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marco de franchi

Marco de Franchi, "Il giorno rubato"

16 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #marco de franchi

Marco de Franchi, "Il giorno rubato"

Il giorno rubato

Marco de Franchi

2013, La Lepre edizioni

pp 334

16,00

La collana Fantastico italiano, diretta da Luigi De Pascalis per la Lepre edizioni, si occupa di fantastico “con radici nella nostra cultura”. “Il giorno rubato” di Marco De Franchi entra a pieno titolo in questa categoria. La trama racconta l’irruzione massiccia del sovrannaturale nella vita quotidiana e lo fa basandosi sul patrimonio di tradizioni della città dalla quale l’autore proviene, cioè Roma.

Il personaggio principale, Valerio Malerba, è uno scrittore che sforna best seller alla Roberto Giacobbo, dove indaga fenomeni paranormali con razionale lucidità e scetticismo scientifico. Ma l’irrazionale, l’imponderabile, l’imprevisto piomba nella sua vita, sconvolgendola, scardinando ogni consapevolezza, ogni conoscenza e credenza pregressa, ribaltando lo scibile e la realtà del mondo così come appare. Tutto ha inizio da un giorno che non c’è, il 13 marzo 2007, un giorno rubato, sottratto, sparito nel nulla, un giorno nel quale non sembra sia accaduto niente, di cui l’intera collettività ha perso la memoria. Questo sarà il punto di partenza che metterà Malerba in contatto con presenze più che inquietanti e che di normale hanno ben poco, fino alla scoperta finale, deflagrante, è proprio il caso di dire.

Nelle sue ricerche, Malerba attraverserà e scoprirà una città sotterranea, misteriosa e sconosciuta ai più, facendo rivivere antichi credi pagani come il culto di Mitra, e quello della Mater Matuta, che non è, come si può pensare, la benefica adorazione della Grande Madre, bensì un rito ancora più remoto, fatto di entità maschili e malvage, venerate da popolazioni stanziatesi sui colli laziali prima dell’avvento di Roma.

Possiamo dire che la Grande Madre è stata la prima espressine umana di quelle terribili e incomprensibili divinità, un loro puerile annacquamento. Un tentativo per dare un nome all’incomprensibile. Il vero grembo da cui siamo nati è quello dei Grandi Antichi: un grembo cattivo, o nella migliore delle ipotesi indifferente. Una madre matrigna cui sacrificare e sacrificarsi, ma invano.” (pag 215)

La stessa madre matrigna di Leopardi, a ben guardare: energie telluriche indifferenti, appena leggermente curiose eppure, alla fine, capaci persino di stupirsi del male che noi uomini siamo in grado di compiere, laddove loro non hanno intenti né morali né immorali nei nostri confronti, così come noi non li avremmo verso un manipolo di formiche.

Se c’è un difetto nel romanzo (ma è anche una caratteristica peculiare) è quello di aver voluto “far tornare tutto”, mettendo forse troppa carne al fuoco, mescolando cose fra loro dissimili, dagli zombie ai Cancellatori - che ci ricordano un poco i Dissennatori della Rowling - al finale fantapolitico, ma il meccanismo è comunque molto ben congegnato e avvincente.

In questo Piano Zero io credo che si muovano alcune “energie”. Non en conosco la natura o l’origine, e non saprei definirle diversamente. Ma esistono, è un fatto, e ormai ne avrai avuto ampia prova. Forse anticamente venivano adorate come divinità e man mano che il mondo s’è avvicinato all’era moderna hanno cambiato nome e forma, rimanendo però le stesse: demoni, fantasmi, antimateria, particelle di Dio, bosone di Biggs, chiamale come vuoi.” (pag 253)

L’autore, come tutti noi del resto - ma ancor più per il mestiere che fa – non capisce il mondo che lo circonda, sempre più teatro di violenze, di follia, di un disegno scellerato. Tragedie familiari, delitti, attentati, si susseguono, si accavallano, si moltiplicano sempre più, trascinando la società civile verso il baratro, verso il centro del maelstrom.

A contrastarli c’è il personaggio di Malerba, frutto di una mente creativa “serena”, incontaminata dal ruolo che svolge, disegnato con un linguaggio pacato, in una medietà che non è banalità ma, anzi, frutto di equilibrio, di eleganza, di pulizia e misura.

La parte più intrigante della storia, ribadiamo, non sono tanto le vicissitudini di Malerba, per altro un poco ripetitive, ma piuttosto la rappresentazione di una Roma notturna, minacciosa. Ci si sposta attraverso templi, piazze, strade semivuote ed echeggianti, dalla sede dell’antico Foro Boario, alla Bocca della Verità, al mitreo sotterraneo, ai vicoli e vicoletti dove si materializzano allucinazioni di piccole librerie polverose che appaiono e scompaiono. Lasciandoci cullare dalle libere associazioni, ci viene in mente la via Margutta del mitico sceneggiato “Il segno del Comando”, (1971) per la regia di Daniele D’Anza.

La storia si fa divorare e questo per noi è, e resterà sempre, un valore. In cosa consiste il piacere della lettura se non nel desiderio di girare pagina, di sapere che accade di là, nel segreto godimento al pensiero di riprendere in mano il libro nel punto in cui lo avevamo lasciato? È ciò che ci spingeva alla lettura da bambini ed è ciò che mai dovremmo perdere, in barba a tutti gli intellettualismi del mondo.

Per concludere, diciamo che tirare in Ballo Dan Brown di “Angeli e Demoni” o Stephen King può apparire scontato e per qualcuno può addirittura non essere un complimento, ma è confortante che non si sia più obbligati a pescare all’estero e, finalmente, si cominci anche da noi a produrre della buona narrativa di genere, scritta con passione evidente e senza sciatteria.

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Davide Steccanella, "Gli anni della lotta armata", recensione di Marco de Franchi

17 Maggio 2013 , Scritto da Marco de Franchi Con tag #marco de franchi, #recensioni

Davide Steccanella, "Gli anni della lotta armata", recensione di Marco de Franchi

Gli Anni della Lotta Armata

Davide Steccanella

Edizioni Bietti

pp 490

17,00

In una recente intervista al Messaggero, Antonio Marini, già pubblico ministero nei processi Moro-ter e Moro-quater e adesso Avvocato Generale della corte d’appello di Roma, mette in guardia su un possibile ritorno degli anni di piombo. Non è il solito allarmismo dei media. Il magistrato, esperto di terrorismo, analizza il male sociale che in questo momento attraversa il Paese e lo paragona al clima degli anni settanta e a quel crogiuolo di idee “cattive” che, mutatis mutandis, produssero la lotta armata. Il recente episodio della gambizzazione del manager dell’Ansaldo Adinolfi, a Genova, secondo Marini, non è molto diverso da quello che accadde agli albori dei primi attentati marcati BR.

Quasi nello stesso momento veniamo a sapere che esiste un nastro su cui sarebbe incisa la voce di uno dei brigatisti che uccise il senatore Roberto Ruffilli, nel 1988, in quello che fu definito l’ultimo delitto delle Brigate Rosse prima della così detta “ritirata strategica” (e prima, naturalmente, che dal 1999 al 2003 altre tre vittime si aggiungessero al lungo elenco: D’Antona, Biagi e Petri). Si tratta di una registrazione contenuta in una vecchia audiocassetta che conterrebbe i risultati di una riunione strategica brigatista durante la quale si discuteva appunto dell’azione Ruffilli (immagino con quel triste linguaggio burocratico-brigatese che così bene Leonardo Sciascia immortalò in due righe due). Su quei nastri si stanno approfondendo accertamenti tecnici adeguati alle conoscenze attuali, come a dire che la Giustizia macina lenta, ma macina.

Non sembra mai troppo tardi, dunque, per la pubblicazione di un libro come quello che Davide Steccanella – avvocato penalista con la vocazione dello storico – ci consegna. Si tratta effettivamente, come recita il sottotitolo, di una “cronologia” (…di una rivoluzione mancata, per l’esattezza) e di una cronologia storica mantiene le qualità: la precisione e il rigore della documentazione nonché una certa obiettività. Suddivisa per anni, dal 1969 ai giorni nostri, come un vero e proprio diario, offre l’opportunità di leggere il libro come un’opera unica e omogenea, ma consente anche la documentazione del singolo fatto, dell’episodio a sé, o di un periodo particolare, diventando, il libro stesso, strumento di consultazione. Un’operazione, quindi, già di per sé interessante e utilissima per chi si occupa di questi argomenti o per chi vi si accosta per la prima volta in maniera organica.

Steccanella però non è solo un osservatore asettico, ma appunto uno studioso dichiaratamente non “professionista” del fenomeno del terrorismo, è come tale è animato da sincero e contagioso entusiasmo. Di più, l’autore, come un incuriosito e instancabile entomologo della storia cerca e offre commenti preziosi, suggerisce collegamenti, scandaglia ipotesi.

La sua opera alla fine non consiste solo in un elenco cronologico e puntuale degli avvenimenti - attenzione, di tutti gli avvenimenti, anche quelli minori e meno conosciuti o facilmente dimenticati – che hanno costellato quarant’anni di storia. Ma è anzi un compendio preciso ed esaustivo dei fatti che in qualche modo viene “macchiato” da considerazioni, interventi, interpretazioni appassionate e spesso drammatiche. Il contesto, dunque, è quello che rende così vitale questo libro, tanto da farlo diventare una sorta di romanzo della storia insanguinata del fenomeno del terrorismo di sinistra. Un contesto, peraltro, fatto non solo di citazioni storiche e meta-storiche, ma anche di rimandi di costume, di citazioni di film o canzoni uscite in un dato periodo, di annotazioni anche modaiole, ma mai fini a se stesse. È come se Steccanella, in ogni paragrafo del suo libro, voglia farci sentire quanto quella “storia” sia ancora viva, voglia ricordarci come quegli anni siano stati anche i nostri anni, o dei nostri fratelli più grandi, o dei nostri genitori, voglia rammentarci, semmai ce ne fossimo dimenticati, come il Paese che descrive sia sempre lo stesso, quello in cui viviamo tuttora. E nulla è meno bidimensionale e fittizio di un quadro che non tralascia tutti i segnali che compongono la vita di tutti i giorni, passando dalla cronaca rosa a quella nera, dalla politica all’economia, dallo spettacolo al dramma, dalla vita alla morte. E così ad ogni incipt di capitolo, prima ancora di introdurre all’elenco nefando e nefasto degli orrori della lotta armata, ecco brevi citazioni di ciò che quel dato anno ci riservava. Così, per esempio, nella prima pagina del capitolo dedicato al 1978 – anno spartiacque della guerra tra terrorismo e Stato – l’autore ci ricorda che i Queen pubblicarono l’album “Jazz”, che al cinema Woody Allen vinse l’Oscar per il film “Io & Annie”, che l’Argentina vinse i mondiali, la Juventus lo scudetto e i Matia Bazar Sanremo con “E dirsi ciao”. E poi, subito, dopo, eccolo il lucido diario di quei dodici mesi fatali, con il sequestro e la morte di Moro e tutto ciò che ne conseguì e ne consegue ancora.

Il calendario di Steccanella, inoltre, arriva proprio a ridosso dei giorni nostri, a dimostrazione dello sforzo di documentazione dell’autore, precisamente al primo marzo 2013, appena due mesi fa, con la morte in un conflitto a fuoco, durante una rapina “comune” a Roma, di Giorgio Frau, ex Lotta Continua e Brigatista rosso delle UCC.

Infine un’appendice forse un po’ slegata dal contesto e dall’impostazione del libro, ma che è comunque molto interessante: si tratta di un’intervista a Luca Colombo, uno dei fondatori insieme a Corrado Alunni delle FCC, formazione terroristica minore ma non meno agguerrita delle “matrigne” BR. L’intervista, che conserva i toni della memoria e consente una visione dall’interno dell’animo brigatista di allora, è stata fatta da un ex allievo di Colombo, e, da quello che si dice, è stata sollecitata e curata dall’intermediazione dello stesso Steccanella.

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Intervista a Marco De Franchi

18 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #marco de franchi, #interviste

Intervista a Marco De Franchi

Marco de Franchi è nato a Roma ma vive a Livorno, molti lo conoscono per i suoi libri più recenti, i noir, come La Carne e il Sangue, dove racconta una vicenda che si riconduce alle indagini sulle nuove BR, ma gli appassionati di letteratura fantastica, i vecchi frequentatori della casa editrice Solfanelli e del premio Tolkien, gli abbonati di Dimensione Cosmica, lo ricordano soprattutto - al pari dell’altro scrittore di livornese, Gianluigi Zuddas - per la sua produzione fantastica.
Marco ha accettato di parlarci di
sé.

“Allora, cerco di mettere un po’ d’ordine, rappresentando, preliminarmente, che mi trovo sempre un po’ in imbarazzo a parlare di me e della mia vita. Uno dei motivi per cui scrivo storie è proprio per evitare di stare al centro dell’attenzione. Insomma spero che i miei personaggi parlino abbastanza per evitare che debba farlo io.
Nasco nel 1962 a Roma e come tutti i veri “scrittori” nell’animo desidero da subito solo scrivere, scrivere, scrivere… e pubblicare. Scrivere senza avere dei lettori è un’assurdità. Chi scrive VUOLE pubblicare. Non è questione di notorietà o altro. È l’esigenza di narrare e sapere che ci sono persone che ascoltano la tua narrazione. A dieci anni sognavo i miei libri dietro le vetrine delle librerie. Non ho avuto il successo sperato, ma va bene così.
M’innamoro della lettura di genere e in particolare della fantascienza, che eredito da mio padre (professore di Liceo, amante dei classici, ma avido lettore di Urania), e della narrativa gialla (che eredito da mia madre, donna dalla cultura più umile ma grandissima, onnivora lettrice).
I miei riferimenti sono, all’inizio, Simak, Dick, Heinlein, Bradbury. Poi scopro l’horror e la narrativa fantastica in senso lato. E allora amo e divoro Lovecraft, Machen, Poe, e poi Herbert, King, Straub, Blish, Barker, e tanti altri. Però non disdegno la narrativa italiana e i grandi noir.”


E così cominci…

“Sì, inizio a tentare di scrivere qualcosa di “professionale”. Il mio “esordio” è nel 1983 quando scopro il Premio di Narrativa Fantastica “Tolkien”, che Solfanelli edita con la cura di due nomi del calibro di Gianfranco de Turris e Giuseppe Lippi. Invio il racconto “La Porta Magica”, che non entra in finale, ma stuzzica l’interesse di de Turris. La Porta Magica è, infatti, un mix di horror ed esoterismo, con un aggancio alla realtà (m’ispiro, infatti, alla Porta Magica che sorge al centro di Piazza Vittorio a Roma, un bell’esempio di enigma esoterico-alchemico) e un interesse per i personaggi “borderline”. Il protagonista è un omosessuale e scrivere di questo nel 1983 non era proprio scontato (almeno per me). Comunque de Turris mi telefona (immaginate il mio stupore e la mia felicità) e m’invita a collaborare con altri racconti, sempre sulla stessa scia: uno sfondo storico, reale e soprattutto italiano e uno sviluppo magico/esoterico. La Porta Magica esce poi in Francia (non è mai stato pubblicato in Italia!) per una rivista specializzata molto nota allora, Antares, curata da Jean Pierre Moumon. Nel 1984 arrivo terzo al Premio Tolkien con il racconto “La Città Scarlatta” (in cui ci sono horror, magia sessuale, l’abisso e la redenzione) e nel 1985 sempre terzo con il romanzo breve “Gli Occhi nel Bosco”. Sono molto affezionato a questo romanzo (poco più di cento pagine, un taglio che in Italia non va molto, non è, infatti, racconto e neanche romanzo) perché esce nell’antologia “Immaginaria” di Solfanelli insieme a un romanzo di Grazia Lipos (una scrittrice triestina molto legata al Fantasy tradizionale) e al vincitore di quell’edizione “Viaggio per Lisa” di Luigi de Pascalis. Considero de Pascalis uno dei migliori scrittori italiani di narrativa fantastica. Già allora era un mito e per me fu un onore pazzesco uscire in un libro insieme a lui. Con Luigi poi, negli anni, siamo diventati amici e adesso collaboriamo stabilmente. Per me è un faro, una guida, un grande aiuto. Ha curato l’uscita del mio ultimo romanzo ed è semplicemente un uomo e uno scrittore fantastico (a settanta anni suonati si muove, scrive, inventa, progetta come un ventenne).
Comunque, da quel momento, inizio a scrivere e a pubblicare racconti qui e lì, con alterne fortune.”


Le strade che intraprendi, sappiamo, sono molte, fra le quali il mondo dei fumetti.

“Poiché mi interessa la narrativa a tutto campo, quindi anche quella cinematografica e fumettistica, mi cimento in entrambe le direzioni. Nel cinema non vado oltre qualche soggetto e un trattamento che avrebbe dovuto diventare una sceneggiatura e poi un film, ma che poi non ha trovato produttori. Nel fumetto invece la svolta è venuta con le testate popolari Lanciostory e Skorpio con cui per più di quattro anni ho collaborato stabilmente. Ho scritto qualche centinaio di sceneggiature per fumetti e ne sono fiero. Quello del fumetto è un campo molto stimolante. Mi hanno “disegnato” autori di razza e anche di questo sono contento. In quegli anni vivevo di sceneggiature per fumetti (e ho scritto anche qualche fotoromanzo per le dedizioni Lancio, lo ammetto. Non era un granché ma pagavano bene. Scrivere fotoromanzi, inoltre, insegna molto dal punto di vista delle tecniche narrative).”

È a questo punto che comincia la tua carriera di “sbirro”. Da un’intervista rilasciata a thriller Magazine sappiamo che non ami definirti un poliziotto scrittore, bensì il contrario, cioè una persona che, prima di tutto, scrive.

“Sì, poi sono entrato in polizia. Studiavo Legge, dovevo ancora fare il militare ma soprattutto mi affascinava il mestiere dell’investigatore. È il lato noir che albergava in me. Poiché inoltre non avevo il coraggio di provare la strada della sola scrittura (che raramente dà da mangiare) ho tentato questa strada professionale e devo dire che non me ne sono pentito. Il mio lavoro è sempre stato la polizia giudiziaria ed è un mestiere che ancora oggi, a venticinque anni di distanza, mi sorprende e mi affascina.
Il lavoro in polizia – e il fatto che fui trasferito in Toscana, allora a Massa Carrara - rallentò però e di molto la mia attività “di scrittore”. Per circa dieci anni non ho scritto (né naturalmente pubblicato) una sola riga. Non è che non lo potessi fare (ci sono decine di esempi di poliziotti-scrittori), è che ero troppo concentrato su questo lato del mestiere. E poi hai ragione, non sono mai stato uno sbirro-scrittore. Se mai sono uno scrittore che fa di mestiere il poliziotto.
Nel 1999 torno a Roma e come dire, mi “risveglio” ed inizio di nuovo a scrivere e a collaborare con de Turris e quello che amo chiamare il “gruppo romano” (forse qualcuno lo conosci: a parte de Pascalis, Nicola Verde, Roberto Genovesi, Errico Passaro, Gabriele Marconi, ma anche Giulio Leoni, Massimo Pietroselli, Alda Teodorani, Massimo Mongai, e altri). Anche se all’inizio è stato davvero difficile oliare i vecchi arrugginiti ingranaggi. Era come se la mia vena “fantastica” si fosse esaurita e in qualche modo il tempo mi avesse superato. Io insomma ero rimasto ai miei primi tentativi che per quanto fortunati erano ancora embrioni delle cose che volevo scrivere. Insomma mi sembrava di aver perso il famoso treno.”

Poi c’è stata l’esperienza forte del gruppo Biagi, quella che, forse, umanamente hai vissuto con maggiore partecipazione, quella che ha stimolato la tua vena di scrittore e dalla quale è scaturito il romanzo La carne e il sangue, ispirato alla figura di Cinzia Banelli.


“Nel 2003 entro a fare parte del “Gruppo Biagi”, il gruppo investigativo che raccolse forze un po’ da tutta Italia per individuare gli assassini di Marco Biagi e, prima, di Massimo D’Antona. Ero sempre stato affascinato dal fenomeno del terrorismo, ma fino ad allora mi ero occupato “professionalmente” di narcotraffico e di antimafia. Investigare un fenomeno così complesso e pieno di contraddizioni come il crimine politico mi ha stimolato molto. Al di là dei risultati (alla fine gli assassini di Biagi, D’Antona e del collega Petri, le cosiddette nuove Brigate Rosse, furono presi) e dell’arricchimento professionale che ho avuto da questa avventura (spesa tra Roma, Bologna, Firenze e Pisa), dal punto di vista “letterario” mi si è aperto un mondo. Per la prima volta ho iniziato a “usare” il mio mestiere di sbirro per alimentare il mestiere di scrittore. Così nel 2008 è uscito “La Carne e il Sangue”, per Barbera, e una serie di racconti ispirati agli anni di piombo o semplicemente “noir” (di quel periodo è l’intervista a Thriller Magazine). Il noir è ancora una dimensione letteraria che amo, ma ultimamente ho rallentato questo tipo di narrativa (miei racconti noir o semplicemente thriller sono usciti su antologie per Meridiano Zero, Flaccovio, Laurum, Robin, ecc.). Mi pare ci sia un sovraffollamento nel genere e in fondo la cosa importante è scrivere una storia a cui si tiene, il genere conta meno. Il noir ti permette di indagare i lati più oscuri dell’animo umano e soprattutto di trattare il mistero nella vita quotidiana.

Viene per tutti, però, il momento del ritorno a casa, alle origini.

“È vero. Sono tornato da poco alla narrativa fantastica, e ne sono felice. Non solo perché ho ritrovato la dimensione che preferisco ma perché qualcuno mi definì tanto tempo fa “una promessa del fantastico italiano” e ho sempre pensato di aver deluso questa aspettativa. Chissà se a cinquant’anni posso ancora provarci?
Comunque dal 2010 ho ripreso a collaborare con de Turris (in quell’anno è uscita per il Giallo Mondadori l’antologia da lui coordinata “Il Filo del Rasoio”) e i miei racconti hanno ripreso a circolare. A maggio come hai visto uscirà per La Lepre Editore il romanzo “Il Giorno Rubato”, una sorta di thriller paranormale a cui tengo molto. È un editore piccolo ma molto serio e ha un bellissimo catalogo, a mio parere. Da questo romanzo spero di ripartire, riannodare qualche filo e, se ho fortuna, portare a termine altri progetti.
Nel fantastico mi sento più a mio agio. Penso che sia uno strumento con cui si può aprire molte porte. È anche una luce al cui filtro si può leggere l’intera realtà. Ed io sono ancora fedele alla massima di Roger Callois che definiva la letteratura fantastica (cito a memoria e sicuramente senza precisione) “l’irruzione improvvisa e inaspettata dell’irrazionale nel razionale”.

E ora, visto che siamo su Livorno Magazine, che cosa puoi dirci del tuo soggiorno in questa città dove , troppo spesso, nessuno è profeta?

“Dal 2005 vivo a Livorno. Sono “tornato” (come dite pazzescamente voi livornesi quando vi riferite al trasferimento in una nuova casa) perché mia moglie, Debora, è di Livorno e qui ha il suo lavoro, e perché due figli piccoli reclamano la presenza del padre. All’inizio questa città non mi piaceva proprio. Non mi ci riconoscevo e Roma mi mancava (mi manca ancora!). Devo dire però che adesso comincio ad apprezzare alcuni aspetti della vostra città. E certe strade, certi scorci cominciano a entusiasmarmi. I livornesi non è che li capisca molto, ma ne apprezzo la genuinità e il senso dell’esagerazione. La vostra rivista on line mi ha aiutato molto nello scoprire alcuni aspetti nascosti di Livorno. Così come venire a sapere che ci sono altri scrittori che vivono qui e che fanno i conti tutti i giorni con editori, agenti, rifiuti, contatti, speranze, ecc. Grazie anche per questo.”

Grazie a te, Marco, di cuore.

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