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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

mariarosaria conte

Marco Franzoso, "Il bambino indaco"

5 Gennaio 2020 , Scritto da Mariarosaria Conte Con tag #mariarosaria conte, #recensioni

 

 

I libri che preferisco sono quelli che ti tolgono il sonno. Tra i numerosi romanzi letti e riletti, uno che mi è entrato nell’anima, al punto tale da consigliarlo a chiunque mi chieda un testo da leggere, è proprio Il bambino indaco.

Il romanzo di Franzoso comincia con un flash back, che lascia il lettore spiazzato, quasi disorientato, intrappolato nelle parole dello scrittore in maniera ineluttabile.

Una donna è morta, si chiama Isabel, la voce di suo marito Carlo torna indietro per raccontare com’è andata. Ed ecco apparire uno sguardo maschile, che s’inoltra con sensibilità ed intraprendenza nelle emozioni che travolgono una donna in attesa di diventare madre.

La relazione tra Carlo e Isabel è nata grazie ad un appuntamento al buio.

I due, nonostante le diversità, si scoprono subito attratti l’uno dall’altra, vanno a vivere insieme, si sposano per amore e per amore concepiscono un figlio.

A poco a poco, però, Carlo osserva sua moglie Isabel cadere in un abisso di tristezza senza fondo ed apparentemente immotivata. Assiste al dissolversi della famiglia e della passione.

Con una scrittura limpida e diretta, ma anche delicata e tenera, il Franzoso ci racconta che, forse, non è vero che l’istinto materno non sbaglia mai. Nella voce di Carlo, infatti, ritroviamo  la  disperazione  di un padre che deve salvare il suo bambino dalla propria madre. Dalla donna che lui stesso ha creduto perfetta.

… Rivedo proprio su quel divano mia moglie che si spoglia, il neonato sulle ginocchia, infagottato dentro una piccola coperta di lana. Il bambino si agita, vuole liberarsi ma non riesce. Le gambe, il corpo, sono avvolti nell’involucro troppo stretto.
Lei sfila il maglione, sbottona la camicetta e sgancia il reggiseno. La sua magrezza è impressionante, ha raggiunto il traguardo dei quarantadue chili. Tre mesi dopo il parto, anche se i seni rattrappiscono, si ostina ad allattare. Si ostina a somministrargli il proprio latte anche se per questo si disidrata e si sgonfia. È straziante assistere alla sua inutile determinazione.
Il seno è minuto, cascante e grinzoso. La pelle attorno ai capezzoli sembra secca.
Isabel avvicina nostro figlio alla mammella e lui inizia a succhiare. Succhia solo per alcuni secondi, poi agita la testa e boccheggia come un pesce gettato sull’erba.
Si attacca e si stacca ripetutamente, con movimenti nervosi del capo. Scatta sul capezzolo con la bocca spalancata, succhia e poi si allontana di nuovo, deluso. Non capisce perché da quel seno non esca niente, non capisce dove sbaglia. Ma ha fame e subito si riattacca e cerca di succhiare con tutte le forze. Si innervosisce. Inizia un gridolino di smarrimento che mi mette i brividi e che vorrei interrompere subito, in qualunque modo.
Riprova a succhiare, si stacca ancora, osserva il bersaglio del capezzolo e riprende. Potrebbe andare avanti per ore. Tutto inutile.
– Vedi, – dice Isabel. – Vedi che non ha fame?
Io non dico niente.

 

Il Franzoso, attraverso la voce di Carlo, osserva e racconta, con efficace ferocia, piantato nel bel mezzo di una  tempesta familiare, l’inizio del tracollo e la dissoluzione di un grande amore, e lo fa senza mai emettere una sentenza.

 

 

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Leggere con i figli: Il Giovane Holden di J.D. Salinger

3 Gennaio 2020 , Scritto da Mariarosaria Conte Con tag #mariarosaria conte, #recensioni

 

 

 

 

Ho trovato il coraggio di pubblicare i miei lavori grazie ai miei figli. Loro mi hanno cambiato la vita. Mi hanno resa più matura, una donna coraggiosa, da ogni punto di vista!

Le mie ragazze furono le prime a chiedermi di scrivere un libro e, quando me lo chiesero, erano due bambine e leggevo con loro sotto l’ombrellone. Quest’abitudine non l’abbiamo ancora persa! Sul mio comodino vi sono in lettura Bella mia di Donatella Di Pietrantonio, che mi ha stregata dopo L’Arminuta e Non avevo capito niente di Diego De Silva. Con calma vi parlerò anche di questi due romanzi, non appena li avrò terminati. Oggi vorrei di raccontarvi de  Il giovane Holden lettura affidata a mia figlia dalla prof d’italiano. Insieme al famoso Holden abbiamo letto anche Il paradiso degli Orchi’, un altro classico che vi lascerò scoprire da soli. Ma Holden e l’odio per l’ipocrisia mi hanno nuovamente incantata, come quando lo lessi la prima volta da ragazza.

Partiamo dalla copertina: bianca con la scritta nera, perché un libro non si giudica dalla copertina! E così è, a mio avviso, per ogni cosa di questo assurdo mondo.

E dal titolo originale: The catcher in the rye (L’acchiappatore nella segale). Colui che salva dal dirupo i bambini che giocano in un campo di segale. Oppure Catcher uno dei giocatori della squadra di baseball, il ‘prenditore’, cioè colui che sta dietro il battitore per cercare di afferrare la palla che quest’ultimo non riesce a respingere con la mazza. Con il nome rye si potrebbe designare il ‘whisky rye’ ottenuto dalla fermentazione di segale, quindi ‘Il terzino nella segale’. Colui che prende l’alcol, che dipende dall’alcol.

In Italiano il titolo originale suonerebbe assurdo, in una parola intraducibile, ma ‘Il giovane Holden’  è ormai qualcosa di più di un titolo.

Il nostro giovane amico, come colui che salva i piccoli dal dirupo, cerca di salvare, con i suoi messaggi, i giovani dal mondo degli adulti, dai risvolti oscuri: ipocrisia, falsità, perversione, menzogna!

O forse è il nostre eroe che, attraverso la sua avventura, cerca disperatamente l’acchiapatore di segale per essere salvato dalle brutture della vita?

O forse, ancora, il suo rifugiarsi nell’alcol perché tutt’intorno è veramente troppo falso (whisky rye’) è la vera chiave di lettura del titolo?

A voi la soluzione, se lo leggerete, ma alla fine ciò che conta è che stiamo parlando di un libro pubblicato nel 1951 e la cosa stupefacente è che ho trovato questo romanzo, ancora una volta, nella forma e nei contenuti, di un’attualità sconvolgente.

Il protagonista del romanzo è Holden Caufield un sedicenne americano, proveniente da una famiglia americana benestante.

Holden, nonostante la sua giovane età, ha già sofferto tanto per la perdita di una persona a lui molto cara (non voglio svelare troppo) e sembra non ancora essersi realmente ripreso. Non riesce a trovare la sua dimensione, vaga di scuola in scuola, di professore in professore, di storia in storia… in balia di se stesso.

A prima vista il Caufield sembra il classico adolescente lavativo e ribelle, che vuole dar noia a familiari, compagni e insegnanti. Lui è irrequieto, come lo sono la maggior parte dei giovani d’oggi, è disperato, soffre.

La trama del romanzo in sé è abbastanza semplice, ma le descrizioni, il sarcasmo, l’analisi dettagliata di ogni singolo stato d’animo con un linguaggio diretto, schietto, a tratti feroce, rendono, a mio avviso, questo libro un capolavoro.

Mia figlia non lo ha apprezzato quanto me. Il continuo contestare tutto e tutti del nostro giovane eroe le dava noia. Ha protestato un po’ durante la lettura, lei come lui voleva polemizzare sul modo di guardare il mondo del protagonista. Ed effettivamente, a volte, la polemica continua di Holden può stancare, ma lui è così critico perché rappresenta un giovane che vive un grande disagio e la sofferenza di questo personaggio del 1951 (forse ideato ancor prima dal Salinger nei suoi racconti per il New Yorker ) è  attualissima. I nostri giovani vivono ancora situazioni più grandi di loro, di cui non riescono a venire a capo, dove non riescono a trovare conforto nel mondo degli adulti. Nel romanzo non c’è un solo compagno disposto ad aiutare Holden, anzi quello che noi oggi chiamiamo bullismo era dilagante allora come ora, un adulto che riesca a mettersi sulla sua stessa lunghezza d’onda, una persona che riesca a guardarlo negli occhi e che riesca a comprenderne il   dolore.

Il povero Holden troverà conforto nella ‘vecchia’ Phoebe, la sorella minore (la fanciullezza non ancora inquinata). E proprio con l’immagine di lei che gira sulla giostra dei  cavalli e il nostro Holden che la guarda felice da una panchina, si conclude il romanzo. Un romanzo di formazione semplice ed efficace, che mi ha permesso, ancora una volta, di andare oltre gli stereotipi e di chiedermi che fine facciano le anatre del laghetto di Central Park durante l’inverno.

E ancora, è cambiato qualcosa per i nostri adolescenti dopo più di sessant’anni? Qualora siano in difficoltà, perché troppo fragili per affrontare da soli la burrasca dell’adolescenza avrebbero punti di riferimento?

La famiglia salva il nostro eroe, ma oggi la famiglia è pronta ad accogliere e comprendere?

Non lo so, a voi le risposte.

Buona lettura!

 

 

 

 

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Mariarosaria Conte, "Mare nell'anima"

2 Gennaio 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #mariarosaria conte

 

 

 

 

Mare nell’anima

Mariarosaria Conte

 

Book on demand di grafica elettronica, 2015

 

Mare nell’anima, di Mariarosaria Conte, è un romanzo che si tiene volentieri sul comodino e si legge velocemente perché è fresco, scorrevole e scritto con uno stile pulito. Tuttavia non lascia molto. A sua discolpa c’è il fatto che si tratta solo del primo della serie, forse, leggendo gli altri, lo spessore dei personaggi e del tessuto sociale si approfondirà. Così com’è, il primo volume rimanda l’idea di una storia semplice, con un’atmosfera a metà fra Elena Ferrante - di cui non ha però lo stile incisivo - e Antonella Boralevi.

Morena è la classica cenerentola. Di una bellezza inconsapevole, timida, gentile e un poco goffa, trascorre le vacanze al mare a Oti, meta di ricchi borghesi partenopei. Lei, prima di andare in spiaggia, deve fare le faccende domestiche e occuparsi della sorella minore, pigra e svogliata. Va da sé che incontrerà, e conquisterà, il principe azzurro: Davide, il ragazzo più bello e ambito della compagnia.

I cliché della fiaba ci sono tutti, in questa ennesima – forse involontaria – rivisitazione: Morena è timida e solitaria, Morena è costretta a fare i lavori più umili, Morena è poco stimata dalla famiglia, Morena va al ballo con un vestito che piove dal nulla e bacia il suo meraviglioso principe senza macchia e senza paura. Ma se la fiaba in tutte le salse ha ancora fascino, qui i personaggi sono un poco sbiaditi, primo fra tutti Davide, il bello e possibile, che subisce la sua conversione da irraggiungibile playboy a tenero e premuroso innamorato, senza che ci sia un adeguato sviluppo del personaggio.

Certamente l’estate dei sedici anni di Morena segna una svolta, quella che la trasforma da bambina succube a ragazza capace di prendere decisioni autonome, consapevole di sé, delle proprie possibilità, del proprio fascino e dei propri desideri.

Pur fra ricordi di canzoni, trasmissioni televisive e libri, l’ambientazione anni 90 è un poco vaga e sfocata, c’è un tentativo di analisi sociale dei personaggi, con le loro vite patinate che nascondono, però, difficoltà e dolori. I dialoghi risultano a volte artificiali se visti da una prospettiva adolescenziale.

Detto questo, rimane il fatto che alla fine non manca comunque la voglia di andare avanti col secondo volume della serie, per capire se la ragazzina proletaria riuscirà a conquistare il suo posto nel mondo snob e respingente dell’alta borghesia, e se il tenero amore appena sbocciato saprà resistere alla differenza di personalità e status sociale.

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