempre Gilda Mignonette. La rivalità era enorme, ma sempre rispettosa, tra le due dive.
Ria Rosa faceva viaggi continui tra l'America e l'Italia, Napoli-New York fu la sua vita per anni, fino a che decise di stabilirsi definitivamente laggiù; correva l'anno 1937. Fu l'anno del suo ultimo viaggio a Napoli; obbligata, si può dire; fu l'anno della morte dell'autore Ernesto Tagliaferri che tante canzoni aveva scritte, (ricordiamo: Napule ca se ne va, Mandulinata a Napule, Piscatore 'e Pusilleco), molte dedicandole a lei; e non poteva dunque mancare per l'ultimo saluto.
Tagliaferri stava finendo di scrivere per l'artista la sua ultima canzone dal titolo "Chitarra nera". E Ria Rosa, in quell'occasione, volle cantare per l'ultima volta in pubblico la canzone. Poi non la cantò più.

E la vediamo, dunque, l'artista, protagonista anche a Piedigrotta, in questa prima manifestazione pubblica della canzone napoletana (anche se alla rassegna c'erano pure alcune canzoni in lingua; del resto essa era organizzata da una casa editrice partenopea, quella di tale Francesco Esposito, il cui padre aveva un negozio di strumenti musicali in via Roma, a Napoli).

Furono invitati ad esibirsi una decina tra i cantanti che andavano più in voga in quel periodo. Di quella pattuglia di artisti oggi ne ricordiamo appena tre o quattro, che insieme a Ria rosa vinsero il tempo, e guarda caso due di essi donne. Una è senz'altro Gilda Mignonnette, di cui abbiamo parlato in questo saggio, che già era una vedette dei Cafè Chantant di Napoli; e poi la bella Tecla Scarano, che lavorava a teatro interpretando testi del grande commediografo Raffaele Viviani; una ragazza che molti anni appresso divenne una discreta attrice di cinema.
Le cantanti avevano una canzone a testa: Ria Rosa ebbe "E femmene masculine" (Barbieri-Giannelli), la Mignonnette cantò Sempe Napule sarrà (Mendozza-Gargiulo), a Tecla Scarano fu affidata Heart and heart (De Lutio-Ceryno) e l'altra cantante di cui si è persa la fama, il suo nome d'arte era La Zingara, presentò Cè vò cè vò (Vento-Recitano).
Una curiosità: le canzoni furono incise su dischi. Tranne sette, e tra queste tutte quelle eseguite dalle interpreti femminili.

Torniamo a quelli che raggiunsero una certa notorietà. Dobbiamo ricordare, e chi è molto addentro alla storia della canzone napoletana lo conosce bene, un certo Mimì Maggio, che fu nome di buona levatura nella Piedigrotta di quell'anno.

Proprio per questo essere un "minore" della scena artistica napoletana, egli merita qui qualche parola più degli altri di cui abbiamo appena parlato.
Mimì Maggio, a quei tempi, aveva 42 anni, dieci più di Ria Rosa, anche lui amico del Viviani, e lavorava già quattordicenne nelle rappresentazioni a teatro che si tenevano nei teatri di Napoli nelle memorabili matinée. Era un giovane dalle mille capacità, cantava, suonava il mandolino, recitava, e tutto lo faceva molto bene; mentre si esibiva lavorava anche come garzone di barbiere. A sedici anni abbandonò il lavoro e seguì la sua innamorata Antonietta Gravante, il cui padre portava in giro per i luoghi più disparati un moderno Carro di Tespi.
Ecco, Mimì aveva trovato la sua strada, sposò Antonietta, e a un certo punto se ne andarono per città e paesi a cantare e recitare; pensate, si esibirono perfino sul palcoscenico delle Folies Bergères a Parigi.
Fu, Mimì, il capostipite della famosissima famiglia dei Maggio, dei quali Beniamino e Dante, Pupella e Enzo, Margherita e Rosalia furono gli unici - tra i sedici che la coppia diede alla luce - che seguirono le orme dei genitori e divennero celebri.
Mimì morì a Roma nel 1943, ancora giovane, aveva poco più di sessant'anni.

Ria Rosa nel 1939 si stabilì, come detto, definitivamente a New York dove divenne famosissima, e da dove l'eco della sua fama correva continuamente a Napoli. Andate e ritorni interminabili, continuamente. Fu denominata la diva eccentrica proprio per i testi che proponeva, e per il suo coraggio nell'affrontare in essi argomenti scottanti di attualità, come nessuno osava fare. E, come detto più sopra, per la battaglia per i diritti delle femmine, gli attribuirono il tiolo di nonna del femminismo.


marcello de santis

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Ria Rosa: parte seconda

7 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Ria Rosa: parte seconda


Era il periodo, oltre che degli emigrati, anche dei celebri salotti napoletani, in quegli anni di quel primo novecento, salotti delle case dei ricchi, o dei benestanti, in cui si riunivano, tra parenti e amici del padrone di casa, poeti, parolieri, musicisti e cantanti, per fare ascoltare le loro composizioni, per recitare le loro macchiette, per cantare le canzoni nuove. E la gente comune, sotto per la via, ferma ad ascoltare, incantata, quelle melodie che poi continuavano a canticchiare andandosene via. Canzoni che col tempo sarebbero diventate eterne.
Era l'occasione che anche i padroni di casa aspettavano; era per loro la grande opportunità di poter mostrare l'eleganza delle loro sale fastose, i loro mobili importanti, il pianoforte di marca; e, come sempre avveniva, esibirsi alla pari degli artisti amici. Era tutta un'atmosfera che stava cambiando.
Fu in quest'atmosfera che iniziò i suoi primi passi la nostra giovane artista. E fu considerata la prima femminista della storia, grazie a ciò che porgeva al pubblico - soprattutto femminile - con la sua bella voce:

la libertà della donna, il diritto di truccarsi,
di mettersi il rossetto,
di poter "guardare" gli uomini"
e darne liberamente giu
dizi e pareri.

E anche in America i testi delle sua canzoni erano fin troppo liberi. Una volta ebbe il coraggio di presentarsi sul palcoscenico vestita da uomo, ma lo doveva fare, disse, del resto come porgere al pubblico la celebre Guapparia?

Scetáteve, guagliune 'e malavita...
ca è 'ntussecosa assaje 'sta serenata:
Io sóngo 'o 'nnammurato 'e Margarita
Ch'è 'a femmena cchiù b
ella d''a 'Nfrascata!

Non aveva scelta; hai voglia a convincerla che non poteva farlo, avrebbe suscitato l'ennesimo scandalo, ci pensasse bene, rinunciasse! Ma va! Sulla scena doveva presentarsi come un autentico guappo. E dunque? La vinse lei. Lo fece. Da quella volta lo ripeté spesso - facendo gridare ogni volta allo scandalo; la sua bravata ebbe anche un seguito penale, qualcuno la denunciò, oggi diremmo "per oltraggio", non si bene a che cosa…
Vogliamo riportare ancora un aneddoto, o meglio un fatto: era il tempo in cui i due nostri connazionali, Sacco e Vanzetti, al secolo Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, vennero arrestati con l'imputazione di duplice omicidio, si era nel 1927; e furono giustiziati sulla sedia elettrica nell'agosto di quell'anno, a Charlestown. Va detto che cinquant'anni dopo il governatore dello stato del Massachusetts riconobbe pubblicamente l'errore in cui era incorsa la giustizia americana, riabilitandoli tutti e due.
Bene, Ria Rosa ebbe il coraggio di cantare una canzone dal titolo "a seggia elettrica", dove metteva in evidenza il suo parere contrario alla pena di morte, dedicandola, appunto, a Sacco e Vanzetti.
Vogliamo riportarvi brevemente la storia di questa canzone, il cui titolo era in effetti Mamma sfortunata: nacque nel 1924 grazie ai versi di un certo Gaetano Esposito, messi in musica da uno dei più grandi napoletani di tutti i tempi: E.A.Mario. Il musicista ebbe a riconoscere la paternità della canzone molti anni dopo, nel 1932, ma tra gli amici e in gran segreto; il motivo era semplice: le autorità di polizia americane perseguitavano coloro che parlavano a favore dei due italiani condannati a morire sulla sedia elettrica. Erano considerati dei sovversivi, e quindi perseguiti a norma di legge; così come gli scritti relativi al triste fatto di cronaca nera. Pensate, E.A Mario aveva paura ancora ben trent'anni dopo, nel 1959, quando, in occasione dell'annuale Piedigrott, pubblicò la canzone, dando quell'anno come anno di nascita. Nei versi, la mamma di uno dei due giustiziati legge sul giornale della disgrazia e… riportiamo la prima strofa della canzone

Quanno liggette 'o nomme int'e giurnale
dette 'nu strillo forte 'nnanze a gente:
No! Nun è overo! Figlieme è 'nnucente…
chi l'ha accusato fa 'na 'nfamità!
'E core e tutt'e mamme nun senteno raggione:
si 'e figlie nun so bbuone, nisciuno ce 'o ppo dì,
ma chella mamma s'accurgette subito
ca 'ncopp
'a seggia elettrica 'o figlio jeva a murì.

Quando lesse il nome sul giornale/
fece uno strillo forte in mezzo alla gente/
no! non è vero! mio figlio è innocente…/
chi lo ha accusato ha detto una grossa bugia,
una infamità!/ i cuori di tutte le madri non sentono ragioni/
se i figli non sono buoni, nessuno ce lo può dire/
ma quella mamma s'accorse subito/
che
suo figlio andava a morire sulla sedia elettrica.

Ria Rosa ebbe il coraggio di incidere la canzone - alla faccia della polizia americana - lo fece come abbiamo detto più sopra, nell'anno 1924, in un settantotto giri che la polizia tentò in ogni modo di distruggere. Certo poteva farlo e lo fece con diverse copie del disco, ma alla matrice non arrivò mai, e altre copie ne venivano fatte e distribuite. La cantante ebbe guai grossi con la giustizia di quel paese, ma andò avanti e cantava la canzone, quando se ne dava l'occasione, nelle sue rappresentazioni teatrali.
Da una donna così ci si poteva aspettare un coraggio degno, all'epoca, solo di un maschio (se mai ne avesse avuto, ed E.A. Mario - ricordiamo per la cronaca, cosa da lui stesso confessata trent'anni dopo - non lo ebbe).

marcello de santis

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Ria Rosa: parte prima

5 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Ria Rosa: parte prima

Cari amici, vengo a proporvi una breve storia di una cantante di Napoli di un centinaio di anni fa, Ria Rosa, che conobbi musicalmente nel mio soggiorno a Pozzuoli per lavoro, nei lontani anni '70 del 1900.
Avvenne per caso; scendevo dalla stazione della Cumana per via Pignasecca - e mi fermai a spulciare - come sempre facevo - nei contenitori dei dischi esposti sulla stradina in lieve discesa, rumorosa di traffico di motociclette, di bancarelle, di guaglioni che gridavano, e femmine che si chiamavano da un vascio all'altro - era il negozio del cantante Nunzio Gallo, che qualcuno di voi ricorderà - mi fermai a spulciare, dicevo, tra i tanti dischi a trentatrè giri.
Trovai un disco con sulla copertina la faccia di una giovanissima cantante che non conoscevo.
Io ero e sono un appassionatissimo della canzone napoletana, e allora andavo alla ricerca, nel tempo libero dal lavoro, passeggiando per le vie di Napoli con mia moglie, di tutto ciò che attteneva alla canzone napoletana,
Lessi il nome: Ria Rosa, lo girai e lo rigirai tra le mani, ma non mi diceva niente.
Lo comprai, e non sbagliai a farlo; a casa lo ascoltai e mi innamorai all'istante di quella voce. Inutile dire che il disco era una riproduzione, e frusciava in maniera impressionante, ciò che dava alla cosa una fascino tutto particolare.
Ecco, vi presento questa breve storia in tre parti, essendo un po' lunga, spero incontrerà i vostri favori. Grazie.



Ria Rosa. Nome sconosciuto ai più, ma artista napoletana di fama internazionale, in quegli anni del primo novecento, dove poco conosciuti erano i cantanti ma notissime cominciavano ad essere le canzoni.
Ria Rosa invertì questo canone, cominciò ad essere conosciuta prima lei che le canzoni che presentava. Ebbe una vita lunghissima, pensate, visse quasi cento anni, quando morì ne mancava uno a questo traguardo: ne aveva ben 99. Cominciò a cantare e recitare giovanissima, ad appena 15 anni. Ma stette poco nella sua città, la Napoli che le diede la luce alla fine del secolo, nell'anno 1899; perché nel 1922, sposatasi col suo produttore, si trasferì in America per seguire il capocomico della compagnia nella quale si esibiva, l'attore cantante Nicola Maldacea, che fu anche il suo maestro di scena. E là morì, a New York, nel 1998.
Il suo nome all'anagrafe era Maria Rosaria (di cognome faceva Liberti, ma questo per la nostra breve storia ha poca importanza; del resto nessuno lo sa, perché tutti la conoscevano così come amava farsi chiamare: Ria Rosa, appunto, prendendo la seconda parte del suo primo nome (ma) Ria, e la prima del secondo Rosa (ria).
Cominciò così, seriamente, non per gioco ma per volontà di affermarsi, a cantare; ché sapeva essere la sua voce calda e bene impostata - ma ditemi voi quale napoletano che si rispetti non aveva allora, e non ha ancora oggi, una voce adatta a recitare e cantare ingentilendoli ognuno a suo modo, i versi delle belle melodie del golfo…
Il suo maestro di canto la presenta al pubblico, perché ormai la ritiene pronta per il debutto artistico, grazie alla sua passione per la canzone, passione che emana da tutta la sua personalità, sul palcoscenico della sala Umberto; che già aveva visto esibirsi artiste di grande nome e caratura internazionale, come la Belle Otéro e la grande grandissima Anna Fougez.

Come detto, Ria Rosa era appena una signorinella, e per l'epoca, a ben guardare le sue poche foto che la ritraggono e che sono giunte fino a noi, era davvero una ragazza bella ed esuberante. Incontrò immediatamente il successo con la S maiuscola, ma è da dire "non inaspettato", non tanto dalla giovane artista, ma dal suo impresario, che ella sposò come abbiamo detto più sopra, di lì a poco; e questi non ci pensò due volte: la condusse in America, dove i napoletani erano davvero tanti, quegli emigrati che laggiù vivevano lavorando sodo, e masticando nel contempo pane e nostalgia. E chiunque portava loro l'aria di Napoli, le canzoni di Napoli, 'o còre 'e Napule, non poteva che essere il benvenuto; una bella ragazza poi, giovane, appassionata, con una voce da incantare, l'accolsero a braccia spalancate, e ne fecero in breve la loro beniamina. Maria Rosaria, ormai Ria Rosa, non lasciò più New York.
La sua voce viene immortalata sui dischi, quei primi dischi di vinile, fruscianti sotto la puntina di diamante che percorreva i settantotto giri con pignoleria; e i napoletani d'America ne consumavano a iosa, di quei dischi di Ria Rosa, fino quasi a non riconoscerne più la voce.
Allora chi era fortunato, o meglio chi aveva raggiunto un livello di modesta agiatezza si poteva permettere il grammofono, quello a tromba, per intenderci, e chi non lo aveva, si avvicinava a chi ne possedeva uno e si fermava da ascoltare, estasiato davanti alla grazia della voce di Maria Rosaria.
Ma la ragazzina non cantava ancora le canzoni d'amore che di lì a poco sarebbero entrate nel cuore di tutti; cantava invece canzoni allegre, dispettose, canzoni che strappavano un sorriso a aprivano il cuore a una vita più accettabile di quella di tutti i giorni, tra duro lavoro per tutti, e rimpianti per alcuni, e malinconia per altri.
Divenne in breve la regina del cafè chantant.

A Napoli, prima di partire, nello sguardo degli emigranti, perso nella cartolina del golfo che s'allontanava, sembrava di leggere, e di ascoltare, me ne vogl'ìi' a ll'A-merica… ca sta luntana assaje,

Me ne vogl'í a ll'America,
ca sta luntana assaje:
Mme ne vogl'í addó' maje
te pòzzo 'ncuntr
á cchiù.

Libero Bovio e Ernesto De Curtis li scrissero, questi versi, nel 1912, e ogni volta che un bastimento partiva dal porto di Napoli, per gli emigranti imbarcati erano cuori che si spezzavano.
La intitolarono, e a ragione, 'A canzone 'e Napule.
E pareva di sentire per l'aria sopra le loro teste, le note di questa canzone - e nel cuore le parole - che li accompagnavano fino a che il golfo scompariva; e non restava per loro intorno, se non mare e speranza.

marcello de saAscolta RIA ROSA

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Fenesta vascia

3 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Fenesta vascia

Erano gli amori dei poveri, amori di altri tempi in una Napoli di altri tempi.

Fenesta vascia narra appunto uno di questi amori, tra un guaglione e una guagliona che abita in una povera casa e che si nasconde dietro una finestra che resta chiusa. Siamo in un vicolo di Napoli e il ragazzo ha il cuore in subbuglio per quest'amore non corrisposto.
La canzone è di autore ignoto, risale al cinque-seicento, (forse al cinquecento, ma non è certo); si pensa che non sia mai giunta a noi così compiutamente come è stata pensata e scritta.
Se ce l'abbiamo, lo dobbiamo solo a un certo Guglielmo Cottrau, che dunque va considerato uno degli autori di essa. Cottrau scriveva, e tra le altre cose anche versi di canzoni in dialetto, oltre ad essere proprietario di una modesta casa editrice.
Era l'anno 1825, e questo signore si era preso l'arduo compito di cercare, studiare, e trascrivere - musicalmente parlando - le canzoni del secolo che lo vedeva vivere, e di quelli precedenti.
Egli dunque rintracciava testi antichi, o raccoglieva quelli che qualcuno gli portava, e li affidava, oltre a lavoraci su egli stesso, a collaboratori perché li rimettessero in sesto.
Questo testo lo passò al suo fido Giulio Genoino, poeta di un certo livello e conosciuto abbastanza all'epoca. Nato a Frattamaggiore, nell'entroterra napoletano, in una terra arsa dal sole e dimenticata da dio e dagli uomini, il poeta ci si mise sopra di buzzo buono, e riuscì in una impresa che gli fece onore: studiò a lungo le parole dialettali ormai dimenticate di quel testo, sorpassate da quelle attuali (ricordo, siamo nell'ottocento e trecento anni non erano passati invano), e le trasformò, le tradusse, possiamo dire, in altre che riscontravano più compitamente la lingua allora parlata.
Diciamo due parole sui due personaggi grazie ai quali oggi possiamo godere della canzone, Gugliemo Cottrau, che scrisse o trascrisse la musica, era nato nel 1797 a Parigi, per morire a Napoli ancora molto giovane, pensate aveva solo cinquant'anni quando avvenne la sua scomparsa, era l'anno 1847. Vi chiederete come mai giunse a Napoli dalla Francia, è presto detto: il Cottrau era di nobile famiglia e venne in Italia con i suoi; il padre era una persona molto appassionata di letteratura. Venne a Napoli al seguito di Giuseppe Bonaparte, fratello maggiore di Napoleone; e di Gioacchino Murat. Napoleone lo fece infatti re di Napoli nel 1806, e Giuseppe governò il Regno di Napoli per soli due anni, prima di essere nominato poi re di Spagna. Era già stato in Italia una decina di anni prima, sempre al seguito del fratello, e fu ambasciatore per conto di questi a Parma prima e a Roma poi. Girò a lungo per l'Europa come rappresentante dell'imperatore, fino a che nel 1841, tornò definitivamente in Italia, stabilendosi a Firenze, dove morì tre anni dopo. Murat, a Napoli, prese il posto di Giuseppe, quando questi ottenne il regno di Spagna, e dobbiamo dire che, grazie alle molte opere di interesse pubblico che realizzò, ma anche alla sua grande personalità - era anche una bella presenza - fu molto amato dalla popolazione.
I Cottrau facevano parte della corte dei due re di Napoli, e amarono molto Murat,che, tra le altre cose, riaprì la famosissima Accademia Pontoniana; ma non solo, fondò una nuova Accademia Reale delle Lettere. Peripezie belliche poi lo portarono in diverse guerre, e in fine a combattere in Calabria, dove fu arrestato e condannato a morte. Morì a Pizzo Calabro sotto i colpi della fucileria nel 1815 del governatore di quella regione. Ma torniamo a Guglielmo Cottrau, il quale proprio al seguito di Gioacchino Murat, grazie alla sua vasta cultura letteraria, assunse incarichi importanti nel campo dell'arte.
Il padre di Gugliemo, voleva fare di lui un politico, che seguisse in qualche modo la sua carriera, ma il giovane, appassionato di musica e di lettere, come il padre del resto, non volle seguire i suoi consigli e si dedicò interamente alla carriera musicale; in particolare, insieme ad altri amici, si dette alla ricerca e alla trascrizione di testi antichi. Il fatto che venisse da un paese straniero, contribuì a far conoscere i suoi lavori musicali sui testi napoletani, anche fuori d'Italia.
Abbiamo detto più sopra che molte sono le trascrizioni di versi non suoi, ma molte anche le musiche su canzoni che scrisse lui. Ma ad oggi non si sa ancora con precisione quali siano quelle e quali queste. Sicuramente gli sono attribuite due canzoni: una più bella dell'altra: questa, di cui parliamo, Fenesta vascia, e l'altra, celeberrima, Fenesta ca lucive, ispirata alla storia triste di origine siciliana, della baronessa di Carini.
Per la cronaca, va detto che tra i vari collaboratori del Cottrau, ci fu anche un certo Gaetano Donizetti.
Giulio Genoino, l'autore dei versi di tutte e due le canzoni sunnominate, come già abbiamo detto, era di Frattamaggiore, dove era nato nell'anno 1773, (morì a Napoli nel 1856.) E come Cottrau, collaborò col Donizetti per il quale scrisse i libretti per alcune sue opere liriche.
Di questi versi antichissimi, curò soprattutto la punteggiatura; e lo fece in maniera egregia, punteggiatura che, nel testo consegnatogli, era pressoché inesistente, e, laddove c'era, forse era stata distribuita a sproposito. I versi di Fenesta vascia sono sistemati in due strofe di otto versi l'una, con rime alternate, metrica propria delle storie di racconti popolari. Va detto che nel testo originale le rime c'erano anche se non erano propriamente giuste, fatte come si deve, ciò che forse era dovuto alla non perfetta preparazione dell'autore del cinquecento.
La musica è lenta, dolce e malinconica, proprio per meglio aderire alla storia raccontata, e meglio delineare la tristezza del ragazzo che implora amore dalla fanciulla, che lui sa nascosta dietro la finestra del basso, chiusa, povera; ragazza che lo vede soffrire ma non lo vuole aiutare.
Vogliamo riportare il testo della canzone qui sotto, perché il lettore possa gustarne tutta la dolcezza pur nella sua immensa malinconia, immaginando per ora la musica, che potrà ascoltare cliccando sul link che sta alla fine di questo saggio.

Fenesta vascia e patrona crudele
quanta sospire m'aje fatto jettare
M'arde sto core comm'a na cannela
bella quanno te sento annommenare
Oje piglia la sperienza de la neve
la neve è fredda e se fa maniare
e tu comme si tant'aspra e crudele?
Muorto mme vide e non mm
e vuò ajutare?

Vorria arreventare no picciotto
co na langella a ghire vennenno acqua
pe mme nne ì da chiste palazzuotte
belle femmene meje, a chi vò acqua?
Se vota na nennela da la 'ncoppa
chi è sto ninno che va vennenno acqua?
e io responno co parole accorte
so lagreme d'ammore, e non è acqua!

Finestra bassa di una padrona crudele/ quanti sospiri mi hai fatto gettare/
Quando ti sento nominare, bella mia/ mi brucia il cuore, come una candela/
Fai come la neve, ti prego / la neve è fredda, è vero, ma si fa accarezzare/
e tu, invece, perché sei così aspra, così dura
, così crudele?

Vorrei tanto farmi un guaglione/ che va a vendere acqua con un orcio/
per girare tra queste case a gridare/ belle femmine, chi vuole acqua?
S'affaccia una "nennella" da lassù/ e dice: chi è sto ragazzo che vende acqua?
e io rispondo con parole "accorte"/ so' lacreme d'ammore e non è
acqua

Il giovane appassionato vorrebbe farsi acquaiolo, così da passare per quelle case gridando, belle signore, c'è l'acquaiolo, chi vuole bere acqua fresca? E sperare che apra la finestra - bassa, chiusa - anche la giovane di cui è innamorato. Risponde - a una ragazza che s'affaccia da un piano superiore di una casa chiedendo chi è quel bel ragazzo che vende acqua, con uno dei più bei versi di tutta la canzone napoletana:

Sono parole dettate dal profondo del cuore, di un cuore "spezzato" per un amore non corrisposto.
Adesso, cliccando sul link qui sotto, potrete ascoltare una bellissima interpretazione della canzone "Fenesta vascia" eseguita dal grandissimo Roberto Murolo, in una esecuzione "matura", di quando cioè l'artista era all'apice della sua incomparabile carriera.

marcello de santis

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Lucio Battisti

9 Settembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #musica

Lucio Battisti

A 17 anni dalla morte le sue canzoni accompagnano ancora i nostri giorni... Lucio Battisti credo sia stato il cantautore più amato dalla mia generazione ed è a ragione considerato uno dei maggiori compositori e interpreti di sempre. In tutta la sua carriera ha venduto oltre 45 milioni di dischi. Innovatore, portò con la sua musica così diversa, col suo stile così unico, una ventata di freschezza nel mondo della musica leggera, personalizzando e innovando in ogni senso la forma della canzone tradizionale e melodica.

Era nato a Poggio Bustone in provincia di Rieti il 5 marzo 1943, figlio di una casalinga e di un impiegato all'ufficio imposte di consumo che si trasferì a Roma con tutta la famiglia intorno al 1950. Lucio è sempre stato molto geloso della sua privacy e le notizie circa la sua infanzia, e la sua vita privata in generale, sono davvero poche e per questo motivo circolano tante storie di cui non c'è vero riscontro, ma fanno ormai parte della sua leggenda. Alla rivista Sogno, in un'intervista in riferimento ai suoi ricordi, dichiarò:

"I capelli ricci li avevo anche da bambino e così lunghi che mi scambiavano per una bambina. Ero un ragazzino tranquillo, giocavo con niente, con una matita, con un pezzo di carta e sognavo. Le canzoni sono venute più avanti. Ho avuto un'infanzia normale, volevo fare il prete, servivo la messa quando avevo quattro, cinque anni. Poi però una volta, siccome parlavo in chiesa con un amico invece di seguire la funzione - io sono sempre stato un grosso chiacchierone - un prete ci ha dato uno schiaffo a testa. Magari dopo sono intervenuti altri elementi che mi hanno allontanato dalla chiesa, ma già con questo episodio avevo cambiato idea".

Fin da ragazzino amava suonare la chitarra e ne era innamorato tanto da manifestare il desiderio di diventare un cantante, cosa che non piacque al padre il quale, si racconta, alla notizia gli ruppe in testa proprio una chitarra. Questo non bastò a scoraggiarlo, dopo il diploma di perito industriale, ottenuto nel 1962, con l'aiuto della madre che nascostamente lo incoraggiava, Lucio, girando con amici per i locali romani, cantava canzoni sue o di altri, poi iniziò a guadagnare qualche piccola somma suonando e cantando con dei complessini, espressione musicale allora molto in voga tra i giovani, “I Mattatori” , “I Satiri” , ma quando ricevette la proposta di suonare come chitarrista nei “Capitani”, gruppo già più conosciuto, si recò con loro a Milano, dove restò praticamente per tutta la vita.

Testardo, coraggioso, tenace, perseguì il suo scopo fino a ottenere un'audizione da una casa discografica che gli fece incidere il suo primo disco “Per una lira”. Era il 1964 , l'anno successivo incontrò Giulio Rapetti , in arte Mogol, uno dei più grandi parolieri italiani, e nacque un sodalizio che durò oltre quindici anni, durante i quali insieme scrissero e musicarono alcune delle più belle e indimenticabili canzoni che hanno fatto la storia della musica leggera italiana.

I maggiori successi arrivarono senza dubbio intorno agli anni 70 e 80, quando Lucio interpretò “Emozioni” “Anche per te” e “La canzone del sole”, solo per citarne alcune. Il grande successo ottenuto non riuscì a cambiare il suo carattere schivo, quasi scorbutico, continuò a disertare televisioni, concerti e interviste, preferendo sempre la sua famiglia e la sua casa in campagna. Meticoloso, preciso, studiava e preparava i suoi dischi con grande impegno alla ricerca di un suono sempre più moderno e accattivante.

Lucio Battisti lasciò le scene molto presto e troppo presto lasciò anche questo mondo, il 9 settembre 1998 si spense con soltanto i suoi famigliari accanto dopo una malattia che, nel suo stile, aveva saputo tenere assolutamente segreta. La notizia colpì l'Italia come una frustata, suscitando clamore, commozione, tristezza infinita nell'animo di tutto il paese, che negli anni aveva canticchiato le sue canzoni e non aveva smesso mai di amarlo.

Con i titoli delle sue canzoni, che ancora oggi sono cantate e conosciute da tutti, ho molto immodestamente composto il brano che segue:

Oggi “mi ritorni in mente” e sul foglio si rincorrono “pensieri e parole”, che si nutrono “nel cuore e nell’anima”, tu chiamale se vuoi “emozioni”. Sono qui seduta, “una poltrona un bicchiere di cognac”, mentre vedo sorgere “la luce dell’est” e, “sognando e risognando”, ti rivedo sorridente venirmi incontro e dirmi “balla Linda”. Io risposi “No mio Dio no”, non sarò una delle tue “dieci ragazze”, poi, tremante, “io vorrei non vorrei ma se vuoi”, e, quando tu mi abbracciasti dicendo non sarà “un’avventura”, mi lasciai guidare nei “giardini di marzo”, dove sbocciavano “fiori rosa, fiori di pesco” . Corremmo insieme verso “innocenti evasioni” e fu “ il fuoco”, “vento nel vento”, e, nella passione, mi sentii una regina “comunque bella”. Per noi “il nostro caro angelo” cantò “la canzone della terra”, ah “questo amore”, mi sussurravi, “amore mio di provincia”, e, mano nella mano, mi portasti “al cinema”, poi mi salutasti “arrivederci a questa sera”, l’appuntamento era alle “7e40”, e vidi il tuo “monolocale” dove “amarsi un po’” “soli” fu “questione di cellule”, e vissi un sogno. Eri bello, giovane, eri “acqua azzurra, acqua chiara”, ridevi, gridavi “sì viaggiare”, mentre mi stringevi a te. Poi venne quel brutto “29 settembre” mi dicesti “ho un anno di più” e voglio “Anna”. Non restai un attimo a sentire il cuore spezzarsi “neanche un minuto (di non amore)” avrei sopportato . “Respirando” forte, ti dissi “Io vivrò senza te” , ma ebbi solo “il tempo di morire” sulla nostra “collina dei ciliegi “. Dimenticai poi “il mio canto brasileiro “ che mi aveva fatto volare. Con “un uomo in più” provai a vivere “il mio canto libero” da te e dimenticai “le allettanti promesse” che ci eravamo scambiati. “Prendila così”, pensai, e non volli incontrarti più: non sarei mai stata per te “una donna per amico” Ma oggi è “una giornata uggiosa” ed eccoti “ancora tu” a portare “confusione” tra i miei ricordi e non posso farne a meno, rivado con la mente a quei giorni, quando il cielo per noi cantava “la canzone del sole “ e ancora una volta ….”penso a te”. (Franca Poli)

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Lucia

5 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

 Lucia


Quando agli inizi nacque il complesso Lucia non c'era. E non c'era nemmeno quello che poi diverrà suo marito, Virgilio Savona, la mente eccelsa del gruppo, di quella formazione musicale che stette sull'onda del successo per tutti gli anni cinquanta sessanta e settanta.
Il primo complesso si chiamava Quartetto Egie, ma ebbe breve durata, ché cambiò presto nome, per assumere solo più tardi quello definitivo di Quartetto Cetra, prendendo il nome della casa discografica che li sponsorizzava; c'era soloTata (Giovanni) Giacobetti, che deve considerarsi quindi il primo socio fondatore, romano de Roma; e con lui un altro romano, quell'Enrico De Angelis che lasciò il posto, preso - era l'anno 1947 -da Lucia Mannucci, la dolce Cia tanto amata dai suoi compagni di lavoro.
A Giacobetti e De Angelis si aggiunsero quasi subito il siciliano Virginio Savona e un altro laziale, nato a Fondi, una cittadina in provincia di Latina, il pelato Felice Chiusano.

Lucia era nata a Bologna, nel 1920, e quindi era giovane - e graziosa -, con una voce calda e bene impostata; aveva 27 anni (nel 1944 sposò Virgilio Savona), e nel complesso venne a lavorare accanto a compagni eccezionali: Tata, che di anni ne aveva 25, Virgilio, suo coetaneo, Felice anche lui venticinquenne.

Da Bologna si era portata a Milano per sottoporsi a una audizione della Rai, che allora ancora si chiamava EIAR, aveva appena 21 anni, e passò l'esame. Assunta, stette a disposizione delle orchestre proprie della radio, come cantante solista. E in questa veste fece diversi spettacoli in giro per l'Italia, esibendosi col maestro Gorni Kramer, e insieme a compagni già affermati, come ad esempio il grande Natalino Otto.
Lucia conobbe Virgilio, si innamorarono - e innamorati lo furono per tutta la vita, un amore che durò ben sessantacinque anni - prima ancora che ella entrasse nel Quartetto; bisognò aspettare tre anni, e ciò poté avvenire allorché De Angelis, per mettersi a fare l'imprenditore, abbandonò il gruppo.
Visse - sola - fino dalla morte del suo amato Virgilio, (gli altri compagni di avventura e di vita li avevano lasciati andandosene uno alla volta, e da allora Virgilio e Cia non avevano più calcato i palcoscenici e frequentato gli studi radio-televisivi.)
Lucia aveva vissuto una vita stupenda, facendo il mestiere che amava più di ogni altra cosa, vicina ad amici e compagni eccezionali per bontà, per simpatia, per altruismo; aveva raggiunto la bella età di novantadue anni.
Ritiratasi dalle scene, essendo rimasta sola, dopo la dipartita di suo marito, pure se con la sua voce dolcissima da solista, come solista appariva talvolta nelle interpretazioni del complesso, poteva benissimo continuare a conquistare successi e applausi; del resto era amatissima dal pubblico radiofonico televisivo e teatrale.
Non starò qui a elencare le più belle canzoni del loro repertorio, porte al pubblico con garbo sempre, con ironia talvolta, e quindi anche di Lucia, in alcune delle quali era una sofisticata e bravissima solista, ché sarebbe inutile e tedioso. Ma le mamme di oggi ai loro bambini comprano ancora i cd che contengono anche la canzone nella vecchia fattoria, dove la voce della cantante era contornata dal coro, sempre sommesso eppure essenziale, dei suoi compagni di volo.
E quando i miei nipotini inseriscono talvolta il cd della canzoni per bambini nel mio apparecchio, mi girano intorno cantando insieme a Lucia Mannucci nella vecchia fattoria.. ia.. ia... aaaaaaaaa... eppoi tutti insieme

c'era il gatto... miao miao
c'era il cane... bau bau
nella vecchia fattoria i
a.. ia.. aaaaaa...

Come ho avuto modo di dire, era una dolce signora, sorridente, briosa, musicalmente preparatissima e sempre disponibile.
Era un complesso, Il Quartetto, ben amalgamato, con voci così compatibili e affiatate che la canzone che eseguivano sembrava quasi cantata da una sola voce; sulla quale emergeva - a dare un senso di grazia e di armonia - quella di Lucia. Furono sempre uniti, per più di quarant'anni.
Quante, quante canzoni non abbiamo cantato insieme a loro! La gran parte era anche opera loro, infatti erano state scritte da Virgilio Savona e da Tata Giacobetti; canzoncine allegre, eseguite con un fare sempre elegante.
Lucia spiccava tra quei tre mattacchioni come una vera dama, faceva, quando toccava a lei, un leggero passo avanti e - talvolta - mentre cantava sceneggiava la storia che essi raccontavano volando sulle note musicali, e dolcemente accennava brevi mosse come di danza. Oppure recitava, immedesimandosi in scene d'altri tempi, come quando narrava di quella storia nata in un vecchio palco della scala, scritta per loro da Pietro Garinei, Sandro Giovannini e musicata da quel grande fisarmonicista e direttore d'orchestra che fu il maestro Gorni Kramer.

In un vecchio palco della Scala,
nel gennaio del novantatre,
spettacolo di gala,
signore in decoltée,
discese da un romantico coupée.

Quanta e quanta gente nella sala,
c'e tutta Milano in gran soiree
per ascoltar Tamagno,
la Bellincion
i, Stagno,
in un vecchio palco della Scala

Dopo che Tata Giacobetti, nel 1988, li lasciò soli e sconsolati, Lucia, Virgilio e Felice capirono che non era il caso di continuare, come qualche altro complesso ha fatto sostituendo l'elemento perso per strada, o con un numero ridotto di persone. Decisero di chiudere un'avventura musicale che ha dell'incredibile. Lo dichiararò la stessa Lucia, quando per l'ennesima volta un impresario chiese ai due coniugi della canzone di tornare sulle scene. Si era intorno all'anno duemila, e Lucia disse: abbiamo chiuso, carissimo (aveva conosciuto tutti i più grandi impresari di spettacolo, e adesso conosceva quelli della sua età ancora viventi, e i nuovi), cerca di capire... non c'è più Tata... non c'è più Felice... e noi due poverini, che possiamo ancora dare...
Passava il suo tempo, ora che era rimasta sola, orfana anche di Virgilio, davanti alla televisione: solo buoni film, magari quelli di una volta, i classici, per intenderci, e basta; del resto aveva una cattiva opinione dei cosiddetti varietà, lei che ne aveva recitati e cantati tanti insieme ai suoi compagni di lavoro; quelli di oggi non potevano stare al passo con quelli del loro tempo...
A Sanremo una volta parteciparono con quella stupenda canzone che presentarono insieme con la loro amica Vittoria Mongardi, canzone scritta da quel grande autore della musica leggera italiana che rispondeva al nome di Mario Panseri; che ha al suo attivo una cinquantina di grandi grandissimi successi (grazie dei fior, io tu e le rose, nessuno mi può giudicare, casetta in canadà, papaveri e papere, come prima).
Era l'anno 1954, la canzone raccontava la storia della bella gigogin, che morì annegata; per il dolore si uccise anche il fidanzato. Faceva così, forse la ricorderete, almeno la ricorderanno quelli della mia età:

Nelle sere fredde e scure
presso il fuoco del camino,
quante storie, quante fiabe
raccontava il mio nonnino.

La più bella ch'io ricordo
è la storia di un amore,
di un amore appassionato
che felice non finì.

Ed il cuore di un poeta
a tal punto intenerì
che la storia di quei tempi
mise in musica così:

Aveva un bavero color zafferano
e la marsina color ciclamino,
veniva a piedi da Lodi a Milano
per incontrare la bella Gigogin.

Passeggiando per la via
le cantava "Mio dolce amor,
Gigogin speranza mia
coi tuoi baci mi rubi il cuor."

(Parlato)
E la storia continua:
Lui fu mandato soldatino in Piemonte
ed ogni mattina le inviava un fiore
sull'acqua di una roggia
che passava per Milano.
Finché un giorno:

Lui, saputo che il ritorno
finalmente era vicino,
sopra l'acqua un fior d'arancio
depone
va un bel mattino.

Lei, vedendo e indovinando
la ragione di quel fiore,
per raccoglierlo si spinse
tanto tanto che cascò.

Sopra l'acqua, con quel fiore,
verso il mare se ne andò,
e anche lui, per il dolore,
dal Piemonte non to
rnò.

Aveva un bavero color zafferano
e la marsina color ciclamino,
veniva a piedi da Lodi a Milano
per incontrare la bella Gigogin.

Lei lo attese nella via
fra le stelle stringendo un fior
e in un sogno d
i poesia
si trovarono uniti ancor.

Ho voluto riportarlo per intero il testo della canzone, perché, grazie all'interpretazione di Lucia Mannucci e dei suoi compagni del Quartetto Cetra, la storia disgraziata di questi due innamorati divenne un piccolo grande capolavoro; la canzone conquistò l'animo di tutti gli ascoltatori della radio e i telespettatori, ogni volta che il gruppo si presentava sulla scena interpreti o ospiti di programmi televisivi.

I due coniugi Lucia e Virginio - ma questa è solo una notizia di cronaca - alla rispettabile età di ottantasette anni, incisero il loro ultimo disco dal titolo Capricci.
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marcello de santis

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Canta Napoli

1 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Canta Napoli

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Gegé di Giacomo, (Napoli 1918- Napoli 2005) Aveva 87 anni quando se n'è andato, era l'aprile del 2005; Gegè era tornato a Napoli, dove era suo desiderio finire la sua vita.
Chissà se prima di morire abbia voluto dare una ripassata di spazzole sui magici piatti della sua magica batteria... e magari, perché no, ripetere al ritmo di esse, magari con il filo di voce che gli era rimasta, un sshhhh... canta napoli... come aveva fatto mille volte nel corso delle sue serate musicali, seduto al suo strumento che dominava come pochi al mondo. Se si esclude il grande Gene Krupa, che suonò con l'orchestra del mitico Benny Goodman, e, guarda caso, era un virtuoso proprio come lui; e come lui era uno dei pochissimi, anzi rarissimi, giocolieri della batteria.
Prima di Gene Krupa, narra la storia della musica, non esistevano o quasi gli "assolo" di batteria, o quanto meno erano rarissimi, anche perché lo strumento all'interno di una band o di una orchestra era considerato di secondaria importanza. Lui fu il primo ad esibirsi da solo facendo impazzire i suoi fans.
Noi ricordiamo Gegè come batterista del complesso di Renato Carosone, ma pochi sanno che,prima che col grande Renato, Gegè ha suonato per anni con altre orchestre dirette da illustri maestri, basti ricordare, tra gli altri, i maestri Gino Conte e Nello Segurini; erano gli anni della seconda guerra mondiale, e Gegè era un giovanotto pieno di idee e di belle speranze di circa 25 anni. Fu solo verso la fine del 1949 che Gegè incontra Renato Carosone; i due erano coetanei, Renato era un pianista di valore, con alle spalle già una quindicina di anni di esperienza di pianoforte, e aveva appena due anni di più; intendersi fu facile. Renato avrebbe valorizzato la sua grande personalità, e lo avrebbe condotto per mano alla fama, e come batterista e come cantante. Carosone, infatti, che cercava musicisti e strumentisti per mettere su un complesso musicale, conosce e ingaggia all'occasione un chitarrista di talento, olandese di nascita, il suo nome è Peter Van Wood.
Van Wood è un chitarrista giovanissimo, è un ragazzo dal sorriso accattivante che si presenta subito mettendo sul tavolo tutta la sua arte: fa sentire a Renato le sue variazioni e i suoi equilibrismi, trattando le corde del suo magico strumento, sa fare l'eco e il riverbero, e mostra il suo curriculum che non è niente male: ci sono in prima pagina i suoi concerti all'Olimpia di Parigi (1947) e alla Carnegie Hall di New York (1948). Resta con Carosone fino alla fine del '54 quando lo lascia per formare un quartetto di cui sarà direttore e primo attore. E si dedica quasi esclusivamente a suonare nei night club più importanti d'Europa.
Tanti i suoi successi, canzoni di cui scrisse musica e parole: Tre numeri al lotto, Mia cara Carolina, e poi quel motivetto che in brevissimo tempo vola sulle ali del successo; parliamo di Butta la chiave, dove il chitarrista-cantante, ormai italiano e napoletano d'adozione, presenta un dialogo tra il cantante (lui) e la sua chitarra (che con riverberi particolari sembra parlare e rispondere all'innamorato che canta).

Gelsomina... Apri il portone... va bene, butta la chiave allora...
Butta la chiave, butta la chiave,
cara piccina, lasciami entrare, butta la chiave del porton.
Mamma che freddo, freddo da cani,
fammi salire, non si può stare tutta la notte sul porton.
Se il tuo perdon questa sera avrò,
mai più, mai p
iù ritarderò.

Poi lascia definitivamente la musica per l'astrologia, di cui è uno studioso altrettanto appassionato, pur continuando a suonare per sé e per gli amici e ad incidere dischi, muore a Roma nel 2010, alla venerabile età di 83 anni, dopo aver sofferto a lungo per un brutto male..
Ma torniamo a Gegé: a Carosone serviva un terzo elemento, e lo trovò appunto in Gegè, e con questi due compagni di viaggio, Peter e Gegè, mette su il primo complesso della sua carriera, che chiama Trio Carosone, riesumando il nome che ha già utilizzato nei primi anni della sua avventura musicale. Il Trio Carosone infatti ha una storia antica, e non tutti la conoscono.
Il primo complesso era formato da tre persone, dallo stesso Renato, che aveva si è no sedici anni, e chiamò a collaborare con sé il fratello Ottavio e la sorella Olga.
Poi avvenne questo: Carosone, appena diciassettenne, dopo anni di studio al pianoforte, viene invitato a recarsi in Africa dal titolare di una compagnia di artisti di vario genere, che cercava un pianista, appunto, perché suonasse lo strumento e facesse anche da direttore della piccola orchestrina che la compagnia si portava appresso. E alla fine di quella imprevista (per il nostro artista) tournée, la compagnia rientra in Italia, ma Renato decide di restare laggiù perché nel frattempo ha ricevuto una richiesta di far parte di un complesso jazz ad Addis Abeba.
Accetta immediatamente, tutto è buono per accumulare esperienza (e un poco di denaro, che non fa mai male) e lui non si tira indietro; da questo momento le scritture si susseguono, il suo nome comincia a fare cartello e viene corteggiato e ricercato da vari impresari.
Torna a Napoli alla fine della guerra, siamo nel 1946, con esperienza da vendere e con tante idee nella testa, che bolle come le viscere del Vesuvio. Intanto si è sposato con Lita che gli darà un figlio, Pino. Il padre di Renato è un impresario che lavora per il Teatro Mercadante di Napoli, e lo vorrebbe là, nella sua città, magari proprio al Mercadante, ma Carosone non se la sente; parte per Roma, dove ottiene successi come solista col suo strumento fatato. Già affermato, torna a Napoli per la seconda volta, e stavolta la cosa è definitiva.
Qualcuno che lo ha sentito suonare e cantare, e lo conosce per la fama che comincia a circolare anche nella città del Vesuvio, un signore che ha intenzione di aprire un nuovo night club a Napoli, gli chiede di formare un complesso musicale. Siamo nell'anno 1949. Carosone ha 29 anni.
Renato, perché non metti su un complessino?
E Renato non se lo fa ripetere due volte. E comincia a pensarci su seriamente. Intanto già conosce Van Wood, che ha 22 anni. Gli viene in aiuto lo stesso signore che lo assume per questa nuova avventura, segnalandogli Gegè di Giacomo, un simpatico ragazzo che si presenta dietro dei grossi occhiali da vista che gli calano costantemente sul naso, e che lui si tira su con l'indice della mano. E senza batteria.
Immagino che in quell'incontro tra i due, presente l'amico Peter, si sia svolto un dialogo press'a poco così:

E tu chi si'?
J' songo Gegè.
Ebbe' che vuò?
Ma comme, j' sono 'a batteria.
E addo' sta 'o strumento?
' o str
umento? ... mmhhh...

Renato è perplesso e Gegè lo nota, non si scompone più di tanto; servendosi di una sedia, un cabaret che prende da sopra un tavolo, e due o tre bicchieri diversi tra di loro, di un fischietto tirato fuori dalla tasca alla maniera di un giocoliere, cerca e trova due pezzi di legno e improvvisa una batteria
Eccolo lo strumento, Rena', stamm' a senti'...
E comincia a fare il suo pezzo che lascia esterrefatti ed estasiati sia Renato Carosone che Peter Van Wood.
Il Trio Carosone è nato.
Renato e i suoi due amici raggiungono un successo enorme in brevissimo tempo, lui è già conosciuto come solista al pianoforte, ma adesso, con questo trio fantastico, viene richiesto da i night club di Napoli, di Roma, e di tutta Italia, e in breve comincia a girare il mondo.
La radio e i dischi contribuiscono al successo, presto viene la televisione, e il trio Carosone è richiestissimo; molte le apparizioni, poi sostituite dal quartetto e quindi dal quintetto e, infine, complesso definitivo, dal sestetto, che prenderà il nome di "Renato Carosone e il suo complesso".
La fama aumentava ad ogni performance e ad ogni apparizione sul mercato dei dischi; anche perché alle canzoni celebri napoletane, che riproponeva ed interpretava con arrangiamenti particolari da lui stesso studiati, cominciò ad aggiungere canzoni nuove, sempre in napoletano, ma con una verve e con un piglio tutto particolare, affidandone alcune alla voce sbarazzina di quel grande personaggio che sedeva alla batteria, sempre con quegli occhialoni calati sul naso, che si tirava su con l'indice della mano destra, Gegè Di Giacomo.
Renato componeva la musica delle canzoni, e le parole le scriveva quel grande paroliere napoletano che risponde al nome di Nisa, al secolo Nicola Salerno, che aveva nella testa e davanti agli occhi la voce e le movenze del batterista, il quale inventò l'idea fantastica di iniziarle con quel

sssshhhhhh... canta napoli, napoli...

Il successo strepitoso di quel ... canta napoli... nacque per caso.
Il complesso di Renato Carosone si esibiva al Caprice di Milano; era l'anno 1954; e la storia dice anche il giorno: la del 13 maggio; gli strumentisti stavano suonando l'introduzione alla canzone la pansé (Nisa-Carosone) quando Gegè se ne uscì con un inaspettato ... canta napoli... napoli in fiore... e poi attaccò al momento opportuno a cantare.
Da quel momento ad ogni canzone da lui eseguita, Gegè introduceva la sua esibizione con
.. ssssshhhhh... canta napoli...

canta napoli... napoli a sospiro... ('o suspiro)
canta napoli... napoli in fiore... (la pansè)
canta napoli... napoli in farmacia... (pigliate 'na pastiglia)
canta napoli... napoli matrimoniale... (t'è piaciuta)
canta napoli... napoli petroliera... (caravan
petrol)

a stigmatizzare la Napoli che scaturiva dai testi delle canzoni.

Quando Peter Van Wood lascia il complesso, Carosone ha necessità di rivedere le cose; il trio infatti non esiste più; ecco allora che mette su un quartetto, che poi si trasforma in quintetto, fino ad assestarsi definitivamente in sestetto: pianoforte, batteria, chitarra, sassofono, clarino, contrabbasso.
I successi si susseguono ai successi, da maruzzella (1955, Enzo Bonagura parole, e Carosone musica) a 'o sarracino (1958, testo Nisa), da torero (1958, Nisa) a tu vuo' fa' l'americano (1958, Nisa) ) a caravan petrol (1959, Nisa), per ricordarne solo alcuni, e applausi a scena aperta quando esegue per la prima volta Pianofortissimo, che Renato aveva composto per eseguire da solista.


Caravan petrol!... Caravan petrol!... Caravan...
M'aggio affittato nu camello,
m'aggio accattato nu turbante,
nu turbante â Rinascente,
cu 'o pennacchio russo e blu...
Cu 'o fiasco 'mmano e 'o tammurriello,
cerco 'o ppetrolio americano,
mentre abballano 'e
beduine
mentre cantano 'e ttribbù...

Comme si' bello
a cavallo a stu camello,
cu 'o binocolo a tracolla,
cu 'o turbante e 'o narghilè...
Gué, si' curiuso
mentre scave stu pertuso...
scordatello, nun è cosa:
Ccá, 'o ppetrolio, nun ce sta...
Alláh
! Alláh! Alláh!
Ma chi t''ha ffatto fá? ...

Renato Carosone decide di ritirarsi dalla scena, è il settembre del 1960, e lo fa in diretta Tv, ha appena quarant'anni. Posso dire, io c'ero, davanti al teleschermo, avevo finito il liceo e frequentavo i primi anni dell'Università a Roma, iscritto alla facoltà di giurisprudenza; e fui sorpreso non poco dell'annuncio:

"preferisco ritirarmi ora sulla cresta dell'onda, che dopo, assalito dal dubbio che la moda jè-jè e le nuove armate in blue jeans possano spezzare via tutto questo patrimonio accumulato in tanti anni di lavoro e di ansie".

Stavano uscendo i famosi urlatori (Tony Dallara e company) e avanzavano quattro giovani inglesi che avrebbero occupato la scena internazionale a lungo, The Beatles.
Fu così che Gegè rimase solo; in dubbio se continuare o lasciare anche lui.
Decide per la prima soluzione; e da solo partecipa al Festival della Canzone Napoletana l'anno appresso, interpretò due canzoni, ma senza successo. Cosa che si ripeté nel 1962.
Nonostante tutto, mise su un complesso, Mister CantaNapoli e il suo complesso; al Teatro Massimo di Milano Gegè dette uno spettacolo indimenticabile, suonò la batteria con le mani, i gomiti, le braccia, sedendocisi sopra, e poi - riprese le sue bacchette - prese a batterle su ogni cosa gli capitasse a tiro, muovendosi sul palcoscenico, le chitarre, il pavimento, sul contrabbasso facendo con questo ingombrante strumento un vero e proprio dialogo musicale. Tra le altre canzoni, quella sera, cantò O pellirossa, una canzone scritta per lui dall'amico Renato, quasi un omaggio al suo vecchio capitano, che faceva così

Tumba Catumba Tumba CatumbaUè! Uè!
So' Catumbo o pellirossa
'o cchiù bello d''a tribù.
io me faccio nu tatuaggio
col rossetto di mammà!
So Catumbo o pellirossa,
tengo a lancia e a pippa 'e gesso.
Cca nisciuno me fa fesso!
Songo 'o meglio d' 'a tribù!
Chi me chiamma: Freccia nera
Chi me chiamma: Penna gialla
Uh! Ma ll'anema d' 'a palla!
Nun
capisco niente cchiù!

Ma i bei giorni erano ormai andati. Chiuse così anche lui.
Renato riapparve quindici anni dopo, e vicino a lui anche Gegè, ma per un breve flash; riapparve vicino all'amico di sempre Renato, che voleva rientrare nel mondo dello spettacolo. Gegè viveva ormai stabilmente a Milano. Ritornò nella sua città, perché malato, negli anni novanta (era stato per una quarantina d'anni a Milano), e per l'occasione, Carosone, che lo sapeva gravemente malato, gli scrisse - dedicandogliela - una canzone: Addo sta Gegè. Che non fece in tempo ad incidere; Renato Carosone, infatti, per una strana sorte, morì quattro anni prima di Gegè, nel maggio del 2001.
I funerali, a causa delle sue gravi condizioni di salute, non videro presente Gegè; che due anni dopo fu costretto su una carrozzina; fino alla fine. La Regione Campania nel 2003 consegnò, al nipote del grande Salvatore di Giacomo, in una cerimonia svoltasi nella casa del cantante a Poggioreale, il premio Carosone.
Due anni dopo, nel 2005 Gegé ci lasciò per sempre insieme alle sue canzoni scenette.



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