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ida verrei

Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Luisa Sordillo

25 Luglio 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

Questo racconto di Luisa Sordillo ti graffia dentro, ti fa male a leggerlo.

La “mano caina” di chi non ha cuore, ma solo “un ignobile muscolo”, ha spezzato la vita di una creatura gentile. Chicca rimane bloccata, spaurita, trafitta da un destino inaspettato e crudele. Ci vuole coraggio ad affrontare questo dolore, narrandolo, nella speranza, purtroppo vana, che non accada mai più.

Storia di un grande amore, è la memoria struggente di un legame interrotto. Se si è avuta la sorte di incontrare un piccolo essere, un dolce animale dagli occhi “senza orizzonte”, le tracce del suo passaggio non ti abbandonano più, anche quando diventano solo frammenti di ricordo. Luisa Sordillo riesce a costruire immagini che scavano l’animo, sin dalla prima dolorosa descrizione dell’ultimo guaito della cagnolina “pancia all’aria, a ricercar la stella infausta”… E l’angoscia, per contrasto, riporta ai momenti di gioia, “con i rituali frenetici” del giornaliero ritrovarsi, con la “tiepida e svelta leccata sulla mano”, a quel tacito parlarsi, che è promessa d’amore eterno.

Tenero e delicato racconto, dove la pena per la perdita e per l’assenza si avverte non solo dalle dolenti parole, ma anche dal ritmo della narrazione, talvolta spezzato, quasi a trattenere il singhiozzo di un dolore mai spento.

Patrizia Poli e Ida Verrei

UNA FREDDA GIORNATA D'INVERNO

Giaceva immobile, come una giostra nel bel mezzo di un black out, braccata all’improvviso da un buio non annunciato e non prevedibile, senza messaggero tramonto. Pancia all'aria, a ricercar la stella infausta; le zampette indurite, come strette da una morsa di cemento, si presentavano senza direzione, sperduta la bussola, in ordine sparso. La coda, oscurato il sole, era come una foglia d’autunno, migrante e spaesata, senza consapevolezza alcuna.

Gli occhi aperti ma vuoti, lasciavano però filtrare la paura, il contorno infame dell’agguato in cui era caduta, l’incredulità, il tentativo vano di sottrarsi al destino.

L’avevo portata su di un palmo di mano una fredda giornata di inverno, premio ambito dei miei reconditi sogni di bambina, più volte domandato e più volte negato.

Anche io, in fondo, ero stata per lei un anelato premio: tutti conquistati dalla sua vivacità e dalla sua tenerezza di fiocco di vita, ma nessuno sufficientemente pronto a farne parte integrante delle proprie giornate e delicato bersaglio dei propri sentimenti.

Entrambe perciò ci facemmo l’occhiolino al primo sguardo, contraccambiando un affondo nel pelo incolto con una tiepida e svelta leccata sulla mano.

Era Chicca, questo il suo nome, un tenero incrocio tra un confusionario e allegro yorkshire ed un raffinato e scorbutico pechinese, di un colore talmente bello da sembrare una spiga di grano baciata dai raggi del sole, dipinta in un quadro d’autore, spennellato da dorate meches e lucenti e chiari colpi di sole, sogno di attrici e donne di classe. Il suo musetto vispo con il tartufo schiacciato, tipico del pechinese, la rendeva sufficientemente civettuola e femmina ed i suoi occhioni senza orizzonte, penetravano senza permesso dentro l’anima, facendo di quel castagno intenso un invincibile passepartout per strappare concessioni e sorrisi.

I primissimi giorni non si distingueva da un cricetino e trovava rifugio e diletto in una scarpa n. 45 che le era stata regalata come parco giochi a suo esclusivo dominio, dove esercitare ogni tipo di acrobazia e allenamento muscolare e dentario.

Ricordo ancora il primo cappottino di velluto rosso, cappa di marmo sulle sue fragili zampe e il collarino in tinta, con un campanellino che ne segnalava sempre la presenza, onde evitare misfatti indesiderati.

I momenti con lei sono indimenticabili. Rientrare a casa e vederla saltellare di gioia, irrefrenabile e con un tamburo battente al posto del cuore, assistere ai suoi rituali frenetici e alle sue inarrestabili corse per scaricare l’ansia e la paura del mio non ritorno, i suoi balletti da primadonna della Scala, leggiadra e piroettante come una trottola di seta.

In una parola, vita.

Quella che le venne miseramente portata via ancora in una fredda giornata d’inverno, cupa e piovosa, da quel destino scritto con inchiostro di uomo, brutale, impietoso, con un macigno nel petto, arido e grigio.

Un boccone avvelenato la prese per la gola, assatanandola, invadendola di fiele, logorandola fin dentro l’anima. Un addio cruento, vigliacco, insolente.

Una lacrima che ancora scorre, la mia , nel fragore di un gesto insensato, nella mano caina che restò in silenzio, nell’ignobile muscolo di qualcuno che al battito riconduce un cuore, nella cecità di una notte subdola, in un’assenza che scava e consuma, in un amore incondizionato inciso nel cuore, in un giorno d‘inverno che non porterà all‘estate, in quell‘ultimo gemito che non dimenticherò.

Luisa Sordillo

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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Giuseppe Guerrini

24 Luglio 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

Si legge che è un piacere il delizioso “La nuvola di Matteo” di Giuseppe Guerrini, compiuto e gentile racconto, scritto con un’essenzialità stilizzata e visiva allo stesso tempo.

Parla della strana comunicazione che s’instaura fra un bambino e una nuvola, amica immaginaria, sorta di primo amore, metafora di amicizie uniche, labili e preziose, capaci di attenuare per un momento lo sconfinato senso di solitudine, simbiosi d’amore, in un mondo fatto di animismo e fantasie, emozioni di un’infanzia che sogna.

C’è un’infinita dolcezza in quel “guardare il cielo”. Matteo gioca con le nuvole, dialoga con loro, le chiama per nome, si solleva oltre il suo mondo e sceglie “l’amica”, quella nuvola, “la sua nuvola”. I due amici hanno una lingua segreta, fatta di “pedalate, rettilinei, ampi cerchi disegnati sui sentieri fra il grano” e “risposte arcane fatte di riccioli, turbini, lembi di vapore” in un codice segreto, decifrabile solo con gli occhi di un cuore bambino. Nascono così “giorni fatti della stessa sostanza dell’amicizia”, destinati a finire come tutte le cose belle. La morte della nuvola, presagita da “piccoli vortici tristi” è la fine del sogno, dei misteri del cuore di un bambino e il passaggio alla vita normale. Si diventa “normali” quando si cessa di volgere gli occhi al cielo, o quando, sollevando nostalgicamente lo sguardo, non si riesce più a scorgere la “propria nuvola”.

Senza artifici linguistici, né ricerche di effetti speciali, con un linguaggio classico, lieve, l’autore, in questo racconto bello e commovente, dipinge immagini piene di poesia e riesce a regalare una visione suggestiva del mondo infantile.

Patrizia Poli e Ida Verrei

La nuvola di Matteo

Matteo aveva otto anni e guardava le nuvole. Guardava sempre le nuvole. Gli piacevano proprio quelle cose lontane, informi e mutevoli sospese nel cielo. Era capace di passare interi pomeriggi steso sull’erba, perduto a guardarle nascere, trasformarsi, dissolversi o correre via portate dal vento. Se gli avessero chiesto cosa voleva fare da grande, avrebbe risposto “il meteorologo”. In verità Matteo non era tagliato per le scienze esatte, cose come “temperatura di rugiada” o “entalpia di condensazione” non erano per lui. Il suo interesse non era scientifico: per Matteo le nuvole erano amiche, compagne di strada a cui rivolgere un saluto, raccontare storie.

I suoi genitori erano preoccupati. Avevano cresciuto il loro bambino con amore, accompagnati dalle ansie consuete – i rischi di troppa televisione, i videogiochi violenti, i pericoli di Internet… Invece era loro toccato in sorte un bambino contemplativo, sognatore, che non impazziva per la Playstation, si stancava subito di televisione, non era attirato da Internet, e preferiva scorrazzare per la campagna con la sua bicicletta rosso vivo, sempre da solo, inseguendo chissà quali fantasie. Oppure guardava il cielo. Tanto bastava a farlo contento. Amava soprattutto certi pomeriggi estivi, quando, quasi dal nulla, si materializzano cumuli che crescono in altezza, netti e bianchissimi contro l’azzurro, poi lentamente scuriscono e si sfrangiano sulla cima allargandosi come un fungo minaccioso. Matteo sapeva che quelle torri di vapore ospitavano temporali, e poterle godere da lontano nella loro interezza gli dava un’ebbrezza strana, come se fosse capace di abbracciarle, come se gli appartenessero.

Matteo aveva inventato una classificazione tutta sua per le nuvole. C’erano le “cavalcatrici”, che correvano portate dal maestrale accavallandosi e mutando forma in continuazione, le “ritagliate”, che sembravano brandelli di bianco tenue spezzati dai venti d’alta quota, le “tremoline”, attraversate da strisce di piccole onde fitte, e naturalmente le “pecorelle”, e tante altre. C’erano anche le “sentinelle”. La famiglia di Matteo abitava in campagna, nella pianura che terminava ai piedi di una montagna appuntita. Attorno a quella cima si formavano a volte delle nubi sommitali, che anziché essere portate via dalle correnti sembravano indugiare sul versante sopravento come se ci abitassero. Erano quelle le “sentinelle”. Matteo pensava che quelle fossero nubi speciali, vive, perché parevano opporsi al vento che le avrebbe dovute allontanare. Non poteva sapere che era proprio il vento atlantico a generarle spingendo in alto lungo il pendio l’aria umida, e che sembravano ferme perché in realtà si rigeneravano in continuazione, evaporando da una parte e condensando dall’altra. Quando si formava una nuvola di quel tipo Matteo la osservava a lungo per vedere se si stancava di sostare nei paraggi della cima e magari le veniva voglia di muoversi verso di lui o curiosare lì attorno. Non era mai accaduto, ma questo non lo scoraggiava affatto.

Un giorno d’inizio estate era comparsa una di quelle nubi, e Matteo, al solito, l’aveva tenuta d’occhio per tutta la mattina, naso per aria mentre pedalava tra i campi di grano. La nuvola sembrava all’inizio starsene raccolta, appallottolata timidamente presso il monte. Più tardi però parve prendere coraggio, si allargò e sfilacciò un poco, infine protese un lembo verso la pianura, proprio nella direzione di Matteo. Quando si fece ora di pranzo Matteo si diresse verso casa. Giunto sulla soglia, gettò ancora un’occhiata verso la cima. Fu allora che si accorse che dalla nube usciva un piccolo ricciolo di vapore, che si dissolse rapidamente. Un saluto! La nuvola lo stava salutando! Matteo ne fu felice, ma non tanto sorpreso, gli parve anzi del tutto naturale rispondere al saluto. Agitò le braccia rivolto verso il monte ed entrò in casa contento. Mangiò in fretta e furia e tornò subito fuori, ignorando le raccomandazioni della mamma e rispondendo “C’è la nuvola!” alle sue obiezioni preoccupate. Lei lo lasciò andare, sospirando rassegnata e domandandosi ancora una volta cosa mai avessero da rimproverarsi lei e suo marito come genitori.

La nuvola era ancora là, appoggiata alla cima. Matteo iniziò a pedalare tra il grano nella sua direzione, e lei emise due propaggini che Matteo interpretò come un segno di benvenuto. Ne fu felice: ormai erano diventati amici. Rispose al saluto correndo su e giù per i sentieri. Trascorse così tutto il pomeriggio, parlando alla nuvola di cose che non avrebbe saputo spiegare, nel misterioso codice fatto di pedalate, rettilinei, ampi cerchi disegnati sui sentieri tra il grano con la sua bicicletta scarlatta, e decifrando risposte arcane fatte di riccioli, turbini, lembi di vapore. Al tramonto la nuvola si colorò di rosa sfumato in viola, e parve ritirarsi presso la cima. Matteo lo interpretò come un gentile segno di congedo, così la salutò e rientrò in casa, felice come non mai. Prima di andare a dormire volle darle un’ultima occhiata discreta. Sbirciò cautamente dalla finestra per non disturbarla. La nuvola ricopriva la cima con un manto uniforme che si distendeva placido sul pendio, risplendente di luce lunare. Sembrava pulsare piano, come per un lento respiro. “Sta dormendo”, pensò Matteo rassicurato, e si coricò sereno.

I giorni che seguirono furono per Matteo i più felici mai vissuti, giorni di gioia, meraviglia, scoperta. Giorni fatti della stessa sostanza dell’amicizia. Corse infinite sui pedali, disegni tracciati con le ruote nelle stoppie del grano appena mietuto, a dialogare con la sua amica nella loro lingua segreta, un dialogo fatto del piacere di conoscersi, dell’affetto, di cose piccole come il suo cuore bambino, troppo grandi per essere raccontate. La nuvola pareva capire, ora aprendosi, ora arrotolandosi; sorrideva in piccoli vortici di vapore, lo accarezzava da lontano allungando un lembo candido. Era il suo modo di rispondere a Matteo, o così lui credeva, chi può dirlo?

Qualche giorno dopo, appena alzato, Matteo sentì in televisione le previsioni del tempo. Il clima stava per cambiare, il meteorologo alludeva a un “anticiclone” che avrebbe portato aria secca e vento di bora. Matteo non aveva idea di cosa fosse un anticiclone, ma sapeva che la bora dissolveva le nubi sentinelle. La sua nuvola era in pericolo! “Mamma, cos’è l’anticiclone?” chiese angosciato, come se conoscere la risposta gli conferisse il potere di cambiare le cose. “Non lo so, Matteo. È aria, credo. Chiedilo al babbo quando torna”. Matteo però non aveva tutto quel tempo: doveva avvertire la sua amica, salvarla! Corse fuori lasciandosi alle spalle i rimproveri sconsolati e inutili della mamma. Inforcò la bicicletta e iniziò a tracciare linee spezzate, angoli acuti a rappresentare la minaccia. La nuvola inizialmente gli sembrò sorpresa, confusa, attraversata com’era da sottili ombre grigie. Matteo continuò, inventando nuovi segni: “Scappa, nuvola, scappa o morirai!” scriveva nelle stoppie, “Fatti portare via dal vento, non restare qui!”. Ma la nuvola non si muoveva, non poteva allontanarsi. Allargava lembi sfilacciati di bianco tenue mentre si sgonfiava al centro, come a giustificarsi per non poter andare via. Matteo capì che alla sua amica non era concesso altro che rimanere lì, vicino alla cima, a dissolversi sotto i suoi occhi. Intanto l’aria stava già cambiando. Il vento aveva iniziato a girare, e l’azzurro del cielo diventava più carico, più cupo. Il profilo delle colline si faceva netto, i colori più marcati. La nuvola iniziava a sfumarsi nei contorni, e piccoli vortici tristi la attraversavano. “Non sparire, povera nuvola mia” tracciava Matteo sulla pianura, ma lei diventava ogni minuto più tenue. Allora Matteo lasciò un ultimo ampio cerchio, come un abbraccio, e si fermò a guardare, piangendo e singhiozzando. I lembi ormai pallidi della sua amica sembravano ancora volerlo accarezzare, consolarlo e cercare conforto, sempre più labili. Restò infine un piccolo ricciolo di vapore, come un ultimo saluto, che si arrese al vento disperdendosi. “Addio nuvola mia, addio!” gridò Matteo tra le lacrime. Rimase ancora a lungo a guardare la montagna completamente sgombra. Il cielo terso, di un blu profondo, e l’orizzonte lontanissimo e netto rivelavano l’immensità del mondo. Matteo sentì una solitudine sconfinata.

Passò la bora e arrivò il maestrale, accompagnato da nubi frettolose, candide e mutevoli. In altri tempi Matteo avrebbe passato ore ad ammirarle, ma adesso non gli dicevano molto: non erano come “quella” nuvola. Ogni tanto guardava ancora la cima, ma era sgombra.

Passò anche il maestrale, tornò il vento atlantico, caldo e umido. Si formò una nuova nube sentinella. Ma non era “quella” nube. Matteo si accorse di avere perso gran parte dell’interesse per le nuvole. Prese ad annoiarsi, e così cominciò a frequentare i suoi coetanei. Dovette condividere i loro interessi, e dopo un po’ iniziarono anche a piacergli. I suoi genitori erano contenti: finalmente avevano un figlio “normale”, dicevano. Ogni tanto però Matteo gettava ancora uno sguardo alla montagna. Spesso c’era una nube presso la cima, talvolta anche molto bella. Ma non meritava attenzione: non era “la sua nuvola”. Quella non sarebbe tornata mai più.

Giuseppe Guerrini

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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Pia Deidda

22 Luglio 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

Abbiamo deciso di riproporre in questa sede i migliori racconti di tre anni di attività del Laboratorio di Narrativa

Cominciamo con Pia Deidda e il suo "Di queste notti insonni"

In “Di queste notti insonni” Pia Deidda ricostruisce in modo magistrale un ambiente arcano e rurale. Una piccola, minuscola, donna è la protagonista di questo racconto delicato, incentrato su un “femminile” d’altri tempi e altri luoghi, ma ancora vivo nella memoria di società patriarcali.

In una camera, in uno spazio notturno illuminato solo dalla luce fioca di un lume a olio e dal rosseggiare delle carbonelle di un braciere, si consuma un’esistenza grama, un’inconsapevole rassegnazione, simbolo di un’antica rinuncia al riscatto. Nastassia e Bartulu, una donna e un uomo: lui, solo una massa umidiccia e maleodorante sotto la trapunta, sui tre materassi del letto a baldacchino… un russare, un gorgoglio, uno sbuffo, un grosso naso rosso solcato da capillari… Lei, quasi evanescente, con i piccoli piedi freddi, raggomitolata tra la preziosa biancheria profumata di lavanda, unica consolazione in quel suo povero mondo fatto di coercizione e di dominio. Ed un pensiero… quasi un ambito sogno, in quel presente oscuro e senza prospettive: la morte come soluzione, come cambiamento. Ma è solo una fugace idea, un balenio nella mente… “Per tutto c’è tempo”.

Il lettore sente il freddo dello stanzone, delle lenzuola ghiacce, dei piedi illividiti, la ruvidezza della camicia da notte, l’umidità delle calzette di lana appese ad asciugare.

Al centro del racconto, troneggia la descrizione del letto a baldacchino, “alto e regale”, simbolo di un amore gelido e mancato, di “incolori e ghiacce notti”. La protagonista, tuttavia, lo riveste di “pizzo e frangette a pippiolini”, di ricami e racemi, seguendo il volo della sua fantasia, della sua arte, della sua vitalità tarpata.

Il braciere, che compare all’inizio del racconto, torna nella chiusa, a completare un cerchio che tiene in sé tutta la vita della protagonista, fino a un desiderio di morte che non è neanche un vero impulso a farla finita, ma è solo un’assenza di azione, di slancio, è un vuoto totale per il quale, ahimè, c’è sempre “tempo”.

Il linguaggio mescola parole semplici, ripetute a rafforzare la concretezza di oggetti comuni, come il legno, la tela, la brace, ad altre più desuete e scelte.

Patrizia Poli e Ida Verrei

DI QUESTE NOTTI INSONNI

Nastassìa si china e, sollevando la lunga camicia da notte di pesante tela, osserva i piccoli piedi scalzi poggiati sull'impiantito di legno. Sono violacei e freddi, tanto freddi. Punta il peso sui talloni e inarca le lunghe dita, qualche gelone già s'intravvede.

Davanti al camino della grande cucina sono stese, su un filo legato teso fra due sedie, ben quattro paia di calzette di lana ruvida. Ma sono ancora umide e Nastassìa ha i piedi nudi.

Non riesce ancora ad organizzarsi nel bucato; fa difficoltà a calcolare la quantità di panni da lavare ogni volta e i tempi fra lavaggio, asciugatura e stiratura.

Ė per questo che i suoi piedi quella sera sono freddi. Anzi gelidi. Bisogna considerare anche che il suo Bartùlu, dopo il tramonto del sole, non mette più ceppi di legna nel camino, che piano piano si spegne lasciando poche braci rossastre e polvere fine grigia ormai fredda.

Lei raccoglie, prima che si spenga tutto il fuoco, quei tizzoni di brace ardente e li mette nel braciere di rame collocandolo al centro della stanza da letto.

Nastassìa si strofina le braccia cercando un po' di calore e guarda in alto sul letto. Gli arriva il suono grasso, cadenzato da un sibilo intermittente più acuto, del russare del suo Bartùlu.

Si prospetta un'altra notte quasi insonne, pensa, mentre mette il piede sul primo gradino della scaletta. Guarda in alto e si tiene ben salda con le mani. Quell'operazione le mette sempre apprensione ogni notte. Anzi, due volte al giorno. Al mattino quando deve rigovernare il letto e alla sera quando si appresta a dormire.

Soffre di vertigini Nastassìa da quando è piccola. Ricorda ancora molto bene di quando con i bambini del paese, eludendo la sorveglianza del vecchio sacrestano Peppineddu, si saliva furtivi sulla torre campanaria. Lei arrivava solo alla prima rampa e, mentre una strana ansia la prendeva, non riusciva ad andare oltre il primo pianerottolo. Era sempre la prima ad essere presa da Peppineddu mentre gli altri più svelti già suonavano la campana con rintocchi stonati.

Il suo è un letto da veri signori; fatto costruire dal suo Bartùlu su modello di uno continentale visto in una vecchia stampa arrivata fino a Ittiri da chissà dove e appesa da chissà chi su un vecchio muro scrostato della taverna del cambio postale.

Ė un alto letto a baldacchino di legno che sfiora il basso soffitto di travi di legno. Bartùlu ha voluto che il ripiano che accoglie i tre alti materassi fosse sollevato da terra per proteggere la sua sposina dal freddo che proviene dal pavimento e dai topi che vi scorrazzano indisturbati durante la notte.

Non sa Bartùlu che Nastassìa sa, perché glielo ha detto la vecchia Mariedda, la paura che aveva provato da bambino quando era rimasto rinchiuso per sbaglio tutta la notte dentro il grande magazzino dietro il mulino. L'avevano trovato all'alba che ancora saltava da una gamba ad un'altra pallido come un cencio.

La scaletta l'ha voluta lei perché quel letto gli è sembrato, già dalla prima volta, invalicabile. Minuta, senza forza nelle magre braccia, non aveva avuto l'agilità per saltarci sopra la prima notte che da sposina entrò in quella grande camera. Bartùlu capì da subito che forse sarebbe stato il caso di far costruire una piccola scaletta per la sua piccola sposa.

Nastassìa sale lentamente gli stretti scalini e i piedi freddi e magri dolgono un po' ad ogni passo. Insomma è una impresa titanica arrampicarsi lassù ogni notte. Poi a lei duole la schiena la sera perché non è ancora abituata a fare i lavori di casa. Bartùlu le aveva promesso prima delle nozze l'aiuto di una serva, ma, ad un anno dal matrimonio, non ne aveva visto nemmeno l'ombra.

Ogni notte salendo la scaletta ammira i tessuti che ricoprono gli alti materassi e il baldacchino. E' il suo orgoglio di sposa quel tripudio di filati e ricami. Quando arrivano le comari o le amiche per farle visita lascia sempre la porta semi aperta affinché s'intravveda il suo capolavoro.

Ha lavorato alacremente per mesi per poter trasformare quello spoglio legno e quella scheletrica impalcatura in una alcova calda e accogliente. Se deve esistere che sia almeno bello, aveva detto timida sposina a capo chino e ad occhi semichiusi appena l'aveva intravisto mentre Bartùlu si stava spogliando dagli abiti nuziali.

Aveva subito pensato ai grandi teli che avrebbero coperto il baldacchino. Sarebbero stati cuciti insieme pezzi di leggero tulle rosato che lei nel frattempo aveva ricamato a punto pieno nei risvolti in vista e rifinito con un pizzo a frangette e pippiolini fatto all'uncinetto. Non aveva copiato un disegno preciso, a lei piaceva anche improvvisare. Erano motivi geometrici che seguivano un ordine sparso un po' casuale. Alla fine era risultata un'opera che aveva una sua caotica armonia.

Per coprire il ripiano di legno aveva invece usato una tela grossa di canapa anch'essa rosata tessuta con motivi in rialzo di asfodeli e pavoni affrontati di un rosa intenso. Il primo materasso l'aveva rivestito di un tessuto bianco di lino a motivi tono su tono a nodini che seguivano un disegno a rombi alternati convessi e concavi. Era stato un lavoro molto impegnativo riuscire a contare al telaio trama per trama, ordito per ordito, e non sbagliare nemmeno un passaggio.

Il secondo materasso l'aveva ricoperto con un tappeto di lana dai colori rosso, giallo e blu squillanti su fondo chiaro. Uomini e donne si tenevano per mano in un ballo tondo che non sarebbe finito mai. E qui sospirò Nastassìa pensando che il suo Bartùlu l'unico ballo che aveva fatto in vita sua era stato il giorno del loro matrimonio quando era stato preso con la forza dai compari di anello. Non avrebbe ballato mai più Bartùlu. Ma neanche Natassìa.

Il terzo e ultimo materasso era ancora coperto da una nera coltre pesante di orbace. La bella coperta all'uncinetto filè era ancora dentro la cassapanca e non era stata ancora completata. Nastassìa riusciva però a ricavarsi molte ore di lavoro per ultimare la sua opera rubandole al governo della casa e alla cucina. Bartùlu più volte se ne era lamentato, specialmente quando tornava dal mulino alla sera stanco e affamato e trovava il desco vuoto ma la giovane mogliettina al telaio.

A completare l'opera c'era la finissima biancheria del suo ricco corredo. Le lenzuola e le quattro federe le aveva riccamente ricamate con orli a giorno e punti pieni e a catenella. Fiori, fogliette e racemi giravano leggeri lungo i contorni per dirigersi verso il mezzo, mentre pizzi sottili e delicati realizzati al tombolo ne ornavano i bordi.

Bartùlu dorme alla grande. La bocca aperta ora emana un gorgoglio come l'acqua che passa nelle condutture che azionano la macina del mulino. No, non si è proprio abituata a quei suoni mutevoli che accompagnano il trascorrere delle sue notti. S'infila piano piano dentro le lenzuola fredde, anzi gelide. Si raggomitola per riscaldarsi con quel poco calore che emana il suo corpo. Bartùlu no, non lo tocca; il suo corpo è caldo ma lo trova umidiccio ed emana un odore che sa di farina e fuliggine; neanche la lavanda che mette dentro le federe lo riesce a mitigare.

E, mentre pensa questo, le arriva una zaffata del suo alito pesante. Lo osserva alla luce tremula della lampada ad olio. Riuscirà con il tempo ad accettare questo uomo che le è stato imposto come marito? Pensa che sarà difficile riconoscere quest'uomo di vent'anni più grande di lei come l'uomo della sua vita. Si gira dall'altra parte e si copre le orecchie con il cuscino e sprofonda il naso nelle federe profumate.

Oh, no! Ha lasciato la lampada ad olio accesa sul tavolino. Se Bartùlu si svegliasse in questo momento sarebbe un rimbrotto che durerebbe per giorni. Deve ridiscendere, rifare il percorso intrapreso. Si dà della stolta, si scopre e mette i piedini sugli stretti gradini della scaletta. Si avvicina al tavolino e guardando la fiamma soffia sullo stoppino. La lampada si spegne di colpo. E adesso? Ripercorre la strada a tentoni, urta la sedia che cade. Bartùlu manda uno sbuffo come la pentola quando bolle con la carne di pecora dentro. Sbatte più volte sui gradini; sa che al mattino si ritroverà con lividi violacei sulle gambe. Salita si risistema nelle ghiacce lenzuola, si accovaccia stretta stretta abbracciandosi le ginocchia. Quanto è stupida; povero Bartùlu ad avere una moglie così incapace. Poverino.

Adesso il russare di Bartùlu è diventato un miagolio. E no, non riuscirà mai ad abituarsi. Come sarebbe stato bello sposare Gavino, il giovane servo pastore della sua famiglia. Ma i suoi genitori appena subodorato l'idillio si erano premurati di combinare in tutta fretta quel matrimonio che avrebbe dato lustro e dignità alla loro adorata bambina. Ed eccola qui con il suo Bartùlu a fianco in questo alto e regale letto; concepito più per appassionati e amorevoli incontri d'amore piuttosto che queste incolori e ghiacce notti, pensa Nastassìa vergognandosi delle sue fantasie nel momento in cui il suo cuore le formula. E si scopre a guardare il suo Bartùlu: naso grosso e rosso solcato da una miriade di piccoli capillari, la barba irta e sempre incolta, i denti giallognoli e marci.

Ma come fa a vederlo? Oh no! Ha dimenticato il braciere ancora acceso in mezzo alla stanza! Ma che stolta che è! Che donna fatua! Ecco cosa succede a perdersi in simili peccaminose fantasie!

Scende veloce e prende il braciere. Mai lasciarlo nella stanza per tutta la notte. L'aria diventerebbe mefitica e pericolosa. Potrebbero anche morire.

Già morire. Ma è solo un breve pensiero. Fugace, leggero, passa così come è arrivato. Tarlo invisibile che ogni tanto s'insinua nei suoi pensieri. Lei o lui non importa, sarebbe comunque un cambiamento.

Si dirige in cucina e posa il braciere dentro il camino, lo svuoterà al mattino. C'è tempo. Per tutto, c'è tempo.

© Pia Deidda 2010

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Ida Verrei: Sono nata tra le ortiche

19 Luglio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei

Ida Verrei: Sono nata tra le ortiche

 

 

 

 

Sono nata tra le ortiche.

di Ida Verrei

 

 

 

 “ Nossignore, dottore, nossignore, io non ho presente.

 Solo voci, voci che scavano, urlano, rubano pensieri e asciugano parole. Sono loro, quei cazzo di comandanti! Loro possono afferrare qualsiasi movimento del corpo e della mente. Conoscono le mie fobie, le paure, le angosce, ‘o pizze massimo ‘e suppurtazione.

 Te lo dico io cos’è la mia malattia, sissignore, dottore: suggestioni, bugie, invenzioni dei comandanti. Sissignore!

 La mia infanzia? E che vuoi sapere della mia infanzia?  Che t’aggia raccuntà? Io ho pochi ricordi, e confondo realtà,  sogni, incubi.

Volevo nascere tra i fiori e sono nata tra le ortiche.

Nasco in un basso, nel quartiere S.Lorenzo, ‘o Vìco Strìtto Purgatorio ad Arco.

Mammà  non fa in tempo a raggiungere gli Incurabili, l’ospedale dove ha partorito gi altri figli, e si contorce sul suo letto d’ottone, spingendo, soffiando, gonfiando le vene del collo nello sforzo di sputare dalle cosce un nuovo verme viscido. E, intanto,  fuori corrono e giocano i  miei fratelli, tra la vita caotica del vicolo, tra l’indifferenza urlata, tra gli odori acri, pungenti che esalano dalla strada, dalle porte spalancate, dai corpi che rotolano in quell’alveare, in quel buco scuro di piccoli insetti umani.

« Maronna ‘e Pumpei, fammìlle nascere forte e bello…» prega mammà.

E invece arrivo io.

 E quegli odori, quei rumori, quelle voci sbraitanti, insieme agli umori nauseabondi di mia madre, devo averli respirati con forza, con la prima aria fetida della vita. Ancora, sempre, me li sento nel naso, nei polmoni, sulla pelle, nella testa.

    Siamo in tanti, la casa è piccola, una sola stanza; stiamo stretti gli uni agli altri.

 D’inverno fa freddo, la notte cerchiamo di scaldarci stando tutti abbracciati, respirando i nostri fiati, intossicandoci con l’aria puzzolente del braciere sempre acceso.

 D’estate si muore dal caldo, stiamo seduti fuori al basso, nel vicolo, fino alle tre di notte, cercando ‘na vrenzola  d’aria. Mammà con la pompa innaffia l’asfalto rovente nell’illusione di un po’ di refrigerio, ma l’aria infuocata asciuga i pietroni e fa evaporare l’acqua che si solleva creando una nuvola umida e cocente che ci stringe la gola, ci entra nelle ossa e nei polmoni. E poi, in casa, dormiamo per terra, alla ricerca di un po’ di fresco  sul pavimento, tappandoci il naso per non sentire il fetore  dei nostri corpi fradici di sudore, proprio come racconta Filumena Marturano nella commedia di Eduardo.

 Ma non per questo  diventiamo puttane. Nossignore, la nostra è una famiglia perbene, una famiglia di operai, di lavoratori: femmine oneste e mascule faticatore.

Mio padre faceva l’operaio, i miei fratelli fanno gli operai;  uno dei miei cognati fa l’operaio. L’altro no, l’altro fa  il ladro, ‘o mariuolo, ma è un’eccezione, è guaio passato dalla famiglia, un’altra trovata dei comandanti. E non credere che faccia parte della malavita, nossignore, lui è solo nù marioncello da quattro soldi, piccoli furti, qualche autoradio, qualche fondo di magazzino, qualche tentativo in appartamenti, ma non gli è mai riuscito, l’hanno preso sempre. Entra ed esce dal carcere, fa ‘o guappo in famiglia, mette incinta mia sorella,  e si fa beccare un’altra volta. E i comandanti se spassano!

Mia madre presta i soldi cu l’interesse, ma non pensare che faccia l’usuraia, nossignore, lei è una benefattrice, se dà uno, chiede uno e mezzo, giusto per arrotondare la mesata di papà.

Nel basso siamo felici. Giochiamo nel cortile del palazzo. Abbiamo tanti amici, siamo allegri, anche se c’è miseria.

Mio padre lavora tanto, una fatica che lo piega in due, però, la sera, quando torna a casa, dopo cena, ci riunisce attorno al tavolo, non c’è la televisione e allora lui  racconta storie. Sissignore, tiene ‘na bella voce e io mi addormento in braccio a mammà .

E poi arriva lo sfratto.

Tu lo sai cos’è ‘o sfratto, dottò?

È ‘na maledizione, nu castigo ‘e ddio.

Mammà non si rassegna, mette in croce  papà: “Trova una soluzione, trova una soluzione, tenimmo otto creature…e mò addò ‘e mettimmo?”

E corre avanti e indietro nel vicolo, urla, piange, inveisce, bestemmia, si strappa i capelli, chiama in aiuto santi e madonne.  Tiene i comandanti che le escono dagli occhi, che sono pieni di sangue, e la bava scorre dalla bocca. Fa schifo. Si alza le vesti e strilla: “Vi siete presi il sangue, che vulite ancora? Pigliateve pure chesta, ve la regalo,  eccola, pigliatavella, nun tengo niente cchiù!” E si sbatte le mani tra le cosce.

 Schifo schifo. Io la odio, ho paura, io non sono come lei, io non sono lei…

Sissignore, dottore, poi ce la danno un’altra casa, ma è troppo tardi: mammà non c’è più, l’abbiamo persa, se la sono presa i comandanti.  E anche io mi sono persa, e a papà scoppia il cuore.

Se ho conosciuto l’amore?

Sissignore, l’ho conosciuto. Ma non mi è piaciuto, nossignore, dottore.

Mi ha presa in mezzo a un prato, c’erano  ortiche, prima di “essere ammazzato”, come canta Lucio Dalla. È muorto ‘e camorra, sissignore. Ma ha fatto in tempo a pisciarmi tra le cosce e a mettermi incinta. E io ho abortito, sissignore, e mica mi potevo tenere il bastardo. Me lo ha strappato ‘a mammara, sissignore, la levatrice del quartiere: ha scavato nella pancia con la cucchiarella di ferro, e io l’ho visto nel catino bianco, nu’ pupaziello pieno di sangue. E anch’io avevo tanto sangue, un fiume di sangue; me penzavo ca murevo, e invece sto ancora qua.

E ora li schifo gli uomini, tutti quanti. Mi piacciono le femmine, hanno il corpo uguale al mio e non mi fanno paura. Ma i miei fratelli mi chiamano masculone e dicono che è nuscuorno, una vergogna, sissignore, era meglio se mi tenevo il bastardo, dicono loro. “

 

 

Mi alzo dalla sedia, fisso l’uomo col camice bianco, cerco il suo sguardo, ma lui ha il capo chino, guarda i suoi fogli, continua a scrivere. Piano, mi giro verso la porta, esco, accosto l’uscio senza far rumore. Strizzo gli occhi, c’è una luce forte, vedo ombre.

Passo le mani sulla mia vestaglia azzurra chiusa fino al collo da bottoni blu, è maltrattata. La sistemo, liscio le pieghe, poi metto una mano in tasca, tiro fuori qualche moneta. Le conto,  le rimetto in tasca.

Che faccio? Sono indecisa. Mi avvio verso il corridoio dalle pareti scorticate.

 Mi fermo dinanzi alla  finestra con le sbarre, mi specchio nei vetri polverosi.

Quanto sono grandi i miei occhi!  Occhi smisurati, spaventosi, occhi che sembrano divorarmi il volto, occhi senza luce, due buchi neri. La bocca è piccola, esangue, stretta in una smorfia, due solchi mi segnano le guance.

 I capelli mi fanno male, pesano. Li lego con un elastico. Mentre cammino mi danzano sulle  spalle. Sono esili le mie spalle, come esile è tutto il mio corpo. Cammino sollevata dal pavimento, lentamente, sotto il muro, voglio nascondermi, guardo avanti.

 Qualcuno mi urta:

«Dove vai Caterina?»

Non rispondo. Proseguo senza voltarmi.

Arrivo sul pianerottolo, premo il pulsante dell’ascensore. Aspetto, immobile, non un muscolo del mio corpo si muove,  trattengo il respiro.

Entro nella cabina buia, odore di creolina, di urina. Ho un conato di vomito. Metto una mano sulla bocca, mi piego in avanti. Non appena le porte dell’ascensore si aprono, esco e respiro forte, ho un colpo di tosse.

«Uè Caterì, che fai cà? Te sì venuta a prendere nu’ cafè?»

«Zitto brutto verme schifoso, tanto non parlo con te, io non parlo, non parlo più, lui, l’uomo col camice bianco, mi ha asciugato le parole».

Volgo le spalle al custode dell’ospedale ed entro nel piccolo bar della struttura.

Vado alla cassa, metto una mano in tasca e tiro fuori le monete, le mostro alla cassiera.

«Vuoi un cornetto Caterì

Scuoto il capo. Poi sollevando appena il mento indico le sigarette sugli scaffali, alle spalle della donna.

«Ah, marlboro?»

 Annuisco.

Ritorno nell’atrio, mi fermo, apro il pacchetto, prendo una sigaretta, la metto tra le labbra, in silenzio mi volgo verso il custode.

«Tu fumi troppo, piccerè», dice l’uomo, poi prende un accendino e me la accende.

Vado verso il cancelletto di ferro, lo spingo, esco nel piccolo giardino dell’ospedale. E’ spoglio, pochi alberi sguarniti, mal curati, qualche panca di pietra, tutt’intorno un alto muro coperto da edera, qualche aiuola con pochi fili d’erba secchi, ortiche, solo ortiche.

 Mi siedo composta, rigida, le gambe strette, la gonna tirata sulle ginocchia. Fumo, e soffio verso l’alto nuvole grigie che guardo svanire nell’aria.

 Anche in cielo ci sono ortiche.

I.V.

 

 

 

 

 

 

 

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Recensione: Poesie e pittura nell'anima

3 Luglio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #poesia, #recensioni

Recensione: Poesie e pittura nell'anima

Voci di Conchiglia

Raccolta antologica

Recensione alle poesie di Carmen Auletta.

di Ida Verrei

“Leggere una poesia è come perdersi in un labirinto di emozioni…” scrive Sonia Demurtas nella prefazione alla raccolta antologica “Voci di Conchiglia”. Ed è proprio in questo groviglio di sentimenti, alcune volte forti, urlati; altre, sfumati, sussurrati, raccontati con una sorta di pudore infantile, che ci si immerge, accostandosi ai versi di Carmen Auletta.

Sono poesie “dipinte”, non solo perché accompagnate dalle pitture che le interpretano e, in un certo senso, le commentano, ma perché le parole ti arrivano con la forza del colore, le immagini ti investono come pennellate.

L’autrice ha incontrato il male di vivere, la più profonda e dolorosa oscurità, quella vera, quella che porta sull’orlo del baratro e fa urlare: cerco imploro piango e chiedo

Il mio spirito incerto e cadente/ manda l’eco di una voce sparuta/ un pensiero che lacera la mente/ in un cammino di pena vissuta…”

Ma le sofferenze non diventano frattura tra sé e il mondo, non si risolvono nell’ indifferenza o in un aristocratico distacco, talvolta estremo rifugio del poeta, né con la romantica ribellione verso la natura: dalla musica del silenzio Carmen scopre la poesia, il canto della vita, la voglia di vivere un cielo … come un candido aquilone.

E cattura immagini, aspetti della vita quotidiana e li trasforma in emozioni, intuizioni, palpiti, metafore.

Fruga nella realtà per cogliere il segno di una condizione umana che non sia solo dolore, vuoto seducente, ma promessa di vita, d’amore.

Aggiusta la bacchetta magica, e guarda con tenerezza e gratitudine, quel tempo che è stato generoso, regalando all’attimo l’eternità.

Grande lezione di coraggio, fiducia e speranza, dà questa sensibile poetessa!

Risplendete miei piccoli girasoli, verrà il nostro sole/

Questa notte l’ho sognato, eravamo in un campo di luce

I.V.

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Ida Verrei: Le primavere di Vesna

15 Giugno 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei

Ida Verrei: Le primavere di Vesna

Stralci dal II Capitolo:

    1939

 

…. Arrivarono alla stradina del Mulino, la percorsero, e si trovarono

ai piedi della scalinata che conduceva all’ingresso:

“Immensum ad antrum aditus”.

Eccolo, l’invito ad entrare. Ogni volta che leggeva quelle parole

Liana provava un brivido d’emozione, quasi una sorta di premonizione

di avventure fantastiche in quel meraviglioso regno sotterraneo.

Il trenino scoperto, trainato dalla locomotiva a benzina, era già

pronto, quasi pieno, stipato di giovani e meno giovani. Un coro di

saluti, di esclamazioni di piacere, di benvenuto.

Passarono radenti alle colate calcistiche, alle formazioni traslucide

di stalattiti e stalagmiti; nelle curve pareva, a volte, di sbatterci contro

e, nonostante la consuetudine a quel tragitto, tutto il gruppo si trovava

spesso ad abbassare istintivamente la testa, per la sensazione di urtare

quei gioielli calcarei sporgenti dalle pareti gocciolanti. Attraversarono

la Sala della Nave Rovesciata e poi la Sala Gotica e, infine, si fermarono

alla grande Sala da ballo, dalla cui volta pendeva un imponente lampadario

di cristallo; sotto la luce scintillavano le bianche concrezioni

che ricordavano un bosco cristallizzato nel gelo invernale.

Era l’ultima fermata del trenino.

La Sala da ballo era a vista. appariva già affollata. I tavolini di

ferro smaltato bianco erano disposti su tre lati; su ognuno, fiori colorati,

la cui fragranza delicata si mischiava all’odore acre di fumo e al

sentore dolciastro di profumi e ciprie. Grosse stufe elettriche intiepidivano

l’ambiente. Lampade tondeggianti illuminavano una piccola

pedana in fondo, dov’era sistemato un pianoforte bianco e l’orchestrina.

Alle quattro pareti, gli altoparlanti diffondevano la musica. Ad

angolo, tra la parete di fondo e quella laterale, si stendeva un bancone

da bar di legno, anche questo laccato bianco, alle cui spalle c’erano

gli scaffali colmi di bottiglie colorate. Camerieri in giacca bianca si

aggiravano indaffarati tra i tavoli.

Liana si guardò attorno. Le donne erano tutte in abito da mezza sera,

gli uomini in giacca e cravatta, tra la folla spiccavano molte divise……….

…………………………………………………………………………………….

………………………………………………………………………………………

«Basta, basta», lo interruppe, ridendo, Liana. «piuttosto, senti,

dopo mi suoni Jalousie

Gli altri orchestrali, intanto, avevano posato gli strumenti per

terra, sulla pedana, e si rinfrescavano bevendo bibite ghiacciate. Gli

altoparlanti diffondevano in sordina una musica proveniente da un

grammofono sistemato in un angolo.

Mirko rispose annuendo, distratto. Guardava con curiosità verso

un lato della sala. anche Liana volse lo sguardo, cercando di capire

cosa avesse attirato l’attenzione del giovane. Un uomo alto e grosso

era appena entrato trafelato e parlava in modo concitato

con un gruppo di ufficiali; sotto l’abito a doppio petto portava la

camicia nera.

«Che succede?» chiese Liana. Mirko non rispose. L’uomo con la

camicia nera si stava dirigendo verso la pedana dell’orchestra.

Con un gesto imperioso staccò il grammofono, facendo gracchiare

la puntina sul disco che continuò a girare a vuoto. La musica interrotta

restò per un attimo come sospesa nell’aria. Si sentiva solo il brusio

proveniente dalla folla nella sala.

«Ma…» cercò di protestare uno degli orchestrali indispettito.

L’uomo afferro il microfono:

«Attenzione, prego di prestare la massima attenzione», disse con

voce eccitata. Fece una lunga pausa. Tutti gli occhi erano volti verso

di lui:

«Pochi minuti fa l’EIAR, in edizione straordinaria, ha annunciato

che da qualche ora le truppe germaniche sono entrate in Polonia:

Francia e Inghilterra sono in guerra col grande Reich!»

Nella sala non volò una mosca. Tutti i presenti sembravano far

parte di quel bosco cristallizzato nel gelo.

«Viva la Germania!» Urlò con voce acuta un ufficiale.

«Viva il Duce!»

La sala in breve si era riempita di squadristi.

«Che succede?» bisbigliò piano Liana a Mirko.

«La guerra, Liana, la guerra», mormorò con voce tremante il giovane.

Ora tutti erano in piedi, i volti pallidi sembravano maschere di

cera. Applaudivano, rigidi e inconsapevoli fantocci animati da una

carica meccanica.

«Suona pianista, suona “Giovinezza!”» ordinò l’uomo con la camicia

nera: «Cantate, cantate tutti!»

Dal pianoforte si sprigionarono le note dell’inno e dilagarono per

la volta della Sala Bianca.

Un coro si levò tra la folla. Anche Liana iniziò a cantare a gola

spiegata, in piedi sulla sedia, col volto arrossato dall’eccitazione e lo

sguardo scintillante offuscato dalle luci. Provava un godimento infinito

a lasciare che l’allegria, la gioia di vivere, le zampillassero dal

cuore in piena libertà.

Ad un tratto sentì una stretta al polso. Bruno l’aveva raggiunta e

la tirava.

«Scendi, andiamo via!»

Fu costretta a seguirlo. Il fratello, scuro in volto, la trascinò attraverso

la sala fino al loro tavolo.

Anna era in piedi, con la giacca già infilata, pallida, tremava.

«Svelta, copriti e andiamo», ripeté Bruno.

La ragazza cercò di protestare: «Ma perché? proprio ora! E poi la

seconda parte della serata è sempre più bella, dai, restiamo ancora.»

Bruno non rispose e la sospinse con fermezza verso l’uscita.

Si scontrarono con l’uomo con la camicia nera:

«Andate già? Camerata, perché conducete via queste belle signore?»

«Mia madre non sta bene» rispose il giovane con voce dura e,

istintivamente, strinse il braccio delle due donne.

L’uomo guardò Anna. Il pallore e i due segni scuri che le erano

comparsi sotto gli occhi dovettero convincerlo.

«Peccato», mormorò. parlava a Bruno ma guardava Liana. Si scostò.

«Buonanotte, allora.»

I tre salirono sul trenino.

All’uscita dalle grotte, la città parve più spettrale del paesaggio

appena lasciato. Un nevischio sottile aveva preso a scendere lentamente;

un odore d’inverno, un tremolio di pulviscolo, cielo senza

stelle. Per le strade, nessuno, ma le luci delle case erano tutte accese.

S’indovinavano dietro i vetri mondi, pensieri, paure, voci, singhiozzi.

Senza sapere perché, Liana si sentì schiacciare dalla malinconia di

un tempo che finiva.

Anche nella loro casa tutte le luci erano accese. Dietro le tendine,

due sagome immobili.

Entrarono, accolti dal tepore della grande stufa a carbone.

Paolo era seduto al tavolo di cucina, dove le carte del ramino

erano rimaste abbandonate e rivelavano una partita interrotta bruscamente.

L’uomo, con gli occhi chiusi, si stringeva la testa tra le mani.

Danilo guardava smarrito il padre. La radio accesa trasmetteva notizie:

… Cracovia in fiamme… trentamila prigionieri…” Bruno alzò il

volume.

«Porci!» urlò Paolo.

«Sté ziti!» supplicò Anna, facendo un segno di croce, «Anco i

muri el gan orecie. Dio vedi, Dio provvedi.»

Liana corse a chiudersi in camera. non voleva ascoltare, non

voleva capire. Voleva solo dormire e risvegliarsi nel suo mondo di

sempre. Si spogliò, si infilò tra le coperte, mise la testa sotto il

cuscino. Dal giardino, il sibilare del vento, da lontano un abbaiare

di cani…

 

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Recensione: un thriller alla Simenon

3 Giugno 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

Recensione: un thriller alla Simenon

NE CIVES AD ARMA RUANT

di Franca Poli e Giovanni D’Ippolito

Edit. Zona

Scrittura coinvolgente, capacità descrittiva,sottile abilità psicologica.

Sin dalle prime pagine, trascina verso la soluzione finale. Che non è la cattura del serial killer, ma la rivelazione amara di un dramma umano, il dramma di un’anima lacerata, di una mente che si rifugia in allucinazioni compensatorie.

Nel percorso di un’indagine accurata e minuziosa, ci si imbatte nell’inquietante realtà metropolitana, che è poi il luogo dell’alienazione, della devianza, delle solitudini che non si incontrano, ma urlano l’una contro l’altra.

È una scrittura di genere, un thriller con la tipologia del giallo alla Simenon, con figure bonarie, accattivanti di investigatori, che, nella loro normalità, nella loro quotidianità, ci assomigliano, ci sono familiari.

Il pregio della narrazione è, appunto, nella caratterizzazione dei personaggi. Soprattutto nell’abilità a delineare, attraverso il doppio percorso, delle indagini istituzionali e delle fantasie solitarie di un killer, la psicologia di una mente sconvolta che colloquia con i fantasmi, che vive un mondo che non le appartiene, che brancola nel dolore.

E così, nonostante il successo delle indagini, quello che alla fine ti resta, è il senso di amarezza, di sconfitta, è l’umana “pietas” per la fragilità dell’uomo.

Un libro da leggere, da gustare, per chi ama il noir, ma anche per chi sa apprezzare la buona scrittura.

I. V.

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Ida Verrei: Le Primavere di Vesna - Incipit

20 Maggio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei

Ida Verrei: Le Primavere di Vesna - Incipit

Le Primavere di Vesna

di Ida Verrei

Incipit

“Non mi giudicare. Non devi e non puoi farlo, tu non sai.

Non mi giudicare e io ti racconterò.

Ti dirò delle mie fughe, degli abbandoni, delle attese, delle paure,

dei miei perché.

Credi al destino? Io non so se fu sogno o presagio, non so quali

segni io colsi e quali si velarono troppo in fretta.

Non mi giudicare, figlia mia, lascia che io viva le mie colpe senza

rimorsi, lascia che sia solo il rimpianto a cercarmi la notte,

lascia che quel sale liquido si asciughi senza bruciare. E i nostri

occhi di donna si incontreranno in mille risposte”.

La stazione di Genova-Brignole tremolava alla luce morente di un

giorno al tramonto. Il vento primaverile sferzava una figura sottile,

in attesa.

Un gatto le si strusciò alle gambe. La donna sobbalzò, guardò giù,

sorrise, si chinò ad accarezzarlo: «E tu? Da dove arrivi? Cosa fai

qui?» Il gatto emise un miagolìo prolungato, poi scappò via. Lei lo

seguì con lo sguardo.

Il volto liscio, levigato, non portava tracce di ferite e dolori antichi.

Solo gli occhi, opachi, appannati, raccontavano le rughe del cuore.

Ai suoi piedi, un borsone da viaggio.

La voce gracchiante dell’altoparlante annunciò il ritardo dell’espresso

proveniente da Torino e diretto a Napoli.

Sospirò.

Si guardò attorno, raccolse il bagaglio e raggiunse con passo lento

il piccolo bar con tavolini e sedie in ferro smaltato rosso.

Sedette, ordinò un caffè che sorseggiò piano, accese una sigaretta.

Volse il capo in giro. Lo sguardo assente, attraverso una nuvola di

fumo, sfiorò gli altri tavoli: una giovane madre dondolava piano un

bimbo piccolo, mentre altri due, aggrappati alla sua gonna, assonnati,

succhiavano il pollice; un uomo anziano parlava da solo, inseguiva

fantasmi, beveva birra e di tanto in tanto schioccava le labbra, assaporando

il liquido biondo che ingoiava a grossi sorsi gorgoglianti,

Uno sbaffo di schiuma si scioglieva sulle guancia rugosa e gocciolava

sul collo avvizzito; due giovani innamorati si stringevano le mani

guardandosi negli occhi.

Le ombre del crepuscolo velavano sguardi colmi di lacrime.

Il gatto, ricomparso, balzò sulla grande fioriera in pietra carica di

oleandri bianchi. La guardò socchiudendo gli occhi.

Erano le 19,30, mezz’ora di ritardo. Poi, l’annuncio che attendeva.

Sorrise, finalmente, un sospiro di sollievo.

Afferrò il borsone, corse incontro, lungo il marciapiede, alle vetture

che, sbuffando, stavano entrando in stazione. Attese che il treno fosse

fermo, poi con un balzo agile salì sul primo vagone e si tuffò all’interno,

facendosi spazio tra i corpi, passando da una vettura all’altra

in cerca di un posto a sedere.

Un uomo le cedette il suo, accanto al finestrino. Ringraziò con un

sorriso stanco.

Il treno ripartì, scivolava sulle rotaie. Guardò attraverso i vetri

Impolverati: la città con le sue case colorate di rosa si allontanava,

avvolta dall’oscurità della sera profumata di mare.

La donna si appoggiò allo schienale del sedile, sistemò la gonna

sulle ginocchia, le palpebre si abbassarono, i lineamenti si distesero, si

abbandonò al torpore che pian piano l’avvolgeva. Tutto era già stato.

Tra i ricordi, tra le memorie di una vita, per tutti, c’è un motivo

ricorrente che ne segna e scandisce le stagioni più significative.

Un’immagine, un rumore, un profumo, una vaga sensazione di déjà

vu. La percezione di un mutamento che sta per segnare la tua esistenza,

o di un ineluttabile ritorno al passato.

Per Liana era il rumore del treno. Un treno che transita, un treno che

parte, un treno che arriva o che squarcia il silenzio con il suo urlo

metallico e canta col frastuono ritmico dello sferragliare. Il treno, sempre

presente: odori, suoni, rumori, impressi nell’anima e nella mente.

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Lamartine a Livorno

19 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #saggi, #ida verrei, #personaggi da conoscere

Lamartine a Livorno

Perché balzate sulla spiaggia spumeggiante,
Onde in cui nessun vento ha scavato solchi?
Perché agitate la vostra schiuma fumante
In leggeri turbinii?
Perché dondolate le vostre fronti che l’alba asciuga,
Foreste, che stormite prima dell’ora del risveglio?
Perché dai vostri rami spargete come pioggia
Quelle lacrime silenziose di cui vi bagnarono la notte?
Perché rialzate, oh fiori, i vostri calici pieni,
come fronte chinata che l’amore risolleva?
Perché nell’ombra umida esalare questi primi
Profumi
che il giorno respira?”

Alphonse de Lamartine (1790 – 1869), scrittore, storico e politico francese autore tra l’altro de Le meditazioni poetiche, aveva dei cugini a Livorno e venne a visitarli. Ancora una volta è Pietro Vigo a riportarci le sue parole.


“Abitavo presso Livorno nella villa Palmieri sulla strada di Montenero; a sinistra vedevo le cime selvose dei Monti di Limone, a dritta il mare, di faccia Montenero. Sulla sommità di questo capo, addossato allo scoglio ed a verdi querce s'innalza una chiesa come un tempio greco in vista del mare, ed è un pellegrinaggio pei naufraghi scampati dalle procelle pei voti innalzati alla stella del mare. Mi piaceva tanto questo luogo che vi ascendevo sovente. Sulla strada è la villa, un tempo splendida, allora deserta dove Lord Byron si trattenne una o due estati qualche tempo prima della mia dimora in Livorno.
Ero solito fermarmi col cavallo dinanzi alla porta del suo giardino, come per cercarvi l'assente figura del gran poeta che in certo modo consacrò quella solitudine. Poco più oltre lasciavo la strada guidando i cavalli verso la locanda di Montenero per inoltrarmi solo nei boschi d'onde scorgesi il mare. Là passavo intere giornate in compagnia dei miei pensieri, con un libro in mano, nel cui margine, andava scrivendo le poesie ispiratemi dal cielo e dal mare. I cespugli a piè delle verdeggianti querce di Montenero conservarono per qualche tempo le pagine strappate dai libri e dagli album, dove mi provai a notare alcuni canti, spesse volte interrotti dal sonno, dal capriccio, e dal tramonto del dì, e che lasciava in brani sull'erba o sulla sabbia in ludibrio del ven
to ».


Vigo afferma che tre dei componimenti delle “Armonie poetiche e religiose” siano stati scritti nei nostri boschi. Pare che una folata di tramontana abbia fatto volare gli appunti de L’Inno al mattino, al punto che il poeta li aveva ormai dati per persi. La mattina dopo, però, una bambina scalza, figlia di un arsellaio, glieli riconsegnò inzuppati d’acqua di mare. Sembra che il padre li abbia ripescati e fatti leggere a dei frati Cappuccini che gli consigliarono di riportarli all’autore francese. Come ricompensa, Lamartine offrì all’uomo tanti scudi quante erano le pagine e comprò alla bimba un vestito nuovo.


Riferimenti
Pietro Vigo, Montenero www.infolio.it

Si ringrazia Ida Verrei per la traduzione

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Sezione Primavera: Giulia

18 Maggio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #sezione primavera, #poesia

Sezione Primavera: Giulia

Giulia racconta il primo incontro con la sua cagnolina; amore a prima vista, amore per sempre.

Pochi tratti, e il minuscolo animale è dipinto: occhi, pelo e “orecchie socievoli”, un’immagine tenera e divertente. Con quelle orecchie la cagnolina chiama, attira, comunica. E Giulia risponde, con tutto il trasporto del cuore.

Il cane perfetto

di Giulia Pacella (11 anni)

Cinque Gennaio:

a passi lenti ma sicuri per la strada.

Via Bernini, dritta;

All’incrocio, svolto a sinistra e poi sempre avanti.

Lì, pappagalli, gatti e tartarughe,

Negli occhi la paura ma anche la gioia,

Gioia dell’inizio, qualcosa di nuovo e indimenticabile.

In un angolo, una cagna con tre cuccioli appena usciti dal grembo:

Uno con orecchie alte e profumate,

Un altro con un sol occhio.

E lì, piccola piccola, dolce dolce,

Lei, il cane perfetto.

Occhi grandi e luminosi, pelo corto e splendente,

Orecchie basse ma socievoli, sguardo confuso.

In mezzo al freddo, protetta da me e da una coperta fino a casa.

A casa… il nome:

Elly , nome del mio cuore…lei!!!

G.P.

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