Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Post con #musica tag

Alessandro Ticozzi, "L'inviato dalla rete" volume 1 e 2

30 Dicembre 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema, #musica

Alessandro Ticozzi, "L'inviato dalla rete" volume 1 e 2Alessandro Ticozzi, "L'inviato dalla rete" volume 1 e 2

 

 

Alessandro Ticozzi

L’inviato dalla rete volume 1 e 2

Sensoinverso (2013 – 2015)

 

Alessandro Ticozzi è un esperto di cinema, saggista sintetico e poliedrico ma anche abile intervistatore, che di tanto in tanto raccoglie il frutto del suo lavoro in agili compendi pubblicati da Sensoinverso Edizioni. L'inviato nella rete è il suo progetto più ambizioso, per adesso pensato in due volumi, ma siamo convinti che presto ne arriverà un terzo. Nel primo tomo (2013) l'attenzione è dedicata soprattutto ai protagonisti del cinema, di tanto in tanto divagando in musica, con prefazione di Enrico Vaime e capitoletti riservati a Leonardo Celi, Andrea Pergolari, Mario Brenta, Jerry Calà - un pezzo straordinario che forse per la prima volta indaga sociologicamente il lavoro da regista -, Gian Piero Brunetta, Nino Manfredi, Donatella Baglivo, Mario Monicelli, Dino Risi, Mina e Battisti, Alberto Lattuada (regista che l'autore ha trattato in un'ottima e forse troppo rapida monografia), Enrico Maria Salerno (un lavoro specifico Ticozzi l'ha dedicato anche al grande attore - regista), Luigi Zampa, Giorgio Gaber, Vittorio Caprioli, Massimo Munaro (teatro), Gabriele Ferzetti, Tinto Brass (in questo caso sono io che ho dedicato un intero volume al più originale regista erotico italiano), Paolo Pietrangeli che ci parla del padre, Paolo Poli (forse una delle ultime interviste), Luigi Comencini, Adriana Asti, Arnoldo Foà, Carlo Lizzani (un grande del 900), Paola Gassman, Renato Pozzetto, Nani Loy, Rodolfo Sonego, Ugo Tognazzi, Luigi Magni, Ettore Scola, Enrico Vanzina, Mauro Bolognini, Pasquale Festa Campanile, Sergio Corbucci (raccontato dalla moglie Nori), Francesco Rosi, Vittorio De Sica (visto da Manul, il figlio musicista), Antonello Falqui (padre del varietà televisivo), Elio Petri, Roberto Rossellini (narrato da Renzo), Bud Spencer, Milo Manara (divagando sul fumetto che tanto ricorda il cinema), Folco Quilici, Fassbinder, Giuliano Montaldo, Massimo Bertarelli (e la critica), Ugo Gregoretti, Raf  Vallone (visto da Arabella).

Nel secondo volume (2015) troviamo un'altra messe di informazioni e di interviste che l'appassionato non può lasciarsi sfuggire. Molta musica questa volta, preponderante rispetto al cinema, al punto di realizzare – per interviste – una piccola storia della canzone d’autore italiana. Pino Strabioli introduce una raccolta di brevi saggi e colloqui che vedono protagonisti Raimondo Vianello, Corrado, Costanzo, Maselli, Zurlini (raccontato dal figlio), Damiano Damiani (ricordato dalla figlia), Germi, Emmer, Age & Scarpelli, Pontecorvo, De Santis, Monicelli, Vancini, Risi, Germi, Zurlini, Garinei, Maselli ... Un capitolo è riservato alla passione della mia vita, quel Roberto Vecchioni che attraversa con le sue liriche anche il mio ultimo romanzo (Sogni e altiforni). Un altro capitolo è per il grande Enzo Jannacci, cantautore originale e geniale che ha percorso la mia adolescenza illuminandola con i suoi sorrisi amari. E poi si prosegue in musica: Vanoni, Conte, Paoli, Lauzi, Tenco, Zucchero, Modugno, Battiato, Venditti (e la sua decadenza), Morandi, Dalla, De Andrè (visto da Dori Ghezzi), Branduardi, Daniele, Baglioni, De Gregori, Guccini, Nannini, Mogol, Martini, Ligabue, Fossati, Milva, Bennato, Celentano, Rossi e Consoli. Non poteva mancare un omaggio sentito a Sergio Leone, padre del western all’italiana, e un racconto appassionato sull’immenso Dario Fo, visto da Mario Pirovano, scritto per Le reti di Dedalus. In alcuni casi sono i protagonisti diretti a parlare, in altri sono figli, amici, critici, conoscenti stretti e collaboratori. L'autore non esprime giudizi, concede la parola e si lascia andare al gusto del reportage affabulatorio. Due lavori interessanti che contengono anni di lavoro svolto da Ticozzi per media telematici come Le Reti di Dedalus, News Candiani, Quarto Potere, Radiophonica e Spettacoli News. Consigliato per lettura e consultazione, utile in ogni biblioteca di cinema, musica e spettacolo.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

Mostra altro

Coniunctio Oppositorum nel concerto per pianoforte e orchestra “L’imperatore”

26 Dicembre 2018 , Scritto da Guido Mina Di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #saggi, #musica

 

 

 

Di Guido Mina Di Sospiro, originalmente pubblicato su New English Review sotto il titolo di Coniunctio Oppositorum in Beethoven's Emperor Concerto; tradotto da Patrizia Poli.

 

[Dal 1833 al 1838 il compositore francese Hector Berlioz scrisse un insieme di saggi che complessivamente venne conosciuto come Étude critique des symphonies de Beethoven, diventando così il più grande sostenitore di Beethoven in Francia. Mentre le intuizioni musicologiche sono degne di nota, lo stile è così carico e appassionato che, per la nostra sensibilità contemporanea, appare eccessivo. Essendo io ugualmente entusiasta del concerto l’Imperatore di Beethoven, ho pensato di scrivere un pezzo nello stile di Berlioz. Sebbene un approccio del genere possa puzzare di postmodernismo, la mia passione è sincera. Preparatevi pertanto a leggere qualcosa che scaturisce direttamente dall’epoca romantica.]

 

I musicologi sostengono che, nella storia della musica classica, la sinfonia e la sonata sono le più ambiziose forme di composizione. In effetti, il concerto per uno o più strumenti e orchestra è inevitabilmente più teatrale, promuovendo spesso, piuttosto che la musica in sé, un vacuo virtuosismo. Ma il concerto l’Imperatore di Beethoven per piano e orchestra eleva la generalmente ovvia contrapposizione tra solista e orchestra a una compiuta integrazione di animus e anima, sole e luna, i due elementi opposti dell’universo, in un trionfalmente riuscito esempio di coniunctio oppositorum (da non confondersi con il non-dualismo di filosofi pedanti).

Quanto segue dovrebbe incoraggiare i lettori a tornare alla fonte, cioè, al concerto stesso, che sia la prima volta che lo ascoltano o l’ennesima.

Il Concerto per pianoforte n° 5 in mi bemolle maggiore opera 73 l’Imperatore è il prototipo della perfezione concertistica. L’orchestra è la donna; il piano, l’uomo; la loro musica insieme, fare l’amore.

D’altra parte, che cosa significa “concerto”? Dal fiorentino antico, accordo, armonia, probabilmente dal tardo Latino concertus, participio passato di con-cernere, mescolarsi. I successivi tentativi di compositori meno dotati non reggono il confronto; alcuni sono di fatto risibili, specialmente il primo di Tchaikovsky, avventuroso ma istrionico e vuoto. Lo strumento solista che lotta contro l’orchestra; l’orchestra che cerca di sommergere il solista in caotici fortissimi. Maschio e femmina, in lite l’un con l’altro, che si azzuffano in pubblico!

Per ritornare all’Imperatore:

 

I. Allegro

Il primo movimento è ciò che gli smidollati uomini a venire – modernisti, esistenzialisti – non avrebbero mai potuto concepire, men che meno comporre. L’orchestra introduce il pianoforte improvvisamente: un sonoro, fortissimo tutti, solo pochi secondi e poi – à toi, mon amour, lei, l’orchestra, sembra sottointendere. E il piano la compiace con fantastici arpeggi e scale, riversandosi scintillante in un abbagliante, cadenzato, sfoggio di virtuosismo, ma non fine a se stesso. Lui, il piano, sta facendo tutto ciò per la sua amata, l’orchestra. Nella speranza di fare una buona impressione, non c’è niente di meglio che l’esuberanza. I fortissimi accentuanti dell’orchestra sembrano confermare che tale esuberanza è gradita. Poi, finiscono i fuochi d’artificio e i due si mettono all’opera.

Innegabilmente colpita dal suo corteggiamento, e dal grado di preparazione che ha evidentemente  comportato, lei accetta le sue ouvertures. Il tema è introdotto. E poi, che cos’è? È amore allo stato puro.

L’orchestra stessa gli mostra che non intende ricevere passivamente le sue attenzioni. La sua ispirazione e la sua abilità sono pari alle sue. Ed è ugualmente agile, cosa straordinaria, visto che conta cinquanta o più strumenti. Così è lei che prende il comando, e il piano si zittisce, rispettoso e ammirato mentre, senza che nessuno l’ascolti, piange sommessamente.

È tempo di essere di nuovo uniti. Lui ascende alle altezze di lei con una scala vertiginosa, che si livella con un trillo prolungato. Il piano vorrebbe poter sostenere le note come un organo, ma appena una nota è formata, comincia a svanire. Il trillo è il suo espediente per sostenere le note indefinitamente. D’altronde nessuno meglio di lui sa come cesellare simmetricamente melodie celestiali dagli accordi trancianti dei suoi martelletti. Percussivo o meno, tutto ciò che sa fare è cantare.   

Poi il tema è suonato di nuovo, questa volta più gentilmente. Ma presto la passione monta ancora e riconquista i due. È un altro fortissimo, poi un piano, mentre il tempo continua a mutare – niente sembra in grado di fermare le loro emozioni e i loro virtuosismi. Suonano con abbandono, e tuttavia si trattengono, attenti a non oltrepassare i rispettivi confini, fin troppo consapevoli che, se ciò accadesse, ne risulterebbero rumore e tormento invece che musica e amore.

È una sfida, ma entrambi gli sfidanti rispettano le regole autoimposte. E le ampie modulazioni enarmoniche; lo schema tonale così rispettosamente rivoluzionario (tenendo il genio dentro la bottiglia, piegando ed estendendo le regole, ma in ultimo rispettandole, Beethoven risulta più potente che il suo contemporaneo Schubert, il quale, invece, avendo lasciato uscire il genio dalla bottiglia, modulava liberamente verso tonalità distanti); gli accordi martellati dagli strati più profondi della psiche del piano, pronti a balzare avanti, sconfinando in vero e proprio romanticismo. 

Ma qui il piano inverte la marcia impetuosa, e regredisce, sorprendentemente, al contrappunto. Non è ancora tempo di balzare avanti. L’orchestra ritorna perentoriamente o alla dominante o alla tonica, nel tentativo di non superare il limite, in modo che non si verifichi una rottura, ma un’estasi. Il piano entra ed esce di scena con scale cromatiche, mentre l’orchestra approva e continua a suonare. Persino la cadenza diventa ridondante - l’intero movimento è intriso di  virtuosismo, è virtuosismo. Per il bene dell’amore, questo e altro!

L’Allegro termina all’unisono, forte, fortissimo e poi piano, oscillando ampiamente in dinamica ed emozioni. “Ti ho mostrato tutti i miei fuochi d’artificio,” annuncia il piano, “non potremmo adesso fare l’amore carezzevolmente?”

L’orchestra dà il suo consenso con tre accordi conclusivi.

È tempo di riposare.

 

II. Adagio un poco mosso

 

Le parole più forti di un amante sono quelle sussurrate nell’orecchio dell’amata. È L’orchestra, i suoi archi – dovrei dire le sue mani? – che inizia a carezzare. Partecipano anche alcuni strumenti a fiato. Una breve sospensione... e il piano deve intervenire.

Dapprima esitantemente melodico, e tuttavia con la perfetta volizione di un dio, canta la sua melodia in modo celeste, che contrasto con il suo precedente esibizionismo! Non si tratta che di poche scale discendenti.

E noi,

       che pensiamo alla grazia come a qualcosa che

                                                                                       ascende

                                                                                                          rimaniamone, ora, sconcertati

                                                                                                                                                      sentendola

                                                                                                                                                                                     discendere

                             

Ma lui non può resistere alla tentazione di alcuni trilli.

“Molto bene, dunque,” dichiara l’orchestra, “ma non eccedere!”

Presto lui riprende la melodia, e lei lo accompagna con signorile delicatezza. Poi è lui ad accompagnare, e lei a cantare, il suo flauto sopra gli archi. Questi sono i modi degli amanti. Adagio, ma, un poco mosso…

Il piano annuncia un cambio di direzione, timidamente, due volte...

Poi,

 

III. Rondò: Allegro ma non troppo

 

È un’improvvisa esplosione!

I due intonano uno sfolgorantemente volteggiante rondò, che reitera le stesse emozioni ma in toni più vividi e in tempo più serrato. Uomo e donna pienamente inebriati dal loro valzer rapido e sincopato, sebbene mai fuori controllo, mai lasciandosi andare a un caos orgiastico. Al contrario, il loro abbandono è conscio e inconscio allo stesso tempo. Volteggiando, ruotando, piroettando, disegnando cerchi, orbitando – non è ciò che fanno i pianeti nella loro annuale ricerca di amore empireo?

Dalla velocità e dall’altezza inebriante dell’Allegro, il piano rallenta la sua corsa, e ingaggia un duo con, fra tutti gli strumenti, i timpani! È la naturale conclusione di così tanto dare e ricevere.

I due si baciano per l’ultima volta, nel modo in cui si baciano gli amanti dopo che la loro passione si è placata. È un momento di tale enormità sia musicale sia spirituale, Dio ne è partecipe. Se la storia dell’umanità terminasse su quelle note finali, non sarebbe del tutto inaccettabile.

Sfortunatamente, Beethoven concluse il concerto con un bang, una ricapitolazione finale. Uno stridente fortissimo sia di piano sia di orchestra segue quel momento di sublime divinità. Convenzioni del tempo. È quasi come se due amanti, dopo aver fatto l’amore, si chiedessero l’un l’altro: “Ti è piaciuto?” e urlassero le loro risposte ai quattro venti.

 
***
 
 
From 1833 to 1838 French composer Hector Berlioz wrote what cumulatively became known as A Critical Study of Beethoven's Nine Symphonies, thus becoming Beethoven's greatest champion in France. While the musicological insights are noteworthy, the style is so florid and passionate that, to our contemporary sensibilities, it comes off as over the top. As I am equally enthusiastic about Beethoven's Emperor concert, I thought I would write a piece about it in the style of Berlioz. Though such an approach may reek of post-modernism, my passion is sincere. Just prepare yourself to read something straight out of the Romantic Age.
 
Musicologists maintain that, in the history of classical music, the symphony and the sonata are the more ambitious form of composition. In effect, the concerto for one or more instruments and orchestra is inevitably more theatrical, often promoting, rather than music per se, vacuous virtuosity. But Beethoven’s “Emperor” concerto for piano and orchestra elevates the generally facile juxtaposition between soloist and orchestra to an accomplished integration of Animus and Anima, sun and moon, the two opposing elements of the universe in a triumphantly réussi instance of coniunctio oppositorum.
The following should encourage readers to go back to the source, i.e., the concerto itself, whether it be the first time they listen to it, or the umpteenth.
 
Beethoven’s Klavierkonzert No. 5 [Piano Concerto No. 5 in E flat major Op. 73 (“Emperor”)] is the prototype of concerting perfection. The orchestra being the woman; the piano, the man; their music together, lovemaking.
 
What does concert mean anyway? From Italian concerto, from Old Italian, agreement, harmony, possibly from Late Latin concertus, past participle of con-cernere, to mingle together. Later attempts of less gifted composers pale in comparison; some are actually laughable, especially Tchaikovsky’s first, swashbuckling but histrionic and hollow. The solo instrument struggling against the orchestra; the orchestra trying to drown the soloist in jumbled fortissimi.Male and female at odds with one another, brawling in public!
 
To return to the Emperor.
 
 
I. Allegro
 
The first movement is what enfeebled men to come—modernists, existentialists—could never have conceived of, let alone composed. The orchestra introduces the piano abruptly: a loud, fortissimo tutti, just a few seconds and then—à toi, mon amour, she, the orchestra, seems to imply. And the piano obliges her with fantastic arpeggi and scale-figures, cascading scintillatingly in a dazzling, cadenza-like display of virtuosity, but not end in itself. He, the piano, is doing this for his lover, the orchestra. Hoping to impress her, there is nothing like flamboyance to do so. Her punctuating fortissimi seem to confirm that he is pleasing her. Then, the fireworks are over and the two settle down to business.
 
Undeniably impressed by his courtship and by the degree of preparation that’s clearly gone into it, she accepts his overtures. The theme is introduced. And then, what is it? It is unadulterated love.
 
The orchestra herself shows him that she doesn’t intend to be a passive receiver of his attentions. Her inspiration and her prowess are equal to his. And even as nimble, which is amazing, for she numbers fifty instruments or more. So she takes the lead, and the piano keeps quiet, respectfully and admiringly while, unheard by anyone, he gently weeps.
 
It is time to be united again. He ascends to her heights by ways of a vertiginous scale, which levels off with a sustained trill. He wishes he could sustain notes like an organ, but as soon as a note is struck, it starts waning. A trill is his expedient to sustain his notes indefinitely. But then no one better than he knows how to chisel symmetrically heavenly melodies out of the chopping chords of his hammers. Percussive or not, all he can do is sing.
 
Then the theme is played again, more gently this time. But before long, passion builds up again, and re-conquers the two. It’s another fortissimo, then a piano, while the tempo keeps changing—nothing will stop their emotions and dexterity. They play with abandonment, and yet restraint, careful not to overstep their respective bounds, knowing only too well that if that should happen, noise and pain would result, rather than music and love.
 
It is a challenge, but both challengers respect the self-imposed rules. And the wide-ranging enharmonic modulations; the key-scheme so respectfully revolutionary (by keeping the genie inside the bottle, by bending and stretching the rules but ultimately respecting them, Beethoven was more powerful than his contemporary Schubert, who instead did let the genie out of the bottle, and would modulate freely to distant tonalities); the chords hammered out from the deepest layers of the piano’s psyche, ready to leap forward, into full-blown romanticism.
 
But here the piano reverts his impetuous march, and recedes, astonishingly, to counterpoint. It is not time to leap yet. The orchestra returns peremptorily to either the dominant or tonic, in a bid not take it all too far, lest breakage should ensue, not rapture. The piano enters and departs the scene with chromatic scales, while the orchestra approves and plays on. Even the cadenza becomes redundant—the whole movement is awash in virtuosity, it is virtuosity. For the sake of love, this and more!
 
The Allegro ends in unison, forte, fortissimo, and then piano, oscillating widely in dynamics and emotions. “I’ve shown you all my pyrotechnics,” the piano announces, “could we now make love caressingly?”
 
The orchestra gives consent with three conclusive chords.
 
It’s time to repose.
 
 
II. Adagio un poco mosso
 
A lover’s strongest words are the ones whispered in his lover’s ears. It is the orchestra, her strings—should I say her hands?—who begin the caressing. A few reeds participate too. A brief suspension . . . and the piano must intervene.
 
Hesitantly melodic at first, and yet with the perfect deliberation of a god, he sings his tune in a celeste-like manner, what a contrast with his former flamboyant self! It’s but a few descending scales.
 
And we, who think of grace as rising, let
 

us

            be

               disconcerted

              hearing it . . .

                       descend.

          

But he can’t resist the temptation of a few t(h)rills.

 
“Very well then,” declares the orchestra, “but do not exceed!”
 
Soon he resumes the melody, and she accompanies him with ladylike delicacy. Then it is he who accompanies, and she who sings, her flutes above her strings. Those are the ways of lovers. Adagio, but, un poco mosso . . .
 
The piano announces a change in direction, timidly, twice . . .
 
Then,
 
 
III. Rondò: Allegro ma non troppo
 
it’s a sudden explosion!
 
He and she intone an effulgently gyrating rondò, which reiterates the same emotion but in more vivid tones and faster tempo. Man and woman fully intoxicated by their syncopated, fast waltz, but never quite out of control, never trespassing into orgiastic chaos. On the contrary, their abandonment is conscious and unconscious at once. Gyrating, rotating, spinning, circling, orbiting—isn’t that what planets do in their annular pursuits of empyrean love?
 
From the dizzying speed and height of the Allegro, the piano slows down his race, and engages in a duo with the timpani, of all instruments! It’s the natural conclusion to so much giving and taking.
 
The two kiss for the last time, the way lovers kiss after their passion is placated. It is a moment of such musical as well as spiritual enormity, God partakes of it. If the history of mankind ended on those final notes, it wouldn’t be entirely unacceptable.
 
Lamentably, Beethoven finished the concerto with a bang, a final run-up. A clashing fortissimo of both piano and orchestra follows that moment of sublime divinity. Conventions of the time. It’s almost as if two lovers, after having made love, asked each other, “Did you like it?” and shouted their answer for the world to hear.

 

Mostra altro

Il laboratorio creativo della Casa della Poesia di Como

31 Ottobre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi, #fotografia, #musica, #vignette e illustrazioni, #poesia

 

 

 

 

 

La Casa della Poesia di Como è lieta di presentare il nuovo progetto delle Api dell’Invisibile: un ciclo di otto incontri pensati dai giovani e per i giovani, con lo scopo di condividere le proprie forme d’arte, di creare sul posto e di fare dell’arte uno strumento in grado di agire attivamente nel mondo.

 

Non lezioni frontali, ma riunioni di giovani e per i giovani: un vero e proprio laboratorio creativo. Gli incontri, distribuiti con cadenza mensile, a partire da sabato 17 novembre, sono pensati per ragazze e ragazzi tra i 15 e 30 anni, che abbiano la passione della scrittura poetica o in prosa, del disegno, della pittura, della musica o della fotografia.

 

Tanti i temi e tante le ispirazioni; portate la vostra penna, i vostri pennelli e i vostri strumenti, ma soprattutto portate la vostra testa: facciamo arte insieme!

 

Vi aspettiamo in tanti (tantissimi!) all’inaugurazione di questo nostro progetto, il 10 novembre 2018, alle ore 17, al Chiostrino Artificio (Piazzolo Terragni 4, 22100 Como) in sintonia con la mostra Di fronda in fronda dell’artista Gunza, le cui produzioni artistiche saranno affiancate da haiku e poesie.


 

17 NOVEMBRE 2018, sabato ore 17.00-19.00

Io oltre lo specchio

15 DICEMBRE 2018, sabato ore 17.00-19.00

Stanze di vita quotidiana

19 GENNAIO 2019, sabato ore 17.00-19.00

Cospiratori e poeti: poesia che fa politica

16 FEBBRAIO 2019, sabato ore 17.00-19.00

“Ti amo ma non te lo so dire” cit. Anonimo

16 MARZO 2019, sabato ore 17.00-19.00

Siamo tutti barbari: io e l’altro

 

20 APRILE 2019, sabato ore 17.00-19.00

Workshop Poetry Slam

11 MAGGIO 2019, ora e luogo da definirsi

Da Leopardi al Giappone: 3 versi per l’infinito.

Workshop di Haiku sulle rive del lago.

15 GIUGNO 2019, sabato ore 17.00-19.00

Sono solo canzonette - Psogos ed Eminem: rap e poesia.

​​

Contribuisci con la tua creatività, crea insieme a noi!
Location: Chiostrino Artificio, Piazzolo Terragni 4, 22100 Como

 

 

La partecipazione è libera, a tutti i giovani tra i 15 e i 30 anni che si interessano di arte, scrittura creativa in prosa o poetica, musica, disegno, dipinto e anche a tutti gli adulti che vogliono vedere i giovani in azione.

 

Un progetto dell’Associazione “La Casa della Poesia di Como“ e Le Api dell’Invisibile.

Responsabili del progetto: Martina Toppi e Carlotta Sinigaglia

 

Maggiori informazioni: 

lacasadellapoesiadicomo@gmail.com

martinatoppi43@gmail.com

segreteria.luminanda@gmail.com

Mostra altro

Arena del mare di Sapri… scenario unico di arte, musica e spettacolo

22 Agosto 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #moda, #musica, #eventi, #televisione


 

 

 

La storica arena, da sempre protagonista di grandi eventi, si impreziosisce dei colori della moda e si inebria sulle note della musica di grandi artisti della scena nazionale e internazionale. Ad aprire la serie di spettacoli ci sarà il grande concerto di Nino D’Angelo il 20 Agosto e, a seguire, il giorno dopo, sullo stesso palco il grande evento di moda sotto le stelle, dove sfileranno i capolavori di Alta Moda e di Abiti da Sposa del celebre stilista Mimmo Tuccillo, protagonista dei grandi eventi della Moda Italiana e stilista di famosi personaggi dello spettacolo e della televisione. Le sue illustri firme, abbellite da pregiati pizzi e ricercati cristalli, saranno accompagnate dal peculiare e grande lavoro dell’hairstylist “Nicola Mariani” e “Lineaemme” e dai gioielli di luce di “Luce di Pegaso”. Essi contribuiranno a creare delle opere d’arte che sfileranno in passerella sotto gli occhi di centinaia di persone. La serata sarà allietata dall’intervento di artisti dello spettacolo, tra cui l’ambasciatrice della musica napoletana nel mondo, la grande Anna Merolla e il famoso Giosuè Bernardo del gruppo “Nojazz”, e dalla presenza della dilettevole Maria Bolignano, regina del cabaret direttamente da Made in Sud. Esibizione di spicco sarà quella del giovane cantante italiano di bachata “Cosimo”, che, dopo la sua partecipazione canora ai mondiali in Russia, si fa portavoce nella sua terra della musica latina che gli ha permesso di conquistare il pubblico della bachata, e non solo, in giro per il mondo e, in tale occasione, presenterà il suo nuovo singolo Tormento
Ma le sorprese non finiscono qui, numerosi saranno gli ospiti che prenderanno parte all’evento e lo renderanno unico nel suo genere… però non sveliamo i particolari!

Mostra altro

Palla pallina

19 Agosto 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #musica, #televisione

 

 

Palla pallina su un piede sto

e mille salti con te farò

Il 1968 è un anno fatidico che ha significato molto per tanti: la contestazione studentesca, la liberazione sessuale, i vecchi definiti “matusa”, etc etc. Ma io avevo sette anni, ricordo solo il gioco “palla pallina” lanciato da Rita Pavone. Lo rammentate? Una piccola palla di plastica dura e un lungo cordino terminante in un cappio da infilare alla caviglia. Con un piede la si faceva roteare e con l’altro bisognava saltare la cordicella. Non era poi così facile mantenere il ritmo, ma ci ho provato per giorni e giorni nelle interminabili estati sulla terrazza che dava sui tetti. Canottiera e mutandine, ginocchia sudice e sbucciate, piedi feriti dal cemento dei bagni o da qualche spina di riccio, il tempo si dilatava come in un buco nero, le vacanze duravano dalla metà di giugno fino al primo di ottobre, la noia, sì, la benedetta e santa noia, oggi sconosciuta ai bambini, era capace di farmi giocare da sola i giochi di società, persino la dama, interpretando entrambe le parti senza barare, cercando di vincere contro me stessa. Annoiarsi era un valore, non una mancanza di stimoli. M’induceva a leggere, a trovare risorse in me stessa, a lavorare con la fantasia, a trasformare il niente in tutto, a diventare creativa.

Non pressate di stimoli continui i vostri figli, non giocate tutto il giorno con loro, non sballottateli qua e là come pacchi fra ludoteche, gonfiabili e compleanni, non intromettetevi nei loro trastulli, lasciateli essere bimbi fra bimbi, lasciateli frignare per la noia in una stanza o in un cortile, che gli fa bene!

Mostra altro

Mario Bonanno, "Guida ai cantautori italiani"

6 Luglio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #musica

 

 

 

 

 

Mario Bonanno
Guida ai cantautori italiani
Gli anni Settanta

Paginauno, 2018

- Pag. 140 - Euro 15

 

Mario Bonanno è un nome importante nel panorama della critica musicale italiana, profondo conoscitore del mondo dei cantautori che segue con passione e competenza sin dai tempi di una rivista trimestrale edita da Bastogi, della quale ogni appassionato sente la mancanza. Leggere un libro di Bonanno equivale a staccare un biglietto per un viaggio a ritroso nel tempo, percorri strade composte da struggenti madeleines musicali e cavalchi ricordi giovanili. Finisce che leggi il suo libro canticchiando - pure se sei stonato come una campana - e scende quasi una lacrima con Notte prima degli esami, non tanto per una ragazza di nome Claudia che viveva sulle sponde del Lago d’Orta, quanto perché eri giovane e facevi il commissario d’esame alla maturità. Per ogni capitolo un frammento di passato da sfogliare come un petalo di margherita: Venditti con Nietsche e Marx che si davano la mano - non erano due amici dai nomi strani, come pensava un mio vecchio compagno di scuola -, per non parlare di Dalla e dei cattivi pensieri finiti in fondo al mare. Canzoni e amori, passioni più o meno violente, politiche e sentimentali, mentre quasi ogni giorno da vent’anni a questa parte ascolti L’avvelenata di Guccini, così come Luci a San Siro di Roberto Vecchioni è il leitmotiv che ti ricorda l’ora di andare in ufficio. Lascia stare se con l’età tutto finisce per fare nostalgia, persino i Pooh e i Nuovi Angeli, Antoine e Nico Fidenco, passando per Nada e Nicola Di Bari, senza dimenticare i Ricchi e Poveri che straziarono un grande pezzo di José Feliciano che ormai conosci più in spagnolo che in italiano. Lascia stare che il tempo perduto alla fine mette tutto sullo stesso piano, pure se lo sai che Jannacci con Messico e nuvole non ha niente a che spartire con Nannini - Bennato e le Notti italiane inseguendo un gol. Sarà perché nel 1970 avevi dieci anni e tutto era ancora intero, tutto era ancora chi lo sa, sarà perché gli occhi del bambino vedevano il Messico lontanissimo e sognante, sarà perché andammo in finale contro il Brasile e quella canzone incarna un bolero di nostalgia. De André con i Vangeli apocrifi, gli inni dolenti alle puttane di via del Campo, a una dolcissima Marinella volata in cielo su una stella, la musica che non sarà più la stessa, dopo la mia cara piattola triste presa di mira dai mitici Squallor. Claudio Lolli e la sua Borghesia mi ricorda Marcello Baraghini e un festival resistente, pochi anni fa, in una stalla di Pitigliano, vicino al quartiere ebreo, a sentire il cantautore anarchico sputare veleno contro il potere. Paolo Conte e Un gelato al limone fa venire a mente Pisa, un concerto al teatro Verdi, lui che batte nervosamente tasti d’un pianoforte a coda con la testa nascosta tra note e pensieri, mentre percorre ritmi sudamericani; Battiato è la memoria d’un concerto a Piombino nei primi anni Settanta, in un cortile, quattro gatti a sentir cantare un ragazzotto siciliano. De Gregori è Rimmel, il mio primo trentatré giri comprato nel negozio di articoli musicali della mia città, dopo che avevo saccheggiato tutti i quarantacinque giri editi da Karim incisi da Fabrizio. Stefano Rosso è la poesia, le partite di calcio, gli spinelli mai fatti (per fortuna) e gli intervalli tra il primo e il secondo tempo allo Stadio Magona quando passavano sempre la domenica ho problemi grossi/ segna Giordano oppure Paolo Rossi. Per me in questa Guida ai cantautori degli anni Settanta soffia forte un vento di nostalgia, ricorda un biscotto inzuppato nel tè dal sapore antico, soffuso, amaro, ebbro di rimpianto. Bravo Bonanno che mi hai fatto venire a mente un sacco di cose, tu certo lo sai che la letteratura nasce dai ricordi, proprio come la buona musica, positivi o negativi non importa, restano sempre frammenti di passato.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Mostra altro

Grease, e sono passati quaranta anni.

20 Giugno 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cinema, #musica, #come eravamo

 

 

 

 

Correva l’anno 1978, era settembre e stavo in piedi in un cinema affollatissimo per vedere la prima di Grease. Sono passati esattamente quaranta – sì quaranta!- anni da allora ma ancora, quando occasionalmente rifanno il film in tv, non me lo perdo.

Grease, “brillantina”, per la regia di Randal Kleiser, tratto da un musical di successo, racconta la storia d’amore di Danny (John Travolta) e Sandy (Olivia Newton John), durante l’ultimo anno di scuola superiore alla Rydell.

Nessuno può dimenticare le canzoni, dal travolgente You’re the one that I want, alla romantica Hoplessly devoted to you, alla bella There are worse things I could do.

Chi dimentica la camminata ballerina di John Travolta, gli occhi azzurrissimi, la voce miagolata? Chi dimentica la trasformazione dell’ingenua Sandy in bomba sexy? Tutte noi, che allora avevamo diciassette anni, abbiamo sperato di trovare un duro dal cuore tenero come Danny e tramutarci da brutti anatroccoli in prorompenti pin up.

Ma il personaggio che spicca non è l’insipida Sandy, bensì Rizzo, l’amica smaliziata, capo delle Pink Ladies. Con quel viso mutevole ed espressivo, l’aria malandrina, gli occhi alla Elisabeth Taylor, Stockard Channing rimane impressa, ed è sua, a mio avviso, la canzone più bella,  quel “Ci sono cose peggiori che potrei fare.”

Il film è ambientato negli anni 50, fra pettini, brillantina e ciuffi alla Elvis. Può considerarsi il capostipite dei film “scolastici”, con tutta l’iconografia di balli di fine corso, macchine scoperte, drive in, band di adolescenti, radio della scuola, partite e cheerleader, che ha creato il mito giovanile americano, e fatto sognare, a noi studenti italiani ingessati, una scuola dove si passava il tempo a organizzare feste.

La mentalità, però, è quella degli anni 70, con la lotta per l’emancipazione femminile e la libertà sessuale. Tuttavia, se Sandy sembra apparentemente trasformarsi nel finale in ragazza moderna e determinata, quel “Rizzo, farò di te una donna onesta” rimette subito a posto le cose.   

Mostra altro

Maurizio Stefanini, Marco Zoppas "Da Omero al rock"

15 Giugno 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #musica

 

 

 

 

 

Maurizio Stefanini – Marco Zoppas
Da Omero al rock
Quando la letteratura incontra la canzone

Euro 18 – pag. 300 – Edizioni Il Palindromo, 2018 
www.ilpalindromo.itinfo@ilpalindomo.it

 

Conosco Maurizio Stefanini come esperto di problemi legati all’America Latina, abbiamo una Cuba in comune dei cui problemi politici mi vado sempre più disinteressando, ma lui fa bene a insistere perché è un lucido analista. So molto meno della sua passione per la storia della musica che in questo libro si palesa in modo concreto, anche per la presenza di Marco Zoppas, già autore di Ballando con Mr. D, testo che analizza la poesia in musica di Bob Dylan. Da Omero al rock è un saggio interessante e insolito, scritto con piglio giornalistico, perfetto per uno studio accademico ma per un uso conoscitivo di un fenomeno culturale di massa. Otto agili capitoli che vanno dall’inizio comune di letteratura e musica, passando per la Bibbia, i poeti da ballo, il melodramma, i trovatori, il rock e i fenomeni musicali contemporanei. Tutto parte dalla considerazione che l’assegnazione del premio Nobel a Bob Dylan significa che il rock è entrato nel salotto buono della letteratura e non resta che prenderne atto, invece di abbandonarci a sterili polemiche su cosa sia davvero poesia. Zoppas aveva previsto in anticipo nei suoi articoli tale consacrazione, così come entrambi gli autori si sforzano di far capire la portata storica di questo evento, dimostrando come anche in passato le parole venivano accompagnate da musica, pur restando poesia. Il fenomeno Leonard Cohen conferma la tesi, il nuovo James Joyce canadese prima di mettere in musica le sue parole ha scritto fior di raccolte poetiche, racconti e romanzi di sicuro pregio. Per restare all’Italia è difficile non definire poesia le canzoni di Vecchioni, Guccini, De André, De Gregori, Battiato, Gaber (Luporini), Rossi, che non si limitano a sterili rime amore - cuore ma affrontano con decisione tematiche esistenziali. Pensiamo anche a certi cantautori francesi, tradotti dai nostri migliori autori, come Georges Brassens o Léo Ferré (morto in Italia, nel Chianti), e ci diciamo che leggendo i loro testi è impossibile non pensare alla poesia. Importante per un critico letterario solo stabilire se un testo letterario può conservare vita automa senza la musica, ed è certo che spesso accade, pure se la musica resta un ideale completamento. Il saggio parte da lontano, con il conforto di Borges e Haley, avvicina la figura del cantastorie omerico e dello scrittore di ballate a quella del poeta puro, compiendo uno studio esegetico dei salmi biblici, pura lirica sacra, suggestiva e coinvolgente, un mix suadente di musica e parole. A tal proposito è fondamentale citare il De André de La buona novella, che crea canzoni intense composte dai versi di lunghe poesie - racconto (stile Pavese di Lavorare stanca) dai Vangeli Apocrifi. Molta musica rock contemporanea deborda suggestioni bibliche, così come ci sono stati poeti seriosi e impegnati una tantum scrittori di canzoni, basti pensare a un insolito Pasolini autore del romanesco Valzer della toppa, che in Mamma Roma viene interpretato da Anna Magnani. Gli esempi sono interminabili, ma molte ne potete leggere in questo eccellente testo, pieno di citazioni e rimandi, indice di una cura d’indagine encomiabile. Credo sia merito della cultura cubana di Stefanini l’aver inserito José Martí, il Mazzini cubano (bella definizione, anche se è stato un Mazzini combattente, ai limiti dell’incoscienza) nella trattazione, perché i suoi Versos Sencillos (che ho tradotto per intero) sono alla base di molto son cubano e soprattutto della famosa Guantanamera. Parlando di Cuba potremmo dire che molte sono le commistioni tra musica e parole, persino maggiori che in Europa e in America, che sono interessanti le opere poetiche di Nicolas Guillén (da me tradotte integralmente), da Songoro cosongo a La Canzone per il Che (portata al successo dal cantautore Pablo Milanés, tradotto in Italia da Sergio Endrigo, che ha messo in musica anche Martí). Ma non divaghiamo. Da Omero al rock è un libro che non può mancare a ogni appassionato di musica e di poesia, ai collezionisti di dischi dei cantautori italiani e delle rockstar americane, ai semplici curiosi di storia della musica e della letteratura. Leggetelo. Non ve ne pentirete.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Mostra altro

A GRANDE VOCE DELLE SIGLE ITALIANE PIU’ AMATE DEI CARTONI ANIMATI CRISTINA D’AVENA SPECIAL GUEST DELLA XXIII EDIZIONE DI ROMICS

13 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #televisione, #musica, #vignette e illustrazioni, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

 

La XXIII edizione di Romics vedrà tra i suoi protagonisti Cristina D'Avena, l’amatissima interprete delle sigle di cartoni animati che sono state colonna sonora per generazioni di bambini e ragazzi. La cantante si esibirà a Romics ripercorrendo i suoi successi più famosi. L’evento assume un valore speciale in occasione della presenza a Romics di Tsukasa Hojo, l’autore della celebre serie Occhi di gatto di cui Cristina ha interpretato la sigla italiana.

Nata a Bologna, Cristina esordisce all'età di 3 anni cantando Il valzer del moscerino che si aggiudica il terzo posto alla decima edizione dello Zecchino d'Oro. La sua carriera di cantante inizia quando, ancora adolescente, viene segnalata ad Alessandra Valeri Manera, responsabile della tv dei ragazzi della neonata Canale 5. Dopo essere stata sottoposta ad un provino discografico, Cristina firma un contratto di esclusiva e diviene così l'interprete della canzone Bambino Pinocchio. Da allora non ha mai smesso di incidere e, grazie alla quantità di sigle da lei registrate, è l'unico personaggio dello spettacolo la cui voce è presente sulla tv italiana ininterrottamente dai primi anni '80 almeno una volta al giorno, 7 giorni su 7, 365 giorni l'anno. Nel 1986 raggiunge una nuova popolarità interpretando il ruolo di Licia nella serie di telefilm per ragazzi "Love me Licia”, basata sul cartone animato giapponese Kiss me Licia. È così che quella che fino a quel momento era una voce amatissima dal pubblico diventa un volto famoso della tv.

Nel corso della sua lunga carriera Cristina D’Avena ha tenuto numerosi concerti, che hanno sempre ottenuto un enorme successo di pubblico. A seguirla non sono solo i bambini, amanti dei cartoni animati, ma anche gli adulti affollano da sempre le sue esibizioni live. Nel nuovo millennio la cantante ha continuato e continua a tenere concerti in tutta Italia, sia da sola che accompagnata dal gruppo dei Gem Boy.

All'attività musicale e discografica si aggiunge l'attività di conduttrice e co-conduttrice televisiva (nonché radiofonica) e nel 1998 debutta anche al cinema interpretando se stessa in una scena del film Cucciolo di Neri Parenti accanto a Massimo Boldi.

Nel 2012 D’Avena festeggia 30 anni di carriera. Le celebrazioni di questo importante traguardo si materializzano anche a livello discografico con la nascita di un grande intitolato 30 e poi..., composto da CD che raccolgono sigle originali dei cartoni animati più famosi degli anni '80, '90 e 2000; sigle inedite, una reinterpretazione del classico natalizio O Holy Night, un megamix dei suoi storici successi anni '80, una cover del brano L'anno che verrà di Lucio Dalla, un DVD, e un Libro Fotografico. Nell'estate 2014 nasce la sua personale etichetta discografica, la Crioma Music.

Nel 2016 partecipa in qualità di super ospite al 66° Festival di Sanremo; nel 2017 esce Duets, una raccolta di alcune delle più celebri sigle di cartoni animati reinterpretate da Cristina D’Avena insieme ad alcuni dei più importanti cantanti italiani tra cui Ermal Meta, Noemi, Giusy Ferreri e Loredana Bertè insieme alla quale interpreta il singolo di lancio e ormai sigla cult Occhi di gatto.

Cristina D’Avena sarà presente domenica 8 aprile alle ore 16.00 sul palco del Pala Romics Sala Grandi Eventi e Proiezioni.

 

Mostra altro

Mario Bonanno, "Ho sognato di vivere"

11 Gennaio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #musica

 

 

 

 

Ho sognato di vivere

Mario Bonanno

Variazioni sul tema del tempo in Roberto Vecchioni

Stampa Alternativa, 2017 - Grande Concerto

Pag.100 - Euro 14 - Carta patinata/ Foto a colori

 

Credo di aver letto quasi tutti i libri di Mario Bonanno, che seguo dai tempi in cui dirigeva una bella rivista musicale edita da Bastogi, dedicata alla musica italiana e soprattutto ai cantautori, ma non a musicisti stile Pino Daniele e Claudio Baglioni... solo a cantautori impegnati, i cui testi sono molto vicini alla poesia. Al tempo stesso, ascolto Roberto Vecchioni dal 1970, ho visto il mio primo concerto del professore, a Firenze, al teatro tenda di Lungarno Moro, nel 1985. Fu una cosa stupenda. Ricordo ancora quando prima di cantare Improvviso paese disse che quella canzone la conosceva soltanto lui e che la metteva in scaletta per pochi intimi. La mia ragazza del tempo mi prese per pazzo quando ripresi parola per parola, con le lacrime agli occhi, la musica del cantautore milanese e andai avanti con E’ vero Fulvio/ dimmi che è vero/ quante hai saputo/ prenderne in giro... . Ecco, tutto questo per avvisare che Ho sognato di vivere non è il solito librettino che vi racconta quattro fesserie su Vecchioni, un po' di pettegolezzi, le vicissitudini affettive legate alla singola canzone e l'esegesi della scrittura. No davvero. Questo libro di Bonanno è un saggio profondo e meditato sulla musica di Vecchioni, parte dell'idea che di poesia si tratta - aiutata dalla sonorità delle note - e come tale la spiega, ricorrendo alla filosofia di Bergson e alla letteratura di Borges, alla poesia di Rimbaud e Verlaine, abbandonandosi a meditazioni sul tema del tempo, della morte, della religione e della vita, analizzando parole e rime. Vecchioni è cultura postmoderna in tutti sensi, capace di parlare in una stessa canzone di Carl Barks e Moravia, di Paperino e di Ulisse, dell’Atalanta e del senso della vita. Molte citazioni dai testi - anche i meno noti - di Vecchioni, ti fanno venire voglia di andare a riascoltare l'intera produzione, ma troviamo anche documentate appendici dove leggiamo l'interpretazione autentica del professore che approfondisce le sue stesse parole. Un libro dedicato a chi conosce a fondo l'opera di Roberto Vecchioni, uno dei nostri cantautori più interessanti, un intellettuale - autore di romanzi profondi e di racconti intensi - a tutto tondo, che non presenterà mai il Festival di Sanremo (per fortuna!) ma che (in compenso) l'ha vinto. Non con la sua canzone più bella, che per me resta L'uomo che si gioca il cielo a dadi. Dedicata a tutti i padri del mondo. Il libro costa 14 euro, prezzo poco accessibile per un libro di 100 pagine, ma è in carta patinata e ci sono dieci pagine di foto a colori. Se amate Vecchioni vale la pena, date retta…

 

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 5 6 7 > >>