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gordiano lupi

Matteo Pugliares, "Imperfetto"

13 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Matteo Pugliares,  "Imperfetto"

Matteo Pugliares

Imperfetto

Edizioni Creativa – Pag. 85 - Euro 11

www.ilibridim

Matteo Pugliares

Imperfetto

orfeo.blogspot.it

A volte ti capitano dei libri che riesci a leggere in meno di un’ora, ma non perché vuoti e composti di storie che scorrono come acqua fresca. Non stiamo parlando di Moccia e Volo. No davvero. Sono libri che ti prendono e non ce la fai a smettere di leggere, perché impregnati di profondità, intensi e poetici. Imperfetto di Matteo Pugliares, edito da un imprenditore onesto come Gianluca Ferrara di Edizioni Creativa, è uno di questi. Imperfetto non è un romanzo vero e proprio, sono diciassette capitoli di riflessioni e poesie che indagano il senso della vita, domanda eterna che ogni giorno ci facciamo senza mai trovare risposta adeguata. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”, canta De Andrè, l’autore segue la filosofia del cantautore, si guarda allo specchio, si aggrappa alle speranze per rimanere a galla, pensa al futuro, cerca di rendere la vita degna d’essere vissuta. Racconta la storia d’un bambino e della sua innocenza violata, vuole vivere fuori dagli schemi, dalle mode, camminando sulla strada, lontano dalle cattive abitudini, in mezzo a sogni, ideali e pensieri positivi. Fermiamoci un istante - come ci chiede più volte dalle sue pagine intense questo interessante autore siracusano, nato nel 1972 - e leggiamo uno dei racconti migliori, compreso nel capitolo dieci di Imperfetto. (Gordiano Lupi)

10

«Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più stronzo del reame?»

Ci sono molte cose che non mi piacciono del mio corpo.

So che mi stai ascoltando. Me lo ricordo bene che sono creatura perché è difficile lavorare sempre al buio.

Guardo ancora lo specchio e vedo il mio alone aureo e mi chiedo perché esistono gli aghi, questi bastardi che violentano la tua pelle. È così difficile inventare una siringa con un ago che non fori la pelle? Eppure avete inventato tanta merda: la plastica, le centrali nucleari, i supermercati, gli allevamenti di polli.

È così difficile inventare una siringa con un ago che non fori la pelle?

Allora mi rendo conto che sono felice che siete lontani da me, che la vegetazione invade quasi tutto il mio spazio vitale, che quando annaffio il mio geranio lo sento ringraziarmi perché vive grazie a me.

Mmm… forse è arrivato il momento di accorciarmi la barba.

E mi chiedo a cosa serve la mia mano. Ad accarezzare i bambini o a schiaffeggiare gli stronzi? E poi penso alle fabbriche di armi, ai centri commerciali, al caffè servito nei bicchieri di plastica. E penso ai cataloghi, ai nonni abbandonati, alle farfalle che non ci sono più.

So che mi stai ascoltando… Poi quel virus l’ho vinto. È stato come battere un nemico più forte che proprio perché sa di esserlo si perde nella sua superbia e si espone agli stratagemmi di chi ha solo la disperazione dalla sua. Ed io ho fatto così. Ho dato voce alla mia disperazione e l’ho sconfitto col pensiero. E quello l’ha smesso di attaccarmi perché il mio pensiero era un’arma che non aveva previsto. Il mio pensiero inferocito ne ha fatto poltiglia. Ripassa un’altra volta stronzo di un virus, gli ho detto.

Sento la mia energia sempre più debole e un terremoto interno che mi sta devastando, ma ho ancora il mio pensiero che mi fa da parafulmine. Rimango nell’attesa di ulteriori sviluppi.

Torno a guardarmi allo specchio e mi vedo un po’ più bello.

So che mi stai ascoltando… E allora ti chiedo perché stai a chattare quattro ore al giorno al computer di casa tua.

Il tuo sorriso non mi ha convinto, secondo me stai diventando paraplegico nel cervello. Ma scendi in strada, innamorati, abbraccia le persone. Fai ciò che io non riesco a fare. Esci di casa perfino allegro se ci riesci e poni fine a questo strazio.

Sono almeno cinque anni che non prendo la febbre. Sarà grazie ai miei piccioni del parco. Quando do loro le molliche di pane mi fanno l’inchino e tengono lontana da me la febbre. Ed io raccolgo le loro uova e le conservo. Scrivo sopra la data per vedere quanto tempo ci stanno a marcire. E poi me li sogno spesso i miei piccioni.

So che mi stai ascoltando… Forse ha ragione il mio amico Valter: è tutta colpa dei giudici, o delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Facile parlare… Opportuno parlare… Inevitabile parlare… Inevitabile, tanto quanto ci siano al mondo dei disperati e dei perfidi. Ne parleremo allora.

Forse ha ragione il mio amico Valter: gli alieni buoni non ne possono più di noi e gli alieni cattivi pensano a modificarci geneticamente in peggio. Valter dice che se non la smettiamo immediatamente, rimarremo schiacciati dai tumori dell’anima. Forse ha ragione il mio amico Valter.

Sono un po’ stanco adesso. Potrei andare a dormire sotto il letto, oppure sdraiarmi fuori, davanti alla casa, ma non sopporterei quella gente insolente che ti guarda come un pazzo solo perché dormi davanti casa tua. Che idioti! Che superficiali! Non hanno capito che il senso della vita è il sorriso di chi ti ama o le fusa del tuo gatto. E non l’ho capito nemmeno io, perché non mi ama nessuno e perché non ho un gatto.

So che mi stai ascoltando… Ma dovrai vedertela con il mio folletto protettivo che, anche se a volte mi fa i dispetti, ha giurato davanti al gran consiglio di proteggermi per sempre. È bello quando insieme ci fermiamo a guardare la luna che, come la camomilla, ha su di noi effetti diuretici e soporiferi. Sempre meglio che prendere quelle bastarde pillole rosa che mi fanno dormire e vomitare. Sempre meglio che far finta di non star male da morire. Sempre meglio che raccontare agli angeli che tu fai tutto ciò che vuole Dio. Che ne sanno loro di Dio?

Che ne sanno loro di Dio? Io lo conosco bene. Ogni tanto andiamo insieme a passeggiare sulla spiaggia, di notte, e ci fumiamo una sigaretta. Dio tossisce molto, chissà quante ne fuma.

Che ne sanno loro di Dio? Io ogni tanto lo seguo, a distanza per non farmi vedere. Ho scoperto che la sigaretta non la fuma solo con me. Va a fumarsela anche con Greta, quella che per pochi euro ti vende il suo corpo. Quando Dio va da lei, le accarezza il volto e le dice: Quanto sei bella Greta! E Greta, ogni volta, si mette a piangere, perché che è bella non glielo dice mai nessuno. Poi, Dio le asciuga le lacrime con la sua lunga barba e le offre una sigaretta. E fumano. E Greta, solo per il tempo di quella sigaretta, è felice.

Che ne sanno loro di Dio?

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My name is Virzì L'avventurosa storia di un regista di Livorno di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

12 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #recensioni

My name is Virzì L'avventurosa storia di un regista di Livorno di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

My name is Virzì
L'avventurosa storia di un regista di Livorno
di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

FILMOGRAFIA

:. La bella vita (1994)
:. Ferie d'agosto (1996)
:. Intolerance (1996)
:. (episodio "Roma Ovest 143")
:. Ovosodo (1997)
:. Baci e abbracci (1999)
:. My nime is Tanino (2001)
:. Caterina va in città (2003)
:. N (Io e Napoleone) (2006)
:. Tutta la vita davanti (2008)
:. L'uomo che aveva picchiato la testa
:. (2009) (doc.)
:. La prima cosa bella (2010)
:. Tutti i santi giorni (2012)


Alessio Accardo - Gabriele Acerbo
My name is Virzì
L'avventurosa storia di un regista di Livorno
Le Mani - Euro 16 -
Pag. 335

My name is Virzì non sembra neppure un libro di cinema da quanto è scritto bene. Non so dire se la passione con cui ho letto il testo è dovuta al fatto che l'argomento m'intriga e che un po' di tempo fa avevo cominciato ad accumulare materiale per scrivere un libro sull'autore livornese. Poi non ne ho fatto di niente. Meglio così, perché Accardo e Acerbo hanno redatto davvero un libro definitivo sul regista de La bella vita e La prima cosa bella, tracciando limiti di ricerca ben definiti. Adesso sono attesi dal duro compito di aggiornare e di continuare a seguire l'opera di un regista interessante del quale sono divenuti i più documentati biografi. Pare che dal testo - edito con cura da Le mani e messo in commercio a un prezzo accessibile (inconsueto per un testo di cinema) - sarà ricavato un documentario, aggiornato alle ultime pellicole. Non è un peccato che al lavoro manchi Tutti i santi giorni, un netto passo indietro e una battuta d'arresto nel quadro di una produzione di grande livello, al punto che non sarebbe stato facile trovare elementi per salvarlo. Il lavoro è impreziosito da una dotta ma al tempo stesso agile introduzione del cinemaniaco Gianni Canova, che ammette un errore di giudizio nei confronti delle prime opere di un regista che poi (da Tutta la vita davanti, il film che ha convinto la critica) ha cominciato ad apprezzare. Acerbo e Accardo raccontano la vita avventurosa di un regista che parte da Livorno insieme all'amico Francesco Bruni, frequenta la scuola del grande Furio Scarpelli, comincia a scrivere sceneggiature e si candida a diventare l'erede della tradizione della commedia all'italiana. Gli autori narrano l'apprendistato e la lotta di classe all'Ovosodo, nella Livorno operaia, il lutto familiare con la scomparsa del padre, l'autobiografia romanzata che affiora in ogni film. "Per raccontare una bugia credibile bisogna partire da una parziale verità", afferma Virzì. Il regista livornese è un romanziere mancato, il suo cinema è molto letterario, recitato quasi sempre da non professionisti, spesso amici di gioventù, attento a raccontare storie appassionanti più che a realizzare inquadrature suggestive. Furio Scarpelli è il grande maestro di un regista che cresce sui romanzi di Dickens, sulle pellicole di Scola, Pietrangeli, Risi, Monicelli, Ender… appassionandosi al miglior modo di raccontare la vita: la commedia. Il saggio narra la passione politica, gli anni del Centro Sperimentale, le prime sceneggiature (Condominio, Biciclette ai tropici…), i cortometraggi fallimentari e il sorprendente esordio de La bella vita. Virzì è regista a me caro per la scelta di Piombino, esemplare la descrizione di una classe operaia allo sbando, priva di punti di riferimento, ma ottima anche la scelta del set cittadino per girare N, quando invece di andare all'Isola d'Elba adatta il centro storico piombinese. Un autore che intinge la penna nel sarcasmo livornese, che fa sorridere con amarezza sui nostri difetti, raccontando la fine di balordi imprenditori senza futuro (Baci e abbracci) e lo scontro da sinistra radical-chic e arricchiti berlusconiani (Ferie d'agosto). Ovosodo rappresenta la riconciliazione livornese, un modo per riappropriarsi delle radici e di raccontare - in parte - la sua adolescenza. La prima cosa bella lo è ancora di più, opera scritta dopo il matrimonio con Micaela Ramazzotti, impregnata di amore e di nostalgia per il passato, inarrivabile per vette di poesia e lirismo, intensa nel raccontare la storia di una famiglia. Mastandrea, ormai attore feticcio di Virzì (che finge di non sapere il significato dell'espressione) dà il meglio di se nel ruolo del figlio che torna a casa per accudire la madre e nel frattempo ripensa al passato. Tra i lavori di Virzì, il meno riuscito è My name is Tanino, film irrisolto, ancora una volta interpretato da un attore non professionista, forse girato in una location non troppo legata alla poetica labronica. Caterina va in città è molto autobiografico, perché Caterina è Virzì che lascia la provincia per andare a vivere nella capitale, ma è ancora una volta un film che narra un'epopea familiare, racconta le vicissitudini di un rapporto destinato a morire. Tutta la vita davanti è il film più amato dalla critica, buon successo di pubblico, che descrive il mondo dei precari, per la prima volta protagonisti di un'epopea cinematografica. Film galeotto per il regista, fa scoccare la scintilla del secondo amore della vita di Virzì, dopo Paola Tiziana Cruciani, quella Micaela Ramazzotti (nudo integrale cliccatissimo su Youtube!) che diventerà moglie e madre del primo figlio maschio.
Acerbo e Accardo non si limitano a raccontare il cinema e la vita di Virzì, compongono anche un documentato lavoro critico, non limitandosi a riferire opinioni altrui, ma dando un quadro d'insieme della poetica del regista. Inadeguatezza, fascino discreto della provincia, cantore delle piccole cose, nostalgia dell'innocenza, letteratura al cinema, romanzo di formazione, voce fuori campo, cinema di parola, verosimiglianza, macchiettiamo, stereotipi, bozzettismo, inzeppamento, commedia di donne, il mondo visto dai ragazzini, attori dilettanti guidati con passione, lieto fine ineludibile… Tutto questo è il cinema di Virzì. Tutto questo Accardo e Acerbo lo spiegano con dovizia di particolari, passione, competenza e - cosa non trascurabile - con uno stile piano e accattivante, da consumati narratori.
"Federico Fellini è ricordato come il regista con la sciarpa e Alessandro Blasetti è definito il regista con gli stivali, a noi piacerebbe chiamare Paolo Virzì il regista che ride", concludono gli autori.
In fondo proprio questo è la commedia: una risata vi seppellirà.

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Intervista a Francesco Troccoli

11 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste, #fantascienza

Intervista a Francesco Troccoli

Francesco Troccoli, “Falsi dèi” è in uscita in questi giorni. Ma dopo “Ferro Sette” c’era davvero bisogno di un sequel?

Assolutamente no. “Ferro Sette” è un romanzo autoconclusivo, scritto prima che iniziasse il mio rapporto con l’editore Curcio. Benché “Falsi dèi” sia un sequel, la lettura del primo romanzo, benché consigliabile, non è necessaria. Per rispondere alla tua domanda, penso che scrivere e leggere non siano cose necessarie, ma semplicemente gratificanti. Per questo siamo in tanti a leggere, e tutto sommato anche a scrivere.

Un titolo piuttosto strano... chi sarebbero mai questi “falsi dèi”?

Sono misteriose divinità adorate da un popolo oppresso che vive su un pianeta primitivo, scenario di gran parte della storia. Penso di aver voluto rappresentare in chiave fantastica il potere oppressivo esercitato dalle ideologie, in particolare di quelle collegate all’uso mistificatorio di una religione. Ma è solo uno degli aspetti della vicenda, e forse nemmeno quello principale.

Insomma sei ateo? Quanto c’è di te nel romanzo?

Ti rispondo di sì, anche se è una parola che trovo ingannevole. La “a” privativa di questo aggettivo sembra indicare una carenza, una rinuncia. Ma come si può dover fare a meno di qualcosa che, secondo me, non esiste? La vera domanda è semmai “perché si dovrebbe essere religiosi?” quando la dimensione “immateriale” dell’essere umano è in noi viva e vitale sin dalla nascita (e non prima), senza il bisogno di cercarla in una dimensione trascendente. Nutro comunque il massimo rispetto per chi abbia fatto scelte diverse. In “Falsi dèi” c’è certamente molto della mia personale interpretazione della vita.

Anche questo è un romanzo di fantascienza? Perché hai scelto un genere così particolare?

Direi di sì, certamente si tratta di fantascienza, e mi auguro che, come già per “Ferro Sette”, questo romanzo incontri anche il favore dei lettori “mainstream”. Ho scelto questo genere perché mi piace come lettore, soprattutto nelle sue declinazioni più inclini alla critica sociale. E perché come scrittore conferisce un’elevata libertà.

Sulla quarta di copertina leggo commenti lusinghieri di Lanfranco Fabriani, due volte premio Urania, e di Roberto Arduini, de L’Unità; ma vorrei che fossi tu a darmi una buona ragione per leggere questo romanzo.

Trovo che sia una storia più matura ed evoluta rispetto alla precedente. E poiché la precedente ha avuto un discreto successo, penso che anche Falsi dèi potrebbe piacerti. Riparliamone far qualche tempo, che ne pensi?

Tre parole per caratterizzare la storia in breve?

Te ne dico cinque, me lo concedi? Sopruso, ribellione; poi: affetti, separazione. E infine: coraggio.. di essere se stessi, fino in fondo. Se verrai il 19 ottobre alla presentazione, alle 18.30 alla Libreria Arion Esposizioni, immagino che ne diremo anche delle altre...

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Giuliano Gemma, l’eroe della mia generazione

8 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Giuliano Gemma (1938 - 2013) rappresenta buona parte della mia infanzia. La prima volta che l’ho visto al cinema - in una saletta di terza visione nel quartiere operaio della mia città - vestiva i pani di Ringo e si faceva chiamare Montgomery Wood. Credevo che fosse americano, pure mio padre lo pensava, lui che disprezzava il western italiano, ma era andato in delirio per tutte le pellicole di Sergio Leone, convinto che fossero interpretate da attori d’oltreoceano. Magia degli pseudonimi, ma pure magia del ricordo d’un bambino che stringeva un pacchetto di semi, varcava le porte del Cinema Teatro Sempione (scomparso nella nebbia del tempo perduto) per andare a vedere un peplum, al tempo che manco sapeva cosa volesse dire peplum, come Arrivano i Titani. Da grande quel bambino avrebbe scoperto che sia i due Ringo (Una pistola per Ringo, Il ritorno di Ringo) che il peplum erano opera di Duccio Tessari, un regista italiano che avrebbe usato spesso Giuliano Gemma (Kiss kiss… bang bang, Vivi o preferibilmente morti, Tex e il signore degli abissi), considerandolo un suo attore feticcio. Abbiamo trovato un ricordo di Giuliano Gemma che fa riferimento a quel periodo storico: “Il primo film che ho fatto con Tessari è Arrivano i Titani, un lavoro che smitizza il peplum dove recito con il mio vero nome. Il primo western che ho interpretato è Una pistola per Ringo (1965), film in cui nasce il mio pseudonimo, Montgomery Wood. Si trattava di una condicio sine qua non per fare il film, imposta dalla produzione che voleva venderlo come nordamericano. Era una moda. Mi obbligarono e lo pseudonimo lo scelse il produttore. A me andava bene tutto. Sono riuscito a usare il mio vero nome solo a partire dal terzo western come protagonista. Ho fatto due western della serie Ringo, entrambi con Tessari, tutti e due buoni lavori, ma fondamentalmente diversi l’uno dall’altro. Una pistola per Ringo è un film ironico, nelle corde di Tessari, girato con il suo inconfondibile stile. Il ritorno di Ringo è un film drammatico, ispirato all’Odissea. Il primo è più divertente, il secondo più serio. Sono due film coprodotti con gli spagnoli, girati nella penisola iberica, interpretati da Fernando Sancho, persona simpatica e grande mangiatore, che poi ho ritrovato in Arizona Colt (Michele Lupo, 1966, nda). Nel cast ricordo anche George Martin, un ginnasta spagnolo molto atletico con cui spesso mi allenavo. E che dire di Pajarito? Un personaggio inventato da Tessari, uno spagnolo che parlava in modo buffo e si occupava di produzione. Tessari lo utilizzò come attore dandogli il soprannome che aveva nella realtà. Una pistola per Ringo è un film ironico che anticipa il western comico di Barboni, alternativo al cinema di Leone, ma non meno violento, nonostante l’ironia. Nella mia carriera non ho mai interpretato personaggi cliché, né stereotipi. Pure nei due film della serie Ringo differenzio i personaggi. Nel primo sono un pistolero ironico e strafottente. Nel secondo sono un eroe cupo e represso che torna a casa dopo una lunga guerra, una sorta di Ulisse - Ringo. Vivi o preferibilmente morti è un altro western diretto da Tessari, sceneggiato niente meno che da Ennio Flaiano, nato dalla mia amicizia con Nino Benvenuti sin dai tempi del militare. Si sperava che andasse meglio, che la coppia Gemma - Benvenuti portasse più gente al cinema, che il debutto di Sidney Rome incuriosisse il pubblico. L’incasso non fu male, comunque, ma la critica distrusse il film. Ma il vero insuccesso tra i lavori di Tessari da me interpretati fu Tex e il signore degli abissi (1985), una pellicola che non era western all’italiana e che non funzionò per niente. Credo che sia il peggior western di Tessari, nonostante ci fosse William Berger, un ottimo attore. La storia era sbagliata, servivano troppi soldi per realizzarla, ma noi disponevamo di un budget irrisorio. La produzione non aveva la possibilità di costruire un accampamento indiano di venti tende (ce n’erano soltanto tre) e neppure di affittare cinquanta cavalli (erano dieci). La storia di Tex venne scelta male perché troppo complessa e costosa da realizzare al cinema. Conoscevo bene i fumetti di Tex, un eroe della mia infanzia, ed ero orgoglioso di prestare il volto al ranger mezzo sangue. Ma avremmo dovuto sceneggiare una storia low-budget, stile spaghetti-western, non un soggetto ambizioso che finì per restare irrisolto. Persino Gianni Ferrio compose una musica anonima, in piena sintonia con il film. L’insuccesso fu così clamoroso che bloccò l’idea di girare una serie di ventuno film televisivi con protagonista Tex. Una pistola per Ringo resta il mio film preferito, comunque. Forse perché il primo western non si scorda mai…”. Abbiamo fatto ricordare al protagonista parte della sua carriera western, che è proseguita con Tonino Valerii e Giorgio Ferroni, ma Giuliano Gemma non è stato soltanto l’eroe buono, il castigamatti, il pistolero della mia generazione. Ha interpretato un intenso ruolo da protagonista ne Il deserto dei Tartari (1976) di Valerio Zurlini e Il prefetto di ferro (1977) di Pasquale Squitieri. E che dire dei ruoli comici ne Anche gli angeli mangiano fagioli (1973) di Barboni e Il bianco, il giallo, il nero (1974) di Sergio Corbucci? Impossibile citare tutto il suo grande lavoro nel cinema italiano, ma se vi interessa approfondire consigliamo la lettura di Roberto Poppi, che ha scritto un imperdibile libro sugli attori italiani, edito da Gremese. A noi piace ricordare Giuliano Gemma mentre cavalca nelle improbabili praterie dello spaghetti western, perché - come ha detto lui - il primo western non si scorda mai.

Gordiano Lupi

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Come non detto (2012) di Ivan Silvestrini

6 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Ivan Silvestrini. Soggetto e Sceneggiatura: Roberto Proia. Fotografia. Rocco Marra. Montaggio: Alessia Scarso. Musiche: Leonardo Rosi (tema Come non detto cantato da Syria e Ghemon). Scenografia. Paki Meduri. Casa di Produzione: Moviemax Media Group. Distribuzione: Moviemax. Genere: Commedia. Durata: 81’. Interpreti: Josafat Vagni, Valeria Bilello, Francesco Montanari, Monica Guerritore, Ninni Bruschetta, Jose Dammert, Valentina Correani, Lucia Guzzardi, Andrea Rivera, Alan Cappelli Goetz, Victoria Cabello.

Come non detto è l’esempio pratico di come si possa fare cinema indipendente di qualità, senza disporre di grandi budget, raccontando piccole storie, interpretate da attori capaci e girate in maniera diligente. Ivan Silvestrini è al debutto, ma sembra un veterano della macchina presa, aiutato da una sceneggiatura priva di punti morti scritta da Roberto Proia.

In breve la storia. Mattia (Vagni) è un giovane gay, fidanzato con lo spagnolo Eduard (Dammert), ma non ha il coraggio di rivelarlo ai genitori (Guerritore e Bruschetta) e alla sorella (Correani). Ha un’amica del cuore - Stefania (Bilello) - che lo aiuta nell’avventura con lo spagnolo e un amico (Montanari) che lo sostiene. Eduard non si fa i problemi di Mattia, viva l’omosessualità in maniera naturale e rimprovera al compagno di nascondere ai genitori la loro relazione. Nonostante tutto, il castello di bugie costruito da Mattia non regge. Quando il ragazzo decide di confessare il suo orientamento sessuale si trova di fronte una famiglia che attendeva soltanto quella dichiarazione.

Come non detto è una commedia corale sul mondo gay che non cede a facili sentimentalismi e non si ferma ai luoghi comuni, si sviluppa per flashback e scenette divertenti, ricca di momenti commoventi e intrisa di originalità. Amicizia, amore, rapporti familiari, tematica gay, sono gli elementi di una storia psicologica e introspettiva che affronta problemi importanti con leggerezza.

Bravissimi gli attori. Monica Guerritore - non la scopriamo oggi -ricopre con autorevolezza il ruolo di madre separata che soffre nel veder partire il figlio. Josafat Vagni è quasi un debuttante ma esce fuori alla grande come imbranato protagonista. Bene anche Valeria Bilello, nei panni di Stefania, amica di Mattia, che soffre per la sua partenza ma è felice di vedere realizzato un sogno. Ninni Bruschetta è il padre, rude allenatore di rugby, burbero ma comprensivo, un uomo che si nasconde per non affrontare i problemi, personaggio complesso, dalle molte sfaccettature. Il film gode di una buona fotografia romana, un montaggio adeguato e di un’ottima colonna sonora basata sul brano omonimo interpretato da Syria e dal rapper Ghemon. In tempi di Fausto Brizzi e Federico Moccia, finalmente una piccola storia ben scritta, secondo la tradizione del miglior cinema italiano.

Gordiano Lupi

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La bella vita

5 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

La bella vita (Italia - Commedia -1994).

Regia di Paolo Virzì. Soggetto e Sceneggiatura: Francesco Bruni e Paolo Virzì. Scenografia: Attilio Capelli. Costumi: Maria Giovanna Caselli. Direttori di produzione: Francesco Fantacci e Cesare Jacolucci. Suono in presa diretta: Bruno Pupparo. Montaggio: Sergio Montanari. Fotografia: Paolo Carnera. Musiche: Claudio Cimpanelli (Emi Music). Realizzato da Paolo Vandini per la Time International Film srl. Prodotto da Roberto Cimpanelli. Aiuto regista: Gianluca Greco. Interpreti: Claudio Bigagli (Bruno), Sabrina Ferilli (Mirella), Massimo Ghini (Gerry Fumo), Giorgio Algranti, Emanuele Barresi, Paola Tiziana Cruciani, Ugo Bencini, Raffaella Lebboroni, Roberto Marini, Silvio Vannucci, Mario Erpichini. Titoli in lavorazione: Dimenticare Piombino, Il fumo di Piombino.

La bella vita è il primo film di Paolo Virzì, quello che dà il via alla sua epopea livornese partendo dalla provincia più depressa: Piombino. Virzì racconta il dramma di una cittadina industriale che nel 1992 vive il declino inesorabile del mercato dell'acciaio e subisce un regresso economico di portata epocale. Piombino è una città simbolo del lavoro operaio, vive da sempre con il motto "pane e fumo", un luogo dove i genitori educano i figli al rispetto per le ciminiere. Fino a quando da quelle bocche voraci uscirà fumo tutto andrà bene. Il 1992 è l'anno degli scioperi a oltranza, dei blocchi ferroviari, della Cassa Integrazione Guadagni a zero ore, delle lettere di licenziamento. L'anno della crisi. Virzì descrive il dramma di una città, di un microcosmo di provincia, senza demagogia, con semplicità. Fonde ,dosando sapientemente gli ingredienti della commedia, il dramma privato di una famiglia che si sfalda con il dramma pubblico di una città alla deriva. La bella vita è commedia all'italiana vecchio stile, tra momenti di commozione e parti leggere, senza esagerare né su un versante né sull'altro. Un lavoro equilibrato che fa pensare, sorridere e persino versare qualche lacrima.

La storia è raccontata in prima persona dalla voce narrante di Bruno, operaio metalmeccanico di Piombino, stratagemma che provoca nello spettatore un notevole coinvolgimento. Si parte da un flashback sul matrimonio di Bruno e Mirella con i compagni di lavoro che appena finito il turno si precipitano in Comune per le nozze. Bella la scena iniziale con una Fiat Ritmo scassata che corre dentro lo stabilimento e si fa largo tra buche e pozze fangose. Come è notevole la scena degli operai che scappano via al suono della sirena per farsi belli e cambiarsi d'abito dentro la macchina.

"Ma con la Ritmo, via…"

"Solita figura da morti di fame!"

Le battute in livornese sono eccezionali e strappano il sorriso.

Bruno spiega che conobbe Mirella all'Elba, si sposarono nel 1989, dopo sei anni di fidanzamento, quando l'Italia era la quinta potenza industriale del mondo e gli operai venivano trattati come signori.

Il flashback serve a presentarci i due ottimi protagonisti: Claudio Bigagli, un operaio metalmeccanico credibile, ben calato nella parte, e Sabrina Ferilli che dà vita a un complesso personaggio di moglie tormentata. Ricordano Accardo e Acerbo nel fondamentale My nime is Virzì (Le Mani, 2010) che Sabrina Ferilli è stata una precisa scelta del regista, visto che la produzione avrebbe preferito Nancy Brilli. Virzì aveva visto la Ferilli in Americano rosso di Alessandro D'Alatri e in Diario di un vizio di Marco Ferreri e ne era rimasto entusiasta. Il produttore accetta di ingaggiare l'attrice romana, ma pretende che vengano inserite un buon numero di sequenze erotiche.

Il racconto di Bruno ci porta al 1992, anno che segna l'inizio della crisi siderurgica e una stagione di lotte operaie che non cambieranno la situazione. Virzì descrive le assemblee, le riunioni, gli scioperi, accenna ai blocchi ferroviari alla stazione di Campiglia Marittima, mostra le differenze tra chi voleva fermare la produzione e chi voleva andare avanti a ogni costo. Il regista mette in evidenza i sogni degli operai che tentano di mettersi in proprio, che negoziano la buona uscita, persino il licenziamento. Si astiene da giudizi - non è compito di un buon narratore - ma si capisce che sta dalla parte di chi avrebbe voluto lottare sino in fondo per la difesa del posto di lavoro.

Tra chi sogna di mettersi in proprio c'è pure Bruno Nardelli che vorrebbe aprire un'attività legata alla siderurgia insieme ai due amici Batoni e Manzani Un sogno che resterà tale. Non è più il tempo per sognare una ripresa dell'industria dell'acciaio. Fare in proprio un lavoro simile è pura follia.

Virzì gira ottime panoramiche del centro storico di Piombino, ritaglia stupende fotografie di Piazza Bovio che si affaccia sull'isola d'Elba e sul Canale, ma soprattutto insiste sul lato operaio della città. Le acciaierie la fanno da padrone, inquadrate a più riprese per dividere i le diverse sequenze. I quartieri dove Virzì ambienta la storia sono i più popolari (Cotone, Gagno, Tolla Alta), molte scene si svolgono al Porto e dentro la stessa acciaieria. Il regista vuol fare un'epopea della classe operaia, descriverne la fine, il canto del cigno. Bruno e Mirella abitano in una casa popolare, non hanno figli, lui soffre di una cardiopatia congenita, adesso deve fare i conti con la crisi economica, lei invece fa la cassiera in un supermercato.

Una sera a teatro Mirella conosce Gerardo Fumaroli, detto Gerry Fumo, l'ancorman di Canale 3, la televisione locale che anche loro seguono. Massimo Ghini è perfetto nella parte di un uomo vuoto e affascinante, antipatico e bello, che irretisce Mirella nella sua trappola. Il marito è troppo preso dalle sue preoccupazioni per accorgersi di ciò che sta accadendo. Gerry corteggia Mirella, la invita a pranzo, le dedica una canzone in televisione, fa la spesa nel supermercato dove lavora. Fino a quando la donna cede. Nel contesto del tradimento Virzì inserisce gli scioperi degli operai, le lotte sindacali, un accenno alla canzone di Marco Masini che le commesse cantano al supermercato (Vaffanculo) e la minaccia della cassa integrazione che si fa sempre più vicina. Non mancano intense parti erotiche che Massimo Ghini e Sabrina Ferilli interpretano con professionalità e che non disturbano nell'economia del film. Ottime le sequenze girate dentro la fabbrica, così come è suggestiva la fotografia di una Piombino notturna, simile a un'immensa acciaieria, che disegna la disperazione d'una città senza lavoro. Ricordiamo la sequenza delle lettere che giungono dall'azienda a Bruno e al vicino di casa. I due amici vanno a bere insieme per consolarsi che è arrivata la Cassa Integrazione ma dal giorno dopo Bruno scivola nella depressione più nera. Le giornate sono eterne, Bruno si alza tardi, vaga per la città in motorino, non sa cosa fare. Il vicino Danilo Brogi è in garage a pulire i fucili e attende la stagione della caccia. Una colonna sonora languida e struggente accompagna i pensieri cupi di Bruno, i pensieri di una generazione di operai. "Si fa la bella vita, eh?" dice il Brogi. Bruno accenna di sì con la testa ma poi cade di motorino. La disperazione è palese ma si fa finta di niente, si cerca di dire che tutto va bene, almeno davanti agli altri, si cerca di convincersi per sperare ancora.

Mirella e Gerry si vedono di nascosto e fanno l'amore in auto come due ragazzini. Bruno è così preoccupato che non si accorge di niente mentre i suoi amici sanno che la moglie ha una tresca con il giornalista. Rossella, una sindacalista da sempre innamorata di Bruno, gli apre gli occhi e lui decide di spiare la moglie quando esce da lavoro. Un giorno Bruno scopre tutto. Al porto, sotto una pioggia torrenziale, vede Mirella salire nell'auto di Gerry. Ottime le sequenze sotto la burrasca, come è ben raccontata la disperazione di Bruno che si vede crollare il mondo addosso. Bruno caccia di casa Mirella dopo una scenata, anche se lei non vorrebbe andarsene e gli assicura che è tutto finito. Bruno non riesce a capire.

Torna la voce narrante di Bruno. Apprendiamo che Mirella è andata a vivere con Gerry e fa pure lei "la bella vita" nel villino di Salivoli con il giornalista. Bruno riprende con gli amici il progetto di mettersi in proprio e insieme comprano un terreno vicino al mare per aprire il capannone. Per ottenere un prestito in banca Bruno convince il padre a firmare una fideiussione con il suo appartamento come garanzia di solvibilità. Una scena commovente vede Bruno a confronto con il padre: "Il mondo là fuori sta cambiando e te c'hai sonno" dice Bruno. "Essere babbo di un industriale mi fa schifo", risponde il babbo e subito dopo rincara: "Non vedo l'ora di morire per non sentirlo più questo puzzo". La seconda affermazione riguarda l'odore di fabbrica che proviene dalla finestra, fa male sentirla uscire dalla bocca di una persona che ha vissuto con il fumo davanti agli occhi, assaporando pane e odore di stabilimento. In ogni caso il progetto è bloccato dalla banca per insufficienti garanzie e il direttore dopo una cena a base di pesce congeda gli aspiranti industriali. A cena vediamo un patetico incontro tra Bruno e Mirella: lei è a tavola con Gerry e Bruno molla tutto per andare a salutarla. Quando i tre amici lasciano il ristorante, un vibrante litigio provoca un malore al cuore malandato di Bruno che cade a terra e si ritrova in un letto d'ospedale. Tutti gli amici si recano al capezzale, persino la sindacalista Rossella che è sempre innamorata di lui. Intanto tra Mirella e Gerry le cose non vanno più così bene, ci sono spesso discussioni, anche lui risente della crisi cittadina e la sua Canale 3 non trova sponsor pubblicitari. Mirella decide di far visita a Bruno, quando lui la rivede la perdona e decidono di tornare insieme. La figura di Rossella è molto toccante, una donna sempre presente per amore, ma pronta a cedere il posto ancora una volta alla moglie che ritorna. Virzì è molto bravo a stemperare la tensione inserendo una battuta indovinata di un caratterista. "Il Tirreno me lo compra lei, domani?". Il vicino di letto ha capito che l'altra donna non tornerà più. Gerry torna con la vecchia amante Marisa e apre un negozio di tabacchi dalle parti di Parma. Ma il lieto fine non è scontato. Il matrimonio di Mirella e Bruno continua a traballare, tra loro non c'è più amore, ma solo freddezza e un muro che li separa. Si fa in tempo a vedere il vicino spararsi un colpo di fucile in bocca che Bruno e Mirella si lasciano di nuovo. Forse per sempre. Il regista lascia un finale aperto. Bruno accompagna Mirella alla nave e lei torna all'Elba. Ma un anno dopo cominciano a scriversi e si raccontano la vita. Bruno ha aperto uno stabilimento balneare con i tre amici proprio dove volevano fare il capannone industriale, Mirella fa la baby sitter e la maestra d'asilo. Chissà come andrà a finire. "A Piombino tutto passa ma la vita continua", conclude Virzì. Una splendida fotografia da cartolina su Piazza Bovio protesa sull'Isola d'Elba ce lo fa capire.

Il finale è toccante. L'amore di Bruno e Mirella forse non è destinato a morire, può risorgere dalle ceneri del passato, così come sta rinascendo Piombino grazie a una nuova speranza. Il futuro è il turismo, sembra dire Virzì, e se una ciminiera di troppo deturpa il panorama non fa niente, "ci si mette una siepe".

Tra i tanti premi collaterali della Mostra del Cinema di Venezia 1994 il Ciak d'oro assegnato a La bella vita, quale miglior film presentato nel Panorama italiano, fu quello che trovò la maggior unanimità di consensi. Il film vince un David di Donatello per il miglior regista esordiente e due Nastri d'Argento, uno per Virzì e uno per la Ferilli. L'opera di esordio di Virzì si segnala per la professionalità degli interpreti e per la solidità della struttura narrativa. Sabrina Ferilli viene lanciata proprio da questo film, non solo per la bellezza conturbante, ma anche per il lato comico. "È un Totò con le tette", afferma Virzì. Ghini e Bigagli sono due professionisti che prestano le loro maschere - la prima amara, la seconda goliardica - a due personaggi ben tratteggiati. Il film è girato in economia, ricorrendo a molti figuranti locali, costumi inventati sul momento e scenografie di fortuna. "Il film è rudimentale, coi primi piani e le scene ferme", dice Virzì. Si nota, è vero, ma il fascino naïf che emana resta intatto forse proprio per quel motivo. Lo sceneggiatore Francesco Bruni ha molti meriti, la storia raccontata è un vero e proprio romanzo per immagini. I personaggi di Virzì mostrano un'anima, il suo melodramma di provincia è dotato di molto cuore e poca retorica. Virzì costruisce un film garbato e sommesso, dai toni lievi e coinvolgenti, ai limiti della commozione. Pochi i difetti tipici di un'opera prima. Forse solo l'eccessiva intromissione nella storia della voce narrante che cerca di ovviare a qualche discontinuità nel ritmo narrativo e anche una serie di inquadrature troppo lineari e accademiche. Per il resto un film da vedere e da rivedere sempre con piacere. Incasso ottimo: un miliardo e trecento milioni. A Piombino resta in cartellone quasi un mese scatenando furiosi dibattiti sulla stampa locale tra chi concorda con la visione del regista e chi avrebbe voluto una maggior attenzione al contesto esterno alla fabbrica. Non era compito di Virzì fare un film cartolina e neppure una favola buonista.

La critica è abbastanza soddisfatta. Pino Farinotti concede due stelle: "C'è qualcosa che lega questo film a Romanzo popolare di Mario Monicelli… i risultati sono soddisfacenti e il film risulta godibile. Discreto successo di pubblico. Risente di molti debiti verso la commedia all'italiana". Farinotti imputa a Virzì una certa mancanza di originalità, anche se afferma che la confezione è buona. Morando Morandini arriva a due stelle e mezzo (tre di pubblico): "Pulizia descrittiva nell'analisi del malessere - antropologico e culturale prima che sociale - del ceto operaio che ha smarrito la propria identità, un trio d'attori che funzionano, comprimari con le facce giuste, ma anche una certa mancanza di energia narrativa, visibile specialmente nella ricerca annaspante di un finale". Paolo Mereghetti conferma due stelle e mezzo: "Un esordio sincero che non si ferma alle mere storie di corna condominiali tanto in voga nel cinema italiano, ma inserisce la crisi coniugale in una prospettiva più ampia: quella di una vita di provincia in cui la ristrutturazione industriale incrina i valori e le possibilità di un'esistenza dignitosa e dove la televisione offre tentazioni volgari e illusorie. Debole (anche se apprezzabile) il tentativo di descrivere il mondo sindacale e operaio; riuscito, invece, li sforzo di creare personaggi che non siano marionette al servizio di un copione stereotipato. Non cinema da camera più servizi, ma cinema di attori e di storie con un certo spessore, senza lieto fine consolatorio. La Ferilli, ancora una volta, si conferma come la presenza più solida e luminosa nel panorama delle attrici italiane".

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Divagazione su Francesco Bruni

2 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Scialla - Stai sereno (2011)

di Francesco Bruni

Francesco Bruni è bravo. Gli addetti ai lavori lo sanno bene, il pubblico distratto meno, ma quasi tutte le storie che Paolo Virzì ha portato al cinema sono state scritte dalla prolifica penna di Bruni. Scialla! è la sua prima regia, nel solco della commedia l'italiana nuova maniera, che parte dalla vita quotidiana, accenna a elementi drammatici, racconta il mondo contemporaneo e termina con un lieto fine realistico. Dolce ma non sdolcinata. Vera, lontana mille miglia dalla fiction televisiva, ben calata nella realtà. Bruni racconta una piccola storia italiana ambientata a Roma, tra il mondo della scuola, un controverso rapporto padre figlio e l'ambiente dei piccoli spacciatori. Fabrizio Bentivoglio è straordinario nei panni di Bruno, il professore disilluso che ha mollato la scuola per scrivere biografie, per raccontare la vita degli altri, attori come cantanti. Non sopportava più le nuove generazioni, non le capiva. In compenso si trova a combattere con Luca (l'esordiente Scicchitano), un figlio ritrovato con cui deve inventare un rapporto che non ha mai avuto, e persino con il mondo della scuola dal quale era uscito. Dialetto romanesco e gergo giovanilistico a volontà: "scialla", "me so' sciallato", "nun t'accolla"…, bella fotografia seppiata di una Roma realistica, musica rap mixata a momenti melodici, montaggio serrato quanto basta e suspense narrativa da sceneggiatore provetto. La cosa più bella di Scialla! è l'analisi introspettiva dei personaggi, che non sono macchiette, ma caratteri ben definiti, personaggi ai quali ci si affeziona e si freme per le loro sorti. Bentivoglio tratteggia un professore disilluso dalla vita, cinico, uno scrittore fallito, ma anche un uomo che - grazie al figlio - vorrebbe riscattare un'esistenza distratta, lontana da ogni impegno. Il professore divide la sua vita tra il ragazzo da accudire per superare l'ostacolo scolastico e il libro da scrivere su una pornostar che finisce per innamorarsi di lui. "La cosa di cui avrei più bisogno è dormire abbracciato a qualcuno", confessa il professore. Pura poesia. Barbara Bobulova è ben calata nel ruolo della pornostar imborghesita che riesce ancora a innamorarsi. Molto ben scritte le parti in cui il professore cerca di spiegare al figlio il rapporto tra Achille e Patroclo, ma anche il concetto di pietas greca. Altrettanto suggestiva la scena in cui il ragazzo prende in spalla il padre come fece Enea con Anchise, ma lui che non è un grande studente lo chiama Ascanio. Scicchitano è un perfetto sedicenne, un adolescente svogliato e insicuro che piacerà ai suoi coetanei, un ragazzo vero, calato in un ambiente scolastico per niente artefatto. Persino i personaggi più irreali sono ben delineati. Si pensi al poeta, il piccolo spacciatore che protegge il professore dopo averlo riconosciuto come l'insegnante di italiano delle superiori, il solo che gli abbia trasmesso dei valori. "Quanto ci manca Pasolini, professore!", dice. Vero che il finale profuma un po' di fiaba, ma è riscattato da un'ultima sorpresa, quando il figlio chiede di essere bocciato perché non merita sconti. "Mi davano tre materie. Mi giocavo l'estate", dice al padre allibito. Una poetica lunga sequenza cita il Nanni Moretti di Caro Diario con il padre che vaga per Roma in motorino e immagina il figlio a ogni angolo di strada intento a fare un mestiere diverso (lavavetri, militare, cameriere…). Originale la trovata dei titoli di coda che scorrono a destra, mentre a sinistra assistiamo al divertente colloquio tra il professore e il poeta che discutono su come scrivere un libro di successo raccontando la vita criminale dello spacciatore

Il cinema italiano non è morto se è in grado di raccontare ancora piccole ma intense storie che profumano di vita vera. Il segreto sta nel partire dal racconto, dalla scrittura filmica, senza troppa pretenziosità intellettuale. Bravo Bruni. Confidiamo in te, ma anche in Cerami, Virzì e altre perle di un piccolo cinema italiano che può tornare grande e sempre meno provinciale.

Condominio (1991)

di Felice Farina

Il ragionier Michele Marrone si trasferisce con moglie e figlie in un enorme condominio di un quartiere romano composto da quattro scale e quattrocento alloggi. Accetta l'incarico di amministratore ma si trova sommerso dai problemi. Il vecchio amministratore era un imbroglione che è scappato con i soldi, i condomini non sono migliori, le bollette e le quote scadute sono molte, mentre le liti non mancano. Marrone è un uomo tenace quanto gentile, suona alle porte con modi cortesi, si fa aiutare dai più volenterosi, ottiene i primi successi. Il maresciallo Gaetano Scarfi lo appoggia in modo disinteressato, mentre lo stesso amministratore anticipare il suo denaro per svolgere lavori. Incontriamo molti personaggi: Adelaide, matura estetista nubile; Pasquale Sciarretta, dipendente Alitalia abbandonato dalla moglie; Roberto Sgorlon, impiegato dei telefoni impiccione; Lia, ragazza madre; un anziano garagista, piccoli impiegati, donne di casa alle prese con i problemi quotidiani, giovanotti sfaccendati e scapestrati. Marrone risolve un sacco di problemi e insegna ai condomini come vivere nell'interesse comune, poi viene trasferito in un'altra città e lascia una comunità radicalmente cambiata. Tutti lo rimpiangono ma grazie a lui sono diventati meno egoisti.

Un piccolo gioiello di film che viene accolto bene dalla critica.

"Il regista romano Farina tesse con grazia ironica il suo piccolo arazzo. La sceneggiatura ha dei vuoti, e nel racconto manca un pizzico di cattiveria. Farina mette a frutto il suo spirito d'osservazione dipingendo figure e figurine con gusto del colore. Muovendosi lungo la tastiera del tenero e del grottesco, conferma l'attenzione dei nuovi talenti registi italiani nei confronti del sociale e insieme rinfresca la vecchia tradizione della commedia di costume. Una ventina di attori danno vivacità e freschezza al film. (Giovanni Grazzini, Il Messaggero, 31 marzo 1991).

"Trasferitosi con la famiglia dal Sud in un palazzone della Magliana, alla periferia di Roma, puntiglioso ragioniere è nominato amministratore del condominio. Aiutato da un ex poliziotto, cerca di risanare la situazione in nome della solidarietà e degli interessi comuni. Favola metropolitana in forma di commedia dolceamara a mosaico con qualche scivolata nella demagogia sentimentale, ma con molti meriti tra cui il gusto e la capacità di costruire sequenze senza dialogo e una gustosa galleria di figure, disegnate con brio, tra le quali spiccano la parrucchiera smaniosa di Ottavia Piccolo e la madre fiorentina di N. Boris. Tra gli sceneggiatori, Paolo Virzì. (Il Morandini, Dizionario dei film - Zanichelli - giudizio: due stelle e mezzo).

"Dopo Sembra morto ma è solo svenuto (piccola sorpresa della Settimana della Critica veneziana del 1986), l'invisibile Affetti speciali, e la parentesi di un episodio di Sposi, un film prodotto da Pupi Avati, Felice Farina approda con la sua ultima fatica a un condominio della Magliana, un quartiere della periferia della capitale. Nel condominio di Farina arriva un ragioniere zavattiniano, costretto a trasferirsi a Roma con moglie e due figli per motivi di lavoro. I personaggi di Condominio divergono dai modelli imposti dal cinema-verità alla Risi-Tognazzi; sono dei perdenti, che vivono la loro vita in uno stato quasi ipnotico, dal quale faticano a tirarsi fuori. L'impatto con la vita di ogni giorno riesce difficile e le loro maschere sono troppo tenui per poterli difendere. Il film è stato ambientato dal regista in uno dei quartieri che più di altri vive ogni giorno storie di ordinaria violenza e indifferenza. Una particolare citazione va riservata ad un meraviglioso Ciccio Ingrassia, che con una recitazione mai sopra le righe riesce a donare tutta la amarezza di un vecchio triste per la lontananza di un figlio che non si fa vivo, e il dolore per la tragica morte di una moglie molto amata". (Fabrizio Liberti, Cineforum n.304, maggio 1991).

Paolo Mereghetti concede due stelle: "In un palazzone della disastrata Magliana un timido ma puntiglioso inquilino (Delle Piane) viene nominato amministratore condominiale: spalleggiato da un ex poliziotto (Ingrassia), cercherà di far prevalere le ragioni della convivenza e della solidarietà. Il regista impagina una riuscita galleria di ritratti (come l'estetista in tutta di finto leopardo disperatamente sola interpretata da Ottavia Piccolo) in un film gradevole, dichiaratamente ispirato al cinema popolare che sarebbe piaciuto a Zavattini e che, come quello, rischia di scivolare nel patetismo. Il giornalista tv Antonio Lubrano interpreta se stesso,. Sceneggiatura di Paolo Virzì, Francesco Bruni, Gianluca Greco e del regista".

Pino Farinotti assegna tre stelle: "Terza pellicola per il regista Felice Farina. Il tema è quello scottante dell'amministrazione dei condomini. In chiave commedia all'italiana vecchio stampo, girato con garbo, il film narra le gesta, si fa per dire, di un amministratore modello. Oltre a essere diligente, onesto e attento, riesce anche a sanare tutti i problemi e le manovre illegali messe in atto dai precedenti amministratori". Roberto Poppi: "Condominio è la storia di un gruppo di persone ritratte nella loro quotidianità, realista e ricco di felici notazioni psicologiche".

Felice Farina (1954) è un regista che proviene dal teatro, fotografo, attore, sceneggiatore e documentarista. Comincia a recitare nei teatri di cantina dell'avanguardia teatrale romana, si avvicina al cinema grazie alla passione per la tecnica e la sperimentazione, si occupa di animazione, effetti speciali, tecniche di ripresa. I suoi primi lavori sono cortometraggi (Il mentitore, 1982) e documentari industriali, si occupa di alcuni programmi per Rai Due e Rai Tre. Il suo film d'esordio è Sembra morto… ma è solo svenuto (1986), ben accolto dalla critica. I suoi lavori di fiction più riusciti sono le commedie Condominio e Bidoni (1995). Produttore indipendente con la Ninafilm, società di produzione di cinema e audiovisivo con cui realizza documentari per programmi Rai.

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Francesco Bruni

1 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Francesco Bruni nasce a Roma nel 1961, ma vive e si forma culturalmente a Livorno, dove la sua passione per lo spettacolo mette radici. Si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, dove insegna Sceneggiatura, pure se adesso si chiama Scuola Nazionale di Cinema. Francesco Bruni sceneggia tutti i film di Virzì e in molti casi partecipa alla stesura del soggetto. Bruni e Virzì si conoscono dai tempi del liceo e formano un sodalizio inscindibile. Sceneggia i film di Mimmo Calopresti (La seconda volta, La parola amore esiste, Preferisco il rumore del mare, La felicità non costa niente), Sotto la luna di Franco Bernini, Condominio di Felice Farina, Bonus Malus di Vito Zagarrio, Le parole di mio padre di Francesca Comencini, Velocipedi ai Tropici di David Riondino, Nati stanchi, Il 7 e l'8, La matassa di Ficarra e Picone, I vicerè di Roberto Faenza, Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee e collabora al soggetto del lungometraggio in quattro episodi 4-4-2 Il gioco più bello del mondo, prodotto da Virzì. Per la televisione sceneggia la serie del Commissario Montalbano tratta dai libri di Andrea Camilleri, il Commissario De Luca, tratta dai libri di Lucarelli, e il film Il tunnel della libertà di Enzo Monteleone. Molti i riconoscimenti: il Solinas per La seconda volta, l'Amidei per Ferie d'agosto, il Ciack d'Oro per Ovosodo. Attore per una piccola parte ne La guerra degli Antò (1999) di Riccardo Milani. Scrive insieme al grande Furio Scarpelli la sceneggiatura di un film di Virzì tratto dal romanzo Vita di Melania Mazzucco, ma la pellicola non è stata ancora girata. Nel 2011 debutta alla regia con Scialla, presentato al Festival di Venezia, dove vince il Premio Controcampo. Scialla frutta al suo autore anche un David di Donatello e un Nastro d'Argento. Un film nelle corde di Bruni, girato a Roma, che affronta il rapporto padre - figlio, la microcriminalità in una grande città e il cambiamento del mondo della scuola. Tutto inserito in una vitale sceneggiatura che ricorda la commedia all'italiana. Ne parleremo con una scheda apposita. Bruni è Presidente di Giuria del Festival del Cinema di Roma, sezione Prospettive Italia.
La sua fortuna nasce all'ombra dei Quattro Mori dove ha una casa sul lungomare di Ardenza, vicino alla stupenda Terazza Mascagni, dalle parti dell'Accademia Militare. Roma è stata una tappa obbligata, lo è sempre per chi vuol fare cinema. Vive nella Beverly Hills dei livornesi, nella parte più nobile della città, come lui stesso la definisce in Ovosodo, anche se Livorno è una città quasi priva di una vera borghesia. A Livorno, vivere dove è nato Virzi, dalle parti della raffineria, nel quartiere Ovosodo tipicamente proletario, o vivere dalle parti della Baracchina Rossa o in Via Roma non fa grande differenza. Il ceto dominante è pur sempre mercantile, la gente ha un'anima portuale, una rude scorza scalfita dal vento di libeccio. Il livornese è ironico, graffiante, a tratti persino volgare, ma senza eccedere, ed è proprio Livorno che fornisce a Bruni il materiale per diventare scrittore di cinema. La madre di Bruni è livornese, figlia di un ufficiale di marina, il padre invece è un dirigente di azienda milanese che ha scelto di vivere Livorno per far contenta la moglie. Bruni si sente Livornese e conosce Virzì fin dai tempi del liceo, fanno teatro amatoriale insieme, scrivono e interpretano spettacoli. Virzì si iscrive al Centro Sperimentale di Roma pochi anni prima di Bruni che lo segue a ruota. Un destino legato, dunque. Indissolubile. I film di Virzì non sarebbero quello che sono senza le sceneggiature e i soggetti di Francesco Bruni che è davvero un narratore, un romanziere, uno che scrive per il cinema ma che potrebbe scrivere letteratura con la elle maiuscola. Livorno è la fucina di base, la città che traspare da tutte le opere di Bruni, perché se è vero che è un centro culturalmente povero è anche vero che come stile di vita è una città interessante. I livornesi hanno il senso del paradosso e un humour spontaneo nella vita di tutti i giorni, la loro esistenza scorre con ritmi mediterranei, quasi latini, senza troppa fretta e angoscia, si compiacciono dell'ignoranza, sono diffidenti, inventano battute che sono davvero uniche. Solo a Livorno può esistere una rivista di satira volgare e crassa - sia detto senza offesa ma con stima e ammirazione - come Il Vernacoliere, letta in tutta Italia, che sforna battute prese dalla vita quotidiana. Nei film di Bruni e Virzì (nel loro caso la paternità non è mai di uno solo dei due) Livorno viene raccontata a fondo e forse è proprio questo il segreto del successo. Gli autori analizzano un particolare che conoscono molto bene e diventano universali con un messaggio che viene ben accolto ovunque. Il gruppo, la factory, di Virzì nasce a Livorno e da qui si muove alla conquista del mondo cinematografico. Paolo Virzì, Francesco e Alessandro Bruni, Giorgio Algranti, Emanuele Barresi e altri amici che fanno i registi e gli attori dilettanti, che a Livorno sono additati e considerati diversi, strani e che adesso sono professionisti di un modo di fare cinema davvero unico. La factory di Virzì nasce al Palazzo dei Portuali dove il gruppo prova e mette in scene testi teatrali, da questo luogo di ritrovo analizza un intero mondo che scorre per le strade di una provincia portuale. Livorno e i livornesi, un popolo di scettici non incline all'intellettualismo che tratta da bischeri velleitari Bruni e Virzì che escono dal piccolo centro per cercare successo. Livorno è una città chiusa, il livornese crede di vivere nel posto più bello del mondo, per questo guarda con diffidenza chi la vuol lasciare. Il livornese giudica diverso pure uno che parla un italiano scelto e non utilizza il gergo locale, il vernacolo. Livorno è una riserva indiana nel centro Italia, un posto dove vivono persone un po' strane, malate di ironia che solo con il loro esistere contribuiscono allo sviluppo di due talenti naturali me Bruni e Virzì. Lo diciamo con simpatia, perché anche noi siamo livornesi, in fondo. Non è sbagliato affermare che i due cineasti danno vita a un'epopea livornese che parte alla conquista del mondo. I loro migliori film sono frutto del contatto vitale con questa città portuale, Ovosodo e La prima cosa bella sono lì a dimostrarlo.

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Virzì, un romanziere prestato al cinema

29 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Paolo Virzì nasce nel 1964 a Livorno, città di mare ricca di ironia, la Napoli del Centro Italia, una fetta di meridione capitata per caso vicino a Firenze. Livorno è importante per la formazione culturale di Virzì, per quel che dice, per le storie che si porta dentro e che ci racconta con delicata maestria. Il regista nasce nel quartiere popolare delle Sorgenti, cresce con la passione della letteratura, delle storie di vita quotidiana raccontate nei romanzi di Mark Twain e Charles Dickens. Il romanzo di formazione è nel suo futuro di intellettuale, di regista che rivitalizza e rinnova i canoni della commedia all'italiana. Francesco Bruni è suo sodale sin dai tempi del liceo, con lui comincia a scrivere per alcune filodrammatiche e coltiva il sogno del cinema. Virzì si trasferisce a Roma, studia al Centro Sperimentale di Cinematografia, dove si diploma in sceneggiatura con il maestro (in tutti i sensi) Furio Scarpelli. Tra i suoi autori di riferimenti va citato anche Gianni Amelio, che gli insegna i trucchi del mestiere al Centro Sperimentale. Collabora alla sceneggiatura di Tempo di uccidere di Giuliano Montaldo (1989), Turné di Gabriele Salvatores (1990), Condominio di Felice Farina (1990), Centro storico di Roberto Giannarelli. Esordisce alla regia con La bella vita (1994), dove racconta la vita problematica di Piombino alle prese con la crisi della siderurgia. Il film viene presentato a Venezia e ottiene il Ciak d'Oro come nuova proposta italiana. Non solo: Sabrina Ferilli ottiene il Nastro d'argento come migliore interprete femminile dell'anno. Il titolo in lavorazione è Dimenticare Piombino. Realizza Ferie d'agosto (1996), che racconta la difficile convivenza sull'isola di Ventotene di due gruppi di turisti italiani in vacanza. Questo film si aggiudica il David di Donatello. Nel 1997 è la volta di Ovosodo, scritto dal maestro Furio Scarpelli e sceneggiato come sempre da Virzì e dall'ottimo Francesco Bruni. Ovosodo vince il Gran Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia e il Ciak d'oro per la migliore sceneggiatura ed è uno dei titoli italiani di maggior successo della stagione. Ovosodo consacra la grandezza di Paolo Virzì e della sua factory tutta livornese (o quasi) composta da autori e attori semi professionisti, ma eccezionali. Nel 1999 Virzì gira Baci e abbracci, un'altra commedia tragicomica con protagonisti un gruppo di disoccupati che si inventano allevatori di struzzi nelle campagne della Val di Cecina. Il film convince critica e pubblico ed entra in competizione al Festival di Locarno. Nel 2001, dopo vicende difficili legate al fallimento della produzione Cecchi Gori, esce finalmente l'ottimo My nime is Tanino, un film fuori dalle corde di Virzì, girato tra la Sicilia e New York. La mano del narratore e del grande Francesco Bruni tuttavia si sente ancora. Caterina va in città (2003) è un buon lavoro non compreso fino in fondo dalla critica. Il regista con mano delicata traccia pregi e difetti dell'Italia di oggi, tra una destra di governo, una sinistra indecisa e la povera gente che si sente sempre più abbandonata. Passano tre anni per rivedere Virzì all'opera, ancora una volta con una pellicola girata a Piombino: N (Io e Napoleone) (2006), che rappresenta l'Isola d'Elba ai tempi dell'esilio dell'imperatore francese, ma la location sono le fonti dei Canali di Marina e il centro storico piombinese, giudicato più idoneo e meglio conservato, ideale per restituire il colore del tempo. Il film è un adattamento del romanzo omonimo di Ernesto Ferrero, risulta piacevole, ma non è tra le cose memorabili del registra livornese, non troppo tagliato per le commedie in costume. Monica Bellucci fa girare la testa ai piombinesi per il periodo in cui si trattiene in città.
Tutta la vita davanti (2008) è un film politico, azzeccato per tempi comici e amarezza di fondo, che affronta il problema del lavoro, dei ragazzi sottopagati sfruttati all'interno di infimi call center. Sabrina Ferilli, Isabella Ragonese e Micaela Ramazzotti sono le mattatrici di una pellicola galeotta che fa incontrare il regista con l'amore della sua vita. Una commedia realistica interpretata da donne.
Virzì vince il Premio Sergio Leone alla carriera, assegnato dal Festival di Annecy nel 2008, gira L'uomo che aveva picchiato la testa (2009), un documentario sull'amato Bobo Rondelli, cantautore livornese underground poco noto al grande pubblico. La pellicola è prodotta dalla sua casa di produzione, Motorino Amaranto, fondata nel 2001, che produce anche La prima cosa bella (2010), forse il suo miglior film, sospeso tra ricordi del passato, ricerca del tempo perduto e sogni di un futuro migliore. Un bel cast composto da Micaela Ramazzotti (fresca sposa del regista), Valerio Mastandrea, Claudia Pandolfi, Stefania Sandrelli e Marco Messeri. Le vicende di una famiglia livornese e di una madre bellissima (Ramazzotti e poi Sandrelli), dagli anni Settanta a oggi, che condiziona la vita dei figli, soprattutto di Bruno, che torna a Livorno per starle accanto negli ultimi giorni di vita. Diciotto candidature al David di Donatello. Tre successi: sceneggiatura (Virzì, Bruni e Piccolo), attrice protagonista (Ramazzotti) e attore protagonista (Mastandrea). Nastro d'Argento a Taorimina, come miglior film dell'anno.
Tutti i santi giorni (2012) è l'ultimo lavoro di Virzì, purtroppo non all'altezza del precedente, un passo indietro per il regista livornese che gira una storia paradossale, ispirata al romanzo La generazione di Simone Lenzi. La cosa più bella della pellicola è la colonna sonora, composta dalla protagonista Thony, del tutto fuori ruolo come attrice. Luca Marinelli nei panni di Guido salva il film a livello di recitazione, ma può fare poco di fronte a una storia improbabile che finisce per diventare irritante mano a mano che scorrono le immagini. Il desiderio di maternità è il tema conduttore, ma è trattato in maniera troppo sopra le righe e ai limiti della farsa per risultare interessante.
Paolo Virzì è il maestro della nuova commedia all'italiana, quella di Furio Scarpelli e di Age, fatta di storie e di personaggi, non certo la commedia scollacciata e ridanciana che non fa pensare. I migliori film di Virzì sono ambientati in provincia, costituiscono un'epopea livornese dei ceti più umili, degli sconfitti che lottano senza speranza ma che sanno pure stemperare le difficoltà in un sorriso liberatore.
Parlare di Virzì vuol dire anche affrontare il problema di cosa voglia dire per lui essere oggi un uomo di sinistra.
"La mia sinistra è un connubio tra l'allegria popolare e le tematiche alte, ma soprattutto deve essere unita e non elitaria" ha detto a Il Tirreno di Livorno in un'intervista rilasciata a Mario Lancisi, il 18 novembre del 2003. Paolo Virzì è contro chi ha creato un Ulivo-chic e partendo dall'esempio della sua Livorno mezza rossa e mezza anarchica attacca l'intellettualismo girotondino di Nanni Moretti e il politichese di Fabio Mussi. C'è già chi lo ha definito l'anti-Moretti, ma lui non vuole essere contro nessuno, caso mai si sente propositivo e non è abituato a esibire la sua persona. Virzì viene da simpatie giovanili per gli anarchici, ha frequentato la sede di via Ernesto Rossi e il piccolo bar dei vecchietti reduci dalla guerra di Spagna del 1936. Per il giovane Virzì l'anarchia è il comunismo libertario, le canzoni di De Andrè, la lotta contro il palazzo guidato dalla sinistra ufficiale. Dopo il liceo Virzì viene eletto come indipendente nelle liste del PCI, nel consiglio della Circoscrizione 1, quella dei quartieri popolari di Sorgenti e di Corea. Ricopre per alcuni anni la carica di assessore alla cultura e dà una mano per il cinema e per il teatro anche a Claudio Frontera, assessore alla cultura del Comune di Livorno.
Paolo Virzì proviene da una famiglia di sinistra che ha solide radici popolari, gli zii sono socialisti e comunisti, lavorano al Cantiere, le sue letture e le prime visioni cinematografiche sono nutrite di cultura popolare. Quello che Virzì vuole dalla sinistra di oggi è un ritorno all'unità e un riavvicinarsi alle esigenze della gente. "La sinistra deve tornare a essere quella delle vecchie Feste dell'Unità dove andavano a braccetto la porchetta e i dibattiti sulla fame nel mondo", afferma. Virzì vede una borghesia di destra inaffidabile, senza una forte impronta morale e democratica, priva di senso dello Stato. A suo parere serve una sinistra aperta alla società civile che faccia propri gli interessi culturali e politici dei ceti più bassi. Per Virzì la sinistra di governo deve essere come la Biblioteca dei Portuali della sua Livorno: un luogo dove si mescolano tematiche sociali e culturali che provengono dall'alto e dal basso. "La sinistra deve smettere di avere fastidio per ciò che è popolare", conclude Virzì. Un'impostazione condivisibile, più di tanti snobismi elitari.
Per approfondire la figura del regista consigliamo: Alessio Accardo, Gabriele Acerbo, My name is Virzì. L'avventurosa storia di un regista di Livorno, prefazione Gianni Canova, Le Mani, 2010.

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Heberto Padilla, "Fuera del Juego"

26 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

 

 

Fuera del juego

Heberto Padilla

Traduzione di Gordiano Lupi

 

Edizioni Il Foglio

pp 157

12,00

 

“The knock at our door came around seven in the morning.” Così Cuza Malè racconta il momento dell’arresto del marito, il poeta cubano, di lingua castigliana, Herberto Padilla.

Dopo che, nel 1968, la raccolta di poesie “Fuera del juego”, di Padilla, vinse il premio UNEAC, il libro venne considerato controrivoluzionario e pubblicato con un’appendice che ne stigmatizzava il contenuto come anticastrista. Padilla fu arrestato nel 1971 e, per riottenere la libertà, fu costretto ad apparire davanti al collegio degli scrittori e fare pubblica abiura di se stesso, dei suoi scritti, “confessando” supposti crimini suoi e della moglie contro la Rivoluzione. Così si esprimeva Padilla riguardo alla sua “autocritica”:

Il procedimento è stato ideato da Lenin per recuperare i rivoluzionari nelle file del partito comunista e perfezionato da Stalin come strumento per distruggere moralmente chi esprimeva posizioni critiche . Ho accettato di recitare l’autocritica per ottenere la libertà e per poter lasciare Cuba, che ormai era diventata una prigione.”

Molte personalità, fra le quali Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini, Alberto Moravia – con alcune eccezioni illustri come Gabriel Garcia Marquez - firmarono una petizione per chiederne la liberazione. L’affare Padilla segnò la fine del sostegno degli intellettuali di sinistra alla Rivoluzione Cubana, che aveva perso i suoi connotati libertari per trasformarsi in un regime autoritario, castrista e castrante.

I versi di Padilla sono semplici, discorsivi ma solo in apparenza. Parlano di cose concrete, di vita di tutti i giorni, dell’irruzione della storia e della politica nel privato del cittadino che vorrebbe prescinderne ma non può.

Sono sempre stato fuori dal gioco, forse è la condizione di poeta che non permette di stare dentro, per noi non è possibile, siamo destinati a raccontare una spiacevole verità in faccia al tiranno. Un poeta è bene non averlo intorno, è un triste personaggio che trova sempre da ridire, che non è mai contento, soprattutto non serve al potere.”

Come dice il traduttore (ed editore) Gordiano Lupi, “Padilla non è un dissidente ma un rivoluzionario che vuole continuare a pensare con la propria testa.”

“Fuera del juego” “è un canto di libertà”, “il simbolo della disillusione rivoluzionaria” (sempre Lupi).

Padilla è stato parte sogno, vi ha creduto ma ha visto naufragare le aspettative di un mondo migliore, ha capito che quella che vedeva in atto non era più la “sua” rivoluzione, ha scritto versi “che fanno male al sogno”, che denunciano la violenza dietro la speranza diffusa dagli eroi.

 

Intorno agli eroi

Gli eroi

Sempre vengono attesi

Perché sono clandestini

E sconvolgono l’ordine delle cose.

Appaiono un giorno

Affaticati e rauchi

Nei carri da guerra, coperti dalla polvere del cammino,

facendo rumore con gli stivali.

Gli eroi non dialogano,

ma progettano con emozione

la vita affascinante del domani.

Gli eroi ci dirigono

E ci pongono davanti allo stupore del mondo.

Ci concedono perfino

La loro parte di Immortali.

Lottano

Con la nostra solitudine

E i nostri vituperi.

Modificano a loro modo il terrore.

E alla fine ci impongono

La violenta speranza.

 

La sua “colpa” è

Non dare ascolto a chi diceva che esistono libri da non scrivere e soprattutto da non pubblicare, perché fanno male al sogno e soltanto dentro la rivoluzione può esserci libertà, ma per chi si chiama fuori non esistono diritti.”

 

I poeti cubani non sognano più

I poeti cubani non sognano più

(neppure di notte)

Vanno a chiudere la porta per scrivere in solitudine

Quando scricchiola, all'improvviso, il legno:

il vento li spinge alla deriva;

alcune mani li prendono per le spalle,

li rovesciano

li mettono di fronte ad altre facce

(affondate nei pantani, bruciando nel napalm)

e il mondo sopra le loro bocche scorre

e l’occhio è obbligato a vedere, a vedere, a vedere

 

“Fuera del juego” è anche un inno d’amore alla patria, a Cuba, sempre portata nel cuore. “Cuba è la mia terra, la mia isola calda e selvaggia.” “Ho sempre vissuto a Cuba anche quando partivo.”

 

Sempre ho vissuto a Cuba

Io vivo a Cuba. Sempre

Ho vissuto a Cuba. Codesti anni di vagare

Per il mondo dei quali tanto hanno parlato ,

sono mie menzogne, mie falsificazioni.

Perché io sempre sono stato a Cuba.

Ed è certo

che ci furono giorni della Rivoluzione

nei quali l’Isola sarebbe potuta esplodere tra le onde;

però negli aeroporti

e nei luoghi dove sono stato

sentii che mi chiamavano

con il mio nome

e quando rispondevo

io mi trovavo in questa sponda

sudando

camminando,

in maniche di camicia,

ebbro di vento e di fogliame,

quando il sole e il mare si arrampicano sulle terrazze

e cantano la loro alleluia

 

Sopra a tutto, aleggia un potente senso di nostalgia, più di ogni altra considerazione umana, sociale e politica. Nostalgia che abbraccia ogni cosa: l’amore, il sesso, la patria, il sogno rivoluzionario, il ricordo di quartieri fatiscenti, di cartelloni slabbrati, di case diroccate eppure amate.

 

Il ritorno

Ti sei risvegliato almeno mille volte

cercando la casa dove i tuoi genitori ti proteggevano dal mal

tempo, cercando

il pozzo nero dove ascoltavi la ressa

delle rane, le falene che il vento faceva volare

a ogni istante.

E adesso che è impossibile

ti metti a gridare nella stanza vuota

quando persino l’albero del campo

canta meglio di te l’aria degli anni perduti.

Eri già il personaggio che osserva, il rancoroso,

preso, irrimediabile, per quel che vedi

e domani ti sarà tanto estraneo come oggi lo sei

a tutto quello che è accaduto senza che fossi capace

di comprenderlo,

e il pozzo continuerà cantando pieno di rane

e non potrai sentirle

anche se spiccano salti davanti ai tuoi orecchi;

e non solo le falene, ma il tuo stesso figlio

ha già cominciato a divorarti

e adesso lo stai guardando vestito con il tuo abito,

pisciando dietro il cimitero, con la tua bocca,

i tuoi occhi e tu come se niente fosse.

"The knock at our door came around seven in the morning." This is how Cuza Malè recounts the moment of the arrest of her husband, the Cuban, Castilian-speaking poet, Herberto Padilla.

After Padilla's "Fuera del juego" collection of poems won the UNEAC award in 1968, the book was considered counter-revolutionary and published with an appendix that stigmatized its content as an anti-Castro artist. Padilla was arrested in 1971 and, to regain his freedom, was forced to appear before the college of writers and make public abjuration of himself, of his writings, "confessing" supposed crimes of his and his wife against the Revolution. So Padilla expressed himself about his "self-criticism":

“The procedure was devised by Lenin to recover the revolutionaries in the ranks of the communist party and perfected by Stalin as a tool to morally destroy those who expressed critical positions. I agreed to recite self-criticism to get freedom and to leave Cuba, which had now become a prison. "

Many personalities, including Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini, Alberto Moravia - with some illustrious exceptions such as Gabriel Garcia Marquez - signed a petition to ask for his release. The Padilla affair marked the end of the support of leftist intellectuals for the Cuban Revolution, which had lost its libertarian connotations to become an authoritarian, castrist and castrating regime.

Padilla's verses are simple, discursive but only in appearance. They talk about concrete things, about everyday life, about the irruption of history and politics into the private life of the citizen who would like to do without it but cannot.

“I have always been out of the game, perhaps it is the condition of poet that does not allow us to stay inside, for us it is not possible, we are destined to tell an unpleasant truth in the face of the tyrant. A poet is good not to have him around, he is a sad character who always finds fault, who is never happy, above all he does not need power. "

As the translator (and editor) Gordiano Lupi says, "Padilla is not a dissident but a revolutionary who wants to keep thinking for himself."

"Fuera del juego" "is a song of freedom", "the symbol of revolutionary disillusionment" (always Lupi).

Padilla was part of a dream, he believed it but saw the expectations of a better world sinking, he understood that what he saw was no longer "his" revolution, he wrote verses "that are bad for the dream", which denounce the violence behind the hope spread by the heroes.
 

Fuera del juego is also a hymn of love for the homeland, in Cuba, always in the heart. "Cuba is my land, my hot and wild island." "I have always lived in Cuba even when I was leaving."

Above all, there is a powerful sense of nostalgia, more than any other human, social and political consideration. Nostalgia that embraces everything: love, sex, the homeland, the revolutionary dream, the memory of dilapidated neighbourhoods, of torn posters, of decaying yet loved houses.

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