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marcello de santis

Bammenella

24 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Bammenella

Quante volte ho ascoltato la canzone Bammenella per la splendida interpretazione di Angela Luce, bella e brava cantante e attrice napoletana.

Per un certo periodo è stata per me la canzone più amata, quella che ascoltavo di più, ne ero incantato (forse perché ero innamorato della bella voce di Angela).

Eppure, confesso, non mi sono mai soffermato sul testo che pure mi piaceva tanto; anche e soprattutto per la musica che mi rapiva ogni volta. E non immaginavo neppure lontanamente il significato del termine bammenella, che ritenevo - ignorantemente - fosse il nome della protagonista della canzone. Solo più tardi mi resi conto che, sì, in qualche modo lo era.

Allora non sapevo quanto lontano io fossi dalla realtà.

Bammenella, in lingua significa bambinella, un vezzeggiativo del sostantivo "bambina, insomma "piccola dolce bambina"; ma nella canzone è il nome della ragazza che fa da protagonista, nata dalla verve di quel grande compositore e poeta che fu a Napoli Raffaele Viviani, il "poeta scugnizzo" come veniva chiamato.

La canzone nacque nei primi anni del novecento, esattamente nel 1917, a narrare le vicende di questa giovane affascinante guagliona che per vivere esercita il mestiere più antico del mondo, la prostituta; lei si descrive come "bammenella 'e copp' 'e quartiere", la bambinella di sopra i quartieri, presumiamo si tratti dei quartieri spagnoli, sopra Toledo. Oggi i quartieri, in cui un tempo era disegnata e divisa teoricamente la città, sono solo dei riferimenti, come dire, topografici; e in ispecie indicazioni dei luoghi sulla carta della posizione nella città vecchia. A quel tempo, nel primo novecento, erano circa una trentina, oggi sono stati raggruppati in dieci municipalità.

I quartieri spagnoli oggi stanno a indicare le zone di Montecalvario ed Avvocata, per intenderci; prendono il nome dall'essere stati, nel millecinquecento, sede delle milizie spagnole di stanza permanente a Napoli o di passaggio per poi andare verso altre destinazioni. E fin da subito luoghi di cattiva fama per la presenza di prostitute e di piccola e grande criminalità. Sono vicoli e vicoli che scendono dalla parte alta della città storica di Napoli giù alla allora via Toledo (oggi via Roma) che prende il nome dal viceré della città don Pedro de Toledo, appunto. Ancora oggi i quartieri sono popolatissimi di gente povera, gran parte della quale vive nei famosi "bassi (vasci)"

La ragazza dunque si racconta così

“... So' Bammenella ‘e coppe Quartiere:

pe’ tutta Napule faccio parla’,

quanno, annascuso, pe vicule, ‘a sera,

‘ncopp’ o pianino mme metto a balla’.

Sono "Bambinella" di sopra i Quartieri, / e per tutta Napoli faccio parlare (di me), / quando, nascostamente, per i vicoli, di sera, / sulla musica di un pianino mi metto a ballare...

Raffaele era di Castellammare di Stabia, ma la sua famiglia presto si trasferì a Napoli, dove il giovane, con la grande passione trasmessagli dal padre che a Castellammare dirigeva un teatro, l'Arena Margherita, prese a scrivere appena si fece grandicello, ché ancora bambino - aveva solo quattro anni - debuttò sulle scene del nuovo San Carlino, a fianco della sorella Luisella; e dalle tavole del palcoscenico nacque il Raffaele Viviani che noi conosciamo.

Raffaele Viviani (1888-1950)

La famiglia ha sempre versato in condizioni miserevoli e Raffaele ben presto deve darsi da fare per aiutare in casa.

Infatti a soli dodici anni perde il padre e diviene giocoforza lui il capo della famiglia.

Deve abbandonare i giochi e lavorare per vivere, cominciando a recitare prima, a scrivere commedie dopo; e poi poesie e quindi canzoni, tutte cose che lo rndono celebre non solo a Napoli, ma nel mondo intero.

Ecco i primi versi di una poesia in cui descrive se stesso ancora guaglione

Quanno pazziavo 'o strummolo, 'o liscio, 'e ffiurelle,

a ciaccia, a mazza e pìvezo, 'o juoco d''e ffurmelle,

stevo 'int''a capa retena 'e figlie 'e bona mamma,

e me scurdavo 'o ssolito, ca me murevo 'e famma.

quando giocavo con lo strummolo (la trottolina di legno) 'o liscio (giocando a carte, lo striscio, il liscio, a significare che si hanno in mano altre carte dello steso seme) 'e ffiurelle (a figurine) a lizza (o lippa) o con i bottoni ('e ffurmelle) ricordo che stavo nella più grande combriccola di figli di buona mamma e mi dimenticavo al solito che morivo di fame.

(Raffaele Viviani, Guaglione, 1931)

E dunque, Bammenella.

L'autore con tutta la sua anima di attore e sceneggiatore, nonché di autore di commedie, descrive una ragazza, come detto, di facili costumi, che andrebbe bene come interprete di una sceneggiata tutta napoletana. Io non so se l'abbiano mai messa in scena questa canzone (come è avvenuto per tante altre; ho in mente a tal proposito il grande Mario Merola con le sue indimenticabili sceneggiate, la più grande di tutte "'Zappatore", nata appunto come canzone - era l'anno 1928 - per i versi di Libero Bovio e la musica di Ferdinando Albano, e poi portata sulle scene ogni volta con grandissimo successo); dicevo, non so se Bammenella sia mai stata rappresentata, riconosco la mia ignoranza, e me ne dolgo. Ma credo che sarebbe una sceneggiata di grido; gli ingredienti ci sono tutti per un dramma che pare attuale, considerando l'argomento trattato: la donna perduta, giovane e bella, il pappone, il maresciallo o il brigadiere, la malattia del protettore, le cure che gli prodiga la donna, e le botte che lui le rifila, e l'amore che - nonostante - ella prova per lui.

E la musica è già pronta; basta farne degli arrangiamenti ad hoc. Se pensiamo che la poesia è nata dall'estro di questo grande artista a tutto tondo, c'è da restare stupiti; un artista "già grande", quando grande non era ancora, ma che fu costretto, come ho detto, a diventarlo presto, quann'era - se po' dicere, ancora "guaglione".

Aveva presto lasciato i giochi di ragazzo, lo strummolo, 'o liscio, 'e ffiurelle, perché

... a dudece anne, a tridece, cu 'a famma e cu 'o ccapì,

dicette: Nun pò essere: sta vita ha da fernì.

Pigliaie nu sillabario: Rafele mio, fa' tu!

E me mettette a correre cu A, E, I, O, U.

... a dodici tredici anni, con la fame che non passava e cominciando a capire la vita, mi dissi: non può andare così, questa vita deve finire... e si mise a studiare, prese il sillabario, "adesso devi fare sul serio, caro Raffaele"... ... e si mise a compitare cominciando dalle vocali... (e mi misi a correre studiando le A,E,I,O,U).

E allora Bammenella, Bammenella 'e copp''e quartiere.

Nella quale l'autore, grande scrittore e interprete sulla scena delle sue opere, trasfuse tutta la sua immensa umanità, che va a mitigare la trista realtà della donna di strada, vittima non solo della vita ma anche del protettore che su di essa scarica una inammissibile violenza gratuita; e anche su Bammenella si riversa questa violenza materiale, ma ella ama il suo uomo, nonostante tutto.

Sentite qua:

....

Io faccio ‘ammore cu ‘o cap’e guaglione

e spenno ‘e llire p’o fa’ cumpare’.

....

Tengo nu bellu guaglione vicino

ca mme fa rispetta’!

Chi sta ‘into peccato,

ha dda tene’o ‘nnammurato,

ch’appena doppo assucciato,

s’ha da sape’ appicceca’.

E tutt’ e sserate

chillo mm’accide ‘e mazzate!

Mme vo’ nu bene sfrenato,

ma nun ‘o ddà a pare’!”

... faccio l'amore con il capo / e spendo i soldi per fargli sempre fare bella figura. (in pratica, è lei che mantiene lui)

...

ho vicino a me un bel ragazzo / che mi fa rispettare da tutti.../ del resto chi vive nel peccato come me / deve per forza avere l'innamorato, bello, forte / che dopo aver fatto l'amore / deve sapere anche litigare...

Mi riempie di botte (mazzate) tutte le sere / mi vuole però un bene da matti / anche se non lo dà a vedere...

E ditemi voi se questi versi scritti quasi cento anni fa non sono attualissimi, nel dipingere la situazione della violenza sulle donne, che da allora non è cambiata, se non in peggio; di cui oggi molto si parla e si argomenta, con una maniera sì drammatica ma quasi accettabile, direi; come nella canzone, ché così appare in essa questa bellissima figura femminile, grazie anche a una stupenda colonna musicale.

Bammenella è convinta che il suo uomo la ami, anche se la spinge giornalmente sul marciapiede a battere, la riempie di "mazzate" e le fa fare debiti per mantenerlo; situazione che anche oggi la gran parte delle donne vessate materialmente e psicologicamente si rifiutano di denunciare (per paura? per abitudine alla sottomissione?) alle autorità costituite; e si giustificano dentro di sé con un "e che possiamo fare, se non questo?".

E' convinta che lui l'ama, e lei confessa di riamarlo in maniera carnale. Lo cura quando sta male, spende tutto quello che ha per le visite del medico, per le medicine, e quando non ha denaro sa come fare:

...‘o duttore cu mme s’è allummato,

pe’ senza niente mmo faccio cura’.

Ha fatto innamorare il dottore (che s'è acceso per lei, s'è allumato) / e fa curare il suo uomo senza pagare (e lascia intendere che paga in natura...).

Bammenella viene presa spesso in occasione di retate delle guardie che la portano in caserma; ma lei non se ne preoccupa, ché

Cu ‘a bona maniera,

faccio cade’o brigatiere,

con le mie buone maniere / faccio cadere nelle mie braccia il brigadiere ...

e quando nella retata talvolta cade il suo protettore, lei sa come fare, si reca laddove l'hanno portato, e

Cu ‘a bona maniera,

faccio cade’o brigatiere

mentre io lle vengo ‘o mestiere

isso hav’o canzo’ e scappa’

... mentre concedo a lui le mie grazie / il mio uomo ha modo di scappare...

E' un amore carnale che la lega indissolubilmente a questo mascalzone che per lei è solo il bel ragazzo alto e forte che la fa rispettare da tutti e che la fa impazzire d'amore.

Sentite questo:

Pe’ mme, o ‘ssenziale

è quanno mme vasa carnale:

mme fa scurda’ tutto o mmale

ca mme facette fa’.”

Per me la cosa più bella e più importante / è quando lui mi bacia e mi desidera carnalmente / è allora che mi fa scordare ogni male, ogni bruttura della vita / e di tutto il male che mi fece e mi fa fare...

Eccola la vita degradata di Bammenella, ma per lei la vita più bella che ci sia perché ha vicino un uomo che la ama nonostante tutto, non importano più la dignità calpestata, le botte; e ci sta bene pure che spesso venga portata via dalle guardie, tanto andare in questura, per lei è talmente un'abitudine inveterata che è diventata una pura "furmalità".

Ché lei lo sa che

... cu ‘a bona maniera,

faccio cade’ ‘o brigatiere,

piglio e lle vengo ‘o mestiere...

Cu ‘a bona maniera,

faccio cade’o brigatiere

mentre io lle vengo ‘o mestiere

isso hav’o canzo’ e scappa’

... mentre concedo a lui le mie grazie / il mio uomo ha modo di scappare...

Per chiudere voglio riportare una breve testimonianza di Angela Luce che ha per oggetto la canzone.

Lo ha raccontato in occasione dei festeggiamenti per i suoi sessant'anni di carriera di canto e di cinema. Riporto le sue parole:

Era il 1967 e stavo girando ‘‘Lo straniero''. Eravamo in una pausa e a un tratto il maestro si avvicinò e mi disse: ‘Angela me lo fa un grande regalo?',

‘Ma certo conte, mi dica',

‘No, non mi chiami conte, ma solo Luchino, ecco vorrei che mi cantasse ora e qui la sua straordinaria ‘Bammenella'. Sa, l'ho sentita a teatro e mi ha regalato emozioni fortissime'.

Non me lo feci ripetere due volte e intonai a cappella, senza strumenti, lo struggente brano di Viviani, che da allora sarebbe diventato il mio cavallo di battaglia».

E' il suo cavallo di battaglia.

Per me Bammenella, la ragazza perduta de copp''e quartiere, è e sarà solo e sempre Angela Luce.

marcello de santis

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A livella

22 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia

A livella

Ricordo un aneddoto, che poi è storia vera.
Recitavamo, io e il mio Gruppo Appuntamento con la Poesia, per le Lioness di Tivoli, era il 29 novembre del 1997, un originale da me composto dal titolo "campania felix", con tanto di poesie, testi di canzoni storia e musica napoletani.
Le lioness avevano invitato alla annuale serata di beneficenza, per l'occasione, alcuni ospiti d'onore, tra cui uno dei figli del grande Mario Abbate, il celebre cantante napoletano, e la figlia di Totò, la signora Liliana de Curtis.
La poesia 'a livella non era stata inserita nell'originale recitativo da noi preparato, avendo privilegiato in esso le canzoni classiche di Napoli.
Prima di iniziare, mi fu presentata la signora De Curtis, e mi venne di coinvolgerla nella manifestazione cui stavamo per dare inizio; le chiesi che cosa faceva nelle varie serate a cui ella veniva invitata come ospite d'onore, mi rispose che in genere le richiedevano di leggere la poesia 'a livella, di suo padre.
Benissimo.
Pensai di proporre il testo nel modo che vi dirò; e lei accettò di buon grado, anzi mi sembrò entusiasta della cosa. E dunque: dopo il nostro originale recitativo, l'avremmo chiamata vicino a noi del Gruppo, e lei avrebbe letto la poesia fin quasi alla fine, lasciando solo le ultime due o tre quartine; a quel punto il nostro tecnico del suono avrebbe mandato la voce di Totò registrata su nastro a recitare l'ultima parte.
Così facemmo, e - vi dico - fu un successo.
La signora Liliana si commosse molto, e mi ringraziò abbracciandomi.
Certo di farvi cosa gradita, ecco per voi 'a livella.


'A LIVELLA
di Antonio de Curtis - Totò

Ogn'anno, il due novembre, c'è l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fa' chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.

Ogn'anno puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch'io ci vado, e con i fiori adorno
il loculo marmoreo 'e zi' Vicenza

St'anno m'è capitata 'n'avventura...
dopo di aver compiuto il triste omaggio
(Madonna), si ce penzo, che paura!
ma po' facette un'anema 'e curaggio.

'O fatto è chisto, statemi a sentire:
s'avvicinava ll'ora d' 'a chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

"QUI DORME IN PACE IL NOBILE MARCHESE
SIGNORE DI ROVIGO E DI BELLUNO
ARDIMENTOSO EROE DI MILLE IMPRESE
MORTO L'11 MAGGIO DEL '31."

'O stemma cu 'a curona 'ncoppa a tutto...
... sotto 'na croce fatta 'e lampadine;
tre mazze 'e rose cu 'na lista 'e lutto:
cannele, cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata 'a tomba 'e stu signore
nce steva n'ata tomba piccerella
abbandunata, senza manco un fiore;
pe' segno, solamente 'na crucella.

E ncoppa 'a croce appena si liggeva:
"ESPOSITO GENNARO NETTURBINO".
Guardannola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! 'Ncapo a me penzavo...
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s'aspettava
ca pure all'atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,
s'era ggià fatta quase mezanotte,
e i' rummanette 'chiuso priggiuniero,
muorto 'e paura... nnanze 'e cannelotte.

Tutto a 'nu tratto, che veco 'a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse 'a parte mia...
Penzaje; stu fatto a me mme pare strano...
Stongo scetato ... dormo, o è fantasia?

Ate che' fantasia; era 'o Marchese:
c' 'o tubbo, 'a caramella e c' 'o pastrano;
chill'ato appriesso' a isso un brutto arnese:
tutto fetente e cu 'na scopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro...
'o muorto puveriello... 'o scupatore.
'Int' a stu fatto i' nun ce veco chiaro:
so' muorte e se retireno a chest'ora?

Putevano stà 'a me quase 'nu palmo,
quando 'o Marchese se fermaje 'e botto,
s'avota e, tomo tomo... calmo calmo,
dicette a don Gennaro: "Giovanotto!

Da voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono un blasonato?!

La casta e casta e va, sì, rispettata,
ma voi perdeste il senso e la misura;
la vostra salma andava, sì, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la vostra vicinanza puzzolente.
Fa d'uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente".

"Signor Marchese, nun è colpa mia,
i' nun v'avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa' sta fessaria,
i' che putevo fa' si ero muorto'?

Si fosse vivo ve farrie cuntento,
pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse,
e proprio mo, obbj'... 'nd'a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n'ata fossa."

"E cosa aspetti, oh turpe macreato,
che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!"

"Famne vedé... piglia sta violenza...
'A verità, Marché', mme so' scucciato
'e te senti; e si perdo 'a pacienza,
mme scordo ca so' muorto e so' mazzate!...

Ma chi te cride d'essere... nu ddio?
Ccà dinto, 'o vvuò capì, ca simmo eguale?...
... Morto si' tu e muorto so' pur'io;
ognuno comme a 'n'ato è tale e qquale."

"Lurido porco!... Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?"

"Tu qua' Natale ... Pasca e Ppifania!!
f T' 'o vvuo' mettere 'ncapo... 'int' 'a cervella
che staje malato ancora 'e fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched'e".... e una livella.

'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo,
trasenno stu canciel
lo ha fatt' 'o punto
c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme
tu nun t'he fatto ancora chistu cunto?

Perciò, stamme a ssenti... nun fa' 'o restivo,
suppuorteme vicino - che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie... appartenimmo â morte!"

marcello de santis

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Marisa del Frate

20 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #televisione

Marisa del Frate

Marisa Del Frate ci ha lasciati quando stava per compiere 84 anni. I giovani di oggi non la conoscono, ché da molti anni si era ritirata dalle scene che l'avevano vista prima stella negli anni 50 e 60.
Io la ricorderò sempre nella sua immensa grazia nell'interpretazione della canzone Malinconico autunno, che presentò al V festival di Napoli dell'anno 1957. Lei romana di Roma (dove era nata nel 1931) ne fece un gioiello, e, a quanti la stavano vedendo e ascoltando, non poteva sfuggire la possibilità concreta di una grande affermazione. Vinse, infatti, inaspettatamente, il primo premio, e la canzone ancora oggi quelli della mia età sono in grado di accennarla, almeno in alcune strofe.


Erano verde...
erano verde 'e ffronne.
E mo, só' comme suonne perdute...
e mo, sóngo ricorde 'ngiallute...

Dint'a chest'aria 'e lacreme
'e stó' guardanno...
Cu 'o viento se ne vanno
pe' nun turná maje cchiù...

Malinconico autunno,
staje facenno cadé
tutt''e ffronne do munno
sulamente pe' me...

Chi mm'ha lassato pe' nun turná,
chisà a che penza...chisà che fa...
Ammore mio,
nun só' stat'i
o...
si' stata tu!...
Pecché?...Pecché?...

I versi della canzone si devono al poeta napoletano verace Vincenzo De Crescenzo, che - ricordiamo - godeva già di una sicura fama per aver composto nel 1950 la più celebre Luna rossa, portata al successo all'epoca da Giorgio Consolini e successivamente consacrata alla gloria da Claudio Villa.
La musica di Malinconico autunno è opera del maestro Furio Rendine, coetaneo di Vincenzo, diplomato al Conservatorio di San Pietro a Maiella in violino e composizione.
Ecco, è sul palcoscenico del festival che conobbi per la prima volta questa bellissima affascinante donna; più tardi, quando aveva spiccato il volo verso la notorietà, contribuì la televisione a portarla nelle case di noi spettatori, quella televisione che da noi stava facendo i primi passi, tutta in bianco e nero, e tra noi si conquistò grazie alla sua simpatia una marea di ammiratori.
Divenne un'attrice, e una soubrette, mettendo in mostra tutte le sue doti fino allora a noi sconosciute; tanto che attori e comici di fama la chiamarono accanto a loro per averla come compagna di recitazione. Eccola così a fianco di Carlo Dapporto e Macario che la vollero nelle loro commedie musicali. Ma la celebrità completa l'aspettava dentro gli schermi della tivu.
Erano passati solo 4 anni dal'apparizione in quel festival della canzone napoletana; siamo nel 1961 e Gino Bramieri la vuole accanto a sé nella trasmissione quiz condotta dal grande Corrado Mantoni dal titolo L'amico del giaguaro.
Con loro due c'è anche un certo Raffaele Pisu. Il trio fa scintille, ed entra nel cuore di tutti gli italiani.
Mi fermo qui.
La sua carriera continua in televisione, in radio, nel cinema, e andrà avanti per molti anni. Ma a me piace ricordarla sul palcoscenico del festival di Napoli del 1957 quando dipingeva con la voce la canzone Malinconico autunno.
Marisa era sola, aveva perduto il marito, l'attore Tonino Micheluzzi che aveva sposato in Scozia, in quanto lui era già sposato; fu un matrimonio segreto.
Purtroppo la sola bimba che nacque dall'unione morì appena nata.
Ciao Marisa.

marcello de santis

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Giacomo Rondinella

18 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Giacomo Rondinella


Giacomo Rondinella ( 30 agosto 1923 - 26 febbraio 2015), abitava vicino al mio paese, a Fonte Nuova, dove ho accompagnato alcune volte i miei nipotini, che fanno ginnastica artistica in una palestra di quel paesino distribuito sulla via Nomentana; e l'estate scorsa mi sono recato a casa sua per fargli una visita, inaspettato, e per fargli dono di alcuni mie libri di poesie.
Quando sono arrivato, davanti al suo nome, sopra al campanello, ho esitato; mi avrebbe accolto? Non mi conosceva e il dubbio era normale. Ho suonato e qualcuno mi ha aperto. In casa c'erano due giovani intenti a sistemare il breve soggiorno; ho chiesto di lui, mi sono presentato, e ho saputo che, dopo la recente morte della moglie, Giacomo aveva scelto di ritirarsi in un centro anziani, aveva novant'anni, per sentirsi meno solo; girare per la casa vuota gli avrebbe fatto male.
Poi, più in là, l'amico Salvatore Pirrone mi ha comunicato che era ritornato a casa; e allora gli ho chiesto se mi avesse avvisato quando lui sarebbe andato a trovarlo. Rimanemmo d'accordo così.
Solo recentemente ho avuto un contatto con la nipote Rita; che mi ha detto che, quando io avessi voluto l'avessi pure chiamata, mi avrebbe accompagnato o accolto a casa di Giacomo.
Ho deciso allora di aspettare, preoccupandomi del freddo che, per un vecchio di 91 anni, era più duro che per me che ne ho settantasei.
Ma non ho fatto in tempo; Giacomo non mi ha aspettato; e non per colpa sua.
Se n'è andato alle 3.00 del 26 febbraio.
Era veramente l'ultimo grande dei classici, uno che ha inciso con la sua figura di bel giovane e grande voce il cielo del bel canto di Napoli.
Nato e cresciuto in una famiglia di artisti, i genitori Ciccillo e Maria, il fratello Luciano e le sorelle Francesca e Amelia, tutti cantanti; Clelia, nipote attrice, e oggi la nipote Rita.
Iniziò nel 44, in pieno periodo di guerra, quando vinse un concorso per voci nuove a Radio Napoli. Divenne presto un grande cantante, ma fece anche film e commedie musicali in teatro.
La sua prima grande canzone che lanciò proprio lui fu quella di Rocco Galdieri, Munasterio 'e Santa Chiar
a.
E nel 1951 fu il primo ad incidere Malafemmena del grande Totò.
Se ne andò in America e solo dopo vent'anni tornò in Italia con meno capelli in testa, ma sempre con la sua bella presenza (è stato sempre alto e atletico); ma soprattutto con la sua voce immutata calda e modulata come era agli inizi.
Non voglio soffermarmi più a lungo a ricordare i di lui successi canori e cinematografici; non ce n'è bisogno; ché la gente della mia generazione lo conosce fin troppo bene.
Questo breve ricordo vuole solo invogliare i giovani, che non lo conoscono e non lo hanno mai conosciuto, e non può essere altrimenti, a trovare qualche scritto su di lui e a sentire qualche successo delle sue canzoni.
Grazie Giacomo per la gioia che mi hai dato per lunga parte della mia giovinezza.
Ho un solo rimpianto, non averti conosciuto... ma la primavera che attendevo per venire a conoscerti, è giunta troppo tardi.
Ciao.

marcello de santis

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Ricordo di Ivo Garrani

24 Giugno 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #personaggi da conoscere, #marcello de santis

Ricordo di Ivo Garrani

Ricordo di Ivo Garrani
di
marcello de santis

A marzo se ne è andato il grande attore Ivo Garrani. Aveva 91 e si è spento nel sonno nella sua abitazione.


Ivo Garrani

La sua morte stranamente è passata quasi in sordina, eppure la sua figura e il suo talento hanno riempito il cinema, il teatro e la televisione italiana per tantissimi anni.
Io lo ricordo con simpatia - era uno dei miei preferiti; lo ammiravo in particolare nei primi sceneggiati tv, quelli che risalgono all'epoca d'oro, agli anni 50/60, dico; tratti dai grandi romanzi.
Ero ragazzo allora, erano i miei dodici/tredici/ quindici anni, ed ero appassionatissimo di quelle che oggi si chiamano fiction, ma che con questo americanismo perdono tutto il loro fascino; parlo di quelle storie recitate talvolta in diretta; e in bianco e nero.
Era un uomo di una bravura pressoché ineguagliabile, sempre puntuale e modesto nella vita, tanto che non ha fatto mai parlare o sparlare di sé. Cominciò a recitare a teatro nel 1943 con la compagnia di un altro grande del teatro Carlo Tamberlani. E da allora ha recitato accanto a tutti i più grandi attori italiani.
Nel tempo ha girato numerosi film, molti di successo di pubblico e di critica (ricordiamo uno per tutti, Il Gattopardo di Luchino Visconti), poco meno di un centinaio.
Era anche uno dei più bravi doppiatori; ha prestato la voce non ad attori di grido di Hollywood, ma pur sempre importanti nel firmamento della cinematografia americana; ricordiamo ad esempio Edmond O' Brien e Rod Steiger, John Payne e John Barrymore. Senza dimenticare che prestò la sua voce anche a due italiani, Rossano Brazzi e Mario Adorf.
Ma il suo successo e la sua fama, come ho già accennato più sopra, la si devono alla sua lunga attività televisiva, che lo ha fatto conoscere al grande pubblico: Umiliati ed offesi (1958), Capitan Fracassa (1958), Delitto e Castigo (1963) e tanti tanti altri. Fino a che nel 2001, ormai quasi settantenne, l'ho ritrovato in uno dei tanti personaggi che sono passati, nel tempo, nella soap opera tutta italiana Un posto al Sole.
Addio, Ivo.

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Frida e Diego

22 Giugno 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #pittura, #marcello de santis

Frida e Diego



Sfogliando un piccolo volume di opere d'arte, senza, debbo confessare, un interesse particolare, tra le altre tele che ho visionato mi sono apparsi alcuni autoritratti femminili che mi hanno colpito in modo particolare, per l'espressione a dir poco severa del soggetto ritratto. Sono di una artista che non avevo mai visto, e della quale non avevo mai sentito neppure parlare. Il suo nome mi diceva poco, anzi, non mi diceva niente: Frida Kahlo, di cui parlerò tra poco.
Sono venuto più tardi a conoscenza - leggendo le notizie su di lei - che è stato girato anche un film qualche anno fa sulla sua vita; e sul suo rapporto duraturo ma non sempre idilliaco con un altro artista pittore (sconosciuto per me anche lui), Diego Rivera. Questa simbiosi tra due artisti pittori mi ha colpito molto, e ho pensato che come me, non molti, e forse neppure coloro che sono addentro nel campo della pittura come studiosi o appassionati, sono a conoscenza di questi due, per me, grandi personaggi. Con l'acquisire notizie sui due non so chi mi abbia poi appassionato di più, tra i due; forse la figura preponderante nel rapporto è quella di Diego, ma anche lei, la Frida in ogni momento ha imposto spesso la sua grande personalità.
Avventura appassionante il loro rapporto d'amore. Credo che prenderà anche voi. Seguitemi, dunque.
Diego Rivera nasce a Guanajuato, una meravigliosa città a nord di Città del Messico verso la fine del 1800 (1887); aveva un nome lunghissimo, o meglio una sfilza di nomi come si usa nei paesi dell'america latina, vogliamo leggerli? ecco: Diego María de la Concepción Juan Nepomuceno Estanislao de la Rivera y Barrientos Acosta y Rodríguez; e scusate se è poco, ma noi lo chiameremo solo Diego.
Grazie a due importanti borse di studio, si reca giovanissimo in Europa; in Spagna studia alla scuola di Eduardo Chicharro; è anche in Italia; ma è in Francia che si avvicina ai vari movimenti del primo novecento: primi fra tutti cubismo e futurismo. Qui sposa una pittrice russa, tale Angelina Beloff. Poi torna in Messico dove esercita la sua arte che ha preso una direzione ben precisa: i murales, con un fine ben preciso: politico e sociale, diventando in breve il più bravo rappresentante di questo genere di pittura. Si sposa ancora, dopo aver avuto una figlia da una donna Marie Vorobeb, che non volle riconoscere; stavolta con Guadalupe Marìn, unione che dura solo cinque anni e dà due figlie. Divorzia. Nel 1929 sposa Frida.
Diego Rivera era un uomo alto, grosso, all'apparenza rozzo, forse è meglio definirlo un omaccione robusto e con una pancia prominente; affatto di bella prestanza; mentre la sua Frida era minuta ed esile da non dire (anche se forte di carattere). Un'idea della figura di Diego si può avere oltre che dalle foto, soprattutto dai ritratti e autoritratti.

Frida conobbe Rivera quando andò lei stessa a trovarlo per mostrargli alcune sue opere; ed avere un suo giudizio. Dico: andò lei stessa, e vi parrà strano: invece no, perché la ragazza, all'età di 17 anni, aveva avuto un terrificante incidente di macchina che la ridusse in condizioni pietose (delle quali tra poco diremo) paralizzandone tra le altre cose i movimenti; aveva dunque da poco ripreso a camminare, anche se sopportando dolori che non l'avrebbero mai più abbandonata per tutta la vita. Si recò dunque "con le proprie gambe" dal pittore già famoso per i suoi immensi straordinari murales. Rivera mostrò tutto il suo interesse per le tele; e le fece i complimenti.
Frida aveva 20 anni meno di colui che poi diventerà suo marito, per ben due volte. Era nata infatti nel 1907 a Coyoacá, una vasta zona a nord di Città del Messico, sede di scavi delle antiche popolazioni che l'abitarono fin dal 300 a.c.
Il padre era immigrato tedesco che sposò una donna del posto. Quando scoppiò la rivoluzione messicana nell'anno 1910, dunque, Frida aveva tre anni, ma lei ha sempre sostenuto di essere nata proprio nel periodo della rivoluzione; in tal modo "si sentiva figlia della rivoluzione", come affermava.
Ma veniamo al grave incidente che ha indirizzato la sua vita. Come detto, aveva 17 anni, un autobus su cui viaggiava si scontrò con un tram. Spaventoso. Rimase gravemente ferita: varie fratture per tutto il corpo: alle vertebre lombari le più gravi, ma anche il bacino ne subì addirittura cinque. Per non dire del piede e della gamba destra, fratturati in ben 11 punti. Sfortuna delle sfortune, un corrimano dell'autobus, staccatosi nell'urto tremendo, l'infilzò e la passò da parte a parte, entrando dal fianco e uscendo dalla vagina. Subì una quarantina di interventi che la condizionarono enormemente.
Va detto anche che Frida (all'anagrafe Magdalena Carmen Frida) era nata con una strana malattia, che fece pensare a una forma di poliomielite (che forse giudicarono fosse ereditaria, infatti anche la sorella più piccola ne soffriva). Si trattava invece di "spina bifida", una malformazione del midollo spinale (prenatale) che comporta una chiusura anomala di alcune vertebre. Per anni dovette vegetare stando a letto, prima in ospedale, e poi, dimessa, a casa. Il busto, confezionato appositamente per lei sulla sua figura, busto che la stringeva per tutto il corpo, la privava di quasi ogni movimento. Da quel momento la vita di Frida va avanti portandosi nell'anima rabbia e dolore, e facendo dell'artista una persona all'apparenza fragile ma forte dentro, risoluta a vivere la sua vita tutta intera.
Doveva trovare, Frida, un modo per passare il tempo nella posizione scomodissima che l'amareggiava non poco, insieme al futuro nero che aveva costantemente davanti agli occhi. I genitori s'inventarono il modo di agevolarla; le fecero costruire un letto con una specie di baldacchino, con uno specchio in alto in modo che potesse vedersi. Costretta in questa scomoda posizione, Frida leggeva, leggeva molto, specialmente libri di politica, e in particolare sul movimento comunista. Poi il papà le regalò dei colori e delle tele. Frida vedeva solo il suo viso e immaginava o vedeva anche il suo corpo martoriato. E prese a dipingersi, ché non poteva ritrarre che se stessa. Nacquero i primi autoritratti. Solo molto più tardi, il gesso e l'altro materiale dell'imbragatura fu rimosso e poté cominciare i primi esercizi di deambulazione; e pian piano riprese in qualche modo il suo camminare.
Torniamo al rapporto con Diego Rivera. Una volta ripreso a camminare volle dunque far vedere le sue opere al pittore; e si recò a casa sua. Questi giudicò i suoi dipinti di una modernità assoluta; e la ricoprì di elogi e consigli fino a divenire il suo pigmalione. E dato che anche lui era inserito nella cultura e nella politica comunista messicana (i suoi murales riportavano solo grandi scene anche con personaggi del partito, messi qua è là), la inserì nel suo ambiente; lei ne fu conquistata, tanto che divenne una attivista (nel 1928 si iscrisse al partito).
Prima o poi, era destino, doveva scoppiare l'amore, era scritto; lei si innamorò, lui ricambiò, e quel che doveva avvenire avvenne; si sposarono un anno dopo, nel '29, anche se Frida sapeva che Diego era un donnaiolo, e conosceva le molte avventure amorose del pittore (che era, lo abbiamo detto più sopra, al suo terzo matrimonio).
Nei suoi dipinti, il pittore messicano era solito ritrarre la gente anche se collocava le persone in situazioni che ricordavano la politica e il suo militarismo nel partito comunista. Presto, abbiamo detto, si dedica ai grandi affreschi creando murales mai più superati per bellezza e interesse da altri dopo di lui. I colori sono vivaci e gli argomenti sono quelli propri della rivoluzione messicana di inizio 1900. Una rivoluzione dura e lunga che durò ben 17 anni (1910-1917) e che terminò con la promulgazione della nuova costituzione. Ma il suo impegno non finì con essa, perché scoppiò la rivoluzione russa ed egli si prodigò ancora, come del resto fece per tutta la vita, portando i suoi sentimenti e le sue idee sui molti murales messicani e non.
Diego Rivera fu chiamato in America, per dipingere alcuni muri e alcune opere per la fiera internazionale di Chicago; andarono insieme, lui e Frida; in quel periodo di intenso lavoro, lei rimase incinta; sembrava che dovesse andare tutto bene, ma quando era già avanti colla gravidanza abortì a causa della sua fragilità e delle condizioni del suo corpo, che risentivano chiaramente dell'incidente e delle mille operazioni subite. Tornarono in Messico, anche perché a Diego Rivera furono revocati gli incarichi che erano stati stabiliti. La causa della rescissione dei contratti fu questa. Dipingeva affreschi su un muro all'interno del Rockefeller Center di New York, gli venne l'idea di ritrarre in uno dei tanti volti del murale il volto di Lenin. Gli fu intimato - all'esame di una commissione - di cancellarlo, ma il pittore rifiutò.
Contemporaneamente al suo lavoro, le sue scappatelle extramatrimoniali (e talvolta molto più che semplici scappatelle) si moltiplicavano, e Frida sapeva; e sopportava. Anche se qualche volta sentendosi sola e abbandonata si consolò anche lei per ripicca con amanti sporadici, e anche con esperienze omosessuali occasionali. Ebbe allora diversi amanti dell'altro sesso; tra tutti una relazione abbastanza seria con Lev Trotsky, sì, proprio quello della rivoluzione russa, emigrato laggiù, e ospitato in casa dei coniugi Rivera per alcun tempo, prima di avere una seria discussione sulle idee di portare avanti la lotta contro il potere con Diego; allora lasciò la casa.
Trotsky venne ucciso nel 1940 proprio là, nella sua dimora a Coyoacàn da tale Ramòn Mercader, un emissario stalinista che gli ficcò una piccozza nel cranio, mentre era prono alla sua scrivania a leggere un articolo di politica.

Un altro amante (si dice) fosse André Breton, il pittore francese che portò le sue opere a Parigi in una mostra. Breton ebbe a dire di lei che fosse "una surrealista creatasi con le sue mani"; definizione che sapeva le avrebbe portato giovamento e riconoscimenti, ma che respinse sempre; voleva essere originale per conto suo.
Non ne poté più; fu lei a prendere la decisone cruciale; separarsi; ma non voleva rompere i ponti definitivamente con il suo maestro e marito. Decisero di vivere in due case, vicine e pure collegate tra di esse; la scusa era di avere ognuno il proprio spazio per lavorare, ma in realtà era perché Frida non sopportava più le relazioni extra del suo uomo.
Anno 1939. Erano passati dieci anni dal matrimonio dei due, e Frida chiese il divorzio. La causa scatenante fu l'accorgersi della relazione di Diego anche con sua sorella Cristina. Divorzio che ottenne. Ma stettero lontani appena un anno ché Diego tornò da Frida, che nonostante tutto amava ancora. E tanto anche, le fece una nuova dichiarazione d'amore. Si proclamò pentito. Lei si piegò (l'amava anche lei, del resto), e l'anno dopo, nel 1940, si risposarono a San Francisco.
Frida apprese moltissimo in pittura dello stile misto alle idee politiche di Diego Rivera, tanto che continuò sì a dipingere autoritratti, ne fece tantissimi; ma stavolta tutti con fattezze e caratteristiche antichissime, proprie delle donne messicane, per tenere sempre vive le tradizioni del suo paese che amava.

Vissero insieme fino alla morte di Frida avvenuta nel 1954; negli ultimi tempi gli arti inferiori si infettarono e per una cancrena che rese irrecuperabile una gamba, questa le venne amputata.
Nel 1950 Rivera fece i dipinti per l'opera Canto General di Pablo Neruda.

Cinque anni dopo, alla morte della moglie, si sposò una quarta volta, con tale Emma Hurtado, ed emigrò in Russia per sottoporsi ad una operazione chirurgica. Non si riprese più, visse per altri due soli anni e alla età di 70 anni morì a Città del Messico dove era tornato.
Frida scrisse e portò avanti un diario molto prezioso per le notizie che ci ha fatto avere; in esso - tra le altre cose, memore della definizione di "surrealista" datale da André Breton, lasciò questa frase: pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni.
Una settimana prima di morire, Frida volle vergare di sua mano qualcosa sulla sua ultima tela; intinse il pennello in un barattolino di vernice rosso sangue, e scrisse il suo nome, Frida, seguita dalla data e dal suo paese, Coyaocàn. e - in lettere maiuscole - VIVA LA VIDA.

marcello de santis

Frida e Diego
Frida e Diego
Diego in due ritratti eseguiti da Amedeo Modigliani

Diego in due ritratti eseguiti da Amedeo Modigliani

Frida e Diego
Frida e Diego
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IL CRISTO VELATO (2)

7 Maggio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere, #marcello de santis

IL CRISTO VELATO (2)

IL CRISTO VELATO (2)
di
marcello
de santis

IL DISINGANNO


La statua del Disinganno è' opera dell'artista Francesco Queirolo (Genova 1704 - Napoli 1762) che lavorò alla Cappella dei Sansevero dove, dove oltre a eseguire sculture, provvide anche alla decorazione della stessa .
Ho scelto di pubblicare un particolare di essa, la parte superiore, perché vista così da vicino si può ammirare e comprendere la difficoltà del suo autore nel realizzare la rete (di marmo) che avvolge la persona. Si trova a destra dell'altare, rappresenta appunto un uomo che tenta invano di sciogliersela di dosso, con l'aiuto di in genietto con le ali; cerca di liberarsi dall'inganno rappresentato dalla rete che lo ha fatto suo prigioniero.
Il Principe di Sansevero ha voluto nella statua vedere suo padre Antonio (1683-1757) chiamato dal desiderio di avventure per perseguire le quali abbandonò in gioventù la famiglia; rinunciò per questo alla successione, mantenendo per sé solo il titolo di duca di Torremaggiore, e che tornò all'ovile solo in tarda età, pentito, al punto che prese i voti e si chiuse in convento.

LA PUDICIZIA

Anche qui siamo di fronte a una statua coperta da un velo leggero,
così sottile da sembrare un velo vero, come nel Cristo del Sammartino.
Opera di Antonio Corradini, eseguita nell'anno 1752, vuole rappresentare - per volere del Principe Raimondo - la sua adorata madre Cecilia Gaetani dell'Aquila che, morendo giovanissima nel dicembre del 1910, lo aveva lasciato piccolissimo, quando aveva appena un anno.
Corradini, celebre artista alla corte dell'imperatore a Vienna, viene chiamato nel 1751 a Napoli per eseguire i lavori della oggi famosa Cappella. Ma il destino aveva deciso per lui; non poté realizzare quanto chiamato a fare, essendo stato colto dalla morte nello stesso anno in cui terminò la Pudicizia, il 1752.
Opera questa di incredibile leggerezza, non ha eguali, anche se esistono invero molte altre statue velate nella storia dell'arte, alcune realizzate dallo stesso Corradini (che - pare - sia stato anch'egli un affiliato della massoneria). Non stiamo qui a ricordare i simboli nascosti che si sono voluti cercare e trovare nella statua velata della Pudicizia, ché lo stesso personaggio del committente, il Principe Raimondo, portava necessariamente a fare. Il principe, infatti, come detto anche più sopra, era dotato di una cultura eccezionale, e all'epoca era considerato, tra le altre cose, un vero e proprio genio. Matematica, lingue, medicina; e chimica soprattutto.
Giovanissimo studente era stato un inventore di provata abilità ed efficienza; tra le sue invenzioni si ricorda il fucile a retrocarica; e un cannone di lunga gittata che realizzò per poter colpire le navi della flotta da guerra inglese che ponevano d'assedio Napoli. Ma si dice che fosse il primo ad avere scoperto la radioattività, in esperimenti che gli lasciarono il tremore delle mani fino alla sua morte.
L'arte medica era un'altra delle sue infinite doti; la metteva a disposizione anche per i nobili malati che curava, sperimentando su di loro dopo aver studiato i sintomi dei loro mali, le sue trovate chimiche; e poi esaminando le reazioni ai suoi medicamenti. Fu così che gli venne in mente, una mente sensazionale sotto tutti gli aspetti, di far costruire, per poter meglio studiare il corpo umano, le famose macchine anatomiche nelle quali fece riprodurre l'apparato circolatorio con tanto di vene arterie e capillari, sia di una persona di sesso maschile che di una di sesso femminile, questa addirittura in stato interessante.
Eccole qui sotto le foto di queste altre due altre meraviglie. Sono gli scheletri di un uomo e di una donna conservati nei sotterranei della Cappella; sono chiusi in due bacheche di vetro per preservarli da qualsiasi cosa o persona che potrebbe danneggiarli.
Come si può vedere, sono realizzati fin nei minimi particolari vene, venuzze e capillari del sistema circolatorio. Sono opera di un medico di Palermo, tale Giuseppe Salerno, che li realizzò sotto la direzione e il controllo costante del principe in persona, e risalgono agli anni 1763-1764, quando il principe aveva 54 anni, che li ha fatti "costruire" mettendo a disposizione del medico due elementi veri: le ossa e i crani, intorno ai quali ha elaborato e sistemato l'intricato sistema di vene.
Come le altre opere presenti della cappella - ma questa più delle altre - presenta il più grande mistero di cui è impregnato l'ambiente sacro: quali materiali sono stati utilizzati per la composizione del delicatissimo apparato circolatorio? Quali procedure segrete?
Non è chi non veda - e non c'è bisogno di ricordarlo - che le due composizioni hanno richiesto degli studi approfonditi del corpo umano, sia da parte del medico chiamato a eseguire l'opera, che soprattutto da parte del Principe Raimondo, il quale sappiamo quanto fosse meticoloso e attento a che tutto fosse perfetto al massimo grado.
Le illazioni riguardo alla elaborazione ed esecuzione delle due figure sono diverse, e tutte misteriose ancora oggi.
Forse che il principe abbia fatto usare una sostanza sconosciuta, da lui scoperta in laboratorio, che il medico ha infiltrato nel corpo vero di due cadaveri, sostanza che ne avrebbe metallizzato i vasi sanguigni?
Se così fosse, ci troveremmo allora avanti a due scheletri di cadaveri del settecento. (E una storia, vera o leggenda, narra che il principe avesse fatto uccidere due suoi servi - almeno questo credeva il popolo: erano scomparsi, guarda caso, proprio allora, due servi del principe; del resto era voce corrente tra il popolino che egli avesse fatto uccidere ben sette cardinali per usarne la pelle a coprire delle sedie - e quindi avesse provveduto con l'aiuto del medico Giuseppe Salerno a imbalsamare i due corpi, usando materiali da lui studiati e realizzati, la cui composizione il principe si è portata nella tomba.
Oppure le due opere sono frutto semplicemente di un'arte sopraffina, applicata alla bisogna con materiali comuni all'epoca, la cui combinazione (arcana) sia stata cercata e creata all'uopo del principe in persona? Fatto sta che a ben vedere tutto l'apparato circolatorio dei due rasenta la perfezione assoluta in ogni minima parte, se si tiene conto che trecento anni fa circa le conoscenze del corpo umano non erano certamente quelle di oggi.
Insomma: ai suoi tempi il principe era considerato, fin da quando giovanissimo venne a Napoli dal suo paese, una specie di negromante; la sua persona era circonfusa di qualcosa di arcano; tanto che faceva addirittura paura quando andava a passeggio per una Napoli che egli considerava città arretrata e ignorante, avvolto nella sua cappa di mistero; era additato addirittura come uno stregone; il mistero ancora oggi prende il visitatore nella Cappella, che resta a dir poco allibito da ciò che scorre davanti ai suoi occhi.
Quando ci accingiamo ad uscire, non possiamo non ritornare ancora là dove dorme il Cristo. Gettiamo un ultimo sguardo al corpo nella sua interezza, ci giriamo intorno con lo sguardo, e ci viene voglia di allungare una mano e toccare; anche se sappiamo che è vietato. Restiamo suggestionati ancora una volta - e sì che c'eravamo fermati a lungo ad ammirare l'opera poco prima - restiamo suggestionati dalla realtà del velo così aderente al viso e al corpo, che possiamo vedere attraverso di esso addirittura le ferite infertegli durante la crocifissione.
Tutto è talmente perfetto che non possiamo non tornare a pensare alla personalità del Principe e alle conoscenze (che a quel tempo dovevano essere necessariamente limitate) di cui abbiamo letto da qualche parte prima di entrare nella Cappella: e ci viene spontaneo pensare che quel marmo sia diventato marmo dopo la creazione della statua, grazie a qualche astruso potere alchemico messo in atto dal di Sangro.
Ma quali strumenti misteriosi aveva a disposizione?
Che cosa mai si era inventato in grado di marmorizzare un velo trasparente?
Il nostro desiderio è incontrollabile, non tanto per il gesto semplice in sé di renderci conto della "realtà" della scultura, ma con l'inconscio impulso di sollevare il velo e constatare coi nostri occhi se quel signore che sta là sotto stia dormendo; e il nostro sguardo corre al torace, e lo fissiamo, a vedere se per caso si solleva o meno, se respira o meno; e poter gridare: è vivo! è vivo! Poi però ci tratteniamo e seguiamo il flusso lento e pensieroso degli altri visitatori che si avviano ad uscire, e noi con loro, portandoci appresso tutti i misteri che nel nostro giro non siamo riusciti a svelare. Neppure in parte.
Voglio chiudere questo breve saggio riportando una domanda che si pone Giuseppe Di Stadio, e che si sono posti tanti studiosi del Signore di Sansevero, purtroppo ancora oggi senza risposta. Giuseppe Di Stadio è un giovane napoletano, egittologo e studioso di storia; in particolare ricercatore delle evoluzioni dei Regni partenopei dal 500 al 1861. Ha al suo attivo anche un romanzo storico. Potete leggere di lui e dei suoi saggi - e vi garantisco che ne vale la pena - sul blog che ha su internet intitolato mry hr - l'amato da horus.
Si chiede dunque Di Stadio: Come è possibile che uno studioso del 1700 sia riuscito ad acquisire conoscenze così sviluppate ed approfondite in tutti i campi del sapere umano? Come ha potuto mettere in pratica i suoi studi realizzando le opere che oggi ammiriamo con i nostri occhi incantanti e sbalorditi?

fine
marcello de santis

La pudicizia

La pudicizia

IL CRISTO VELATO (2)
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Il Cristo Velato

28 Aprile 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere, #marcello de santis

Il Cristo Velato

IL CRISTO VELATO

prima parte
di
marcello de santis



Il principe di Sansevero, uomo per eccellenza del settecento, ha lasciato in eredità al mondo dell'arte una delle più belle opere del secolo, quella Cappella, impregnata di atmosfera d'incanto, che porta il suo nome e che contiene quanto di più interessante un ambiente artistico possa offrire all'occhio curioso del visitatore; sculture, statue e sarcofagi, ritratti e sepolcri di famiglia. E tra tutte le opere d'arte presenti spicca per la sua immensa leggerezza il Cristo velato.
Ma andiamo con ordine.
Tutto ciò che circonda la figura misteriosa del Principe, ha dell'incredibile. Discendeva dai duchi di Borgogna, e il nome de Sangro sta a indicare "di sangue reale" (de sang real).
Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero nato a Torremaggiore in provincia di Foggia nel 1710 morto a Napoli nel 1771. Fu inventore e scienziato, nonché un esimio rappresentante dell'Accademia della Crusca; a quarant'anni, già uomo coltissimo, entra a far parte della Massoneria napoletana, e in breve diventa Gran Maestro della Loggia dei Rosacroce. Pensate: il conte di Cagliostro, quando ebbe modo di venire nella capitale partenopea, frequentò gli ambienti della Massoneria, e ivi conobbe, presumibilmente, il Principe Raimondo. E quando venne posto sotto processo a Roma dal Tribunale dell'Inquisizione, confessò sotto tortura che le sue conoscenze alchemiche gli furono insegnate a Napoli da un principe molto ferrato in chimica. E chi poteva essere costui, se non il Principe di Sansevero?
La sua figura ancora oggi desta rispetto; ma soprattutto timore, al ricordo dei suoi poteri paranormali. Era chiamato anche principe alchimista per le sue ricerche nel campo e le sue molteplici attività segrete. Lo consideravano stregone e adoratore di Satana. La gente ne aveva paura. Stregone a tal punto che fece sparire anche il suo corpo dopo morto; meravigliosa la lapide sul suo sarcofago: vuoto, ché il cadavere non c'è.
Chi vuole vedere e rendersi conto di persona del tetro fascino che ci tramanda questo personaggio non deve far altro che recarsi a Napoli e visitare la Cappella in questione. Che, va detto, era nata come sepolcreto di famiglia dei duchi di Sangro. Si trova a due passi da piazza San Domenico Maggiore dove c'è l'omonima chiesa che risale alla fine del duecento, tra Montecalvario e San Gregorio Armeno, la strada dei presepi, nel cuore del centro storico di Napoli.
Aneddoti intorno a questo monumento, e più intorno al Principe, si sprecano.
Il primo che vogliamo riportare riguarda proprio la nascita della Cappella.
Eccolo dunque: si vuole che verso la fine del millecinquecento, passò da quelle parti, prigioniero in manette, un uomo; che pare fosse innocente. Guardie lo scortavano, lo portavano in carcere. Proprio nel momento in cui transitavano davanti alla costruzione in fieri, un muro di cinta, che circondava la chiesetta, crollò con gran fragore; tra le macerie spuntò un quadro di una deposizione.
La cosa fu riportata al duca Giovanni Francesco di Torremaggiore che aveva commissionato la costruzione; questi abitava il palazzo che si trovava poco lontano (oggi è al civico 9 della piazza); per rispettare un voto che aveva fatto durante una sua grave malattia, ordinò che là dove era crollata la muratura fosse eretta una Cappella dedicata alla vergine Maria. L'ordine fu eseguito, e nacque là un piccolo edificio chiamato Santa Maria della Pietà, o Pietatella. Era l'anno 1590.
Una ventina d'anni dopo pensò a darle una sistemata un figlio di Giovanni Francesco, Alessandro; sino a che, passato da allora poco più di un secolo, la cappella - che all'origine era collegata al palazzo da un passaggio soprelevato, oggi non più esistente perché crollato nei primi del novecento, fu ampliata e prese il nome dall'attuale Principe Raimondo di Sangro, il Principe dei misteri, sconvolgente e affascinante all'un tempo; che oltre ad ampliarla la abbellì poco alla volta e fino a portarla allo splendore in cui la vediamo oggi.
Misteri intorno alla cappella sono infiniti, tutto là dentro ha un'aria di segreto, di arcano. Uno dei più curiosi misteri è quello del pavimento.
Come ci narra Isabella Dalla Vecchia, è un labirinto originato da una sola linea continua spezzata, che dà l'impressione di un fondo a sbalzo; l'idea del disegno è opera del principe in persona, che ideò questa alternanza di croci uncinate (svastiche) e di quadrati concentrici, perfetti; tutti visti in prospettiva.
Un'opera piena di simbolismo: il chiamato, l'iniziato deve percorrere il labirinto per giungere alla verità. Oggi della pavimentazione è rimasta solo una parte, ché il pavimento originale è stato danneggiato dal crollo avvenuto verso la fine dell'ottocento. Ma da quel poco che possiamo ammirare esso rimanda al personaggio del principe (massone e rosacroce): un labirinto come percorso iniziatico da seguire per poter uscire a riveder le stelle per prendere in prestito le parole di Dante, per giungere cioè alla verità.
Non è solo nella Cappella dei Sansevero che esiste un pavimento con il labirinto; il disegno ha un valore antico quanto il mondo; leggo su Un altro giro di giostra, Tiziano Terzani, Longanesi: ... i primi labirinti risalgono a più di 4500 anni fa; ... un labirinto del 2500 avanti Cristo, scolpito nella roccia si trova in Sardegna... uno dei primi labirinti su muro è a... Lucca, sulla facciata della cattedrale.
Serviva, dice Terzani, ai fedeli, che prima di entrare, ci passavano un dito sopra facendolo scorrere sul percorso necessario per arrivare al centro; e purificarsi così prima di entrare nella casa di Dio.
Racconta ancora Terzani che dopo le Crociate, arrivare a Gerusalemme in pellegrinaggio era un'impresa pressoché impossibile, per atti di pirateria e aggressioni, spesso con morti, cui si poteva incappare sulle strade. Per cui i fedeli avevano come meta ultima nuove cattedrali in sostituzione di Gerusalemme; e scrive: ... percorrere il labirinto intarsiato nel pavimento di queste cattedrali era per il fedele la conclusione del cammino simbolico che non aveva potuto compiere realmente.
E aggiunge a conclusione del breve scritto sui labirinti, che il più noto e il più bello di essi si trova nella cattedrale di Chartres, in Francia, (la cui costruzione iniziò nel 1194 e terminò nel 1220.)
Torniamo al Cristo velato, una delle più significative opere che troviamo nella chiesa, e situata al centro della cappella.
Opera di Giuseppe Sammartino artista napoletano che attraversò tutto il secolo XVII; visse infatti i suoi 73 anni dal 1720 al 1793.
Il Principe Raimondo commissionò al giovanissimo scultore - all'epoca quegli aveva appena compiuto 35 anni - un Cristo morto coperto da un sudario.
E un sudario copre in effetti il marmo che rappresenta il Cristo, giacente su un letto con la testa reclinata su due cuscini; ma agli occhi del visitatore tutto pare fuorché marmo, sembra un tessuto finissimo, un velo vero e reale.
Sembra quasi che a coprire il corpo non sia un velo di marmo, ma un peplo di seta o altro tessuto leggero e trasparente.
Forse neppure il principe si aspettava un'opera così perfetta.
O forse sì; narra infatti una leggenda che sia stato proprio lui a insegnare all'artista il modo di coprire il corpo con un velo vero, e quindi a calcificare lo stesso in tenui cristalli di marmo grazie alla sua scienza alchemica.
Sia come sia, l'effetto di realtà è straordinario; il Cristo pare dormire, e sembra quasi vederlo respirare sotto la leggerezza del drappo trasparente, tanto che il visitatore si aspetta da un momento all'altro il suo risveglio.
Ma non è l'unica cosa strabiliante che troviamo nel complesso.
La Cappella è tutto un arcano; mistero c'è nelle varie statue, sono 18, che si seguono a destra e a sinistra entrando nella chiesa; una sola di esse è al centro ed è il Cristo velato.
Hanno tutte un nome queste statue, e tutte indicano qualcosa che pare avere a che fare con l'alchimia, la scienza del principe Raimondo: la forza, l'amore, la volontà, l'istruzione, e così via. E sono tante, le statue.
E' opportuno ricordare che il Principe Raimondo, settimo dei principi di Sansevero, era un uomo di eccezionale cultura, e studioso di scienze esoteriche. E può a buona ragione definirsi uomo dal multiforme ingegno, data la sua poliedrica personalità. Si dice che molte di queste sue conoscenze e anche di alcune sue "magie" le avesse applicate alle sculture presenti.
Perché è impensabile - quasi impossibile - che gli artisti che le hanno prodotte, per bravi che fossero, abbiano eseguito delle cose così stupefacenti che fanno necessariamente pensare a interventi di forze sconosciute; ed è forse proprio quello che voleva il principe.

C'è ancora una leggenda: quella che vuole che il velo che copre il corpo deposto sul letto di morte, all'origine sia stato un peplo vero; e che sia stato posto a coprire il corpo di marmo della statua, opera; e che solo un magico intervento di Raimondo abbia trasformato lo stesso peplo da seta pura in marmo; e che solo lui sapesse, all'occorrenza o a un suo intimo desiderio, ritrasformare il marmo in seta.


Ma è il momento di parlare - oltre che alla delicatezza del velo del Cristo - di almeno altre due statue a dir poco strabilianti per la sua realizzazione: il Disinganno e la Pudicizia.
Ne parleremo nella seconda parte del saggio.

fine prima parte

marcello de santis

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REINCARNAZIONE

17 Aprile 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #marcello de santis

REINCARNAZIONE


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Il prof. Stevenson ha girato il mondo intero alla ricerca, o meglio allo studio (perché correva là dove veniva chiamato, o dove sapeva che si erano verificati casi che potevano far pensare alla reincarnazione) di soggetti (bambini o già adulti) che avevano raccontato - o raccontavano ancora - di vite precedenti.
Nell'affrontare le situazioni le più strane e le più diverse, non era mai solo; è vero che arrivavano sul posto anche altri studiosi, ognuno per conto suo (e giornalisti, e scrittori); ma alcuni di questi collaborarono con lui; e alla fine si riunivano tutti insieme per catalogare le notizie rilevate da ognuno singolarmente, e si faceva uno studio comparativo di esse notizie, per poi tirare conclusioni univoche.
Uno di questi studiosi era
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ROBERT F. ALMEDER
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in effetti un seguace del prof. Stevenson, e criticò le varie accademie e università che non avevano preso sul serio i risultati delle sue ricerche.
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Robert Almeder
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Americano, professore di filosofia presso la Georgia State University, ha fatto oltre a studi prettamente filosofici, sul quale argomento ha scritto molti libri, anche ricerche sulla vita e sulla morte.
Due suoi libri famosissimi sono Oltre la morte e La morte e sopravvivenza personale.
A seguito di questi studi uscì convinto che la mente umana non è riconducibile solo al cervello e ai suoi vari stati.
Il modello di ricerca del prof. Ian Stevenson, afferma Robert Almeder, aveva in sé "qualcosa di essenziale relativo alla personalità umana".
Erano, diceva, metodi efficaci ed essenziali, applicati con scrupolo e insistenza fino a che la sua convinzione non fosse stata o sicura, o scartata perché troppi pochi elementi ne garantivano la verità. Con questi suoi metodi il maestro lo aveva ampiamente dimostrato per mezzo delle sue ricerche sul campo.
Come quella volta che volò in Germania e precisamente a Monaco di Baviera.
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IL CASO MIDHART
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Si trovò a verificare il seguente caso.
Un signore di nome George Midhart, un sessantanovenne tranquillo e conosciuto come persona seria e sana di mente (è bene dirlo) subì un pauroso incidente di macchina nel quale persero la vita sua moglie e suo figlio piccolo.
Il trauma che subì anche mentalmente è catastrofico, tanto che penò molto a rimettersi.
Da quel momento cominciò a raccontare di una sua precedente esistenza; in effetti vedeva svolgersi davanti ai suoi occhi delle scene di avvenimenti, come lo svolgersi di una commedia di cui lui era l'attore principale.
Ricorda il suo nome e il castello dove abitava: Weissestein.
A mano a mano che questi ricordi, queste visioni, venivano fuori, le confidava. E venivano registrate.
Ed ecco una storia fantastica, una storia risalente al millecento; la storia di un barone pazzoide, stranissimo, che viveva rinchiuso nel suo castello, una fortezza dalle mura maestose, dai cui merli dominava tutta la valle e una strada di scorrimento che serviva per il traffico di minerali.
Raccontò che il barone trovò la morte a seguito di un assalto al castello fortezza.
Fin qui il racconto, riportato succintamente.
Si verificò con riscontri esatti in ogni particolare gli avvenimenti narrati, luogo personaggi ed altro, e tutto corrispondeva a una realtà di un'epoca passata ormai da circa mille anni.
Si è rinvenuto il castello (in rovina) e si trovò anche quell'entrata segreta per entrare e uscire, che si trovava nel luogo esatto ed era proprio come il signor Midhart l'aveva disegnata.
Va detto che una volta l'idea della reincarnazione era insita quasi soltanto nella filosofia dei paesi orientali, dove si fonde con le varie religioni che sono - in India per esempio - moltissime e varie (consideriamo che laggiù si parlano più di cinquecento lingue).
Oggi invece, grazie alle ricerche fatte da tanti studiosi - psicologi, psichiatri, medici - che hanno affrontati i vari casi di cui si è venuti a conoscenza, il fenomeno della reincarnazione ha allargato e di molto i suoi confini; primi, ma non solo, i già citati Ian Stevenson, Brian Weiss; e poi molti altri ancora, la terapeuta Manuela Pompas, il dott, Gilles Bodin, il dr. Almeder, e altri.
Le ricerche sulla reincarnazione hanno portato questi studiosi a esaminare la possibilità che la vita dell'uomo sia una sola, e composta da corpo fisico e di quell'elemento che indichiamo col termine di anima. O se esistano più esistenze di questo insieme di elementi che è la vita umana.
E allora, in caso di reincarnazione, si deve ammettere che l'anima fa più viaggi intermedi prima di purificarsi e raggiungere la perfezione in via definitiva.

MANUELA POMPAS

E' una giornalista e scrittrice italiana, una degli studiosi più esperti nel campo dei fenomeni paranormali.
I suoi studi sulla medianità tendono esclusivamente alla ricerche di prove che giustifichino la verità dei fenomeni studiati. Tra le sue pubblicazioni di maggior successo ricordiamo I poteri della mente (Rizzoli, 1983), La terapia R, guarire con la reincarnazione (Mondadori, 1995). L'aldilà esiste? inchiesta sulla vita dopo la vita (Sperling & Kupfer,1999), Reincarnazione, una vita, un destino (Sperling & Kupfer, 2004).
Nei suoi studi sulla mente umana e le sue manifestazioni la ricercatrice usa anche la regressione ipnotica, che più sopra abbiamo visto serve per far tornare il soggetto sotto ipnosi indietro nel tempo e sviscerarne i ricordi. Uno dei più noti, (vedi saggi precedenti) è l'americano Brian Weiss, che utilizza la tecnica, il cui uso è molto diffuso anche in altri paesi del mondo (e, ricordiamo, è utilizzato soprattutto a scopo terapeutico).
In Italia, afferma la Pompas, la regressione ipnotica viene usata di nascosto, per non urtare la religione cattolica, e anche perché non esiste qui da noi una accettazione della scienza.
La giornalista nel corso dei suoi lunghi anni di studio ha raccolto infinite testimonianze di soggetti che in stato di ipnosi, ritornati a età passate, hanno raccontato cose che non possono spiegarsi con le loro cognizioni attuali, e che non hanno mai acquisite nella vita corrente; parlano di luoghi mai conosciuti, di persone che non sanno (da svegli) chi sono, si esprimono in lingue magari morte da secoli se non da millenni.
Va detto che la giornalista crede fermamente nella reincarnazione, anche se candidamente ammette che essa non è dimostrabile.
Gli orientali credono in essa. E fondamentale per la loro religione. Per gli occidentali invece è solo questione di studio e di ricerca, con risultati il più della volte strabilianti.
Uno dei casi più significativi che ha studiato è quello che nel suo libro, La terapia R, guarire con la reincarnazione, ella titola appunto.
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IL CASO R.
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Un ragazzo afflitto da una paura che non sapeva da cosa derivasse, si sottopose volontariamente alla ipnosi per cercare di guarire; tornando indietro per cercare di trovare - negli anni passati, e particolarmente della sua infanzia, e anche indagando, se possibile, in una sua esistenza precedente - una qualche causa alla sua fobia.
Ecco il suo racconto:
- sono uno studente (americano), volevo studiare da medico, ma mio padre mi ostacolava in ogni modo, perché desiderava che diventassi un avvocato seguendo le sue orme.
Mi ribellai e per non dargliela vinta, visto che non potevo studiare medicina, mi arruolai per andare in Vietnam.
Qui sono morto in una violenta azione di gu
erriglia.
Dette il suo nome di allora, quello di suo padre, indicò dove era nato e dove aveva abitato, con tanto di via.
Manuela Pompas fa delle ricerche, e scopre che in quella città, nella via indicata, esiste un signore di professione avvocato.
A seguito delle verifiche su questi soggetti di cui stiamo trattando sembra "verosimile" che l'anima alla morte del corpo fisico continui la sua esistenza; per un certo tempo, più o meno lungo, che non siamo in grado di determinare e circoscrivere.
Per crescere ed elevarsi a livelli di spiritualità sempre più elevati.
Per questa ricerca continua di purificazione, si verifica la reincarnazione, eliminando scorie cattive e deleterie e acquistando nuove conoscenze e gradi di avanzamento spirituale.
La rinascita è più naturale quando si muore in circostanze "non naturali", (morte tragica, morte precoce, inattesa).
In questi casi l'anima tende a tornare subito, per non interrompere il viaggio verso la spiritualità finale.
Ma così facendo non riesce ad annullare le sue memorie giovani, per cui è portata a ricordare a rivivere quella che fu quella sua esistenza non portata a termine come naturale.
E questo non può che avvenire in nuovo corpo. E in età ancora brevissima, perché è quell'età che ancora non ha permesso di acquisire tutte le cose nuove, e le memorie nuove.
Ecco perché sono bambini dai due ai quattro anni, e che in alcuni giunge fino a sei/sette, che i ricordi sono più chiari e veri.

RACCONTATI DA AMICI

Diana Bellino è una signora di Gorizia che vive a Udine, dove svolge la sua attività di pittrice.
In una nota su fb, del 16 aprile di quest'anno, dopo aver letto il mio ultimo saggio di parapsicologia, mi segnala un fatto accaduto a lei personalmente, in cui una sua carissima amica appena deceduta le si manifesta con un bacio e una carezza.
Riportiamo l'accadimento con le sue parole.

Carissimo Marcello....
io non so se la mia storia coincide con la parapsicologia... io chiamerei la mia esperienza paranormale!
Tantissimi anni fa avevo un amica a cui volevo molto bene, purtroppo è morta giovanissima a causa di un aneurisma; al momento dell'evento ella era sola per cui è rimasta tante ore in coma...
Era in una stanza dove lavorava - faceva pulizie negli uffici - ed essendo di domenica sul luogo non c'era nessuno, per cui in un primo tempo non la cercava nessuno. Quando hanno preso a cercarla, soltanto dopo diverse ore l'hanno trovata; e purtroppo era morta. Io sono andata all'obitorio; ma non sono riuscita ad avvicinarmi a lei; neanche per farle una carezza.
Mentalmente le ho chiesto scusa: "perdonami cara amica, se non ci riesco a darti neanche un abbraccio.
La sera a letto non riuscivo a dormire, l'avevo davanti agli occhi; pensavo a lei, la luce accesa sul comodino. Ad un tratto tra le tende della finestra che si muovevano con leggerezza, in trasparenza vedo lei che viene verso di me attraverso il tessuto; e avvicinatasi, mi sfiora il viso con una mano.
Era lei: China sul mio viso. E mi da' un bacio.
Sono passati tantissimi anni ma questa cosa non la poss
o dimenticare!
Ciao Marcello!
.
Questo il fatto.
Che dire! il fenomeno non è raro nella casistica della parapsicologia.
Un defunto, trapassato da poco, o anche da molto tempo, a volte anche da secoli - vedi i castelli con i fantasmi che si leggono nelle leggende inglesi, per esempio - non ancora staccatosi completamente da questa terra, ha bisogno di restare attaccato alle cose famigliari e che più ha amato (case, locali, amici e parenti); e il suo spirito, o meglio il suo corpo astrale, continua a vagare in questa dimensione, dove ha lasciato il corpo materiale che già non c'è più.
Nel caso ha "sentito" il dolore e l'amarezza per la perdita della sua amica, ed è venuta a cercarla per fare quello che lei non è stata capace di fare, darle una carezza e un bacio.

Marcello De Santis

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E CHI NON BEVE CON ME, PESTE LO COLGA...! di marcello de santis

13 Marzo 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #personaggi da conoscere, #cinema, #marcello de santis

E CHI NON BEVE CON ME,  PESTE LO COLGA...! di marcello de santis

Voglio cominciare questo saggio riportando per esteso un "pezzo di vita" che fa parte di una mia plaquette in prosa, ancora inedita, che è molto significativo al riguardo. Lo riporto anche con quelle poche frasette in tiburtino, (disseminate qua e là), il dialetto della mia città, allora ancora paese, facilmente fruibili (per ogni evenienza ne riporto la traduzione in italiano):

... tappa obbligata, per me e fratimu micchittu (mio fratello piccolo), pure se mamma e papà continuavano a camminare su a corzereno, (via colsereno) erano "li quadri del giuseppetti, al trevio (i quadri del cinema).

Là ci fermavamo a immaginare, attraverso essi, le scene del film in programmazione; a volte anche papà si fermava, specialmente se era un film di indiani o uno di quelli strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, per esempio Catene; si fermava allora pure mamma, e vedevo la sua mente immaginare le scene più drammatiche del film; quando faceva tappa pure lei mi s’accendeva in cuore la speranza: ci andiamo!
... papà Decio ci provava quasi sempre, pure se talvolta era tardi; deviava nel breve vicolo dov'era la sala cinematografica, e all'uomo dei biglietti (papà era conosciutissimo e benvoluto da tutti grazie alla sua dedizione ai malati, facendo l'infermiere/amico di tutti al locale ospedale) domandava: “se fa in tempo?” e quello, “vai, Decio, entréte, ‘nte proccupa’…” (entrate pure, non ti preoccupare); e quasi sempre quel giovanotto, “no’ lli fa li bigghietti, Decio… è guasi fenitu...” (non li fare i biglietti Decio, è quasi finito); e non era vero…
Per cui quando lui si fermava davanti ai quadri, il cuore mi batteva forte; i miei nove/dieci anni azzardavano un "papà, ciannàmo? - ci andiamo?", o era lui che diceva a mamma: “nanna, te va? me sa che è bellu!”, mamma non diceva mai di no; se rispondeva di sì, prendevo a correre sopr’alli sérgi co lli tacchitti co la mezzaluna de ferittu, che faceanu le lure (sopra l'acciottolato della strada fatta di sampietrini con i tacchetti di ferro delle scarpe, i cosiddetti ferretti fatti a mezzaluna, che battendo sui sampietrini facevano le scintille) ed ero il primo ad arrivare davanti alla porta del cinema; entravo subito nella grande sala della biglietteria per soffermarmi a lungo sui tanti cartelloni dei film che sarebbero seguiti in altri giorni.

Arrivavano poi papà e mamma con Renato per mano (mio fratello più piccolo, aveva sei-sette anni) e si entrava in sala tutt'insieme.
Papà qualche volta però s’avvicinava alla cassa e faceva ugualmente i biglietti, (noi piccoli, eravamo piccoli, e non pagavamo ancora).
Quando invece non rispondeva alla mie parole “papà annàmoci, è propriu bellu, me l’à dittu ‘ncompagnu meu de scola che l'à vistu” (non era vero…) e continuava a camminare sottobraccio a mamma parlando dei fatti loro, ci rimanevo male da morire “stasera no” categorico; “ma te dico che è bello, dài…” “no!”.
M’ammusea... m‘arabbiéa subbitu (mettevo su il muso, m'arrabbiavo...)
Non correvo più, andavo dietro a loro a testa bassa, non vedevo l’ora che arrivassimo al pratosangiovanni, (dov'era casa nostra, una vasta distesa con poche case in fondo, subito fuori la porta sangiovanni) dove, al buio, potevo mascherare il mio dispiacere. Mi mettevo subito a letto, accendevo la radio, abbassavo il volume; e ascoltavo, senza sentire, fino a che arrivava “siparietto, a cura di nicola adechi…” e mi calmavo al suono di quella bellissima voce; il mio rancore ingiustificato s’ammorbidiva nel profumo dei sogni che fluttuava nel buio sotto la coperta…
Ma torniamo alla frase celebre che ho messo nel titolo:
... chi non beve con me peste lo colga!... che è passata alla storia del cinema.
A pronunciarla, la frase, fu un grande attore italiano che all'epoca - siamo nel 1941 - e per molti anni ancora, fu ai vertici del cinema italiano. Il suo nome è Amedeo Nazzari, affascinante, bello. E i più giovani e i giovani che non lo conoscono e non lo hanno conosciuto, non possono certo negare, guardando la foto posta più sopra, quanto ho appena detto, nevvero?
Interpretava il personaggio di Neri Chiaramantesi, nella Firenze dei Medici rappresentata con ottimi effetti e costumi dal regista Alessandro Blasetti nel film La cena delle beffe.
Io, quando uscì il film, avevo appena due anni, e chiaramente non l'ho visto, ma più tardi ricordo di aver assistito a tutti o quasi i film di questo grande attore, che quando girò la pellicola aveva già 34 anni, non era quindi giovanissimo. Pare di stare ai tempi nostri, dove gli attori moderni di vent'anni e anche meno sono già dei veterani dello schermo, non so con quanto talento e con quanto merito.
Però anche di questo film, molto più tardi, forse verso i sedici/diciott'anni, ne debbo aver visto - c'era ormai la tivu che di tanto in tanto cominciava a riproporre vecchie pellicole - almeno degli spezzoni; e senz'altro debbo aver gustato e memorizzato la famosa frase: ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Ricordo i vari pomeriggi, sul tardi, dopo aver studiato, in giro per il paese coi miei compagni di liceo ripassavamo a voce alta la lezione per l'indomani ascoltando e integrando quello che ognuno di noi ripeteva. E quasi sempre per un motivo o per l'altro, o anche senza alcuna ragione, semplicemente per smorzare la tensione che si creava, ci scappava da parte mia o degli altri, la frase ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Era diventato, usando un termine di oggi, un tormentone!
Ma ormai era tardi per la nostra gioventù, per poter amare gli attori di quegli anni, che per noi erano già sorpassati; cominciavano ad arrivare i film di cowboy e indiani, di Stanlio e Ollio, di Gianni e Pinotto; e gli eroi americani, da Gary Cooper ad Alan Ladd, da James Stewart a Tyron Power; e le belle attrici.
Quelle che ci rimanevano impresse erano non tanto "quelle brave", che forse ancora non comprendevamo a fondo la bravura di un artista, ma le prosperose e sensuali: da Jane Mansfield, a Rita Hayworth, alla dolcissima affascinante Marilina).
Qui le attrici nostrane, e in quel film "La cena delle beffe" alcune veramente brave erano state riunite, qui da noi, dicevo, colpivano di più se facevano piangere i nostri genitori; con le loro storie romantiche o drammatiche, per esempio. E giustamente i loro nomi sono rimasti nella storia del cinema.
Ricordate? Nel film in questione oltre a Nazzari c'era il grande Osvaldo Valenti; e tra le protagoniste femminili il meglio del tempo: Luisa Ferida, Clara Calamai, la donna del primo nudo sullo schermo, Valentina Cortese, giovanissima, aveva solo 19 anni; e la "in seguito divenuta" grandissima" Lilla Brignone.
Torniamo ad Amedeo Nazzari.
Nella vita doveva fare l'ingegnere; gli studi per diventarlo li aveva intrapresi, e lo sarebbe diventato se la passione per il teatro non lo avesse rubato a questa professione. Veniva da una famiglia agiata, lui era nato in Sardegna dove il nonno materno, da cui poi prese il nome d'arte, era un magistrato che agiva a Vicenza, e che a Cagliari fu trasferito con tutta la famiglia.
Aveva appena sei anni quando gli morì il padre; la madre decise di trasferirsi a Roma, dove Amedeo studiò in un collegio. Studia e comincia a recitare, in rappresentazioni scolastiche; poi col tempo - lasciati definitivamente gli studi universitari - si dedica al teatro e lo affronta come unico scopo della sua vita.
Qui diciamo solo del suo esordio come attore professionista: avviene nell'anno 1927; e non nel cinema, ma in una compagnia teatrale; cui seguiranno altre compagnie più importanti.
Amedeo ha solo vent'anni, ma la sua prestanza fisica e la sua voce calda e profonda lo fanno notare subito al pubblico. Fece anche dei film, agli esordi, e anche di un certo successo, questo va detto; ma noi preferiamo fare un salto in avanti per arrivare direttamente al'anno 1941, al film per eccellenza, per lui, ché ne decretò la notorietà:
La cena delle beffe,
di Sem Benelli.
- e alla famosa frase ... e chi non beve con me, péste lo cólga!, dove il suo accento spiccatamente sardo ne accentuava la drammaticità;
- alla famosa scena del seno nudo di Clara Calamai (pochi secondi appena che scatenarono le ire e i fulmini della Chiesa e il "vietato ai minori di 18 anni" "imposto" dalla censura sui quadri del film);
- e infine alla presenza tra i protagonisti di due attori Valenti e Ferida - amanti nella vita, (cosa anche questa da scandalo).
Il 1949 è l'anno più importante per la carriera dell'attore. Viene chiamato dal regista Raffaello Matarazzo come attore principale per un film che ha in programmazione. Amedeo accetta, e resta in attesa che si trovi l'interprete femminile. Eccola alfine: è una stupenda ragazza di poco più di vent'anni, sconosciuta ai più, con un fisico statuario dalle forme prorompenti; si chiama Yvonne Sanson, ed è arrivata a Roma dalla Grecia dove è nata. Ha al suo attivo una sola pellicola, un film drammatico al fianco del grande Aldo Fabrizi, girato a Roma, dal titolo: Il delitto di Giovanni Episcopo, tratto da un'opera di Gabriele D'Annunzio, sotto la direzione di Alberto Lattuada. Lattuada aveva notato questa giovane bellissima, dotata di un fascino che lo aveva profondamente stregato, e la vuole nel suo film. Film che, va detto, ha un buon successo di critica e di pubblico. E dunque, Yvonne sarà l'interprete femminile del film di Matarazzo; si intitolerà "Catene"; il partner, come detto, scelto già dal regista, è Amedeo Nazzari. "Catene" sarà, pensate, il film più visto dagli italiani nei due anni 49 e 50.
Amedeo Nazzari viene chiamato per un film dopo l'altro, è l'attore del momento, e con lui Yvonne Sanson. Tanto è il successo conseguito da Catene, che nascono uno appresso all'altro "Tormento", uscito l'anno successivo (i soggettisti sono gli stessi di Catene, uno è Gaspare Di Maio; indovinate chi era l'altro? Ma sì, il poeta napoletano Libero Bovio); nel 51 i due girano l'ennesimo dramma, "I figli di nessuno", e l'anno seguente "Chi è senza peccato". Tutti con la direzione dello stesso regista Raffaello Matarazzo.
Il successo è impensabile, la gente corre ai botteghini e le sale straripano addirittura. Allora si facevano spettacoli uno appresso all'altro, si cominciava dalle tre del pomeriggio e si andava avanti senza interruzioni fino a mezzanotte e oltre; tra l'una e l'altra proiezione qualche breve presentazione, i famosi "prossimamente sui nostri schermi", e la solita Settimana Incom, il Cinegiornale d'attualità e informazione settimanale, dieci minuti circa di notizie con servizi interessantissimi. La ricordate?
E quanti, quanti spettatori! Fuori delle sale e all'interno, davanti della biglietteria, c'era costantemente la fila, molti in attesa per entrare al momento dell'inizio del film, ma la gran parte per entrare subito, e basta. E quanta gente restava in piedi per tutti e tre gli spettacoli. Alla fine si vedevano all'uscita le donne con gli occhi rossi e i fazzoletti in mano o ancora sul viso. E a casa il giorno appresso non si faceva altro che parlare del film, raccontare la trama a chi ancora non c'era stato, descrivere le mosse, le azioni, le scene più tragiche della narrazione.
Vennero ancora "Torna" nel 1953 e "L'angelo bianco" del 55. Per finire la serie con "Malinconico autunno" uscito tre anni dopo.
Amedeo e Yvonne dominarono la cinematografia italiana nel decennio 1949-1959, lui con lo sguardo ammaliatore e lei con la sua caratteristica acconciatura che portò in diversi film, in cui si presentò quasi sempre come una moglie appassionatamente innamorata del marito, o una madre che si fa monaca per pagare il fio delle sue infelici azioni, o una donna che per salvare il proprio uomo non esita a tradirlo. Una serie di film con tratti a tinte fosche, melodrammi che non potevano essere se non a lieto fine, inneggiando alla vittoria dei buoni e alla sconfitta dei cattivi. Pensate: questi dieci film complessivamente ebbero circa quaranta milioni di spettatori.
Yvonne Sanson girerà altri film, altri ne aveva girati anche prima dei melodrammi all'italiana appena ricordati; erano quelli anche film d'autore, come si dice; lavorò infatti con Alberto Lattuada a fianco di Renato Rascel ne "Il cappotto", con Rossellini, con André Cayatte, con Dino Risi, per nominarne solo alcuni; ma non ebbero, i film, - almeno per la visibilità e la fama - il successo della serie "Catene e c."; forse perché non aveva più al suo fianco il grande Amedeo? Ed è per questo che la sua stella ha smesso di brillare nel cielo della filmografia italiana? Fatto sta che gli anni 70 segnano la fine per i due artisti.
Yvonne muore a Bologna, dove si era ritirata da anni e dove viveva vicino alla figlia Gianna, a seguito di un aneurisma; è l'anno 2003; ha 77 anni.
Segue il suo partner col quale ha diviso i più grandi successi della sua carriera per un lungo decennio pieno di gloria e di soddisfazioni, dopo quasi 25 anni dalla morte di lui.
Una nota necessaria, che nessuno sa (o forse soltanto i cinefili): Yvonne Sanson recitava con la voce di una giovane attrice e doppiatrice italiana, che risponde al nome di Dhia Cristiani.
Yvonne Sanson fu la donna più amata degli italiani, più delle due maggiorate per eccellenza Sofia e Gina (la Loren e la Lollobrigida), ma ciò non bastò a ripetere il successo dei film d'amore e di passione girati al fianco di Nazzari.
Effettivamente formavano una coppia ormai collaudata e insuperabile.
Una cosa non ho detto, se il pubblico non lesinava la sua approvazione per queste storie, la critica fu davvero amara per i due attori e ancora più per i film; fu distruttiva; stroncava i film ad ogni uscita; li descriveva come fotoromanzi trasportati su pellicola, a dispetto dell'immenso successo commerciale.
Amedeo Nazzari dal canto suo, che agli esordi aveva girato molti film in divisa, (la divisa che ne esaltava il fisico da atleta e il suo indubbio fascino) continua ad avere offerte di lavoro; ma pure ad essere scomodo per la produzione, ché vuole sempre intervenire nella sceneggiatura per cambiare dialoghi battute e scene, che lui ritiene non adatte al suo personaggio.
Lavora con registi importanti, accanto ad attrici famose e bellissime, ma comincia ad avere forti delusioni dal suo mondo; doveva girare il Gattopardo, ma il ruolo del principe di Salina viene affidato a Burt Lancaster (per ottenere finanziamenti americani), salta anche il rifacimento de La figlia del Capitano (che lui aveva girato tanti anni prima) per il ruolo principale del quale viene scelto un altro attore americano, Van Heflin.
Rifiuta infine di lavorare a fianco di Marilyn Monroe, in un ruolo che poi sarà assegnato ad Yves Montand.
Sentite come racconta la cosa lo stesso Nazzari: è l'anno 1965.

Lo intervistano:

"perché non sono mai andato a Hollywood?
Migliaia di persone me l'hanno chiesto. Eccolo lì, dicevano, il divo locale
che non vuole giocare la sua gloriuzza sulla grande roulette americana....
... niente di tutto questo, sono sardo tradizionalista,
un po' pigro, mi piace vivere come voglio...
... a Hollywood ci sono
andato veramente... nel 1959,
io e Irene (la moglie Irene Genna) ci siamo divertiti moltissimo;
ho incontrato tutti i miei idoli... a una festa mi si avvicinò un tale della Fox,
e mi fece questo discorso: signor Nazzari, perché non si st
abilisce da noi?
Stiamo preparando un musical per Marilyn Monroe,
ci manca il protagonista maschile, passi domani nei nostri studi e ne parliamo.
D'accordo, domani pomeriggio, risposi sforzando un sorriso.
Poi Irene ed io corremmo in albergo, facemmo i bagagli
e alla svelta prendemmo il primo ae
reo per l'Europa...

Ma siamo già verso la fine degli anni 60, quando la sua stagione di gloria è finita; si sta affermando un altro genere di film, la commedia all'italiana; e per i film passionali non c'è più spazio. Pian piano, sentendosi un intruso in mezzo a tanta compagnia, si tira indietro; per rispetto, afferma, del suo pubblico.
Qualche soddisfazione gli viene solo dalla televisione; fa apparizioni come ospite d'onore, fino alla partecipazione a "La donna di Cuori" diretta da Leonardo Cortese, nella miniserie "Squadra Omicidi tenente Sheridan" (1969) per Raiuno.
Sempre nel 1969 la RAI gli dedica uno spazio in prima serata in cui si ripropongono tutti i suoi film d'amore girati insieme alla sua grande partner Yvonne Sanson. Il programma a cura di Gian Luigi Rondi riottiene il grandissimo successo ottenuto negli anni cinquanta, con uno share, allora si chiamava indice di ascolto, altissimo.
Amedeo Nazzari è malato, soffre di insufficienza renale, è costretto ripetutamente a ricoveri in ospedale a Roma; qui muore il 6 novembre 1979.

marcello de santis

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