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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

le suggestioni di franca

FORZA BOLOGNA

21 Gennaio 2019 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #le suggestioni di franca, #come ervamo, #sport

 

 

 

 

Serie A, è appena ricominciato il girone di ritorno dopo la sosta per le feste e ricominciano le polemiche, ma non tutto il calcio è malato. Io vado contro corrente e ammetto di avere una visione romantica dello stadio e delle partite domenicali che forse non è più attuale. Lo sport, le discipline sportive non sono solo violenza, arbitraggi pilotati, cori razzisti, corruzione e ciarpame, anche da una partita di calcio c'è da imparare etica e rigore, sportività, appunto, e lo stadio può diventare scuola di vita.

Non tutta la colpa è da imputare ai tifosi se la nostra società è malata, lo stadio, a mio avviso, riflette solo quanto nel complesso siamo diventati. I valori di amicizia e sana competizione stanno scomparendo ovunque, nella scuola, nel mondo del lavoro, per strada, dove prevalgono invidia, maleducazione, cattiveria e prevaricazione.

Io ho un bellissimo ricordo dello stadio di Bologna, dove la squadra del cuore di mio padre giocò il campionato che la portò alla vittoria del suo ultimo scudetto nel lontano 1964. Era l'Inter l'avversaria diretta e lo spareggio finale si giocava a Roma, in campo neutro. Mio padre, mentre io gli saltellavo intorno, non staccava l'orecchio dalla radiolina a transistor per seguire la partita. A vittoria avvenuta, il giorno dei festeggiamenti, col babbo che mi teneva per mano, mentre la folla festante applaudiva Pascutti, Bulgarelli, Perani, Haller, Fogli e tutti gli altri, avvolta da un tripudio di bandiere rossoblu, mi sono sentita orgogliosa della vittoria della mia squadra e di appartenere alla mia città. Per mio padre il calcio era stato uno svago importante, l'unico di pochi momenti, durante la lunga prigionia nei campi inglesi in Africa, e in quei brevi tornei calciava orgoglioso il suo pallone raffazzonato con quattro stracci, pensando a due mondiali appena vinti dall'Italia nel 1934 e nel 1938 alla faccia dei boriosi aguzzini che gli passavano una pagnotta e una borraccia d'acqua a settimana. Il babbo era tifoso del Bologna e la partita dell'ultima vittoria fu anche l'ultima della sua vita. In autunno un incidente stradale lo strappò a noi, alle sue passioni, mai più stadio, mai più feste, mai più insieme a ridere e piangere e io, seppur piccina, raccolsi il testimone ideale del suo tifo sportivo, di felice condivisione, per quel calcio per quella squadra, la squadra del cuore.

Ho tifato Bologna per tutta la vita, nello stesso identico modo, seguendolo con rassegnazione nei periodi più bui, in serie B, nei lunghi anni di militanza in serie cadetta e poi ,con leggeri entusiasmi, l'ho visto risalire dalla C alla B, poi di nuovo nel girone delle grandi, ma sempre fra gli ultimi in classifica, soffrendo, zoppicando, ma quanta fede, quanta costanza nei suoi tifosi ogni domenica.

Il mio amore per la squadra della mia città non mi ha impedito di crescere, studiare, leggere, lavorare, vivere e amare la mia famiglia, di condurre una vita sana con sani valori. Mio fratello ha portato il figlio allo stadio fin da quando era piccolo e insieme hanno seguito il nostro Bologna, spesso anche in trasferta, nelle sue avventure e disavventure. Anche lui, come il babbo, sapeva trasmettere la stessa passione. Negli ultimi anni hanno vestito, sempre insieme, la casacca dello stewart e in tribuna qualche volta hanno fatto accomodare anche me e la mia famiglia accanto ai tifosi VIP come Lucio Dalla, Gianni Morandi, Andrea Mingardi e una domenica, quando, con grande campanilistico orgoglio, battemmo il Milan, vicino a noi era arrivato da Milano anche Diego Abatantuono per seguire la sua squadra.

Lo spirito è sempre stato lo stesso, grandi gioie per piccole soddisfazioni. Anche mia madre tifava Bologna, ormai anziana, la domenica si sedeva in prima fila sulla sua poltrona e seguiva la partita in televisione, era un momento di unità in famiglia e si rideva quando gridava al nostro Bologna “avanti miei brocchi fategliela vedere!”

Ancora oggi seguo la mia squadra, senza patemi d'animo, e soffro per i pochi risultati che ottiene, ma soffro di più nel vedere che gli stadi sono diventati per i giovani non luogo di incontro, ma scenari di guerra, campi di battaglia: spranghe, botte, coltelli e violenza. Morire per una partita di pallone è davvero un'assurdità. Che il calcio sia diventato la valvola di sfogo di una società che nulla riesce a trasmettere è lo scenario più triste a cui si possa assistere. L'amor patrio, l'inno di Mameli cantato a squarciagola solo se gioca la nazionale di calcio non sono un bel esempio per i nostri ragazzi e non ci si deve meravigliare dei risultati che ne conseguono.

Mancano valori di unità e aggregazione alla base della nostra società e, quando nascono, succede in maniera sbagliata. Così si instaurano fortissimi legami nei gruppi degli “ultras”, cresce, in una sorta di comportamento tribale, il desiderio di protezione dei membri da coloro che vengono considerati i “nemici”, che, a seconda delle circostanze, possono essere altri gruppi di tifosi o le forze dell'ordine. Il comportamento di base di queste “bande” si estende, ben visibile, anche ad altri ambiti, come quello politico ad esempio, poiché è proprio questa intensa coesione fra simili la molla che fa scattare il comportamento delinquenziale.

Questa è la mia concezione, questa la mia storia. È forse tramontata per sempre la mia poetica visione delle partite di calcio e dello stadio come ancora oggi dovrebbe essere, un luogo di divertimento, un momento di condivisione per famiglie, dove si apprende che, come nella vita, a volte si vince e altre si perde, quando si perde a lungo ci si fortifica e più grande sarà la gioia della vittoria, si impara a combattere con onore, con onestà, con determinazione, preparandosi fisicamente e psicologicamente all'incontro (mai allo scontro) della vittoria o della salvezza.

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Ti insegnerò ad amare i libri

7 Gennaio 2019 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #le suggestioni di franca

 

 

 

 

 

 

A mio nipote insegnerò ad amare i libri. 

Scrutami mentre assorta sfoglio avidamente un libro, spia il segreto della mia felicità privata e prepotente, chiediti perché sorrido, sono seria o piango, perché non sento suonare il campanello, e non bado a nessuno finché le pagine non finiscono. Non penso a vacanze perdute, a uscite mondane, a circoli intellettuali, non sento la mancanza di nulla. Capirai che questo è il modo che ho trovato per isolarmi dal mondo, dall'ipocrisia della gente, dall'egoismo e dalla superficialità. Troverai compagnia in qualunque momento, in ogni luogo, non devi prendere mezzi, per partire per un lungo viaggio basta una panchina, una poltrona, il sedile di un treno sgangherato che ti porta in provincia. Guardami mentre rivivo gli eventi leggendoli, spaziando nei secoli e nella vastità dell'infinito, vedrai la mia ansia materializzarsi di fronte a un giallo inesplicabile, la ma gioia fiorire a una storia d'amore. Ma guardandomi attentamente vedrai principalmente la mia gratitudine, la mia sconfinata ammirazione, mentre la trama si chiude in un esaltante finale. Leggi sempre, leggi tutto. Una volta compreso questo mi guarderai sconsolato, insicuro e spaventato, pensando a quanti libri ci sono nel mondo, non scoraggiarti piccolo mio, ogni libro è il solo, ogni libro è il primo, è un'emozione che si rinnova, un rituale da festa di compleanno, una scoperta di sogni e ricordi come quando da piccola guardavo mia madre cucinare per noi e io sognavo di invitare a cena Laurie Lawrence e come Jo March di scrivere un romanzo per lui.

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Il pigiama verde

7 Dicembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #le suggestioni di franca

 

 

 

 

Ho ritrovato il tuo pigiama verde dimenticato nel fondo di un cassetto. E' uscito fuori all'improvviso e una sferzata mi ha colpito in pieno volto, mentre lo annusavo cercando il tuo profumo sono riaffiorati ineluttabili i ricordi ostinatamente negati e tenuti nel segreto del mio cuore. Quel giorno quando lo indossavi per l'ultima volta, mi guardavi con i tuoi dolci occhi azzurri divenuti improvvisamente acquosi e vuoti, interrogandomi muta sul perché il respiro ti veniva meno e io ti chiamavo inutilmente a me. Ho voluto indossarlo nei miei giorni più bui, per sentirti vicina e mi ha dato forza, ho sentito addosso lo stesso tuo coraggio. Mi sono chiesta se io ho paura di morire. No, non ho paura di morire, ho paura di non riuscire a farlo bene, ho paura di soffrire, ho paura di vivere male, ho paura della miseria, quella che ti toglie ogni dignità umana e morale, che ti riduce in uno stato di pietoso avvilimento e desolazione, ho paura di tutto quello che non dipende da me, perché credo non sia vero che ognuno è artefice del proprio destino, ma credo piuttosto che ognuno sia parte di un tutto, che corpo e anima siano due cose distinte e separate e che l'anima sia molto più felice del corpo, così mentre lo spirito mi dice di non aver paura, il corpo fa di testa sua. E mi chiedo dove vanno a finire le nuvole nere cariche di pioggia che oscurano l'azzurro del cielo quando il vento le spazza via? Dove va il sole quando non si fa vedere? E dove si nascondono luna e stelle in una notte di tempesta? E io dove andrò quando la paura sarà certezza? Cammino lentamente mentre le ore corrono dietro i miei passi, chissà forse diverrò pioggia.

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La mamma dai capelli marroni

5 Dicembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #le suggestioni di franca

 

 

 

 

Oggi, mentre stavo facendo la spesa, assorta nel difficile compito di scegliere che tipo di pasta comprare, mi sono sentita sfiorare delicatamente la gonna. Una bambina bionda con due grandi occhi scuri, pieni di lacrime, mi guardava silenziosa. Per un attimo ho pensato ai soliti mezzucci che usano gli stranieri per elemosinare qualche spicciolo, ma, in un attimo, ho colto il reale terrore nello sguardo disperato di quella piccina. Mi sono chinata verso di lei e, con calma, dolcemente, le ho chiesto “che cosa succede piccola?”. “Ho perso la mamma!” mi ha risposto e a quelle parole le lacrime trattenute sono scoppiate in singhiozzi. Ho preso la sua manina e ho cercato di tranquillizzarla "la mamma ti starà sicuramente cercando, ora l’aiutiamo a trovarti, vuoi dirmi di che colore ha i capelli la tua mamma?” .“La mia mamma ha i capelli marroni…” mi ha detto in un sospiro. Allora per cercare di rassicurarla, tenendo stretta  la sua manina nella mia,  mi sono avviata lungo i corridoi, tra gli scaffali, sorridendo a tutte le signore che incontravo e chiedevo “avete visto una mamma coi capelli marroni?”. Mentre ci stavamo avvicinando alla cassa per chiedere di fare un annuncio, una signora è arrivata correndo: era la mamma, e la bambina mi ha lasciato in fretta per correre tra le sue braccia. E’ durato meno di un attimo il piacere di stringerla a me, di farle una carezza e di sentirmi ancora una volta come la lupa che protegge i suoi piccoli, poi mi sono guardata  allo specchio, i miei capelli hanno venature d’argento: è passato  ormai il tempo in cui anch’io ero una mamma dai capelli marroni. La nostalgia è una condizione strana, ti fa cercare tra vecchie fotografie le ore perdute e lì, in fondo al cuore, al confine con l'anima, scrive a caratteri cubitali la tua solitudine, quasi fosse una conquista, mentre gli occhi si vestono di rugiada.

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Il bambino e il selfie

3 Dicembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #le suggestioni di franca, #poesia

 

 

 

“Narciso si sporgeva sull'acqua per meglio contemplarsi...” inventando l'idea dell'autoritratto.

Autoritratti di grandi pittori, seguirono autoritratti in fotografia, sono tecniche vecchie quanto il mondo. L'uomo ha necessità da sempre di mettere a nudo la propria personalità attraverso questa forma di “auto presentazione”.

Il selfie moderno, figlio della tecnologia, è la deriva di questa pratica. Uno sguardo attento rivela molto di una persona attraverso una semplice immagine di se stessa da dare in pasto ai social. Un selfie dice tanto di noi anche se spesso non ne siamo consapevoli, per esempio questo bambino dotato di una fantasia meravigliosa, a mio avviso, rivela grandi potenzialità per il suo futuro. A lui dedico questo breve e faceto componimento (che fa il verso a Gianni Rodari e me ne scuso)

 

Poesiola che viene e che va

del piccino che soldi non ha

Il bimbo al mare scorda la rabbia

e fa le foto con la sabbia,

la bimba ai monti fa foto alle cime

e sicuro non si deprime

E chi cellulare non ne ha?

Solo, solo foto non fa:

si siede sul marciapiede,

e il passante distratto non lo vede,

ma il piccolo inventa i suoi scatti più carini

in compagnia dei fratellini.

Lui sa volare con la fantasia

e scatta la foto più dolce che ci sia

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Nizar Qabbani

25 Novembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #le suggestioni di franca, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

Trovo riduttivo per il genere umano che una giornata di non violenza contro le donne debba essere istituita quasi per legge, quando dovrebbe essere insito nell'animo, nel cuore di tutti uomini, l'amore e il rispetto per la donna. È per questo che dedicherò proprio a un uomo il mio giorno della non violenza.

E precisamente a Nizar Qabbani un grande poeta, forse il più grande del mondo arabo, nato in Siria, a Damasco, nel 1923. La sua gioventù fu segnata da un tragico evento che toccò la famiglia di origine, quando la sorella si suicidò per non dover sposare un uomo a lei destinato ma che non amava e non voleva. Da quel momento in lui scattò la molla che lo rese per tutta la vita attento osservatore, instancabile interprete e coraggioso difensore della causa della libertà delle donne, che, soprattutto nei paesi arabi, sono vittime di un controllo sociale, non solo familiare, e di imposizioni autoritarie e patriarcali tendenti ad annullarne la personalità e a soffocarne la libertà.

 

"Cerco di disegnare una città dell’amore

priva di vincoli

dove le donne non vengano immolate

e il loro corpo addomesticato...”

 

Qabbani fu poeta della grande semplicità, diretto, spontaneo, amante di un linguaggio usato nel quotidiano che potesse giungere a tutti, anche agli orecchi più umili, i suoi versi cantano la bellezza del corpo femminile e dell’amore, scegliendo un linguaggio vicino a quello parlato nelle case e nelle strade e usando immagini di impatto emotivo.

 

...Il tuo amore mi ha insegnato a comportarmi da bambino

a disegnare il tuo viso col gesso sui muri,

sulle vele dei pescherecci...

 

Le sue poesie si diffondono a macchia d'olio, venivano e vengono lette da tutti nei caffè, nei parchi, agli angoli delle strade e nelle case.

Nel 1981 un altro terribile evento luttuoso lo colpì, la moglie perì, coinvolta in un attentato in Libano. Il mondo che ancora una volta si accanisce contro gli esseri più delicati e gentili che lui ama e canta nelle sue poesie. La sua voce divenne eloquente protesta del mondo arabo e delle sue lotte politiche. E’ stato un poeta nazionalista, ma attaccava anche i dittatori arabi e la mancanza di libertà. Ha lasciato poesie, scritti di giornalismo e saggi, notevole  anche la bibliografia in italiano.

Qabbani aveva espresso un desiderio: “Voglio che, dopo la mia morte, il mio corpo venga trasportato e sepolto a Damasco, con la mia gente. Damasco è il grembo che mi ha insegnato la poesia, la creatività. Io voglio tornare a casa come un uccello torna a casa e come un bambino torna al seno di sua madre”.

Quando a Londra,  il 30 aprile del 1988,  morì a 75 anni, il presidente siriano Hafen Al-Assad, che due mesi prima aveva deciso di intitolargli una strada nel quartiere più prestigioso di Damasco, si adoperò per il trasporto del feretro in città. Il suo funerale  fu celebrato il 4 maggio, nella Badr Mosque. Una folla numerosa partecipò alle esequie, le cifre ufficiali parlano di oltre diecimila persone, ma la cosa più eclatante fu la partecipazione femminile, poiché alle donne era vietato prendere parte a queste imponenti cerimonie pubbliche. Il grande impegno del poeta nei loro confronti, l'esaltazione della bellezza e dell'amore per loro,  diede alle siriane la forza e il coraggio di condividere in mezzo agli uomini, con gli uomini, più forte degli uomini, quel giorno di grande dolore.

 

LETTERA DA SOTTO ACQUA

 

Se sei mio amico aiutami

a fuggire da te

Se sei il mio amore

liberami da questa situazione

 

Se avessi saputo che l'amore è così pericoloso

non mi sarei innamorata

Se avessi saputo che il mare è così profondo

non sarei mai andata a nuotare

 

Se avessi immaginato la fine

non avrei mai iniziato

 

Ho nostalgia di te

Insegnami a non averla

Insegnami come estirpare le radici di questo amore profondo

Insegnami come muore la lacrima sul viso

Insegnami come muore il cuore e a uccidere il desiderio di vederti

 

Se sei un profeta

liberami da questo incantesimo.

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Non ci si mette a discutere su un vento d'aprile

23 Novembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #le suggestioni di franca

 

 

 

 

Amo molto il lusso, ma questo non ha niente a che vedere con lo sfarzo, con la vistosa esorbitanza delle normali comodità, con la sovrabbondanza, con l'eccesso nel modo di vivere e con le spese superflue volte solo a soddisfare ambizione e vanità. Il vero lusso non giace nella ricchezza e nel fasto, ma risiede nella squisitezza, nella raffinatezza, nel buon gusto di modi e costumi, nelle espressioni ricercate e soprattutto nella totale assenza di volgarità. Non c'è lusso se pur navigando nell'oro mancano la cultura e l'educazione, la finezza, la signorilità e la nobiltà spirituale. Voglio qualcuno che mi tratti coi guanti bianchi, è metafora del desiderio di quella  profonda gentilezza che va scomparendo, sostituita dalla volgarità delle parole e dei modi. Volgarità è la più brutta espressione  della nostra lingua e del nostro vivere.

Chiudo citando Ezra Pound “Parlo della bellezza, non ci si mette a discutere su un vento d'aprile. Quando lo s'incontra ci si sente rianimati. Ci si sente rianimati quando si incontra in Platone un pensiero che corre veloce, o un bel profilo in una statua.

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Cessata attività

19 Novembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #le suggestioni di franca, #il mondo intorno a noi, #come eravamo

 

 

 

 

Ieri pomeriggio sono andata al mio paese, ci torno sempre quando ho voglia di ritrovarmi. C’è una merceria all’angolo della piazza, un piccolo negozio dove mia nonna comprava il lino per cucire il corredo ai figli, dove mia madre si fece confezionare l’abito di matrimonio e dove, mi raccontava spesso, passando là davanti vide per la prima volta un paio di calze di nylon. C’è un negozio all’angolo della piazza del paese dove anch’io, nei miei anni di peregrina in giro per l'Itala, andavo quando tornavo a casa. Acquistare qualcosa lì,  era come portare con me un po’ della mia terra, un pezzo di tradizione, un centrotavola fatto all'uncinetto, una tovaglia ricamata a mano, un golf di pura lana confezionato ai ferri, un articolo artigianale, spesso unico, da regalare a un'amica o da conservare in ricordo. Adesso lo gestisce Valentina, la nipote dell’anziana proprietaria che conoscevo, è una ragazza che ha l’età di mia figlia, ha dedicato tutte le sue energie a rinnovare il negozio di famiglia e ne ha fatto un ambiente confortevole, caratteristico, dove si respira un'atmosfera di calda intimità, una “bomboniera”. E’ accogliente, fresco, pieno di articoli nuovi, di classe, tessuti di qualità accostati al caldo legno degli scaffali e dell’antico bancone: è di buon gusto.  C’è un piccolo negozio all’angolo della piazza del paese, o forse dovrei dire c’era, perché quella ragazza mi ha informata che, strozzata dalla crisi, dalle tasse, dalla concorrenza dei grandi centri commerciali, degli outlet sorti come funghi a pochi km di distanza, a fine anno cesserà l’attività, che era stata di sua madre e prima ancora di sua nonna e indietro per generazioni fino a che si ricordi. “Questo è uno di quei giorni che vorresti non arrivassero mai, ma che arrivano e ti portano via con la furia di un uragano”, mi ha detto salutandomi con le lacrime agli occhi. C’era un piccolo negozio all’angolo della piazza, memoria storica di un’epoca che non c’è più, ha resistito con testardaggine e attaccamento alle tradizioni fino a che ha potuto. Oggi si è dovuta arrendere e sarà un’altra saracinesca chiusa, un altro pezzo di storia del mio paese che se ne va sotto lo sguardo indifferente degli amministratori, per far largo ai negozi cinesi con la loro puzza di plastica, di colori chimici, le loro chincaglierie a buon mercato e alle bancarelle di ambulanti pakistani e marocchini coi loro articoli dai colori sgargianti, che accontentano una clientela sempre più grezza, sempre più povera.

L'emorragia di attività di vicinato non si ferma, tornando a casa riflettevo. Edicole, librerie indipendenti, salumerie, piccoli alimentari, macellerie, calzolai, erboristerie, pescherie, pelletterie.  La crisi dei piccoli negozi è un cancro che congiunge il Paese da nord a sud, senza far sconti a nessuno. La Confesercenti ha dichiarato che nel 2017 hanno chiuso senza essere sostituite circa diecimila imprese del commercio al dettaglio in sede fissa, al ritmo di un negozio sparito ogni ora.

E a sparire sono  soprattutto i negozi tradizionali, unici, come quello di Valentina.

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Volti dimenticati e volti amati

17 Novembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #le suggestioni di franca

 

 

 

 

Non vado spesso al cimitero e soprattutto non ci vado volentieri, mi ci reco meno controvoglia nelle giornate di festa, perché quando è festa, quando c'è motivo per sorridere, quelli sono i momenti in cui loro mi mancano di più. Nel lungo viale di ingresso è freddo, il vento fischia sempre tra i cipressi anche d’estate e rompe il silenzio fra le lapidi dimenticate. Non mi piace, forse perché è un luogo triste e sono stata costretta dalla vita a frequentarlo fin dalla tenera età, trascinata per mano da mia madre, vestita di nero. Di questa stagione  la nebbia offusca tutto, nasconde le tombe e lascia intravedere i lumini tremolanti, rendendo ancora più vivi il senso di incertezza e di smarrimento che provo. Sono passati da poco i giorni della ricorrenza, quando si ricordano i morti, quelli che tutti gli altri giorni cerchiamo di dimenticare per non soffrire e allora, anche un giorno di nebbia non è per caso.

Cammino piano e mi guardo attorno, attenta, curiosa, cercando di scoprire se c’è qualche volto nuovo, conosciuto, che si è aggiunto alle fila di visi anonimi, dimenticati dal tempo. Passo sempre sotto il porticato dedicato ai caduti di tutte le guerre e ogni volta guardo in alto dove pende una pesante scultura di bronzo, sospesa, raffigurante due fucili incrociati e un elmetto retti da un filo spinato. Guardo su e sto attenta come a temere che una volta o l’altra possa cadermi addosso, resa troppo pesante dal tempo, per quel muro sempre più vecchio. Giovani eroi in divisa, morti con coraggio, mi vedono passare veloce e sorridono del mio sciocco timore. Raggiungo la tomba della mia maestra, che ho amato come una madre e le sorrido chiedendomi se sarebbe orgogliosa di me. Ferma davanti a lei, ripasso una poesia a memoria, di quelle che in classe cantilenava con noi e quando mi allontano risento l’eco della sua voce che rimbomba fra le arcate. Oggi nell’aria c’è uno strano profumo di primavera fuori stagione che stride col grigio dei marmi oramai senza identità e senza storia, con le facce sbiadite di tutti quegli uomini e quelle donne di cui non resta che il bianco e il nero di uno scarabocchio impresso nel tempo: una data, una dedica, un nome. Poi attraverso il campo e, nella terra nera, dove un tempo c'erano le croci di legno ora ci sono prati vuoti, in attesa, irrispettosamente verdi come la speranza. Porto mazzetti di fiori in mano, li stringo forte, sanno di vita. Arrivo dai miei, li saluto dolcemente "Ciao babbo, ciao Ma’ ". A mio fratello strizzo l’occhio da lontano, poi accarezzo le fotografie lentamente una a una facendo finta di togliere la polvere che non c’è. La tomba di famiglia è sempre in ordine, pulita e piena di fiori, le zie vengono ogni giorno e provvedono a tenerla lucida, è un posto vecchio, come loro. Io preferisco dire che i miei cari li ricordo ogni mattina senza andare in quel luogo così tetro dove in realtà essi non sono. Li porto dentro, li rivivo nei gesti quotidiani, preparando il caffè, chiudendo le imposte, accarezzando una pianta. Metto i fiori nel grande vaso al centro della pietra sepolcrale, li sistemo con cura, aggiungo acqua, poi verso quella che resta sulle foto e la lascio scorrere giù, lungo i volti dei nonni, degli zii, che mi guardano di traverso. Lavo tutto, quasi a voler lavare via il dolore. Guardare i miei in silenzio mi stringe il cuore come se accettassi che non possono più sentirmi, né rispondermi e allora racconto cose belle: “È nato Joao sapete? Cresce ed è bellissimo mamma, ha gli stessi tuoi occhi.” Parlo con loro, mai di me non mi piace dare preoccupazioni ... poi vado… ciao Babbo , ciao Ma'...

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Malinconia bella

15 Novembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #le suggestioni di franca, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

Torno qui fra i miei monti, i miei boschi. Non c'è stagione più adatta per chi ama questi luoghi. Nell'aria respiro l'odore della terra umida, delle foglie bagnate, dei funghi, del vino nuovo e delle caldarroste che cuociono lente sul fuoco. E quei colori che tingono la collina, dal giallo al rosso, passando per l'arancione, tutto è uno spettacolo, mentre un raggio di sole dirada la nebbia e un alito di vento mi porta il rumore lieve delle foglie secche che cadono a terra. Mi stringo le braccia avvolte dal golfino di lana che sa ancora di naftalina, guardo avanti oltre la montagna, anche la mia malinconia è bella, si colora di felicità e profuma di autunno. Tempo di castagne e di vino nuovo dicevo, un rito irrinunciabile per me. Vi voglio raccontare di una passione per il vino. Un percorso di profondità, di bellezza e perfino di storia. Di un difficile cammino fatto di pazienza, di dedizione e apprendimento. Alla fine sulle labbra rimane l'ombra di un racconto profumato.

Vi voglio raccontare di serate in allegria, di amici, di risate e di canzoni. Di vendemmie sotto il sole settembrino e di sorrisi complici tra i tralci. Di odori e di bella compagnia, ricordi di un rosso tramonto o di un bianco inverno e il vin brulé in un bicchiere bollente. Di una famiglia unita intorno al grande tavolo delle feste, della sicurezza e della protezione avvertita sulla pelle, delle gioie brindate, dei dolori annegati e della facilità di aprirsi quando stappo la mia bottiglia: il sentimento a volte si annusa.

Vi voglio raccontare della semplicità dei gesti, del riscaldarsi dei cuori, della libertà dei pensieri e delle azioni. Chi ama il vino si inebria, non si perde, lo vive e lo sposa. Buonanotte amici, una buonanotte intinta di colori e di sapori.

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