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il mondo intorno a noi

Donne che Emigrano all'Estero

17 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #il mondo intorno a noi, #luoghi da conoscere

Donne che Emigrano all'Estero

Donne che Emigrano all’Estero

Da un progetto di Katia Terreni

Amazon

pp 289

Non stupisce più che la rete faccia incontrare, aggreghi e dia vita a progetti che escono dal virtuale (ma esiste davvero questo universo?) per diventare reali. È il caso di Donne che Emigrano all’Estero, raccolta di trentaquattro testimonianze – brani estrapolati da blog, post pubblicati su un’apposita pagina Facebook, frammenti d’interviste e diari – di donne expat, ovvero italiane che, per scelta, per motivi professionali o familiari, si sono trasferite all’estero. Le autrici hanno età e professioni molto diverse da loro, vivono attualmente in paesi sia dell’unione europea sia non comunitari. I testi non sono accompagnati da immagini e sono liberi, ognuna si racconta parlando di ciò che più le aggrada, di aspetti molto diversi della vita nel paese d’adozione. Tante sono emigrate perché qui da noi non trovavano lavoro, a causa della crisi che ci ha colpito dal 2008 e che, forse, solo adesso sta cominciando ad attenuarsi. Altre hanno cercato un luogo meno provinciale, meno moralista, molte, infine, hanno seguito un amore.

Le donne expat, quelle che trovano dentro di sé la grinta e il coraggio per lasciare i propri luoghi di origine, accettando incarichi lavorativi altrove o inseguendo un amore in terra straniera, o semplicemente spinte dal desiderio di ricostruirsi una vita, hanno una grande forza che le contraddistingue. Si mettono in gioco e ripartono da zero. Affrontano le difficoltà di adattamento e le differenze culturali, non come donne guerriero, ma con la dolcezza, il sorriso e la voglia di conoscere la nuova terra che chiameranno “casa”. (pag 69)

Fondamentale, appunto, il concetto di “casa”. Per l’una è quella che si è lasciata alle spalle:

Oggi casa, per me, significa tutto: dentro c’infilo tutti gli affetti che ho lasciato in Italia, i negozianti di fiducia, il bar dove prendevo il cappuccino la mattina, le vie e le strade che percorrevo ogni giorno, tutto ciò che mi sono lasciata alle spalle nel momento in cui sono salita su quell’aereo. Se fino a ieri la casa era l’abitazione del corpo, oggi è l’abitazione del cuore.” (pag 118)

Per l’altra è la nuova, a cui non saprebbe più rinunciare perché, magari, lei è una di quelle expat che si sentono apolidi e cittadine del mondo, più che italiane.

Donne che Emigrano all'Estero è, in primo luogo, un “libro coach” per donne espatriate, ma anche un testo utile per noi lettori rimasti a casa, per farci comprendere usi e costumi stranieri conosciuti solo da chi ci vive. Spesso c’è da trarre esempio ma non siamo per forza perdenti nel confronto.

Oltre l’interesse culturale e geografico, colpiscono i sentimenti di queste donne, lo slancio, l’entusiasmo con cui, forse, celano qualche malinconia. Molte hanno nostalgia del paese di origine, altre non ne hanno per niente e questa cosa non ci piace. L’Italia è una nazione che ha molto da imparare, in termini di civiltà, da altri paesi ma anche qualcosa da insegnare.

Le emozioni principali sono la voglia di scoprire, il desiderio e le difficoltà di integrarsi nel nuovo paese, il senso di solitudine, lo sprint del nuovo inizio, i sensi di colpa verso i figli sradicati e le famiglie abbandonate. Alcune hanno sofferto emarginazione e razzismo, altre si sono sentite subito integrate e accettate in società multiculturali. Tutte sono passate dal desiderio di mimetizzarsi nella nuova nazione a quello, successivo, di rimanere se stesse, diverse ma non estranee.

Di là dal discorso espatrio, emigrazione e adattamento culturale, è interessante vedere come procedono le vite, come si sviluppano, come si aprono e si chiudono le sliding doors, come a fiorire, imprevisti, siano a volte proprio i rami secondari, come le cose importanti siano costruite con pazienza e dedizione, sì, ma anche, spesso, capitino per caso. Perché "il destino è destino".

Sempre in bilico fra nostalgia e voglia di guardare avanti - specialmente per il bene dei figli - fra entusiasmo e depressione, queste donne mostrano soprattutto coraggio, quello che ci vuole a tagliarsi i ponti alle spalle, smettere di parlare la propria lingua, rinunciare agli orizzonti che ci limitavano ma, pure, ci definivano; e il libro vuole aiutarle, fare da supporto emotivo alle mille sfaccettature di un’operazione così sconvolgente.

La vita da immigrata è un’altalena di emozioni, un giorno sei triste, il giorno dopo sei al settimo cielo, il giorno dopo ancora vorresti mollare tutto e tornare a casa. Le cose che ti rendono felice adesso, possono svanire nel nulla cinque minuti più tardi. Il più piccolo dei problemi può apparire come un ostacolo insormontabile.” (pag 127)

Lo stile degli interventi è molto piacevole, alcuni sono scritti veramente bene, con piglio da scrittore, come, ad esempio, quello della "snob berlinese".

Per concluder, precisiamo che al libro è collegato il sito web http://donnecheemigranoallestero.com e che il ricavato della vendita sarà devoluto in beneficenza ad una Onlus che si occupa di infanzia in difficoltà e adozioni internazionali.

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Donne eterni dei

12 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #il mondo intorno a noi

Donne eterni dei

È scabroso le donne sfidar, se vogliamo sappiamo come far noi sapremo trionfar. Donne donne eterni dei li sapremo umiliar, li vedremo arrivar, sulle ginocchia strisciar, il perdono pregar e la colpa scontar e ciascuno di loro ammetter dovrà che ciascuna di noi è una divinità.”

Da sempre sono sensibile ai problemi che riguardano il nostro mondo e la condizione femminile in generale. Al termine parità dei sessi, preferisco la parola rispetto della donna, la parità intesa come diritti è stata raggiunta in tutti i paesi moderni, almeno sulla carta, anche se permangono evidenti discriminazioni in campo lavorativo e nell’ambito familiare. La donna non è ancora libera e men che meno è rispettata per la sua femminilità, oggi come ieri rimane schiava dell’uomo e dei miti che lo condizionano e, spesso, ne è vittima proprio per la sua specificità di genere. Solo in apparenza dunque il secolo appena concluso ha portato un maggiore riguardo alla figura femminile: alla donna sono state riconosciute l’anima e il diritto di voto, almeno nel mondo occidentale, ma a ben guardare, nel corso dei secoli la storia dell’appartenenza al mondo femminile ha avuto la tendenza inversa allo sviluppo di tutti gli altri argomenti.

Anticamente, si evince dai ritrovamenti archeologici del periodo paleolitico, e dagli affreschi delle civiltà cretese ed egiziana, vi era maggiore considerazione per le forme e le funzioni della donna di quanta ve ne sia stata successivamente. In seguito si passò a un rifiuto o disconoscimento del corpo femminile che l’Islam, ancora oggi, vuole occultato dal burqa, essendo solo un oggetto da vendere, comprare o ereditare, e che la civiltà occidentale, al contrario, tende a sfruttare e mercificare a fini commerciali o pornografici. Nelle società più antiche la donna godeva di una grande considerazione proprio per la sua facoltà di procreare, si pensi al mito della Grande Madre, divinità femminile primordiale, rappresentativa della fecondità. E non vi era una significativa differenza tra maschio e femmina. Nelle prime grandi civiltà urbane dei sumeri e dei babilonesi la donna poteva disporre dei propri beni, stipulare contratti, fare testamento e anche la prostituzione era considerata sacra. Nella civiltà romana, in età imperiale, le donne di condizione elevata usufruivano di una certa indipendenza, ma fu con l’avvento del Cristianesimo, nel tardo impero, che le matrone romane persero definitivamente i diritti di cui ancora godevano. Il cristianesimo, con il Vecchio Testamento inserito nella Bibbia, conservò e applicò le sue radici ebraiche che prevedevano per le donne un ruolo esclusivamente subalterno e sottomesso all’uomo, conseguentemente anche alle cristiane non venne mai riconosciuta una dignità tale da conferire loro autorità e autonomia.

L’ossessione su valori morali come la castità, il candore, la pudicizia e la condanna di comportamenti giudicati corrotti e degeneri, relegarono la donna nel chiuso della casa, all’esclusivo ruolo di figlia, moglie e madre, sotto l’oppressivo controllo del padre prima e del marito poi. In generale, dunque, nella storia le donne hanno subito in crescendo la condizione di inferiorità rispetto agli uomini e per questo sono state oggetto di violenza, umiliazioni e soprusi. Il corpo della donna visto come una tentazione continua del demonio portò a una vera persecuzione, “la caccia alle streghe”, nel medio Evo e i padri della Chiesa da Sant’Agostino a Tommaso d’Aquino bollarono definitivamente l’atto di concedersi fuori dal sacro vincolo del matrimonio come il più immondo dei peccati. Nel corso di tutta la storia della Chiesa, le donne sono state considerate esseri inferiori per natura e per legge.

La femminilità, cioè quell’insieme di caratteristiche fisiche e psichiche che distinguono la donna dall’uomo, è stata condizionata dalla storia e, di conseguenza, i comportamenti sono stati giudicati secondo il metro prestabilito da una specifica civiltà. Ogni cultura ha determinato ruoli, stereotipi e pregiudizi. Le donne dunque collocate sempre ai margini hanno spesso dovuto o voluto usare la loro femminilità per emergere, per ottenere favori. Per sopravvivere, per avere ciò che volevano, o semplicemente per esprimere la propria femminilità, le donne hanno imparato a “pro statuere”, a “mettere in mostra” ciò che l’uomo da sempre desidera, cioè a prostituirsi nel senso pieno del significato che oggi noi diamo al termine.

In una considerazione finale si può affermare che, nonostante le battaglie e le vittorie del cosiddetto femminismo, la sessualità, l’erotismo, continuino a essere quelli degli uomini. Il desiderio maschile è scoperto, naturale, spontaneo, quasi ingenuo, mentre il desiderio femminile, quello, è valutato in ogni sua espressione, continua a essere sottoposto a controllo e a giudizio e non si esibisce. Siamo ancora molto lontani dal rispetto vero nei confronti del corpo femminile, che dovrebbe essere vissuto e considerato con tutta la naturalezza che esso richiede e per cui è predisposto.

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Piccole considerazioni qualunquiste

8 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #il mondo intorno a noi

Piccole considerazioni qualunquiste

Molti anni fa, osservando il fenomeno dilagante dei figli unici iperviziati e onnipotenti, abituati a non sopportare la minima frustrazione, e per i quali dovere e sacrificio erano concetti sconosciuti, mi chiesi che cosa sarebbe accaduto alla nostra società. Oggi assisto a: marito che uccide moglie e prole perché si è invaghito della collega, madre che strangola il primogenito perché le rende la vita difficile, uomo geloso che appicca il fuoco alla compagna incinta, madre che affoga il piccolo nella vasca per fare la show girl, figli che ammazzano i genitori perché ostacolano le loro frequentazioni etc.

Siamo andati oltre le mie peggiori previsioni.

Penso che sia in atto un vero e proprio ribaltamento del concetto di etica. La forma, ormai, prevale sulla sostanza, in un appiattimento che cancella i veri valori, che poi sarebbero l’esistenza in vita, l’integrità fisica, la libertà, la salute.

L’offesa da bar, la pacca sul sedere, la presa in giro, fanno gridare allo scandalo, all’omofobia, al razzismo, al maschilismo e trascinano le persone in tribunale. Il terrorismo, invece, trova delle giustificazioni ideologiche, l’omicidio ottiene sempre delle attenuanti, degli sconti di pena, dei riti abbreviati, così da esser punito come un reato minore: vedi i tredici anni a Corona confrontati con i sedici alla Franzoni, vedi queste pene incerte, dubbiose, esorbitanti se uno è innocente e risibili se è colpevole, queste pene propinate perché non si sa decidere se l’imputato ha commesso il reato oppure no, perché nessuno confessa più, perché non esiste una coscienza che possa rimordere, perché i metodi d’indagine non son quelli di una volta e si basano su prove infinitesimali che un bravo avvocato riesce a mettere in discussione. Alla fine, i morti si sono ammazzati da soli e gli assassini scrivono libri. Chi sta in carcere pensa solo a uscire e rifarsi una vita, non a espiare e, se parla di “profondo percorso interiore”, lo fa dietro compenso di un tabloid.

Sono convinta che chi ha sbagliato possa cambiare - i grandi santi sono stati di frequente grandi peccatori - ma deve capire il male compiuto, sentire un rimorso lancinante, avere una coscienza che urla straziata, espiare dedicandosi agli altri, cercando la redenzione magari con la fede, con l’abnegazione totale di sé, con qualunque mezzo, insomma, ma non partecipando alle ospitate vestito da fighetto.

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Auguri alla rovescia

1 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #il mondo intorno a noi, #unasettimanamagica, #animali

Auguri alla rovescia

A tutti i lettori, la REDAZIONE AUGURA BUON ANNO!!!!!!

Poi... io... avrei da fare degli auguri solo miei. Sì, Voglio fare gli auguri alla rovescia. Voglio augurare un pessimo anno a quelli che abbandonano i cani perché sono vecchi, malati, perché puzzano, pisciano e sfigurerebbero in salotto con gli amici.

In particolare a quelli che, quando il cane anziano è scappato dal canile per tornare dalla sua famiglia, poi ce lo hanno riportato.
E a quelli che hanno lasciato una povera bestia in un punto dove adesso, lei, anche se piove a dirotto, vuol rimanere ad aspettarli fino a morire.
E a quel cacciatore che ha sparato in bocca a un bastardo, strappandogli mezzo muso e lasciando che la colpa se la prendessero dei ragazzini.
E a quello che ha ridotto il suo cucciolo uno scheletro che respira.
Tutte storie che, quando vedi le foto in rete, puoi solo oscurarle per non sentirti male. E ti chiedi di cosa sono capaci queste persone, cosa hanno dentro e cosa farebbero anche ai loro simili, se potessero.
Ecco, con parecchia simpatia per quel signore che ha impallinato uno che stava picchiando la sua bestia, auguro a tutta questa gente un anno di sofferenze, di stenti, di malattia, d’indigenza e, soprattutto, di fiducia tradita. Perché di questo si parla.
Gli animali non sono perfetti, hanno i loro caratteri e danno problemi. Gli animali possono mordere, graffiare, uccidere (come noi) per legge di natura e per istinto di conservazione della specie. Gli animali non sono angeli, puzzano, vomitano, spelano e pisciano sul divano. Ma sono eterni bambini, esseri innocenti persino mentre sbagliano, esseri che ci amano, amano tutto quello che siamo senza giudicarci mai e hanno fiducia in noi fino alla morte.
Noi non siamo bestie, non abbiamo le dure leggi del branco, possiamo scegliere di non tradire, di accompagnare nell’estremo viaggio un amico che ci ha amato tutta la vita, guardandolo negli occhi sino all’ultimo istante, possiamo scegliere di dargli una coperta, una zuppa e una carezza anche quando è brutto, spelacchiato e fetido.
Ecco, davvero, auguro un pessimo anno a tutte queste persone cattive. Non ci sono altre parole per definirle: cattive, disumane, insensibili. Anche se vestono bene, anche se vanno in chiesa, anche se fanno l’elemosina, anche se viziano i figli. Sono malvagie, non provano pietà e compassione e non credo possano provarla nemmeno per gli altri esseri umani.
E a quelli che mi dicono che devo amare anche le persone non auguro un anno brutto, no, ma solo la capacità di comprendere che dove c’è compassione, c’è anche quell’umanità che loro invocano e che, spesso, nel loro caso, non va oltre la condivisione di un post su un social, mentre per me ha sempre significato prendermi cura, quotidianamente e con sacrificio, di un altro essere con zampe e coda.
Quelle persone dal cuore nero, quando si svegliano, devono fare i conti con la loro coscienza, se ne hanno una. Io, invece, incontro gli occhi del mio cane e riesco ancora ad alzarmi.

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Il PULP è intorno a noi

12 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #il mondo intorno a noi

 Il PULP è intorno a noi

Lo scrittore Simone Giusti ci parla della nuova collana PULP che dirige per Marchetti Editore.

"«La vicenda è più importante della carta». Così disse Frank Munsey quando più d’un secolo fa fondò Pulp Magazine, chiamata così per via della carta di pessima qualità ricavata dalla polpa di legno, appunto pulp.

PULP è la nuovissima collana di Marchetti Editore che raccoglie il testimone da Frank Munsey e, attraverso le rielaborazioni del nostro cinema di genere e dei recenti successi di Tarantino, riporta in auge uno stile narrativo amatissimo ma da noi poco prodotto, fatta eccezioni per il fenomeno dei Cannibali degli anni Novanta.

La collana sfornerà un romanzo ogni tre/quattro mesi. Saranno romanzi brevi di spiccata indole pulp. Avranno pagine gialle, ruvide, saranno libri stilisticamente aggressivi perché anche questa è estetica pulp. Con la voglia e la sicurezza di poter tirar fuori dal calderone ribollente degli sconosciuti autori di gran pregio, scopo della collana non sarà andare in cerca di storie ma di autori, autori nascosti tra le pagine degli inediti ma già maturi, autori bravi, autori capaci di far impallidire i più noti e venduti. In pieno stile pulp, strizzando l’occhio a Bukowski e Shirley, ammiccando con simpatia alle storie più surreali del nostrano Ammaniti, PULP non guarderà in faccia nessuno, non si auto-censurerà, mai, non cederà il passo, prenderà di petto storie e società. PULP sarà un ragazzaccio vestito male, scontroso e senza rispetto, ma un ragazzaccio che – potete scommetterci – ci saprà fare.

Primo numero della collana è Pisa connection, in pratica il riassunto di tutto ciò appena esposto. Ambientato in una torrida serata pisana, racconta l’odissea d’un tossico rimasto al verde e in preda a una crisi d’astinenza che vaga per la città in cerca d’una dose. La vicenda di Jimbo (così si chiama il tossico) ha l’effetto d’un pugno nello stomaco che ci lascia in bocca il gusto amaro d’una società vista con gli occhi d’un emarginato. Lo stile rapido e ironico fa di più, catapulta il lettore sulla giostra impazzita che è la mente di Jimbo che, tra protettori assassini, produttori russi di metanfetamina, terroristi islamici dell’ultim’ora, vigili urbani, carabinieri e cittadini che vivono la città in una notte afosa, va a intrecciare la sua vicenda col discorso che il Presidente del consiglio sta per tenere in piazza del duomo. Il tutto genera esiti e situazioni al limite del surreale. Violenza fisica e psicologica allo stato puro, un concentrato della nostra peggior società senza i fiocchetti del perbenismo e dell’illusione.

Scopo della collana diretta da Simone Giusti, che è anche autore del primo romanzo, non è soltanto quello di offrire scelte diverse a un pubblico il più possibile variegato ma, attraverso un portale web e il progetto di incorniciare i romanzi cartacei con storie brevi pubblicate solo su piattaforme digitali, è anche quello di creare un circolo di scrittori e lettori affiatati e di lastricare nuove strade per permettere a chi finora non ne ha avuto la possibilità di esplorare sentieri sconosciuti.

Buon PULP a tutti. Siamo arrivati."

Simone Giusti

PISA CONNECTION (Primo numero PULP) Marchetti Editore, 110 pagine, 10 euro.

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Faulkner, gli yankee, Paperino, D'Alema....

4 Ottobre 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #il mondo intorno a noi

Faulkner, gli yankee, Paperino, D'Alema....

La narrativa di Faulkner, densa e imponente come poche altre, è percorsa da un’idea, ora esplicita ora sottesa, che si potrebbe riassumere press’a poco così: la guerra degli yankee contro lo schiavismo sudista è stata una guerra sbagliata, e quella faccenda, lo schiavismo, appunto, i sudisti se la dovevano sbrigare da sé. Idea che i manuali di storia e le buone convenzioni culturali hanno, probabilmente in buona fede, cancellato o creduto, a sua volta, sbagliata. Secondo i più, la lotta dei buoni yankee contro lo schiavismo era giusta e benedetta da Dio (o da i valori ideali costitutivi della civiltà occidentale). Ma con quell’idea, Faulkner mette il dito su una piaga sempre aperta della storia americana e, di conseguenza, della civiltà occidentale e, oggi, mondiale.

È giusto e augurabile che un’ingiustizia palese, macroscopica e intollerabile sia schiacciata con la forza? Gli yankee hanno schiacciato un bubbone facendolo esplodere, ma i rimasugli di quello, ricadendo, hanno fatto sorgere un’innumerevole serie di ingiustizie più piccole e meno eclatanti, la cui somma, però, potrebbe non essere inferiore a quella che si è schiacciata. Non voglio tener conto in questa sede di quella costellazione di problemi irrisolti che la storia americana sembra portarsi dietro ad ogni movimento: la cattiva coscienza di esser stata la causa, o anche solo d’aver contribuito, al sorgere dell’ingiustizia che ora si combatte (si pensi al problema mostruoso dei nativi americani); il concetto di frontiera inestricabilmente legato alla conquista violenta; e quant’altro ogni coscienza critica giudiziosa, non necessariamente malevola, potrebbe aggiungere. Mi limito al problema dello schiavismo: l’idea di Faulkner mette in evidenza una costante della storia americana, occidentale e, ora, ma non è detto che sia per sempre, mondiale: l’interventismo, l’aggressione dei problemi, delle ingiustizie in vista di un loro annientamento. Non ho intenzione di guardare la storia dal buco della serratura e, perciò, fare di quegli interventi e di quelle aggressioni l’effetto di interessi economici e geopolitici dissimulati dalle belle parole. Interessi che pure ci sono, ma che non potrebbero scatenare tutta la loro forza persuasiva se non fossero sostenuti dagli ideali che sono il piedistallo, la legittimazione, dei sistemi politici e istituzionali del mondo occidentale (per farsi un’idea di cosa intendo per "guardare la storia dal buco della serratura", basta armarsi di pazienza e leggere, tra uno sbadiglio e l’altro, Il cimitero di Praga di Umberto Eco). Gli storici, i politici, gli economisti possono trovare tutte le possibili giustificazioni materiali e prosaiche per quegli interventi, ma senza l’impulso dell’ideale quegli interventi non ci sarebbero stati. Nessun presidente degli Stati Uniti dirà mai: invadiamo l’Iraq perché dobbiamo controllare la gestione del suo petrolio. Si può discutere, certo, se, in assenza di impulsi materiali e prosaici o, addirittura, in presenza di elementi controproducenti, quegli interventi ci sarebbero stati ugualmente. Credo, però, che la questione debba essere lasciata impregiudicata e affidata all’intelligenza e alla sensibilità di ognuno. Idealismo o materialismo sono scelte perché né l’uno né l’altro sono verità.

Torno all’antipatica idea faulkneriana perché l’ho sempre accostata ad un cartone animato di Walt Disney che è rimasto nella mia memoria come una perfetta metafora della storia e della mentalità americana, occidentale e, per ora, mondiale. Cartone animato che vidi da adulto e che mi provo a riassumere e descrivere come meglio posso, avvertendo che l’autore (o gli autori, com’è più probabile) del cartone non aveva nessun intenzione di produrre un sunto ideologicamente orientato della storia americana, ma voleva soltanto, credo, divertire, con rara maestria e vivacità, i piccoli e grandi spettatori. Ma questa è una delle grandi prerogative dell’arte: dire anche ciò che non si sapeva e che non si aveva intenzione di dire e dirlo ad ognuno in maniera diversa a misura del suo spirito.

Dunque, è un giorno di festa e il tenero Paolino Paperino ha di fronte a sé la prospettiva di una giornata di piena soddisfazione, potrà trascorrerla in compagnia dei suoi amati nipoti, per i quali ha preparato una magnifica torta, ascoltando alla radio la cronaca di un’importante partita di baseball. Si accorge però di dover combattere un piccolo nemico insinuatosi in casa sua: una fila di formiche decise ad approfittare dell’abbondanza di cibarie contenute nella sua dispensa, non ultima la magnifica torta. Respinti i primi attacchi senza aver potuto annientare il nemico, Paperino passa a controffensive sempre più imponenti che continuano a scontrarsi con l’ostinata resistenza delle formiche. In un vertiginoso crescendo di attacchi e contrattacchi, fughe e rincorse, astuzie e smacchi, versi papereschi sempre più inarticolati, le azioni di Paperino diventano via via più sproporzionate rispetto al nemico da combattere e al bene da difendere. Alla fine ovviamente egli ha ragione delle sue nemiche ma solo al prezzo di veder distrutta buona parte della dispensa, la torta e finanche la radio da cui era in diritto di aspettarsi delizie di ristoro. Per inciso: la radio anche semidistrutta continuerà a funzionare.

Confesso che probabilmente ho riparato ai buchi della memoria e all’impossibilità di ritrovare e rivedere quel cartone orientandolo ancor più esplicitamente verso quell’interpretazione che allora e ancor oggi m’ero sentito in diritto di dargli. Si potrebbe anche poter dire che se non fosse vero l’avrei ben trovato.

Tra i tanti (troppi, a giudizio pressoché unanime) interventi americani orientati a difendere i valori della giustizia e della democrazia, il più al di sopra d’ogni sospetto è, per i cittadini della periferia dell’impero, gli europei, l’intervento contro il nazi-fascismo. Anch’esso però, a ben guardare, non manca di aspetti controversi: senza Pearl Harbour, quanto ancora si sarebbe aspettato? Nel quadro della guerra, che funzioni hanno avuto le distruzioni sistematiche? L’ostinazione a pretendere una resa senza condizioni? E la portata devastante della Bomba era stata prevista o ha ecceduto le previsioni?

C’è un modo alternativo di schiacciare i bubboni evitando che i rimasugli facciano sorgere una somma di ingiustizie pari o superiore a quelle che si è combattuta? I manuali, i benpensanti, i soddisfatti sono portati a credere, vorrebbero convincersi e convincere che non ce n’è e che quegli interventi e quelle aggressioni, e la loro misura, “erano inevitabili” (queste odiose parole le sentii pronunciare da D'Alema al tempo dei bombardamenti in Libia, ma non ho mai sentito dire da nessun “ho contribuito a renderli inevitabili – non sono stato abbastanza previdente, non denunciato e combattuto sul nascere quell’ingiustizie, ecc. – perciò mi ritiro a vita privata”). Rimane il fatto però che non sapremo mai come “i sudisti se la sarebbero sbrigata da sé”. Sogni di poeti… insoddisfatti.

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Niente di nuovo sotto il sole

30 Settembre 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #il mondo intorno a noi

Niente di nuovo sotto il sole

Se non avete vissuto in una caverna in cima all'Himalaya, potreste aver sentito parlare di immigrazione, di diritti LGBTQ e teoria del gender. La polemica in Italia è stata molto aspra e, come accade sempre in questi casi, la voce più forte è di chi vorrebbe reprimere qualsiasi diversità e mantenere lo status quo. Queste persone si esprimono con termini discriminanti, razzisti e violenti, e rappresentano un fenomeno in forte crescita, generato dall'ignoranza e dal rifiuto di conoscenza. Il diverso è sempre stato oggetto di discriminazione in ogni periodo storico e la retorica che accompagna la discriminazione si appoggia su argomenti consolidati, basati su pregiudizi e su una differenziazione tra un noi positivo e un loro negativo.

Per supportare l'accoglienza sono stati fatti appelli alla solidarietà e a sentimenti umani o umanitari (le due cose non sono sempre correlate), ma questi appelli hanno esaurito la loro forza in poco tempo – come era lecito attendersi – e la foto del cadavere di un bambino ormai non fa più notizia. Giorni di storie strappalacrime sui due fratellini, sul bimbo morto e sul padre disperato, sui sogni della famiglia – notare il lessico, ricalcato dall'articolo ma comune a tutti i giornali, concentrato sui sentimenti del lettore e volto a stimolare empatia. Altri hanno parlato dell'indole migratoria umana, qualcuno ha confrontato il destino dei migranti con quello dei cervelli in fuga, altri hanno portato motivazioni economiche, ciniche ma capaci di dimostrare come l'immigrazione non sia il grande pericolo. Nessuno di questi messaggi è riuscito a superare la barriera noi/loro creata da chi si oppone alla presenza di stranieri sul suolo italiano.

Le ragioni sono semplici: la divisione noi/loro viene definita insormontabile, un'incompatibilità naturale tra culture diverse e si alimenta con la paura, la diffidenza e il razzismo latente. Nel momento in cui l'altro è visto come un pericolo per l'individuo, non esistono ragioni di solidarietà, di storia o di economia capaci di cambiare un'opinione tanto radicata, come dimostrato dai contro-slogan usati dai massimi esponenti della corrente anti-immigrazione (“aiutiamoli a casa loro” o “aiutateli a casa vostra”). Si potrebbe riassumere il concetto citando Lovecraft: “Il sentimento più antico e radicato nel genere umano è la paura, e la paura più antica è quella dell'ignoto”.

Stesso tipo di tensioni, e di divisione noi/loro, avviene tra eterosessuali e omosessuali. Anche qui fatti di sangue si susseguono, persone picchiate perché gay, adolescenti che si suicidano perché si sentono inadeguati. Intanto, gli estremisti fanno leva sulla diffidenza, sul sospetto, sulla discriminazione, mortificando e offendendo persone, proponendo una norma perché è la loro norma, sottomettendo il sentimento alla procreazione e generando altro odio. Sono tutte argomentazioni antiche, le stesse che portavano a bruciare le persone in piazza, o, in tempi più civilizzati, a condannarle ai lavori forzati. L'omosessualità non è più un reato, ma l'omofobia rimane e si esprime con l'emarginazione sociale, con la violenza psicologica e spesso anche fisica.

Uno degli argomenti preferiti degli estremisti è la protezione dei bambini, potenzialmente esposti e influenzati da comportamenti devianti. È lo stesso argomento da decenni, presentato in varie sfumature sia contro gli immigrati sia contro gli omosessuali. Oggi viviamo l'apoteosi della ‘teoria del gender’, una teoria inesistente, come spiegava Chiara Lalli. Se si applicasse questa teoria, i bambini si convincerebbero di poter scegliere quale sarà il loro sesso e il sesso dei loro partner una volta adulti. Il principio fondamentale della famiglia verrebbe distrutto. Non detto, il pericolo di un mondo formato solo da omosessuali e l'inevitabile estinzione della razza umana diventerebbero realtà. Quanto tutto ciò sia ridicolo lo ha capito persino il Ministero dell'Istruzione, con questa circolare, e anche il Papa, nel suo recente intervento al Congresso americano, ha dato la priorità ad altri problemi. In un passaggio del suo discorso papa Francesco dice:

Non posso nascondere la mia preoccupazione per la famiglia, che viene minacciata, come mai prima d'ora, dall'esterno e dall'interno. Vengono messe in dubbio le relazioni fondamentali, così come i fondamenti del matrimonio e della famiglia stessa. Posso solo ricordare l'importanza e, soprattutto, la ricchezza della vita familiare.

In particolare vorrei porre l'attenzione sui membri più deboli delle famiglie, i giovani. Tanti di loro sono attesi da un futuro ricco di possibilità, ma tanti altri sembrano disorientati e privi di uno scopo, intrappolati in un labirinto di violenza, abusi e disperazione.”

La prima parte è anche riferita alle unioni omosessuali, ma persino il Papa sembra ritenere più importanti altre questioni. Il Papa. Il massimo esponente del Cattolicesimo. Forse non sarà mai favorevole alle unioni omosessuali, ma indicando priorità diverse lancia un messaggio molto forte nei confronti di chi si batte con tanto ardore per la causa eterosessuale.

Per superare la divisione noi/loro l'unica via è conoscere l'altro, e in questo la letteratura dovrebbe giocare un ruolo fondamentale. Fuori dall'Italia questo in parte accade. ‘L'estero’ non è un paradiso, è pieno di contraddizioni, per ogni paese pronto ad accogliere migranti o a legalizzare i matrimoni omosessuali ci sono paesi che chiudono le frontiere costruendo muri vecchio stile, in mattoni e filo spinato o che arrestano esponenti dei movimenti omosessuali. Nessun paese si salva dalle tensioni, Stati Uniti in testa, dove non è mai stata davvero affrontata la questione della schiavitù nera, una questione fonte ancora oggi di tensioni fortissime nonostante il presidente abbia la pelle nera. E la popolazione nera negli USA è solo la punta di un iceberg composto dai milioni di “latini” e altre minoranze.

Ma in tutta la comunità letteraria anglofona qualcosa si sta muovendo, c'è una spinta evidente a cercare voci diverse nella narrativa e si è sviluppato un dibattito sulle discriminazioni, grazie ad autori che provengono da tutti i gruppi etnici. Un esempio su tutti, dei finalisti del Man Booker Prize 2015, solo due sono bianchi. E nella letteratura di genere la tensione è evidente, se un gruppo di scrittori, noto come Rabid Puppies, sostenitori di posizioni razziste, misogine e omofobe, ha truccato i voti dell'ultimo Hugo Award, costringendo gli organizzatori a non assegnare il premio in cinque categorie. La non assegnazione è una scelta corretta, ma rappresenta comunque una vittoria per i Puppies, e le reazioni nel mondo della Speculative Fiction non si sono fatte attendere. Il dibattito, tutt'ora in corso, è particolarmente acceso e la maggior parte degli autori, qualsiasi sia la loro origine, sta facendo fronte comune sulla questione.

In Italia questo dibattito è inesistente, gli unici attori sono membri del mondo politico – più attenti al ‘bene superiore’ – o blogger, come chi scrive, che non hanno intenzione di concedere una facile vittoria a posizioni conservatrici. Dove sono gli scrittori che potrebbero raccontare queste storie, suscitare un dibattito sull'argomento? Vanni Santoni, in un'intervista rilasciata in occasione del trentennale della morte di Italo Calvino, faceva questa riflessione:

Esagerando un poco, ma neanche troppo, si potrebbe dire che i lettori di narrativa contemporanea sono arrivati a essere non solo una nicchia ma addirittura una subcultura, e tanto basterebbe.

Non si può però negare che ci siano anche ragioni strutturali per la situazione attuale: gli spazi che hanno gli scrittori sui giornali maggiori, per non parlare degli altri media, sono relativamente ridotti, e anche quando se ne incontrano, la sopravvenuta legge della supremazia del venduto fa sì che vi si vedano autori midcult più spesso di altri ‘letterari’, e se questo si combina col sempre minor spazio che hanno in generale i libri sui media (pensiamo anche alla sostanziale esclusione dei critici di professione dai medesimi), l'effetto di ‘perdita di peso relativo’ degli scrittori è inevitabile.”

Involontariamente, Santoni ha risposto alla mia domanda ma, aggiungo io, se agli scrittori (e ai critici) non viene dato spazio, è anche perché non c'è interesse. Eppure il rinnovamento di una cultura, elemento fondamentale per non cadere in una stasi portatrice di arretratezza, nasce dal cambiamento e dall'ibridazione. Solo in questo modo si possono considerare nuovi punti di vista e sviluppare nuove idee in ogni campo, sociale, artistico, economico, politico etc. Dovrebbe essere argomento di discussione sui giornali e sulla rete, invece il dibattito è inesistente e i sostenitori delle due correnti parlano con appelli alla solidarietà, frasi urlate e l'immancabile ironia derisoria tipica dei social network.

E intanto, qualche sera fa passavo davanti a un elegante albergo vicino Campo dei Fiori a Roma e un distinto signore in giacca e cravatta ironizzava su come sarebbe meglio rimettere quell'ambulante, che cercava di vendere dei fazzoletti, su un gommone.

Stessi argomenti, stesse tensioni, stesso rifiuto di prendere posizione, in Italia come e più che all'estero. Niente di nuovo sotto il sole, quindi. Ma ci sono nuovi soli. E brilleranno presto, non importa quale posiziona si scelga di tenere.

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Il ruolo della donna nell'Islam e la deriva del Califfato

26 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #il mondo intorno a noi

Il ruolo della donna nell'Islam e la deriva del Califfato

L'Islam è una religione che regolamenta anche il diritto civile penale e la politica. Le donne, nel mondo islamico, sono considerate essere inferiori e tutto parte proprio dalla religione.

Ecco, per esempio cosa, si può leggere negli Hadith (sentenze) del profeta Maometto: Hadith 3826, narrato da Abu Said Al Khudri: Il Profeta disse: "Non è vero che la testimonianza di una donna equivalga alla metà di quella di un uomo?". La donna rispose: "Sì". Lui disse: "Il perché sta nella scarsezza di cervello della donna". La donna è dunque un essere inferiore e, in caso di testimonianza, due donne valgono come un uomo, la donna ha ruolo esclusivo di riproduttrice, i figli appartengono comunque al padre e sono automaticamente musulmani, l'uomo, che può avere fino a quattro mogli, può ripudiarle, basta che lo ripeta per tre volte davanti a testimoni, mentre la moglie non può ripudiare l'unico marito che le è concesso, in famiglia la femmina non gode degli stessi diritti ereditari del maschio. Il Corano prevede che il marito può picchiare la moglie per educarla e metterla sulla retta via, lo farà però non in testa e senza lasciare segni sul corpo: “E riguardo a quelle donne di cui temete disonestà e cattiva condotta, ammonitele, rifiutate di condividere i loro letti, battetele....”

Questo in generale, un discorso a parte, poi, va fatto per la deriva dell' integralismo e la sua peggior espressione: Il Califfato dell'Isis.

Una ragazza yazida, di soli 12 anni, ha testimoniato al New York Times di aver subito violenze dagli uomini del Califfato. Il suo carceriere si avvicinava per violentarla, lei gli diceva: "Fermati, mi fai male", ma lui le sussurrava all'orecchio: "Secondo l'Islam è lecito stuprare un infedele. Stuprarti mi avvicina a Dio". Un'altra ragazza yazida di 15 anni ha raccontato, sempre al New York Times: "Il mio carceriere continuava a dirmi che lo stupro è “ibadah", un termine arabo per indicare il culto, la religione. Lo stupro dunque è preghiera per le frange estremiste.

Dal 2009 Boko Haram ha ucciso migliaia di nigeriani, non ha risparmiato certo le donne che, anzi, sono quelle che hanno avuto il trattamento peggiore. Picchiate, costrette a sposare i miliziani, violentate e ridotte in schiavitù. Lo raccontano alcune sopravvissute a mesi di prigionia e maltrattamenti portate in salvo dall'esercito nigeriano dopo le ultime offensive contro l'esercito di Boko Haram. Quando le prelevarono dalle loro prigioni erano magrissime, mangiavano solo una volta al giorno e venivano tenute legate. Sono innumerevoli i racconti degli orrori vissuti, il rapimento dalle loro case, le percosse, le violenze fisiche. Le ragazzine venivano unite in matrimonio ai terroristi. “Si sforzano di fecondare le donne”, dichiarò il governatore di Borno, regione della Nigeria, “alcuni pregano prima dell’accoppiamento, offrendo suppliche ad Allah per riuscire ad avere dei bambini che erediteranno la loro ideologia”.

Non è solo una parte della Nigeria a fare scempio delle donne e ad avere il problema dei crimini compiuti dai jihadisti. Nelle mani dei terroristi islamici ci sono cinquemila donne, come è stato raccontato anche all'ONU da Zainab Bangura, rappresentante per i crimini sessuali di guerra. “Dopo aver attaccato un villaggio, lo Stato islamico separa le donne dagli uomini, giustiziando questi ultimi e i bambini sopra i quattordici anni. Le donne sono denudate e dopo un test di verginità, sono classificate in base a bellezza e dimensioni del seno. Quelle considerate più belle vengono inviate a Raqqa con i prezzi più alti..Abbiamo sentito di una ragazza di vent’anni bruciata viva perché si è rifiutata di compiere un atto sessuale estremo”.

Anche l’Onu si è espresso alla fine, mentre le femministe occidentali che fanno? Si occupano di libertà già abbondantemente conquistate, incapaci di dire anche solo una sola parola sulle ragazzine nelle mani dell'ISIS, ma è assai più facile occuparsi di sessismo, quote rosa e gender, piuttosto che affrontare l'argomento delle donne schiave nel nome dell’islam.

Quando in Iran, all'avvento di Khomeyni, fu imposto lo chador alle donne, le nostre femministe agguerrite si schierarono dalla parte del religioso dittatore criticando le ragazze persiane che, invece di manifestare contro il carovita, rivendicavano il diritto di indossare la gonna, i jeans al posto del velo, senza considerare quanto venisse lesa la loro libertà. Per capire basta leggere il romanzo “Mille splendidi soli” dello scrittore di origine afghana Khaled Hosseini in cui racconta:

«Mariam non aveva mai indossato il burqa, Rashid dovette aiutarla... il pesante copricapo imbottito le stringeva la testa. Era strano vedere il mondo attraverso una grata. Si esercitò a camminare ma incespicava continuamente nell’orlo. La innervosiva non poter vedere di lato ed era sgradevole sentirsi soffocare dal tessuto che le copriva la bocca..

E' facilmente intuibile che il burqa toglie libertà nei movimenti, e non solo, il tessuto pesante rende difficile la respirazione, crea stati confusionali e disturbi all'udito, Insomma, lesioni fisiche e morali.

Pochi conoscono Ayaan Hirsi Ali, politica e scrittrice, nata a Mogadiscio e naturalizzata olandese, ha raccontato in un libro la sua storia: infibulata da bambina, fuggita a soli 22 anni da un matrimonio combinato in sole due ore dal padre, si è rifugiata in Olanda e si è impegnata in favore dei diritti delle donne nell'ambito della tradizione islamica. In "Infidel", la sua autobiografia descrive l'Islam come una "religione retrograda" ed incompatibile con i diritti umani, a proposito dell'infibulazione racconta: “L'escissione è per le donne crudele da diversi punti di vista. È fisicamente crudele e doloroso; inizia le ragazze ad una vita di sofferenze. E non è neppure efficace nel raggiungere l'obiettivo di rimuovere il loro desiderio.”(Ayaan Hirsi Ali- Infidel -(New York: Free Press, 2007), pagina 140).

Care femministe svegliatevi, abbiate coraggio di affrontare il mostro, perchè di questo si tratta...“ Se non ora quando “?

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Riflessione sui fondamentalismi nel mondo di Antonio Conte (a cura di Adriana Pedicini)

26 Marzo 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #il mondo intorno a noi

Riflessione sui fondamentalismi nel mondo di Antonio Conte (a cura di Adriana Pedicini)

Quando il discorrere è intriso di emozione, di tensione ideale e di onestà intellettuale è una lezione da non dimenticare e una gratificazione per l’anima di chi ascolta. Si può anche non concordare su tutto, ma è sempre utile il confronto. Con tale convinzione abbiamo ascoltato giovedì 30 gennaio, presso l’Auser sez. di Benevento, in viale Mellusi 68, il prof. Antonio Conte, già docente di storia e filosofia e più volte parlamentare italiano.

Il tema, molto gravoso e di tragica attualità, verteva sui fondamentalismi nel mondo tra cui l’ISIS, sigla che sta per “Stato islamico dell’Iraq e del Levante” e indica un gruppo terrorista - di matrice islamica - attivo in Iraq e in Siria, il cui attuale leader, Abu Bakr al-Baghdadi, ha unilateralmente proclamato la rinascita di un califfato nei territori caduti e che cadranno sotto il suo controllo. Complesso sintetizzare il variegato fenomeno che non è limitato a poche zone nel mondo, ma è presente, sebbene con caratteristiche proprie, in numerose terre del continente africano e del medio oriente. Esso è la punta dell’iceberg di scontri e violenze intestine, nonché di trasformazioni causate dall’agire umano che non sempre ha intrapreso la via giusta della cooperazione, dell’integrazione effettiva e del rispetto reale dei diritti altrui. Spesso interventi ammantati da belle intenzioni come favorire i processi democratici hanno nascosto o almeno si sono rivelati solamente un mezzo per interessarsi a fonti di arricchimento e risorse per il proprio tornaconto economico. Pertanto, sebbene non in un sol caso si auspichi perfino l’intervento armato sovranazionale, sotto l’egida dell’Onu, soprattutto bisogna convincersi che altre sono le strade per spegnere questa temibile avanzata degli integralisti, che non fanno altro che seminare terrore, anzi attraverso il terrore cercano di indurre i “non credenti” alla conversione, pena ritorsioni economiche e morte. Di qui anche la spettacolarizzazione delle loro cruente azioni militari. Bisogna osteggiare la loro politica intrisa di religione o la loro religione intrisa di politica con l’accoglienza e l’integrazione reali dei cittadini che per decisione personale o per accadimenti altri si trovino in realtà sociali lontane dal loro paese d’origine, estendendo ad essi le prerogative dei paesi di accoglienza e determinandone la crescita culturale. Bisogna consentire a tutti le stesse opportunità e una vita decente perché non si sentano sfruttati e dunque desiderosi di trovare sfogo e appagamento nell’azione di guerriglia. Bisogna intervenire con la diplomazia cercando di andare incontro ai governi che, vessati in casa, cercano appoggi per uscire da situazioni estreme. Bisogna intuire e agire in tempo perché non si realizzi la “guerra santa” che davvero sconvolgerebbe gli assetti storici e geografici dell’Occidente.

Adriana Pedicini

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Palestina ti sogno

19 Settembre 2014 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #poesia, #il mondo intorno a noi

Palestina ti sogno

Sono nato poeta, ho il verso sulle mie labbra, la rima nelle mie mani, la strofa nei miei occhi…

E da poeta, l’italo-senegalese Cheikh Tidiane Gaye eleva un canto lirico alla terra di Palestina. E’ un canto d’amore e di dolore; un inno alla Pace, un’accorata invocazione alla rinascita. “il mio paese”, la “mia terra”, dice il Poeta, perché sua è ogni terra martoriata, “soffocata, ingoiata, scacciata dal monte di Dio” ; suo è l’urlo di chi soffre. E lui, cittadino del mondo, attende che il mondo sorrida ancora e che rispunti la “luna della concordia”. (Ida Verrei)

Palestina ti sogno

Paese mio dall’alito verde

verde di pace e puro di pace

svegliati!

La mia terra piange

le lacrime di sangue che straripano

le sabbie di pace

ti voglio terra dalle sabbie d’oro

Che Pace sia con te,

che il Sole illumini

i tuoi sentieri

il mio paese deve rinascere

seppellire le macerie

terra avvelenata

terra ingioiata

terra soffocata

terra scacciata

dal Monte di Dio,

la mia Ramallah ti chiamo,

piangono i bambini

muoiono le donne

Betlemme non sorride,

sorrisi spenti

il fiato in prigione

la speranza sepolta

Gaza non si sveglia più

Gerusalemme mortificata

il mondo non sorride più

Paese mio dall’alito verde

verde di pace e puro di pace

svegliati!

Cosa ti manca?

Hai accolto la nascita dei profeti

hai curato le piaghe

hai dato il sorriso al mondo

hai acceso gli sguardi

e oggi il cuore non pulsa

Paese mio dall’alito verde

verde di pace e puro di pace

svegliati!

Vorrei alzare la chioma di pace

e gridare giustizia

voglio piantare il profumo

di pace

voglio che i tuoi polmoni siano forti

per sollevare l’aria di libertà

sei la terra di sabbia

e non di sangue

i nostri occhi

come le nostre orecchie

non devono più testimoniare

la tua sofferenza

Il tuo nome è l’albero

ombreggiante di pace

robusto e forte

forte e robusto

chi può cancellare l’ombra?

Sei l’ombra che nessuno

può seppellire

il tuo nome è poesia

ti voglio cantante di rime

la tua vita è lirica

ti voglio tessitrice di prose

pastore dell’orto di pace

regista delle coreografie di pace

che la tua bandiera sventoli

per svegliare la luna della concordia

e la tua ala volteggi

per designare la strada dell’unità

Paese mio dall’alito verde

verde di pace e puro di pace

svegliati!

Il tuo nome è storia

i tuoi morti martiri

ma i veri martiri lottano per la libertà

ti voglio curatrice delle piaghe

Il tuo nome è libertà

libera sei

come liberi sono i tuoi figli

alza la mano per condurre il corteo

apri le catene della disperazione

canta il canto della liberazione

Palestina la mia la nostra

voglio alzare i tuoi minareti

sentire la tua voce scandire

vocali di libertà

consonanti di pace

voglio che le tue acque siano pacificatrici.

CHEIKH TIDIANE GAYE

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