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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

lorenzo barbieri

Una famiglia per bene

5 Agosto 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                      

 

 

 

Su New York era scesa una cappa grigio scuro, un cielo chiuso che, stando alle previsioni, non prometteva niente di buono. Le 5° strada era semideserta, l’orario di chiusura degli uffici e la possibilità di un temporale avevano allontanato la gente dalle strade, solo una lunga fila di taxi gialli riempiva la strada in direzione di Broadway. Nello spazio intorno alla statua del grande Duke Ellington le panchine accoglievano gli ultimi ritardatari che erano rimasti lì a prendere il sole durante il giorno. L’aria era ancora gradevole nonostante adesso si stesse alzando un venticello che portava aria più fresca proveniente dall’Harlem River. Rassegnati, i vecchietti si decisero ad alzarsi e, dopo i consueti saluti, si dispersero nelle strade adiacenti.

Uno di questi, un uomo alto e robusto, si diresse lentamente verso l’incrocio con Madison Street. Il suo passo era cadenzato. Aveva  i capelli completamente bianchi e lunghi, i suoi occhi scuri saettavano minacciosi, erano capaci di mettere in soggezione ogni tipo di interlocutore. Camminava tranquillo con le mani in tasca incurante del vento. Dopo due isolati, girò ad angolo con la 110 e, finalmente, raggiunse la sua meta, il negozio di famiglia “Fresh Market”. Entrò facendo suonare il campanello della porta. L’interno era pulito e tutta la merce disposta in bella mostra nelle vetrine e nei banchi frigo.

Quel negozio rappresentava la realizzazione del sogno dei suoi genitori. Lui era ancora quindicenne quando arrivò negli States, chiamato dai nonni che erano partiti anni prima, provenienti dal sud d’Italia. I primi tempi erano stati duri, ma non si era tirato indietro, aveva sgobbato per riuscire a elevare il tenore di vita della famiglia, che era riuscita a creare  un’attività commerciale, non dove era adesso, ma molto più avanti, in un buco di negozio vicino alla riva del fiume, lontano dal centro abitato e molto più vicino ad Harlem. Davanti al negozio passava la strada litoranea e non c’era possibilità di potersi fermare. I pochi clienti erano limitati ai radi abitanti locali. 

Diventato adulto, Cosimo riuscì a mettere in piedi da solo un’attività di movimento terra, comprò due piccoli camion e con questi girava trasportando materiale per l’edilizia. In una città come la grande mela quel tipo di lavoro non mancava mai, c’era sempre da costruire o ricostruire qualcosa. Gli affari cominciarono ad andar bene e i guadagni si moltiplicarono, comprò altri camion e assunse nuovi operai. Questo suo successo suscitò l’interesse del sindacato locale che si fece ben presto avanti a reclamare la sua parte. Non era permesso a un singolo di ingrandirsi in quel modo senza la protezione del sindacato. Da quel momento in poi la situazione precipitò, fu oggetto d'attentati e sabotaggi, il personale da lui assunto capì l’antifona e si eclissò, rimase solo, tentò con tutti i mezzi di risollevarsi assumendo come lavoratori degli sbandati di colore per i suo affari, ma anche questi si rivelarono un cattivo investimento.

Non era abituato ad arrendersi, ma trovandosi da solo pensò che non era opportuno reagire, si riservò di farlo più avanti se fosse capitata l’occasione. Vendette tutto racimolando nemmeno la metà del reale valore, mise da parte il gruzzoletto e restò tranquillo. Visto com’erano andate le cose, il sindacato si dimenticò di lui e poté tornare ad una vita normale.

I nonni intanto se n'erano andati in silenzio, delusi dalle promesse non mantenute dall’America, erano arrivati poveri e così erano morti. Cosimo ebbe in eredità dai genitori, ormai anziani, il piccolo negozietto, ma non volle ripetere l’esperienza dei suoi,  lo lasciò chiuso, non si sentiva pronto a condurre una vita in quelle condizioni così precarie.

Successe che l’amministrazione comunale decise di demolire la palazzina dov'era situato il negozio e, giocoforza, Cosimo dovette prendere una decisione. Si era sposato, con il lavoro della moglie e il suo tesoretto riusciva a tirare avanti. Aveva cinque figli che crescevano velocemente e le necessità aumentavano, doveva impegnarsi in qualcosa di più remunerativo. Leggendo il giornale vide qualcosa che attirò la sua attenzione, si stava liberando un locale in una posizione strategica, ad angolo fra due strade molto trafficate. Dopo un consiglio di famiglia con la moglie e i figli maggiori, decise di tentare la sorte. Prese il locale e, per non dimenticare le sue origini italiane, come fulcro della nuova attività scelse il settore alimentare. Conosceva molte famiglie d'origine italiana e, forte anche del loro appoggio, si buttò con la famiglia in questa nuova avventura.

L’inventiva, la simpatia e l’onestà, fecero del suo negozio un punto di ritrovo per le specialità italiane, gli affari andarono bene e la famiglia prosperò.

Adesso che era diventato vecchio, aveva lasciato le redini in mano ai figli e ai nipoti che continuavano a mandare avanti il lavoro, lui si limitava a passare le giornate al parco con gli amici e a sovrintendere alla contabilità.

 

"C’è nessuno? Sono tornato!" Lo scampanellio della porta aveva avvisato il nipote, che era nel retro, il quale uscì dalla porta laterale in grembiule,  un po’ affannato.

 

"Ciao nonno, sei tu? Sscusa, ma stavo scaricando i barilotti di birra, se non lo faccio io, qui non lo fa nessuno, tu sei anziano e non puoi, papà deve ancora smaltire la botta che ha preso la settimana scorsa."

 

"Ok! Ho capito, non la fare tanto lunga, piuttosto, ci sono novità?"

 

Il nipote si fermò un attimo a fissarlo, era indeciso se parlare di quanto accaduto o tacere, alla fine si decise a raccontare tutto. Dopotutto era il nonno il il titolare della ditta ed era opportuno che sapesse.

 

"In verità, nonno, una novità c’è stata, ma dubito che ti piacerà!"

 

"Ah!" fece Cosimo, si mise subito in allarme nel sentire quelle parole, una vocina dentro di lui gli diceva che la storia si stava ripetendo. "Dimmi Luciano, forse, è venuto qualcuno a vedere e a parlare con te?"

 

Il nipote lo guardò stupito.

 

"Tu come fai a saperlo? In effetti sono venuti in due, due bianchi, non hanno parlato molto, hanno fatto un giro per il negozio, hanno preso una mela ognuno e sono andati via, non prima di avermi fissato a lungo per vedere se reagivo al furto. Io ho capito il messaggio e non ho mosso un dito, ho fatto finta di non vedere."

 

"Bravo! Hai fatto proprio bene, in questi casi non bisogna alimentare la loro protervia, non ti preoccupare, mi occuperò io della faccenda. Già una volta sono stato costretto a subire questo genere di sopruso, perché ero solo e non avevo ancora una famiglia, ora è diverso. Siamo una famiglia perbene, onesta e rispettabile, non possono intralciare la nostra vita, non permetterò che accada di nuovo."

 

Lasciò il nipote e si diresse verso casa.  Entrò e, per sua fortuna, non trovò nessuno.  Prese le chiavi e andò in garage, da una scatola metallica, chiusa con un catenaccio, tirò fuori una pistola calibro 38, il dono ricevuto in segreto dal nonno che, prima di andarsene,gli aveva raccomandato di usarla solo per mantenere alto il buon nome della famiglia. Verificò che fosse in ordine e ben carica, l'infilò nei pantaloni, dietro la schiena, e uscì. Conosceva bene l’indirizzo dove andare.

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Don Gaetano

3 Agosto 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

                                                  

 

 

La farmacia De Santis poteva vantare la più antica data di nascita, fra le attività commerciali della zona era considerata un’istituzione. Si poteva affermare che fosse lì da sempre. Il suo fondatore fu un oriundo calabrese, un certo Gerolamo De Santis che era al seguito della spedizione dei Mille. Unificata l'Italia, decise stabilirsi a Napoli e, mettendo in pratica le sue conoscenze e le capacità, aprì una bottega di speziale. Quell’iniziativa incontrò il favore del pubblico e ben presto conquistò stima e rispetto della gente. Alla sua morte, il figlio Giovanni, laureatosi in farmacia, rimodernò i locali, perfezionò le ricette del padre e, con un’accorta conduzione, portò la farmacia al suo massimo splendore.

Davanti alle vetrine si soffermava la gente bene della città, venivano da tutte le parti, per vedere e farsi vedere. Era diventato un punto d’incontro, una tappa obbligata fra i luoghi mondani della città. Il bancone alto e tirato a lucido, di puro mogano, occupava quasi interamente la parete frontale. Dal soffitto pendeva un grosso lampadario di cristallo che rifletteva la sua luce sul pavimento di mattoni rossi passati a cera. Alle pareti laterali, graziose vetrinette a muro abbellivano il locale con il loro contenuto di vasi in porcellana, cristallo e deliziose boccette d'opaline di tutte le misure.

Giovanni, impeccabile nel suo camice bianco odoroso di lavanda, intratteneva i clienti con affabilità, alle signore e ai bambini offriva delle caramelline alla menta di sua produzione, per gli  uomini, invece, aveva dei morbidi e aromatici sigari che riusciva a procurarsi chissà dove. Giovanni fu una persona stupenda, capace anche d'atti di coraggio durante la guerra, si sposò ed ebbe un matrimonio felice, non lo fu invece con i figli, le prime due figlie, nonostante le sue amorose cure, rimasero gracili e delicate, non riuscirono a trovare marito e restarono due zitelle acide e bigotte. Il tanto desiderato figlio maschio, Gaetano, dimostrò fin da piccolo la sua avversione per quel mestiere, non aveva la capacità di proseguire il lavoro del padre. Era di carattere pigro e lascivo, non si curava della sua persona più di quanto non si occupasse del negozio. La sua occupazione preferita era andare a caccia di donne, cercava sempre di palpare le lavoranti del laboratorio della farmacia. Molte volte il padre lo aveva sorpreso nel retro, con il viso arrossato e gli occhi stravolti. Alla morte di Giovanni, suo malgrado, dovette assumersi la responsabilità di portare avanti la farmacia.

Quello fu l’inizio del declino della farmacia De Santis - i clienti, anche i più affezionati, cominciarono a diradare le visite. Provavano repulsione per quell’individuo dai modi sgradevoli e dall’aspetto ambiguo. Aveva un qualcosa di viscido che dava fastidio a tutti. Abbandonati a se stessi, i locali acquistarono una patina di polvere e di sporco, l’intonaco dei muri cominciò a sfaldarsi, i mattoni del pavimento, non più passati a cera, si sgretolarono.

Don Gaetano non aveva mai goduto buona fama nel quartiere, né da ragazzo e nemmeno adesso che era arrivato alle soglie dei cinquanta anni. In tutti questi anni, sul suo conto  erano nate molte dicerie, gli anziani raccontavano di strane storie di donne, episodi piccanti che avevano come protagonista sempre e solo lui, il farmacista. Anni prima era stato anche coinvolto in una brutta storia con una ragazzina di tredici anni, fu scagionato, ma i dubbi restarono sempre su di lui come un ombra.

Il commento più frequente fra la gente del posto era che era “malato”. Il suo aspetto contribuiva ad alimentare le voci su di lui. Indossava perennemente un camice nero dove le chiazze di sporco erano lucide in più punti, specie ai bordi delle tasche dove portava dei fazzoletti che gli servivano per asciugarsi il sudore, cosa che faceva di continuo in tutte le stagioni. Nelle stesse tasche portava caramelle alla menta di cui faceva uso frequente. Per coprire la sua calvizie indossava una specie di papalina nera che non riusciva ad evitare che due ciuffi di capelli grigiastri  uscissero dietro le orecchie dandogli un aspetto alquanto ridicolo. Alla presenza di una donna i suoi occhietti grigi e cisposi si animavano e si mettevano in movimento percorrendo da capo a piedi la malcapitata. Il suo viso grasso e flaccido cominciava a sudare e allora i fazzoletti entravano in azione, viceversa, se l’avventore era un uomo, non lo degnava di uno sguardo e se ne liberava il più presto possibile.

La scarsa clientela che ormai entrava nel suo negozio era limitata a quella più povera, qualche padre di famiglia in difficoltà, disoccupati e stranieri. Erano in pochi a credere ancora nei preparati artigianali, la maggior parte preferiva le farmacie moderne con vere medicine. Gaetano sembrava non dare importanza a queste cose, continuava la sua vita di sempre, fino a quando, proveniente dalla strada principale, una carrozza venne avanti lentamente. Giunta davanti alla farmacia, si fermò per far scendere due anziane signore, piccole e minute, vestite in maniera di altri tempi; sembravano uscite da una stampa di fine ottocento. Con passo deciso entrarono nel negozio e chiusero la porta. L’evento non mancò di suscitare curiosità nel quartiere, era raro vedere una carrozza e, ancora  più raro, vedere due signore anziane vestite in quel modo. La gente si poneva domande, chi erano quelle due anziane donne, cosa potevano volere da Gaetano il farmacista. A por fine alla curiosità pensarono le due vecchiette che, dopo più di un’ora, uscirono e se n'andarono come erano venute, in quella carrozza che le aveva aspettate. Dopo pochi minuti, uscì anche Gaetano in uno stato pietoso, rosso in viso, senza il suo abituale berretto, sudato oltre ogni limite, cercando di arginare il copioso sudore. Nonostante l’orario chiuse in fretta la farmacia e si avviò verso casa.

Da quel momento la farmacia fu transennata per lavori e restò chiusa per oltre un mese. Una mattina una squadra d'operai la circondò e tolse le tavole che la nascondevano agli occhi curiosi della gente. Al posto della vecchia insegna e del fatiscente negozio che era diventato, una nuovissima insegna bianca e verde annunciava l’apertura del  “COVO DELLE STREGHE “Erboristeria De Santis". Tutto era nuovo fiammante: pavimenti, vetrine, il banco, tutto nelle sfumature di colore verde e bianco, tutto molto chic e accogliente. A ricevere i clienti due simpatiche e ossute vecchiette, adorne di trine e merletti.

Di Gaetano nessuna traccia, non faceva più parte del locale. Si venne a sapere col tempo che le sorelle, stanche del suo operato, avevano deciso di toglierli la conduzione della farmacia, prima che andasse completamente in rovina, e lo avevano relegato in laboratorio a preparare le misture di erbe. Purtroppo anche lì dava fastidio, le ragazze si lamentavano della sua presenza, allora le due vecchiette decisero di rispedirlo al paese natale con una lettera d'accompagnamento per il parroco locale che si prendesse cura della salvezza dell’anima del loro congiunto “malato” .

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Herodion

19 Luglio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto, #storia

 

 

 

 

Tratto da "Evros".

Colpiti dalle frecce e dalle lance scagliate da lontano, i soldati greci caddero nelle acque del fiume. Molti furono quelli portati via lentamente dalla corrente. In uno degli ultimi assalti, Herodion, il giovane ufficiale, rimase ferito, colpito da diverse frecce. Due conficcate nella gamba sinistra, una sul braccio destro che impugnava la lancia.

I suoi rimasero con lui circondandolo a protezione, formando un circolo per tenerlo coperto dagli assalti, ma lui ordinò, urlando, di ritirarsi. Inutile sprecare tante vite in una volta sola. Lui ormai non poteva salvarsi, si mise al centro del guado e, strappate le frecce dalla carne sanguinante, mise lo scudo dietro le spalle a protezione e, con la spada e lancia nelle mani, si accinse ad affrontare il nemico che lo stava circondando. Si difendeva come un leone. La pesante lancia teneva lontano gli assalitori, quelli che riuscivano ad avvicinarsi cadevano sotto i colpi della sua spada. Gli stessi nemici erano sbalorditi dal coraggio e dalla forza del giovane guerriero. Si mantenevano a distanza, cercando ci colpirlo con le lance. Da lontano, intanto, gli arcieri greci cercavano di assottigliare le file nemiche che stavano pressando l’eroe ferito.

Altre frecce lo colsero, ma lui le strappava e continuava a colpire persiani con la lancia. Le forze man mano però lo stavano lasciando, il sangue, che usciva copioso dalle ferite, lo stava indebolendo sempre di più. Cadde in ginocchio e ancora tentava di tenere a bada i fanti. Ad un certo punto, nonostante le ferite, fra lo stupore degli stessi assalitori, si fermò. Lasciò cadere le armi e si accinse a togliersi l’armatura. I nemici, per una forma di silenzioso rispetto, si fermarono a distanza osservando cosa stava facendo il giovane eroe. Con notevole sforzo, lentamente, riuscì a sfilare la corazza di lame di cuoio che indossava e si mise a torso nudo. Il  suo corpo era una maschera di sangue. Le numerose aste di frecce, che lui stesso aveva spezzato, gli davano l'aspetto di un orso irsuto. Sostenendosi con la spada come un bastone, si erse in tutta la sua statura e, rivolto a cielo, invocò il grande Zeus.

"Oh! padre Zeus, ecco!  Questo è il mio petto, il mio cuore, questa è la mia vita, la offro a te in segno di ringraziamento per avermi permesso di morire da Spartano.

Salva i miei compagni e la nostra amata  Patria. Tu!  Padre degli Dei e di noi mortali, fa che il mio nome non sia dimenticato."

Stette ancora l’eroe, eretto, ad invocare il suo Dio, poi, rivolgendosi ai suoi assalitori esclamò:

"Empi codardi, venite ad affondare le vostre lance nel mio petto, è vostro! Che possiate vantarvi, da sciacalli quali siete, di aver ucciso uno spartano.

Venite, iene maleodoranti! Buoni a colpire solo le prede indifese… così muore uno spart..."

Le ultime parole non finì di pronunciarle. I fanti dai lunghi vestiti, passato l’attimo di stupore, si erano fatti avanti per concentrare la loro rabbiosa impotenza contro quel corpo ormai senza vita, martoriandolo con le punte delle loro lance. 

Vinto, il corpo del giovane si era accasciato al suolo. Giaceva sulla schiena ancora protetta dal grande scudo.  Le ferite che lo avevano piegato erano tutte sul petto.

Dimostravano che aveva affrontato la morte a viso aperto e con onore, di fronte al nemico. Gli uomini, da dietro i ripari, si resero conto della fine del giovane valoroso e, in un impeto di furore vendicativo, si spinsero fuori gridando come forsennati, facendosi largo fra la fanteria nemica. Quelli che ancora si accanivano contro i poveri resti furono fatti a pezzi dalla furia dei soccorritori. Erano usciti dai loro rifugi, questa volta non per difendersi, ma per vendicarsi e trucidare gli autori di quello scempio. Quattro di loro recuperarono il corpo martoriato, sottraendolo all’oltraggio dei nemici. Gli altri decimavano coloro che si erano resi partecipi dell’uccisione del giovane eroe. La furia omicida dei greci fu di breve durata ma molto cruenta. Il suono del corno li indusse a ritirarsi dietro le trincee, non prima, però, di aver  portato a termine un altro attacco distruttivo alla fanteria nemica. Da dietro i ripari, le lunghe sarisse colpivano i persiani che non riuscivano nemmeno a vedere i loro assalitori. Dopo quest'episodio ci fu un momento di tregua, in cui anche gli ufficiali nemici, ancora scossi per la violenza della sortita spartana, mandarono uomini a recuperare parte dei loro feriti.

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San Valentino

4 Luglio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

   

                                                    

 

 

 

Lui ha cinquant’anni, ne dimostra sessanta e ragiona come uno di venti. La sua figura si è appesantita negli ultimi anni, a partire da subito dopo il matrimonio. La vita sedentaria d’ufficio, e le molte ore che trascorre seduto al suo inseparabile computer, lo hanno riempito di rotoli di grasso che ora lo fanno sembrare una botte dalla pancia piena. La sua passione per il collezionismo non aiuta certo, passa ore intere a catalogare, studiare i vari pezzi della sua collezione, trascurando l’attività fisica, ma non solo, anche la moglie ne risente. In pratica la vita sociale è stata drasticamente dimezzata e di questo lei si lamenta in continuazione, creando attriti nel rapporto di coppia che finora è andato nel verso giusto. Da quando ha scoperto il mondo del collezionismo tutto si è fermato. Conta solo la sua passione, tutto il resto è stato accantonato con grande disperazione della donna. Lei un tipo trendy, magrolina, sempre attenta a ciò che mangia, sempre aggiornata sulle mode e sul gossip. Cerca di scuotere il marito, per riprendere un po’ di vita sociale. Hanno  perso l’abitudine di andare al teatro, al cinema, anche una semplice passeggiata è un evento raro.

 

"Giovanni, allora ti decidi a uscire da quella stanza, dobbiamo andare dalla mamma che non sta bene, mi devi accompagnare!"

 

"Ma, dico io, è possibile che tu debba sempre intervenire sul più bello, sto cercando di mettere ordine in questo caos che c’è sul tavolo e tu mi parli di tua madre. Quella sta sempre male e tu ci caschi sempre. Stai sempre a correre da lei, quella sta meglio di me e di te messi insieme. Se proprio ci vuoi andare devi aspettare, oggi ho ricevuto gli scambi e devo sistemarli prima che si perdano tutti i pezzettini. Penso una oretta ci vorrà."

 

"Ma ti rendi conto? Ti sei affossato in quella poltrona e non ti muovono nemmeno le cannonate. Quando devi andare alla posta, però, vedi come sgambetti, anche se piove o diluvia sei sempre pronto. Per mia madre non hai tempo. Bene, prendo nota, ricordati di queste parole. Ah! A proposito, per sabato sera hai intenzione di restare qui a trafficare con quegli insulsi pezzi di plastica? Nemmeno tuo figlio li guarda e tu stai li come un babbeo a rimirarli."

 

"Taci, donna, non sai cosa dici, queste sono serie di inimitabile bellezza, dovresti guardare meglio, sono la perfezione, alcune sono proprio stupende, hanno riprodotto i lineamenti così bene, da restare estasiati."

 

"Senti, coso! Tu sabato sera mi farai il santo piacere di alzare il tuo pesante culo da quella sedia e venire con me, mi sono spiegata?!!"

 

"Perché cosa c’è di speciale sabato, lo sai che a parte la collezione, il sabato non mi piace uscire, troppa confusione, troppi ragazzi ubriachi in strada, non potremmo fare un altro giorno a tua scelta cara? Non c’è problema!"

 

"Eh, no! Si deve uscire sabato, perché è una ricorrenza speciale e io ci tengo, almeno una volta l’anno vorrei trascorrere la serata lontano da casa, dalla cucina, da tutto, soli io e te. Penso che me lo merito no?! Con tutto quello che faccio per te e per tuo figlio. Non voglio sentire scuse, sabato sera si esce! Punto!"

 

"E che sarà mai, vogliamo andare a farci una pizza, d’accordo, ci può stare."

 

"Caro il mio maritino, non te la puoi cavare con la solita pizza sotto casa, no! Voglio una cenetta a lume di candela in riva al mare. Se la serata è buona potremmo essere fortunati e avere la luna di riflesso sulle onde. Prega perché non piova!! Comunque ci andremo lo stesso."

 

Lo sai che nei locali chic non mi trovo, non mi piace stare li impalato ad aspettare quel pinguino del maitre che viene a riempire il bicchiere, anche se hai appena preso un sorso. Poi, scusa cara, non hai detto, proprio ieri, che siamo in ristrettezze? Non ci sono soldi e vuoi andare fuori a sperperare una cifra per stare a lume di candela con me. Non trovi sia un po’, come posso dire, inopportuno? Se proprio vuoi fare una cenetta tete a tete la possiamo fare anche qui in terrazzo."

 

"Bravo merlo, di febbraio ci mettiamo fuori il terrazzo, ma ti ascolti quando parli? Magari poi a cena ci vieni col pigiama e le pantofole, addio romanticismo!! No è deciso, andiamo fuori!

Ora sbrigati che dobbiamo uscire, lascia tutto lì come sta, tanto nessuno ti tocca niente, le tue sorpresine le ritrovi quando torniamo."

 

"Accidenti a te a tua madre, sempre a rompere le scatole."

 

"Modera i termini se non vuoi che faccio piazza pulita su quel tavolo, muoviti pelandrone!!"

 

Venne il sabato e lui era ancora attaccato alla scrivania a sistemare la posta accumulata nei giorni precedenti. Erano arrivate molte buste, frutto di altrettanti scambi ed ora moriva dalla voglia di finire di sistemare, invece la moglie dalla camera da letto continuava a urlare “sbrigati se no facciamo tardi ho prenotato per le otto, dobbiamo ancora arrivarci!”

 

"Sono pronto, non urlare, aspetto solo te, sei tu che ci metti tempo per fare i restauri, fatica inutile, con tutti i trucchi che ti metti, il risultato non migliora molto. Sempre una befana sembri."

 

"Grazie, come al solito sei gentilissimo, anche stasera non puoi fare a meno di essere acido. Dico, ma ti sei visto allo specchio, sembri un ippopotamo travestito da elefante. Sono pronta possiamo andare, portati i soldi, non farmi fare la figura che poi non ci arrivi con il contante. Portane molti, ti serviranno!"

 

"Lo dicevo io che era una cosa dispendiosa, in tutto questo ancora non mi hai detto cosa dovremmo festeggiare. Mistero! La signora ama il giallo, mah, fai come ti pare tanto quando ti metti una cosa in testa nessuno ti può fermare."

 

"Testa di rapa, possibile che ancora non ci sei arrivato, cosa ci può essere di speciale in febbraio che va assolutamente festeggiato?"

 

"Non lo so, cara, e francamente non mi interessa nemmeno, so solo che stasera a festeggiare sarà il ristoratore, che incasserà una bella cifra per darci qualche piatto dove non ci sarà niente da mangiare, però si presenta benissimo!"

 

"Che uomo squallido che sei diventato, senza un briciolo di fantasia, di romanticismo, eppure prima, da giovani, eri sempre tu quello che voleva festeggiare la ricorrenza, non ti dimenticavi mai, nonostante a volte davvero non era il caso. Ora non ti conosco più, sei diventato cinico e senza cuore. Sei un vero orso selvatico! Lo sai che giorno è oggi? Il quattordici di febbraio, non ti dice niente questa data?"

 

"Aspetta fammi pensare, ah!  Ho capito,  ti riferisci a quella usanza di fare una specie di festa a base di cioccolatini e fiori. Una ricorrenza creata apposta dai commercianti per rinvigorire le proprie entrate.

La trovo ormai superata è dannosa, può andar bene per  i giovani fidanzatini che ancora credono nella forza dell’amore. Alla nostra età queste cose sono andate in pensione."

 

"Non ci posso credere, sei tu quello che parla? Che fine ha fatto il mio Giovanni, quello che mi copriva di regali, di mimose, di cioccolatini? Che fine ha fatto?"

 

"I tempi cambiano, mia cara sognatrice, l’amore giovanile è una cosa, la vecchiaia un'altra. Con questo non voglio dire che non ci amiamo più, il nostro è un rapporto ormai fatto di … comprensione e, soprattutto, di…. sopportazione!! Altro che cenetta a lume di candela. Vedrai, sarai proprio tu a trovare molti difetti stasera. Troverai, come al solito, da ridire su tutto, sul cibo, sulla confusione, sui prezzi, ci aspetta davvero una bella serata romantica.

Possiamo andare cara, se vuoi, sono pronto, mi sa che dovremo fare anche la fila per entrare. Ma noi ci amiamo lo stesso, vero amore ? Vieni, abbracciami, anzi, è meglio che mi dai la mano, non vorrei stancarti prima del tempo."

 

 

 

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Torta alle fragole

2 Luglio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

                                                    

 

 

Finalmente ho la casa tutta per me. La moglie e la figlia se ne sono andate a fare shopping e, se le conosco bene, non torneranno a casa prima di sera.

Ragazzi, ci pensate, un intero pomeriggio in mutande davanti alla tv. La mia scorta di birra a portata di mano. Questo sì, realizza i sogni dell’uomo, ma con tanti canali, purtroppo, nemmeno una partita. Diavolo che iella nera, solo telenovelas e chiacchiere. Questo è il menù che la moglie vede tutti i pomeriggi, così impara cosa deve dirmi la sera quando rientro. Ho capito adesso da dove le tira fuori quelle sue strampalate teorie del cavolo. Mi domando perché questi programmi consigliano solo le donne su come trattare i mariti. Nessun canale fa l’opposto, come riuscire a sopportare le mogli.

Penso che dovrò scrivere una lettera a quelli della tv, voglio sentire cosa dicono di un programma serale di consigli per uomini sposati.

Strano, però, che l’arpia mi abbia lascito il pomeriggio libero non caricandomi di lavori da fare, è uscita di casa, con un sorriso falso che sapeva di inganno, chissà cosa sta tramando insieme a quella piccola vipera di Melissa, la figlia indolente, meglio non approfondire, rilassiamoci!

Sono solo alla seconda birra quando dall’esterno sento la porta del garage che si apre, oh Dio no! Sono già tornate? Non è possibile, ci deve essere sotto qualcosa, quelle due stanno giocando sporco, e chi sarà a pagare sarò certamente io. Devo andare a vestirmi, se mi vede in mutande magari gli vengono strani pensieri e, ora come ora, non sono in grado di esaudire nessun desiderio.

Faccio in tempo a dileguarmi che la porta si apre e una sorridente balena vestita di azzurro irrompe nella sala gridando come una oca a cui hanno pestato una zampa.

 

"Caro, dove sei tesoruccio? La mamma oggi è tornata presto sei contento?"

 

"Papino, eravamo sicure di trovarti davanti alla televisione e invece dove ti sei nascosto? Dai, esci fuori, dobbiamo farti vedere delle cose."

 

Dalla camera da letto dove mi sono rifugiato sento il loro gracchiare, mentre m'infilo un pigiama, voglio dare l’impressione di essermi alzato adesso. Meglio dormire che stare lì a bere birra. Mangio un paio di caramelle al volo. Le porto sempre con me proprio per queste occasioni. Non rispondo al loro richiamo.

 

"Caro, se non esci subito da dove ti sei nascosto, quando ti vedo ti rompo quel muso di scimmia che ti ritrovi … hai capito?!"

 

Ecco, questa è la vera moglie, quella di tutti i giorni, la rompiballe, il mio unico tesoro!

 

"Aspettami, cara, mi sto vestendo, mi ero appisolato un attimo sul letto sai sono stanco, io lavoro, io! Non vado in giro a spendere soldi che non si hanno da spendere."

 

"Non cominciare con questo strazio, sappi che tua moglie deve essere presentabile, non come te che sembri un maiale e puzzi come una capra. Qui sento odore di birra, e ci sono anche le macchie sulla poltrona, bugiardo di un fallito che non sei altro. Esci fuori che anche questa povera anima di tua figlia ti deve parlare, si è dannata l’anima per … per... Peccato che non posso dirtelo. Allora devo venire a prenderti?"

 

Rivolta verso la figlia le fa cenno di sedersi, mentre lei si toglie il  soprabito. Io le spio da dietro la porta. Quegli sguardi muti d’intesa la dicono lunga sulle loro intenzioni. M'aspetta una dura battaglia. Finalmente esco dalla camera e le corro incontro cercando di abbracciarla, ma la mia apertura alare non tiene conto delle sue dimensioni. Lei, in ogni caso, mi evita come un appestato. Si limita a uno sguardo indagatore alla ricerca della immancabile macchia di birra sul davanti.

 

"Eccolo finalmente il beone, il fannullone, il più pigro e apatico marito che esista sulla terra, ha un pomeriggio libero da poter dedicare ai tanti lavoretti da fare in casa e lui che combina... dorme! Almeno, è quello che vuole farmi credere! Sì... dormiva."

 

"Certo, cara, ero sul letto a riposare, una volta che mi capita ne approfitto. Tu piuttosto come mai sei rientrata così presto?

Di solito, quando uscite madre e figlia, fate notte. Fino a quando non consumate tutta la carta di credito. Tanto poi c’è il fesso che paga e che deve ammazzarsi di lavoro per ricaricare le vostre armi di distruzione, in attesa di un'altra giornata come questa. Allora, posso sapere perché sei qui adesso?

Melissa, ma lo senti, lo senti! Ha pure il coraggio di alzare la voce.  Questo individuo che non sa nemmeno che cosa ci sarà fra pochi giorni. Ascolta bene, essere inutile, sono tornata presto perché non tocca a me andare in giro, ma a te. Sei tu quello che deve darsi da fare. Il giorno più bello si sta avvicinando e tu invece di darti da fare, dormi. Vieni Melissa, andiamo via, non sopporto la vista di questo ammasso di lardo ambulante."

 

"Senti chi parla, prima ho provato ad abbracciarti, ma non avevo capito che per farlo non basta una apertura di ali, come un'aquila reale, ci vorrebbero le recinzioni."

 

"Con uno sbuffo da vecchia ciminiera si allontana seguita a ruota dalla mia ultimogenita, un affare lungo e magro che potrebbe fare la controfigura ad un cactus, con quei peli neri e ispidi che si ritrova sul viso.

Questa volta ho capito il messaggio, qualcosa d'importante si dovrà verificare fra qualche giorno, siamo in febbraio. Non è il compleanno di nessuno, né l’onomastico. Non è nemmeno l’anniversario di nozze; quello me lo ricordo, sono di Luglio. Come potrei dimenticare l'odissea di un giorno come quello con la temperatura a 38°, infilato in un abito scuro che attirava i raggi del sole come il miele le api. Diavolo! Cosa c’è in Febbraio a cui la balena tiene tanto, so che non me lo dirà mai, lo fa apposta, sa che io mi dimentico, poi me lo rinfaccerà per tutta la vita. Questa volta devo fare in modo da non lasciarmi fregare, devo sapere a tutti i costi che evento sta per accadere.  Sarà il caso che  veda sul calendario. Mi precipito in cucina dove c’è il calendario, vado, ma non lo trovo al suo posto. La perfida lo ha tolto per non farmi controllare, porcaccia miseria! Come faccio adesso, proverò al computer, arrivo nello studio e il pc è sparito. Diavolo di una megera, le pensa tutte, vuole costringermi a scoprirlo da solo, bene! Mi fermo alla scrivania e cerco in tutti i cassetti, un indizio, una traccia che mi dia qualche informazione utile.

Sto rovistando nei cassetti, quando arrivano le due con un sorriso strafottente e rimangono a guardare, mentre sono al lavoro.

 

"Hai perso qualcosa, caro?  Possiamo esserti utili?"

 

"Fai meno la spiritosa, cara, lo sai benissimo, visto che sei stata tu a far sparire tutto. Allora si può sapere cosa diavolo succede fra poco, come dici tu? Mi arrendo! Non lo so, non me lo ricordo, va bene, hai vinto tu, vuoi essere allora così gentile da dirlo?"

 

"Hai visto, figlia mia, bastano pochi anni di matrimonio e l’uomo dimentica ciò che prima era il primo a sapere. Da fidanzati sono tutti solerti e affabili, romantici. Dopo il sì, questo è il risultato, mi addita come l’esempio di un essere iniquo a cui non dare credito. Se non lo sai è inutile che te lo dico, non vale niente se non viene direttamente dal cuore. Porco!"

 

Se ne vanno sbattendo la porta ed io resto lì, inginocchiato davanti all’ultimo cassetto aperto.  Fatico ad alzarmi, nel farlo lo sguardo va alla parete dove una foto di altri tempi mi ritrae insieme alla moglie, altri tempi, altre taglie per tutti e due.  In quella foto sullo sfondo si vede della neve, ricordo quando la facemmo, il giorno di S. Valentino in gita sulla montagna.

Un lampo, veloce come un fulmine, il pensiero intuisce ciò che non riuscivo a capire. La festa di S. Valentino, il giorno degli innamorati. Ecco cosa erano tutti quegli sguardi,  quelle manovre. Nient'altro che subdoli tentativi per costringermi a ricordare da solo. Ci sono arrivato. La mia dolce metà, alla soglia dei 50 anni di matrimonio, purtroppo, pensa ancora come una  giovane ragazza, vuole il pensierino per S. Valentino.

Senza dire niente, con aria seccata vado a vestirmi, passo davanti alle due che fanno ancora le sostenute ed esco, dovrò comprare qualcosa per festeggiare. Ci sono! - esclamo dandomi una manata sulla fronte - Un’idea magnifica, prenderò una meravigliosa torta alle fragole con panna. Bianca e rossa, le fragole come cuoricini, bellissima idea! Conquisterò il suo cuore ancora una volta. Lo riconosco, sono troppo forte, troppo buono, so anche che lei è allergica alle fragole.

 

 

 

 

 

 

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La poesia oggi

30 Giugno 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #poesia

 

 

 

 

 

Vi sono tante voci poetiche ai giorni nostri che sono in continua ricerca di novità, intese come un rifiuto della tradizione che ritengono, a torto, essere superata, troppo mielosa o troppo erudita. Quasi sempre tutto si riduce ad una sperimentazione di nuove formule, di nuovi linguaggi poetici, oscuri e tortuosi, che nelle intenzioni dovrebbero rappresentare il linguaggio moderno espresso, per lo più, da silenziosi esseri vaganti persi nella nebbia di piccoli mondi illuminati a stento da fievoli luci ipnotiche.  La poesia quella vera non è effimera, un fenomeno transitorio legato al momento o ai tempi correnti, ma una voce che resiste nel tempo, composta da semplicità e chiarezza. La vera poesia è come un respiro caldo che nasce dall’animo di chi scrive e diventa parola, messaggio d’amore o voce che si alza forte dal fondo dei cuori. Può essere viatico di conforto, di luce consolatrice per i cuori aperti a ricevere il bello, l’amore e la storia che ci circonda. La tradizione poetica non è una catena da trascinarsi dietro come un carico inutile e noioso, ma la buona terra dove seminare i nuovi semi affinché possa continuare a esprimere valori universali che coinvolgono tutti i popoli, tutte le culture. La poesia non morirà mai se continuerà a proporsi con prepotenza di espressione, come hanno fatto i tanti poeti la cui voce si ripeterà ovunque e per sempre.

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L'onore

9 Giugno 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #storia

 

 

                                              

 

 

 

 

Addio mia bella addio

L’armata se ne va

E se non partissi anch’io

Sarebbe una viltà.”

 

Così cantavano migliaia di giovani, spavaldi e sorridenti, affacciati ai finestrini dei treni che li portavano al fronte. Era una viltà non partire, restare a casa, mentre altri andavano inseguendo ideali e utopie in nome dell’onore.

Era ancora il tempo in cui si parlava di onore, di orgoglio, un retaggio che veniva da lontano, ma limitato ai soli aristocratici, all’alta borghesia che si pavoneggiava crogiolandosi in parole più grandi. Chi poteva parlare di onore se non i ricchi e la gente di malaffare, i cosiddetti “uomini d’onore”, i parassiti che, non dovendo spaccarsi la schiena per sopravvivere, pensavano bene di circondarsi di un alone di idealismo dovuto più alla noia e alla prevaricazione, che ad un effettivo pensiero. Il contadino, l’umile, l’oppresso che veniva sfruttato in nome di una superiorità di ceto sociale, di quale onore poteva parlare? Quale onore poteva sfoggiare chi si alzava al sorgere del sole e si ritirava al tramonto? Loro non potevano parlare d’onore, ma erano uomini altrettanto fieri, orgogliosi, anche nella loro miseria, potevano disporre solo della dignità dell’uomo, che è cosa ben diversa dall’onore. Quanti di quelli che si nascondevano dietro le grandi parole avevano un briciolo di dignità? Si prostituivano con il potente di turno, accettavano tutto pur di restare nel cerchio magico degli eletti. I figli degli umili, gli ignoranti, i poveri, chi aveva solo la dignità di essere un uomo integro, onesto e leale, non si tirava certo indietro, erano loro quelli che veramente credevano negli ideali e partivano cantando.  Insieme a loro c’erano anche gli idealisti, gli intellettuali, i sognatori, che vivevano in una specie di terra di mezzo, non erano contadini, non erano nemmeno ricchi, la loro vita si realizzava in una sfilza di pensieri messi insieme sul filo di strani ideali, semplici utopie, dove il mondo doveva essere, ai loro occhi,  un posto irreale, una terra fra le nuvole, dove si nutriva solo il cervello e le idee che conteneva, le altre  attività quotidiane erano solo un fastidio da allontanare con sdegno dalla loro persona.

In queste occasioni il popolo era coinvolto, ad arte, in qualcosa che la vita quotidiana non poteva mai offrire. Sentirsi parte di  un progetto in cui si parlava di onore, di amor di patria, di difesa dall’invasore, faceva sentire i giovani quasi alla pari di quelli che tutti i giorni li sfruttavano e li tenevano nella miseria e nell’analfabetismo.

Era per loro che andavano a morire cantando, andavano incontro al destino  senza nemmeno la speranza di poter cambiare qualcosa. Poco importava al contadino chi era il padrone, o il re che disponeva delle loro vite. Miserevoli erano le condizioni di vita prima della famosa unità d’Italia e ancora più miserevoli erano rimaste più di cinquant’anni dopo.

Avevano combattuto contro il re Borbone e avevano avuto in cambio un re piemontese, che non aveva cambiato il loro stato, anzi, se possibile, la loro vita era peggiorata. Ora venivano chiamati alle armi contro un nemico esterno, un presunto invasore, in nome dell’onore della Patria, ed era tutto quello che dovevano sapere.

Da sempre, da quando sono nati i re e le monarchie, chi è stato al potere ha fatto in modo che il popolo restasse all’oscuro delle decisioni prese in alto loco. Per poterlo manovrare, il popolo non deve capire, deve essere guidato come un gregge, una mandria, il potere di chi comanda è proporzionato alla non conoscenza di chi obbedisce.

“se non partissi anch’io sarebbe una viltà” il potere delle parole si esprime anche attraverso una semplice canzone, quale giovane se la sentirebbe di non obbedire al richiamo dell’onore e dell’orgoglio di essere cittadino italiano?

“una viltà” era quella di mandarli a morire con la testa piena di parole troppo grandi per loro. Partivano felici si essere utili alla Patria, ma affidandoli a vecchi impomatati generali  che di tattiche belliche, sapevano quello che avevano letto sui libri, e per alcuni quello che avevano appreso in accademia in gioventù. Chi comandava era reduce da un periodo storico di benessere, di movimenti culturali e mutamenti epocali che erano raggruppati in una parola, “Belle Epoque”. Che esperienza militare e bellica potevano avere quei signori, quegli uomini d’onore dai baffi canuti ai quali erano affidati i giovani soldati? Solo teorie non sperimentate sul campo di battaglia.

Non si poteva, però, mettere in discussione la rispettabilità, l’onore e la capacità di chi era al comando degli eserciti. Sono andati al macello milioni di giovani vite. Le poche volte che il soldato si rendeva conto della scarsa affidabilità dei suoi capi e osava chiedere spiegazioni, veniva fucilato sul posto. La motivazione era che bisognava dare l’esempio agli altri, o forse era meglio dire per non far capire agli altri la verità sulle strategie obsolete e inefficaci messe in atto. L’onore è un privilegio di gran rilievo e guai a metterlo in discussione, chi osava replicare rischiava un duello, se era di pari grado,  altrimenti c’era la fucilazione.

Partivano i giovani figli, cantavano, chi per incoscienza, chi per nascondere il panico, l’ansia, la paura della morte che si portavano dietro nelle scarpe di cartone e nelle gamelle di alluminio.

Per il benessere di pochi, la morte di molti, la guerra in sé non conclude molto, serve solo alle Nazioni per giustificare le brame di governanti spocchiosi che mirano ad allargare il loro potere su nuovi territori. Una tremenda equazione che si coniuga con i termini di: più terre conquistate, più gente assoggettata, più tasse da far pagare, più benessere personale, più prestigio. Il misero che va alla guerra parte e, se riesce a tornare, si ritrova più misero di prima, con i campi abbandonati, le città distrutte e l’illusione di aver contribuito al benessere della nazione, invece, non ci sono né vincitori né vinti. Alla fine delle guerre, tutti perdono qualcosa, ma ai generali e ai governanti, questo non importa, basta che l’onore sia salvo.    

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In cerca di pace

7 Giugno 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

 

 

Ci eravamo messi in cammino alle prime luci dell’alba, io e Brian, mio figlio di sei anni. Avevo dovuto porre per forza uno zaino sulle spalle anche a lui, il nostro era un lungo cammino e la meta era incerta. Fuggivamo da una situazione che si stava facendo pericolosa. Vivere a Belfast stava diventando ogni giorno sempre più difficile. Pochi giorni prima mia moglie era rimasta coinvolta in uno dei tanti attentati che l’IRA stava effettuando ormai con frequenza giornaliera. La nostra casa adesso era vuota, devastata dall’esplosione. Io e il bambino ci eravamo salvati perché non eravamo presenti. Lui era a scuola e io in giro per cercare di portare a casa qualche  soldo. Ho dovuto spiegare al piccolo la mancanza della madre adducendo scuse, una dietro l’altra, alla fine, ho deciso di partire. Non potevo restare in quel posto che non mi offriva nulla di più che un pericolo costante e fame per me e per lui. Così quella mattina ci siamo messi in cammino io e lui con gli zaini in spalla. Lo vedevo felice di fare una gita, così pensava, voleva comportarsi da uomo e il suo zaino, anche se non molto pesant, lo portava con orgoglio. Le strade che attraversavamo erano semideserte, la gente era prigioniera della paura, transitavano solo automezzi della polizia e, in alcuni punti, anche dell’esercito. Il mercato era praticamente vuoto, pochi volenterosi si erano messi in piazza per offrire le loro mercanzie provenienti dall’interno, ma erano pronti a scappare in caso di disordini. Brian camminava impettito cercando di portare il mio passo, e io dovevo ogni tanto rallentare per aspettarlo. Siamo usciti dalla città e appena possibile lui si è fermato sedendosi su un marciapiede. Mi osservava con un’aria quasi di sfida, voleva farmi vedere la sua determinazione, ma le gambe non gli reggevano e aspettava ad alzarsi. Mi misi al suo fianco per rincuorarlo.

<Allora giovanotto siamo stanchi? Hai fatto bene a sederti dobbiamo riposarci ogni tanto, il cammino è lungo e non abbiamo poi tanta fretta.>

 

<No papà non sono stanco, è solo che allo zaino si sono allentate le cinture, bisogna sistemarle, mi dai una mano?>

 

<Certo figliolo, vieni qua fammi dare un’occhiata. >

Anche io ero un po’ stanco, stanco di quella vita infame, della guerra, dei continui colpi che il destino si ostinava a darmi. La mia dolce sposa, Esther, falciata dalla rabbia e dalla insensibilità di questa gente che, per rivendicare, a sentir loro, un loro diritto, non badava a chi veniva travolto da questa cieca furia distruttiva. Anche se avessero avuto ragione, non dovrebbe essere stato la popolazione civile il bersaglio della loro guerra. Che andassero a mettere le bombe dove credevano, magari anche al parlamento o nel palazzo della regina, ma prendersela con della gente inerme e ignara non li rendeva migliori dei loro persecutori. A un mio cenno di alzarsi, Brian ubbidì e, sistemato lo zaino, si mise al passo. Seguiva le mie orme sicuro che lo avrei portato in un posto migliore, era piccolo ma non era cieco, aveva visto più volte cosa erano capaci di fare le bombe degli estremisti.

<Papà allora dove siamo diretti? Se andiamo verso il confine, ci troveremo in Inghilterra e non credo che ci faranno passare, non sarebbe meglio andare verso nord, verso la Scozia? Anche loro sembra non gradiscano le manovre inglesi. Io direi di provare verso nord.>

 

<Accidenti ragazzo, che ne sai tu di cosa sta succedendo, eh?! Mi dici che combini.>

 

<Niente papà, a scuola si parla molto di questa faccenda, le maestre ci spiegano le difficoltà che stiamo affrontando. Mi dispiace per la mamma, non doveva restare a casa quel giorno, se andava al mercato magari si salvava.>

Restai di sasso, lui sapeva cosa era accaduto e non aveva fatto una piega, neanche una lacrima, una parola, solo la consapevolezza che la madre era morta durante lo scoppio di una bomba nel supermercato sotto casa nostra. Nello scoppio la palazzina era crollata portandosi via Esther e altre trentacinque persone. Quel piccolo ometto stava dando dimostrazione di una forza d’animo non indifferente, forse era solo il tentativo di relegare quel brutto ricordo nel profondo dell’anima per evitare il dolore della perdita, di fatto mi aveva sconvolto nella sua semplice verità, continuammo a camminare il passo si fece più leggero, più sciolto, anche Brian ormai si era lasciato andare e marciava con impegno. Il suo viso era pervaso da una luce che gli veniva da dentro. La forza di reagire alle avversità lo aveva fatto crescere troppo in fretta, era troppo serio, non accennava a un momento di rilassatezza, andava avanti con gli occhi fissi all’orizzonte, convinto che là avrebbe trovato la sola cosa che poteva calmare quel fuoco che al momento gli bruciava il cuore: la pace.

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Gli elefanti

5 Giugno 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

 

 

Siamo arrivati in India al seguito di mio padre che è una specie di ambasciatore inviato da sua maestà la Regina. Io e mio fratello non siamo contenti di questo trasferimento, abbiamo dovuto lasciare la nostra scuola privilegiata a Londra, tutti gli amici e, devo ammetterlo, una vita abbastanza agiata. Mio padre, con il tipo di incarico che ha, purtroppo, deve sottostare alle esigenze del suo ruolo. Già il viaggio è stato un inferno, arrivare dall’altra parte del mondo con auto, treni, cavalli ci ha tenuti impegnati per giorni e, ora che siamo arrivati finalmente, un sospiro di sollievo. Siamo di cattivo umore. Abbiamo trovato un clima decisamente non gradevole. Un'aria calda e umida che fa appiccicare i vestiti addosso e una puzza orrenda, nelle mia breve vita non ho mai sentito degli odori così sgradevoli. Non so nemmeno identificarli, un insieme di fetori uno peggiore dell’altro, dal letame di animali, a incensi nauseabondi e spezie di ogni tipo.

Io ho quindici anni e mio fratello dieci. Lui, come il solito, prende tutto come una specie di gioco. Non fa caso a queste cose, anche se stanco del viaggio e accaldato, senza problemi si è spogliato e gira per casa in mutande.  Io, ovvio,  non posso. Devo conservare un minimo di dignità e vado vestita come si conviene a una signorina della mia età e del mio rango. Ho notato, fra l’altro, che abbiamo molti servitori in casa e non mi piace farmi vedere in abbigliamento inadeguato, ne va del  mio prestigio di padrona. Ho conosciuto una ragazza, la figlia di un componente delle autorità locali che è venuto a porgere i suoi omaggi a mio padre. Abbiamo fatto amicizia e lei mi ha avvisato che fra non molto il clima cambierà, è in arrivo la stagione dei monsoni e quelli sono sempre un rischio. Portano cattivo tempo, vento forte e alluvioni, specie nella parte meridionale  del paese. Noi ci troviamo a Kochi  e, ora che ho avuto modo di visitarne una parte, devo dire che non è poi così malvagia. Una città che presenta elementi di cultura non indifferenti. C’è sempre quella puzza  per le strade, è un fattore contingente che non credo si possa eliminare. Come in ogni grande città, anche qui il divario fra le classi sociali è notevole anzi, direi che qui la povertà è tangibile e reale, la s’incontra a ogni angolo di strada. Noi siamo stranieri e facciamo parte di quella élite che ha conquistato il paese e cerca di controllarne le risorse sia umane sia economiche. Molti sono gli occhi che ci scrutano con una punta di astio.

Capitò all’improvviso: una mattina io e la mia amica stavamo andando in giro a visitare i monumenti, quando ecco una raffica di vento terribile. Laura, la mia amica, cosciente che stava per succedere qualcosa di pericoloso, mi afferrò per la mano trascinandomi di forza verso la strada di casa. Fu una fortuna quel suo gesto deciso, io avrei continuato a camminare senza preoccuparmi, ma lei sapeva cosa sarebbe successo. Non facemmo in tempo a entrare in casa che dal di fuori si sentì un rumore infernale. La furia del vento che soffiava impetuoso e un rumore sordo e cupo di acqua che sembrava il tuono di una valanga. Il mio sguardo era terreo, non sapevo cosa stesse succedendo, ma la mia amica per fortuna era vicino a me, mi strinse la mano sorridendo e rassicurandomi. In seguito mi disse che era la piena del fiume che, avendo accumulato troppa acqua a monte, adesso si scaricava a valle. Sentimmo la furia dell’acqua passare sotto le nostre finestre con un rumore assordante. Anche le pareti di casa, che in parte erano in legno, vibrarono al passaggio delle acque, poi come d’incanto tutto tacque. Ci fu uno spazio di tempo dove si sentiva solo un leggero fruscio di acqua, quello consueto di sempre. Il fiume passava proprio poco distante dalle nostre finestre. Sembrava che tutto stesse tornando alla normalità quando ancora una volta ci furono dei rumori strani.      

Non pioveva, cosa poteva provocare quello sciabordio d’acqua? Cos’era quel rumore? Laura mi fece affacciare alla finestra e, con mio sommo stupore, vidi  uno spettacolo indescrivibile. Un numero imprecisato di elefanti, come in una processione, stava percorrendo lentamente il fiume che, dopo la piena, era tornato a essere poco più di un ruscello. Che spettacolo! Sapevo della presenza degli elefanti in India e che vengono rispettati quasi come sacri. Immaginare l’India senza elefanti è come dire Londra senza il Big Ben. La  mandria di grossi elefanti silenziosi marciava  nell’acqua verso sud. Dopo il complesso abitativo in cui eravamo noi, c’era la foresta dove sarebbero usciti dall’acqua. Dopo la lunga stagione arsa finalmente potevano dissetarsi, lavarsi e anche giocare con l’acqua. Beati loro, a me toccava solo guardare da lontano, avrei preferito scendere anche io e sguazzare insieme, ma in quelle acque limacciose non era proprio il caso.

 

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I Britanni

3 Giugno 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #storia

                                                  

 

 

 

 

 

410 d.C., dopo anni di dominio, finalmente i Britanni si erano liberati del giogo romano. Le  ultime legioni avevano abbandonato il territorio, solo qualche sparuto gruppo di britanni romanizzati, indecisi su cosa dovessero fare, se restare in patria, a rischio perché non erano ben visti dai loro connazionali, o andare a Roma con le truppe, ancora si aggirava nei dintorni del Vallo di Adriano, ridotto a cumuli di pietre disseminate alla rinfusa nelle loro terre. Il lato negativo della partenza di chi assicurava ordine e leggi era, adesso, che tutte le tribù stavano riprendendo  gli antichi odi razziali, le contese accantonate per anni e anni, tutto tornava a riemergere nel vuoto di potere che si era venuto a creare. Ogni tribù si sentiva in diritto di accampare pretese di comando e allora erano battaglie, agguati, violenze da parte di tutti. Non mancavano anche invasioni di popolazioni ostili, gente come i sassoni e gli angli, che abitavano di là del braccio di mare che divide la Britannia dal continente. In quel tempo così buio e difficile da vivere, molte di quelle tribù interne, che abitavano nel cuore del territorio, dove anche i romani avevano faticato non poco A domare le popolazioni, avevano ripreso antichi riti ancestrali. Era uso comune, dopo le vittorie sul campo di battaglia, organizzare delle grosse feste che in prevalenza si riducevano a orge e bevute di birra, la bevanda preferita dai guerrieri. Tutta la notte si brindava al capo che aveva portato gli uomini alla vittoria. Nei grandi fuochi che illuminavano la notte erano arrostiti, non solo animali per sfamare le truppe, ma molto spesso anche parti di organi dei prigionieri più valorosi. Era una prassi in uso in diverse tribù della zona. Anche i Caledoni della confinante Caledonia erano usi a questi cerimoniali. I druidi, che dirigevano le operazioni, erano convinti che il cuore, il fegato e il cervello di uomini valorosi e senza paura potessero trasmettere le stesse doti di coraggio a quelli che li avrebbero mangiati. Questo tipo di superstizione faceva sì che fosserono in molti a cercare di accaparrarsi gli uomini migliori catturati, per potersene cibare. La cerimonia prevedeva un rituale ben definito, gli uomini si vestivano di pelli animali, che a quelle latitudini consistevano per la maggior parte in tori dalle lunghe corna.  Le bestie erano uccise senza rovinare le pelli che erano usate per le cerimonie. Quando tutto era pronto, le donne danzavano fino allo sfinimento al suono di tamburi e flauti di canna, i precursori delle future cornamuse. I capi si limitavano a osservare, i druidi si preoccupavano di soprassedere alla cottura delle carni. Capitava spesso che la materia prima richiesta fosse scarsa, i prigionieri erano solo dei semplici soldati e non valeva la pena interessarsi delle loro carni, allora si poteva assistere a duelli all’ultimo sangue, fra membri della stessa famiglia, fratelli, parenti, tutti si battevano per arrivare a prendere qualche pezzo pregiato del nemico ucciso. Le leggi romane, ovvio, non permettevano questo tipo di barbari rituali e i britanni, costretti a vivere in un modo inusuale per loro, fremevano. Erano stati troppi gli anni passati sotto le dure leggi romane, ora che finalmente erano liberi stavano sfogando tutta la loro forza e ferocia in lotte intestine e le antiche usanze erano state ripristinate. Le guerre più violente erano contro i sassoni che, in quanto a ferocia e violenza, non erano secondi a nessuno.  Loro conoscevano bene le usanze barbare dei britanni e, in ogni scontro, cercavano di portarsi via i cadaveri dei loro morti in battaglia. Gli scontri fra questi due popoli erano sempre molto cruenti, i sassoni non facevano prigionieri, massacravano tutti quelli che incontravano sul loro cammino, lasciandosi dietro scie di sangue, i britanni invece portavano con loro i prigionieri, proprio per usarli nei loro festini. Dopo ogni battaglia la notte s’illuminava dei falò e l’aria si riempiva dell’odore acre delle carni arrostite. Spesso i prigionieri venivano messi al fuoco ancora vivi e le loro urla riempivano il buio della notte. Dopo ogni festino che si teneva nei luoghi più impensati, quello che restava sul campo era di un orrore infinito. Resti di arti, corpi semibruciati, uno scempio che dava fastidio anche solo alla vista. Le anime dei morti, non potendo raggiungere la loro dimora celeste perché i corpi non erano interi, si aggiravano ululando fra gli alberi. A volte si potevano vedere delle croci, quelle celtiche, con l’anello che chiude la croce, ma erano poche, in relazione al numero dei morti. Erano quelle dei collaborazionisti dei romani, vittime designate dalle tribù più intransigenti. I superstiti si accollavano l’impegno, ma erano come gocce nel mare. Le foreste erano disseminate di tanti di quei resti che dopo le battaglie, i druidi fecero in modo da vietarne l’accesso  per molti anni, fino a quando  l’ondata di ferocia non si placò con la pace stretta fra britanni e sassoni.

 

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