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lorenzo barbieri

Il sogno

1 Giugno 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                          

 

 

 

Il sogno era ricorrente. Non passava una notte senza che quella sensazione di vuoto non lo assalisse durante il sonno e, ogni volta, si svegliava nel cuore della notte in preda all’ansia e con il fiato corto. Il suo rapporto con Cecilia era finito ormai da oltre due mesi e, da quel giorno, si era presentato il sogno assurdo. Nel sogno lui camminava lungo una ferrovia e fin qui non succedeva nulla, poi, mentre lui proseguiva, all’improvviso i binari lo portavano in cielo, circondato da nuvole di ogni tipo e lui si sentiva leggero, non camminava sulle nuvole, ma sempre sui binari e questi erano sospesi nel vuoto,  ed era proprio quella sensazione di poter cadere, di precipitare al suolo da un momento all’altro che lo faceva destare. Stava cominciando ad avere paura di addormentarsi perché non voleva più provare quelle emozioni. Voleva andare da uno psicologo, ma lui era sicuro di sapere il perché di quel sogno. Doveva essere il distacco da Cecilia, quell’addio scandito l’ultima sera passata insieme, lo aveva lasciato privo di sicurezza, la solitudine della casa vuota lo faceva sentire a disagio e, da quel disagio, poi il sogno. Doveva a tutti i costi parlare con la donna che aveva diviso con lui parte della sua vita, sapere cosa faceva e soprattutto il motivo che l’aveva spinta ad abbandonarlo: aveva trovato un altro amore?  Possibile,  si chiedeva, non le bastava quello che lui le aveva dimostrato sempre e in ogni momento?  Come fare, non sapeva nulla più di lei, dov’era  e  cosa faceva. Dopo aver trascorso ancora molte notti insonni, l’ultima volta che si era addormentò, dopo aver lottato invano contro il sonno, si ritrovò come di consueto sui binari che si perdevano fra le nuvole; stava per provare la solita sensazione di vuoto, quando, fra le nubi bianche, in fondo all’orizzonte, apparve un puntino nero. Si avvicinava lentamente, e, man mano che veniva avanti, stava assumendo la forma di una figura umana. Lui, incuriosito da quella novità, si fermò a guardare. Quella che si stava avvicinando era una figura vestita completamente di nero. Un mantello con cappuccio che nascondeva la faccia. Quando arrivò abbastanza vicino a lui, con un senso di paura, si accorse che aveva le mani scheletriche, ebbe un moto di disgusto e un tremore lo prese improvviso, era la morte! Era venuta prendere lui?  Non era possibile, lui stava bene in salute, stava per obiettare, anche se sapeva bene che con quella signora in nero non si poteva discutere, quando arrivava, il tempo era finito. A un tratto la figura in nero abbassò il cappuccio che copriva il capo e apparve la faccia pallida e delicata della sua Cecilia. Aveva una faccia triste, gli occhi chiusi. Guidato dall’istinto e dall’amore che ancora provava per lei allungò una mano per accarezzarla, ma, come una bolla di sapone, la figura scomparve. A quel punto si svegliò e si ritrovò sudato e atterrito dalla piega che aveva preso il sogno. Dopo mesi di continue passeggiate sulle nuvole ecco che rivede la sua Cecilia. Pensò che proprio da poco aveva deciso di rintracciare la ragazza e ecco che lei appare nelle vesti della morte. Un lugubre presagio! Che significato poteva avere quel sogno cambiato improvvisamente, non lo seppe spiegare. Il giorno dopo, poco prima delle dieci di mattina arrivò una telefonata. Era la madre di Cecilia,  anche dopo la rottura lei aveva conservato un buon rapporto con quel ragazzo educato e sensibile. Lo avvisava della dipartita della figlia. La ragazza era morta, durante il ritorno dal lavoro, investita dal treno che tutti i giorni prendeva come pendolare.

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La scelta sbagliata

30 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                      

 

 

 

 

Partiti dalla lontana Scozia erano arrivati a Londra su una macchina sgangherata. Tutta la famiglia e tutti i beni  degli  ‘O Connor  erano su quella macchina.  Si erano decisi a recarsi nella capitale, causa la necessità di far iscrivere la figlia maggiore all’Università. Il capofamiglia, uomo diffidente e austero, dietro le continue insistenze della figlia spalleggiata dalla moglie, alla fine aveva ceduto e aveva acconsentito a intraprendere quel lungo e faticoso viaggio. Arrivarono di sera inoltrata, un tempo umido e freddo che aveva consigliato parecchi londinesi a restarsene in casa. Nonostante fosse venuto diverse volte in città, il signor ‘O  Connor  non conosceva bene le strade e, nel gelido silenzio di quella sera, si perse in vicoli oscuri. Si aggiravano spaesati in strade deserte e viscide di umidità. La loro meta era un albergo che avevano prenotato via internet, ma che al momento non riuscivano a trovare, unico punto di riferimento che avevano era che si trovava nelle vicinanze della torre sul London Bridge. Lasciarono il carro in un punto centrale, nei pressi di un incrocio dove erano a vista, qualsiasi emergenza poteva essere tenuta sotto controllo. Pensavano che, bene o male, in quell’incrocio qualcuno sarebbe passato. Il figlio maggiore e la madre  rimasero a fare la guardia, mentre il padre e la figlia s’incamminarono verso la torre che avevano avvistata da lontano, perché si stagliava alta nel cielo. Quello era il monumento da tenere presente nella loro ricerca. Sapevano che era al centro della città e, dirigendosi verso quel punto ,speravano di trovare risposte alla loro necessità. Il loro albergo era nelle vicinanze e non sarebbe stato difficile rintracciarlo. Per la cena non si preoccupavano, sul carro avevano tutto il necessario portato da casa, non valeva certo la pena spendere dei soldi per del cibo.  Arrivarono ad un punto dove bisognava attraversare una grande piazza. Per comodità di chi camminava a piedi, per evitare di incorrere in incidenti dovuti al traffico di auto, erano stati istituiti dei sottopassi, bastava scendere pochi scalini e percorrere un corridoio che si sbucava dall’altra parte, un percorso breve che alleviava i disagi di attraversare una piazza in mezzo al traffico. Padre e figlia adesso erano all’imbocco del sottopassaggio indecisi, non tanto la ragazza, ma l’uomo era fortemente propenso a non scendere sotto quel cunicolo oscuro. Erano fermi già da un po’, il timore del silenzio e di quel budello oscuro gelò l’entusiasmo di trovarsi  nella città simbolo della nazione.

"Dai papà scendiamo,  che problema c’è? Sono stati creati appositamente per farci passare le persone, per agevolare il passaggio verso l’altra parte della piazza, non ci può essere niente di male. Allora, cosa hai deciso, andiamo o torniamo  indietro?"

 

"Aspetta un momento figlia mia, non sono mica stupido,  so bene che è un sottopasso e a che cosa serve, ma tieni presente che siamo in una grande metropoli, è sera, il tempo è uno schifo, finora non abbiamo incontrato anima viva, possibile che sia una città deserta? Londra può essere tutto ma non è certo una città fantasma, le persone ci sono e a questa ora delle notte ci deve essere qualcuno per strada, no? Metti che sono là sotto aspettando chi passa per derubarlo? Non sto dicendo fesserie, ho letto molto su questi fenomeni. La sera, quando scende il buio, tutto rientra in una specie di coprifuoco, le persone sono a casa, i poliziotti hanno smesso il loro turno e quelli che delinquono ne approfittano. Senti, io là sotto non ci passo  va bene? Siamo venuti in città per degli impegni che dobbiamo onorare e ho addosso molti soldi, se ci rubano è finita, per me, per te e  per tutti. Visto che non c’è traffico, non dovrebbe essere complicato raggiungere l’altra parte. Perché non attraversiamo la strada, o quello che c’è da attraversare in superficie, così arriviamo lo stesso dove vogliamo?"

 

"Va bene papà, però tieni presente che non sono d’accordo, si poteva scendere tranquillamente.  Allora andiamo?"

I due si avviarono.  C’era una piazza molto grande da passare. Erano lì sul ciglio della strada, davanti a loro l’ampio spazio deserto della piazza, il selciato era lucido come se avesse piovuto e rifletteva la fioca luce dei lampioni.  Non avevano fatto nemmeno due passi verso il centro della piazza che improvvisamente alle loro spalle, provenienti da una via laterale immersa nell’oscurità, apparve un gruppo di uomini dalle facce patibolari. Messi alle strette e sotto la minaccia di coltelli, furono costretti a svuotare le tasche. Rubarono tutti i soldi che  aveva messo da parte per la figlia e se ne andarono soddisfatti del bottino. Ridevano in modo sguaiato  e uno di loro fra una risata e l’altra commentò ad alta voce:

"Ve lo avevo detto che conveniva aspettare qua e non là sotto, la maggior parte delle persone ha paura di entrare nel buio e sceglie di attraversare la piazza sicuri che all’aperto non può succedere niente di male, mentre noi, invece, li aspettiamo proprio qua."

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Lorenzo Barbieri, "Mariella"

24 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #lorenzo barbieri, #recensioni

 

 

 

 

 

Mariella

Lorenzo Barbieri

 

ilmiolibro.it, 2016

 

Argomento scabroso, quello trattato in Mariella di Lorenzo Barbieri: l’amore proibito fra un adolescente e una bambina di dieci anni.

Matteo è un ragazzo malato, figlio di genitori ricchi e assenti. Il padre è sempre lontano per lavoro, la madre lo ha abbandonato in un vecchio casale in decadenza, insieme a due coppie di servitori che lo crescono come un parente e mentono dicendogli che lei è morta. Matteo è una sorta di “giovane favoloso”, un ragazzo sensibile e malaticcio, dall’animo teso e turbato. L’incontro con Mariella, bambina precoce, smaliziata e lolita, lo indirizza sulla via dei sensi ma anche sulla strada del risveglio alla vita, alla salute e alla scoperta delle proprie potenzialità. Grazie alla nuova energia infusagli da Mariella, Matteo prenderà in mano le redini del casale e dell'esistenza di tutti i suoi occupanti. Ridimensionerà il ruolo dei servitori, riportandoli al loro posto ma concedendo loro l’affetto che meritano, riconquisterà l’attenzione del padre e rimetterà in sesto la tenuta. Avremo un lieto fine, quando finalmente i due cresceranno e ciò che era proibito non lo sarà più.

La struttura della storia mostra alcune lacune, soprattutto c’è il vicolo cieco della malattia di Mariella. La scoperta che la ragazzina è gravemente ammalata di cuore sembra presagire sviluppi futuri che non si manifestano. Da notare che la radice della parola “morbo” è la stessa di “morboso” e di morbosità nella storia ce n’è parecchia. La cardiopatia di Mariella fa da contraltare a quella di Matteo. I due giovani si riconoscono nella stessa patologia, nella bambina il protagonista trova una compagna di solitudine, di giochi, di sensibilità e anche di sofferenza fisica.   

Alcune tematiche sono simili a quelle presenti nell’altro romanzo di Barbieri, La buona vita: la scoperta della realtà agreste da parte di un ragazzo solitario, i primi turbamenti erotici, il contatto con persone semplici ma genuine. Qui, però, l’attenzione si focalizza sull’erotismo torbido che Mariella, nella sua ingenua impudicizia, è capace di scatenare. Ma l’eros, come abbiamo detto, non è una pulsione negativa, se ben incanalata e indirizzata.

Purtroppo lo stile non è all’altezza del contenuto.  

 

 

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Il colonnello

21 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

                                      

 

 

 

 

 

Il colonnello in pensione Francesco Solimene, dopo il riposo pomeridiano, si era rinchiuso nel suo studio, come succedeva ormai da cinque anni, da quando aveva deciso di scrivere le sue memorie. Era stato messo a riposo senza poter raggiungere il grado di generale, ma confidava che, fra non molto, dopo la pubblicazione del suo romanzo autobiografico, l’alto comando doveva riconoscere per forza i suoi meriti. Passava i suoi pomeriggi a scrivere, pagine e pagine, di ricordi, aneddoti, scene di battaglie da lui vissute in prima persona, una vita piena di avventure, sapeva che il libro che si stava formando era qualcosa di buono che poteva scuotere le coscienze  dei futuri lettori. La moglie s’irritava nel vederlo sempre chiuso in quello studio polveroso, pieno di libri e di cimeli, la sera, quando lui usciva per la cena, la stanza era avvolta in una fitta nebbia dovuta ai pestilenziali sigari che lui fumava di continuo, si giustificava dicendo che lo aiutavano a concentrarsi e a ricordare.

 

"Francesco, vieni a tavola, è ora di cena!"

 

La moglie passava e dava dei colpi alla porta per richiamarlo alla realtà. La voce del colonnello confermava di aver sentito. Quella sera invece nessuna risposta arrivò dall’interno, era la prima volta che il rituale serale era infranto, Adele, la moglie, tornò indietro sui suoi passi e bussò ancora una volta alla porta:

 

"Francesco per favore adesso basta, vieni fuori, la cena si raffredda!"

 

Nessuna risposta, allora Adele, infastidita, senza bussare aprì per entrare, ma, nello stesso istante, il colonnello stava uscendo: i due si scontrarono e Adele, irritata, lo redarguì.

 

"Ti rendi di che ore sono, sei chiuso là dentro da quasi sei ore, non ti sembra di esagerare? Adesso vai a cambiarti, per favore, perché puzzi come una fumeria d’oppio, non ti voglio a tavola così conciato, sbrigati che la minestra si fa fredda."

  

"Calmati Adele, se oggi ho tardato è per un buon motivo, tranquilla non si ripeterà più un evento del genere."

 

I due si ritrovarono a tavola, cenavano sempre da soli, i figli preferivano uscire e mangiavano fuori, i giovani non intendevano passare le loro serate ad ascoltare le memorie del padre, era diventata una ossessione, racconti sentiti centinaia di volte, erano stufi.

 

"Bene!" esordì Adele, versandosi un bicchiere di vino: "Allora sentiamo come mai hai fatto così tardi, cosa c’è di diverso da ieri? Avevi difficoltà a ricordare qualche dettaglio che ti era sfuggito?"

 

"Per cortesia, risparmiami il tuo sarcasmo, donna, è fuori luogo e lo sai, io ricordo tutto e fin nei minimi particolari, il motivo è un altro ed il più importante di tutti."

 

"Addirittura!" esclamò lei, sorridendo "che sarà mai?"

 

"Voglio sorvolare su queste tue battute infantili e ti annuncio che finalmente il libro è finito! Ho terminato, da domani, spero sarai contenta, sarò libero. Ora non mi resta che passarlo all’editore e, fra non molto, il pubblico potrà godere della mia opera."

 

"Sei proprio sicuro che un editore voglia pubblicarlo, caro? Dopo quello che abbiamo sofferto con la guerra, credi ci sia chi è interessato a rivivere quei giorni nefasti?"

 

"Non fare la solita disfattista, ti prego, sarà un successo, la guerra è appena accennata, funziona da sfondo alle vicende, si parla invece d'eroismi, di coraggio, di vita militare, dell’onore dei nostri soldati e dei nostri generali."

 

"Ah!" fece lei con una smorfia: "Se si tratta di questo, ci sarà da divertirsi. Allora, hai deciso a chi lo proporrai, o dovrai fare tante copie da distribuire a tutte le case editrici?"

 

"Non c’è bisogno, ho dove mandarlo, un capitano, vecchio commilitone, ha aperto un’attività in questo settore, non potrà rifiutarmi questo favore, non farà nessun'obiezione, l’opera merita, basterà leggerla. Domani mattina stessa farò una copia e la porterò io di persona, voglio parlare con lui da vicino."

 

Lo studio del dottor Latessa, ex capitano di fanteria agli ordini del colonnello, era situato nella parte terminale di un grande salone, dove numerose scrivanie accoglievano gli impiegati. Al riparo della porta chiusa i due parlavano animatamente, il colonnello era agitato, non si rendeva conto delle ritrosie dell’altro nell’accettare il suo manoscritto. Possibile che non cogliesse il valore di quell’opera che era costata anni di lavoro e di sacrificio personale?

 

"Armando, perché continui a tergiversare? Cosa c’è che non va nel mio scritto, ha tutti i requisiti per diventare un best-seller, dovresti essere felice, potrai fare un bel po’ di soldi, non è questo il tuo intento o sbaglio?"

 

"Colonnello, deve capire che non è così semplice, ancora non ho letto la sua opera e quindi per logica non posso dire se vale la pena investire, perché di questo si tratta, fare un investimento al buio. 

Dal suo punto di vista, i ricordi militari sono importanti per lei, ma potrebbero non esserlo per gli altri, i giovani d'oggi le risulta abbiano interesse a leggere cose di questo genere? Non sanno nemmeno cosa sia la guerra, hanno abolito anche la leva, figuriamoci. Il suo libro potrà essere anche un capolavoro letterario, ma è fine a se stesso, capisce cosa voglio dire?"

 

"No, non credo, se è un buon libro, perché non pubblicarlo allora?!"

 

"Come faccio a spiegarle, ok, diciamo che lo pubblichiamo, è ha anche un discreto riscontro di pubblico, poi che succede… che magari vogliono leggere altre cose di quest'autore, lei ha per caso un altro libro pronto o è in grado di scriverne un altro in breve tempo? Il guadagno per un editore è sulla continuità, non sul caso singolo."

 

"Certo che no, ho impiegato cinque anni per completare questo, poi non saprei cos’altro scrivere, non sono mica uno scrittore professionista!"

 

"Ecco, vede, questo è il punto, sa quanti manoscritti arrivano ogni giorno sulla mia scrivania? Centinaia!  Presunti scrittori, gente che, dopo anni, come lei, crede di aver scritto chissà cosa. Tutti vogliono pubblicare, per orgoglio personale, per speranze nascoste di far soldi, per prestigio e per tante altre ragioni, se dovessi consumare carta, personale e tempo per stamparli tutti, avrei chiuso, ancor prima di aprire questa attività. Mi ascolti, colonnello, sia lieto che ha potuto mettere su carta le sue memorie, sarà un'eredità da lasciare ai nipoti, se vuole pubblicare, oggi ci sono i mezzi per poter fare da soli, basta davvero poco per avere fra le mani un bel libro. Sono stato felice d'averla rivista, ma proprio non posso soddisfare la sua richiesta, spiacente!"

 

Il colonnello Solimene restò seduto come impietrito, non mosse un muscolo, solo un tic all’occhio destro denotava la sua irritazione, dentro di sé sentiva salire una collera verso quel piccolo insignificante omuncolo che aveva osato rifiutare la sua opera. Dopo alcuni minuti di silenzio si alzò con sussiego, in silenzio raccolse lo scritto che giaceva sul tavolo e, a spalle dritte, uscì dalla stanza senza guardarsi indietro.

Giunto in strada, dovette fermarsi per un leggero malore che lo colse impreparato, si sentì mancare, restò ad ansimare per un po’ poi si riprese e, nel primo cestino che incontrò, buttò la cartella con il suo scritto, proseguì verso casa, ma il suo sguardo era velato da grosse lacrime.

 

 

 

 

 

 

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Un mondo diverso

19 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                                    

 

                                                   

 

La telefonata mi giunse proprio nel mezzo della più importante riunione di lavoro che avessi mai avuto. Erano presenti nella sala congressi sei rappresentanti d'altrettante nazioni, ascoltai le poche e crude parole che mia madre disse al telefono: "Tuo padre sta morendo vieni subito."

Subito dopo il silenzio e il segnale  d'occupato aveva già riagganciato! Sono rimasto lì in piedi sotto gli occhi stupiti dei miei ospiti che avevano visto sul viso l’accavallarsi d'ombre e il pallore che per poco non mi fece svenire. Mio padre, l’unica persona al mondo capace di capirmi, che mi aveva seguito fino al posto di prestigio che occupavo, stava per lasciarmi. Mia madre, come sempre, era stata laconica e fredda, le emozioni per lei non si dovevano esternare, in nessun modo, in nessun'occasione, era disdicevole diceva lei, sempre impettita e sicura di sé. Chiusi il telefono e, con un sospiro che riuscì a tenere dentro anche le lacrime, mi rivolsi alla platea che attendeva le mie decisioni.

 

"Signori! Vogliate scusare l’interruzione, una cattiva notizia non si accoglie mai con indifferenza, ma non per questo dobbiamo interrompere la nostra discussione, se non erro eravamo al momento di  tirare le somme. I fatti sono stati esposti, ora la parola passa a voi."

 

Rassicurati dalle mie parole, i presenti si rimisero a parlottare fittamente fra loro, mentre io cercai mentalmente di isolarmi per pensare a mio padre. Dovevo assolutamente uscire da lì e correre verso casa. Mi guardavo intorno e, a stento,  le riconoscevo, persone tanto importanti da decidere delle sorti di milioni d'individui con le loro manovre economiche. Io ero il collante, quello che avrebbe dovuto tenere unita quella banda di sciacalli affamati di potere. Per fortuna, nel giro di dieci minuti eravamo già alle strette di mano e ai saluti. Usciti tutti, ero già pronto con le chiavi della macchina in mano per partire.

Arrivai a casa a tempo di record, mia madre mi accolse con una faccia da funerale che non esprimeva nessun sentimento. Si limitò ad un cenno del capo e io la lasciai nella sala insieme alle signore che erano venute a far visita di circostanza. La casa era in penombra, luci soffuse e un gran silenzio opprimente mi accolsero. Uno strano odore mi colpì con violenza, un profumo dolciastro, sgradevole, mi  ricordava il giorno che morì il nonno, l’odore  dei fiori sparsi per la casa, tutte quelle corone avevano impregnato l’aria di un miscuglio di profumi da rendere la stessa irrespirabile. Adesso lo sentivo ancora, ma mio padre non era ancora morto, almeno speravo che non lo fosse, dovevo vederlo, volevo farmi sentire da lui, stringere la sua mano, tenergli compagnia mentre se ne andava. Non poteva andarsene da solo, con la moglie in salotto e lui solo, nell'attesa degli angeli per portarlo via. Entrai in punta di piedi in camera e lo vidi, il viso cereo, respirava lentamente, ad occhi chiusi, rialzato sui cuscini, le mani abbandonate sul letto.

Mi avvicinai e mi sedetti su una sedia accanto a lui, gli presi una mano, era gelida. Mi chiesi perché l’uomo è costretto a sottoporsi a questa tortura di una morte lenta e dolorosa. Uno strazio inutile sia per chi deve andarsene, sia per chi assiste al disfacimento e al distacco dell’anima dal corpo.     

Al contatto della mia mano aprì gli occhi e abbozzò un timido sorriso verso di me.

 

"Ciao, figliolo, mi fa piacere vederti, spero di non averti disturbato nel tuo lavoro. Il tuo mondo non concede tregue."

 

"Cosa dici, papà, stai tranquillo, sono qua, vicino a te, non me ne vado."

 

"Lo so figlio mio, lo so!  Ti conosco bene e sono sicuro del tuo affetto… Tu, piuttosto… Non devi dubitare del mio, anche se negli ultimi tempi non sono stato molto presente al tuo fianco… Non ho mai smesso di seguirti e di volerti bene.

Ascoltami figlio, non ho molto tempo, ancora… Ascolta la voce di chi sta per partire per il viaggio senza ritorno, lasciando il suo respiro fra le tue mani, gli occhi mi si velano dal dolore … le ombre della notte… si avvicinano.

Spero…. di avere il tempo per spiegare…. la delusione che spesso ho visto nei tuoi occhi, lo so… non sempre sono stato all’altezza del compito di genitore. E’…. un impegno gravoso… e spesso mi sono arreso… davanti ai mulini a vento del potere. Non ho saputo reagire… con decisione e fermezza… alle ipocrisie della vita. Ti prego… ora che il tempo… sta per finire, perdonami! Adesso e non domani, tieni la testa eretta e guardami negli occhi, non vale la pena piangere per ciò che è… per ciò che deve essere."

 

Qui si fermò per lo sforzo e sentii il rantolo del suo petto farsi più forte, poi riprese a parlare, mentre io non avevo la forza di aprire bocca.

 

"Prima di andare via, però, vorrei raccontarti, delle frustrazioni. della fame sofferta in silenzio... della rassegnazione… dei miei sforzi per spingerti avanti… con le poche forze disponibili.  Perdonami, figlio mio… ecco che  viene il buio, lo sento fra noi... avverto la presenza ostile, con le sue mani di gelo… strappa ad uno ad uno i fili della vita, ma non posso andarmene adesso… devo ancora parlarti del mio mondo… dove grandi e diverse erano le piccole cose. Vorrei parlarti di sogni perduti... di amici sinceri... del profumo del pane caldo e  anche … di lievi carezze d’amore… ma, ma ormai… non c’è più tempo. Solo un ultimo consiglio… se posso! Cerca di usare nel migliore dei modi… quel meraviglioso dono… che ogni uomo possiede, la libertà dell’intelletto, che va oltre la vita, oltre la morte, oltre il ricordo... delle semplici parole.

Addio, figlio mio. Chiudimi gli occhi su questo mondo così… così… diverso!"

   

Sorrise, mentre il respiro si fermava e giacque inerte fissando il cielo che s'intuiva dietro la finestra, lo stesso cielo dove lo avrebbero portato gli angeli inviati proprio per lui.

 

 

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Una storia molto romantica

17 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

                                             

 

Hotel Excelsior di Roma. Un evento speciale di grande risonanza. Sono presenti nel grande salone delle feste tutte le più alte autorità in campo politico, dello spettacolo, dell’aristocrazia e dell’alta borghesia cittadina. Una serata di beneficenza per una raccolta fondi da destinare ad una delle tante organizzazioni umanitarie sparse per il pianeta. Nella sala spiccano le donne fasciate in abiti impossibili, donne mature, vere matrone cariche di cellulite e cerone con al seguito le loro figlie che non sono da meno. Ce ne sono di ogni tipo, da quelle ossute e compunte, capelli tirati indietro e pelle pallida. Sedute sui divani con aria di sufficienza, come se per loro stare lì fosse una gentile concessione. Altre, grasse oltre il limite, che già stando ferme a chiacchierare animatamente sudano, con conseguenze nefaste per i loro vestiti. Al centro della sala poche coppie di anziani ballano, seguendo la musica di un complesso messo sul lato opposto al buffet. La serata non decolla, c’è un‘aria di stanchezza fra gli invitati, gente abituata a fare di queste serate il loro passatempo preferito. A certi livelli farsi vedere e presenziare ad avvenimenti del genere è obbligatorio. A un certo punto della serata arriva lui. Appena mette piede nella sala si nota un certo risveglio da parte delle matrone che cominciano a darsi di gomito. Indirizzano i loro sguardi verso il nuovo entrato. Un giovane dall’aspetto fascinoso, lo smoking che indossa gli sta a perfezione, mette in evidenza spalle larghe, muscolose. Su un giro vita piatto e sodo. Il viso leggermente abbronzato, la mascella squadrata volitiva, i capelli neri corvino lucidi e appena mossi. Procede con un passo lento e misurato, i suoi occhi scuri con riverberi d’acciaio scrutano l’ambiente come una pantera che cerca la sua preda. Le madri, ancor prima delle figlie, lo divorano con gli occhi e non sono poche quelle a cui sfugge un sospiro. Lui passa lentamente guardando e facendosi guardare. Ha in mano un flute di champagne. Finalmente arriva dall’altra parte della sala dove incrocia lo sguardo di un esemplare femminile che attira il suo interesse. In quel grigiore assoluto lei splende di colore e vitalità. Una ragazza alta, formosa, inguainata in un lungo abito verde smeraldo che le sta come un guanto. Non è vistoso, ma attira per ciò che copre. Una leggera scollatura evidenzia un solco fra due splendide rotondità color avorio. Ha un viso da bambola, due gote pronunciate e due meravigliosi occhi verdi. I capelli sono tirati su mettendo in evidenza un collo eburneo con degli incavi che inducono a pensieri lascivi.

I due si guardano, sono attratti uno dall’altra. Lui fa la prima mossa, si avvicina e le parla.

 

 "Buonasera signora, vuole essere così cortese da concedermi il prossimo ballo?

 

Lei lo guarda per un attimo poi con un sorriso risponde: "Signorina, prego,  sì, credo di poter accettare il suo invito, se intanto vuole essere così gentile da prendere ancora dello champagne."

 

"Lo consideri già fatto, signorina, mi perdoni,è che mi pare strano che una bella donna come lei non abbia trovato ancora un uomo degno di accompagnarla."

 

"È gentile a dirlo signore, ma è così."

 

Lui si allontana per prendere due flute, mentre lei resta pensierosa, un dubbio le attraversa la mente. Lui ritorna e lei si fa trovare pronta per un ballo. Bevono, poi si buttano in pista. Il valzer non è  proprio un ballo adatto, ma si adeguano e portano a termine i loro volteggi. Lui la invita fuori al terrazzo per bere in pace.

In precedenza aveva fatto preparare, dietro lauta mancia, un tavolino in un angolo del terrazzo, dal quale si ammirava  lo splendido panorama di Roma.

 

"Venga, mi sono preso il permesso di far preparare un tavolino apposta per noi per restare più tranquilli."

 

"Grazie, vedo che non perde tempo lei, mi sa che è un gran rubacuori. Comunque, preferisco restare qui all’aperto, almeno si respira, là dentro era diventato impossibile con tutte quelle cariatidi. Senti che ponentino!"

 

I due si siedono e lei come prima cosa si toglie le scarpe, lui ride, comprende le difficoltà femminili. Restano in silenzio per un po’, lei ha la mano sul tavolino, lui si abbassa a sfiorarla con la sua e lei non si ritrae. Le mani restano unite, poi lei dà un’occhiata al piccolo orologio che indossa e sbotta.

"Senti, che ne dici se la finiamo co sta pagliacciata, per me è durata pure troppo, se dovemo andà, andiamo e togliamoci sto pensiero."

 

"Cosa dice? Non la riconosco più, signorina… a proposito ancora non mi ha detto come si chiama, non posso chiamarla sempre signorina, avrà un nome."

 

"Certo, io me chiamo Anna Tiburzi, pe ‘ll’amici  Annarella, in arte Magda. E tu, come te chiami, bel moro?"

 

"Vuol dire, forse, che lei è una… come dire, una escort?"

 

"Sì, bello, dillo pure, tanto nun m’offendo, so na mignotta e allora? Che te credevi? Ma dico io, tu pe farti na scopata stai tanto a fa er damerino! Quanto ti è costato sto tavolo qua fori, li potevi sparagnà me li devi a me, era mejo!"

Viè qua moro, fatte dà n’occhiata un po’ meglio, me sa che pure tu, sei un gran paraculo."

 

"Cosa dice, Magda?!"

 

"E falla finita, no! Mi sembravi na faccia conosciuta, quando ti ho visto mi sembravi una faccia conosciuta, ora che te vedo meglio mi sa che sei, Giggi er divo, ti sei tagliato i baffetti, perciò mi sono confusa. Tu guarda proprio te dovevo incontrà, la serata la posso dì sprecata, tutto sto lavoro per niente, che te possino!"

 

"A bella, credi che per me non nu è lo stesso? Un sacco de soldi spesi a voto. Se vede che attiriamo, ma lo dovemo fa con l’antri, no fra de noi. Ora però, mi sa che è mejo c’alziamo i tacchi, prima che questi ci vengono a chiedere la donazione obbligatoria pe la loro causa, che poi manco l’ho capita qual è."

 

"Hai ragione,  damose! La serata la potemo finì da sora Titta co na bella matriciana, però famo a mezzo, eh?"

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Asfalto

15 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto, #il mondo intorno a noi

 

                        

                                                         

 

Patrizia abitava in una delle periferie più degradate della città. Un casermone di sei piani dove gli inquilini erano tutti degli emarginati dalla società. Un insieme di umanità che sopravviveva alle insidie della vita di tutti i giorni trovando il modo di tirare avanti, anche ai margini della legge. Al secondo piano c’era una famiglia di emigrati dal sud che dovevano trovarsi già al nord, ma per una serie di circostanze sfavorevoli si era  dovuta fermare ed ora erano inchiodati in quella specie di torre di dannati aspettando il giorno di una improbabile partenza. Una vita precaria sperando in un cambiamento che tardava ad arrivare. Il primo piano era stato occupato da due donne anziane; rimaste sole senza l’apporto delle famiglie, si erano unite per dividere la loro solitudine, per quanto la vita fosse difficile in quei posti, nessuno faceva mancare un aiuto alle due sventurate vecchiette. L’ultimo piano invece era dominio assoluto di un gruppo di sbandati di varie nazioni, un marocchino, due senegalesi, un eritreo e quattro rumeni. Pur avendo lingue e usanze differenti, la necessità di avere un tetto sopra la testa aveva costretto tutti a una sorta di armistizio e, nelle loro diversità, il sodalizio razziale funzionava. Patrizia era quella che abitava con i genitori al terzo piano, un piccolo appartamento di due camere con cucina e servizio. Il padre era un tuttofare che sbarcava il lunario andando a cercare lavori che nessuno voleva accollarsi. Un brav’uomo, prigioniero di un destino che lo aveva visto soccombere quando gli era stata diagnosticata una malattia che lo aveva reso inabile per la società per la quale lavorava. La madre, isterica e complessata, si arrangiava con lavori di sartoria. La maggior parte dei suoi clienti erano gli stessi inquilini e quelli dei caseggiati limitrofi, che ricorrevano a lei per rivoltare abiti, aggiustare e salvare il salvabile. Si era assunta il compito di fare le pulizie nell’immobile, impresa ardua perché non c’era lavoro che potesse togliere le tracce della miseria e dello squallore dai muri incrostati. Le case popolari non brillavano certo per pulizia e la manutenzione era una chimera che tutti inseguivano e nessuno riusciva ad afferrare. Patrizia aveva cercato di andare a scuola, ma, arrivata alla licenza media, si era dovuta arrendere, non era stato possibile andare avanti, ora vagava fra il divano, il letto e un telefonino rimediato chissà come. Di sera usciva con quelle sue improbabili minigonne che la madre riusciva a cucirle, le t-shirt le comprava al mercatino dei neri a un euro l’una. Era ormai maggiorenne e poteva andare in locali che le davano l’illusione di vivere una vita normale. Molte volte era stata vista in compagnia dei ragazzi dell’ultimo piano andare in locali di infima classe e, giorno dopo giorno, la sua vita continuava come in una nebbia, in un sogno confuso fra illusione e realtà. Non aveva un presente degno di essere vissuto né poteva sperare in un futuro diverso. Era una ragazzotta in carne, non bellissima ma graziosa, gioviale, esuberante e sempre pronta a buttarla in caciara. Un fisico prorompente a volte volgare, ma che attirava le fantasie maschili come un fiore attira le api. Una sera fu invitata a salire con i ragazzi di colore su all’ultimo piano per stare un po’ insieme. Un bicchierino, una fumatina, uno scherzo e una mano che s’insinua fra le cosce, un rilassamento ed ecco che su di lei ombre nere si alternano, prima una sottile, evanescente, poi una massiccia e dolorosa, poi un’altra, un’altra ancora, ancora una. Il dolore prevale e il risveglio, crudo, bestiale. Un giro con lo sguardo intorno, corpi nudi, vede nero, tutto nero, la vista è ancora incerta, ma nella nebbia della sua mente una fievole luce, quella di una finestra che dà sulla strada, un pensiero veloce, un balzo, il rumore di vetri infranti e il fresco della notte che s’impossessa di lei, leggera, le sembra di volare, ebbrezza di un breve attimo poi una visione, qualcosa che conosce bene, l’asfalto. Quell’asfalto screpolato e sudicio che, da quando è nata, lei ha calpestato davanti casa sua. Lui è lì che aspetta nella sua immobilità fra rifiuti, crepe come ferite e liquidi, come quelli color rosso sangue che, escono dal suo corpo disteso sull’asfalto che, avidamente, ne assorbe la vita.

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Un nuovo colloquio e Il tempo felice

13 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #poesia

 

 

 

 

UN NUOVO COLLOQUIO

 

Per non essere seppellito

Dalle suadenti parole

Di gracchianti mostri colorati

In questo mare di vacue immagini

E suoni ossessionanti

Io naufrago senza isole

Rievoco i tormentati anni

Dell’utopia sessantottina

Per dare un senso

Al tempo della mia vita

Quando il pensiero era una musica

E le parole un coro.

Per risvegliare nel cuore

Imborghesito dalla monotonia

Un nuovo colloquio

con quanto ancora c’è di buono

di concreto e di vivo

al di là del buio colpevole

dei nostri occhi silenziosi.

 

 

 

IL  TEMPO FELICE

 

I poeti che hanno vissuto il sessantotto

il sessantanove

E tutti gli altri anni

Che si sono succeduti tutti uguali

Tutti inutili, inconcludenti e deludenti;

i poeti di quella generazione

che hanno sopportato anni di piombo

terrificanti e troppo pesanti

per le loro grandi e fragili idee;

questi uomini dal libero pensiero

nonostante abbiano dovuto indossare

nuovi abiti di perbenismo

sono rimasti ancora insieme

a ricordare, a dialogare, a dissertare

sul bello e sul brutto

di un tempo ormai lontano

dove nascevano sogni e utopie

fra le massime di Mao

e le canzoni di Bob Dylan.

Questi uomini

Non possono dimenticare la fiamma

Che bruciava nei loro cuori

I carri armati di Praga

Il primo uomo sulla Luna

Ma soprattutto non vogliono

Rinunciare alla nostalgia

Del loro tempo felice

Assurto agli onori della storia.

 

 

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L'ultima lettera

11 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                            

 

 

 

Ciao, ragazzo mio

 

Lo so tu e la mamma state attraversando un momento di sbandamento e di difficoltà, in questo periodo di annientamento della ragione. La mia assenza si sta prolungando oltre il previsto e di questo sono dispiaciuto, non sai quanto vorrei tornare presto da voi per affrontare insieme questo destino avverso. Mi chiedo se siete rimasti nella casa in città o siete andati dai nonni in campagna, io vi avrei portato là, almeno da quelle parti c’è una calma relativa ed è più facile sopravvivere. Ti ricordi, figliolo, quando ci andavamo la domenica? La nonna ci preparava sempre la pasta  fresca e le verdure dell’orto riempivano gli occhi e la pancia. Immagino che, a parte qualche ristrettezza, non deve essere cambiato molto a casa loro, in città, immagino, invece, i problemi sono enormi. Dove mi trovo io, non è poi tanto male, siamo in tanti, forse troppi, ammassati nello stesso spazio, l’igiene è scarsa, non possiamo lavarci molto, ma nonostante tutto non soffriamo di malattie, credo che sia proprio lo sporco che ci protegge, abbiamo tutti una patina di sudiciume addosso che ci preserva da tante malattie, se si muore non è per questo motivo. L’abbigliamento è uguale per tutti; un bel pigiama a righe che era stretto quando  lo hanno distribuito, ma che adesso va largo a tutti. Non parliamo di me, io tiro avanti sorretto dalla speranza di rivedervi. Le notizie qui sono scarse e non sappiamo gli sviluppi degli eventi. Ti ho lasciato solo un anno fa, mi ricordo che eri un ragazzino vivace, sveglio e capace di capire al volo gli eventi nefasti che stavano per investirci. Ora dovresti essere cresciuto e non solo in età, ma anche più maturo, nella mente e nel comportamento. La vita ti ha costretto a crescere troppo in fretta, adesso sei tu il responsabile della famiglia in mia assenza, bada a tua madre, so che lei è forte, ma è sempre una donna e, alla lunga, potrebbe cedere, tocca a te sorreggerla e rincuorarla, che non si dia pena per me, io tengo duro, non sono solo, con me ci sono molti amici, ho trovato anche dei paesani, siamo uniti e, come sai, l’unione fa la forza. Ben presto tutto questo finirà, dovrà pur avere una fine.  Allora ci rivedremo, sono sicuro che al mio ritorno non troverò più un bambino ma un uomo, e sarò fiero di te.

Devi dire alla mamma che qui il cibo non è abbondante, ma è sufficiente per tenerci in forze. C'impegnano in lavori di scavo. Lei sa che a questa attività sono abituato, ho sempre fatto questo nella mia vita da contadino, ho scavato buche per alberi, ho zappato per togliere le pietre che impedivano la coltivazione, ho scavato per creare canali d’irrigazione e ho scavato fosse per seppellire i miei cari, adesso scavare buche nei cortili non mi dà nessun problema. Quello che manca è un po' di libertà in più, ma del resto non si può chiedere troppo, sai che  i militari sono obbligati ad obbedire agli ordini dei superiori ed io sono sempre stato uno ligio al proprio dovere. Noi povera gente siamo nati per obbedire, poco importa chi comanda, per noi non cambia nulla.

Figlio mio, la lontananza è l’unica cosa che mi fa star male, passi la mancanza di libertà, il cibo, il filo spinato, la rete metallica che circonda il campo e tutto il resto, quello che mi addolora maggiormente è sapervi lontani e in balia d'eventi più grossi di voi. Non possiamo ricevere posta, altrimenti avrei voluto sapere di voi, tutti i giorni, avrei ricevuto nuova forza dalle vostre parole, per andare avanti.  Niente e nessuno avrebbe fermato la volontà di sopravvivere a tutto questo. Questi che ci tengono qui, in questo recinto come polli in un pollaio, sanno cosa fa male all’uomo, non la fatica, non le sevizie, non la paura, ma la mancanza di notizie dei propri cari. Questa privazione influisce sullo stato d’animo, così hanno buon gioco sulla volontà, l’uomo è capace di resistere a tutte le angherie possibili, ma non alla lontananza degli affetti familiari. Io cerco di rimanere sereno, affidando alla carta i miei pensieri, anche se penso che questi non arriveranno mai nelle tue mani. Vorrei essere capace di collegarmi con te telepaticamente, per farti sapere di me e per conoscere le vostre pene. 

Nei quartieri, dove siamo alloggiati, le persone vanno e vengono, c’è un continuo alternarsi di uomini, vengono ogni giorno dei nuovi e vanno via dei vecchi, non si riesce a fare amicizia per più di due tre giorni che già vanno via. Per non creare disagio a chi va fuori, prima di farli uscire li portano a lavare, perché la puzza che abbiamo addosso si sente anche da lontano. Li vedo, quando si avviano verso le docce, una costruzione robusta di mattoni, un vero lusso in questa fetta di terra deserta dove, a occhio, l’orizzonte non offre che cielo e una lunga distesa d'erba. Dopo le docce non tornano certo indietro per sporcarsi di nuovo,  penso li facciano uscire dall’altra parte, perché quelli che entrano non si vedono più. Sono davvero fortunati quelli destinati alle docce che rispondono all’appello la mattina. Io non sono stato chiamato ancora, chissà, quando sarà il mio turno, spero presto anche perché la puzza mi si è attaccata addosso e comincia a darmi molto fastidio.

Caro ragazzo, se mai un giorno dovessi leggere questa lettera, ricorda che solo l’amore per te e per la mamma mi ha tenuto in vita, non sono un eroe che non ha paura di nulla, sono soltanto un uomo che si è trovato, suo malgrado, invischiato in qualcosa e che anche adesso, dopo anni, ancora non ha capito nulla. Sono un uomo che è stato strappato all’amore della sua donna e all’affetto del figlio, in nome di un’assurda concezione di potere da esercitare su interi popoli. Sono sicuro che, quando tutto sarà finito, si ritornerà a come stavamo prima, come se niente fosse accaduto. Si ricorderanno i giorni tristi che stiamo vivendo e le vittime di questa follia, e allora dovranno essere gli stessi popoli, a unirsi e promettere reciprocamente di non ricadere nello stesso errore.  

Abbi cura di te figlio mio e non lasciarti prendere da pensieri di vendetta o di rivalsa, lascia andare chi grida e incita a prese di posizione. Come sempre succede, l’acqua del fiume scorrerà eterna, anche quando incontrerà ostacoli sul suo cammino, troverà sempre il modo di passare e continuare la sua corsa verso la libertà del mare infinito. Addio e possa, chi ha il potere di farlo, benedire il tuo cammino e salvaguardare la tua vita. Tuo padre  Francesco che ti ama tanto.

 

Dachau 22 Aprile  1943 

    

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Risveglio

9 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                           

 

 

 

Sono nervoso e infuriato a causa di una lettera anonima che mi hanno recapitato a mano. L’ho trovata questa mattina sulla mia scrivania in ufficio. Dopo averla letta il sangue mi è affluito alla testa, stavo per esplodere, poi mi sono messo a pensare chi poteva essere tra i miei colleghi l’autore di quella missiva, qualcuno che ha del risentimento verso di me. Deve essere per forza uno di loro, uno che è nella cerchia dei miei cosiddetti amici. Nessuno estraneo poteva avere la possibilità di entrare e mettere la lettera proprio sulla mia scrivania. Li ho ripassati nella mia mente, uno alla volta e, analizzando i loro comportamenti, tutti sono compatibili con questa azione infame che è stata compiuta.

Sono in macchina sulla tangenziale e corro come un pazzo. Non vedo l’ora di arrivare a casa per parlare con mia moglie su quanto riportato nella lettera. E’ scritto che mi tradisce, con un tale che non conosco, un dentista. Come può essere accaduto, lei non è mai andata dal dentista, ha i denti in ordine e anche tutto il resto.

È giovane, bionda, bella da togliere il respiro, io sono fortunato che abbia scelto proprio me come suo compagno di vita. La sua bellezza certo mi ha fatto penare, ma devo dire che fino ad oggi non ho avuto motivo di dubitare di lei.

Il traffico è scarso e spingo sull’accelleratore.  

Ad un tratto, davanti vedo come un velo bianco che m'impedisce la visuale, lascio il volante per schiarirmi gli occhi, ma il bianco non se ne va, diventa ancora più intenso, quasi abbagliante. Ogni rumore è scomparso, non sento più il motore della macchina, solo un silenzio irreale, volteggio come un uccello, ma non vedo l’azzurro di un cielo dove potrei volare. Solo bianco e silenzio, sono come sospeso nel vuoto, non sono seduto, né sono in piedi, come faccio a mantenermi, non ho nessun riferimento di dove mi trovo.

Non ho la sensazione del tempo che passa, questo bianco che mi avvolge è l’unica cosa che riesco a percepire. Sto ancora cercando di capire qualcosa, quando, improvvisamente, nel bianco si crea una specie di fessura, uno squarcio come lo strappo in un lenzuolo; attratto da quel buco, che si presenta nero, mi avvicino con lo sguardo che entra in quel nero,  man  mano si allarga, si allarga fino ad inghiottirmi. Ora sono nel buio più completo, sono passato dal bianco al nero totale, mi preoccupa non poco questo cambiamento, sembra che il nero aiuti la mia memoria, sono cosciente e ho una vaga sensazione di sapere chi sono. Il nero mi aiuta a pensare e nella mia mente ritorno ad un momento prima dell’apparizione del bianco in cui sono stato avvolto. Il tempo trascorso fra i due colori è stato, a mio giudizio, di pochi minuti e anche adesso, che sono al buio, penso che non siano passati che pochi secondi e già un bagliore si fa strada nell’oscurità, un barlume di luce normale, chiara, calda come quella di un raggio di sole. Da quella parte entrano anche dei suoni indistinti, sembrano parole, dei lievi sussurri come di gente che parlotta sottovoce, i miei occhi si abituano alla luce e riesco a distinguere delle ombre, sagome di persone, chi sono!

Come possono trovarsi davanti a me che sono in macchina sulla tangenziale? Il ricordo si fa sempre più nitido, sono io, Giorgio, e sto correndo verso casa, come faccio a vedere delle persone invece della strada? Ho la mente confusa. Una delle ombre si avvicina al mio viso, quasi mi sfiora con la punta delle dita, avverto una scossa, la mano è fredda, mentre io sono caldo, volgo lo sguardo intorno e il cerchio di luce si apre ancora di più. Altre sagome mi circondano, non vedo bene i visi, ma capisco che tutti guardano me, le voci si alzano, il rumore delle parole si amplifica nella testa, nel mio campo visivo appare una mano, la vedo muoversi verso le ombre, è la mia che cerca di zittire quei rumori assordanti. Capisco finalmente che sono a letto, vedo le coperte sul mio corpo. Quella seduta vicino al letto sembra mia moglie, ma Silvana è bionda, giovane e bella, questa le assomiglia molto, ma è più matura, i capelli non sono d’oro, ma spenti e avvizziti e molte rughe, adesso riesco a vedere, le solcano il viso. Le somiglia molto, chi è questa? Non l’ho mai vista e, mentre m’interrogo sulla persona, mi ricordo del perché stavo correndo, mia moglie mi tradisce e io sono arrabbiato. La donna si alza e viene a parlarmi vicino al viso, un'ondata di panico s’impossessa di me, cosa vuole? Lei comincia a parlare e la voce è uguale a quella di Silvana, che succede? Perché invece di essere in macchina mi ritrovo in un letto bianco e con una donna che vuole farsi passare per mia moglie'

 

"Ciao caro," sussurra lei "finalmente, mio Dio quanto ci hai fatto penare, quanto tempo ancora volevi restare lontano da me?"

 

Io sento le sue parole e realizzo che in un modo o nell’altro deve essere mia moglie, quello che non mi spiego è perché sia invecchiata così. Cosa è successo?  Presumo di essere in ospedale, forse ho avuto un incidente, questo lo posso capire, quello che vedo lo giustifica, ma non capisco come mai la donna vicino a me è così cambiata, invecchiata, non sarà stata colpa mia, le ho fatto qualcosa per punirla del suo tradimento? Non mi ricordo. Accidenti, i ricordi non mi aiutano, è tutto così confuso. Adesso la donna esce dal mio campo visivo e vi entra un uomo in camice bianco, un dottore, che si avvicina e mi prende il polso, poi mi guarda negli occhi con una piccola pila luminosa, mi dà fastidio, continua a tastarmi, a verificare le mie condizioni, mi solleva dal letto e ora, seduto, posso vedere chiaramente intorno a me, alcuni visi sono noti, altri meno. Mia moglie o, almeno, quella che le somiglia, piange in silenzio, guardo meglio e in un angolo vedo mio padre che se ne sta da solo, non parla, mi guarda e ogni volta che lo fa s’incupisce in volto, ma nello stesso tempo gli occhi mandano sprazzi di luce e di felicità. Le altre ombre che vedevo si sono materializzate tutte intorno al mio letto, sono persone venute per me.

Arrivano altri medici e dai discorsi che fanno tra loro intuisco la verità, una verità che piano piano,  riempie la mia testa dolorante. 

Il dottore mi parla, con voce normale,

 

"Buongiorno,  allora, come ti senti? Riesci a capire dove ti trovi  e...   ricordi  qualcosa  prima di adesso?"

 

Lo guardo e provo a parlare, ho difficoltà ad emettere suoni, però, dopo alcuni tentativi la voce esce flebile ma chiara:

 

"Sì dottore, la sento e sono molto felice di poterla ascoltare. Sono tornato e… solo una domanda; quanto tempo?"

 

"Cinque anni. Caro Giorgio, sei stato assente tanto tempo, ora devi stare solo calmo, tutto riprenderà come prima. Ci vorrà un po’ di tempo, ma il peggio è passato."

 

Mi rimetto sdraiato perché mi gira la testa, richiudo gli occhi e penso di essere stato fortunato, mia moglie è ancora qui vicino a me, non può avermi tradito ed è questa la cosa più importante.

 

 

 

 

 

 

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