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marcello de santis

Ardengo Soffici

3 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #pittura

Ardengo Soffici



ARDENGO SOFFICI (1879-1964), fiorentino di Rignano sull'Arno, ad un certo punto della sua vita, come moltissimi altri giovani fiorentini dell'epoca, venne affascinato dalla figura carismatica di quell'istrione che rispondeva al nome di Filippo Tommaso Marinetti, il quale giunse in Italia dalla vicina Francia, con in tasca il suo Manifesto del Movimento Futurista, che, nel 1909, aveva pubblicato oltralpe, e che, di lì a poco, avrebbe abbacinato le menti e i cuori di tanti artisti italiani prima ed europei dopo.

Quando il buon Filippo cominciò la sua avventura in Italia, Ardengo, già pittore di buon nome, aveva poco più di trent'anni. Ma fu folgorato, come tanti altri, anche lui. E divenne un futurista, ma, come si definiva lui: un futurista oltre il futurismo.
Ardengo Soffici fu un pittore di vaglia e un valido scrittore, nonché critico apprezzato.
Il periodo che lo vide rivoluzionario durò lo spazio di un mattino, ché presto "tornò all'ordine" come amava dire, cioè a quella pittura personale intimistica, e talvolta paesaggistica, nata nel ritiro del suo Poggio a Caiano. Dove visse a lungo e dove è stato sepolto.

In una intervista del 1957 alla RAI affermò: "Anche oggi dopo 55 anni di pittura, il mio lavoro è una specie di identificazione tra me e il paese in cui vivo…
Fu una vita piena, la sua, (quando morì aveva 85 anni) e fu grazie a lui che l'Italia conobbe i pittori e gli artisti d'oltralpe, gli impressionisti (Medardo Rosso) e i cubisti (Picasso).
Soffici conobbe e frequentò tutti gli artisti di quella Firenze del primo novecento, ma fu assiduo di uno solo, Giovanni Papini, col quale fondò la rivista letteraria Lacerba, che vide la luce nel 1913, per permettere agli artisti che lo desideravano di dar voce alle loro aspirazioni futuriste (e non).
Uno di questi che nulla aveva a che vedere coi futuristi era Dino Campana, da Marradi.

Ricordo che la rivista era appena nata, quando si presentò a Firenze alla redazione del giornale, un tale che si dichiarò mio lontanissimo parente, ma che io non conoscevo affatto; si presentò come Dino Campana, disse che scendeva da Marradi e trasse di tasca una sua operetta, dal titolo "Il più lungo giorno" che voleva sottoporre a un giudizio nostro, perché esaminassimo la possibilità di pubblicare qualche parte di essa su Lacerba, appunto.
Debbo dire che là per là non presi in considerazione né quel signore, era sporco e malmesso, né la sua opera; ma mi sembra di ricordare addirittura che io non fossi in sede, però potrei sbagliarmi. Insomma, questo strano personaggio lascia un manoscritto ancora più strano di lui, scritto su carta comune, con molte correzioni.
Avevamo molto da fare io e Papini, con i nuovi scrittori francesi; ero appena tornato da Parigi, dove avevo visitato l'Esposizione Universale, e avevo esposto là le mie opere, ricevendo favorevoli consensi, e poi amicizia, dei e coi vari Braque, Picasso, Matisse, tra i pittori, ed Apollinaire tra i poeti; per dire dei già celebri colleghi francesi.
E il caso volle che quel manoscritto andasse smarrito.
Quello che accade poi ha dell'inverosimile, ma voglio raccon
tarvelo.
Dopo qualche tempo quel tale, Dino Campana appunto, torna da Marradi, in ancora più cattivo stato d'animo della prima volta e con un aspetto da paura (pareva che ce l'avesse col mondo intero, e non si sa per cosa), e a Papini richiese indietro il manoscritto. Ma il buon Giovanni non ce l'aveva, e lo mandò da me.
Stessa richiesta fece a me, ma io, in tutta onestà, non ricordavo di averlo avuto, nonostante lui insistesse che l'aveva messo proprio "nelle mie mani". E a malincuore lo licenziai, ma quel signore dette in escandescenze, e inveiva contro i letterati fiorentin
i.

E forse aveva proprio ragione, Campana, ad avercela col Soffici, perché il manoscritto della sua opera, "Il più lungo giorno" che prima di essere stampato cambiò titolo in Canti orfici, opera che improntò di sé quella prima parte del novecento letterario italiano, fu ritrovata dopo circa sessant' anni, precisamente nell'anno 1971, tra le carte del pittore nella sua casa di Poggio a Caiano; e per puro caso, dalla vedova di lui, che stava spostando carte e documenti da una stanza all'altra (manoscritto importantissimo che attualmente si trova nel Gabinetto Viesseux di Firenze).

Insomma, il fatto è che io non ce l'avevo e glielo dissi; e glielo ripetei alla noia. Ma lui continuò a dare in escandescenze, e nulla potei contro quella sua rabbia incontrollata. Gridava che aveva solo quella copia, e che se non l'avesse avuta indietro sarebbe tornato con un coltellaccio e ce l'avrebbe fatta vedere!
Mi sembra che in seguito ci inviasse anche lettere di minaccia, ma ciò non fece altro che acuire la nostra indifferenza e quella di tutto il mondo letterario di Firenze, che aveva cominciato a conoscerlo da questo increscioso episodio, che noi raccontavamo; e non solo indifferenza, ma da parte di qualcuno anche disprezzo.
Insomma, venimmo a sapere poi che era un labile di mente… Ricordo, ci definì "sciac
alli".
In una delle tante lettere che giunsero in redazione quel signore si definiva "di una intelligenza superiore alla media (Sapete, - scrisse a Papini - essendo voi filosofo sono in diritto di dire tutto: del resto vi sarete accorto che sono un'intelligenza superiore alla media…). E ci definiva, noi letterati fiorentini e in particolare noi della redazione di Lacerba: … una massa di lecchini, finocchi, camerieri, cantastorie, saltimbanchi, giornalisti e filosofi come siete a Firenze…

Poi Campana nel giro di pochi giorni fu costretto a riscrivere la sua opera a memoria, (secondo la critica successiva, anche servendosi di appunti che aveva conservato) ma insomma fu così. E fu così che si accentuò la sua instabilità mentale, tanto che qualche anno dopo finì in una casa di cura vicino a Firenze, dove stette quattordici lunghissimi anni senza scrivere più una riga, cucinando per gli altri reclusi, malati di mente come e più di lui, che apprezzavano le sue polpette…

Abbiamo detto che Ardengo Soffici fu un pittore di vaglia. La sua pittura risentì delle esperienze francesi, (molto influì su di lui Cezanne). Ma a questa sua principale attività si affiancò come abbiamo detto anche quella di scrittore e critico, nonché redattore prima ne La Voce (1908), poi in Lacerba.

Il lavoro alla rivista Lacerba mi dava molto da fare, e io cercavo e trovavo però il modo e il tempo di coltivare la pittura che era la mia principale occupazione. Si avvicinavano tempi bui per l'Italia, tirava una brutta aria, ed io ero allineato con le idee del fascio, lo ammetto, che tendeva a rigenerare un po' tutto di questa nostra terra di poeti e artisti, non tollerando l'arte e tutto ciò che veniva da fuori, respingeva l'esotismo in ogni maniera si presentasse. Insomma, era un movimento politico rivoluzionario, sotto questo aspetto, e io ne ero un seguace attento e scrupoloso. Ma non ero rigido come richiedeva il partito, ma ero piuttosto aperto elle nuove indicazioni e proposte che venivano dalla Francia, tanto che tornato da Parigi, vi avevo vissuto e studiato, e lavorato, per alcuni anni, per l'esattezza dal 1900 al 1907, come ho detto, importai artisti come Degas e Cezanne. Fui proprio io a scoprire e far conoscere agli italiani il genio di Cézanne, fui io a organizzare nel 1910 a Firenze, la prima grande mostra degli impressionisti.

Le opere di Soffici, ormai artista tra i più importanti d'Italia, vengono esposte in una mostra a Londra, insieme ai grandi di quel 900 italiano molto prolifico sotto l'aspetto dell'arte pittorica; come De Chirico, Boccioni, Carrà, Modigliani e Morandi; e Rosai, e molti altri.

A Parigi collaborai a diverse riviste, e per un lungo periodo non me la passai bene, feci, come si dice, la fame, ma tiravo avanti, ne andava della mia carriera. Là conobbi anche artisti e letterati come Guillaume Apollinaire, Max Jacob, e altri. E anche scrittori italiani, come Vailati e Papini.

Scriverà poi nel suo libro Giornale di Bordo, di cui più sotto parleremo: A Parigi, in una camera oscura del Boulevard Saint Michel, ho sofferto il freddo e la fame. Ho passato una notte di pioggia su una panchina del Quai Voltaire. Una donna straniera ha calpestato il mio cuore dalle parti di Vaugirard: altre donne l’han calpestato un po’ dappertutto. Un amico, due amici, tre amici mi hanno fatto soffrire. Ho pensato seriamente alla morte nella foresta di Saint Germain, a Basilea sul ponte del Reno, in riva al mare nel golfo di Genova; più d’una volta in questa vecchia casa campagnola. Sono stato infelice sotto tutti i cieli. Sia benedetta la vita.

Con Giovanni Papini la simpatia e la condivisione di idee fu immediata, … pur se i nostri caratteri erano agli antipodi. Anche il caro Giovanni ha sofferto molto l'indifferenza nei suoi confronti da parte dei letterati italiani; non ne hanno grande stima, ma sbagliano, e di grosso, Papini è un grande, e il futuro lo dirà. Tornati a Firenze abbiamo creato, come ho detto, la rivista Lacerba, dopo che avevo militato per qualche tempo con la Voce.
Ma quello della Voce era un periodo ormai superato; io là facevo i disegni per la testata della rivista. Era il 1908, e scrivevo ogni tanto qualche articolo di critica letteraria o saggio.

Va a Milano richiamato colà da una mostra di pittori futuristi; ma ne rimane deluso, e si arrabbia molto a vedere "i suoi canoni" gettati la vento. Ne scrive (male) su La Voce, e ne subisce subito le conseguenze: i pittori della mostra, tra i quali c'era lo stesso Marinetti, il giovanissimo Umberto Boccioni, e altri, risposero per le rime, e decisero di andare a Firenze per incontrare quel signore, che non conoscevano. Con loro c'era anche il buon Palazzeschi, che tutto aveva fuorché il carattere combattivo proprio dei suoi compagni. Obiettivo: il caffè delle Giubbe Rosse ove era solito stazionare il gruppo de La Voce.

Ricordo, adesso con simpatia, che Boccioni, cui fui indicato da qualcuno, mi affrontò a brutto muso, e volarono dei ceffoni, tra noi due, si scatenò una rissa non da poco tra me e i vociani che vennero in mio soccorso, e quegli scatenati di futuristi. Ma finì lì, poi simpatizzammo, ascoltammo le loro idee rivoluzionarie e fu così che sia io che Papini lasciammo La Voce e fondammo Lacerba per accogliere tutte le voci letterarie, anche quelle futuriste. Instaurando rapporti e discussioni costruttive intorno alla letteratura.

Come letterato Ardengo Soffici fu uno scrittore di buon livello, e il Giornale di Bordo, che vide la luce a Firenze nell'anno 1915 per le edizioni della Libreria della Voce, per la quale rivista letteraria egli lavorava come vignettista, ne è la dimostrazione più efficace.
Un eminente saggista italiano, nel 1987, definisce il libro come prosa antinarrativa di derivazione impressionistica, e non poteva essere altrimenti, se consideriamo lo stile pittorico dell'artista fiorentino. Del resto era quello il periodo in cui molti poeti e scrittori d'avanguardia usano per esprimersi il frammento lirico, di cui anche il nostro fa largo uso, per mezzo dei quali frammenti Il Soffici fa un'opera in parte biografica, in parte di vita corrente, ritraendo gli artisti che lo circondavano nella Firenze di allora.
Lo diceva lui stesso: voglio una letteratura breve, efficace, essenziale, che giunga al sodo senza giri di parole inutili, e perifrasi intellettuali superflue.
Va da sé che in un'opera con questi scopi, indagatori e descrittivi di una realtà reale, non può non parlare, oltre che dei poeti, pittori e scrittori a lui vicini, anche dei colleghi della Voce, che non apprezzano i suoi giudizi, né tanto meno dagli amici/nemici del futurismo milanese.
Che lo ritengono fin troppo ironico.
Conseguenza di questo suo modo di giudicare: futurismo: l'unico movimento cui possiamo associarci. Per poi aggiungere, quasi a rinnegare quanto detto: «Siamo per l’eleganza, la raffinatezza e lo spirito, contro la violenza il virtuosismo e la serietà».) è l'isolamento in cui venne a trovarsi di lì a poco.
Scrisse: Malinconia di non somigliare a nessuno, d’essere in disaccordo con tutti! Orgoglio immenso di sentirsi soli, tremendamente…
Io cercavo altro, nella pittura. Ho combattuto per le idee futuriste, non lo nego. Ma io cercavo sì di ricostruire, come affermavano loro, ma vedevo una ricostruzione che tenesse conto delle basi dei grandi pittori del passato.
Ardengo Soffici morì a Vittoria Apuana, nei pressi di Forte dei Marmi, nel 1964

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Canta Napoli

1 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Canta Napoli

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Gegé di Giacomo, (Napoli 1918- Napoli 2005) Aveva 87 anni quando se n'è andato, era l'aprile del 2005; Gegè era tornato a Napoli, dove era suo desiderio finire la sua vita.
Chissà se prima di morire abbia voluto dare una ripassata di spazzole sui magici piatti della sua magica batteria... e magari, perché no, ripetere al ritmo di esse, magari con il filo di voce che gli era rimasta, un sshhhh... canta napoli... come aveva fatto mille volte nel corso delle sue serate musicali, seduto al suo strumento che dominava come pochi al mondo. Se si esclude il grande Gene Krupa, che suonò con l'orchestra del mitico Benny Goodman, e, guarda caso, era un virtuoso proprio come lui; e come lui era uno dei pochissimi, anzi rarissimi, giocolieri della batteria.
Prima di Gene Krupa, narra la storia della musica, non esistevano o quasi gli "assolo" di batteria, o quanto meno erano rarissimi, anche perché lo strumento all'interno di una band o di una orchestra era considerato di secondaria importanza. Lui fu il primo ad esibirsi da solo facendo impazzire i suoi fans.
Noi ricordiamo Gegè come batterista del complesso di Renato Carosone, ma pochi sanno che,prima che col grande Renato, Gegè ha suonato per anni con altre orchestre dirette da illustri maestri, basti ricordare, tra gli altri, i maestri Gino Conte e Nello Segurini; erano gli anni della seconda guerra mondiale, e Gegè era un giovanotto pieno di idee e di belle speranze di circa 25 anni. Fu solo verso la fine del 1949 che Gegè incontra Renato Carosone; i due erano coetanei, Renato era un pianista di valore, con alle spalle già una quindicina di anni di esperienza di pianoforte, e aveva appena due anni di più; intendersi fu facile. Renato avrebbe valorizzato la sua grande personalità, e lo avrebbe condotto per mano alla fama, e come batterista e come cantante. Carosone, infatti, che cercava musicisti e strumentisti per mettere su un complesso musicale, conosce e ingaggia all'occasione un chitarrista di talento, olandese di nascita, il suo nome è Peter Van Wood.
Van Wood è un chitarrista giovanissimo, è un ragazzo dal sorriso accattivante che si presenta subito mettendo sul tavolo tutta la sua arte: fa sentire a Renato le sue variazioni e i suoi equilibrismi, trattando le corde del suo magico strumento, sa fare l'eco e il riverbero, e mostra il suo curriculum che non è niente male: ci sono in prima pagina i suoi concerti all'Olimpia di Parigi (1947) e alla Carnegie Hall di New York (1948). Resta con Carosone fino alla fine del '54 quando lo lascia per formare un quartetto di cui sarà direttore e primo attore. E si dedica quasi esclusivamente a suonare nei night club più importanti d'Europa.
Tanti i suoi successi, canzoni di cui scrisse musica e parole: Tre numeri al lotto, Mia cara Carolina, e poi quel motivetto che in brevissimo tempo vola sulle ali del successo; parliamo di Butta la chiave, dove il chitarrista-cantante, ormai italiano e napoletano d'adozione, presenta un dialogo tra il cantante (lui) e la sua chitarra (che con riverberi particolari sembra parlare e rispondere all'innamorato che canta).

Gelsomina... Apri il portone... va bene, butta la chiave allora...
Butta la chiave, butta la chiave,
cara piccina, lasciami entrare, butta la chiave del porton.
Mamma che freddo, freddo da cani,
fammi salire, non si può stare tutta la notte sul porton.
Se il tuo perdon questa sera avrò,
mai più, mai p
iù ritarderò.

Poi lascia definitivamente la musica per l'astrologia, di cui è uno studioso altrettanto appassionato, pur continuando a suonare per sé e per gli amici e ad incidere dischi, muore a Roma nel 2010, alla venerabile età di 83 anni, dopo aver sofferto a lungo per un brutto male..
Ma torniamo a Gegé: a Carosone serviva un terzo elemento, e lo trovò appunto in Gegè, e con questi due compagni di viaggio, Peter e Gegè, mette su il primo complesso della sua carriera, che chiama Trio Carosone, riesumando il nome che ha già utilizzato nei primi anni della sua avventura musicale. Il Trio Carosone infatti ha una storia antica, e non tutti la conoscono.
Il primo complesso era formato da tre persone, dallo stesso Renato, che aveva si è no sedici anni, e chiamò a collaborare con sé il fratello Ottavio e la sorella Olga.
Poi avvenne questo: Carosone, appena diciassettenne, dopo anni di studio al pianoforte, viene invitato a recarsi in Africa dal titolare di una compagnia di artisti di vario genere, che cercava un pianista, appunto, perché suonasse lo strumento e facesse anche da direttore della piccola orchestrina che la compagnia si portava appresso. E alla fine di quella imprevista (per il nostro artista) tournée, la compagnia rientra in Italia, ma Renato decide di restare laggiù perché nel frattempo ha ricevuto una richiesta di far parte di un complesso jazz ad Addis Abeba.
Accetta immediatamente, tutto è buono per accumulare esperienza (e un poco di denaro, che non fa mai male) e lui non si tira indietro; da questo momento le scritture si susseguono, il suo nome comincia a fare cartello e viene corteggiato e ricercato da vari impresari.
Torna a Napoli alla fine della guerra, siamo nel 1946, con esperienza da vendere e con tante idee nella testa, che bolle come le viscere del Vesuvio. Intanto si è sposato con Lita che gli darà un figlio, Pino. Il padre di Renato è un impresario che lavora per il Teatro Mercadante di Napoli, e lo vorrebbe là, nella sua città, magari proprio al Mercadante, ma Carosone non se la sente; parte per Roma, dove ottiene successi come solista col suo strumento fatato. Già affermato, torna a Napoli per la seconda volta, e stavolta la cosa è definitiva.
Qualcuno che lo ha sentito suonare e cantare, e lo conosce per la fama che comincia a circolare anche nella città del Vesuvio, un signore che ha intenzione di aprire un nuovo night club a Napoli, gli chiede di formare un complesso musicale. Siamo nell'anno 1949. Carosone ha 29 anni.
Renato, perché non metti su un complessino?
E Renato non se lo fa ripetere due volte. E comincia a pensarci su seriamente. Intanto già conosce Van Wood, che ha 22 anni. Gli viene in aiuto lo stesso signore che lo assume per questa nuova avventura, segnalandogli Gegè di Giacomo, un simpatico ragazzo che si presenta dietro dei grossi occhiali da vista che gli calano costantemente sul naso, e che lui si tira su con l'indice della mano. E senza batteria.
Immagino che in quell'incontro tra i due, presente l'amico Peter, si sia svolto un dialogo press'a poco così:

E tu chi si'?
J' songo Gegè.
Ebbe' che vuò?
Ma comme, j' sono 'a batteria.
E addo' sta 'o strumento?
' o str
umento? ... mmhhh...

Renato è perplesso e Gegè lo nota, non si scompone più di tanto; servendosi di una sedia, un cabaret che prende da sopra un tavolo, e due o tre bicchieri diversi tra di loro, di un fischietto tirato fuori dalla tasca alla maniera di un giocoliere, cerca e trova due pezzi di legno e improvvisa una batteria
Eccolo lo strumento, Rena', stamm' a senti'...
E comincia a fare il suo pezzo che lascia esterrefatti ed estasiati sia Renato Carosone che Peter Van Wood.
Il Trio Carosone è nato.
Renato e i suoi due amici raggiungono un successo enorme in brevissimo tempo, lui è già conosciuto come solista al pianoforte, ma adesso, con questo trio fantastico, viene richiesto da i night club di Napoli, di Roma, e di tutta Italia, e in breve comincia a girare il mondo.
La radio e i dischi contribuiscono al successo, presto viene la televisione, e il trio Carosone è richiestissimo; molte le apparizioni, poi sostituite dal quartetto e quindi dal quintetto e, infine, complesso definitivo, dal sestetto, che prenderà il nome di "Renato Carosone e il suo complesso".
La fama aumentava ad ogni performance e ad ogni apparizione sul mercato dei dischi; anche perché alle canzoni celebri napoletane, che riproponeva ed interpretava con arrangiamenti particolari da lui stesso studiati, cominciò ad aggiungere canzoni nuove, sempre in napoletano, ma con una verve e con un piglio tutto particolare, affidandone alcune alla voce sbarazzina di quel grande personaggio che sedeva alla batteria, sempre con quegli occhialoni calati sul naso, che si tirava su con l'indice della mano destra, Gegè Di Giacomo.
Renato componeva la musica delle canzoni, e le parole le scriveva quel grande paroliere napoletano che risponde al nome di Nisa, al secolo Nicola Salerno, che aveva nella testa e davanti agli occhi la voce e le movenze del batterista, il quale inventò l'idea fantastica di iniziarle con quel

sssshhhhhh... canta napoli, napoli...

Il successo strepitoso di quel ... canta napoli... nacque per caso.
Il complesso di Renato Carosone si esibiva al Caprice di Milano; era l'anno 1954; e la storia dice anche il giorno: la del 13 maggio; gli strumentisti stavano suonando l'introduzione alla canzone la pansé (Nisa-Carosone) quando Gegè se ne uscì con un inaspettato ... canta napoli... napoli in fiore... e poi attaccò al momento opportuno a cantare.
Da quel momento ad ogni canzone da lui eseguita, Gegè introduceva la sua esibizione con
.. ssssshhhhh... canta napoli...

canta napoli... napoli a sospiro... ('o suspiro)
canta napoli... napoli in fiore... (la pansè)
canta napoli... napoli in farmacia... (pigliate 'na pastiglia)
canta napoli... napoli matrimoniale... (t'è piaciuta)
canta napoli... napoli petroliera... (caravan
petrol)

a stigmatizzare la Napoli che scaturiva dai testi delle canzoni.

Quando Peter Van Wood lascia il complesso, Carosone ha necessità di rivedere le cose; il trio infatti non esiste più; ecco allora che mette su un quartetto, che poi si trasforma in quintetto, fino ad assestarsi definitivamente in sestetto: pianoforte, batteria, chitarra, sassofono, clarino, contrabbasso.
I successi si susseguono ai successi, da maruzzella (1955, Enzo Bonagura parole, e Carosone musica) a 'o sarracino (1958, testo Nisa), da torero (1958, Nisa) a tu vuo' fa' l'americano (1958, Nisa) ) a caravan petrol (1959, Nisa), per ricordarne solo alcuni, e applausi a scena aperta quando esegue per la prima volta Pianofortissimo, che Renato aveva composto per eseguire da solista.


Caravan petrol!... Caravan petrol!... Caravan...
M'aggio affittato nu camello,
m'aggio accattato nu turbante,
nu turbante â Rinascente,
cu 'o pennacchio russo e blu...
Cu 'o fiasco 'mmano e 'o tammurriello,
cerco 'o ppetrolio americano,
mentre abballano 'e
beduine
mentre cantano 'e ttribbù...

Comme si' bello
a cavallo a stu camello,
cu 'o binocolo a tracolla,
cu 'o turbante e 'o narghilè...
Gué, si' curiuso
mentre scave stu pertuso...
scordatello, nun è cosa:
Ccá, 'o ppetrolio, nun ce sta...
Alláh
! Alláh! Alláh!
Ma chi t''ha ffatto fá? ...

Renato Carosone decide di ritirarsi dalla scena, è il settembre del 1960, e lo fa in diretta Tv, ha appena quarant'anni. Posso dire, io c'ero, davanti al teleschermo, avevo finito il liceo e frequentavo i primi anni dell'Università a Roma, iscritto alla facoltà di giurisprudenza; e fui sorpreso non poco dell'annuncio:

"preferisco ritirarmi ora sulla cresta dell'onda, che dopo, assalito dal dubbio che la moda jè-jè e le nuove armate in blue jeans possano spezzare via tutto questo patrimonio accumulato in tanti anni di lavoro e di ansie".

Stavano uscendo i famosi urlatori (Tony Dallara e company) e avanzavano quattro giovani inglesi che avrebbero occupato la scena internazionale a lungo, The Beatles.
Fu così che Gegè rimase solo; in dubbio se continuare o lasciare anche lui.
Decide per la prima soluzione; e da solo partecipa al Festival della Canzone Napoletana l'anno appresso, interpretò due canzoni, ma senza successo. Cosa che si ripeté nel 1962.
Nonostante tutto, mise su un complesso, Mister CantaNapoli e il suo complesso; al Teatro Massimo di Milano Gegè dette uno spettacolo indimenticabile, suonò la batteria con le mani, i gomiti, le braccia, sedendocisi sopra, e poi - riprese le sue bacchette - prese a batterle su ogni cosa gli capitasse a tiro, muovendosi sul palcoscenico, le chitarre, il pavimento, sul contrabbasso facendo con questo ingombrante strumento un vero e proprio dialogo musicale. Tra le altre canzoni, quella sera, cantò O pellirossa, una canzone scritta per lui dall'amico Renato, quasi un omaggio al suo vecchio capitano, che faceva così

Tumba Catumba Tumba CatumbaUè! Uè!
So' Catumbo o pellirossa
'o cchiù bello d''a tribù.
io me faccio nu tatuaggio
col rossetto di mammà!
So Catumbo o pellirossa,
tengo a lancia e a pippa 'e gesso.
Cca nisciuno me fa fesso!
Songo 'o meglio d' 'a tribù!
Chi me chiamma: Freccia nera
Chi me chiamma: Penna gialla
Uh! Ma ll'anema d' 'a palla!
Nun
capisco niente cchiù!

Ma i bei giorni erano ormai andati. Chiuse così anche lui.
Renato riapparve quindici anni dopo, e vicino a lui anche Gegè, ma per un breve flash; riapparve vicino all'amico di sempre Renato, che voleva rientrare nel mondo dello spettacolo. Gegè viveva ormai stabilmente a Milano. Ritornò nella sua città, perché malato, negli anni novanta (era stato per una quarantina d'anni a Milano), e per l'occasione, Carosone, che lo sapeva gravemente malato, gli scrisse - dedicandogliela - una canzone: Addo sta Gegè. Che non fece in tempo ad incidere; Renato Carosone, infatti, per una strana sorte, morì quattro anni prima di Gegè, nel maggio del 2001.
I funerali, a causa delle sue gravi condizioni di salute, non videro presente Gegè; che due anni dopo fu costretto su una carrozzina; fino alla fine. La Regione Campania nel 2003 consegnò, al nipote del grande Salvatore di Giacomo, in una cerimonia svoltasi nella casa del cantante a Poggioreale, il premio Carosone.
Due anni dopo, nel 2005 Gegé ci lasciò per sempre insieme alle sue canzoni scenette.



marcello de santis

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Malafemmena

29 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #cinema

Malafemmena

No signore! Non è come pensate voi. Io 'sta canzone qua non l'ho scritta per quella bellissima donna che era Silvana Pampanini.
Però ve l'ho fatto credere, ehhh? Per tutti questi anni i giornalisti non hanno fatto altro che divulgare questa notizia, e io zitto, a leggere, e mi dicevo: voglio proprio vedere come va a finire! ma, in fondo, a me stava pure bene.
La donna del mistero rimaneva veramente del m
istero.

Silvana, la grande Silvana, come era bella! e se ve lo dico io, che sono grande intenditore di donne e grandissimo fruitore specialmente di quelle belle, e perché no, anche bellissime, ci potete credere. Silvana Pampanini era 'nu babà, era - che vi devo dire - 'na serenata sciuè sciué, era 'na cosa grande, nel vero senso della parola. E poi che v'aggi' 'a di'? A me le donne mi piacciono! Le adoro, Tutte. Le racchie (be', insomma!), e le belle bellissime!
A me m'hanno rovinato le femm
ine…

"Totò era un vero signore, una persona di una gentilezza incredibile. E parlo non di Totò attore, no, quello lo sappiamo tutti quanto era bravo, era un grande della scena in quegli anni là, e col tempo è diventato un'icona vera e propria della storia del cinema italiano. No, parlo di lui come uomo, e come compagno di lavoro: davvero insuperabile per cortesia e garbo. Lo ricordo al mio fianco (meglio: io ero al suo fianco) nel film "47 morto che parla"; bene dentro quella pellicola c'era un po' di tutto, dalla comicità alla satira, ma c'era soprattutto un grandissimo Totò.

Credo di avere imparato molto, a girare quel film insieme a Totò; sono diventata grande tutto insieme, a stare vicino a lui; io che ero giovanissima, ho avuto i suoi incitamenti, i suoi insegnamenti; ma quello che più contava per me, tutta la sua stima. E la sua ammirazione. Era innamorato di me? Che vi debbo confessare? che sì? e che si è dichiarato? e che la cosa non è andata in porto? Immaginate pure quello che volete, io non ve lo dico di certo. Del resto la verità è molto vicina a quello che i giornali hanno raccontato. Mi voleva sposare? Forse sì, ma io ripeto, ero una ragazzina, e i miei genitori in ogni caso non mi avrebbero (hanno?) dato il consenso. Mi colmava di gentilezze, mi faceva recapitare in camerino mazzetti di fiori, oppure scatole di cioccolatini, ma con una discrezione che poi nel corso della mia lunga carriera non ho riscontrato in nessun altro uomo. Vi confesserò solo questo: lui, sì, mi voleva bene; e anch'io, gliene volevo; e un giorno gli lessi negli occhi il desiderio di me; glielo dissi: ti voglio bene, ma come si vuole bene a un padre.
Capì. Ma continuò a volermi bene in silenzio, a farmi regalini, a starmi vicino… Scrisse quella bella canzone. Era per me? Mist
ero!"

Femmena,
tu si 'a cchiù bella femmena,
te voglio bene e t'odio
nun te pozzo
scurdà...

La canzone è dell'anno 1951. Sia le parole che la musica sono di Totò, che, badate bene, non sapeva scrivere di musica e non la conosceva, non avendola mai studiata. La scrisse in un momento di sconforto (o di meditata allegria? non lo sapremo mai), nella sua lingua, il napoletano, lingua nella quale compose una infinità di poesie molte delle quali d'amore. In napoletano malafemmena sta indicare una donna di malaffare, e per usare il termine più volgare, anche una prostituta. Totò però lo usa in senso diverso, e le da un significato particolare, quello più morbido e più appropriato al suo caso di "donna che fa soffrire", una femmina che fa soffrire le pene d'amore a chi la ama.

Stavo a Formia, per girare un film… (era il mese di aprile del 1951, il film era: Totò terzo uomo, per la regia di Mario Mattoli; anche qui Totò aveva vicino una bomba sexy dell'epoca Franca Marzi la prima supermaggiorata del cinema italiano; e nel cast c'era il meglio della cinematografia di allora: Carlo Campanini, Aroldo Tieri, Mario Castellani che per anni fu la sua spalla nelle gag anche televisive, Alberto Sorrentino, l'eterno morto di fame, lugubre e dal viso affilato come un morto, e una Bice Valori alle prime armi)…e mi vennero spontanee queste prima parole, femmena, tu si' 'na malafemmena… erano belle, dense di significato,. mi piacquero e le scrissi sul retro di un pacchetto si sigarette (un pacchetto di Turmac), ma poi accartocciai l'involucro per gettarlo, e con esso gettai involontariamente anche quel mio principio di canzone. Ma i versi mi giravano sempre in testa; tanto che ci fischiettai sopra una musica, semplice, leggera, Ci stava proprio bene. Quando uscimmo dal set tornando all'albero le feci sentire al mio autista (il signor Salvatore Cafiero) che si schifò, mi disse che "… è 'na lagna, dotto'…".
E tu si' 'nu fesso, e nun capisce proprio niente!. Tie'…
Continuai a fischiettare e a comporre mentalmente.
Una volta tornato a casa a Roma, poi, mi accomodai al pianoforte con un dito solo, seguendo il fischio cercai le note relative, e piano piano nacque la musica. Alla quale aggiunsi le parole che già tenevo, poi le completai con altre, che vennero spontaneamente a galla dal fondo dell'anima mia. Posso dire che nacquero insieme, parole e musica, le une a complemento dell'altra; e viceversa.
Forse sono 'nu poco tristi, 'sti pparole, ma che cci vuo' fa'. io sono un attore comico, ma nella vita sono triste, sono un funerale
di I classe.

A lungo si è parlato di chi fosse il soggetto di questa canzone, si è indagato senza riuscire a scoprire chi fosse la donna che ha fatto penare il grande attore comico. E siccome era terminato il film 47 morto che parla, e in quella pellicola Totò aveva lavorato con una ragazza di una bellezza indescrivibile, si pensò che la malafemmena delle parole della canzone, fosse proprio lei, la Silvana Pampanini.
Si è scritto che Totò le avesse chiesto di sposarlo, ma che lei - ancora troppo giovane per il grande passo della sua vita - avesse - forse a malincuore - respinto la proposta.
Del resto Silvana allora aveva solo 25 anni e Totò - essendo nato alla fine del secolo, nel 1898 - ne aveva già 52, più del doppio quindi, e così anche se fosse vera la storia della sua dichiarata passione d'amore e della sua richiesta di matrimonio, va da sé che la domanda del comico aveva in sé già la risposta; non poteva essere che un "no".
Si vocifera anche che i genitori dell'attrice erano contrari a questa unione, pure se niente avevano contro quel gran signore che era un principe: Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, e come usava presentarsi più brevemente: principe Antonio De Curtis.
La canzone divenne anche un film, che Totò girò insieme a un altro grande del cinema di allora, quel Peppino De Filippo, uno dei fratelli della celebre famiglia di attori napoletani che nessuno potrà mai dimenticare: Peppino, appunto, Eduardo, e Titina. Il film era intitolato Toto, Peppino e la malafemmina, dove la donna cattiva era interpretata dall'attrice Dorian Gray, per la regia di un altro grande regista di quegli anni Camillo Mastrocinque.
Vale la pena di riportare brevemente la trama.
Due fratelli campagnoli, i fratelli Capone Antonio e Peppino, possidenti di terre nel napoletano: uno è donnaiolo e dalle mani bucate (e non poteva essere che Antonio/Totò) l'altro al contrario (Peppino) è avaro e sempliciotto (e per questo Antonio lo sottomette ai suoi voleri facendo valere ai suoi occhi la cultura che in effetti non ha). Hanno un nipote che studia per diventare medico, a Napoli, ma che, invaghitosi di una ballerina di avanspettacolo, la segue e a Milano. La giovane attrice (che poi è la malafemmena) circuisce il giovane studente e gli fa perdere la testa; e, una volta a Milano, informa sua madre, la signora Lucia, sorella dei due Capone, che il figlio è fuggito con lei a Milano.
I tre fratelli, temendo uno scandalo che possa rovinare la reputazione della famiglia e, soprattutto, che il ragazzo non seguiti più a studiare per colpa di quella malafemmena, decidono di andare nella capitale lombarda per cercare di convincere la ragazza a lasciare che il nipote torni alla sua vita; e lo stesso a ritornare a casa. E cercano di fare avere alla giovane soubrette anche dei soldi (di Peppino, chiaramente, che versa in cuore lacrime amare per quella somma che avrebbe dovuto abbandonarlo) perché lasci il nipote al suo destino.
Insomma, dopo molte vicissitudini, alla fine prevarrà l'amore tra i due innamorati; e anche i tre fratelli si convinceranno che sì, va bene così.
Vale la pena di riportare il testo della lettera che Antonio detta a Peppino, lettera da inviare alla "cattiva signorina" che sta facendo deviare dalla retta via il nipote Gianni.

«Signorina, veniamo noi con questa mia addirvi una parola che scusate se sono poche ma sette cento mila lire; noi ci fanno specie che questanno c’è stato una grande morìa delle vacche come voi ben sapete: questa moneta servono con l'insalata a che voi vi consolate dai dispiacere che avreta perché dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimo di persona vi mandano questo [la scatola con i soldi] perché il giovanotto è studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioè sul collo; Salutandovi indistintamente i fratelli Caponi (che siamo noi i Fratelli Caponi)»


La gente venne a sapere chi si celava dietro il mistero della donna che fece perdere la testa al principe, solo molto dopo la sua morte, avvenuta a Roma nell'anno 1967. E fu proprio la figlia, Liliana De Curtis a svelare il mistero.

"E' risaputo che Totò era un grande conquistatore di cuori femminili, fu - come dicono a Napoli - 'nu grande sciupafemmene. Ma amò profondamente solo una donna, che poi divenne sua moglie, mia madre Diana (Dina Bandini Luchesini Rogliani), che gli dette una sola figlia, me appunto.
Era destino che mio padre si innamorasse solo di donne che avevano la metà della sua età, infatti quella bella ragazza che stava in collegio di suore a Firenze, aveva appena 15 anni, e lui più di trenta. Da lì scappò e raggiunse quello che sarebbe diventato suo marito - anche se per poco - a Roma, e con lui visse nonostante tutto un'esistenza felice, anche se a tratti burrascosa; perché Totò non aveva remore a mostrare di amare qualsiasi femmina capitasse dalle sue parti; decisero di sposarsi (Totò era impegnato nel frattempo con un'altra attrice, ma non glielo disse).
Mia nonna respinse la richiesta dell'attore di volere come sua sposa la figlia, un po' perché non voleva che avesse una vita girovaga appresso a un attore, e per di più comico, e poi perché era troppo piccola per quel passo; allora mio padre passò alle maniere forti: scrisse una lettera alla ragazza nella quale ribadiva il suo grande amore per lei e le diceva che l'aspettava a Roma. Mia madre Diana non si fece certo pregare, e senza dire niente a nessuno prese il primo treno e venne a Roma.
Nacqui io, Liliana, nel 1933, che i miei non erano ancora sposati; vivevano insieme, e solo due anni dopo, due anni che mamma e io passammo in alberghi, ora qua ora là, perché seguivamo Totò nei suoi continui spostamenti per lavoro, convolarono, come si dice a giuste nozze.
Papà era felicissimo; mia madre addirittura r
aggiante.
Iniziarono quasi subito a litigare, sempre per le scappatelle di Totò, ma più per la sua gelosia. Il matrimonio durò poco, appena cinque anni, perché nel 1940 decisero consensualmente di separarsi definitivamente. Pure se voleva un bene da morire a mia madre, ne era gelosissimo; pensate che fu a causa di questa sua gelosia, e per paura di essa, che volle divorziare dalla moglie, - si era nell'anno 1940 - e lo fece all'estero, in Bulgaria, (dove stava girando l'ennesimo film) con una clausola ben precisa, che anche lei accettò di buon grado: la convivenza doveva continuare, almeno altri dieci anni, cioè fino a che io non avessi raggiunto la maggiore età, per evitare che soffrissi troppo il loro distacco. Andarono avanti come meglio poterono ma mia madre soffriva troppo; e ci piangeva, a sentire le voci e a leggere ciò che i giornali riportavano intorno alle mille donne che Totò amava e cercava e circuiva.

Alla fine anche questa convivenza ebbe fine, io avevo ormai sette anni, e cominciavo a vedere e capire; e a soffrire insieme a mamma che non riusciva più a sopportare le scappatelle del marito mentre a lei quella sua sfrenata gelosia non permetteva nessuna avventura.
Fu così che mia madre ruppe quella promessa - fatta all'atto di firmare le carte del divorzio - divorzio che avvenne quando si seppe in giro che Totò, l'inguaribile sciupafemmene Totò - ancora oggi quando penso a questo sostantivo che lo qualifica come un grande amatore agli occhi del sesso, maschile e femminile che fosse, per noi significava una rottura di vita comune - aveva proposto a Silvana Pampanini di sposarlo; mamma ne venne a conoscenza; allora non ne poté più, lo lasciò definitivamente e si sposò con un avvocato; ma questa è un'altra storia.
Ciò nonostante, mia madre volle sempre bene a quel fedifrago di professione.
E anche T
otò a lei.

E' per lei, dunque, che scrisse questa stupenda canzone.

Si avisse fatto a n'ato
chello ch'e fatto a mme
st'ommo t'avesse acciso,
tu vuò sapé pecché?
Pecché 'ncopp'a sta terra
femmene comme a te
non ce h
anna sta pé n'ommo
onesto comme a me!...

Femmena
Tu si na malafemmena
Chist'uocchie 'e fatto chiagnere..
Lacreme e
'nfamità.

Femmena,
Si tu peggio 'e na vipera,
m'e 'ntussecata l'anema,
nun pozzo cch
iù campà.

Femmena
Si ddoce comme 'o zucchero
però sta faccia d'angelo
te serve pe 'ngannà...

Te voglio ancora bene
Ma tu nun saie pecchè
pecchè l'unico ammore
si stata tu pe me...

E tu pe nu capriccio
tutto 'e distrutto,ojnè,
Ma Dio nun
t'o perdone
chello ch'e fatto a mme!...

Le confessò quello che forse non ebbe mai il coraggio di dire a parole, che era la donna più bella del mondo, che l'amava perdutamente, ma che l'odiava per tutto quello che le aveva fatto (l'abbandono - va detto - gettò Totò in un estremo sconforto), e che adesso non poteva scordarla…

Femmena,
tu si 'a cchiù bella femmena,
te voglio bene e t'odio
nun
te pozzo scurdà...

marcello de santis

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Il trio Lescano

27 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Il trio Lescano

Tre sorelle ungheresi di nascita, ma vissute a lungo in Olanda, che rispondevano ai nomi di Alexandrina Eveline, Judik, Catharina Maje; il loro cognome era Leschan, che, una volta affacciatesi alla ribalta della musica leggera, quasi per caso del resto, venne cambiato in Lescano.
E anche i nomi furono italianizzati, si chiamarono da quel momento Alessandra Giuditta e Caterinetta. Era il 1936 quando si provarono a cantare in coro.
Si deve al maestro Carlo Prato, che era allora il direttore artistico della sede EIAR, Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche di Torino, la sola radio italiana dell'epoca fascista, nata nel dicembre del 1927, che ha lavorato in regime di monopolio fino l 1957, quando divenne RAI, Radiotelevisione Italiana. Carlo dunque prese le tre sorelle sotto la sua ala protettrice e le preparò, provando e riprovando per farne appunto un trio. Impostandone la voce, e lavorando su ognuna di esse, separatamente prima, e insieme poi.

Carlo Prato era di Susa, e, quando conobbe le sorelle Lescano, aveva appena 35 anni, ma aveva un fiuto impareggiabile per gli artisti in fieri; era un buon pianista, poi diplomatosi in composizione, e quindi anche in direzione d'orchestra, e per non farsi mancare niente si mise a cantare, per hobby più che altro, ma all'occasione non si tirava indietro e si esibiva.
Tra le altre cose, - a tempo perso diceva lui -, era anche un talent scout, uno scopritore di talenti; a lui deve la sua fama Ernesto Bonino; e più tardi il duo Fasano, due sorelle, Dina e Delfina, che furono per tanti anni nell'orchestra del maestro Cinico Angelini, insieme a Achille Togliani ,Carla Boni, Nilla Pizzi e Gino Latilla.
Nel 1936, le ragazze avevano: Alexandrina 26 anni, Giudik 23, e Catharin, la più piccola, appena 17 anni. Erano olandesi, essendo nate la prima a Gouda e le altre due a l'Aia. Pure essendo nate e vissute in Olanda (la madre era una cantante d'operetta, Eva de Leeuwe, olandese), le sorelle Lescano tennero la cittadinanza ungherese (quella del padre Alexander, che era di Budapest) fino a che non vennero naturalizzate italiane.
Il padre era un circense, e faceva il contorsionista; fino a che un bel giorno rimase invalido per essere incorso in un infortunio, e abbandonò la scena. Fu così che la signora de Leeuwe decise, per tirare avanti la famiglia, di creare un complesso famigliare di ballo acrobatico, al quale parteciparono solo le due sorelle più grandi; mentre Catherinetta fu lasciata in collegio ad Amsterdam. Il corpo di ballo a tre si chiamò The sunday Sisters e prese a esibirsi in Europa e in vari paesi del medio oriente.
La famiglia, dopo molto girare in Europa, giunse a Torino, come detto più sopra, furono viste dal maestro Carlo Prato, che decise di farne un gruppo musicale.
Il lavoro sulle ragazze non fu difficile, in quanto si rivelarono intonatissime e con delle voci che nel coro a tre s'integravano perfettamente; e non poteva essere altrimenti, dato che provenivano da una famiglia prettamente musicale; basti considerare che il nonno David, il padre della loro mamma, era un valente violinista, e altri tre zii erano virtuosi di pianoforte.
Nonno David era molto fiero delle sue nipotine, e visse ancora quattro anni (1854-1940), giusto il tempo di vederle al successo.
Fu fatto loro firmare un contratto con la Parlophon-Cetra, e nacque così il nome Trio Lescano (italiano, meglio Trio Vocale Sorelle Lescano, ma immediatamente abbreviato così come poi giunse al successo e alla fama). Incisero il loro primo disco coll'orchestra dell'EIAR diretta dal maestro Cinico Angelini; era il 22 febbraio 1936.
Spiccarono il volo, e cantarono con vari cantanti, Ernesto Bonino, Oscar Carboni, Silvana Fioresi e altri.
Le loro canzoni volarono dalla radio e si sparsero per tutta l'Italia; specialmente una sorpassò tutte le altre in notorietà, Tulipan, una canzone olandese, tradotta in italiano da Riccardo Morbelli, che ne curò anche l'arrangiamento.

Il successo delle sorelle Lescano fu dovuto al modo tutto particolare di interpretare le canzoni; quello swing che fino ad allora non si era registrato in nessuno dei cantanti sull'onda del successo. Un ritmo particolare che era un incrocio tra swing e jazz.
Il fascismo era alle porte, con tutta la sua parte deleteria; però va detto che, davanti al talento delle tre graziose cantanti, anche Mussolini ebbe ad applaudire.
Gli anni passavano veloci; la loro fama volava alto, grazie alle trasmissioni della radio.

Siamo nell'anno 1942. Fu proprio per l'intervento del capo del fascismo che ottennero la cittadinanza italiana; Mussolini intervenne presso il re Vittorio Emanuele, e la cosa fu fatta.
Venne la persecuzione degli ebrei, cui non si sottrassero neppure i fascisti di quell'Italia sciaguratamente alleatasi con la Germania e furono attivi come e quanto i tedeschi di Hitler; il Fuhrer aveva organizzato in larga scala la distruzione della razza ebraica e la ormai tristemente famosa "soluzione finale".
Venne a galla l'origine ebraica delle ragazze, si andò a spulciare tra le carte di famiglia e si scoprì che la madre Eva de Leeuwe era una ebrea olandese.
Ma la notizia non fu mai verificata, né è stato mai possibile dire se rispondeva alla realtà (non il fatto che fosse di razza ebraica, questo era vero) se si fecero ricerche in tal senso.
Sembra che di un loro arresto, avvenuto appunto nel 1942, ebbe a parlare in una intervista ai giornali, nel tardo 1985, una delle sorelle, precisamente Alessandra, arresto avvenuto proprio per motivi razziali. Ma la notizia - ripetiamo - non ebbe mai riscontri. Ad ogni modo sembra che una spiata effettivamente ci fu, ad opera delle sorelle Codevilla che costituivano un altro trio, il Trio Capinere, che non ebbe il successo delle Lescano; e che pare fossero invidiose di loro; era il 1942/1943.
L'accusa sarebbe stata di spionaggio, e, stando a quanto raccontato da Alexandra Leschan, le sorelle furono incarcerate a Genova. Attenzione, però, questa delazione non fu mai trovata nella storia; la si riporta per dovere di cronaca.
La storia del Trio Lescano andò avanti fino ai primi anni '50, quando, essendo il trio emigrato ormai da diversi anni in Sud America, si sciolsero definitivamente.
Successe questo: sei anni prima, nel 1946, dunque, la più piccola delle sorelle, Caterinetta, lasciò il gruppo vocale, sembra per sposarsi; e la ragazza venne sostituita con una giovanissima cantante italiana a nome Maria Bria, (nata nell'anno 1925, torinese, e ancora vivente).
Va detto che nessuno seppe della sostituzione di Caterinetta, Kitty, come la chiamavano confidenzialmente le sorelle. La voce del trio continuò così a volare per l'etere. La voce di Maria era una voce molto simile a quella della sorella uscita dal complesso vocale, ma il volto era e restò sconosciuto. Ripeto: per sei anni - dal '46 al, '52, nessuno seppe della sostituzione.
Sembrava essere ritornati ai primi tempi della radio, quell'EIAR che mandava in onda le voci ma nessuno conosceva i volti dei cantanti.
Torniamo alle origini del trio.
Prima di essere il Trio Lescano, le sorelle facevano le vocalist, cioè le coriste di contorno a cantanti già in auge nel panorama delle musica leggera italiana, prima fra tutte la cantante Maria Iottini, che cantava Maramao perché sei morto, celebre canzone del periodo fascista.
Quando passarono ad affrontare i microfoni come Trio, le loro canzoni raccolsero immediatamente un successo inatteso.
Abbiamo detto che furono messe sotto contratto dalla Parlophon Cetra; nel breve giro di sei anni dal '46 al '52, incisero la bellezza di più di trecento canzoni.
Le orchestrazioni del maestro Cinico Angelini della Rai di Torino, e poi anche di Pippo Barzizza e degli altri direttori d'orchestra che le diressero e arrangiarono le loro canzoni, erano basate su uno swing tutto personale; che i maestri presero dal jazz, per infonderlo nella musica che le sorelle pareva avessero nel sangue.
Abbiamo detto dei dischi incisi, trecentosessantacinque canzoni, tantissime, e molte di esse raggiunsero il successo. Pensate, della canzone Tulipan:... parlano d'amore i tuli tuli tuli pan...
vendette la bellezza di trecentocinquantamila copia, di quei primi dischi in vinile, sui quali la puntina di diamante seguiva i solchi che si restringevano man mano che la canzone andava avanti. E quando il disco si consumava a forza di essere sentito, frusciava ed acquistava un fascino particolare.
I successi furono molti, alcuni si ascoltano volentieri ancora oggi, Maramao perché sei morto, Ma le gambe, Pippo non lo sa, Tulipan, furono successi straordinari.
Sapete qual'era il compenso del trio? Mille lire al giorno, quelle mille lire che erano, e non per tutti, il salario di un lavoratore italiano, in un epoca in cui s'era affermata una canzone per la voce del cantante Gilberto Mazzi, che diceva così:

Se potessi avere
mille lire al mese,
senza esagerare,
sarei certo di trovare
tutta la felicità.

Un modesto impiego,
io non ho pretese,
voglio lavorare
per poter alfin trovare
tutta la tranquillità.

Una casettina
in periferia,
una m
ogliettina
giovane e carina,
tale e quale come te.

Se potessi avere
mille lire al mese,
farei tante spese,
comprerei fra tante cose
le più belle ch
e vuoi tu.

Alessandra raccontò - intervistata nel 1985, aveva ormai settantacinque anni, e da lì a due anni sarà l'ultima delle sorelle Lescano a lasciarci (morì infatti nel 1987) - che quei soldi servirono per acquistare un appartamento a Torino, una balilla fuoriserie e tanti vestiti e scarpe; cose che non si sarebbero mai sognate di avere, quando facevano la danza nel circo.
Ma intanto in quella intervista ribadì i fatti del '43, dell'arresto a Genova, del carcere durato un mese, della liberazione per intervento del principe Umberto, e della loro fuga in Val d'Aosta, a raggiungere la madre.

Racconta Maria Brio:

... le sorelle rimaste non volevano cambiare il nome, ché avevano ancora contratti da rispettare...
... io frequentavo un maestro di canto perché volevo intraprendere la carriera di cantante solista...
... ci conoscemmo, mi proposero di unirmi a loro...
... accettai
con entusiasmo...
... lavorai con loro, andai con loro nelle Americhe del Sud, e per sei anni fui la sorella invisibile...
... non presi una lira... ma mi piaceva troppo
cantare...

E' vero, furono scattate a volte delle fotografie, ma Maria si era talmente immedesimata nella terza sorella, Kitty, non diede modo di dubitare sulla sua identità (falsa).

... cantavamo in varie lingue, io ne conoscevo alcune, non il tedesco o l'inglese, ma imparai presto, e nessuno dubitò mai.
Continua Maria:

... non andavamo più a cantare alla radio, quella radio che aveva lanciato il gruppo vocale originario e lo aveva fatto conoscere su vasta scala, adesso, dice, non ne avevamo più bisogno,

Il nuovo Trio cantava nelle piazze, nei locali.
Il Gruppo si sciolse, come detto, nell'anno 1952. Maria si era stancata di lavorare gratuitamente, (non venni mai pagata, racconta) pur con tutta la passione per la musica leggera e l'affetto che la legava ormai alle sorelle rimaste, e poiché le due Lescano superstiti, Sandra e Giuditta, non potevano esibirsi in due, decisero di porre fine al loro sodalizio. Eppoi, Judik si fidanzò e anche lei ventilò a più riprese il desiderio di ritirarsi:; ciò che fece,

Io lasciai così, a malincuore; tornai in Italia, mentre loro restarono in Venezuela, a Caracas precisamente; Caterinetta le raggiunse più tardi e tornarono a stare unite senza però più cantare. Io mi impiegai presso il Comune di Torino, dove lavorai per più di vent'anni; mi sposai ebbi figli e diventai nonna felice; e adesso bisnonna.

Catharina Leschan, la più giovane, morì a causa di un tumore nel 1965, aveva appena compiuto 46 anni. Alexandra, la più grande, morì in Italia a Fidenza, come abbiamo detto poco sopra, nel 1987. Dell'altra sorella Judik si sono perdute le tracce, e non se ne sa ancora oggi, nulla.
Scomparsa.

marcello de santis

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Giovanni Papini

25 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere

Giovanni Papini


Giovanni Papini (1881-1956), scrittore e uomo di lettere. Ateo. E non poteva essere altrimenti se consideriamo che suo padre era un fervente garibaldino, dice la storia, e mangiapreti per eccellenza, pur con una madre che lo fa battezzare all'insaputa del padre.
Amante delle lettere fin dalla tenera età, lo troviamo bambino solitario (la famiglia vive in estrema indigenza) a passare il suo tempo non in giochi con i compagni, ma a tavolino a leggere libri che il nonno paterno aveva accumulato in grande numero.

«Io non sono mai stato bambino. Non ho avuto fanciullezza».
«Fin da ragazzo mi sono sentito tremendamente solo e diverso, né so il perché. Forse perché i miei eran poveri o perché non ero nato come gli atri?
Non so…

Ma era talmente innamorato dei libri che, dopo il diploma di maestro, ottenuto nell'anno 1899, divenne bibliotecario; col tempo poi decise di dedicarsi tutto alle lettere, collaborando a diverse riviste della Firenze di quel primo novecento che dette voce a tutta una nuova linfa letteraria.
Leggeva molto, e molto Alessandro Manzoni, del quale I promessi sposi si avevano da lui giudizi taglienti.

«Codesto libro l’odiavo fin da quando, a scuola, mi era toccato, per un anno intero, far l’analisi logica e grammaticale delle mediocri disgrazie di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella.

Aveva vent'anni quando, più solitario del solito, cominciò a leggere di filosofia. E in essa concentrò tutta la sua voglia di sapere di conoscere, leggeva libri, e li comprava spendendo ogni soldo che la mamma gli dava, talvolta dei nascosto dal padre (erano molto poveri, e il denaro serviva in famiglia, eccome se serviva!) E a forza di leggere cominciò a scrivere; e a forza di scrivere venne a contatto con scrittori e poeti. Ebbe modo così di conoscere i letterati dell'epoca, da Prezzolini a Corradini, Amendola e Soffici. Dalle collaborazioni a scrivere saggi e racconti, il passo fu breve. E da lì alle sue nuove "novelle metafisiche" il salto fu brevissimo.
Quando fu alle porte la guerra, divenne ben presto un acceso interventista, come del resto lo erano tutti i futuristi, guidati da quel Filippo Tommaso Marinetti che, nel 1910, dopo aver pubblicato in Francia - l'anno prima, sul giornale Le Figaro - il manifesto del partito futurista, venne in Italia a fare proseliti. Non partì lui per il fronte, come molti suoi compagni, perché era fortemente miope, e fu riformato. Era proprio Marinetti a propugnare accanitamente l'intervento militare, perché così si sarebbe ripulito il mondo da tutte le sue sozzure.
Il manifesto inneggiava al coraggio, alla ribellione, sia nella vita di tutti i giorni che nella letteratura, alla lotta diretta, alla vittoria, agli aeroplani, all'audacia e alla guerra sola igiene del mondo.

Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.
Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali
della nostra poesia.
La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità penosa, l'estasi ed il sonno.
Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo…
lo schiaffo ed il pugno… l
a bellezza della velocità

In letteratura affermava che

Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche,
le accademie d'ogni specie e combattere contro il moralismo,
il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria
Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo
può
essere un capolavoro.

Ecco i8l celebre il punto 9 di questo manifesto rivoluzionario

9. noi vogliamo glorificare la guerra sola igene del mondo,
il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore
… canteremo le locomotive…
il volo scivolante
degli areoplani.

Tanti furono gli artisti che aderirono e tanti furono i manifesti che seguirono quel primo del 1909.
Ecco una locandina che riporta alcuni dei nomi famosi che aderirono al movimento

E’ dall’Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il “Futurismo”, perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologhi, di ciceroni e d’antiquarii”

Giovanni Papini, a un certo punto, finisce per allinearsi, dopo aver scritto insieme al pittore Ardengo Soffici, nella rivista La Voce che i due dirigevano in Firenze, parole di fuoco contro questi sedicenti "artisti rivoluzionari", che non avevano ancora messo piede in Toscana, ma se ne stavano bellamente a raccogliere consensi, lassù, al nord dell'Italia. Infatti, poi, nella nuova rivista letteraria dal titolo Lacerba, che fondò insieme all'amico, accolse a braccia aperte tutte le opinioni, le più diverse, le più contrastanti, affinché tutti potessero avere voce; e tra queste, anche quelle riformatrici dei futuristi.
Giovanni Papini era circondato da una miriade di letterati, che in quegli anni affollavano la capitale della letteratura nazionale, Firenze, e aveva grandissima stima di pochi scrittori e poeti; e tra questi c'era in primis il suo amico e collega a Lacerba Ardengo Soffici, che riteneva un pittore importante e uno scrittore di vaglia.
Sentiamo cosa scrive a proposito:

Prezzolini, Papini, Soffici... Non si potrebbe fare un discorso serio sulla letteratura del Novecento, e le sue suggestioni e i suoi rischi, senza appoggiarlo ai loro nomi, ai loro libri.
Avvicinarli, è un ristorarsi al contatto con uomini che hanno visto la poesia.
Scrittori moderni, modernissimi, l'ingegno generoso e il sentimento dell'umano valore delle lettere.
Abituati a temperature più fredde, i giovani oggi si danno l'aria di averli dimenticati, come superflui.
Sono torti che i giovani si fanno facilmente e
in loro perdita”

Nel 1913 uscì la sua opera più famosa, “Un uomo finito” (la sua autobiografia), dopo che un anno prima aveva dato alle stampe un'altra operetta dal titolo Le memorie dell'addio, nella quale si scatena tutta la sua protesta contro il cristianesimo e la religione:"Uomini: diventate atei tutti, fatevi atei subito!" Opera in cui auspica la fine della fede in Dio, e con essa la propria fine, tanto era amareggiato da quella sua vita.

Papini è disperato, ha appena compiuto 31 anni, ma sembra quasi essere arrivato al capolinea. Non è così, perché vivrà ancora a lungo, almeno un altro mezzo secolo, in cui vedrà in letteratura passare moltissimi movimenti, moltissimi - ismi, e intorno a sé tanti tanti artisti.

"Tutto è finito, tutto è perduto, tutto è chiuso. Non c'è più nulla da fare…
… io non son più nulla, non conto più...
… sono una cosa e non un uomo…
… sono freddo come una pietra, freddo co
me un sepol­cro.

La filosofia aveva fatto il suo corso nella sua anima e nella sua mente: quando sarà morto l'ultimo uomo che crederà, anche Dio non esisterà più. Amen.
Furono i resoconti della grande guerra, e dei morti che produsse in quantità industriale, che generarono la svolta nella fine del suo ateismo. Cominciò a riflettere, profondamente, sui mali del mondo; e sull'unico scopo che avrebbe portato alla salvezza dell'umanità. E avvenne la conversione al cristianesimo.
La moglie che, pazientemente, gli viveva accanto nella pietà della religione, le timide letture di Sant'Agostino e del Vangelo, e gli echi della grande guerra con le sue disgrazie e le sue stragi di vite umane, contribuirono a questa sua salvezza. L'uomo finito era rinato a nuova vita.

«Ero spinto misteriosamente a fare qualcosa per gli uomini…
… avevo distrutto: dovevo ricostruire.
… avevo odiato gli uomini, dovevo amarli, sacrificarmi per loro, renderli simili a Dei. Altrimenti a che pro essere venuto s
ulla Terra?

La conversione lo portò a scrivere quello che diventò un successo prima nazionale e poi internazionale: La storia di Cristo. Nella quale cerca una punizione alla malvagità con cui era vissuto fino ad allora, ma cerca soprattutto un modo per espiare le sue colpe.
Riportiamo una sua poesia.

Abbiamo bisogno di Te

Gesù, tutti hanno bisogno di Te
anche quelli che non lo sanno.
E quelli che non lo sanno
assai più di quelli che sanno.

L'affamato si immagina
di cercare il pane
e ha fame di Te.
L'assetato crede di volere l'acqua
e ha sete di Te.
Il malato s'illude di cercare la salute
e il suo male è l'assenza di Te.

Tu sai quanto sia grande
per me e per tutti noi
il bisogno del Tuo sguardo
e della Tua parola.

Tu che fosti tormentato
per amore nostro
ed ora ci tormenti con tutta la Potenza
del Tuo implacabile Amore.


marcello de santis

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Matilde Serao: parte terza

23 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #personaggi da conoscere

Matilde Serao: parte terza

Ricordate la commedia di Eduardo De Filippo "Non ti pago", dove il grande Eduardo impersonava il ruolo di Ferdinando Quagliuolo, titolare di un Banco del Lotto avuto in eredità dal padre defunto, mentre il fratello Peppino ricopriva il ruolo del signor Mario Bartolini, il commesso anziano alle sue dipendenze? Il Bartolini gioca quattro assurdi numeri per una quaterna: 1.2.3.4, che però - e qui è il perno della commedia - escono sulla ruota di Napoli.
Ma i numeri che il signor Mario, suo commesso anziano del banco, ha giocato, guarda caso li ha avuti in sogno dal signor Saverio, nonno del titolare Ferdinando; il quale si arroga il diritto alla vincita che ha fatto diventare ricco il suo dipendente. Il fatto tragico è questo: anche don Ferdinando gioca, come Mario, ogni settimana; ma non vince mai. Non azzecca nemmeno un misero ambo, eppure, confessa spesso, gli basterebbe "un piccolo ambo, un terno"; ma niente da fare, nonostante lo consigli Aglietiello, il suo aiutante fatato, con il quale è solito esaminare i sogni che fa e che gli riferisce puntualmente; e ne attende impaziente l'interpretazione ai fini di ricavarne i numeri da giocare.
Ecco un'altra figura principe nelle speranze di chi si accinge a puntare al lotto. Vale la pena spendere due parole per questa importante figura. E' una persona carismatica per i giocatori, in genere povera gente; esso, dietro un piccolo compenso, spesso anche in natura, dà i numeri, ricavandoli talvolta dai sogni che la gente gli racconta, interpretandoli e assicurandone la veridicità. I più pensano che Aglietiello abbia un grande potere: il potere occulto di colloquiare anche con i morti per ricavarne sorte, fortuna. E ripongono in lui immensa fiducia; e' l'unico che potrà creare felicità.
Matilde Serao, andando controcorrente alla credenza popolare - si credeva l'assistito in contatto con i defunti, e con tutto il mondo dell'aldilà, che gli comunicano le verità occulte - descrive questo personaggio, che a Napoli è diventato "leggenda"

- un cancro che rode le famiglie borghesi, un convulsionario pallido che mangia molto, che finge di avere o ha delle allucinazioni, che non lavora, che parla per enigmi …
... l’assistito arriva nel popolo e vi estende la sua azione mistica, vi raccoglie dei guadagni piccoli, ma insperati, vi fa degli adepti e finisce per camminare nelle vie, circondato sempre da quattro o cinque persone, che lo corteggiano e studiano tutte le sue paro
le...

Al contrario dunque di don Ferdinando, Mario, zitto zitto, quacchio quacchio, come direbbe Totò, ogni tanto tira su un ambo, un terno, poca roba, è vero; ma don Ferdinando non può sopportare tanta fortuna nel suo dipendente (oltretutto innamorato di sua figlia Stella, contraccambiato dalla ragazza e appoggiato da Concetta, la madre: non te la darò mai mia figlia in sposa, non ci pensare nemmeno, 'e capito?)

Ferdinando: Lei con quel pezzente non si sposerà mai!
Concetta: E sì, adesso le troviamo un principe ereditario.
Ferdinando: Stella dovrà fare quello che dico io!
Concetta: Forse è un pessimo partito Mario Bertolini? E’ un giovane buono, sappiamo come la pensa, è cresciuto in casa nostra; assennato, risparmiatore, gran lavoratore. Che cosa vuoi di più?
Ferdinando: Nun o’ pozzo vedè! - esclama – E’ troppo fortunato … nun c’è sabato ca nu' pizzica ll’ambo.. ‘o terno ... E mo se sonna ‘a mamma, mo se sonna ‘o pate, ‘a sora, ‘o frato, ‘e nepute, ‘e cognate, ‘a nunnerella... Comme mette ‘a capa ncopp’ ‘o cuscino s’’e ssonna. Quanno s’addorme, accumencia ‘a Settimana Incom.

(E ora sogna la mamma, ora sogna il papà, la sorella, il fratello, i nipoti, i cognati, i cugini, la nonnina con il nonnino... li ha distrutti tutti quanti… è rimasto vivo solo lui. Appena mette la testa sul cuscino comincia a sognare… quando dorme in-comincia il telegiornale e la settimana Incom illustrata.)
Ferdinando: Con le vincite al mio banco lotto ha disimpegnato i pegni della Zia, poi si è comprato tanti bei vestiti, scarpe, biancheria…
Due anni fa io lascio la mia casa al primo piano, quella che si affacciava sul banco lotto. Io l’ho lasciata perché era morto mio padre e mi faceva impressione, quello vince un terno secco e si affitta la mia casa. Poi vince un altro terno, la compra e la rammode
rna.
....Mario Bertolini: Embè, c’aggia fa…’a fortuna m’assiste. Sarrà chell’anima santa d’a nunnarella mia, sarrà mammà e papà che ‘all’atu munno me vonno pruteggere
...
Concetta: E a te cosa interessa? Vuol dire che è fortunato. Sposando Stella ne guadagna anche lei, perché con le sue entrate possono fare i signori.
Ferdinando: Ma perché, deve vincere per forza? Come se fosse un impiego al Ministero delle Finanze... (durante questa scena Aglietiello si trova fra i due e a secondo dei casi darà ragione a l’uno e all’altro) e se dopo che sposa mia figlia non sognerà più nessuno, la mattina staranno digiuni?
Concetta: Tu stavi dicendo che quello vince sempre.
Ferdinando: (scattando) Centinaia di numeri io mi gioco ogni settimana! Butto carte da mille lire. Trascorro le nottate sopra il tetto per trovare 2 buoni numeri… niente…. ho pigliato il catarro e la raucedine. Niente! Non posso vincere nemmeno mezza lira.
Concetta: Questa è invidia! Perché Bertolini vinci e tu no.
Ferdinando: (cocciuto e dispettoso) Ma mia figlia non gliela do!
Concetta: E gliela do io, a mia figlia!
Ferdinando: Ed io vi uccido tutti e due.
Agliatello: E va bene. Adesso vi arrabbiate e litigate per una cosa da niente?
Margherita: (entra dalla comune) L’estrazione! (consegna a Ferdinando una striscetta di carta con i numeri del lotto). 1.2.3.4.24.
Ferdinando: Dammeli subito. (Margherita esegue ed esce per la comune.)
Ferdinando siede accanto al tavolo.
Aglietello siede anch’egli, e cominciano a consultare i biglietti giocati.
Ferdinando: Vediamo questi numeri. Guarda qua, guarda che numeri strani... 1,2,3,4 e 26. Ma che mi hai fatto fare? (rivolto ad Aglietiello). Mi hai detto che questi numeri erano sicuri.
Agliatiello: Don Ferdinando, questi numeri si devono giocare per tre settimane di seguito.
...

Mario Bertolini: (di dentro con voce rotta dalla commozione) E chi se lo aspettava… guardate, guardate… Io esco pazzo.
Margherita: (di dentro) Che piacere!
Mario Bertolini: (fuori seguito da Margherita) Donna Concetta, a momenti mi prende qualcosa.
Concetta: Cos’è stato?
Stella: (entrando) Che c’è?
Mario Bertolini: Donna Concetta, e che ho vinto 4 milioni (Ferdinando schizza veleno dagli occhi).
Stella: Quattro milioni?
Mario Bertolini: Oh Madonna mia! Oh Madonna mia bella. Io non ci posso pensare! Non c’è dubbio. Questa è la giocata e questi sono i numeri dell’estrazione (li mostra). Don Ferdinando, questa notte ho sognato vostro padre.
Ferdinando: Ora comincia con la mia famiglia.
Stella: Ha sognato il nonno!
Mario Bertolini: Quanto era bello. In maniche di camicia come quando si metteva a leggere il giornale fuori dal banco lotto, con quella camicia rosa.
Ve lo ricordate? E’ entrato nella mia camera da letto insieme a Don Ciccio il tabaccaio, quello che è morto 18 anni fa, e mi ha detto: “Piccirì, giocati, 1,2,3,4, quaterna secca nella ruota di Napoli e mettici sopra tutto quello che hai in tasca.
Ma come? Uno, due, tre e quattro?
Sì giocati quello che hai in tasca sulla quaterna secca.
E io me li sono giocati come ha detto la bu
on’anima.
Ferdinando: Mio padre chiamava me “Piccirì”.
Uno,due,tre e quattro? E tu li hai giocati.
Mario Bertolini: Certo! Vedete! (insegna la giocata a Ferdinando)
Adesso sono milionario. Don Ferdinando, adesso mi fate sposare Stella?
Ferdinando: Di questo ne parliamo dopo. La quaterna è mia, i numeri te li ha dati mio padre e i soldi spettano a me.
Mario Bertolini: Don Ferdinando che siete diventato pazzo?
Concetta: Che sei diventato scemo?
Ferdinando: (furente e deciso) Non ti pago! Non ti pago! "Non ti pago!"
"O bilietto è mio! Manco nu squadrone 'e cavalleria m'o leva dint' a sacca.
T''o viene a piglia' 'ncopp' 'o Tribuna
le".
(esce dalla sinistra lasciando tutti in asso che si guardano intorno come allucinati)
... io ti denunzio.... Io ti mando in galera!
...

Al gioco del Lotto giocano perfino i magistrati, spesso oberati di figli e debiti, e i piccoli commercianti che non sanno come far fronte alle cambiali di cui vivono giornalmente.

Matilde addita questo male come il male del secolo, un male che contagia anche le matrone dell'alta aristocrazia napoletana, che giocano più per passare il tempo che per necessità, giocano - abbiamo appena visto - anche quelli del banco lotto.
E il rito dell'estrazione aggiunge un qualcosa in più al futuro dramma di quella massa di gente che vive di speranza e delusioni continue. Vanno dunque il sabato alle quattro del pomeriggio laddove si estraggono i cinque numeri delle varie ruote, l'uocchie puntate e 'e rrecchie appizzate. L'Impresa (questo è il nome del luogo dove avviene l'estrazione, si trova in una stradina angusta nei pressi di Santa Chiara, in Via Pignatelli. Ma ci sono anche le persone che non possono accorrere, gli ammalati, per esempio, gli operai, le venditrici, e allora aspettano che torni correndo il guaglione inviato là a scrivere i numeri usciti sulla ruota di Napoli. Ed eccolo che torna e comincia a gridare e a ripetere, vicolo per vicolo:
Vintiquatto! Sissantanove! Quarantanoie! Otto! Sissantacinche!
E' adesso che cadono i sogni, che si rompono le illusioni, che si spezzano i pensieri. E già ci si prepara al prossimo sabato. Ma intanto, dice Matilde Serao, la vita di stenti e di amarezze continua oggi come ieri e domani come oggi, i più nel continuare a far niente nell'attesa. E ci si crogiola nella menzogna, nella povertà, nell'invidia per quello che ha azzeccato il misero ambo da pochi soldi.
La scrittrice affonda il dito nella piaga. Ma enumera anche quella falsa forma di letteratura che s'immerge nel lotto. Quella gente ignorante che non sa né leggere né scrivere, conosce a perfezione un solo libro - persone che non hanno avuto neppure il conforto della lettura di una favola da piccoli - il libro della Smorfia, una pubblicazione che gira per le vie e i vicoli della città, o è consultabile presso l'assistito, che spiega e spiega, o presso l'impresa. E' un libro illustrato con varie immagini ognuna delle quali corrisponde ad un numero del lotto, da 1 a 90.

Scrive la Serao:

"Tutti i napoletani che non sanno leggere conoscono La Smorfia a memoria e ne fanno l'applicazione a qualunque sogno o cosa della vita reale.
Ad esempio 'o guaglione - il ragazzo, corrispondeva al numero 15, 'o pazzo al numero 22, Nanninella era il 20; 'o cante
ro (l'orinale) era il 27, il 29 corrispondeva a 'o pate d''e Ccriature - il padre delle creature, il pene. E così via per ogni numero.
Sogni che muoiono il sabato sera, quando i numeri giocati non sono usciti; ma rinascono a nuova vita la domenica mattina, quando inizia la lunga settimana di attesa spasmodica della nuova estrazione del sabato successivo. E nell'attesa in casa si litiga, si gioisce, si spera cose che non si hanno, nascono progetti il martedì e il giovedì, e il venerdì, e muoiono speranze e progetti il sabato sera.
Vintiquatto! Sissantanove! Quarantanoie! Otto! Sissantacinche!
Silenzio universale: tutti impallidiscono.
Ma come tutti i sogni troppo pronunziati, il lotto conduce alla inazione ed all'ozio: come tutte le visioni, esso porta alla falsità e alla menzogna; come tutte le allucinazioni, esso conduce alla crudeltà e alla ferocia; come tutti i rimedi fittizi che nascono dalla miseria, esso produce miseria, degradazione, delitto. Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto. Il lotto è l'acquav
ite di Napoli.

IL PAESE DI CUCCAGNA

Da grande appassionata della vita minuta (prima a Roma e adesso a Napoli) in questo libro la Serao rientra nella vita quotidiana della povera gente dei quartieri malfamati sporchi e abbandonati della città, come se facesse parte anche lei delle famiglie di quelle persone disastrate, sempre in contrapposizione alla piccola e grande borghesia che di quei problemi non ne avevano, e non volevano neppure sentirmene parlare.
Ella punta il dito verso le mille e mille situazioni scabrose dei poveri, descrivendo una insanabile realtà di questo ceto di persone eternamente alla ricerca di sopravvivenza. E tra gli altri mali di Napoli riecco il lotto, croce e delizia, meglio sarebbe dire "eterna speranza delusa pei poveri", che si barcamenano giornalmente in una vita di stenti, ma attirati dal miraggio di diventare ricchi, azzeccando un semplice ambo; e perché no un terno, o l'irraggiungibile quaterna, e - illusione delle illusioni - magari una cinquina; che li faccia approdare, appunto, al Paese di Cuccagna.
Ma non solo il lotto; la Serao nel libro svaria dal lotto al carnevale, con le sue gioie (superficiali), gioie di pochi giorni per poi tornare alla misera normalità, al miracolo dello scioglimento del sangue di San Gennaro.
La Serao denuncia con violenza il gioco del lotto, causa di tutte le povertà e di tutti i vizi della parte più povera della città, di quella gente che ella dice essere umile, bonaria, che sarebbe felice per poco e invece non ha nulla per essere felice; che, sopporta con dolcezza, con pazienza, la miseria, la fame quotidiana, l’indifferenza di coloro che dovrebbero amarla,
l’abbandono di coloro che dovrebbero sollevarla
Scrisse il critico letterario Piero Pancrazi in occasione della pubblicazione del libro:"Tra cent'anni, quando non si sapesse più nulla di Napoli, questo libro basterebbe a resuscitarla"
Il paese di Cuccagna vide la luce nell'anno 1891, e la scrittrice non fece che rivedere e ampliare il suo precedente racconto, "Terno secco", che faceva parte del libro dal titolo "All'erta sentinella!" pubblicato due anni prima, in cui raccontava la rassegnazione eterna del popolino di Napoli che - ultima spes - destina i suoi pochi denari (qualche soldo, quando ce l'ha) all'ultima speranza di un vita migliore: il gioco del lotto.
Il gioco del lotto arrivò a Napoli solo verso la fine del seicento, per l'esattezza nell'anno 1682. Furono le persone che avevano in mano il governo della città di Napoli che decisero di adottarlo come gioco primario, per incrementare le entrate dell’erario, che allora erano davvero misere, basate come si può immaginare solo sulla vessazione dei poveri e dei ceti medi, lasciando i ricchi esenti da qualsiasi imposizione. E' vero, era agli occhi di tutti un gioco d'azzardo (e la Chiesa se ne accorse subito e lo contrastò in ogni modo, considerando addirittura chi giocava in peccato mortale, perché vedeva lo sfacelo che portava nei bilanci delle povere famiglie). Anche per questa ragione ci fu un periodo in cui venne abolito, ma per poco, ché presto fu reintrodotto dal viceré Carlo Borromeo, agli inizi del 1700.
Matilde Serao punta l'indice sull'illusione di un facile arricchimento, che portasse i poveri a quel Paese di Cuccagna cui non si giungeva mai.

Si gioca anche per un evento improvviso, un avvenimento inatteso che sconvolge la quotidianità di ognuno. Voglio riportarvi qui uno di questi fatti che Pino Imperatore, un giovane scrittore napoletano responsabile della Sezione Scrittura Comica del Premio "Massimo Troisi" di Napoli, riporta nel suo libro, uscito nel gennaio del 2012 per le Edizioni Giunti, dal titolo: Benvenuti in casa Esposito, le avventure tragicomiche di una famiglia camorrista.
Premessa: Tonino e Patrizia e la loro prole e suoceri, consuoceri eccetera hanno in casa un coniglietto e un iguana, che per un caso fortuito va a finire nello zainetto del figlio Genny che se lo porta a scuola, dalle suore. Qui, al momento di tirare fuori un libro, l'iguana sguscia fuori, salta e va ad azzannare la caviglia di suor Paoletta, che finisce all'ospedale più morta di paura che viva. La superiora suor Celeste fa chiamare la signora Patrizia che sta dal parrucchiere, lei accorre, e finisce che si riporta a casa il figlio con l'iguana in una gabbietta.
E dunque:
...
"Nella Smart mentre Genny le raccontava i particolari della mattinata, Patrizia si calmò e rise più volte.
Mammà, dovevi vedere a suor Paoletta quando è scappata dalla classe. Il demonio! il demonio! alluccava.
Sai che ti dico, Genny? Mo ci andiamo a gioca' i numeri. Può darsi che vinciamo qualcosa di soldi.
Patrizia si fermò in Via Fonseca, davanti al negozio di "Lotto e mangiato". Metà ricevitoria e metà paninoteca.
Tu aspetta qua, disse a Genny.
Entrò nel locale e andò dritta verso il gestore. Buongiorno, don Cosimo, mi voglio giocare un terno secco sulla ruota di Napoli, però mi dovete aiutare.
Ditemi pure, signora Patrizia.
Mi gioco quarantatre, 'a monaca, e settantadue, 'a meraviglia. Poi mi dov
ete dire quanto fa l'iguana.
'A che?
L'iguana. Quella che assomiglia a 'na lacerta, ma è assai cchiù grossa. Se venite fuori, ve la faccio vedere. La tengo in macchina!
Signo', e voi camminate con un'iguana nella macchina?
Sta dentro a 'na gabbietta.
Meno male. Comunque ho capito che belva è, ma mi trovate impreparato. Nessuno m'aveva chiesto mai l'iguana. Aspettate, piglio 'A smorfia e vediamo a che
numero corrisponde.
Don Cosimo inforcò gli occhiali da presbite, prese un librone da sotto il banco, si mise a sfogliarlo e trovò la pagina giusta, ecco qua: iguana.
Studiò il brano sfregandosi il mento, poi declamò: Dunque, signora Patrizia, ascoltatemi bene, il fatto è serio. Teniamo quattro possibilità: l'iguana semplice fa trentotto, l'iguana adulto sessantotto, l'iguana cucciolo trentadue, l'iguana con prole settantaquattro. Quale ci giochiamo?
E je che ne sacc
io? buttò lì Patrizia.
E lo dovete sapere, esclamò don Cosimo. Non possiamo improvvisare. Il lotto mica è 'na pazziella. Il lotto è scienza scientifica. Fatemi capire: quest'iguana com'è? E' neonata o maggiorenne? Se piglia ancora 'o biberon oppure mangia da sola? E' sposata? Ha famiglia? Tiene figli?
Don Co', mi mettete in difficoltà. Dovrei chiedere a mio marito, è lui che l'ha portata a casa.
Volete prima approfondire lo stato civile dell'animale e poi ripassate?
No, non ciò tempo. Facciamo così: mi gioco l'iguana adult
a.
Siete sicura? chiese don Cosimo.
Abbastanza. L'animale è grande, quindi penso che è adulto. Fate venti euro, terno secco.
Bene, allora: quarantatre, settantadue, sessantotto. Niente ambo?
Niente
ambo.
... il sorriso le torno' (a Patrizia) grazie a Tina (l'altra figlia) che rientrando da scuola comunicò di aver preso nove all'interrogazione di storia. Il broncio le riapparve la sera, quando in tv furono annunciate le estrazioni del lotto. Sulla ruota di Napoli uscirono 'a monaca, quarantatre, 'a meraviglia, settantadue, e l'iguana con prole, settantaquattro. Evidentemente Sansone (l'iguana) era papà.
Niente ambo? aveva chiesto Cosimo.
Niente ambo
Ma il romanzo è variegato, non solo il gioco del lotto, del resto trattato già ampiamente nel suo precedente libro, ma è anche un documento su altri pezzi di vita del popolo napoletano: il miracolo di San Gennaro, il Carnevale, i dolcetti tipici di quella gente in occasione di una comunione, eccetera. E la scrittrice dipinge come su una tavolozza in cinemascope i personaggi e i vari ambienti della città, mettendone però in evidenza i mali, le pecche, le crepe, una denuncia non smetterà mai di fare nel corso della sua vita.
Come quella che ella di persona rivolge, ne Il ventre di Napoli, in una appassionata lettera al Ministro De Pretis (Presidente del Consiglio nell'anno 1905):

... lei sa tutto dell'Italia...
... le statistiche della mortalità e quelle dei delitti... quante femmine disgraziate diciamo così, esistano... quanti vagabondi dormano in istrada, la notte ... l'andamento... della disoccupazione...
... vorrei farle una domanda:... queste persone, lei le ha mai incontrate? Sa cosa mangiano, (e più spesso non mangi
ano), cosa pensano, quanto desidererebbero dare ai propri figli un'educazione simile a quella che lei ha dato ai Suoi...
... e quanto renda il lotto. Quest'altra parte, questo ventre di Napoli, se non lo conosce il Governo, chi lo deve conoscere
?...
E si firma per esteso: Matilde Serao.

La scrittrice, nel corso della sua carriera giornalistica, oltre ai tradimenti del marito dovette subire critiche talvolta feroci da parte di molti, anche per le sue idee politiche e sociali, che come abbiamo visto non esita a denunciare persino a presidenti del Consiglio e altri uomini politici. Era contraria alla guerra, e si schierò apertamente per quelli che si astenevano dall'intervento dell'Italia; si inimicò in tal modo anche il Capo del Governo Benito Mussolini, che non l'appoggiò per il conseguimento del premio Nobel, che andò infatti a Grazia Deledda.
Ci siamo dilungati sui due romanzi principe della sua carriera di scrittrice, ma la Serao ne scrisse tantissimi altri. Va detto che anche nei libri successivi riprende spesso il tema delle sofferenze dei suoi amati concittadini. Fu autrice anche racconti, brevi e lunghi, molti romantici; scrisse in essi di mondanità, di "buona creanza", ma tutti che risentono in maniera determinante del suo stile, dei suoi articoli e saggi giornalistici, che scavavano a fondo - come questi - nelle cose che osservava e amava sfidare.
.

...quando una operaia napoletana nomina i suoi figli, dice: le creature, e lo dice con tanta dolcezza malinconica, con tanta materna pietà, con un amore così doloroso, che vi par di conoscere tutta, acutamente, la intensità della miseria napoletana...

Era il suo modo di attirare l'attenzione del lettore, a qualsiasi ceto appartenesse. Il suo stile, a detta di molti - e non ultimo suo marito Edoardo Scarfoglio - lasciava molto a desiderare, ma a lei non importava, il suo fine era quello di coinvolgere la gente, di comunicare in maniera semplice, di far partecipare tutti alla sua vita che andava a vivere in mezzo al popolino con le sua poche gioie e le molte disperazioni.

...i calzolai, i muratori, i falegnami sono pagati... una lira, venticinque soldi, al più, trenta soldi al giorno per dodici ore di lavoro, talvolta penosissimo.. .
... i tagliatori di guanti guadagnano novanta centesimi al giorno
...

Il suo scopo era quello di far conoscere le tantissime miserie e le poche, e spesso inutili, speranze a quello stesso popolino che era il fulcro della città, ma anche alla cosiddetta nobiltà o ex-nobiltà, alla superba aristocrazia, agli inarrivabili "signori".

...che dove erano otto persone, ora sono dodici; che lo spazio è diminuito e le persone sono cresciute...

Quel triste 13 novembre dette le dimissioni dal Mattino, per stare lontano da Scarfoglio, trovandosi all'improvviso senza lavoro. Né aveva intenzione di trovare un altro giornale; tuttavia vicino al suo nuovo uomo lo fece. Fondò quindi il quotidiano Il Giorno, che ebbe un buon successo di pubblico e di critica. Ebbe da Giuseppe Natale - che sposò solo alla morte di Edoardo avvenuta nel 1917 - una figlia che chiamò Eleonora per ricordare la sua cara amica Eleonora Duse. Ma poi perse anche il secondo marito, e restò definitivamente sola fino alla fine. Continuò a scrivere libri e a dirigere il giornale, con la passione che sempre la contraddistinse.
Aveva 71 anni quando morì. Si trovava in redazione, china sull'articolo o saggio che stava scrivendo; s'accasciò poggiando la testa sui fogli che aveva davanti; un colpo al cuore la stroncò; improvvisamente, ché niente faceva supporre una fine così tragica.

fine
marcello de santis

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Matilde Serao: parte seconda

21 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #personaggi da conoscere

Matilde Serao: parte seconda

Anno 1894. Avviene un dramma, tanto inaspettato quanto eclatante, che sconvolge ancora di più la scrittrice: la Bressard, con in braccio la figlioletta avuta da Edoardo, si reca a casa Scarfoglio. E' la fine di un agosto torrido; quando il portone di casa viene aperto dalla donna di servizio, la cantante allunga la figlia tra le mani della cameriera, e, tratta una pistola dalla borsetta, si spara. Altra cronaca dice che la donna lasciasse la bimba a terra su uno scalino insieme ad un biglietto d'addio, biglietto che è conservato nella storia della famiglia dei giornalisti napoletani: « Perdonami se vengo a uccidermi sulla tua porta come un cane fedele. Ti amo sempre ».

Viene soccorsa e ricoverata all'Ospedale degli Incurabili di Napoli, dove muore una settimana dopo. Lecito pensare che Matilde rifiutasse il frutto del peccato del marito, ma non fu così, accettò la figlioletta di Edoardo e Gabrielle, l'accolse con sé e la coccolò come fosse sua figlia; pensate, le dette anche il nome di sua madre, la chiamò, infatti, Paolina. Però è chiaro che il rapporto col marito va via via deteriorandosi, anche perché lo sciupafemmene continua nelle sue scorribande amorose, tra inganni e tradimenti.

Alla fine la Serao abbandona la causa, e lascia il marito; si separano. E lei si risposa, per la cronaca con l’avvocato Giuseppe Natale, che le fu vicino fino alla fine della sua vita; ma questo matrimonio per lei non significa niente, tutto si era concluso con l'amore per Edoardo Scarfoglio. Si dedica ancora di più al suo lavoro di giornalista all'avanguardia, portandolo avanti fino alla sua morte, per oltre mezzo secolo di dure battaglie, non solo letterarie ma anche politiche; tanto che oggi è considerata l'antesignana dei giornalisti moderni.
Ha detto Miriam Mafai:


"... il giornalismo italiano è figlio di Matilde Serao... che a fine ‘800 in una Napoli popolata da circa mezzo milione di abitanti (di cui il 75% analfabeta) riuscì a vendere ben trentamila copie del Mattino, una impresa quasi epica....
... la “Signora del Mattino”, (era) capace “di improvvisare pezzi di colore e di costume, di riempire ‘buchi’ inserendo nelle pagine di quotidiani e periodici aforismi e curiosità, di inventare temi di cronaca e polemica per attirare lettori e abbonamenti, era la migliore testimonianza di un atteggiamento di ‘tipo nuovo’, un esempio illustre per le giornaliste italiane. Ed ella preferì sempre la qualifica di ‘giornalista’ a quella di scrittrice, letterata o poetessa, riconoscendosi pienamente partecipe della ‘febbre, talvolta sottile, talvolta bruciante’, della ‘infermità … dolce e terribile’, del ‘soave e imperioso male dello spirito’ che quel ‘mestiere’ comportava..."

Tuttavia a questa sua attività principale, ella affiancò quella di scrittrice; aveva cominciato a scrivere quando aveva solo venti anni e non aveva mai abbandonato.

Matilde e Napoli

Una curiosità. Più sopra abbiamo detto che, grazie al signor Schilizzi, i due coniugi fondarono un nuovo giornale, Il Corriere di Napoli. Fin dal primo numero venne riproposta la rubrica che tanto successo ebbe a Roma: "Api Mosconi e Vespe" (quella che era nata col nome "Per voi, Signore", firmata da Chiquita, poi dall'altro nomignolo Gibus), qui a firma, stavolta, di Snob (ma sempre della Serao si tratta). A Napoli, al contrario che a Roma, la rubrica fu accolta con entusiasmo, e i salotti della città del golfo facevano a gara per contendersi la scrittrice. La storia l'abbiamo narrata, dopo vari contrasti con l'editore, i coniugi Scarfoglio lasciano il giornale, e fondano il Mattino. Ci furono controversie anche per il nome della rubrica che, nonostante l'abbandono dei due, il giornale di Schilizzi continuò a pubblicare, con lo stesso titolo e la stessa firma; seguirono cause, denunce, etc.
Sapete che s'inventò Scarfoglio in attesa che la giustizia facesse il suo corso? Su Il Mattino dette spazio alla "loro" antica rubrica, ma al posto del titolo: solo puntini "......" con un disegno che raffigurava degli insetti. Geniale!
Nel 1896 si coniò la nuova intestazione: "Mosconi", con il quale il Mattino di oggi ancora presenta la pagina delle cronache mondane della Napoli attuale. Trattava le tradizioni della città, gli usi e i costumi di una volta, molti dei quali difficili a morire e quindi ancora presenti, mettendo in evidenza i (rari) pregi e sottolineando i (molti) difetti.
Ma la scrittrice non disdegna di proporre a quel pubblico, per ora composto di vecchi nobili (pure decaduti) e rappresentanti della borghesia danarosa, anche dei pezzi di letteratura.
Confessò a un amico di famiglia:

"... il mio lavoro al giornale, caro professore (era il professore di filosofia George Herelle) serve per poter vivere, per procurare alla mia famiglia (Matilde dal matrimonio con Scarfoglio ebbe quattro figli) il necessario per vivere; ma io amo la letteratura, che pure non mi dà alcuna entrata. Eppure io amo scrivere, voglio scrivere, perché sento che questa è la mia vita..."

Si può dire che fosse la Serao a mandare avanti il giornale, in considerazione che suo marito era sempre in viaggio, per lavoro, sì, ma anche e (forse) soprattutto per le sue avventure sentimentali con soubrettes e attrici e attricette. Ma - come confessato da lei stessa - amava più di tutto la letteratura; si appassionò a quella francese, che studiò a fondo, lesse libri d'oltralpe, nella lingua d'origine, ciò che le fu utile quando si recò a Parigi (e ci fu più volte), e la sua presenza là la consacrò scrittrice di fama internazionale (coi suoi libri tradotti in francese - Il paese di Cuccagna fu tradotto da Minnie Bourget, moglie del celebre critico letterario Paul ; a Parigi conobbe scrittori e poeti).
Abbiamo detto poco più sopra che la scrittrice proponeva prose (racconti, brevi saggi), e, tra gli altri, pubblicò a puntate - si era nell'anno 1890 - questo suo lungo scritto che poi venne dato alle stampe, l'anno successivo, per le edizioni Treves di Milano, con il titolo appunto de Il paese di Cuccagna. Vi si parla anche del gioco del lotto, croce e delizia dei napoletani, argomento del resto - il lotto - che la scrittrice aveva affrontato anche nel precedente libro Il ventre di Napoli.
Scriveva ne Il Ventre di Napoli:

"... non credete che il male rimanga nelle classi popolari. No, no, esso ascende, assale le classi medie, s'intromette in tutte le borghesie, in tutti i commerci, arriva fino all'aristocrazia....
... dove vi è una rovina finanziaria celata ma imminente... ivi il giuoco del lotto prende possesso, dom
ina...
... Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto..."

E continua imperterrita nella denuncia di questo male incurabile, descrivendo quell'attesa frenetica del sabato, in cui si svolgeva la vita di quella povera gente

... il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo grande sogno di felicità, vive per sei giorni in una speranza crescente, invadente, che si allarga, si allarga, esce dai confini della vita reale: per sei giorni, il popolo napoletano sogna il suo grande sogno, dove sono tutte le cose di cui è privato, una casa pulita, dell’aria salubre e fresca, un bel raggio di sole caldo per terra, un letto bianco e alto, un comò lucido, i maccheroni e la carne ogni giorno, e il litro di vino, e la culla pel bimbo e la biancheria per la moglie e il cappello nuovo per il marito...

I sogni ad occhi aperti che la gente non realizzerà mai, ma spera in quei due tre numeri che ha sognato, o interpretato, o fatto interpretare, su quella cedolina che si tiene stretta al petto, che nasconde in tasca, che legge e rilegge, mira e rimira, e aspetta... aspetta...
Descrive la sua gente con i suoi molti difetti (involontari) e i pochi pregi, prima di illustrare quel gioco che la porta alla rovina,
Nelle sue parole c'è tutto l'amore per il suo popolo.

... È gente umile, bonaria, che sarebbe felice per poco e invece non ha nulla per essere felice; che sopporta con dolcezza, con pazienza, la miseria, la fame quotidiana, l'indifferenza di coloro che dovrebbero amarla, l'abbandono di coloro che dovrebbero sollevarla...
... innamorata del sole, non ha sole; appassionata di colori gai, vive nella tetraggine...
... le tane dove abita questa gente, non sembrano fatte per gli umani, e dei frutti della terra, essa ha i peggiori, quelli che in campagna si danno ai maiali...
... e vi sono vivande che no
n assaggia mai...

Ma questo popolo è dotato di una immensa fantasia che si coniuga con la pazienza che lo porta a sopravvivere sempre di buonumore. E il sogno della vincita è sempre presente nella vita del povero, vive con lui, con sua moglie, coi suoi figli. Un sogno lungo una vita che lo consola ad ogni istante, che si squaglia per conservarsi dentro l'anima.

E' una malattia che si propaga di vascio in vascio, di vico in vico, di quartiere in quartiere; di cuore in cuore, di anima in anima, di persona in persona. E' un virus immenso, contagioso, irrefrenabile...

... dal portinaio ciabattino che sta seduto al suo banchetto innanzi al portoncino, il contagio del lotto si comunica alla povera cucitrice che viene a portargli le scarpe vecchie da risuolare; da costei passa al suo innamorato, un garzone di cantina; costui lo porta all'oste che lo dà a tutti gli avventori, i quali lo seminano nelle case, nelle officine, nelle altre osterie, fino nelle chiese...
La serva del quinto piano, a destra, giuoca, sperando di non far più la serva; ma tutte le serve, di tutti i piani... giuocano, tanto la cameriera del primo che ha le trenta lire al mese, quanto la vajassa del sesto, che ne prende otto, con la dolce speranza di uscir dal servizio, così duro; e si comunicano i loro numeri, fanno combriccola sui pianerottoli, se li dicono dalle finestre, se li telegrafano a segni...
... la moglie dello stagnino affogata dal fetore del piombo, la lavandaia che sta tutto il giorno con le mani nella saponata, la venditrice di castagne che si brucia la faccia e le mani al vapore e al calore del fornello, la venditrice di noci che ha le mani nere sino ai polsi per l'ac
ido gallico...

E in poche righe degne di essere riportate qui, in questo saggio - ma voglio dire: andrebbe riportato qui tutto il libro, per la sua intrinseca bellezza, per la sua importanza nella storia delle città partenopea, per la sua audace atroce denuncia contro tutte le miserie che Napoli si cova nel suo ventre, (come scriveva nel primo libro) la Serao addita indirettamente un altro male che ella ritiene incurabile, se non con una vincita al lotto, del suo disgraziatissimo paese

... dove sono riunite, a vivere di peccato, le disgraziate donne di cui Napoli ha così grande copia, il lotto è una delle più grandi speranze: speranza di redenzione

La scrittrice non si ferma al popolino abituato a una vita di stenti e a volte disumana, perché la malattia del gioco del lotto colpisce anche chi male non sta; parla della piccola e media borghesia ma anche - si direbbe oggi - della gente benestante, senza tralasciare i nobili.
I quali, per accrescere le proprie sostanze - i decaduti per far fronte a collassi finanziari inaspettati o meno - giocano insomma tutti; dalle figlie di famiglia in attesa di sposarsi al piccolo e grande commerciante, dagli impiegati del Comune a quelli delle banche a quelli del Dazio e ai pensionati, giocano specialmente quelli che con la misera somma mensile non riescono a sbarcare il lunario.
E si sparge la voce dei numeri che alcuni sanno che usciranno di sicuro, lo ha detto la cabala, l'ha confermato l'assistito, l'ha comunicato il parente defunto venuto in sogno a dare i numeri. Eh sì, perché i sogni sono il principale stimolo a giocare.


fine seconda parte

marcello de santis

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Matilde Serao: parte prima

19 Agosto 2015 , Scritto da Marcello De Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Matilde Serao: parte prima


Matilde Serao (Patrasso, 7 marzo 1856 – Napoli, 25 luglio 1927)

Mario Stefanile, grande giornalista, scrittore, critico letterario – ma anche pittore surreale e fotografo – allievo della Nunziatella, Napoli, 1910 -1977, (nel suo libro Labirinto napoletano: studi e saggi letterari su scrittori di ieri e di oggi, Napoli, 1958) descrisse così la scrittrice:

Matilde Serao coincide con il ritratto della città, il ritratto segreto e commosso, trepidante e acceso, vibrante e straziato di una città che esprime la sua grandezza non già attraverso l'opulenza ed il sorriso, ma con la miseria ed il pianto.

Era nata in Grecia, Matilde Serao, nella seconda metà dell'ottocento, e si affermò come la prima donna italiana ad aver fondato un giornale, e ad averlo diretto con efficacia e capacità. Ma oltre che a svolgere il suo lavoro in redazione, ebbe il tempo di guardarsi intorno e sviscerare angoli e vizi e miserie della sua amata città, che le diede modo di scrivere un gran numero di libri.

Nacque in Grecia, perché suo padre Francesco, avvocato di una certa importanza, nell'anno 1848 era riparato colà per sfuggire ai Borbone che stavano imperversando sui patrioti napoletani, si era - ricordiamo - in pieno della rivolta del 15 maggio dei quell'anno turbolento. Là la famiglia fu costretta a vivere in condizioni disagiate, Francesco dovette fare l'insegnante, e nel frattempo scriveva ogni tanto qualche articolo per un giornale locale; poi, fattasi una certa fama, anche per altri. E finì per sposare una donna greca, la signora Paolina, una nobile borghese del luogo - si erano rifugiati a Patrasso - donna molto intelligente, sufficientemente colta, e soprattutto pratica.
Là nacque Matilde, era l'anno 1856.
Pur essendo nata in Grecia, nei modi, nel portamento, nella parlata a voce alta, Matilde ragazza era una napoletana verace. E da napoletana verace più tardi raggiunse la notorietà per avere scritto della sua città, degli abitanti di essa, dei vicoli, delle miserie e povertà, delle poche gioie e dei molti dolori di una terra che non ebbe mai un'età matura.
Qualcuno scrisse di lei:

"Matilde Serao aveva il dono di rappresentare delle persone reali ... tutto il turbinìo di intiere folle rumorose ... di un'intiera città..."

Dopo solo quattro anni dalla nascita di Matilde, la famiglia fece ritorno in Italia, ma non a Napoli, bensì in un paesino in provincia di Caserta. Francesco tornò al suo antico lavoro, quello di giornalista, ciò che permise alla piccola Matilde di frequentare la redazione del giornale del padre, e di vivere tra i fogli e le bozze e i macchinari di stampa. A otto anni stava ancora molto indietro con l'istruzione, non sapeva leggere né scrivere.

Crebbe la bambina, e diventò maestra, prendendo il diploma magistrale appunto; ma per aiutare in famiglia (la mamma s'era ammalata nel frattempo) cercava lavoretti che le permettessero di guadagnare qualcosa, e faceva anche concorsi; ne vinse uno, alle poste e telegrafi, e s'impiegò, ma la passione che si sviluppava in lei, e non poteva essere altrimenti, era quella del giornalismo. Per cui scrivere diventò la sua occupazione principale: articoli, saggi, recensioni, per il Giornale di Napoli; e anche brevi novelle, che venivano pubblicate. Ma non era completamente soddisfatta; lasciò così la sua città per andare a Roma. Qui prestò la sua opera al giornale Capitan Fracassa, sul qual scriveva, come del resto faceva a Napoli con uno pseudonimo; là era Tuffolina, qui divenne Chiquita. Aveva 28 anni, e ormai aveva trovato la sua strada: giornalista e scrittrice, si trovò a frequentare i salotti letterari della capitale, nonostante il suo aspetto che non faceva niente per farla accogliere favorevolmente; infatti era tozza di figura, con una voce potente e affatto femminile, e modi spicci quasi di popolana. Inoltre, quando rideva, la si sentiva a distanza. I salotti letterari dapprima la tennero a distanza, erano indifferenti alla sua presenza ma ben presto si integrò a tal punto che era ricercata. Ciò si deve anche alla rubrica che teneva sul Corriere intitolata Per voi, Signore, articoli a firma di una non meglio identificata Chiquita, rubrica mondana che trattava argomenti i più vari; ma soprattutto dettava consigli sul saper vivere che destarono subito l'interesse delle donne dell'alta borghesia. Finalmente di questa ormai famosa Ciquita, si interessavano anche le altre. Le altre erano delicate signore dell'alta società, belle e aristocratiche, elegantemente vestite e quasi sempre piene di fascino, che all'inizio non la potevano considerare quindi una di loro.
Di lei si spettegolava; e non poco. Però Matilde si trovava a proprio agio in mezzo alla gente bene; pur sapendo i pettegolezzi che quelle damine eleganti (come ebbe a definirle in un suo scritto) facevano sul suo conto. Edoardo Scarfoglio la considerava tanto "pettegola e convenzionale... falsa... vanitosa... brutta...incorreggibile e arruffona... nella vita comune ", quanto "semplice affettuosa bella umile dolce... nell'intimità...".

Più tardi le sue comparse in società, e nei salotti di cui sopra, le servivano per notare e annotare, per poi scrivere sui fogli del Capitan Fracassa, i suoi articoli.
Fu nella redazione del giornale che Matilde Serao incontrò il giornalista scrittore Edoardo Scarfoglio. E guarda caso proprio lui che sul sul primo romanzo Fantasia, edito nel 1883, non ebbe certo parole elogiative. Ecco come si espresse:

"… si può dire che essa sia come una materia inorganica,
come una minestra fatta di tutti gli avanzi di un banchetto copioso,
nella quale certi pigmenti troppo forti tentano invano
di saporire la scipitaggine del
l'insieme...".

E sul linguaggio usato dalla Serao ebbe a dichiarare che era un misto di italiano, dialetto e francese. Nonostante ciò che pensava dei suoi scritti Scarfoglio, quel ragazzo che ella giudicò, e a ragione, subito intelligente, intrecciò con lui una relazione che dettò scandalo nella Roma bene dell'epoca. I due personaggi erano l'uno il contrario dell'altro, distinto, alto, bello lui, affatto bella, non grassa ma di corporatura abbastanza voluminosa, tozza e con un atteggiamento da maschio lei, non parlava senza gesticolare, senza quella grazia propria delle ragazze, e molto rumorosa, come rumorosa era la folla di Napoli; vestita alla bell'e meglio. E aveva una facoltà rara nelle donne del secolo: la parlantina sciolta e pungente; e fu proprio questa qualità che la fece accettare del mondo maschile e maschilista di allora, all'interno dei giornali; con i quali ella collaborò, ricordiamo il Fanfulla della Domenica, La Domenica Letteraria, la Cronaca Bizantina e altri.
Con Edoardo Scarfoglio il colpo di fulmine scoccò nel mese di luglio del 1883, sul mare di Francavilla in Abruzzo. Matilde lo irretisce, pur non essendo bella, ma grande di una fortissima personalità e di una parlantina eccezionale (Scarfoglio ebbe a dire all'amica più cara di Matilde, la Olga Ossani, detta Febea: ... ch'aggi' 'a di', Flebe', Matildella (usando il vezzeggiativo che usava proprio Flebea) me piace troppo!

Il colpo di fulmine e la successiva frequentazione, anche per motivi di lavoro, nelle stesse redazioni, li unirono indissolubilmente, e questo rapporto, che divenne intimo in breve tempo, si concluse con le nozze celebrate a Roma due anni dopo. Avvenimento che fece epoca tanto che

D'Annunzio ne scrisse sul giornale La Tribuna.

Andarono ad abitare a Napol, in un appartamento al Monte di Dio, ma lavorarono nella capitale fino a che non tornarono definitivamente a Napoli. Ebbero quattro figli.

Giornalisti tutt'e due, non disdegnavano di scrivere libri; lei specialmente, iniziò proprio con quello che il futuro marito stroncò al primo apparire. Ma a quello ne seguirono più di sessanta.
Il romanzo che le dette il successo uscì nel 1884: Il ventre di Napoli, che mette a nudo tutto quanto di misero e plebeo circonda la sua città. I temi che tratta, a chi legge il romanzo, appaiono come quelli insoluti ed insolubili di oggi, pare che quasi un secolo e mezzo sia passato invano. 'A monnezza e 'a camorra c'erano allora e imperano ancora oggi, come un castigo che dio ha mandato, un peccato mortale che non deve essere mai assolto. E i rimedi che la scrittrice propina al lettore e all'autorità per risolvere i problemi sono leggeri e quasi ci volesse solo un miracolo di San Gennaro, allora come adesso.

"... Sventrare Napoli? Credete che basterà? Vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli?...
... Voi non potrete sicuramente lasciare in piedi le case che sono lesionate dalla umidità, dove al pianterreno vi è il fango e all’ultimo piano si brucia nell’estate e si gela nell’inve
rno;
dove le scale sono ricettacoli d’immondizie; nei cui pozzi, da cui si attinge acqua così penosamente, vanno a cadere tutti i rifiuti umani e tutti gli animali morti;
... il cui sistema di latrine, quando ci sono, resiste a qualunque disinfezione
...Voi non potrete lasciare in piedi le case, nelle cui piccole stanze sono agglomerate mai meno di quattro persone, dove vi sono galline e piccioni, gatti sfiancati e cani lebbrosi;
case in cui si cucina in uno stambugio, si mangia nella stanza da letto e si muore nella medesima stanza, dove altri dormono e mangiano, case, i cui sottoscala, pure abitati da gente umana, rassomigliano agli antichi, ora aboliti, carceri criminali della Vicaria, sotto il livello del suolo
... a quella povera gente, per insegnare loro come si vive – essi sanno morire, essi sono fratelli nostri,
... non basta sventrare Napoli: bisogna quasi
tutta rifarla…"

E Matilde affronta e descrive l'usura, che c'è ancora oggi, il lotto, croce e delizia dei poveretti che vivono di speranza e muoiono ora come allora disperati; l'anima della città (povera) e ... l'anima della città... La scrittrice descrive penetrandola in prima persona l'anima della gente, la tragedia della sua vita quotidiana, la sua miseria perenne, la rassegnazione a un destino che non cerca mai di cambiare ché sa di non poterlo fare. Scarfoglio, recensendo la sua prima opera, parlò del suo modo di scrivere: popolano, sciatto, incerto, dallo stile spezzato e approssimativo.

Matilde Serao ebbe a giustificare il suo modo di scrivere:

"... io uso questo linguaggio mezzo napoletano e mezzo italiano, perché il popolo mi intenda, mi capisca, io non scrivo bene, perché il popolo non scrive bene, anzi non sa scrivere affatto, e sa a malapena leggere, e non posso usare paroloni e circonlocuzioni ardite, anche se lo sapessi fare, non lo farei... solo così infondo nelle mie parole il calore di cui la gente ha bisogno.... per coinvolgere la gente è così che devo fare..."

Tornati a Napoli, i coniugi Scarfoglio diressero il Corriere di Napoli, il giornale che ella stessa aveva fondato. Il Corriere di Roma, che avevano creato quando erano a Roma, non ebbe fortuna, e durò pochissimo tempo, anche per il fatto che i lettori continuarono a privilegiare La tribuna.
I debiti li stavano distruggendo, e i coniugi non sapevano più come andare avanti, il dubbio, se continuare in qualche modo o chiudere, li assillava costantemente. Fino a che, a Napoli, incontrarono il proprietario del Corriere del Mattino, un banchiere toscano che abitava la città del golfo.
Matilde era una ottima giornalista, ma sapeva che questa professione, pur duratura, le avrebbe dato una gloria effimera e temporanea, per cui si diede a scrivere romanzi carichi di tutta la sua esuberanza letteraria.
E i suoi articoli sulla moda, sul costume, sul modo di vivere del suo tempo, li trasportò nei libri che scrisse. Ma ora, con la crisi del giornale romano, forse avrebbe dovuto lasciare. Fu una fortuna l'incontro col signor Schilizzi, di cui abbiamo detto sopra; venuto a sapere delle difficoltà finanziarie in cui versavano, propose loro di venire a Napoli, e lavorare con lui al suo giornale.
Matilde vide una luce aprirsi davanti ai suoi occhi, e accettarono; il banchiere saldò i debiti ingentissimi del Corriere di Roma, , nel 1887, il giornale chiuse definitivamente. Si trasferirono a Napoli, e l proprietario del Corriere del Mattino decise di cambiarne il nome; da quel momento si chiamò, come abbiamo detto più su, Corriere di Napoli, che cominciò la sua vita col gennaio del 1888.
Intanto La Serao scriveva libri, con la sua attenzione costantemente rivolta alla povertà dei suoi conterranei e ai bisogni che mai potevano eliminare dalla loro vita quotidiana. Conobbe vari personaggi dell'epoca: Eleonora Duse (che divenne sua grande amica), D'Annunzio, Sommaruga, il direttore de La cronaca Bìzantina, Edmondo De Amicis, autore del libro Cuore, e quel famosissimo all'epoca Gegé Primoli, che teneva il più importante salotto letterario della Capitale.
Il lavoro dei coniugi Scarfoglio presso il giornale dello Schilizzi durò poco, ché, nel 1991 cedettero le loro quote allo stesso socio/proprietario, e con le 100.000 lire che ne ricavarono fondarono un proprio giornale; nacque Il Mattino, la cui prima copia vide la luce a metà di marzo dell'anno dopo.
Anno 1892, era appena nato il giornale, Matilde Serao non sta bene (dice), ha bisogno di cambiare aria e si reca a curarsi (riposarsi) in Val d'Aosta. Scarfoglio aveva fama di sciupafemmene, come si diceva a Napoli, e la sua vita - nonostante il matrimonio con la Serao, matrimonio senza alcun dubbio d'amore, donna intelligente ma goffa, affatto bella, grossa e tozza, e sgraziata; con lei ebbe una vita sentimentale normale - si svolge tra ballerine e belle donne, e puttane d'alto bordo; conosce una giovane cantante/ballerina venuta in Italia in cerca di lavoro e di avventure, di cui si invaghisce e che mette incinta: Gabrielle Bressard, una bellissima parigina. Del resto era vox populi che Scarfoglio passasse da un'avventura all'altra sia a Roma che a Napoli; passioni focose e ballerine appetitose. Matilde sapeva ma lasciava correre, conscia del suo fisico affatto attraente; ma a questa nuova scappatella, e qualcuno dice che lo fece proprio per questo, se ne andò, come detto, al nord, ufficialmente per riposarsi dalle fatiche del giornale. Altri dicono che Eduardo conobbe Gabrielle quando lei già se ne era andata dopo un furioso litigio. Abitavano a Roma, in quel periodo, e Scarfoglio frequentava teatri e camerini.

Quando la cantante resta incinta, chiede al suo amante di andare a vivere insieme, lasciare sua moglie e fuggire con lei. No, Non può farlo. Rifiuta. Del resto ama sua moglie.


Fine prima parte

marcello de santis

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Libero Bovio

17 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Libero Bovio

LIBERO BOVIO (Napoli 1883-1942). Per farvi un'idea di chi è stato questo grande poeta e scrittore napoletano del primo novecento voglio partire dalla fine.
Dopo una vita di successo, e di estemporaneità grazie al suo carattere compagnone e allegro, anche se un poco - apparentemente e forse no - misantropo, il poeta è sul letto di morte.
E voglio immaginare che in questo mesto momento della sua vita, nelle case, nelle piazze, nei vicoli della città partenopea la quotidianità della gente - che scorreva come al solito uguale e monotona, e da qualche parte forse anche no - si lavorasse si riposasse si vivesse - insomma - ascoltando qua la canzone Lacreme Napulitane


... e 'nce ne costa lacreme st'america
a nuje napulitane
pe' nuie ca 'nce chiagnimmo
o ci
elo e napule

là, la canzone Reginella

t'aggio voluto bene
tu m'hai voluto bbene a me
mo nun'nce amammo 'cchiu'
ma a vvote distrattame
nte
pienzo a te

e magari la radio italiana dell'epoca, quella che si chiamava ancora EIAR - Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (avrebbe assunto la sigla di oggi RAI Radio Audizioni Italiane solo due anni dopo, nel 1944) trasmetteva per tutto il territorio nazionale la canzone più malinconica, più triste del poeta: quella Chiove che egli scrisse dedicandola alla celebre cantante Elvira Donnarumma.

Tu staje malata e cante,
tu staje murenno e cante...
So' nove juorne, nove,
ca chiove...chi
ove...chiove...

La cantante infatti stava per morire - era l'anno 1923 - e Libero Bovio, don Liberato come lo chiamavano gli amici e colleghi più intimi, volle dedicargli una poesia; perché al poeta sembrò che la signora Elvira esprimesse con gli occhi ancora il desiderio di poter cantare, magari una canzone nuova, e magari una canzone scritta appositamente per lei dal suo più grande amico, don Liberato, appunto.

E se fa fredda ll'aria,
e se fa cupo 'o cielo,
e tu, dint'a stu ggelo,
tu sola, ca
nte e muore...

Chi si'? Tu si' 'a canaria...
Chi si'? Tu si' ll'Amm
ore...

E forse, chissà, con lo sguardo triste e stanco sul viso emaciato, implorava con un sorriso amaro, il poeta vicino 'on Libera' scrivetemi 'na canzona...
Elvira aveva un aspetto imponente, era piuttosto grossa, florida e vivace.
Cominciò a cantare giovanissima a Napoli per poi trasferirsi a Roma dove si esibì a lungo come canzonettista, appunto. Nonostante non avesse particolari attrattive fisiche, divenne una cantante di grande successo. Era il periodo della Belle Epoque e dei cafè-chantant e lei ne divenne presto una regina incontrastata. Ebbe successi enormi, e la stima di grandi autori come Bovio, appunto, e Nicolardi. Lavorò fino a che la sua cattiva salute, che era stata malferma fin dalla giovane età, la costrinse a ritirarsi dalle scene nel 1932.
Morì a Napoli l'anno successivo, all'età di cinquant'anni.
Fu così che nacquero i versi di Chiove, che il poeta sottopose all'attenzione del suo amico Evemero Nardella; che ne fece - musicalmente parlando - il capolavoro di quell'anno; e di tutti i tempi.

Tu, comm'a na Madonna,
cante na ninna-nonna
pe' n'angiulillo 'n croce,
ca vò'
sentì' 'sta voce,

'sta voce sulitaria
ca, dint' 'a notte, canta...
E tu, comm'a na Santa,
tu sola
sola, muore...

Chi sì'? Tu sì' 'a canaria!
.......
Giesù, ma comme chiove!

***

Il poeta aveva una stazza gigantesca, era grosso, camminava poco; sempe c''a sigaretta 'mmocca, come scrisse più tardi Carosone in una sua canzone dal titolo 'o sarracino; la sigaretta tra le labbra, viaggiava sempre in carrozzella; i napoletani lo amavano molto e lo riconoscevano da lontano quando passava per strada; correvano verso di lui e lo applaudivano, lo complimentavano; era una gioia per loro raccontare poi di averlo visto, di averlo avvicinato, e i più fortunati, di avergli stretto la mano.
Era ricercatissimo nei salotti che contavano, nelle "periodiche che si tenevano nelle case dei signori, dove si davano convegno scrittori, poeti, musicisti, parolieri"; era rinomato e per la sua classe estetica non indifferente e per la sua battuta sempre pronta e spontanea.
Ascoltate questa: un giorno sedeva al suo tavolo di lavoro, nella redazione della Casa musicale La canzonetta. Stava leggendo una sua nuova poesia al direttore, quando entrò nella stanza un modesto gerarca fascista, venuto appositamente nella sede delle Edizioni per comunicare al poeta che stava per arrivare a Napoli un alto funzionario del partito, tale Edmondo Rossoni, che desiderava incontrarlo.
Si avvicina alla scrivania, si presenta, battendo i tacchi con sussiego e disciplina, come era uso fare, ma Bovio che non intende distrarsi, alza appena la testa, gli lancia uno sguardo brevissimo e gli dice: pigliatevi una sedia. E torna alla sua poesia.
Quel fascistello borioso anzichenò, piuttosto contrariato da questo comportamento, gli fa: Forse non avete capito chi sono! E si ripresenta: nome, cognome, grado.
E Bovio: ...aaaaaahhh, e allora pigliateve ddoje segge.
E torna a leggere.
La sua fama nel mondo si deve alla canzone napoletana, anche se scrisse pure versi in lingua, che divennero presto canzoni famosissime; ricordiamo tra le più celebri Signorinella e Cara piccina. Amava la sua città, la sua gente, il suo dialetto. Diceva: Vuje nun 'o ssapite, ma puro Giesù parlava in dialetto; e Dante nun scriveva in dialetto? O pateterno alloco pur'isso parla in dialetto! (da: Renato De Falco, Del parlare napoletano.)
Scrisse i versi di "Surdate", che divenne la sua prima canzone di successo, per la musica di quel grande musicista, cui abbiamo già accennato, che fu Evemero Nardella.

«Songo napulitano. Nun voglio fa' 'a guerra, signor tenente...
voglio sulamente can
ta'!».

Il tenente ha sorpreso il soldato mentre canta una malinconica canzone napoletana, e gli dice che non deve fare il tenore, ma deve fare il soldato. E il soldato, con gli occhi lucidi, velati di tristezza, gli risponde così:

«Signor tenente,
mannàteme 'm priggione, nun fa niente!
Pienzo a 'o paese mio ca sta luntano,
e so' napulitano, e si
nun canto i' moro!»

Racconta lo storico Vittorio Paliotti che, quando Libero Bovio doveva salire sulla carrozzella, il cocchiere si doveva spostare con tutto il suo peso dalla parte opposta rispetto a dove stava salendo lui, facendo da contrappeso, per evitare che con la sua mole inconsueta facesse capovolgere la carrozza.
Lo scrittore Giuseppe Marotta lo descrive così: ... largo, denso, ... il mento a due piani, il ventre ondeggiante e inquieto come un pallone alla festa del Carmine in procinto di innalzarsi, le gambe stipate negli imbuti dei calzoni...
La storia della canzone napoletana lo annovera tra i grandissimi di tutti i tempi, accanto a Salvatore di Giacomo, Ernesto Murolo, E.A.Mario.
Si iscrisse all'Università, alla facoltà di medicina, ma non faceva per lui, abbandonò. La madre, la signora Bianca Nicosia ,valente pianista e maestra di pianoforte, quando s'avvide che al figlio piaceva comporre in napoletano, cercava di distrarlo facendogli ascoltare brani di musica classica, ma lui era solito affermare che migliori di Bach e Beethoven erano senz'altro i suoi compagni Gambardella e Di Capua (altri due grandi della canzone napoletana).
Fu il re di Piedigrotta per oltre trent'anni, con poesie musicate dai grandi musicisti di Napoli, tra cui Nardella, Lama, De Curtis.
La madre fece di più, per distrarlo da questa sua "mania" lo fece assumere presso un giornale locale, ma a lui di stare là dentro non piaceva; lo lasciò dunque per andare al Museo archeologico Nazionale; qui aveva modo di scrivere; e molto anche, ma soprattutto scrivere quello che più gli piaceva, lontano dagli sguardi fulminanti sua madre: poesia in dialetto.
Questa sua passione lo portò a dirigere la casa editrice La canzonetta per cinque anni (1917-1923), per poi passare ad un'altra casa editrice.
Nel 1915 scrisse Tu ca nun chiagne che Ernesto De Curtis rivestì di una musica immortale, e Reginella (musicata da di Gaetano Lama); il tempo passava e il suo nome brillava sempre di più; e anche la sua stazza saliva e saliva...
I napoletani lo amavano.

Dieci anni dopo nacquero 'O paese d'o sole (musica Vincenzo D'Annibale) e Lacreme napulitane (Francesco Buongiovanni).
Gaetano Lama musicò anche quella stupenda poesia che è Silenzio cantatore; sulla quale ebbe a scrivere alla moglie Maria, Luigi Pirandello: ... Silenzio cantatore vale quanto i miei Sei personaggi in cerca d'autore.
Va ricordato che nel 1934, - aveva appena passato la cinquantina -, fondò insieme ai musicisti suoi amici e collaboratori Gaetano Lama e Ernesto Tagliaferri, cui si unì anche Nicola Valente, la casa editrice La bottega dei quattro.
La sua vita fu costellata di tantissimi aneddoti che si ricordano con simpatia ancora oggi. Ne voglio riportare ancora uno.
Don liberato, come lo chiamavano gli amici, stava a letto con una fastidiosa influenza. E poiché non gli passava, impaziente, insofferente com’era proprio per natura, oltretutto con quella figura massiccia che si ritrovava - figuriamoci poi come doveva esserlo adesso che non si sentiva bene - fa chiamare il dottore.
Viene al suo capezzale un valente medico di Napoli, basso e scartellato (cioè gobbo). Il poeta che ha la testa avvolta in uno scialle di lana, si lamenta,
- dotto’… dotto’, me sento male! Me sa ca chesta vota ‘on liberato se nne va…
Il medico gli batte uno scherzoso colpetto sulla pancia enorme e per sollevarlo da quel pessimismo fuori luogo, gli fa:
- … don libera’, pigliateve ‘e medicine che v’aggio scritto ccà, e int’a quacche juorno, vuj starete comm’a me.
Bovio spalanca gli occhi sulla misera storta figura del medico, e bofonchia:
- dottò, voglio muri’…
Pur essendo di una mole esagerata era molto riservato e dotato di un pudore immenso. Le sue canzoni celebri non si contano. Noi ne vogliamo ricordare ancora altre due, indimenticabili.
Una è Zappatore che il poeta scrisse nel 1928, e che la musica di Ferdinando Albano contribuì a farne un successo internazionale. Successo che si deva anche al grande cantante Mario Merola, il quale ne recitò una sceneggiata che rimarrà alla storia. Ma forse pochi sanno che la prima interpretazione della canzone si deve a Gennaro Pasquariello (nel 1928, appunto); e solo un anno dopo - tanto era accattivante la storia - nacque la sceneggiata che porta lo stesso titolo, portata sulle scene dal grande Salvatore Papaccio due anni dopo, nel 1930.
Dovevano passare 52 anni, prima che Mario Merola ne facesse il suo cavallo di battaglia, nell'anno 1980, portandola in giro prima in Italia e successivamente in America, dove gli emigrati italiani fecero un idolo del cantante.
A una festa di ballo che si svolge in città si presenta un uomo di campagna, con indosso poveri panni di tutti i giorni. Persone allegre, "uommene scicche e femmene pittate": uomini eleganti e signore bene abbigliate.

Chi só'?...
Che ve ne 'mporta!
Aggio araputa 'a porta
e só'
trasuto ccá...

Musica, musicante!
Fatevi mórdo onore...
Stasera, 'mmiez'a st'uommene aligante,
abballa un contadin
o zappatore!

E' venuto a cercare il figlio avvocato, che per la grande città s'è dimenticato del paese e della madre che sta morendo,

... se vi vergognate di noi, signor avvocato, anch'io mi metto scuorno - mi vergogno, di vossignoria...
Sìssignori, scusate, sono un parente dell'avvocato... e voglio dirgli
che

Mamma toja se ne more...
'O ssaje ca mamma toja more e te chiamma?
Meglio si te 'mparave zappatore,
ca 'o zappatore, nun sa sco
rda 'a mamma!

Mamma tua sta morendo, vorrebbe che tu venissi a raccogliere il suo ultimo sospiro...

Chi só'?
Vuje mme guardate?
Só' 'o pate...i' sóngo 'o pate...
e nun mm
e pò cacciá!...

Só' nu fatecatóre
e magno pane e p
ane...
Si zappo 'a terra, chesto te fa onore...
Addenócchiate... e vásame sti
mmane!

(sono un lavoratore/ e mangio pane e pane/ se lavoro la terra, questo ti fa onore/ inginocchiati, e baciami queste mani.)

L'altra canzone che non potevamo non ricordare è la celebre Guapparia. Aveva 31 anni Libero Bovio quando scrisse le parole della canzone; e il musicista Roberto Falvo, che di anni ne aveva dieci più di lui, ne fece un capolavoro. Non c'è concerto nel mondo, leggero o lirico, in cui questa canzone non venga eseguita. Nel tempo venne classificata - se così si può dire - una "canzone di giacca" cioè di malavita; il nome si deve al fatto che parla del "guappo" che si presenta sempre ben vestito, elegante, cravatta alla moda e giacca attillata.
Un uomo è offeso dalla sua donna. Si chiama Margherita, è 'a cchiù bella d''a 'nfrascata.

Scetáteve, guagliune 'e malavita...
ca è 'ntussecosa assaje 'sta serenata:
Io sóngo 'o 'nnammurato 'e Margarita
Ch'è 'a femmena cchiù bella d''
a 'nfrascata!

Ma adesso lui la vuole 'ntusseca', la vuol fare soffrire. E organizza una serenata 'ntussecosa, cattiva, crudele, per mettere in croce chi l'ha messo in croce; per colei che gli ha fatto perdere la dignità di guappo; pe' colpa soia. Era il più guappo del rione Sanità, e adesso...

Ll'aggio purtato 'o capo cuncertino,
p''o sfizio 'e mme fá sèntere 'e cantá...
Mm'aggio bevuto nu bicchiere 'e vino
pecché, stanotte, 'a voglio 'ntussecá...
Scetáteve guagl
iune 'e malavita!...

Ma il complesso, il concertino improvvisato, pur partecipando al dolore del capo, non va a tempo, stona maledettamente e sembra piangere mentre dovrebbe piangere solo lui...

Pecché nun va cchiù a tiempo 'o mandulino?
Pecché 'a chitarra nun se fa sentí?
Ma comme? chiagne tutt''o cuncertino,
addó' ch'avess''a chiagnere sul'i'...
Chiágneno sti guagli
une 'e malavita!...

Libero bovio s'era ammalato nel 1941, quando aveva 57 anni. Stava nella sua casa a Napoli, in Via Duomo; morì là; era il mese di maggio del 1942. Poco prima di spirare scrisse gli ultimi suoi versi, Addio Maria, dedicati alla moglie Maria (Maria Di Furia). Ma volle scrivere anche il suo epitaffio, che desiderava fosse scolpito sulla pietra sulla sua tomba. Parole che dicevano così

qui non riposa libero bovio
perché gli altri morti di notte
litigano tra loro
e gli da
nno fastidio

Ciò che non avvenne: là furono incisi alcuni de versi di Addio Maria... Forse, e forse anche spesso, quando la gente passando si sofferma a leggere il suo nome sulla lapide e i versi dedicati alla moglie Maria, da lontano, fuori del camposanto giungeranno le parole e la musica di qualche sua canzone che si scioglierà dolce nel silenzio del luogo di rispetto. Silenzio che parla parole d'amore per la sua cara Maria.

Marì dint''o silenzio
silenzio cantatore
nun te dico parole d'ammore
ma t''e ddice '
o silenzio pe' me"


marcello de santis

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Little Tony

15 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Little Tony

Io ricordo Little Tony in maniera un po' diversa da come siamo abituati a vederlo e sentirlo, cioè pieno di vestiti hard con lustrini e frange, alla Elvis.
Era molti anni fa, al Castello Orsini di Palombara Sabina a pochi chilometri da Tivoli, cittadina celebre per la sagra delle cerase, Antonio teneva una lezione sul rock and roll e i modi di presentare questo genere di musica da parte dei cantanti delle varie parti del mondo: e in particolare là dov'era nato il rock, in America, con i pianoforti e i sassofoni, presto sostituiti dalla chitarre elettriche; a noi giunse la canzone più celebre di rock, quella che abbiamo considerato come il primo rock end roll, quel Rock Around the Clock portata al successo da un altro cantante con un ricciolo sfacciato sulla fronte, Bill Haley che cantava con il suo gruppo "I Comets".
Ricordate I primi versi della canzone? Celeberrimi, li imparammo subito anche noi studenti del 56 che l'inglese non lo conoscevamo, o almeno sapevamo solo quello scolastico appreso sui banchi del liceo

One, Two, Three O'clock, Four O'clock rock,
Five, Six, Seven O'clock, Eight O'clock rock.
Nine, Ten, Eleven O'clock,
Twelve O'clock rock,
We're gonna rock around the clock
tonight.

Poi vennero Little Richard e Elvis Presley, e qui in Italia, dove aveva trovato i terreno fertile Little Tony, l'amico Bobby Solo.
Palombara Sabina, dunque, e Little Tony; ma io non sapevo di che si trattava; ero libero quel sabato mattina, e avevo letto da qualche parte che a Palombara "ci sarebbe stato Little Tony" per alcune classi del ginnasio-liceo della cittadina laziale
Andai a vedere, convinto che avrebbe fatto uno dei suoi spettacoli canori per i ragazzi delle scuole di Palombara. Mi sedetti davanti, c'era una fila di posti liberi, forse all'inizio riservati alle autorità, ma ricordo non c'erano i famosi biglietti "riservato", o forse no; non so bene, ma insomma, presi posto soddisfatto; ce l'avevo là a due metri che armeggiava con la sua attrezzatura necessaria alla mattina.

Fece tutto, tranne cantare. Manovrando - con l'aiuto di un assistente, forse un componente del suo gruppo o un amico - dei compact disk su un riproduttore di musica, sistemato in un angolo su un tavolinetto senza pretese, tenne una lezione indimenticabile sulla nascita lo sviluppo e l'attualità della musica rock nel mondo.
Fece ascoltare il modo di interpretarla, quella musica che aveva rivoltato il mondo musicale di quegli anni, da diversi cantanti stranieri, spiegandone i motivi, le sfumature che a un orecchio non abituato sarebbero sfuggite, le inflessioni (non linguistiche, ché quelle erano normali) ma del "porgere le parole" adeguandole alla musica e agli arrangiamenti.
Non lo dimenticherò mai. Alla fine mi avvicinai e mi congratulai.

Con la sua gentilezza (inaspettata? forse sì), e anche se dalle sue espressioni sempre pacate nelle interviste e nelle sue interpretazioni mi ero fatto una visione simile di lui, mi onorò della sua stretta di mano e di qualche ulteriore spiegazione ad alcune mie domande, dopo quelle fatte da alcuni studenti (poche invero); parlammo insomma per un po', si trattenne volentieri, e mentre parlava ed esponeva, mi guardava negli occhi, con quei suoi occhi magnetici, e, lasciatemelo dire, belli davvero. Poi lo salutai mentre insieme al collaboratore riponeva le sue cose.

Ecco, questo per me era Little Tony, un Little Tony sconosciuto alla gente della canzone, inedito per i fans che lo applaudivano ogni sera ai bordi dei palcoscenici nei teatri o nelle piazze, questa era l'anima vera di un grande cantante. Una persona gentile e colta.
Si chiamava Antonio, Antonio Ciacci e ha molto a che fare con la mia città; infatti era nato proprio qui, a Tivoli, nel febbraio del 1941, anche se la famiglia (famiglia di musicisti, il papà suonava la fisarmonica e si dilettava anche a cantare, e uno zio era chitarrista) era di origini Sanmarinesi, e così anche lui mantenne la cittadinanza di quel piccolo paese per sempre.
Aveva cominciato a suonare e cantare coi suoi fratelli allietando il pubblico delle piazze, dei ristoranti dei castelli romani, delle feste paesane, dei piccoli teatri e delle sale da ballo; la gente si accorse di lui e accorreva ovunque si annunciavano le sue partecipazioni.
E se ne accorsero anche quelli che contavano; per caso lo vide - era l'anno 1958 - un impresario straniero, lo portò in Inghilterra, e lì Antonio si dovette adeguare: nacquero Little Tony and his Brothers'.

Canta così inventando una lingua inglese tutta sua, ma poi, visti l'accoglienza e il plauso della gente, comincia a cantare Johnny be Good; e Lucille, che quel cantante pazzo americano Little Richard aveva portato al successo, quel Little Richard che gli aveva dato il nome, Little, come lui, e Tony, ché non poteva a 'sto punto chiamarsi ancora Antonio. E i fratelli, divennero i brothers, inglesi anche loro. Viene chiamato l'Elvis Presley italiano.
Nel 1961 torna in Italia e approda subito a Sanremo dove porta al successo con Celentano la canzone Ventiquattromila baci.
Ma non è questo il luogo di fare la storia delle sue canzoni, né della sua vita, mi preme solo ricordare il grande successo di Cuore matto, che canta a Sanremo nel 1967.
Il suo successo è enorme; dischi che si vendono a milioni di copie: e i vari festival cui prende contribuiscono ad espandere la sua immensa fama.
Lui aveva due anni meno di me; eravamo quasi coetanei.
Lo ricordo ancora quando negli anni 60 noi studenti del "Liceo classico Amedeo di Savoia" organizzammo il tradizionale ballo carnascialesco; a Carnevale allora si usava, c'era il ballo del liceo, il ballo di ragioneria, il ballo dei commercianti, e così via. Lo facemmo in quella che allora era l'Arena Italia, un grande cinema all'aperto, di proprietà del padre del mio amico Pierluigi - poi chiuso tanti anni dopo, e ancora oggi là, fatiscente e inutilizzato - prima con teloni, che in estate, verso sera, si aprivano per far godere gli ultimi spettacoli all'aperto: film e avanspettacolo, lire 25. Bene, quell'anno, era appena tornato dall'Inghilterra, lo invitammo a esibirsi per noi; e lo presentammo noi studenti. Il mio amico Alberto si improvvisò - e fu veramente bravo - presentatore della serata
Ho fatto di proposito i nomi dei miei amici Alberto e Pierluigi, perché, di lì a una ventina d'anni, dopo molto mio errare per il frusinate e il napoletano per lavoro, sede dopo sede e promozione dopo promozione, quando tornai a Tivoli demmo vita al Gruppo Appuntamento con la Poesia che raggiunse la formazione definitiva con l'innesto della bravissima e dolcissima Grazia e del tecnico del suono Gianni.
Dunque, quando parlammo, gli ricordai quel pomeriggio a Palombarala cosa, e sorrise, come a dire ma come posso ricordare, ne ho fatte tante...
Little Tony ci deliziò col suo rock cantato in inglese, un inglese che s'era inventato lui, insieme ai suoi fratelli Alberto ed Enrico, che facevano parte della sua band, Enrico chitarrista, che scrisse anche qualche canzone per lui, e Alberto, bassista.
Ha raccontato infatti più di una volta in interviste mandate dalle tivu, che quello slang - tradotto: frasi fatte da parole o espressioni che non fanno parte del lessico anglosassone né tantomeno di linguaggio dialettale o storpiamento voluto di una lingua parlata - era frutto della sua fantasia:

"Dovevo cantare davanti alle telecamere inglesi e non conoscevo una parola di inglese, e allora un poco ricordando Elvis, un po' inventando suoni simili, mi buttai, e andò. E il pubblico ci accolse con ovazioni ripetute e sincere."
Ma poi tornò in Italia e per poco continuò a cantare in quell'inglese senza senso.

A Tivoli tornava spesso, senza molto clamore, quasi alla chetichella; infatti era un collezionista di macchine d'epoca e non; nel suo parco macchine ce ne sono molte: Ferrari (una di queste era introvabile sul mercato: la Ferrari 330 GT 2+2 del 1964, motore V12, 4 litri di cilindrata) e Lamborghini i suoi gioielli; ma anche Alfa Romeo e delle vere opere d'arte, rarità assolute; ne aveva parecchie; meraviglia delle meraviglia una cadillac color rosa, una Fleetwood, simile a quella posseduta dal suo idolo giovanile, Elvis Presley.
Partecipò per diversi anni alla manifestazioni di queste vetture che si tenevano nella mia città.
Ho ricordato più sopra il grande successo di Cuore matto, che presenta alla sua ennesima apparizione al Festival di Sanremo nel 1967.
Antonio aveva veramente un cuore matto come la sua canzone per eccellenza, quella che ha venduto milioni di copie insieme all'altra, Una spada nel cuore.
Gli dette enormi preoccupazioni quella volta che venne colpito da un infarto; si trovava in Canada al Contessa Hall di Ottawa; cantava con la sua solita grinta gentile per i figli e i nipoti degli italiani emigrati colà. Era il 2006. Qui da noi si seppe della cosa solo qualche tempo dopo, lo confessò lui stesso in una intervista, in cui raccontava la rocambolesca storia della sua fortunata avventura nella canzone internazionale.
Ma non era ancora finita, partecipò ancora al Festival di Sanremo di due anni dopo, con una canzone che non avrà fortuna.
Le ultime volte che andò in televisione, in effetti non apparve molto in forma, sì, lo tesso ciuffo di una volta, un costume da scena leggermente più sobrio, e molte rughe sul viso; ma il sorriso era sempre quello, quello di Little Tony anni 60.


marcello de santis

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