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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

maria vittoria masserotti

Il nuovo libro di Maria Vittoria Masserotti presentato a Pisa

4 Maggio 2013 , Scritto da Redazione Con tag #maria vittoria masserotti, #redazione

Il nuovo libro di Maria Vittoria Masserotti presentato a Pisa

Questa sera, alle ore 19

Maria Vittoria Masserotti presenta il suo nuovo libro al Cinema Caffè Lanteri di Pisa

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Premio Letterario Città di Castello

10 Aprile 2013 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #redazione

Premio Letterario Città di Castello

L’Associazione culturale “Tracciati Virtuali”, promuove la settima edizione del Premio letterario Città di Castello, che per il 2013 può fregiarsi di un prestigioso riconoscimento: l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.
Il concorso internazionale è riservato a lavori inediti di poesia, narrativa e saggistica.
Le prime sei edizioni del concorso hanno fatto registrare una straordinaria partecipazione con scrittori provenienti da ogni regione italiana e anche dall’estero.
Questo grazie anche al prestigio e al rigore scientifico della giuria che anche quest’anno è presieduta dal Presidente Alessandro Quasimodo, e completata dalle presenze di Valerio Massimo Manfredi, archeologo e scrittore, della giornalista Barbara Palombelli, di Alessandro Masi, Segretario generale della Società Dante Alighieri, dell’ambasciatore d’Italia Claudio Pacifico, della scrittrice Clara Sereni, di Alberto Stramaccioni docente all’Università per Stranieri di Perugia e della scrittrice e traduttrice Naglaa Waly.

http://www.premioletterariocdc.it/

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Il nuovo libro di Maria Vittoria Masserotti, fresco di stampa

9 Aprile 2013 , Scritto da Redazione Con tag #redazione, #maria vittoria masserotti

O giorni, o mesi, che andate sempre via…

Questo verso di Francesco Guccini è la chiave di partenza del libro, quella che in qualche modo apre e chiude il cerchio narrativo: il tempo passa inesorabilmente, seguendo un moto lineare ma, allo stesso modo dei mesi e delle stagioni, si ripropone continuamente, come in un moto circolare… sempre diverso e sempre uguale, se qualcosa muore qualcosa rinasce, mentre il passato e il presente si intersecano e la storia e la memoria diventano uno scrigno prezioso: tutto alla fine può essere ripescato e rivissuto.

(Dalla prefazione di Lamberto Picconi)

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Deserto

5 Aprile 2013 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #poesia

il deserto piange

lacrime

di sale

arso sorriso

labbra tumide

ferita

aperta

silenzio

sole

sabbia minuta

occhi rossi

nulla di quello che era

è

nulla di quello che è

sarà

solo sabbia

minuta

che vola via

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Intervista a Maria Vittoria Masserotti

19 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #maria vittoria masserotti, #interviste

Intervista a Maria Vittoria Masserotti

Maria Vittoria Masserotti ha esordito col romanzo breve “Luce.”


“Buongiorno, Maria Vittoria. Innanzi tutto, raccontaci qualcosa di te.”


M.M.V “Sono nata a Roma e vivo a Pisa dal 1971, dove ho lavorato fino al 2010 al Consiglio Nazionale delle Ricerche, occupandomi di ricerca in informatica sul ragionamento spazio-temporale, incertezza e ontologie. Per cinque anni ho fatto parte della redazione della rivista dell’Associazione Italiana Telerilevamento. Ho insegnato anche all’Università di Pisa e sono stata per anni coordinatrice didattica del Master Universitario in Sistemi Informativi Territoriali dell’Università. Fino ad oggi tutte le mie pubblicazioni hanno avuto carattere scientifico, articoli a convegni, capitoli di libri, articoli su riviste internazionali.”

“ Di cosa parla il tuo libro?”

M.M.V. “In realtà i libri sono due, solo che il primo, “O giorni, o mesi, che andate sempre via…” (Racconti per una “Canzone”) è in corso di stampa e si presume esca a settembre, pubblicato dalla casa editrice Progetto Cultura di Roma, e il secondo, un romanzo breve “Luce”. Il primo è una serie di racconti che usano come incipit le strofe di una canzone di Francesco Guccini, la Canzone dei dodici mesi” dall’album Radici del 1972, una sorta di mosaico di vite quotidiane, di punti di vista diversi con lo scorrere del tempo come protagonista principale. Il secondo è anch’esso un mosaico, qui però lo sfondo è fisso, Verona la città delle mie vacanze estive, la città di mio padre, un artista, un pittore e anche un istrione. Questi temi compaiono nel romanzo, me nolente, e mi fanno riscoprire emozioni sepolte nella memoria. Il protagonista vero qui è la vita di tutti i giorni con la sua grandezza ma anche i suoi “accidenti”, gli imprevisti che intorbidano le esistenze dei personaggi e li conducono verso il loro destino.”

“So che prima di cimentarti con i romanzi hai scritto alcuni racconti brevi, per altro molto ben costruiti. Dicci, cosa ti ha spinto a passare dai racconti ad un primo romanzo breve?”

M.M.V “La differenza tra un racconto e un romanzo è, almeno per me, la possibilità con il secondo di affondare dentro i personaggi, vivere con loro, anzi per giorni sono stata assente alla realtà quotidiana mentre scrivevo (come dice mia figlia, mamma ma dove sei?). La mattina la prima cosa che pensavo appena sveglia era come far progredire una certa situazione, per questo il romanzo offre più spazi ed è stato un’evoluzione verso un piano diverso, avevo meno bisogno di “tagliare”.”

“E adesso che posto occupa “Luce” nella tua vita?”

M.M.V. “Luce” è stato un banco di prova, arduo, perché ero convinta di non riuscire ad andare “oltre” il racconto. Mi sono misurata con me stessa, con la capacità di costruire e descrivere un mondo inventato da me ma che è diventato sempre più reale, tanto che alla fine mi sono affezionata ai personaggi. Qualcuno dei miei lettori, pochi in verità, mi ha detto, perché non scrivi il secondo? Ma io sono sempre alla ricerca di nuove sfide, l’ho fatto per mestiere e mi è rimasto nel sangue, quindi ora mi sto cimentando con un romanzo lungo e complesso, la storia di tre donne, nonna, figlia e nipote che abbraccia un secolo.”

“C’incuriosiscei e non vediamo l’ora di leggerlo. E ora, una domanda a bruciapelo. Rispondi senza pensarci troppo: che cosa provi mentre scrivi?”

M.M.V. “Semplicemente: scrivere mi rende libera e questo è sempre stato il mio desiderio più grande.”
“Grazie della tua disponibilità. Concludiamo con la domanda di rito: come e dove si può reperire il tuo libro?

M.M.V. Per il primo si dovrà attendere la pubblicazione, per “Luce” è possibile trovarlo a questo link:
http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=622860

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Il silenzio: maneggiare con cura...

11 Febbraio 2013 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #scienza

Camera anecoica

di Federica Vitale

Forse non tutti la conoscono, ma la camera anecoica è un vero prodigio che può indurre persino alla pazzia. E se c’è chi cerca il volume e il frastuono di cui la nostra vita è spesso contraddistinta, ci sono anche quanti si avviano, al contrario, alla ricerca quasi introspettiva dell’impareggiabile suono del silenzio.

Ebbene, quest’ultima necessità è stata finalmente esaudita dagli Orfield Laboratories, una società di Minneapolis, che è riuscita a costruire la più avanzata camera anecoica al 99,99% fonoassorbente. Ma di cosa si tratta di precisamente? Dal greco “priva di eco”, la camera anecoica è una delle invenzioni umane che, grazie alle componenti di cui è caratterizzata, la sua forma, le dimensioni ed i materiali fonoassorbenti e fonoisolanti, al suo interno è davvero impossibile sentire qualsiasi tipo di rumore.

Lo scopo di questo tipo di camera e le sue funzioni sono molteplici ed essenzialmente fanno parte dell’ambito scientifico-industriale. In particolare, la camera anecoica è servita per misurare livelli di rumore minimi, altrimenti difficilmente calcolabili. Inoltre, ci si è serviti della particolare camera per la sua capacità di prevenire rumori ed interferenze provenienti da qualsiasi tipo di elettrodomestici, orologi o automobili e da qualunque altro tipo di prodotto che potrebbe provocare inquinamento acustico o superare i decibel massimi stabiliti dalla legge.

Ma non solo. La camera anecoica si è rivelata persino uno strumento fondamentale per compiere ricerche cliniche sulla sordità e, addirittura, per sottoporre a test gli astronauti della Nasa. Ma le sue applicazioni non si limitano solo a questo: chi meglio di un musicista potrebbe, infatti, apprezzare una stanza del genere? Fu John Milton Cage il primo musicista a rimanerne totalmente assuefatto dalle incredibili possibilità della camera. Erano gli anni ’50 quando il grande compositore, dopo essere entrato nella camera anecoica di Harvard, compose uno dei suoi più grandi successi. Si trattava di ben 273 secondi di assoluto silenzio in cui l’uomo, nel suo essere fatto di battiti, respiri, sbadigli, divenne lui stesso musica.

Tuttavia, la camera è nota anche per indurre l'uomo a spazientirsi dell'assordante silenzio che vi impera. Nessun uomo, infatti, è mai riuscito a trascorrervi all’interno un lungo periodo di tempo. Si aggira ad un massimo di 45 minuti il record di resistenza all'assoluta assenza di rumori che, per fastidio, può eguagliare il chiasso irritante del martello pneumatico.

Ciò accade perché il generale silenzio provoca nell’uomo perdita d’equilibrio fisico e psicologico, senso di smarrimento e allucinazioni. Lo stesso Steven Orfield, il responsabile della struttura, spiega come all'interno della sua camera anecoica, una volta spente le luci, sia possibile sperimentare la più completa privazione sensoriale alla quale l’uomo difficilmente riesce a resistere.

Ultima curiosità. La stanza è rientrata nel 2008 a far parte del Guinness dei Primati come luogo più silenzioso del mondo. Chi si offre volontario per sperimentare il vuoto più silenzioso al limite della follia?

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C'era una volta...

19 Gennaio 2013 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #racconto

C’era una volta, in una terra di nebbie e folletti, un bambino con i capelli biondi e ricci che nacque in una famiglia di persone tutte con i capelli neri e lisci. I fratelli lo prendevano in giro dicendogli che era un trovatello e lui imparò a nascondersi così bene che neanche lui stesso era capace di ritrovarsi. Si rifugiò in mondo fantastico dove tutto era possibile, dove l’amore era un sentimento naturale, dove si poteva donarlo senza chiedere niente in cambio.

Nella terra dei colori era nata qualche anno prima una bambina con gli occhi come due stelle, amata dai suoi genitori a tal punto che crebbe convinta che il mondo fosse un luogo meraviglioso e l’amore un sentimento naturale da donare senza mai chiedere niente in cambio.

I due bambini divennero grandi entrambi facendo della ricerca il loro scopo principale, l’uno soffrendo ogni istante per non riuscire a portare il sogno nella realtà e l’altra per la convinzione delusa che la realtà potesse essere un sogno.

Un giorno, ormai adulti, sentirono tutti e due una musica che proveniva da un bosco fitto e buio ma colmo di creature meravigliose, farfalle, cervi, orsi e pieno di ruscelli cristallini, arcobaleni giganti. Affascinati e curiosi si addentrarono nel bosco da due estremi opposti, lasciarono le cose di tutti i giorni dietro le loro spalle e, nonostante la paura dell’ignoto, o, forse, proprio per quella, misero un piede davanti all’altro fino a giungere ad una radura formata da un fiume che, scavando nei secoli la terra, aveva creato lì un piccolo lago le cui acque chete riflettevano un cielo di un indaco impudico.

Entrambi sobbalzarono per il colpo violento che quella vista aveva inflitto al loro stomaco, si guardarono a lungo negli occhi ma nessuno osò andare oltre quel semplice contatto. La bambina, ormai donna, per prima si accorse della meraviglia che la circondava, si sdraiò per terra e con gli occhi come due stelle cercò di rubare quello che vedeva per farlo suo. Il bambino, anche lui già grande, invece, pur colpito nello stesso modo, si rifugiò di corsa dietro un cespuglio, il suo cuore non ce la faceva a contenere tutta quella meraviglia.

Rimasero così, mentre il tempo passava inesorabile, e nella radura comparivano a tratti le creature che popolavano il bosco, rendendo tutta la realtà assolutamente irreale e magica. Alla fine lui, in un impeto di curiosità, uscì dal cespuglio e si avvicinò a lei che era così persa nella contemplazione del creato da essersi dimenticata della sua esistenza, della presenza di un essere umano dietro il cespuglio.

Si sedettero entrambi al bordo del lago, coi piedi nudi immersi nell’acqua, e si raccontarono le loro vite, le loro parole, il racconto sofferto di due storie, che non sembravano avere niente in comune, li avvolse in una sottile ampolla di cristallo che rifulgeva di tutti i colori dell’arcobaleno, parlarono senza sosta, dimentichi perfino di dove fossero e del buio freddo che lentamente cadeva nella radura, illuminati e riscaldati com’erano dal loro sentito.

La mano di lui stringeva con forza la mano di lei quando alla fine fu completamente notte e si resero conto che era troppo tardi per tornare indietro. Ci fu un attimo sospeso nel vuoto, di quelli che spesso succedono quando la consapevolezza della realtà che ci circonda ci assale con tutta la sua potenza negativa.

La donna allora tirò fuori dalla tasca un po’ di pane raffermo e l’offerse all’uomo che, pur avendo fame, si rifiutò di mangiarlo perché era convinto che dovesse essere lui a procurare il cibo per la loro fame.

Rimasero così in silenzio, lei con il pane nella mano tesa e lui con gli occhi fissi nella notte ostile, finché l’uomo sfilò la sua mano da quella della donna, si alzò e si allontanò senza dire una parola, scomparendo nel fitto bosco lasciandola sola.

Lei, volendo chiamarlo e non sapendo il suo nome, cominciò a urlare “Amore” con tutto il fiato che aveva in corpo ma, forse, “Amore” non era il nome giusto perché dal folto della selva non giunse nessuna risposta, solo qualche fruscio lontano a significare il passo di lui che si allontanava lento ma ferreo.

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Per iniziare....

7 Gennaio 2013 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti

Una scimmia sedeva sulla sponda di un lago e vide il riflesso della luna nell’acqua. Incantata, entrò nell’acqua per prenderlo. Ma più cercava di afferrarlo e più il riflesso si sottraeva, frantumato in mille altri riflessi causati dalle onde che la scimmia produceva. La scimmia non riusciva a capire che era solo un riflesso. Alla fine, in un ultimo disperato tentativo di acchiappare la luna, si tuffò nell’acqua e annegò. Se avesse smesso di agitare l’acqua e avesse guardato in alto, avrebbe visto la vera luna nel cielo.

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