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marcello de santis

Vincenzo Cardarelli

25 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Vincenzo Cardarelli


Vincenzo CARDARELLI
(1887-1959)



Forse il tempo di stare al mondo è finito, e io me ne devo andare… Il mio biglietto è scaduto.
Ho passato i sessanta, ormai, ma da molto più tempo mi sento vecchio, più vecchio di quello che sono, come si dice: un vecchio decrepito. Sono solo, e in effetti sono sempre stato solo; senza parenti e senza amici (colpa del mio caratterino; cercare di stare sempre lontano da tutti, solitario, silenzioso, un po' per timidezza, molto - dicono - per scontrosità.) E sempre senza soldi.
In questa stanza gelida non riesco né a pensare né a scrivere. Il freddo è, ed è stato per tutta la mia vita, il mio peggior nemico. Ho freddo! Non posso quasi più camminare e mi sento rotto in tutto il corpo. Devo stare a letto; sto bene, fisicamente dico, soltanto quando mi alzo verso le sei o le sette di sera; e poi succede che la notte non dormo. Non ho mai dormito, più di una o due ore al massimo, fin da ragazzo, e questo mi ha distrutto, giorno dopo giorno, a nulla sono valse le medicine, le cure. L'anemia cerebrale che mi ha intorpidito fin da quando avevo vent'anni non mi lascia un attimo di quiete. E ancora: ho il fegato a pezzi (non ha mai funzionato come avrebbe dovuto e dovrebbe) e il medico mi ha trovato disturbi circolatori; dovuti alla pressione.
Ecco: questo è il mio ritratto di oggi. Perché un'esistenza così povera, così grama, doveva toccare proprio a me?! A me che non faccio male a nessuno, che non vivo che per le lettere.
Ho passato la vita intera a pensare e a scrivere (non so far altro…).
Quanto tempo è trascorso, da quei miei Viaggi nel tempo che Vallecchi mi pubblicò quasi trent'anni fa! E "Il sole a picco! E poi "Il cielo sulle città" e "Solitario in Arcadia", che da poco ha visto la stampa ad opera di Mondadori.
E adesso? Adesso, i miei mali, mi lasceranno vivere ancora? Ne sarò capace, fisicamente? Ché, di idee e lavori già iniziati, ne ho tanti qui sul tavolo, e nei cassetti! Col materiale che ho, già ne potrebbero venire fuori altri tre o quattro volumi. Ma non ce la faccio, neppure a tenere la penna; ho le dita ghiacciate, anchilosate. Mamma, che freddo! Forse sono giunto al capolinea! "Forse il mio biglietto è scaduto!" Davvero; e nonostante le mie opere!
Sono solo, e senza denaro. Senza soldi in effetti sono sempre stato, fin dalla mia prima fuga da Corneto, la Tarquinia degli etruschi! forse sono anch'io un poco etrusco, ho il sangue di quel popolo nelle vene. Avevo diciassette anni e molti sogni di gloria.
In questo momento (ma quanti momenti simili a questo!) non ho soldi neppure per arrivare alla fine del mese. Miei nemici, oltre i malanni, sono le tasse, la pigione (sono in arretrato di qualche mese), il dentista (quanto soldi gli ho dato! e mi ritrovo ugualmente senza denti…)
Ricordo tutte le mie poesie, e quel caro volumetto, "Poesie nuove"
Ma che freddo!
Il freddo e la mancanza di pecunia!
Povero e abbandonato, da tutti.
Amici e nemici (che poi non è che ne avessi, di nemici…) Gli amici invece, anche questi pochi invero, debbo confessarlo onestamente, mi hanno sempre aiutato; così qualche editore, o direttore di giornale, anticipandomi (quante volte lo hanno fatto!) i compensi per i miei scritti e per le mie corrispondenze; e per i miei articoli e saggi. Tutti - ad eccezione dei romani menefreghisti delle necessità degli altri - tutti sono stati cortesi e gentili con me; talvolta addirittura premurosi.
Ma il denaro, sempre, mi è bastato per sopravvivere appena dignitosamente. E quando ne ho avuto, ho pensato a chi ne aveva più bisogno di me. E adesso sono costretto a tentare di sopravvivere; come del resto ho fatto da sempre. Sopravvivere, sì, è il termine giusto, sopravvivere, parola giusta, ma come è brutta! E sto sopravvivendo… almeno fino alla fine del mese. Eppoi… speriamo… qualche santo provvederà… Avrei bisogno di ristampare le mie opere, per avere qualche soldo per tirare avanti. Ma a chi chiederlo?
Quasi quasi me ne torno al mio paese, tra il profumo degli etruschi!

Io nacqui forestiero in maremma, di padre marchigiano,
e crebbi come un esiliato, assaporando con commozione precoci tristezze
e indefinibili nostalgie.
Non mi ricordo la mia famiglia, né la casa dove son nato, esposta a mare,
nel punto più alto del paese, buttata giù in una notte come dal
l'urto di un ciclone,
quando io avevo due anni appena. (da: Memorie della mia infanzia)

Qui, del resto sto bene. Ho una piccola sovvenzione dal governo, ma non mi basta. Fastidi col partito non ne ho mai avuti se non qualche premio in denaro mancato per avere ritardato a rinnovare la tessera. Quanto entra nel mio misero bilancio, però, non è sufficiente per i miei pur limitatissimi bisogni. Avrei bisogno di un paio di calzoni pesanti, e di un cappotto. Ma come devo fare? Non esco quasi più per il freddo; ho diradato anche le mie visite al caffè Aragno; quanti amici incontravo là, quante discussioni intavolate, tutte costruttive, quante poesie ho abbozzato su quel tavolino della terza saletta, che mi ha visto tante ore a scrivere a pensare, e parlare con gli amici poeti e scrittoi, forse non mi vedrà più…
Ho bisogno di stare a letto, al caldo, per non morire.
Quando viene l'estate?
Ho freddo, tanto freddo!
Questo freddo mi sta uccidendo…

marcello de santis

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Tenente Colombo della mia giovinezza

23 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #televisione

Tenente Colombo della mia giovinezza



Considerando il livello di vita dell'età moderna, essa in genere va ben oltre gli 80. Ma il nostro caro amato tenente Colombo, l'aveva superato questo limite; seppure di soli tre anni. Si può dire dunque che non fosse eccessivamente vecchio, anche se la sua età, indubbiamente l'aveva.
Il fatto è che dopo una vita avventurosa e piena di entusiasmo, per il suo lavoro di attore, e di successi, dovuti alla fama conseguita nel mondo intero per il suo personaggio principe, Peter Falk , negli ultimi anni non stava affatto bene.

"Si trascinava dietro, e con fatica" quello che per lui era diventato "il residuo d'esistenza", nel vero senso della parola. In maniera povera e trasandata. Chissà, forse nella sua mente, con l'aiuto della quale non cercava più di risolvere i suoi tanto amati casi polizieschi, già sognava un mondo nuovo - magari tra angeli o demoni, chi può dirlo? - dove potesse indossare ancora il raffazzonato impermeabile beige, per non toglierselo più.
Ricordo una volta che, la sempre invisibile/presente signora Colombo (che invisibile era anche quando pareva che stesse per apparire sulla scena là per là, magari proprio per rimbrottarlo per la sua sciattezza, magari per dirgli: ma su tenente (lo chiamava così, a casa) vestiti bene!) l'aveva obbligato a mettersene addosso uno nuovo, di impermeabile, gliel'aveva comprato con tanto amore, era marrone, un po' più scuro di quello solito - lo ricordo con simpatia quell'episodio della lunga serie - lui faceva del tutto per non indossarlo; se lo toglieva ad ogni occasione, lo posava da qualche parte, su una sedia, su un divano, con la scusa di fare le dovute indagini su un omicidio, per dimenticarsene (per fare finta di…) e buonanotte al secchio.
C'era, nei pressi, sempre un giovane vice ispettore, creato appositamente dalla produzione, non tanto per aiutarlo nelle indagini - che anche dall'aspetto e dai modi di fare costui si era subito rilevato per gli spettatori come un imbranato, un giovane bello e aitante, sì, dotato di acume moderno e di metodi pseudo-scientifici rispetto ai modi tradizionali del tenente - ma, più che per questo, dicevamo, per richiamare l'attenzione di Colombo sulla sua sbadataggine.

- tenente, il suo impermeabile!
- ah, grazie, senta, mi faccia la cortesia, me lo porti in macchin
a!

Macchina! Se macchina poteva definirsi quello scassatissimo mezzo di trasporto, (e con quale altro nome indicarlo!) scrostato, sbuffante, scoppiettante, ma in qualche modo efficiente, cui si era affezionato quanto e più del suo soprabito sgualcito e sporco.
Caro tenente Colombo, che hai catturato la mia/nostra attenzione, lungo tutti gli anni settanta, con quella lunga serie di telefilm polizieschi, con il tuo modo di fare tanto modesto quanto efficace! Ognuno di noi ti veniva dietro nei tuoi ragionamenti mentali, che cercavamo di immaginare, e che tu, quasi sempre, scena per scena, ci facevi indovinare, guidandoci passo dopo passo perché volevi proprio che noi ti seguissimo pedissequamente; e così fino alla risoluzione dei gialli, trasformandoci in quello che anche ognuno di noi diventava vicino a te: un investigatore.
L'indiziato, che tu capivi subito chi fosse, parlando con te pensava di trovarsi, meno male, davanti a uno scombinato ispettore di polizia, un tonto come tanti. E man mano che le storie andavano avanti, alla buona come sempre, ci portavi ad esclamare, col tuo sorriso strano - dovuto anche al fatto che, fin da bambino (a tre anni, a causa di un tumore), ti avevano dovuto asportare l'occhio destro e l'avevano sostituito con una protesi - come usava fare Scherlock Holmes:elementare Watson, riferendosi alle spiegazioni che dava al suo assistente dottore.
E anche noi pensavamo: Elementare! Grazie tenente Colombo, non ci avevamo pensato!
Quante volte nella mia lunga età ho visto e rivisto tutti quegli episodi. Anche adesso che sono stati trasmessi e ritrasmessi (e qualche network li dà ancora), talvolta girando col telecomando, mi capita di trovarti ancora su un canale che ripropone una storia di quelle antiche, magari già iniziata, forse giunta alla metà o verso la fine, ma non importa; piuttosto che andare avanti alla ricerca di qualcosa che mi soddisfi, (e che non c'è mai), mi fermo qua, dove il mio/nostro grande amico Colombo sta portandosi la mano destra alla fronte, e si ferma, sulla soglia di una porta, sconcertando l'assassino (che sa essere lui, ma questi non sa che Colombo sa) che pensa: e mo che altro sta architettando sto rompiscatole? Caro tenente Colombo!
Ricordo, una volta, un'attrice - che interpretava la parte di se stessa anche nella finzione scenica - non ti disse che eri sciatto, ma ti regalò una cravatta nuova; fece di più, te la mise intorno al collo e provvide persino a farti il nodo, come farebbe una brava moglie. Ti ridevano gli occhi, mostravi contentezza, ma noi dentro sapevamo che non vedevi l'ora di uscire da quella reggia di casa, per togliertela e rimetterti la tua, vecchia bandiera degna del tuo regale stazzonato impermeabile beige. Caro tenente Colombo! Ci hai lasciato un vuoto dentro che non si potrà mai riempire.
Mi dicono che negli ultimi tempi giravi, solo - e sconosciuto ai passanti - per le vie di Los Angeles, con indosso, al posto dell'impermeabile, la tua malattia (n.d.r. dal 2008 soffriva di Alzheimer), come un barbone, la mente non ti reggeva più, non ci stavi più con la testa, dicono, (che male mi ha fatto apprenderlo dai media!). Solo il corpo - pure se malridotto - ti permetteva ancora di guardare - con quell'occhio buono che ti ha aiutato tutta la vita - e fare passi incerti alla ricerca di te stesso, che avevi purtroppo smarrito da qualche tempo. E lo cercavi - inconsapevole - per le strade di Los Angeles.

marcello de santis

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Ceccardo Ceccardi

21 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #poesia

Ceccardo Ceccardi

Ceccardo ROCCATAGLIATA CECCARDI
(1871-1919)


Nessuno m'intende!
Sono un eterno sognatore, ingenuo e fanciullo, a dispetto dei miei quarant'anni.
Solo i miei compagni d'osteria di messer Savani, oste e vivandiere amico, mi sono vicini, nei momenti di nera… e sono tanti questi momenti, in questa mia disgraziatissima avventura che gli ottimisti chiamano "vita".

Permettete che mi presenti: sono il poeta e generale Ceccardo!
Cari Manfredo e Ubaldo e Peppino! E tutti voi altri, amici, che soffrite al mio soffrire! Avventure! Quante avventure contano i miei anni, studi avventizi che mai ho portato a buon fine, collaborazioni a giornali e riviste che durarono il tempo d'una rosa (per il mio caratteraccio - dicono - ma che posso farci? Io sono fatto così).E le mie disgrazie familiari e politiche e sociali! Ed economiche. Tutte le disgrazie, mi si sono scaraventate addosso!
- Nacqui in una tetra notte di tempesta, e tempesta fu tutta la mia vita!
Ah, se io scrissi qualche bel verso nessuno saprà mai a che prezzo l'ho potuto e saputo scrivere!
Ma la mia poesia vivrà.

Quando ci rivedremo/ il tempo avrà nevicato
sul nostro capo, o amore:/ avremo quasi passato
il mare, e sarà il cuore/ più sincero e pacato.
Ma non avremo più remo:/ io ne l'onda infinita del sogno,
tu della vita,/ lo avremo infranto/
oh amore

A dispetto dei molti che non capiscono o non vogliono capire; vivrà insieme a me, in questa caotica avventura che è la mia vita. E vivrà dopo di me. Vivrà soprattutto per mia madre che mi volle poeta. Divenni fanciullo prima, ragazzo poi, grazie a te, madre! Che mi leggevi e rileggevi Shelley e Leopardi, e mi facevi entrare nel cuore il Parini e le sue Grazie. Grazie, madre! Che mi hai voluto dotto, e che mi hai sognato poeta. Il tempo pagherà, quando io non sarò più, sarò poeta allora, e tu la lassù ne avrai gioia. Ma io, allora, dove sarò?
Come eri bella e altera, madre mia! Che bel nome madre mia, il tuo: Giovanna Battistina Ceccardi! Il tuo cognome sarà sempre unito al mio; e i posteri sapranno il perché. Sapranno il perché di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Il tuo esempio e i tuoi insegnamenti m'hanno reso quello che sono.
Tre in matematica, bocciato e ribocciato in questa materia arida e a me lontana; ma sette e otto nelle classiche. E lo devo a te, madre! Oggi cerco disperatamente una o due foglie d'alloro per cingerne il capo, ma tutto mi è contro, nessuno che m'intenda! E i denari mi sfuggono. E intorno ho solo miseria e disgrazie.
Mio figlio malato - la tisi l'uccide - mia moglie che amo, lontana (spesso litigo con le sue sorelle, e questi litigi mi fanno fuggire) e io, che mi trasformo allora in eterno viandante in cerca di me stesso. E di pace.
Io, grullo e sognatore, fuori dalla realtà, forse; senza armi, se non la mia poesia e la mia eterna canna di bambù - che è la mia carta d'identità, la mia cravache - che roteo vorticosamente sopra la testa, per calarla sulle spalle ai prepotenti.
E gli amici. Quelli veri!
Mio buon Savani, che "grande volerci bene" fra di noi, oste della malora! Quante serate davanti ad un bicchiere di vino, con le carte in mano, a declamare versi tra una bevuta e l'altra!
E tu, e gli amici, i soli che mi capivano! E le fughe da casa, col quadro di Carducci stretto al petto! E Genova, Genova coi suoi caruggi, coi suoi vicoli sporchi e neri, che salgono dal porto alle stelle. Vico delle pietre, vico chiuso della rana, vico degli stoppieri, vico cicala, vico boccadoro…
Quanta nostalgia! E quante osterie! le osterie che erano casa nostra. E le panchine, col mio piccolo Tristano (triste nome, quasi un presagio… quasi un destino…) per mano… la sua mano nella mano di un padre disgraziato.
La mia barba incolta, la vecchia palandrana sempre più logora, e unta; e i riposi forzati in stanze fredde e gelide.
E la pazzia!
Che tenta di rapirmi…

"… radi capelli scuri scomposti, naso informe di un rosso purpureo, una camicia spiegazzata quasi uscente dai pantaloni malamente sorretti, sotto un ventre prominente, da quando quelle sciarpe scozzesi multicolori come usavano i carrettieri d'una volta…
Sembra un tragico clo
wn…"

marcello de santis

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Sergio Corazzini

19 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #personaggi da conoscere

Sergio Corazzini


Sergio CORAZZINI
(1886-1907)



Non vorrei morire… non ancora…
Mio Dio! Mi trema la mano, e la penna riesce solo a graffiare questo foglio ancora bianco, con fatica, senza niente scrivere… Il mio petto è in fiamme, questo male al polmone mi soffoca, mi sfianca, mi strazia ogni giorno di più. Non mi riesce non solo di scrivere, ma anche soltanto di pensare.
Voglio lasciare questo ospedale. M'hanno detto i medici che l'aria di questo mare verde di Nettuno mi gioverà senz'altro, ma io non sento alcun beneficio. Non voglio chiudere i miei vent'anni in sanatorio, non voglio, no! Non voglio.
Desidero tornare a Roma, a casa mia; se deve succedere l'irreparabile, che avvenga a casa mia, tra i miei libri, tra le mie cose, tra i miei versi.
Ho appena fatto in tempo a respirare l'aria del nuovo secolo, e già debbo salutare la vita…
Vorrei farlo senza piangere… ne sarò capace?
Caro Fausto Maria Martini abbi cura della mia memoria, e i versi che lascio e che tanto amo, leggili… Leggeteli tutti, e fatelo spesso, nei vostri lunghi silenzi; le mie Dolcezze siano le vostre, cari amici, Le piccole foglie morte vi facciano compagnia; il Libro inutile, fate che non sia inutile; se non per me che non ci sarò più.
E, nell'attesa, L'amaro calice sia amaro solo per me.
Amici, salutatemi tutti, mandate un grazie per la loro dolcezza nei miei riguardi ai grandi Palazzeschi e Govoni, - vedete, li nomino coi loro cognomi, i cari Aldo e Corrado, - ché loro sono già grandi poeti.

(Nell'anno 1906, Sergio ha solo vent'anni, la malattia del giovane poeta si aggrava, e allora a casa si decide di ricoveralo e curarlo presso l'ospedale Fatebenefratelli di Nettuno. I sanitari della casa di cura fanno tutto il possibile per lui, ma non cè niente da fare. La tisi allora era un male incurabile, ed era molto espansa per ogni e dove.
Fu qui che Sergio Corazzini prende a corrispondere con i poeti già noti Aldo Palazzeschi e Corrado Govoni.
Corrado Govoni, che il poeta aveva conosciuto e frequentato seppure per breve tempo, a Roma al Caffè Sartoris, così lo ricorda dopo la sua morte:

Il povero indimenticabile Sergio lo vedo sempre come a vent'anni, con quella sua andatura incerta, a corto respiro come il volo dell'allodola prima di prendere quota, o come quella di una bella ragazza troppo ammirata: con quella sua bella faccia un po' reclina, gli occhi sorridenti, e la voce così soave e calda in quella bocca sensuale.)

La mia anima è triste, la mia anima è dolce.
Bene mi hanno fatto, specie in questi ultimi tempi, le parole di conforto di Corrado Govoni; le sue Fiale sono gemme preziose da tenere in uno scrigno d'oro. E la presenza epistolare del caro Aldo Palazzeschi è stata una delle più belle esperienze della mia breve vita. Ho i suoi Cavalli bianchi, qui, sul comodino. E di tanto in tanto leggo qualcuna delle sue galoppate senza suoni.
Caro Aldo, caro Corrado, vogliatemi bene anche quando non ci sarò più. Abbiate nel cuore, come io ho le vostre, le mie modeste raccolte di versi.
Ho risolto il dubbio dell'amico Jammes, il caro Francis Jammes. Gli scrivevo: Io non sono un poeta, io non sono che un piccolo fanciullo che piange… Caro Francis Jammes! T'ho letto, studiato, amato; e ti ho riposto dentro la mia anima. Le tue cose… le tue cose tristi e dolci, la tua chère douceur de tes elegies, sono diventate cose mie; e non poteva essere altrimenti, tanto mi sento a te simile.
Lascerò, spero, anch'io un piccolo segno in questo nostro mondo letterario che va lentamente cambiando; un piccolissimo segno.Che resti!Non sarò stato inutile, allora…

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ha che le lag
rime da offrire
al Silenzio.

Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia
di morire.

Sono stanco, stanco di soffrire; il mio cuore è in affanno; non attendo che l'alba, ormai… Ieri ho scritto un'ultima esile poesia, esile come lo sono io in questo momento, ma penso che dia un ritratto di quello che sono e di ciò che mi sento.

Il mio cuore è una rossa/ macchia di sangue dove
io bagno senza possa/ la penna a dolci prove
eternamente mossa.
E la penna si move/ e la carta s'arrossa
sempre a passioni nove.
Giorno verrà, lo so/ che questo sangue ardente
a un tratto mancherà/ ché la mia penna avrà

uno schianto stridente…/ e allora morirà…

E' il mio testamento letterario, abbiatelo caro…

marcello de santis

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Guido Gozzano

17 Settembre 2015 , Scritto da Marcello De Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #personaggi da conoscere

Guido Gozzano

Guido GOZZANO
(1883-1916)



"… appena un lieve sussurro all'apice… qui… la clavicola…/
e con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro./ Nutrirsi…
non fare più versi… nessuna notte più insonne.../ non più sigarette..
non donne… tentare bei cieli più tersi:/ Nervi… Rapallo… San Remo…
cacciare la malinconia; / e se permette faremo qualche rad
ioscopia…

Leggo ancora i miei versi, in lunghi silenziosi colloqui con me stesso, stando disteso sulle foglie e sull'erba di questo prato, in questo caldo agosto che passo qui, alla casetta; lo stagno coi pesci rossi, e laggiù, il Meleto della mia infanzia. Ho appena trentadue anni, e sono già otto anni che mi rilevarono questo male al polmone. Ogni tanto sembra regredire la fiamma che brucia dentro il mio petto, ma non è così; avanza, purtroppo! E a me non resta che assistere impotente; e seguire con amarezza il corso della malattia.

"… mio cuore monello giocondo che ride pur anco nel pianto…"

E che cosa ho ancora da dirti, mio cuore!
Questo: di essere contento di vivere ancora qualche tempo, godendo questo nostro, mio e tuo, angolo di paradiso. Anche se non è più nostro il Meleto, - mio cuore - gustiamo ancora un poco la gioia di essere insieme.
Qui, l'aria è buona; abbiamo vagato tra il mare di Liguria a respirare iodio, e l'aria buona delle colline - balsamiche, a detta dei medici - per immettere ossigeno dei polmoni, che può far bene…".
Ma le crisi, ciò nonostante, continuano - più o meno leggere - ma continuano… e più o meno crudeli.
Ah, quest'edera al balcone, i glicini, gli oleandri, i limoni!
E noi, tu e io, mio povero cuore, costretti ad attendere…
Trentadue anni! e nell'attesa, vivo di ricordi…
Mia madre, giovane e bella, elegante nella sua figura minuta, che sempre mi è stata vicina, quand'ero fanciullo, oggi ha bisogno di me, nel suo male. Oggi è rimasto soltanto un fantasma, della donna di ieri.
L'immobilità l'ha toccata, e adesso sono io che l'assisto. Sono io il faccendiere di casa. Da tempo, oramai, io vivo per lei, e… per i miei versi. E nei miei versi ho descritto le cose di casa mia, quelle cose "di pessimo gusto" che ornano ancora le antiche stanze adorate.
Il mio sogno di laurea è svanito da molti anni. E sono avvocato; ma solo di nome.
Poeta? Non so.
Ho scritto tantissimi versi, ma sempre col cuore; per quel che mi resta di questa dolcissima vita, e crudele.
I miei giovani anni trascorsi in cure - inutili? - ora qua, ora là, stanno per finire. Lo sento.
E niente, niente ho creato di definitivo, se non i miei versi, i poveri miei versi…
Non l'affetto per la cara Amalia.
Non la stima degli e per gli amici e poeti. Non la corsa alla laurea, presto interrotta.
E il viaggio in India a cercare un po' di salute per i miei polmoni malati; sena risultati concreti; è stata solo un'esperienza letteraria, da terapeutica che si pensava.
I miei frammenti raccolti nelle ore che inseguivo con ansia, ora sono fissati sulla carta, e resteranno a mio ricordo; perenne, spero…


le miniature, / i dagherotipi: figure sognanti in perplessità, //
il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone /
e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto, //
il cucù dell'ore che canta, le sedie parate a damasco /
cremisi... rinasco, rinasco del mille ottocento ci
nquanta!»

****

"Una cocotte!..."
"Che vuol dire, mammina?"
"Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!"
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d’ovo
e di gallina...

Un giorno - giorni dopo - mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
"O piccolino, non mi vuoi più bene!..."
"È vero che tu sei una cocotte?"
Perdutamente rise... E mi baciò
con le pupille di trist
ezza piene.

Ho pudore del mio male: i dottori dicono che forse potrei metterci una pezza andandomi a chiudere in quella prigione nevosa, sterilizzata e mondana, che è il Santuario di Davos.
Non vado, io soffro il freddo.
Preferisco morire ad Aglié o a Torino, a Sturla o a Rapallo…

marcello de santis

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Filippo Tommaso Marinetti

15 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere

Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini.
Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini.

Filippo Tommaso MARINETTI
(1876-1944)



Accademico d'Italia, alfine!
A cinquantasei anni questo riconoscimento viene a premiare la mia rivoluzionaria attività rivolta a cambiare la vecchia letteratura, la vecchia poesia. In una esplosione di versi mai tentata ed ottenuta da alcuno. Quanto tempo è passato da quel primo "manifesto" del 1909!
Questa data passerà alla storia della letteratura e delle arti mondiali per aver fatto sussultare e ribaltare dalle fondamenta il mondo letterario arcaico, vecchio, consunto, un mondo letterario che ci stava affossando tutti.
Ho bruciato - veramente - i vecchi musei zeppi di scartoffie ammuffite, fitte di sdolcinature e di marciume.
Ho distrutto definitivamente gli antichi e barbuti professori, rimbambiti, che si parlavano addosso; e si scrivevano addosso tutto l'ottocentume imperante.
Ho sepolto poeti, scrittori, attori, musicisti sedicenti tali, che stavano naufragando da tempo immemorabile in un mare di idee inaridite e sciocche; idee non più pensabili, non più sopportabili.
Io! Io ho generato un nuovo universo letterario!
Io! Io sono l'artefice del rinnovamento artistico!
E al mio fianco hanno combattuto - è proprio il caso di usare questa parola, ché le nostre indimenticabili "serate futuriste" a Roma, al teatro Costanzi, a Trieste, a Milano al Lirico, e dovunque ci siamo proiettati, si sono chiuse con vere e proprie battaglie tra noi e un pubblico sbigottito e giornalisti increduli…
E tutti noi, là sul palco, tanti amici poeti e pittori e musici
Ah, le nostre poesie urlate al vento della follia!
Paolo Buzzi, con i suoi "Aeroplani", Giampiero Lucini con le sue "Revolverate".
E Palazzeschi, che ha appiccato il fuoco ai fondali velati di sonni e crepuscoli, con il suo imperituro L'incendiario.
Come era buono, il caro Aldo Palazzeschi! Così fine, così timido, tanto che sul palco non riusciva a far sentire la sua flebile voce, tremolante, fioca; neppure un terzo dei suoi versi meravigliosi e rivoluzionari riuscivano ad arrivare alla platea ,si perdeva infatti nel boato degli urli e dei fischi degli spettatori. Che non se ne accorgevano, ma così facendo partecipavano in prima persona - da attori!- alle esplosioni letterarie del futurismo.
Che variazioni di atmosfera, che emozioni! Che fantastiche novità nei versi più o meno liberi dei nostri grandi poeti, che splendide sensazioni si ricavavano dai colori di Umberto Boccioni, e di Giacomo Balla; colori sbattuti sulle tele a ricercare velocità, fughe in avanti.
Quale terremoto nei ghirigori della musica di Russolo!
Un manipolo di portenti, di artisti con la "A" maiuscola; tutti dietro di me, tutti a seguirmi con la spada sguainata a colpire le stelle; e la luna! Quante volte abbiamo gridato quell'esclamazione diventata celebre Uccidiamo il chiaro di luna!
Il nostro vento di follia cosciente ha attecchito, ha dato i suoi frutti, vicino e lontano.
Era nato "il futuro"!
I tempi erano maturi, e noi l'avevamo capito prima degli altri.
Il novecento era come un monello di appena una decina d'anni, ma era già pronto a correre, a galoppare!
Ma per spingerlo a questo genere di galoppo ci voleva qualcuno che ne strigliasse bene i cavalli.
Arrivammo noi!
Che botte per le strade!
Quanta frutta, quanti ortaggi, quanti cespi di verdura volavano intorno alle nostre figure, a noi che imperterriti combattevamo rispondendo con le poesie, con i racconti, con la musica, nuovi! Rispondevamo a colpi di letteratura futura!
I nostri proclami declamati a gran voce (tranne quella del malcapitato Palazzeschi, come ho detto) in tutti i principali teatri d'Italia! Abbiamo distrutto la sintassi, abbiamo creato "parole in libertà", abbiamo gettato alle ortiche la metrica classica, le rime, le assonanze; avevamo creato nuovi versi, versi liberi di volare…

E sulle tele i colori nuovi in movimento, a rincorrersi, scandito il tempo da musiche nuove.
Eppoi i manifesti, per quelli lontani, per coloro che non potevano seguirci da vicino: a Londra Mosca Madrid Parigi.
I manifesti!
Della danza, della pittura, della letteratura, della musica. E ancora, del teatro, della moda, della cucina… e tanti tanti altri, tanti che quasi non li ricordo più tutti.
Il mondo era nostro; il mondo ci capiva, il mondo… capiva che era giunto il momento di scrollarsi di dosso tutto il vecchio e il decrepito che si portava ancora appresso. E lo ha fatto con un coraggio degno della nostra forza e della nostra lucida follia.
Dopo di me, il vuoto… l'arte andrà avanti…
… e non si volerà indietro…

marcello de santis

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L'omino di fumo

13 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

L'omino di fumo

Nella prima edizione del libro Il codice di Perelà, Aldo Palazzeschi pose una dedica, che dettava così:

AFFETTUOSAMENTE DEDICO AL PUBBLICO!
QUEL PUBBLICO CHE CI RICOPRE DI FISCHI,
DI FRUTTI E DI VERDURE,
NOI LO RICOPRIREMO DI DELIZIOSE OPERE D'ARTE.

Parlava al plurale maiestatis, riferendosi solo a se stesso, il buon Palazzeschi, oppure quel "NOI" si riferisce ai poeti e scrittori futuristi, che, seguendo l'esempio e l'invito del fondatore del movimento Filippo Tommaso Marinetti, sui palchi di mezza Italia si dedicavano alla recita delle poesie e delle prose le più strampalate che si potessero (concepire e) recitare, tra un tumultuare di fischi e di pernacchie, e tra lanci di ortaggi vari, e perché no, di uova?
Non lo sapremo, ma sappiamo benissimo quale era l'opera che si accingeva a presentare a "quel pubblico": era l'anno 1911, e il libro era Il Codice di Perelà (cui lo scrittore aveva lavorato a iniziare intorno al 1908, e che ora finalmente vedeva la luce nelle Edizioni Futuriste di Poesia, grazie appunto al Marinetti). Luce che risplendé per tutto il primo e il secondo novecento, e che ancor oggi non si spegne.
Quando Aldo Giurlani, figlio di una famiglia di commercianti di Firenze, decise di mettersi a scrivere, stabilì che il suo cognome l'avrebbe cambiato, si sarebbe chiamato non più Giurlani, ma Palazzeschi, assumendo quello della nonna materna, la adorata nonna Anna, le cui favole, racconta il poeta, "gli avevano reso la fanciullezza un giardino incantato".
E figurarsi che a diventare scrittore non ci pensava proprio, preso com'era dalla sua passione per il teatro: tutt'al più avrebbe potuto diventare un attore, e nelle sue speranze "anche bravo", insieme al suo inseparabile amico (poi diventato scrittore e poeta anche lui), Marino Moretti.
E questo a dispetto del padre Alberto che lo obbligava a studiare ragioneria - cosa che lui coscienziosamente fece - perché un figlio ragioniere, pensava, avrebbe potuto essergli utile nel suo lavoro di commerciante.
Ma il giovane Aldo niente, aveva la passione per il palcoscenico, tanto che si iscrissero tutt'e due - lui e il coetaneo Marino, appena diciottenni - alla Scuola di Recitazione "Tommaso Salvini", dove ebbero modo di conoscere e frequentare il figlio del grande Gabriele D'Annunzio, il ragazzo Gabriellino.
Il padre cercò in tutti i modi di distoglierlo da queste idee (balzane, a suo modo di vedere), e di tarpargli le ali che cominciavano già allora a spuntare, per poi permettergli di volare alto sui cieli della letteratura italiana prima, ed europea dopo. E poi, 'sto padre commerciante esclamava ad ogni occasione, metterti a recitare col nome onorato dei Giurlani! Non sia mai!
Fu così che decise, come detto, di cambiarlo, l'onorato cognome, e prendere quello di nonna Anna; e che forse - si disse - suonava anche meglio. Era il 1905 e Aldo era un ventenne di belle speranze, niente male neppure come giovanotto, bell'aspetto, buon fisico. E' chiaro che continuò a studiare ragioneria, ma nel contempo non demordeva; frequentava la scuola per diventare attore. E il padre, visto che niente poteva più per far sì che Aldo seguisse i suoi consigli, (lo racconta anni dopo il poeta in una intervista) non pronunziò più una parola che suonasse giudizio o rimprovero verso di me.

Il teatro fu il mio primo maestro e una vera scuola, ebbe a dire in una intervista in tarda età. E nel frattempo, tra un libro di scuola, una recita-prova sul palcoscenico, prese a scrivere versi. E dopo alcune prove di poesia, ecco il suo primo romanzo: Il codice di Perelà:

Pena! Rete! Lama! Pena! Rete! Lama! Pe… Re… La…
Voi siete un uomo, forse?
No, signore. Io sono una povera vecchia.
E' vero, è vero, sì, scusate, avete ragione, voi siete una povera vecchia, un uomo sono io.
Voi che cosa siete signore?
Io sono… io sono… molto leggero… io sono un uomo molto leggero; e voi siete una povera vecchia: come Pena, come Rete, come Lama, anche loro erano vecchie: Vorreste dirmi se quello che si vede laggiù, in fondo a questa via, è la città?
Sì.
Quella che si vede laggiù… sarebbe forse la casa del Re?
Quella è la porta della città: La casa del Re è situata nel mezzo, ed è circondata da mura, ed è guardata dai vigili. Quei cittadini uccidono sempre il loro Re . Ora è Re Torlindao. Voi andate alla città signore?
Sì.
Ci sarete tra poco. Di dove venite?
Di lassù.
Non vi ànno mai veduto in città?
Ci vado per la prima volta.
Guardate, guardate, vedete quella nuvola di polvere che viene verso di noi? Sono i vigili del Re, è la scorta a cavallo, vengono per fare la perlustrazione nelle vicinanze, io vi saluto, addio addio signore, vedendomi qui con voi potrebbero sospettare, sappiategli rispondere nel caso, voi potete colpire i lor
o occhi. Addio buon viaggio.

Questa che ho appena riportato è la prima pagina del romanzo.
Alla domanda "di dove venite?" questo "fumoso" straniero dagli scarponi grossi e ben visibili, interrogato, risponde: "di lassù", risposta vaga che dice e non dice (di lassù dove?). Ma si presenta anche con altre stranezze, come quei tre nomi che ripeteva e ripeteva, per esempio: Pena Rete Lama (e chi sono?) poi afferma, ma sempre stando nel vago: "anche loro erano vecchie…"
Mah!
Leggiamo la seconda pagina e forse qualcosa di più capiremo.

Eccolo dunque descrivere i vigili del re che avanzano galoppando e sollevando nugoli di polvere. tanto che uno di essi, appena si fermano, dice:

Ài veduto come lo abbiamo impolverato? Non si capiva più che cosa fosse.
Quando siamo stati vicini mi sembrava di averlo veduto scomparire.
Scomparire?
Sicuro, anche a me.
Ma quello non era un uomo sapete!
Che cos'era sentiamo?
Sembrava una nuvola.
Lo abbiamo ricoperto di polvere, una nuvola sembriamo noi caro mio, in questa porca strada!
No no, l'ò veduto prima che la strada fosse invasa dalla polvere, è un uomo di fumo!
Imbecille!
Va' là, uomo di fumo, sarà un arrosto di asino, ài sbagliato.
Io gli ò veduto benissimo le scarpe.
Aveva degli stivaloni lucidi come quelli dei nostri ufficiali.
Ma è un cavaliere antico però.
Fermiamoci un moneto.,
Perché non torniamo indietro?
Per far che?
per vederlo, almeno per interrogarlo.
Per niente io non faccio un passo in più.
Scommettiamo.
Che cosa?
Dite voi.
un paio di stivali come q
uelli del tuo asino antico, asino alla moda!

Eccolo l'omino di fumo del quale si vedono reali solo gli stivali che tanto colpiscono coloro che assistono al suo passaggio
E' il dialogo che si svolge tra i vari sudditi del Re, che giunti sul posto si vedono svanire sotto gli occhi la figura dell'uomo misterioso. E uno di essi esclama: … è un uomo di fumo!
E si prende da un compagno, gridato, l'epiteto di: imbeci
lle!
Ecco, Palazzeschi ci presenta quest'uomo di fumo che, in qualche maniera contorta, ci dice il suo nome, Perelà, formato dalle iniziali dei nomi che egli attribuisce a tre vecchie non meglio identificate.
Già nella sua prima raccolta, che risale a sei anni prima (1905, I cavalli bianchi, libro di poesie pubblicato a sue spese, per una casa editrice Cesare Blanc, inventata da lui col nome del suo gatto) il poeta nella poesia ara mara amara parla di tre vecchie (ara mara amara sono i loro nomi) che si stanno nell'ombra giocando.

in fondo alla china
tra gli alti cipressi
è un piccolo prato
si stanno in quell'ombra
tre vecchie
giocando coi dati
non alzan la testa un istante
non cambian di posto un sol giorno
Sull'erba in ginocchio
si stanno in qu
ell'ombra giocando.

(Attenzione alla metrica: tre senari, un novenario diviso in due parti, ancora un senario, due novenari, un ulteriore senario, e per chiudere un novenario - in una musicalità tutta nuova per il periodo; una musicalità che sarà la costante del poeta in quasi tutte le sue composizioni. L'accento batte sempre sulla seconda sillaba.)
Una piccola nota per gli appassionati di poesia e di metrica.
Da notare nel Palazzeschi delle poesie serie, quelle cioè che non seguono il ritmo dal verso libero, prettamente futurista, un metro sempre uguale: il poeta ama usare il trisillabo, quindi il verso ternario, e versi che sono multipli di tre (quindi senario, novenario, e così di seguito), cosa che gli permette di creare una monotonia quasi sonnolenta, quasi onirica; che si va ad affiancare a una sensazione di staticità delle scene e dei personaggi che le poesie presentano.
Ed era una novità, una novità assoluta, per l'epoca!
Si potrebbe dire che dipinge con le parole dei quadri quasi impressionisti, in cui la staticità la fa da padrona, quasi come se il lettore venga a trovarsi ad ammirare una tela e non riesca più a muoversi, attratto da una forza misteriosa ad entrare in quella natura fissata coi colori, per venire a far parte della scena, fianco a fianco con i personaggi).
Che siano le stesse tre vecchie - con il nome cambiato da ara mara amara in pena rete lama - che poi aprono quel suo primo romanzo?
Non ce lo dice, il poeta, né lo troviamo in alcuno dei suoi scritti, un riferimento alla coincidenza di queste tre vecchie. Nella copertina si legge, oltre alla data che indica l'anno 1911, appena sotto il titolo: romanzo futurista. E' alla sua prima prova e si adegua allo stile e alla sostanza di quel movimento, che doveva mostrare novità, stranezza, scompiglio della punteggiatura, della grammatica, della sintassi. E lo scrittore, in questa sua prima opera in prosa, lo fa in maniera egregia.
Però a chi legge e rilegge con attenzione, appare chiaro che lo fa, come dire? Come di controvoglia, quasi facendo violenza a se stesso; quelli del movimento futurista, aspri fino all'esasperazione, mentre lui, è, sì provocatorio, ma non dotato completamente di quell'aggressività che il futurismo richiedeva. Ed era tanto vero che allo scoppio della grande guerra si spegne il suo entusiasmo per il movimento di Marinetti, convinto interventista. La guerra, affermava il buon Filippo Tommaso - unica igiene del mondo - con Palazzeschi che si dichiarava neutralista (e che, chiamato a fare il militare, riuscì in qualche modo a sfangarla dalle esercitazioni con le armi, prima, e dal fronte, poi; e a passare quasi completamente il suo tempo impiegato in una fureria, a Tivoli).
Esce il libro di Marinetti che inneggia alla grande guerra, 1914-1915, sola igiene del mondo, e incita all'intervento armato. E con Marinetti elogia la guerra tutto il Gruppo Futurista, che inneggia all'ultranazionalismo e al militarismo. Molti artisti, che facevano parte del movimento, aderirono all'idea interventista e, all'entrata in guerra dell'Italia, partirono volontari per il fronte col Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti ed Automobilisti. Quelli richiamati per la leva fecero invece parte delle truppe comuni.Tra gli altri: lo stesso Marinetti, scrittore e fondatore del movimento, Umberto Boccioni pittore, Antonio Sant'Elia architetto, Mario Sironi pittore, Achille Funi pittore, Luigi Russolo musicista compositore e pittore. Tra quelli che non tornarono ci furono Boccioni e Sant'Elia.


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Marechiaro

11 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #luoghi da conoscere

Marechiaro

Il parapetto dal quale ci si affaccia nel breve specchio di mare su cui si apre la celebre finestrella, è un posto che pare che il cielo abbia creato solo per gli innamorati. Tutto è incanto, tutto è poesia, tutto è amore, nel silenzio dei pensieri che riportano ai versi della poesia di Salvatore Di Giacomo.
Io ci sono stato, tanti anni fa, e a mirare la lapide che ricorda la canzone, io che sono un amante incallito delle canzoni di Napoli, ho avuto un balzo al cuore, e confesso che ho represso a malapena una lacrima.

Quanno sponta la luna a Marechiare
pure li pisce nce fanno a ll’ammore,
se revoteno ll’onne de lu mare,
pe la priezza cagneno culore,
quanno sponta la lu
na a Marechiare…

A Marechiare ce sta na fenesta,

« Quando spunta la luna a Marechiaro,
anche i pesci vi fanno l'amore.
si rivoltano le onde del mare.
per l' allegrezza cambiano colore…

a marechiaro ci sta una finestra…

… e dalla mente alle orecchie il passo è breve, e così giungono gradite immediatamente le note della musica del grande Paolo Tosti.
Salvatore non amava molto questi suoi versi, tanto che non hanno mai trovato posto nelle raccolte delle sue poesie.
Era il 1885, sono passati quasi centoventi anni, ma la canzone, nel frattempo, ha varcato l'oceano (per le Americhe) e gli oceani (per il mondo), è andata a cullare le anime degli innamorati ovunque essi si trovino.
Francesco Paolo Tosti ne fu stregato immediatamente, e da quel grande autore che era, ci mise mano e creò la meraviglia delle meraviglie.
All'epoca il musicista, che non era napoletano - era nato ad Ortona - ma che aveva studiato presso il Conservatorio di San Pietro a Majella a Napoli, dove si diplomò in violino e composizione nel 1866, aveva poco meno di 40 anni, ed era già noto come autore di celebri romanze, che all'epoca si eseguivano nelle famose periodiche. Il musicista, in effetti, dopo aver fatto un po' di tutto in gioventù, si mise a cantare, avendo una bella voce da tenore; allora si trovava a Roma, e qui ebbe modo di conoscere e frequentare due suoi conterranei: il vate Gabriele D'Annunzio e il pittore Francesco Paolo Michetti.
Qui insegnò canto a quella che sarebbe diventata più tardi regina d'Italia, Margherita di Savoia, e a Londra, dove si trasferì più tardi, alla corte della regina Vittoria; Edoardo VII per le sue benemerenze lo fece baronetto e gli conferì, cosa che lui accettò, la cittadinanza inglese.
Per completare la sua figura di musicista, va detto che compose più di cinquecento romanze, interpretate da tutti i più grandi suoi contemporanei, ricordiamo tra questi l'indimenticabile Enrico Caruso.
Ma una sola musica gli conferì fama nazionale e internazionale: Marechiaro.

A Marechiare ce sta na fenesta,
la passione mia ce tuzzulea,
nu carofano addora ‘int’a na testa,
passa ll’acqua pe sotto e murmulea…
a Marechiare ce sta na fenesta…

a mare
chiaro ci sta una finestra
scriveva il poeta Salvatore Di Giacomo, che poi vi spiegheremo meglio, non era mai stato sul posto e non conosceva quell'angolo di paradiso che era marechiaro,

… dove ci batte la passione mia
un garofano odora dentro una testa
passa l'acqua là sotto e mormora…
a mare chiaro ci sta una fi
nestra…

Il poeta, invece, ne aveva appena 25, di anni, e come detto non sapeva di marechiaro.
S'immaginò una luna che spunta su quel piccolo specchio di mare incantato, e… tutto il resto che descrisse nei suoi versi.
Napoli all'epoca è - e del resto ancora oggi -, la città per eccellenza del sole e dell'amore; e ciò fin dall'antichità non poteva che generare musiche e versi che poi sono entrati nella storia della sua storia.
Sta nascosto - quel posticino incantato - sulla collina di Posillipo nel quartiere che porta il nome, appunto di Marechiaro, che altri due grandi - poeta e musicista appunto: Ernesto Murolo e Salvatore Gambardella - alcuni anni dopo (1904) avrebbero descritto così

…. Pusilleco addiruso,
addó' stu core se n'è ghiuto 'e casa,
ce sta nu pergulato d'uva rosa...
e nu barcone cu 'e mellune appise.
...'Ncopp''o Capo 'e Pusìlleco addiruso

… Posillipo, profumato,
dove questo cuore se n'era andato, da casa,
ci sta un pergolato di uva rosa…
e un balcone coi melo
ni appesi…
… sul capo Posillipo profumato

… è un piccolissimo porticciolo di pescatori, dove s'affaccia questa finestrella, che ha sul davanzale dei garofani in vaso; è la casa di Carolina, che dorme, e un innamorato rischiarato da una pallida luna le porta la serenata.
Il padre, il giovanissimo Salvatore lo voleva medico, ma lui non amava stare tra morti e pezzi di cadaveri (come ne vedeva nelle lezioni di anatomia che era costretto a seguire, a malincuore), e abbandonò la causa paterna.
Era il 1880, quando prese la grande decisione di cambiare il suo destino.
Cominciò così a scrivere articoli e saggi, fece il giornalista, anche alle dipendenze di Matilde Serao e di Edoardo Scarfoglio, che lo inviavano a girare, per scrivere articoli, per Napoli dove ebbe modo di stare vicino alla gente e alla città vera, povera e sofferente, praticando per lavoro il tribunale, gli ospedali, e i vasci (i bassi, nei vicoli) maleodoranti e miseri.
Parallelamente a questa attività giornalistica, che però, pur ritenendola migliore delle tristi lezioni di anatomia dell'università, non lo soddisfaceva ancora, si dette alla poesia.
Che, grazie alla conoscenza dei vari musicisti del tempo, Mario Costa, per il quale scrisse Era de maggio, Enrico De Leva, cui dette le parole per la musica di 'e spingole francese, lo fecero conoscere nell'ambiente della canzone d'autore napoletana.
Non ci soffermeremo di più nella descrizione della vita del poeta, ma vorremmo invece dire della storia tutta particolare della nascita dei versi della poesia/canzone, che vale la pena riportare.


La Finestrella di Marechiaro

Chi dice ca li stelle so’ lucente
nun sape st’uocchie ca tu tiene nfronte,
sti doie stelle li saccio io sulamente,
dint’ a lu core ne tengo li pponte,
chi dice ca li stelle so’
lucente….

chi dice che le stelle sono lucenti
non conosce gli occhi che tu tieni in fronte
queste due stelle le conosco solo io…

La storia, o la leggenda, ci riporta che Salvatore Di Giacomo non era mai stato a Marechiaro; ma che si immaginò una finestrella con un vaso di garofani sul davanzale, e pensò che dietro quei vetri e quelle tendine bianche poteva benissimo starci una ragazza innamorata a dormire, mentre il suo spasimante stava a portarle la serenata; il tutto, chiaramente, sotto una luna piena che si specchiava nel breve tratto di mare sottostante.

Scétete Caruli’ ca ll’aria è doce,
quanno maie tanto tiempo aggio aspettato?
P’accunpagnà li suone cu la voce,
stasera la chitarra aggio purtata…
Scé Caruli’ ca ll’ari
a è doce!…

svegliati carolina, che l'aria è dolce
quado mai ho atteso tanto tempo
per accompagnare i suoni con la voce
stasera la chitarra l'ho portata…

Un'altra versione (riportata da Antonio Soccol, con il contributo di quel grande esperto di storia della canzone napoletana che è Antonio Raspaolo) racconta invece che il poeta scrisse di getto i primi versi della poesia - che poi il maestro Francesco Paolo Tosti avrebbe trasformato in canzone (e che canzone!) - trovandosi in una trattoria o un'osteria lassù, a Marechiaro, appunto, con degli amici.
L'aneddoto lo scrive lo stesso Di Giacomo, sul Corriere di Napoli, nell'anno 1894:

Facemmo una gita lungo tutto il golfo di Napoli, io ed alcuni amici, meta era l'Acquario di Via Caracciolo. Decidemmo là di fare un giro per il golfo a bordo di un vaporetto messo a disposizione dalla stazione Zoologica. Finimmo per trovarci a Marechiaro, e ci recammo a mangiare qualcosa in una osteria nei pressi del piccolo porticciolo.

l poeta vide la piccola finestra lassù, ci dipinse con i suoi versi un po' di luna, e forse (vide? non vide?) una ragazza che dava un po' d'acqua a un vaso di garofani.
Nacque la bellissima poesia, che non ha eguali nelle poesie napoletane.

Marechiaro

Quanno spónta la luna a Marechiaro,
pure li pisce nce fanno a ll'ammore...
Se revòtano ll'onne de lu mare:
pe' la priézza cágnano culore...
Quanno sponta la luna a Marechiaro.

A Marechiaro ce sta na fenesta:
la passiona mia ce tuzzuléa...
Nu garofano addora 'int'a na testa,
passa ll'acqua pe' sotto e murmuléa...

A Marechiaro ce sta na fenesta....

Chi dice ca li stelle só' lucente,
nun sape st'uocchie ca tu tiene 'nfronte!
Sti ddoje stelle li ssaccio i' sulamente:
dint'a lu core ne tengo li ppónte...

Chi dice ca li stelle só' lucente?

Scétate, Carulí', ca ll'aria è doce...
quanno maje tantu tiempo aggi'aspettato?!
P'accumpagná li suone cu la voce,
stasera na chitarra ag
gio purtato...

Scétate, Carulí', ca ll'aria è doce!..

marcello de santis

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Il Titanic

7 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Il Titanic



Quella immensa tragedia della nave passeggeri il cui nome era Titanic, nel corso degli anni - e ancora oggi ciò avviene - è stata narrata in tantissimi libri, documentari, film di successo, e altro.
La compagnia Olimpic Class aveva progettato tre grandi navi transoceaniche, tutt'e tre uguali, navi gemelle dunque; le altre due portavano il nome di Olympice Britannic; la terza, ma la seconda in costruzione, era appunto ilTitanic.
Le tre navi dovevano assicurare traversate settimanali tra l'Inghilterra e le Americhe, così da dare il monopolio sui mari alla propria compagnia di bandiera.
Per le sue caratteristiche estetiche ed interne, per le sue comodità e il suo lusso, il Titanic era il migliore transatlantico al mondo in senso assoluto, una meraviglia che di simile non se ne erano mai viste.
Rifare brevemente la storia è d'uopo, per ricordare quell'infausto avvenimento.
Mancavano venti minuti alla mezzanotte della sera del 14 aprile del 1912, quando il transatlantico - che era salpato da Southampton diretto a New York, e che affrontava il suo viaggio inaugurale - andò a cozzare contro un iceberg di proporzioni enormi.
Quando ci si accorse di quella smisurata parete di ghiaccio che si avvicinava pericolosamente era ormai troppo tardi, perché quella montagna trasparente aveva già toccato la fiancata destra della nave causando diverse falle, che ne provocarono un lento, inesorabile affondamento, non prima di aver prodotto la spaccatura dello scafo in due tronconi.
La tragedia durò a lungo: quasi tre ore di terrore tra i più di duemila passeggeri, compreso l'equipaggio ( circa 800 persone).Ci furono poco più di 1500 morti.
Per costruire la nave erano occorsi più di due anni (1909 -1911), per un costo complessivo di sette milioni di dollari, corrispondenti a circa 500 milioni di oggi.
Era una nave per ricchi, per benestanti, per gente che poteva permettersi un esborso per il costo del biglietto che era di poco superiore ai 3.000 dollari - circa 70.000 dollari di oggi.
Chiaramente parliamo del costo della prenotazione di un passaggio nella classe migliore, la prima, perché la terza classe si poteva affrontare per soli 32 dollari (oggi: 700).
Lo sfarzo a bordo era inusitato, saloni, sale, salette per giocatori di carte, per fumatori, per l'orchestra, per ballare, per la scrittura; e inoltre varie sale reception, ristoranti, caffè, bar.
E gli stili non si contavano. Si andava dal Luigi XVI al Versailles, dal Georgiano al Seicento inglese, dal Rinascimento Italiano all'Olandese moderno e Antico.
Insomma, un piacere per la vista e per i gusti dei passeggeri; e poi ascensori tra i vari ponti, finestre e finestroni, cupole di vetro a cielo aperto, vetrate colorate, rifiniture in mogano e in madreperle, porte girevoli, piante e fiori di tutti i tipi; per non parlare della cucina che poteva servire qualsiasi tipo di pietanza.
E poi gli appartamenti: suites presidential, suites royal, e appartamenti di minore consistenza ma pur sempre elegantissimi per i più ricchi e per la borghesia più agiata; fino a semplici cabine, per scendere a quelle più alla portata di tutti.
Una suite era press'a poco costituita così: una spaziosa anticamera, tre camere da letto, di cui una matrimoniale e due singole, due o tre bagni privati, due guardaroba e un ponte privato per poter fare, volendo, le passeggiate.
Il transatlantico andava a vapore, bruciando, nelle cinque grossissime caldaie, circa 600 tonnellate di carbone per ogni giorno di navigazione. Il fumo che generavano usciva da tre delle quattro grosse ciminiere di cui era dotata, poste di traverso sulla parte più alta del ponte superiore; ciminiere che, esteticamente, donavano alla nave un fascino particolare.
Il tutto mostrava una forma imponente e caratteristica, che faceva della nave una regina dei mari.
Non era velocissimo, ma raggiungeva pur sempre 23 nodi all'ora (una quarantina di chilometri circa), che non era niente male davvero.
Per quel viaggio inaugurale la compagnia non aveva fatto il pienone, la nave aveva una capacità di 3.500 passeggeri, ma per quel primo viaggio, come abbiamo detto, di passeggeri - escluso equipaggio - ne portava circa 1200-1300.
Ascensori (tre), piscina coperta (su uno dei ponti, ed era la prima nave dotata di una piscina coperta), camere sfarzosamente arredate (prima classe); pensate: ogni alloggio aveva camera da letto, salotto, soggiorno, sala di lettura, ambiente per fumatori.
E ognuno dei trentaquattro alloggi privati era arredato in maniera diversa dall'altro; inoltre bagno turco, palestra, saloni ristorante (persino quello di terza classe aveva un pianoforte).
Era una cosa impensabile per quei tempi; le maestranze che avevano lavorato al progetto, e la pubblicità, la consideravano una nave inaffondabile; anche perché dotata di un sistema-radio il più moderno e potente che si sia mai stata installato a bordo di un transatlantico; e di tanti altri sofisticati congegni di sicurezza che le altre navi, e in particolare quelle della più grande compagnia inglese concorrente, si potevano solo sognare.
La sicurezza assicurata era la più grande attrazione per gli amanti dei viaggi per mare: tra le altre cose contava su un sistema di scialuppe incredibile. Ogni gru a bordo poteva sostenere e calare in acqua ben 32 scialuppe in contemporanea; inoltre lo scafo era suddiviso in moltissimi compartimenti stagni (circa una ventina) sì da assicurare il galleggiamento in caso di sfondamento di uno o due e anche tre di essi (peccato che questi stessero solo su una metà dello scafo).
Attraversata la Manica, il transatlantico fece scalo a Cherbourg in Francia, poi da lì salpò le ancore diretto in Irlanda per imbarcare emigranti locali che andarono a occupare le cabine della terza classe.
Dopo quattro giorni dalla partenza, si verificò la tragedia.
Il comandante fu avvisato più volte di banchi di ghiaccio in avvicinamento, - la prima volta questi erano stati avvistati a circa 400 chilometri dal Titanic; ma ritenne di dover modificare la rotta solo di poco, e seguire in tutta sicurezza, pensava, quel corridoio consigliato per le navi di linea.
Mantenne però la velocità, senza ridurla - come consigliato in casi di questo genere - per arrivare a New York con un giorno di anticipo sul tempo previsto.
Del resto erano circa le ore 13.00 e la visibilità era ottima.
E forse fu una delle concause che generarono l'impatto con l'iceberg.
Alle nove di sera la temperatura scese a un grado centigrado.
Il mare era calmo, e questo abbassamento di temperatura confermò ai marconisti che il transatlantico si stava avvicinando ai banchi di ghiaccio, segnalati più volte anche da altre imbarcazioni nel corso della giornata.
Una nave che incrociò il Titanic - erano le 22,30 - mise questo in allarme, segnalò infatti che essa era appena uscita da una banchisa di ghiaccio, e confermò che intorno c'erano iceberg.
Il mare continuava ad essere piatto, e ciò non annunciava pericoli (in genere si scorgevano da onde e ondette).
Un altro messaggio di pericolo di presenza di iceberg sulla rotta del Titanic giunse alle 11.00, ma il marconista non lo recapitò.
L'impatto sfondò ben cinque dei settori stagno del transatlantico, e la tragedia fu irreparabile. Quando l'iceberg sbatté contro la fiancata destra della nave, lo abbiamo già detto, la spezzò in due parti, una metà di circa 120 metri e l'altra di 150, provocando panico e - più tardi - molte morti.
Si raccontano storie sul Titanic; una di queste era la sensazione che il comandante in seconda assegnato al Titanic - su richiesta del capitano Edward Smith -, il vice comandante Henry Wlide, ebbe ad esprimere prima di imbarcarsi: "Ho uno strano sentore; me lo dà questo transatlantico; non mi piace...
Altra storia
Un commerciante, J. Connon Middleton di Londra, che aveva prenotato una cabina sul transatlantico, attirato dalla grande pubblicità che si faceva per quel viaggio inaugurale, ebbe in sogno la visione nitida e spaventosa della catastrofe che sarebbe avvenuta, e per questo decise di rinunciare al viaggio, salvandosi. Lo stesso Middleton raccontò di aver fatto lo stesso sogno per due notti di seguito, in tutt'e due vedeva chiaramente che il Titanic affondava in mare aperto; e la nave che colava a picco; e intorno ad essa centinaia di persone che si dibattevano sulla nave stessa inclinata, in mare, alcune sulle scialuppe, altre in acqua, che tentavano disperatamente di salvarsi dal naufragio.
A questo proposito si narra che moltissimi altri casi di precognizione siano stati registrati.

marcello de santis

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Lucia

5 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

 Lucia


Quando agli inizi nacque il complesso Lucia non c'era. E non c'era nemmeno quello che poi diverrà suo marito, Virgilio Savona, la mente eccelsa del gruppo, di quella formazione musicale che stette sull'onda del successo per tutti gli anni cinquanta sessanta e settanta.
Il primo complesso si chiamava Quartetto Egie, ma ebbe breve durata, ché cambiò presto nome, per assumere solo più tardi quello definitivo di Quartetto Cetra, prendendo il nome della casa discografica che li sponsorizzava; c'era soloTata (Giovanni) Giacobetti, che deve considerarsi quindi il primo socio fondatore, romano de Roma; e con lui un altro romano, quell'Enrico De Angelis che lasciò il posto, preso - era l'anno 1947 -da Lucia Mannucci, la dolce Cia tanto amata dai suoi compagni di lavoro.
A Giacobetti e De Angelis si aggiunsero quasi subito il siciliano Virginio Savona e un altro laziale, nato a Fondi, una cittadina in provincia di Latina, il pelato Felice Chiusano.

Lucia era nata a Bologna, nel 1920, e quindi era giovane - e graziosa -, con una voce calda e bene impostata; aveva 27 anni (nel 1944 sposò Virgilio Savona), e nel complesso venne a lavorare accanto a compagni eccezionali: Tata, che di anni ne aveva 25, Virgilio, suo coetaneo, Felice anche lui venticinquenne.

Da Bologna si era portata a Milano per sottoporsi a una audizione della Rai, che allora ancora si chiamava EIAR, aveva appena 21 anni, e passò l'esame. Assunta, stette a disposizione delle orchestre proprie della radio, come cantante solista. E in questa veste fece diversi spettacoli in giro per l'Italia, esibendosi col maestro Gorni Kramer, e insieme a compagni già affermati, come ad esempio il grande Natalino Otto.
Lucia conobbe Virgilio, si innamorarono - e innamorati lo furono per tutta la vita, un amore che durò ben sessantacinque anni - prima ancora che ella entrasse nel Quartetto; bisognò aspettare tre anni, e ciò poté avvenire allorché De Angelis, per mettersi a fare l'imprenditore, abbandonò il gruppo.
Visse - sola - fino dalla morte del suo amato Virgilio, (gli altri compagni di avventura e di vita li avevano lasciati andandosene uno alla volta, e da allora Virgilio e Cia non avevano più calcato i palcoscenici e frequentato gli studi radio-televisivi.)
Lucia aveva vissuto una vita stupenda, facendo il mestiere che amava più di ogni altra cosa, vicina ad amici e compagni eccezionali per bontà, per simpatia, per altruismo; aveva raggiunto la bella età di novantadue anni.
Ritiratasi dalle scene, essendo rimasta sola, dopo la dipartita di suo marito, pure se con la sua voce dolcissima da solista, come solista appariva talvolta nelle interpretazioni del complesso, poteva benissimo continuare a conquistare successi e applausi; del resto era amatissima dal pubblico radiofonico televisivo e teatrale.
Non starò qui a elencare le più belle canzoni del loro repertorio, porte al pubblico con garbo sempre, con ironia talvolta, e quindi anche di Lucia, in alcune delle quali era una sofisticata e bravissima solista, ché sarebbe inutile e tedioso. Ma le mamme di oggi ai loro bambini comprano ancora i cd che contengono anche la canzone nella vecchia fattoria, dove la voce della cantante era contornata dal coro, sempre sommesso eppure essenziale, dei suoi compagni di volo.
E quando i miei nipotini inseriscono talvolta il cd della canzoni per bambini nel mio apparecchio, mi girano intorno cantando insieme a Lucia Mannucci nella vecchia fattoria.. ia.. ia... aaaaaaaaa... eppoi tutti insieme

c'era il gatto... miao miao
c'era il cane... bau bau
nella vecchia fattoria i
a.. ia.. aaaaaa...

Come ho avuto modo di dire, era una dolce signora, sorridente, briosa, musicalmente preparatissima e sempre disponibile.
Era un complesso, Il Quartetto, ben amalgamato, con voci così compatibili e affiatate che la canzone che eseguivano sembrava quasi cantata da una sola voce; sulla quale emergeva - a dare un senso di grazia e di armonia - quella di Lucia. Furono sempre uniti, per più di quarant'anni.
Quante, quante canzoni non abbiamo cantato insieme a loro! La gran parte era anche opera loro, infatti erano state scritte da Virgilio Savona e da Tata Giacobetti; canzoncine allegre, eseguite con un fare sempre elegante.
Lucia spiccava tra quei tre mattacchioni come una vera dama, faceva, quando toccava a lei, un leggero passo avanti e - talvolta - mentre cantava sceneggiava la storia che essi raccontavano volando sulle note musicali, e dolcemente accennava brevi mosse come di danza. Oppure recitava, immedesimandosi in scene d'altri tempi, come quando narrava di quella storia nata in un vecchio palco della scala, scritta per loro da Pietro Garinei, Sandro Giovannini e musicata da quel grande fisarmonicista e direttore d'orchestra che fu il maestro Gorni Kramer.

In un vecchio palco della Scala,
nel gennaio del novantatre,
spettacolo di gala,
signore in decoltée,
discese da un romantico coupée.

Quanta e quanta gente nella sala,
c'e tutta Milano in gran soiree
per ascoltar Tamagno,
la Bellincion
i, Stagno,
in un vecchio palco della Scala

Dopo che Tata Giacobetti, nel 1988, li lasciò soli e sconsolati, Lucia, Virgilio e Felice capirono che non era il caso di continuare, come qualche altro complesso ha fatto sostituendo l'elemento perso per strada, o con un numero ridotto di persone. Decisero di chiudere un'avventura musicale che ha dell'incredibile. Lo dichiararò la stessa Lucia, quando per l'ennesima volta un impresario chiese ai due coniugi della canzone di tornare sulle scene. Si era intorno all'anno duemila, e Lucia disse: abbiamo chiuso, carissimo (aveva conosciuto tutti i più grandi impresari di spettacolo, e adesso conosceva quelli della sua età ancora viventi, e i nuovi), cerca di capire... non c'è più Tata... non c'è più Felice... e noi due poverini, che possiamo ancora dare...
Passava il suo tempo, ora che era rimasta sola, orfana anche di Virgilio, davanti alla televisione: solo buoni film, magari quelli di una volta, i classici, per intenderci, e basta; del resto aveva una cattiva opinione dei cosiddetti varietà, lei che ne aveva recitati e cantati tanti insieme ai suoi compagni di lavoro; quelli di oggi non potevano stare al passo con quelli del loro tempo...
A Sanremo una volta parteciparono con quella stupenda canzone che presentarono insieme con la loro amica Vittoria Mongardi, canzone scritta da quel grande autore della musica leggera italiana che rispondeva al nome di Mario Panseri; che ha al suo attivo una cinquantina di grandi grandissimi successi (grazie dei fior, io tu e le rose, nessuno mi può giudicare, casetta in canadà, papaveri e papere, come prima).
Era l'anno 1954, la canzone raccontava la storia della bella gigogin, che morì annegata; per il dolore si uccise anche il fidanzato. Faceva così, forse la ricorderete, almeno la ricorderanno quelli della mia età:

Nelle sere fredde e scure
presso il fuoco del camino,
quante storie, quante fiabe
raccontava il mio nonnino.

La più bella ch'io ricordo
è la storia di un amore,
di un amore appassionato
che felice non finì.

Ed il cuore di un poeta
a tal punto intenerì
che la storia di quei tempi
mise in musica così:

Aveva un bavero color zafferano
e la marsina color ciclamino,
veniva a piedi da Lodi a Milano
per incontrare la bella Gigogin.

Passeggiando per la via
le cantava "Mio dolce amor,
Gigogin speranza mia
coi tuoi baci mi rubi il cuor."

(Parlato)
E la storia continua:
Lui fu mandato soldatino in Piemonte
ed ogni mattina le inviava un fiore
sull'acqua di una roggia
che passava per Milano.
Finché un giorno:

Lui, saputo che il ritorno
finalmente era vicino,
sopra l'acqua un fior d'arancio
depone
va un bel mattino.

Lei, vedendo e indovinando
la ragione di quel fiore,
per raccoglierlo si spinse
tanto tanto che cascò.

Sopra l'acqua, con quel fiore,
verso il mare se ne andò,
e anche lui, per il dolore,
dal Piemonte non to
rnò.

Aveva un bavero color zafferano
e la marsina color ciclamino,
veniva a piedi da Lodi a Milano
per incontrare la bella Gigogin.

Lei lo attese nella via
fra le stelle stringendo un fior
e in un sogno d
i poesia
si trovarono uniti ancor.

Ho voluto riportarlo per intero il testo della canzone, perché, grazie all'interpretazione di Lucia Mannucci e dei suoi compagni del Quartetto Cetra, la storia disgraziata di questi due innamorati divenne un piccolo grande capolavoro; la canzone conquistò l'animo di tutti gli ascoltatori della radio e i telespettatori, ogni volta che il gruppo si presentava sulla scena interpreti o ospiti di programmi televisivi.

I due coniugi Lucia e Virginio - ma questa è solo una notizia di cronaca - alla rispettabile età di ottantasette anni, incisero il loro ultimo disco dal titolo Capricci.
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marcello de santis

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