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interviste

Vincent Spasaro, "Il demone sterminatore", recensione di Gordiano Lupi

19 Giugno 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #interviste

Vincent Spasaro, "Il demone sterminatore", recensione di Gordiano Lupi

Vincent Spasaro

Il demone sterminatore

Cronache dal fiume senza rive

Edizioni Anordest – Pag. 682 – Euro 15,90

Non c’è modo migliore per presentare Il demone sterminatore che prendere in prestito le parole dette nel corso di una recente presentazione da Eugenio Saguatti: “Non saprei come collocarlo in libreria. È un dark-gothic-horror-fantasy-epic-adventu e altro ancora. Consigliato a chi ama le robe fosche, apprezza gli sconfinamenti di genere, cerca personaggi complicati, fuori dagli stereotipi, vuole una lunga e sporca avventura. Vivamente sconsigliato a chi pensa: il fantasy è per ragazzini, non somiglia per niente a Tolkien, che palle, non ci sono elfi, il fantastico italiano non produrrà mai niente di valido ed esportabile”.

La collana Criminal Brain di Edizioni Anordest colma un vuoto in tema di saghe fantasy per adulti con un romanzo innovativo, scritto da Spasaro, senza dubbio ispirato dalla narrativa horror - fantastica di Alan D. Altieri e Valerio Evangelisti.

Tre cacciatori inseguono un pericoloso criminale che si è macchiato del più orrendo dei delitti, si muovono lungo un fiume senza rive, cercano di catturare un terribile demone sterminatore che potrebbe essere ovunque, nascosto in un mondo fatto di tranelli, dove le radici degli alberi si cibano di bambini indifesi. Un dark fantasy originale e ben scritto, con un linguaggio poetico e letterario, curato nelle descrizioni degli ambienti fantastici, come una scenografia di un film di Mario Bava, dai colori cupi e accesi tipici del gotico, ma a tratti angoscioso come un vecchio postatomico. Un esempio di stile: “Le mie terre sono monti torreggianti a meridione e un mare ghiacciato a Nord. Sono cresciuto su di un porto che puzzava di pesce di altura. Venuto su con addosso la puzza di pesce e il freddo intenso nelle ossa, e ormai ho l’impressione, a tanti anni di distanza, che me li porterò dietro finché campo, anche su questo fiume dove non si è mai visto alcun pesce”. Ogni capitolo è un canto, ogni singola storia si fonde e si concatena alle altre, senza la minima sbavatura, andando a comporre un corpus fantastico che crea un mondo infernale, apocalittico, oscuro, dove a ogni angolo si nasconde un pericolo.

Vincent Spasaro parte dalla tradizione per scrivere cose originali, omaggiando i classici. Intende il dark fantasy come il fantasy di Howard (Conan il barbaro), Smith (le storie dell’universo Zothique) e Lovecraft, autore onirico che conosce bene. I suoi maestri sono gli scrittori americani degli anni Trenta che facevano capo alla rivista Weird Tales. Il suo fantasy è molto oscuro, non è certo un Tolkien per ragazzini, ma ricorda molto da vicino George Martin (Le cronache del ghiaccio e del fuoco). Riconosciamo tra le letture di Spasaro il fantasy oscuro di Micheal Moorcock (Elric di Melniboné) e di Robert Hodstock. Non mancano riferimenti alla narrativa horror di Stephen King e Clive Baker, ma anche al fantastico di Jack Vance, Poul Anderson, Ursula K. Le Guin, Dan Simmons e Serge Brussolo.

Abbiamo avvicinato Vincent per porgli alcune domande.

Perché un dark fantasy dopo il Segretissimo edito da Mondadori?

Perché mi piace variare. Fermo restando che amo scrivere di cose oscure, ritengo umilmente che il mio spettro narrativo sia abbastanza ampio. Avevo gran desiderio di pubblicare qualcosa di molto epico e tragico, un racconto che interessasse non solo un mondo ma un universo pieno di leggende, storie, religioni e società variegate, e impiantarvi una tragedia. Credo nella forza catartica della narrazione di storie. Volevo cimentarmi stavolta con qualcosa di molto variegato, senza necessariamente aderenze col reale come è stato invece per Assedio. Un omaggio a molti dei miei scrittori preferiti come Lovecraft, Moorcock, Brussolo…

Credi che il fantasy per adulti possa avere un mercato in Italia?

Penso proprio di sì, come ha dimostrato George Martin. La nostra è la patria delle storie oscure e avventurose, sia per la tradizione ancestrale del bacino mediterraneo con le sue grandi civiltà che per il percorso storico travagliato e denso di avvenimenti che ha interessato la penisola nei secoli. Se Shakespeare ambientava in Italia certi suoi drammi, un motivo ci sarà pur stato. Il problema, più che il fantasy per adulti, mi sembra il mercato. Al momento vedo che, per vari motivi che coinvolgono il deterioramento culturale e sociale della nazione, il mercato editoriale è uno stagno melmoso in cui tutti fanno fatica a sopravvivere. Reiterando un circolo vizioso, l’editore osa pochissimo e il lettore viene invogliato a scegliere temi che considera sicuri, separando lo scrittore italiano, che deve per forza scrivere di certi argomenti inerenti spesso più al proprio ombelico che altro, da quello straniero che può permettersi di divertire e appassionare.

Assedio uscirà in libreria, dopo l’edizione da edicola?

Sì. Sono orgoglioso di annunciarvi che a Settembre verrà ripubblicato da Anordest in un’edizione totalmente rivista. Credo molto in questo romanzo che esplora un’altra strada da me molto amata: l’orrore paranormale qui mescolato col thriller adrenalinico e l’hard boiled. Si tratta sempre di terrore e morte, naturalmente, come immagina chi mi conosce. Ma in Assedio l’orrore sovrannaturale va a infilarsi nelle pieghe dello spaventoso assedio della città di Sarajevo degli anni 90. Lo stile è molto diverso ma il batticuore assicurato.

Chi è il lettore ideale della tua storia?

Probabilmente il lavoratore che in metropolitana ha bisogno di staccare coi problemi della vita quotidiana e sfogare nei risvolti di una storia fantastica o orrorifica le sue frustrazioni. Chi insomma non desidera che gli si indichi per forza una strada di vita e gli si facciano prediche. La letteratura di genere ha aiutato un sacco di gente a trovare una finestra da cui guardare per un attimo altre prospettive, e ancor prima, per secoli, la narrazione orale di storie straordinarie nelle case dei nobili come dei contadini ha appassionato grandi e piccini. Perché non continuare?

Leggete Vincent Spasaro, se amate il fantastico e l’avventura. Non ve ne pentirete.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Vincent Spasaro, "Il demone sterminatore", recensione di Gordiano Lupi
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Incontro con il prof Felice Casucci

13 Maggio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #interviste

incontro col prof. Felice Casucci dell'Università del Sannio, 10 aprile 2013

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Intervista da radioalma-bruxelles

5 Maggio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #interviste

http://radioalma.eu/brussellando/?p=1201

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Intervista a Marco De Franchi

18 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #marco de franchi, #interviste

Intervista a Marco De Franchi

Marco de Franchi è nato a Roma ma vive a Livorno, molti lo conoscono per i suoi libri più recenti, i noir, come La Carne e il Sangue, dove racconta una vicenda che si riconduce alle indagini sulle nuove BR, ma gli appassionati di letteratura fantastica, i vecchi frequentatori della casa editrice Solfanelli e del premio Tolkien, gli abbonati di Dimensione Cosmica, lo ricordano soprattutto - al pari dell’altro scrittore di livornese, Gianluigi Zuddas - per la sua produzione fantastica.
Marco ha accettato di parlarci di
sé.

“Allora, cerco di mettere un po’ d’ordine, rappresentando, preliminarmente, che mi trovo sempre un po’ in imbarazzo a parlare di me e della mia vita. Uno dei motivi per cui scrivo storie è proprio per evitare di stare al centro dell’attenzione. Insomma spero che i miei personaggi parlino abbastanza per evitare che debba farlo io.
Nasco nel 1962 a Roma e come tutti i veri “scrittori” nell’animo desidero da subito solo scrivere, scrivere, scrivere… e pubblicare. Scrivere senza avere dei lettori è un’assurdità. Chi scrive VUOLE pubblicare. Non è questione di notorietà o altro. È l’esigenza di narrare e sapere che ci sono persone che ascoltano la tua narrazione. A dieci anni sognavo i miei libri dietro le vetrine delle librerie. Non ho avuto il successo sperato, ma va bene così.
M’innamoro della lettura di genere e in particolare della fantascienza, che eredito da mio padre (professore di Liceo, amante dei classici, ma avido lettore di Urania), e della narrativa gialla (che eredito da mia madre, donna dalla cultura più umile ma grandissima, onnivora lettrice).
I miei riferimenti sono, all’inizio, Simak, Dick, Heinlein, Bradbury. Poi scopro l’horror e la narrativa fantastica in senso lato. E allora amo e divoro Lovecraft, Machen, Poe, e poi Herbert, King, Straub, Blish, Barker, e tanti altri. Però non disdegno la narrativa italiana e i grandi noir.”


E così cominci…

“Sì, inizio a tentare di scrivere qualcosa di “professionale”. Il mio “esordio” è nel 1983 quando scopro il Premio di Narrativa Fantastica “Tolkien”, che Solfanelli edita con la cura di due nomi del calibro di Gianfranco de Turris e Giuseppe Lippi. Invio il racconto “La Porta Magica”, che non entra in finale, ma stuzzica l’interesse di de Turris. La Porta Magica è, infatti, un mix di horror ed esoterismo, con un aggancio alla realtà (m’ispiro, infatti, alla Porta Magica che sorge al centro di Piazza Vittorio a Roma, un bell’esempio di enigma esoterico-alchemico) e un interesse per i personaggi “borderline”. Il protagonista è un omosessuale e scrivere di questo nel 1983 non era proprio scontato (almeno per me). Comunque de Turris mi telefona (immaginate il mio stupore e la mia felicità) e m’invita a collaborare con altri racconti, sempre sulla stessa scia: uno sfondo storico, reale e soprattutto italiano e uno sviluppo magico/esoterico. La Porta Magica esce poi in Francia (non è mai stato pubblicato in Italia!) per una rivista specializzata molto nota allora, Antares, curata da Jean Pierre Moumon. Nel 1984 arrivo terzo al Premio Tolkien con il racconto “La Città Scarlatta” (in cui ci sono horror, magia sessuale, l’abisso e la redenzione) e nel 1985 sempre terzo con il romanzo breve “Gli Occhi nel Bosco”. Sono molto affezionato a questo romanzo (poco più di cento pagine, un taglio che in Italia non va molto, non è, infatti, racconto e neanche romanzo) perché esce nell’antologia “Immaginaria” di Solfanelli insieme a un romanzo di Grazia Lipos (una scrittrice triestina molto legata al Fantasy tradizionale) e al vincitore di quell’edizione “Viaggio per Lisa” di Luigi de Pascalis. Considero de Pascalis uno dei migliori scrittori italiani di narrativa fantastica. Già allora era un mito e per me fu un onore pazzesco uscire in un libro insieme a lui. Con Luigi poi, negli anni, siamo diventati amici e adesso collaboriamo stabilmente. Per me è un faro, una guida, un grande aiuto. Ha curato l’uscita del mio ultimo romanzo ed è semplicemente un uomo e uno scrittore fantastico (a settanta anni suonati si muove, scrive, inventa, progetta come un ventenne).
Comunque, da quel momento, inizio a scrivere e a pubblicare racconti qui e lì, con alterne fortune.”


Le strade che intraprendi, sappiamo, sono molte, fra le quali il mondo dei fumetti.

“Poiché mi interessa la narrativa a tutto campo, quindi anche quella cinematografica e fumettistica, mi cimento in entrambe le direzioni. Nel cinema non vado oltre qualche soggetto e un trattamento che avrebbe dovuto diventare una sceneggiatura e poi un film, ma che poi non ha trovato produttori. Nel fumetto invece la svolta è venuta con le testate popolari Lanciostory e Skorpio con cui per più di quattro anni ho collaborato stabilmente. Ho scritto qualche centinaio di sceneggiature per fumetti e ne sono fiero. Quello del fumetto è un campo molto stimolante. Mi hanno “disegnato” autori di razza e anche di questo sono contento. In quegli anni vivevo di sceneggiature per fumetti (e ho scritto anche qualche fotoromanzo per le dedizioni Lancio, lo ammetto. Non era un granché ma pagavano bene. Scrivere fotoromanzi, inoltre, insegna molto dal punto di vista delle tecniche narrative).”

È a questo punto che comincia la tua carriera di “sbirro”. Da un’intervista rilasciata a thriller Magazine sappiamo che non ami definirti un poliziotto scrittore, bensì il contrario, cioè una persona che, prima di tutto, scrive.

“Sì, poi sono entrato in polizia. Studiavo Legge, dovevo ancora fare il militare ma soprattutto mi affascinava il mestiere dell’investigatore. È il lato noir che albergava in me. Poiché inoltre non avevo il coraggio di provare la strada della sola scrittura (che raramente dà da mangiare) ho tentato questa strada professionale e devo dire che non me ne sono pentito. Il mio lavoro è sempre stato la polizia giudiziaria ed è un mestiere che ancora oggi, a venticinque anni di distanza, mi sorprende e mi affascina.
Il lavoro in polizia – e il fatto che fui trasferito in Toscana, allora a Massa Carrara - rallentò però e di molto la mia attività “di scrittore”. Per circa dieci anni non ho scritto (né naturalmente pubblicato) una sola riga. Non è che non lo potessi fare (ci sono decine di esempi di poliziotti-scrittori), è che ero troppo concentrato su questo lato del mestiere. E poi hai ragione, non sono mai stato uno sbirro-scrittore. Se mai sono uno scrittore che fa di mestiere il poliziotto.
Nel 1999 torno a Roma e come dire, mi “risveglio” ed inizio di nuovo a scrivere e a collaborare con de Turris e quello che amo chiamare il “gruppo romano” (forse qualcuno lo conosci: a parte de Pascalis, Nicola Verde, Roberto Genovesi, Errico Passaro, Gabriele Marconi, ma anche Giulio Leoni, Massimo Pietroselli, Alda Teodorani, Massimo Mongai, e altri). Anche se all’inizio è stato davvero difficile oliare i vecchi arrugginiti ingranaggi. Era come se la mia vena “fantastica” si fosse esaurita e in qualche modo il tempo mi avesse superato. Io insomma ero rimasto ai miei primi tentativi che per quanto fortunati erano ancora embrioni delle cose che volevo scrivere. Insomma mi sembrava di aver perso il famoso treno.”

Poi c’è stata l’esperienza forte del gruppo Biagi, quella che, forse, umanamente hai vissuto con maggiore partecipazione, quella che ha stimolato la tua vena di scrittore e dalla quale è scaturito il romanzo La carne e il sangue, ispirato alla figura di Cinzia Banelli.


“Nel 2003 entro a fare parte del “Gruppo Biagi”, il gruppo investigativo che raccolse forze un po’ da tutta Italia per individuare gli assassini di Marco Biagi e, prima, di Massimo D’Antona. Ero sempre stato affascinato dal fenomeno del terrorismo, ma fino ad allora mi ero occupato “professionalmente” di narcotraffico e di antimafia. Investigare un fenomeno così complesso e pieno di contraddizioni come il crimine politico mi ha stimolato molto. Al di là dei risultati (alla fine gli assassini di Biagi, D’Antona e del collega Petri, le cosiddette nuove Brigate Rosse, furono presi) e dell’arricchimento professionale che ho avuto da questa avventura (spesa tra Roma, Bologna, Firenze e Pisa), dal punto di vista “letterario” mi si è aperto un mondo. Per la prima volta ho iniziato a “usare” il mio mestiere di sbirro per alimentare il mestiere di scrittore. Così nel 2008 è uscito “La Carne e il Sangue”, per Barbera, e una serie di racconti ispirati agli anni di piombo o semplicemente “noir” (di quel periodo è l’intervista a Thriller Magazine). Il noir è ancora una dimensione letteraria che amo, ma ultimamente ho rallentato questo tipo di narrativa (miei racconti noir o semplicemente thriller sono usciti su antologie per Meridiano Zero, Flaccovio, Laurum, Robin, ecc.). Mi pare ci sia un sovraffollamento nel genere e in fondo la cosa importante è scrivere una storia a cui si tiene, il genere conta meno. Il noir ti permette di indagare i lati più oscuri dell’animo umano e soprattutto di trattare il mistero nella vita quotidiana.

Viene per tutti, però, il momento del ritorno a casa, alle origini.

“È vero. Sono tornato da poco alla narrativa fantastica, e ne sono felice. Non solo perché ho ritrovato la dimensione che preferisco ma perché qualcuno mi definì tanto tempo fa “una promessa del fantastico italiano” e ho sempre pensato di aver deluso questa aspettativa. Chissà se a cinquant’anni posso ancora provarci?
Comunque dal 2010 ho ripreso a collaborare con de Turris (in quell’anno è uscita per il Giallo Mondadori l’antologia da lui coordinata “Il Filo del Rasoio”) e i miei racconti hanno ripreso a circolare. A maggio come hai visto uscirà per La Lepre Editore il romanzo “Il Giorno Rubato”, una sorta di thriller paranormale a cui tengo molto. È un editore piccolo ma molto serio e ha un bellissimo catalogo, a mio parere. Da questo romanzo spero di ripartire, riannodare qualche filo e, se ho fortuna, portare a termine altri progetti.
Nel fantastico mi sento più a mio agio. Penso che sia uno strumento con cui si può aprire molte porte. È anche una luce al cui filtro si può leggere l’intera realtà. Ed io sono ancora fedele alla massima di Roger Callois che definiva la letteratura fantastica (cito a memoria e sicuramente senza precisione) “l’irruzione improvvisa e inaspettata dell’irrazionale nel razionale”.

E ora, visto che siamo su Livorno Magazine, che cosa puoi dirci del tuo soggiorno in questa città dove , troppo spesso, nessuno è profeta?

“Dal 2005 vivo a Livorno. Sono “tornato” (come dite pazzescamente voi livornesi quando vi riferite al trasferimento in una nuova casa) perché mia moglie, Debora, è di Livorno e qui ha il suo lavoro, e perché due figli piccoli reclamano la presenza del padre. All’inizio questa città non mi piaceva proprio. Non mi ci riconoscevo e Roma mi mancava (mi manca ancora!). Devo dire però che adesso comincio ad apprezzare alcuni aspetti della vostra città. E certe strade, certi scorci cominciano a entusiasmarmi. I livornesi non è che li capisca molto, ma ne apprezzo la genuinità e il senso dell’esagerazione. La vostra rivista on line mi ha aiutato molto nello scoprire alcuni aspetti nascosti di Livorno. Così come venire a sapere che ci sono altri scrittori che vivono qui e che fanno i conti tutti i giorni con editori, agenti, rifiuti, contatti, speranze, ecc. Grazie anche per questo.”

Grazie a te, Marco, di cuore.

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Adriana Pedicini: Intervista ad Adriana Pedicini da RAE

26 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #interviste

Adriana Pedicini:   Intervista ad Adriana Pedicini da RAE

Intervista ad Adriana Pedicini

http://it.1000mikes.com/show/radio_autori_emergenti

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Intervista a Ida Verrei

21 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #ida verrei, #interviste

Intervista a Ida Verrei

Ida Verrei, autrice di due romanzi raffinati, “Un , due, tre, stella!” e “Le primavere di Vesna” Fabio Croce editore ha accettato di rispondere a qualche nostra domanda.

“Ciao, Ida, puoi dirci qualcosa di te?”

I.V. “Sono nata a Venezia ma risiedo a Napoli, città per cui nutro grande amore. Laureata in Pedagogia con indirizzo psicologico, ho fatto l’insegnante elementare per trent’anni, iniziando a venti, quasi contemporaneamente al “mestiere” di madre. Ho collaborato anche per qualche anno con un Istituto per minori a rischi, nel quartiere Sanità di Napoli.


“Che cosa ti ha spinto a iniziare a scrivere in età, diciamo così, matura?”

I.V. “Ho sempre scritto molto, di psicologia dell’età evolutiva, di didattica, o elaborando sceneggiature di spettacoli teatrali per la scuola. Al romanzo sono arrivata per caso: capita nella vita di vivere stagioni di bilanci, giorni di revisione del proprio vissuto, e, se hai la passione per la scrittura, può accadere di voler fissare emozioni interiori e raccontare se stessi riuscendo a trovare nelle memorie il filo conduttore di una storia.”


“Parlaci delle differenze fra i tuoi due libri.”

I.V. “Il primo libro “un, due, tre, stella!” non è nato per essere pubblicato: scrivevo per me stessa, senza velleità letterarie. Ma qualcuno lo ha letto, lo ha apprezzato e ha deciso per me. E così si è generata quest’opera prima, che ha ricevuto un discreto consenso fra i lettori, anche se non sarà mai “un caso letterario”, visto che l’editore è un medio-piccolo editore, Fabio Croce, con un’onesta e soddisfacente distribuzione, ma senza quei canali di potere necessari per giungere alla grande diffusione.
Il secondo libro “Le primavere di Vesna” ha una genesi diversa: questa volta ho voluto misurarmi con una storia non mia, anche se ispirata a persone che hanno molto da vicino fatto parte della mia vita. Potremmo definire anche questo un romanzo di formazione, perché mi è piaciuto seguire i protagonisti in un lungo percorso di vita, e sono cresciuta con loro, partendo da un’adolescenza felice, sino a una maturità sofferta. Sullo sfondo, gli eventi bellici dell’ultima guerra mondiale, nella cornice di una Slovenia forzatamente italianizzata.”


“Quindi anche quest’ultimo libro gravita attorno alle vicende della tua esistenza, seppur romanzate. Consideri l’autobiografismo una zavorra o un ponte di lancio?”

I.V. “Il primo libro è decisamente autobiografico, cosa che in letteratura non sempre genera consensi. Soprattutto sposta l’attenzione del lettore dalle caratteristiche stilistiche e strutturali, dall’abilità narrativa, al contenuto biografico che provoca curiosità in qualcuno, diffidenza in altri. L’autobiografismo resta addosso come zavorra, tutti si aspettano il “seguito” della storia… e tutti cercano nel secondo legami con il primo. Se dovessi consigliare chi comincia, gli direi di tenersi ben lontano dall’autobiografismo. Molti grandi del passato hanno scritto romanzi ispirati alla propria vita, ma erano, appunto, già “grandi”. Chi inizia dovrebbe lanciarsi subito nel romanzo di fantasia, sembra più difficile, ma non è così: raccontare se stessi può essere lacerante e consegnare a “qualunque” lettore la propria vita, la propria anima è un errore che si paga.”

“Grazie, Ida, concludiamo con la domanda che porremo a tutti. Dove e come si possono reperire i tuoi romanzi?”

I.V. “Entrambi i romanzi si possono trovare in libreria a Napoli, Roma, Milano, ma possono essere ordinati facilmente anche in altre città. Oppure li trovate nelle librerie On line, da IBS a LIBRERIA UNIVERSITARIA a BOLIG:IT a tutte le altre.”

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Intervista rilasciata a Paolo Mantioni

20 Marzo 2013 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #poli patrizia, #interviste, #paolo mantioni

Intervista rilasciata a Paolo Mantioni

Di Paolo Mantioni

Patrizia Poli, di cui abbiamo recensito di recente il romanzo Il Respiro del Fiume, ha accettato di rispondere a qualche domanda e a qualche osservazione che il suo libro ha suscitato. Facciamo precedere la trascrizione del colloquio telematico con l’autrice da una breve scheda bio-bibliografica che la stessa Patrizia Poli ha stilato per noi.
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Sono nata e vivo a Livorno. Mi sono laureata, nel 1985, in lingua e letteratura inglese, all'università di Pisa, Il mio racconto "Quand'ero scemo" ha vinto il premio Guerrazzi ed è stato pubblicato sulla rivista "La Ballata"
Ho scritto "Il Respiro del Fiume", romanzo edito su www.ilmiolibro.it ambientato in India alla fine degli anni ottanta, frutto di studi e di meticolose ricerche.
Ho scritto "Signora dei Filtri", romanzo edito su www.ilmiolibro.it ambientato nell'età del bronzo. (Ri)racconta la storia del viaggio degli Argonauti, di Medea e Giasone, ma da un'angolazione inusuale, che percorre anche la giovinezza dei protagonisti ed approfondisce il mito di Orfeo.
Insieme a Allegri, Lucchesi, Marcaccini e Sciabà, ho pubblicato su www.ilmiolibro.it "La Livorno che c'è", raccolta alla quale partecipo con 11 racconti e la prefazione.
Ho da poco terminato un racconto lungo,"Bianca come la neve", che mescola la fiaba dei fratelli Grimm con i nosferatu, cioè i non morti della tradizione mitteleuropea, ora edito su ilmiolibro.it insieme ad un altro racconto fantastico "Il volo del serpedrago".
Per saperne di più, e per leggere alcuni dei miei racconti, visitate il mio sito www.signoradeifiltri.altervista.org
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Anzitutto l’India, la sua spiritualità e la sua situazione economico-sociale. Nella recensione scrivo che Lei ne fornisce informazioni di prima mano – almeno così mi è sembrato. Vi ha soggiornato a lungo? Nel periodo cui fa riferimento il romanzo, o anche in altri periodi?

Sono stata in India nel 1989, anno in cui è ambientato l’inizio del romanzo, ma solo per breve periodo e da turista profano. Solo al ritorno sono iniziati uno studio e un approfondimento che hanno richiesto anni.

Attualmente, secondo lei, la tradizionale concezione castale è ancora così forte come un tempo? E gli insegnamenti gandhiani, che sembrano ispirare il finale del suo libro, al di là delle vuote mitologie o delle strumentalizzazioni politiche, sono ancora vivi e operanti nella società indiana?

Poiché, come ho appena spiegato, non ho una conoscenza diretta dell’India di oggi, posso solo rifarmi a quanto apprendo attraverso la narrativa, il cinema e i giornali. Penso che l’influenza delle caste sulla vita di tutti i giorni abbia ancora un suo spessore, come, ad esempio, si può evincere dagli annunci che vengono pubblicati per la ricerca dei partners nei matrimoni combinati. Se una ragazza ha la pelle chiara - segno di una casta più elevata – è ancora molto più appetibile.

La sua tecnica narrativa, almeno quella operante nel Respiro del fiume - punti di vista diversi, narratore onnisciente quasi nascosto dietro i personaggi – mi ha ricordato molto quella messa in opera da Edna O’ Brian in un romanzo intitolato Una splendida solitudine. Conosce quel romanzo o altri romanzi della scrittrice irlandese?

No, mi dispiace, non ho mai letto Edna O’Brian, ma la mia tecnica fa ricorso a una terza persona immersa e a un jamesiano punto di vista rigorosamente circoscritto.

Quella tecnica narrativa – se vogliamo, non tanto diversa da quella dei Malavoglia verghiani – può avere un forte effetto “straniante”, ossia può indurre il lettore a rimettere continuamente a fuoco la sua attenzione, soprattutto se il personaggio, portatore di un punto di vista decisamente personalizzato, lo costringe ad uscire “fuori da sé”. Ecco, a me sembra che nel suo romanzo questo effetto sia attenuato, che non punti, cioè, a scuotere le aspettative del lettore, come se la materia narrata basti di per sé a catturare la sua attenzione e il suo consentimento. È un’impressione sbagliata o è una sua consapevole scelta?

Infatti non intendo “scuotere le aspettative del lettore” bensì mostrare fatti e persone attraverso una molteplicità di sguardi che concorrono, tuttavia, ad un’unica resa della materia, il più oggettiva possibile.

Se però non si “scuote l’aspettativa del lettore” si corre il rischio che la ricercata oggettività possa degradare a “medietà”, cioè a rimanere aderenti ad un punto di vista condivisibile perché prevedibile e non perché il testo ha creato un modo nuovo, originale di guardare al mondo, che è poi, a mio parere, la funzione essenziale dell’elaborazione letteraria.

I miei romanzi hanno come target il lettore comune e non sono alla ricerca di virtuosismi linguistici, anche se il mio stile non è sciatto né banale ed ogni parola è studiata attentamente. Dietro l'apparente leggerezza e mancanza di sforzo, mi creda, c'è una fatica da certosino.
Io mi considero una narratrice, una che dispensa emozioni e aspira a creare personaggi che restano nel cuore e nella mente de lettore medio, non eccessivamente sofisticato, anche se non stupido o incolto. Quindi, per me la "medietà" è un fine ed un valore, come lo sono il controllo estremo e la razionalità..
Tuttavia, negli anni, il mio linguaggio si è evoluto nel senso che dice lei e, se mai le capitasse di leggere l'ultimo mio libro, "Bianca come la Neve", si renderebbe conto che lì il registro è più originale, più poetico, intuitivo, lirico.

Lei ha pubblicato a sue spese più d’un libro. Perché questa scelta? Quali tentativi ha esperito per interessare alla sua opera un editore tradizionale? E quali risposte ne ha ricevuto?

Preciso che l’autopubblicazione non comporta spese da parte dell’autore. Non ho, infatti, l’abitudine di acquistare copie per rivenderle, lascio che sia il lettore a ordinare da solo il mio testo, se incuriosito dalla presentazione. Ho passato molti anni a cercare un editore per “Il Respiro del Fiume” e per l’altro mio romanzo “Signora dei Filtri (ora entrambi pubblicati su ilmilibro.it). Ho partecipato a concorsi dove arrivavo “nella rosa dei finalisti” senza mai vincere, ho sborsato soldi per editing inutili o addirittura dannosi, per tasse di partecipazione a premi mai effettuati, sono stata rifiutata da tutte le case editrici esistenti non a pagamento. Persino la compianta Elvira Sellerio ha definito lo stile di “Signora dei Filtri” nobile, e si è detta dispiaciuta ma ha, comunque, respinto il testo. Ero amareggiata, non vedevo vie d’uscita, soprattutto perché mi ero fatta un punto d’onore di non avvalermi di case editrici che richiedessero un contributo, allora mi sono rivolta all’autopubblicazione come ultima spiaggia. Adesso, però, nonostante le vendite siano ancora scarse, sono contenta della mia scelta e sto cominciando a liberarmi di quel vago complesso inferiorità che mi faceva sentire da meno di chi ha una casa editrice alle spalle.

Io credo che una delle novità più evidenti e controverse della storia letteraria degli ultimi venti anni – e che riguarda specificatamente la sociologia della letteratura – attenga proprio la pubblicazione, la divulgazione e la fruizione dei testi letterari. Da un lato le nuove tecnologie hanno enormemente ampliato la possibilità di far sentire la propria voce (e anche il nostro sito è espressione di queste nuove possibilità), dall’altro, però, hanno indebolito la capacità di filtro dell’industria culturale, che per quanto non sempre limpida e disinteressata, permetteva però una selezione e una cura dei testi non sempre rispettata nella letteratura “fai-da-te”. Insomma prima lo scrittore, il saggista, il critico letterario dovevano essere issati sulla tribuna e parlavano ad un pubblico silenzioso che aveva più o meno fiducia in chi ce lo aveva posto, ora ci si issa da soli, ma si rischia di non essere ascoltati. Qual è la sua esperienza in proposito?

Concordo con lei, anche per l’enorme quantità di libri che vedo pubblicizzati sui social networks, dove ogni libro viene osannato da un codazzo di “amici virtuali” e definito automaticamente “bellissimo”, in un appiattimento generale che svilisce tutto e impedisce l’emersione dei pochi ma buoni.

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Intervista a Maria Vittoria Masserotti

19 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #maria vittoria masserotti, #interviste

Intervista a Maria Vittoria Masserotti

Maria Vittoria Masserotti ha esordito col romanzo breve “Luce.”


“Buongiorno, Maria Vittoria. Innanzi tutto, raccontaci qualcosa di te.”


M.M.V “Sono nata a Roma e vivo a Pisa dal 1971, dove ho lavorato fino al 2010 al Consiglio Nazionale delle Ricerche, occupandomi di ricerca in informatica sul ragionamento spazio-temporale, incertezza e ontologie. Per cinque anni ho fatto parte della redazione della rivista dell’Associazione Italiana Telerilevamento. Ho insegnato anche all’Università di Pisa e sono stata per anni coordinatrice didattica del Master Universitario in Sistemi Informativi Territoriali dell’Università. Fino ad oggi tutte le mie pubblicazioni hanno avuto carattere scientifico, articoli a convegni, capitoli di libri, articoli su riviste internazionali.”

“ Di cosa parla il tuo libro?”

M.M.V. “In realtà i libri sono due, solo che il primo, “O giorni, o mesi, che andate sempre via…” (Racconti per una “Canzone”) è in corso di stampa e si presume esca a settembre, pubblicato dalla casa editrice Progetto Cultura di Roma, e il secondo, un romanzo breve “Luce”. Il primo è una serie di racconti che usano come incipit le strofe di una canzone di Francesco Guccini, la Canzone dei dodici mesi” dall’album Radici del 1972, una sorta di mosaico di vite quotidiane, di punti di vista diversi con lo scorrere del tempo come protagonista principale. Il secondo è anch’esso un mosaico, qui però lo sfondo è fisso, Verona la città delle mie vacanze estive, la città di mio padre, un artista, un pittore e anche un istrione. Questi temi compaiono nel romanzo, me nolente, e mi fanno riscoprire emozioni sepolte nella memoria. Il protagonista vero qui è la vita di tutti i giorni con la sua grandezza ma anche i suoi “accidenti”, gli imprevisti che intorbidano le esistenze dei personaggi e li conducono verso il loro destino.”

“So che prima di cimentarti con i romanzi hai scritto alcuni racconti brevi, per altro molto ben costruiti. Dicci, cosa ti ha spinto a passare dai racconti ad un primo romanzo breve?”

M.M.V “La differenza tra un racconto e un romanzo è, almeno per me, la possibilità con il secondo di affondare dentro i personaggi, vivere con loro, anzi per giorni sono stata assente alla realtà quotidiana mentre scrivevo (come dice mia figlia, mamma ma dove sei?). La mattina la prima cosa che pensavo appena sveglia era come far progredire una certa situazione, per questo il romanzo offre più spazi ed è stato un’evoluzione verso un piano diverso, avevo meno bisogno di “tagliare”.”

“E adesso che posto occupa “Luce” nella tua vita?”

M.M.V. “Luce” è stato un banco di prova, arduo, perché ero convinta di non riuscire ad andare “oltre” il racconto. Mi sono misurata con me stessa, con la capacità di costruire e descrivere un mondo inventato da me ma che è diventato sempre più reale, tanto che alla fine mi sono affezionata ai personaggi. Qualcuno dei miei lettori, pochi in verità, mi ha detto, perché non scrivi il secondo? Ma io sono sempre alla ricerca di nuove sfide, l’ho fatto per mestiere e mi è rimasto nel sangue, quindi ora mi sto cimentando con un romanzo lungo e complesso, la storia di tre donne, nonna, figlia e nipote che abbraccia un secolo.”

“C’incuriosiscei e non vediamo l’ora di leggerlo. E ora, una domanda a bruciapelo. Rispondi senza pensarci troppo: che cosa provi mentre scrivi?”

M.M.V. “Semplicemente: scrivere mi rende libera e questo è sempre stato il mio desiderio più grande.”
“Grazie della tua disponibilità. Concludiamo con la domanda di rito: come e dove si può reperire il tuo libro?

M.M.V. Per il primo si dovrà attendere la pubblicazione, per “Luce” è possibile trovarlo a questo link:
http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=622860

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Livorno Magazine intervista Il Laboratorio di Narrativa

18 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #ida verrei, #Laboratorio di Narrativa, #interviste

Livorno Magazine intervista Il Laboratorio di Narrativa

Vogliamo presentarvi un’esperienza - nata e cresciuta nella rete - che è per metà livornese: il Laboratorio di Narrativa. Le responsabili, Patrizia Poli di Livorno e Ida Verrei di Napoli, hanno accettato di rispondere alle nostre domande.

LM. Patrizia, innanzi tutto che cosa s’intende per esperienza virtuale?

P.P. Oggigiorno la rete offre possibilità sconosciute fino a pochi anni fa, tutte le partite si giocano sui tweet, sugli status di Facebook e sulle realtà “virtuali”, ma sono convinta che la parola virtuale, intesa come realtà simulata, cioè esistente solo in una rete di computer, sia ormai superata. Virtuale e reale non si distinguono più, amicizie nate sul web, come quella fra me e Ida, si consolidano anche nella vita. Il KLit, festival dei blog letterari, dove si sono incontrati fisicamente blogger da tutta Italia che fino a pochi giorni prima si scambiavano opinioni solo in rete, ne è un esempio, come ne è un esempio la stessa Livorno Magazine. Al giorno d’oggi anche per creare una rivista ognuno può lavorare da casa propria, comodamente nel suo studio, e le riunioni di redazione si fanno on line.

LM. Parliamo dunque del Laboratorio di Narrativa.

P.P. Sì, dopo una lunga pausa, dovuta a gravi problemi familiari, prima di Ida e poi miei, da settembre ha ripreso a pieno regime l’attività del Laboratorio che, proprio in questi giorni, compie due anni.

LM. Puoi dirci com’è nata l’idea?

P.P. Per capire che cos’è Laboratorio di Narrativa – Ida ed io lo chiamiamo affettuosamente Lab – dobbiamo fare un passo indietro. Due anni fa, una mattina di ottobre vicina al ponte dei morti, stanca di inviare i miei racconti a destra e a manca senza più saperne nulla, decisi di offrire a coloro che scrivono – si badi bene, non ho usato il termine scrittore – una cosa che, forse, ormai non s’usa più: il rispetto. Lanciai quasi per gioco una sfida dal mio status di FB: “Mandatemi i vostri racconti, li leggerò comunque, che siano belli o brutti, e vi dirò che ne penso”. Aprii un gruppo chiamato Laboratorio di narrativa e chiesi la collaborazione di Ida Verrei, amica scrittrice talento, sulla cui serietà, competenza, sobrietà e cultura sapevo di poter contare. Con sorpresa, nel giro di un’ora erano già arrivati i primi racconti e Ida ed io ci mettemmo subito al lavoro sui testi.
In seguito, visto il successo dell’iniziativa oltre ogni nostra previsione, aprimmo pure la Pagina Laboratorio di Narrativa dove poter mostrare i racconti esaminati e parlare anche di libri, di mondo editoriale, di narrativa intesa sotto tutte le sue forme, dal racconto al romanzo, dal classico al best seller, dal cinema alla fiction, senza dimenticare qualche incursione nella poesia, nella musica, nel teatro e nelle arti figurative.

LM. Come funziona, dunque, il Laboratorio di Narrativa?

P.P. Non appena ci giunge un testo, diamo immediata conferma all’autore della ricezione e dell’inserimento in coda di lettura. Sembra una cosa banale e invece è importante. Ogni autore sa quanto sia sgradevole affidare il proprio lavoro al nulla, senza più averne notizia, chiedendosi che fine abbia fatto, se sia stato letto, cestinato, archiviato, rubato.
Nei primi tempi l’attesa era più breve ma oggi, visto il numero di racconti che riceviamo, siamo costrette a far aspettare di più gli autori, però diamo sempre una risposta a tutti. Per ovviare all’inconveniente, potremmo allargare il parco dei lettori (conosciamo alcune persone la cui collaborazione sarebbe davvero preziosa) ma, siccome quello che ci piace di più e che dà buoni risultati, è proprio il pacifico e prolifico lavoro a due teste e quattro mani, i nostri autori ci scuseranno.
I racconti vengono esaminati in rigoroso ordine di arrivo, senza favoritismi per nessuno. Se, però, un autore ci invia contemporaneamente più di un brano, lo alterniamo con altri, per dare spazio a tutti. Ogni testo viene letto almeno due volte da entrambe. La lettura è attenta, parola per parola. Stiliamo poi giudizi separati e ogni volta mi stupisco di come non ci accavalliamo mai, di come ognuna sappia cogliere aspetti diversi. I due giudizi vengono poi fusi in uno solo. Inviamo sempre e comunque all’autore una scheda privata con il nostro commento e, spesso, anche alcuni suggerimenti che preferiamo non condividere con tutti.
A questo punto, se il racconto è di qualche interesse, viene editato, corretto per eliminare i refusi e pubblicato nella Pagina e sul blog Laboratorio di Narrativa arlara.blog, corredato dalla nostra recensione. In questi anni siamo state indulgenti e abbiamo scartato pochissimi testi, davvero improponibili. Non abbiamo mai gridato al talento ma non abbiamo nemmeno mai stroncato nessuno, neppure gli autori non pubblicati. Crediamo che non sia nostro compito e che il giudizio resterebbe comunque soggettivo. Cerchiamo piuttosto di analizzare la struttura del testo, metterne in evidenza le scelte stilistiche e contenutistiche. “Ogni autore”, ci piace ripetere, “ha il suo mondo da raccontare il suo modo per farlo”. Ci basiamo, tuttavia, solo sul testo, non chiediamo bibliografie dell’autore, curriculum, età o professione. Non chiediamo neppure il nome, se l’autore non desidera fornircelo. Ci interessa solo la parola scritta e non pretendiamo inediti assoluti.

LM Ida, a due anni di distanza che bilancio puoi farci dell’esperienza?

I.V. Positivo, certo: più di cento racconti letti, riletti, studiati, commentati. Sempre facendo ricorso alle nostre esperienze, alle competenze maturate, cercando di mantenere la maggiore obiettività possibile, ma anche, è ovvio, lasciando pure che prevalesse, talvolta, il nostro gusto personale.

LM. Quali sono stati i generi e le tematiche che vi siete trovate ad affrontare?

I.V. Diversi sono i generi in cui ci siamo imbattute: storie d’amore, di sesso, d’amicizia, di vita vissuta; fantasy, narrazioni surreali o fiabesche. Se dovessimo fare una statistica, potremmo dire che prevalgono i racconti che hanno come tema: solitudine, angoscia, ansie esistenziali. Il che fa comprendere il valore anche terapeutico della scrittura, che diventa, così, non solo passione da condividere, ma strumento sostitutivo di comunicazione, richiesta d’attenzione, sommesso singhiozzo di dolore. Né sono mancati racconti divertenti, pieni di spirito, arguzia e autoironia. Insomma, una varietà di contenuti che hanno alleggerito e reso piacevole il nostro lavoro.

P.P. Intervengo per dire che i maschi prediligono sempre il sesso mentre le donne, come c’è da aspettarsi, sono più sognatrici. Ma ci sono dei cliché cui si fa ricorso senza distinzione. Fra questi vanno per la maggiore soprattutto farfalle e rose, chissà perché.

L.M. E che mi dici degli stili, Ida?

I.V. Per gli stili il discorso non cambia: si passa dalla scrittura accurata, elegante, con ritmi e strategie narrative sapienti, proprie di quegli autori che sono veri e propri scrittori con esperienze di romanzi già pubblicati (cosa che ci ha gratificato), a stili più naif, qualche volta con tentativi di linguaggio moderno, giovanilistico, ma ancora tutto da costruire. Spesso abbiamo avvertito più attenzione ai contenuti che non alla forma. E in letteratura, si sa, i due elementi devono coesistere.

L.M. Tu, Patrizia, a livello personale che bilancio faresti dell’esperienza?

P.P. Come ha detto Ida, in due anni abbiamo letto e recensito circa un centinaio di racconti. Alcuni scrittori ci hanno visitato una sola volta, altri ci hanno inviato più testi e sono diventati “nostri autori”. Ci teniamo a dire che tutto il lavoro è completamente gratuito. Non abbiamo mai chiesto tasse di lettura né mai lo faremo, ci accontentiamo di un “mi piace” sulla Pagina, che, se non obbligatorio, è molto gradito anche perché, senza di esso, l’autore non può interagire con noi e con gli altri iscritti. Siamo davvero felici quando gli autori ci scrivono per commentare la nostra scheda, dando così credito e valore a una fatica che, seppur gratuita, non è per questo dovuta.
Nonostante in questo ultimo anno siano maturati per me altri progetti, come la collaborazione a www.criticaletteraria.org e l’ingresso nella redazione di www.livornomagazine.it, tengo particolarmente al nostro “Lab” e, finché ne avrò la possibilità e finché gli autori ci onoreranno con il loro appoggio costante, lo porterò avanti. Quindi, anche per me, il bilancio è senz’altro positivo, gratificante, e ringrazio tutti per la fiducia accordataci, per la pazienza e per la serietà con cui hanno accolto i nostri suggerimenti e persino le critiche.

L.M. Ida, vuoi dirci qualcosa per concludere?

I.V. Sì, ci auguriamo di essere state di qualche utilità per i nostri autori, con i commenti, le valutazioni e i consigli, sempre dati senza alcuna presunzione, ma come pareri soggettivi dettati da un pochino di esperienza e da tanta passione per la buona scrittura. Noi ci sentiamo certamente arricchite da questo nostro impegno nel Laboratorio: leggere, commentare, valutare il lavoro degli altri e confrontarsi con i diversi generi, aiuta l’autovalutazione, l’autocritica, l’autocorrezione.

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