Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

gordiano lupi

A Cuba non c’è droga? Di Yoani Sanchez, traduzione di Gordiano Lupi

31 Gennaio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera

A Cuba non c’è droga? Di Yoani Sanchez, traduzione di Gordiano Lupi

tratto da La Stampa

Il mio occhio sinistro soffriva una cheratite piuttosto aggressiva. Era il risultato della scarsa igiene dell’ostello dove vivevo e di successive congiuntiviti mal curate. Mi prescrissero un complesso trattamento, ma dopo un mese che somministravo collirio non si notava alcun miglioramento. Mi bruciavano gli occhi quando guardavo le pareti dipinte di bianco e i luoghi dove si rifletteva la luce del sole. Le righe dei taccuini apparivano sfumate e non riuscivo a guardare neppure le mie unghie. Yanet, la ragazza che dormiva nel letto a castello di fronte, mi raccontò cosa accadeva. “Ti rubano l’omatropina per bersela, la usano per sballare, poi ti riempiono il flacone con un’altra sostanza”, mi disse sussurrando davanti alle docce. Cominciai a sorvegliare di notte il mio armadietto e mi resi conto che diceva la verità. La medicina che avrebbe dovuto curarmi veniva consumata da alcune mie colleghe dell’ostello mescolata con un po’ d’acqua… ecco perché la mia cornea non guariva.

Elefanti azzurri, percorsi di plastilina, braccia che si allungavano verso l’orizzonte. Scappare, volare, saltare dalla finestra senza farsi male… verso un abisso, erano le sensazioni che ricercavano quelle adolescenti allontanate dai loro genitori e che vivevano secondo gli scarsi valori etici trasmessi dai professori. Alcune notti, nella zona sportiva, i maschi estraevano un infuso dal fiore conosciuto come “campana”, la cosiddetta droga del povero. Alla fine del mio decimo grado, cominciarono a circolare anche in quel liceo di campagna le polveri da inalare e l’“erba” in piccoli pacchetti. Certi prodotti venivano spacciati soprattutto dagli studenti che vivevano nel poverissimo quartiere de El Romerillo. Dopo averli ingeriti, si udivano risatine nelle aule, guardi smarriti oltrepassavano la lavagna e la libido andava a mille grazie a tutti quegli “incentivi per vivere”. Assumendo dosi regolari non si sente più lo stimolo della fame nello stomaco, confermavano alcune amiche già “adescate”. Per fortuna, non mi sono mai lasciata tentare.

Finito il periodo della scuola in campagna (1), seppi che fuori dalle pareti di quel collegio accadevano cose simili, ma su scala maggiore. Nel mio quartiere di San Leopoldo, imparai a riconoscere le palpebre semichiuse dei “fatti”, la magrezza e la pelle smorta del consumatore incallito e il comportamento aggressivo di alcuni che dopo aver preso “una dose” si credevano padroni del mondo. Quando arrivarono gli anni duemila aumentarono le offerte sul mercato dell’evasione: morfina, marijuana, coca - attualmente costa 50 pesos convertibili al grammo - pasticche di vario tipo; Parkizol rosa e verde, Popper e ogni genere di sostanze psicotrope. I compratori appartengono ai più variegati strati sociali, ma la maggior parte di loro cerca una fuga dalla realtà, un momento piacevole, vuole uscire dalla routine e lasciare alle spalle l’asfissia quotidiana. Inalano, bevono, fumano, e dopo puoi vederli ballare una notte intera in discoteca. Passata l’euforia si addormentano proprio davanti a quella stessa televisione dove Raúl Castro assicura che “a Cuba non c’è droga” (http://mexico.cnn.com/mundo/2013/01/28/raul-castro-pide-combatir-el-narcotrafico-cuando-esta-naciendo).

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Note del traduttore

(1) Quando Yoani parla di ostello, liceo in campagna, collegio, si riferisce all’esperienza della beca, che quasi tutti gli studenti cubani hanno fatto: un periodo di preparazione al lavoro in campagna, lontani dalle famiglie. Era la cosiddetta scuola al campo, prima dell’università, basata sull’idea - di per sé formativa - che lo studio dovesse andare di pari passo con il lavoro. Gli alunni venivano separati dalle famiglie per un certo periodo di tempo e vivevano in ostelli (albergues) di campagna - di solito poco igienici - dove studiavano e lavoravano. La scuola al campo è stata abolita da una recente riforma di Raúl Castro. I cubani non la rimpiangeranno.

(2) Traduzione vignetta di Garrincha (fumettista cubano).

- Cosa ha detto Raul in Cile?

- Che a Cuba non c’è droga.

- Secondo me s’è fumato uno spinello...

Mostra altro

Django Unchained (2012)

30 Gennaio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Django Unchained (2012)

Regia: Quentin Tarantino. Soggetto e Sceneggiatura: Quentin Tarantino. Fotografia: Robert Richardson. Musiche: Mary Ramos. Scenografia: J. Michael Riva. Costumi: Sharen Davis. Trucco: Eba Thorisdottir. Produzione: Reginald Hudlin, Pilar Savone, Stacey Sher, William Paul Clark. Produttori Esecutivi: Bob Weinstein, Harvey Weinstein, Shannon McIntosh, Michael Shamberg, James W. Skotchdopole. Case di Produzione: Columbia Pictures, The Weinstein Company, Super Cool Man Shoe Too, Double Feature Films, Super Cool ManChu Too. Distribuzione: Sony Pictures Italia. Interpreti: Jamie Foxx (Django), Cristoph Waltz (Dr. Schultz), Leonardo Di Caprio (Calvin Candie), Samuel L. Jackson (Stephen), Kerry Washington (Broomhilda), Laura Cayouette (Lara Lee), James Remar (Ace Speck), Don Johnson (Big Daddy), Zoë Bell (Tracker Peg), Walton Goggins (Billy Crash), Jonah Hill (Bag Head), Bruce Dern (Curtis Carrucan), Franco Nero (Amerigo Vassepi), James Russo (Dicky Speck), Tom Savini (Tracker Chaney), Don Stroud (sceriffo Bill Sharp), M.C. Gainey (Big John Brittle), Cooper Huckabee (Lil Ray Brittle), Dennis Cristopher (Leonide Moguy), Quentin Tarantino (Frank), Tom Wopat (maresciallo Gill Tatum), Rex Linn (Tennessee Harry), Amber Tamblyn (cammeo), Nicole Galicia (Sheba). Doppiatori italiani: Pino Insegno (Django), Stefano Benassi (Dr. Schultz), Francesco Pezzulli (Calvin Candie), Massimo Corvo (Stephen), Daniela Calò (Broomhilda), Chiara Colizzi (Lara Lee), Domenico Maugeri (Ace Speck), Mario Cordova (Big Daddy), Andrea Lavagnino (Billy Crash), Simone Crisari (Bag Head), Franco Zucca (Curtis Carrucan), Franco Nero (Amerigo Vassepi), Carlo Valli (Dicky Speck), Dante Biagioni (sceriffo Bill Sharp), Renzo Stacchi (Big John Brittle), Sergio Di Giulio (Leonide Moguy), Franco Mannella (Frank), Dario Oppido (maresciallo Gill Tatum), Maia Orienti (Sheba). Genere: Western. Durata: 165’. USA.

Quentin Tarantino torna a omaggiare il cinema italiano dopo Bastardi senza gloria (2009), ispirato all’omonimo film di Enzo G. Castellari, anche se il soggetto era del tutto diverso. Django Unchained parte dal Django (1966) di Sergio Corbucci e Ruggero Deodato (regista della seconda unità che dirige quasi tutto il secondo tempo), ma sviluppa un discorso originale. Cacciatori di taglie e razzismo ci sono anche nel film di Tarantino, espressi in contesti diversi, mentre non si ripropone la trovata della bara che il pistolero si trascina dietro con una mitragliatrice nascosta. L’omaggio al Django di Corbucci è sottolineato dalla presenza di Franco Nero in un cammeo nelle vesti di un negriero italiano che dialoga con il protagonista Jamie Foxx. Nero: “Come ti chiami?”. Foxx: “Django. Si pronuncia Giango. La D è muta”. Nero: “Lo so”. Come per dire - strizzando l’occhio ai cinefili - che è stato il primo a portare quel nome, quindi deve saperlo per forza. Un’altra citazione esplicita dal Django di Corbucci sono le strade fangose del villaggio dove si svolge l’azione durante le prime sequenze. Infine la musica, perché il tema di Django è il vecchio motivo di Luis Enriquez Bacalov, modificato in salsa moderna, mentre apprezziamo intermezzi musicali curati da Ennio Morricone, con Elisa che canta Ancora qui in italiano. Altre parti della colonna sonora sono tratte da film del passato come Lo chiamavano Trinità, I giorni dell’ira, Città violenta…. Tarantino è un cinefilo, appassionato di spaghetti western e in questa lunga pellicola (165 minuti) - niente affatto noiosa - lo dimostra con particolare evidenza. Il film narra la storia di Django (un convincente Jamie Foxx che non fa rimpiangere la rinuncia di Will Smith), uno schiavo nero che diventa cacciatore di taglie sotto l’abile guida del dottor Schultz, un ex dentista interpretato da un ottimo Christoph Waltz. La seconda parte del film, invece, cambia registro e narra la ricerca della moglie di Django da parte dei due uomini, ormai diventati amici. Altra citazione del cinema western italiano, più sottile, perché Tarantino racconta la ricerca dell’amata come se fosse la storia mitologica di Sigfrido e Brumilde. Chi non ricorda le sceneggiature di film come Il ritorno di Ringo (1965) di Duccio Tessari, ispirate alla mitologia classica? Come gli autori italiani raccontavano l’epopea del vecchio west tenendo presente Omero, così Tarantino ricorre al Cantico dei Nibelunghi. Broomhilda (Kerry Washington) è schiava del perfido negriero Calvin Candie (Leonardo Di Caprio), ma ancor più terribile di lui è il capo dei servitori neri Stephen (un grandissimo Samuel L. Jackson), che rende la vita dura a Django. La pellicola è scritta con cura, senza buchi di sceneggiatura, vive di grandi colpi di scena e di emozionanti momenti di tensione. Impossibile raccontare la storia per filo e per segno senza sciupare la sorpresa allo spettatore che si vedrà sommergere da sequenze mirabolanti, una vera festa per gli occhi. Django Unchained è un film straordinario sotto tutti i punti di vista: ricostruzione storica, fotografia, scenografia, recitazione, montaggio…Soltanto pretestuose le polemiche razziali sull’uso eccessivo della parola negro (nigger) usata al posto di nero (black), perché il film è antirazzista, sono i bianchi a fare una pessima figura. Tarantino ridicolizza i razzisti con una scena comica ricca di dialoghi trash, al limite del fumettistico, quando un gruppo di proprietari terrieri incappucciati cerca di vendicarsi dei due cacciatori di taglie. La discussione sui cappucci tagliati male che non fanno vedere bene crea una situazione comica per stemperare un crescendo di violenza. La pellicola cita anche il cinema splatter perché il sangue schizza da ogni fotogramma, in maggior quantità che nel vecchio spaghetti western. Non manca anche un accenno al tortur - genere di gran moda - quando Django viene catturato e appeso per i piedi, rischiando di vedersi tagliare gli attributi.
Grande successo di pubblico negli Stati Uniti, il più grande successo di tutti i tempi per Tarantino, ma anche in Italia il film incassa 400.000 euro nel primo giorno di proiezione (17 gennaio 2013). Un successo meritato, comunque, perché siamo in presenza di cinema vero, non di una stupida commedia americana, né di un inutile television movie italiano. Il film è stato girato in California, tra il Melody Ranch di Santa Clarita e Mammoth Lakes, ma anche in Wyoming e a New Orleans (Louisiana). Attendiamo Tarantino alle prese con il prossimo lavoro che dovrebbe completare la trilogia dei tempi moderni: Killer Crow, la storia di un gruppo di soldati di colore che combatte nella Francia del 1944. Non ci deluderà.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




Mostra altro

Ettore Scola e Maccheroni

28 Gennaio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Maccheroni (1985)

di Ettore Scola

Regia: Ettore Scola. Soggetto e Sceneggiatura: Ruggero Maccari, Ettore Scola, Furio Scarpelli. Fotografia: Claudio Ragona. Montaggio: Carla Simoncelli. Scenografia: Luciano Ricceri. Costumi: Nanà Cecchi. Trucco: Francesco Freda. Musiche: Armando Trovajoli. Produttori. Luigi e Aurelio De Laurentiis, Franco Committeri. Casa di Produzione: Filmauro. Interpreti: jack Lemmon, Marcello Mastroianni, Daria Nicolodi, Isa Danieli, Maria Luisa Santella, Patrizia Sacchi, Bruno Esposito, Orsetta Gregoretti, Marc Berman, Jean-François Perrier, Giovanna Sanfilippo, Fabio Tenore, Marta Bifano, Aldo De Martino, Clotilde De Spirito, Carlotta Ercolini, Vicenza Gioiosa, Ernesto Mahieux, Giovanni Mauriello, Alfredo Mingione, Daniela Novak, Umberto Principe, Giovanni Riccardi, Corrado Taranto, Franco Angrisano.

Maccheroni non è tra i film memorabili di Ettore Scola, ma se paragonato ai television movie che girano i modesti registi italiani contemporanei è un vero capolavoro. Scola, Maccari e Scarpelli insegnano come si scrive la commedia all’italiana, un mix di comicità e dolore, passione e dramma, dolcezza e sentimento, sorriso e tristezza. Insomma, la vita. La commedia all’italiana è rappresentazione dell’esistenza, fa sorridere raccontando quel che siamo, non costruendo patetiche storie televisive. Il film presenta l’insolito incontro di due attori straordinari come Marcello Mastroianni (consuetudine nei film di Scola) e Jack Lemmon (recita in inglese e interpreta un americano) che conferiscono spessore ai personaggi. Il regista racconta l’amicizia tra Robert, un manager americano (Lemmon) e Antonio, un impiegato napoletano (Mastroianni), che risale ai tempi della seconda Guerra Mondiale. L’americano era a Napoli per liberare il paese dalla presenza tedesca e aveva vissuto una breve storia d’amore con Maria (Sanfilippo), sorella di Antonio. Tornato a casa si era dimenticato di tutto, ma Antonio aveva tenuto vivo il ricordo del vecchio amore scrivendo a suo nome lettere ricche di passione. Robert era sempre stato presente nella famiglia napoletana con le fantastiche avventure inventate da Antonio - commediografo dilettante e autore di sceneggiate - anche quando Maria si era sposata e aveva avuto figli e nipoti. L’amicizia tra Antonio e Robert si rinsalda, nonostante uno screzio iniziale, l’americano vive la Napoli dei ricordi, rivede Maria, la sua famiglia, si emoziona pensando alla giovinezza. Nessuno gli chiede soldi, pure se è molto ricco e potrebbe aiutare, ma Antonio è orgoglioso, nobile d’animo, vuole soltanto amicizia. Alla fine Robert salverà il figlio di Antonio dalle mani dei camorristi, staccando un assegno da cinque milioni per rimborsare uno sgarro. Maccheroni è commedia all’italiana pura, perché il finale è amaro, ma non troppo. Antonio muore d’infarto, ma tutti siedono al tavolino e servono un piatto di pasta al capotavola, sperano che non sia vero, che sia solo una morte apparente, che si alzi dal letto come era accaduto in passato.

Maccheroni è un film sull’amicizia, immutabile nel tempo, capace di rivitalizzarsi se stimolata dal ricordo di momenti vissuti insieme. Scola cita Bergman (Il posto delle fragole, 1957) con la sequenza flashback di Jack Lemmon che rivede il suo amore giovanile seduto su una panchina, fotografa Napoli con dovizia di particolari, realizza mirabili piani sequenza con i due attori sul lungomare, indaga la vita dei vicoli di Spaccanapoli, Mergellina, Posillipo, via Caracciolo. Robert trascura il lavoro per compiere un tuffo nel passato, si lascia sedurre dall’amicizia, rischia di perdere il posto di dirigente d’azienda e persino la causa con la moglie che chiede il divorzio. Sceglie di restare a Napoli per aiutare un amico con un figlio in difficoltà e dopo la sua morte improvvisa partecipa alla veglia funebre, sperando che non sia morto ma che si alzi dal letto per mangiare con loro. Scola sfuma sulle immagini di un piatto di maccheroni, i rintocchi della campana indicano le una, ora del possibile risveglio. Non sappiamo se accadrà davvero…

Mastroianni dà vita a un personaggio riuscito di napoletano sognatore, sopporta una modesta realtà da impiegato con velleità artistiche che sfoga nella sceneggiata e nella scrittura popolare. Un uomo che crede nell’amicizia, confida nel figlio e nel futuro, sin troppo credulone e pieno di orgoglio. Lemmon è molto espressivo nella caratterizzazione di un americano alle prese con i ricordi, vinto dalla genuinità di un intero popolo e dall’amore che tutti gli manifestano senza chiedere niente in cambio. Tra gli attori merita una citazione Daria Nicolodi, in forma smagliante nei panni di una segretaria napoletana, innamorata del suo principale, ma con le idee piuttosto confuse.

Pino Farinotti concede tre stelle: “Attraverso l’antica amicizia, il pragmatico americano riscopre il fascino della magia napoletana e, dopo varie disavventure, arriva persino a sperare nei miracoli. Film intessuto di allegra malinconia”. Soltanto due stelle (ma tre di pubblico) per Morando Morandini: “Nella sua gradevolezza consolatoria è una commedia fiacca, flebile, di scarso spessore, specialmente nell’edizione parlata in italiano, e non bilingue. Qualche invenzione brillante e finale a sorpresa”. Duetto di bravura”. Paolo Mereghetti è il più caustico. Soltanto una stella e mezzo: “Dalla riflessione amarognola sull’amicizia si passa alla farsa e poi al dramma, con sorpresina finale: Scola lascia spago agli attori e non risparmia i luoghi comuni sulla napoletanità”.

In ogni caso il film è la prima produzione italiana distribuita da una major nelle sale degli Stati Uniti. Armando Trovajoli compone una colonna sonora suggestiva e malinconica, mixando pezzi d’epoca e musica napoletana. Montaggio e fotografia da manuale.

Ettore Scola (1931) è tra i registi della migliore commedia all’italiana, erede anche lui di molte tematiche neorealiste che supera in un discorso filmico moderno e originale. Nasce come sceneggiatore di commedie e debutta alla regia con Se permette parliamo di donne (1964) interpretata da Vittorio Gassman, ma il suo tratto d’autore va ricercato nella commedia sociale che critica il costume e i difetti nazionali. Ne sono esempi film come Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968), Il commissario Pepe (1968) e Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca (1969). Tra i suoi migliori film va citato C’eravamo tanto amati (1974), opera soffusa di malinconica ironia, che attraverso le vite incrociate di tre personaggi innamorati della stesa donna racconta trent’anni di storia italiana, rappresenta il crollo delle ideologie e rende omaggio al cinema italiano. C’eravamo tanto amati va oltre la commedia all’italiana e compone un affresco mirabile che mette al centro il sentimento del tempo che passa analizzando i tanti ideali traditi. Ettore Scola è un regista che difficilmente sbaglia un film e quando esce con una nuova opera ha sempre qualcosa da dire. Sono ottimi anche Brutti, sporchi e cattivi (1976), sgradevole e cinica operazione per presentare i problemi degli immigrati, La terrazza (1980), che segna la fine della commedia all’italiana, e Passione d’amore (1981), insolito film in costume per raccontare una storia di emarginazione. Il capolavoro di Ettore Scola resta Una giornata particolare (1977), una superba interpretazione di Marcello Mastroianni e Sophia Loren in un dramma psicologico consumato durante un breve incontro nel giorno della visita di Hitler a Roma. Sono interessanti alcuni film successivi sulla realtà italiana come La famiglia (1987), racconto di ottant’anni di storia privata, Che ora è (1989), sulla difficoltà di comunicare tra padre e figlio, e Mario, Maria e Mario (1993), storia pubblica e privata ai tempi della fine del partito comunista. Tra i lavori più recenti va citato La cena (1998), pellicola girata in un’unità di tempo e di luogo per raccontare diverse esistenze prese a simbolo della realtà contemporanea. Gente di Roma (2003) è il suo ultimo film, girato in digitale, ma non è all’altezza di tanti lavori precedenti, anche se si sforza di raccontare la società multietnica. Ettore Scola si segnala come regista impegnato e animato da una sincera coscienza civile che realizza cinema da metabolizzare e riflettere per comprendere la nostra storia.

Mostra altro

Ingmar Bergman, "La fontana della vergine"

8 Gennaio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #cinema, #gordiano lupi

Ingmar Bergman, "La fontana della vergine"

Titolo originale: Jungfrukällan. Regia: Ingmar Bergman. Soggetto: da una leggenda svedese del XIII secolo, Töres dotter I Wänge (La figlia di Töre di Wänge). Sceneggiatura: Ulla Isaksson. Fotografia: Sven Nykvist. Montaggio: Oscar Rosander. Scenografia: P.A. Lundgren. Costumi: Marik Vos. Trucco: Börje Lundh. Musica: Erik Nordgren. Suono: Aaby Wedin, Staffan Dalin. Produzione: Allan Ekelund per Svensk Filmindustri. Distribuzione italiana: INDIEF. Riprese: 14 maggio – fine agosto 1959 (Styggeforsen, Skattungsbyn, Dalarna e negli studi di Räsunda). Prima proiezione: 8 febbraio 1960. Durata: 88’. Origine: Svezia, 1959.

Interpreti: Max Von Sydow (Töre), Brigitta Valberg (Märeta), Birgitta Pettersson (Karin), Gunnel Lindblom (Ingeri), Axel Düberg (pastore), Tor Isedal (pastore muto), Allan Edwall (Simon), Ove Porath (fratellino dei pastori), Axel Slangus (guardiano del ponte), Gudrun Brost (Frida), Oscar Ljung (Simon, un contadino), Tor Borong, Leif Forstenberg (fattori), Ann Lundgren (controfigura di Gunnel Lindblom e Birgitta Valberg).

Ingmar Bergman torna scrutare i misteri del Medio Evo nordico, un mondo ancora a metà strada tra paganesimo e cristianesimo, tre anni dopo Il settimo sigillo (1957), utilizzando lo stesso protagonista (Max Von Sydow) e una leggenda svedese del XIII secolo (La figlia di Töre di Wänge), narrata in una vecchia ballata, sceneggiata dalla scrittrice Ulla Usakssonm (Stoccolma, 1916 - 2000). Abbastanza insolito per Bergman, che preferisce scrivere e sceneggiare i film che dirige per conferire una marcata impronta d’autore. Ulla Usaksson aveva già scritto Alle soglie della vita (1958) e collaborerà ancora con il Maestro per Il segno (1985).

La fontana della vergine è ambientato nel 1200, un secolo prima de Il settimo sigillo, ma si tratta di un Medio Evo onirico e surreale, quasi avulso dalla storia, un mondo ricostruito dalle fantasie visionarie del regista.

La fontana della vergine è la storia di un martirio, costruito su una trama semplice e lineare, che fa della tensione narrativa la sua maggior forza. Töre (Max von Sydow) manda la figlia Karin (Pettersson) in chiesa a portare i ceri pasquali alla Madonna, la fa accompagnare dalla serva Ingeri (Lindblom), ma durante il percorso quest’ultima si ferma dal guardiano di un ponte e lascia che la ragazza vada a cavallo nel bosco da sola. Karin incontra sulla sua strada tre fratelli pastori, due adulti e un ragazzo, che la violentano e la uccidono con un colpo di bastone, mentre Ingeri assiste impotente alla scena. Il caso vuole che i tre pastori chiedano asilo ai genitori di Karin per passare la notte e che la madre (Valberg) si renda conto che possiedono gli indumenti della figlia. La vendetta del padre sarà terribile, ucciderà i tre pastori a colpi di pugnale, con immane ferocia, ammazzerà persino il ragazzino, scaraventandolo contro una parete. Un intenso e drammatico finale mostra i genitori in lacrime sul corpo della figlia, mentre il padre disperato chiede perdono per il gesto che ha compiuto, ma finisce per dubitare della sua fede, non comprende perché Dio abbia permesso un simile scempio.

La fontana della vergine è un film che genera un vero e proprio filone di exploitation prodotto negli anni Settanta, americana e italiana. Certo, Bergman non può saperlo, lui utilizza una leggenda svedese per raccontare un storia di angoscia e disperazione, permeata di motivi religiosi. Noi che li abbiamo visti sappiamo che tutto il moderno filone del Rape and Revenge Movie (Stupro e Vendetta) proviene da questo capolavoro, dal modello colto di Bergman. L’ultima casa a sinistra (1972) di Wes Craven non è altro che un remake modernizzato della storia di Töre, ma anche Le colline hanno gli occhi (1977), sempre di Craven, non è da meno. In Italia sono molti gli esempi di rape and revenge: L’ultimo treno della notte (1974) di Aldo Lado, La casa sperduta nel parco (1980) di Ruggero Deodato, La settima donna (1978) di Franco Prosperi. In Svezia è Alex Fridolinski - si firma con lo pseudonimo di Bo Arne Vibenius - a seguire le orme del Maestro e a definire il genere, nel 1974, con Thriller (Thriller - en grym film), una pellicola bandita dal mercato svedese per gli eccessi di violenza gratuita. Vera e propria shoxploitation, citata da Quentin Tarantino nei suoi film contemporanei, truce e spettacolare. Certo, tutti questi registi del rape and ravenge non hanno molto a che vedere con la poesia drammatica del film di Bergman, autore per niente interessato a riprendere la violenza per il gusto della violenza, ma intenzionato a raccontare un mondo. Nonostante tutto, La fontana della vergine ebbe problemi con la censura - come tutti i film di Bergman - e soltanto in Svezia non venne tagliata la scena della violenza carnale, perché il regista minacciò di ritirare il film dal mercato. Bergman è uno dei registi più censurati della storia del cinema, soprattutto in Italia, sia per come affronta il tema religioso, sia per l’esibizione carnale dei corpi. Nel nostro paese, La fontana della vergine uscì mutilato di ben 30 secondi, quasi tutta la sequenza dello stupro, da quando la ragazza allarga le gambe, fino a quando i due pastori giacciono stremati dopo aver compiuto il crimine. Il film venne vietato ai minori di anni 16. Il taglio ci fu anche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, perché la sequenza della violenza carnale - cruda e realistica - era davvero estrema per il periodo storico, ma la parte eliminata si riduceva a 10 secondi.

La fontana della vergine è un film teatrale, molte scene sono girate in interni angusti e spettrali, ma sono ottimi anche i piani sequenza e le panoramiche tra boschi di conifere, laghi e torrenti di campagna. Cinema puro, girato in uno splendido bianco e nero che gode della fotografia del grande Sven Nykvist, da questo film in avanti collaboratore fisso di Bergman. I movimenti di macchina sono morbidi e delicati, un cielo fantastico, solcato da candide nubi, accompagna la cavalcata delle due donne che vanno incontro a un turpe destino. Bella ricostruzione d’epoca con un Medio Evo ancora schiavo dei riti pagani ma che si sta aprendo alla religione cattolica. I personaggi sono ben costruiti. Il grande amore dei genitori per la loro unica figlia è il tema conduttore della pellicola, ma anche l’invidia della serva pagana che lascia violentare la ragazza senza intervenire è un elemento molto approfondito. La violenza e la religione sono due temi cari a Bergman, che pone l’accento sul tradizionalismo di cui è rimasto vittima vivendo in una famiglia puritana. I primi piani di uomini e animali sono un’altra caratteristica che rende intenso il discorso filmico: un corvo premonitore di disgrazie, un volto infido di un guardiano del fiume, le espressioni pasoliniane dei pastori dai denti marci. Monologhi letterari sul senso della vita, sulla religione, sul ruolo dell’uomo nel mondo rendono la pellicola un vero capolavoro. La tensione tipica di un thriller, prima dello stupro e prima della vendetta paterna, è un elemento fondamentale della pellicola. La sequenza della violenza carnale è da manuale, cinema moderno, vera e propria sexploitation che detta i canoni di un genere. Il tono del film è sospeso tra il poetico e il drammatico, conduce a un finale da ecatombe biblica che lo spettatore attende con ansia. Il finale riporta alla ballata nordica e mostra la sorgente miracolosa che sgorga nel punto preciso in cui la vergine è stata massacrata. Il padre edificherà una chiesa proprio dove è stato compiuto il sacrificio della figlia, per chiedere perdono a un Dio della cui esistenza non è più così certo, perché ha visto il massacro e non l’ha impedito.

La fontana della vergine vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1961 e fu candidato allo stesso premio per i costumi. Vinse il Golden Globe per il miglior film straniero, e ottenne la menzione speciale al Festival di Cannes, mentre in Giappone si aggiudicò il Kinema Jumpo Awards per il miglior film e il miglior regista stranieri.

Rassegna critica. T. Ranieri: “Il film riduce al minimo i dialoghi per visualizzare con una forte fisicità di scenografie e di rituali arcaici le fantasie sacre di Bergman”. Paolo Mereghetti (tre stelle): “Il regista mette a confronto ragione e passione, paganesimo e cristianesimo, tra brutalità primordiali e una raffinata introspezione psicologica. Impregnato di un misticismo severo e aspro, è uno dei film più ricchi di speranza del regista”. Morando Morandini (tre stelle): “Ventunesimo film di Bergman, il primo (il solo?) in cui l’intervento di Dio nell’azione è concreto: un miracolo. Miscuglio tra Cappuccetto Rosso e Shakespeare”. Roberto Chiesi (Manuale su Bergman de Il sole 24 Ore): “La fontana della vergine è la storia del martirio di due innocenti, in un universo dove la legge degli uomini e di Dio appare remota e irraggiungibile e il libero arbitrio umano è sottomesso alla violenza. La psicologia è ridotta all’osso delle pulsioni e egli affetti umani”. Un capolavoro da studiare più che

Mostra altro
<< < 10 20 30 31 32