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gordiano lupi

Sezione primavera: Nené

16 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto, #sezione primavera

Marlene Castagnini, per gli amici Nené, è nata (beata lei) il 26 maggio del 2000, a Piombino, dove risiede. Frequenta le scuole medie, nel tempo libero si diletta con la danza e la scrittura, compone poesie e brevi racconti di taglio onirico - fantastico. “Ho iniziato a scrivere lo scorso inverno. La scrittura mi ha fatto provare un senso di leggerezza e di libertà”, dice. Marlene deve ancora crescere, certo, non è una scrittrice nel vero senso della parola, ma è una ragazza che si diletta a usare le parole, cercando di imbastire una trama sufficientemente articolata. Il breve racconto che segue ci porta nel centro storico di Piombino, a contatto con lo struscio dei ragazzini, nel pieno di una storia fantastica, a tratti persino horror, con un imprevedibile virata romantica. A mio parere è un buon inizio per Marlene, se si considera che non ha ancora compiuto 13 anni. Voi che ne dite? (Gordiano Lupi)

Pomeriggio d’estate

Un sabato pomeriggio d’estate, caldo e tranquillo, mi ero data appuntamento con i miei amici davanti al nuovo negozio di vestiti del centro. Arrivai per prima, feci passare i minuti fissando un paio di meravigliosi leggins leopardati che tanto desideravo. Ero così assorta che non sentii neppure arrivare il resto del gruppo, nonostante i ragazzi urlassero e si prendessero in giro. Sabrina mi abbracciò alle spalle. Mi voltai. Vidi che si erano riuniti davanti al negozio, si rincorrevano e, come spesso accadeva, si prendevano gioco delle persone anziane.

-Siamo tutti? - chiesi a Sabrina.

- Tutti. Ginevra non viene. È dal dentista. Alessandro è malato.

-Bel modo di passare una giornata come questa - ironizzai - Andiamo ragazzi. Siamo tutti!

-Ciao Marina!- gridò Giacomo. Lui per me era qualcosa in più di un amico. Mi piaceva. Era un bel ragazzo dai capelli crespi, castani, i suoi occhi color smeraldo erano uno spettacolo.

- Quando sei arrivata? - mi chiese perplesso.

- Molto prima di te, sicuramente!- dissi abbracciandolo.

Fra una battuta e l’altra, cominciammo lo struscio in Corso Italia, urlando come idioti. Giunti alla fortezza del Rivellino, decidemmo di andare nella piazzetta di Marina. Mi piace l’atmosfera di Marina: è un posto tranquillo, in riva al mare, e poi il tramonto è un vero spettacolo. Inoltre si chiama proprio come me!

Arrivati sul posto subito ci rendemmo conto che le panchine erano libere e che la fontana era vuota. La fontana di Marina non è come tutte le altre. Non sembra una piscina formata dagli zampilli d’acqua. No davvero. Pare una piccola struttura in metallo fatta apposta per mettersi a sedere. Corremmo a prendere i posti migliori. Restammo quasi mezz’ora seduti a scherzare, fino al tramonto del sole. Ci gustammo il breve spettacolo, quindi tornammo verso il corso, passando per piazza Bovio. Fu in quel momento che un amico propose: - Facciamo un salto alla Tolla! -. L’idea non mi andava per niente a genio. Sapevo bene che voleva andare a vedere una casa che tutti consideravano infestata.

- Non è una buona idea. Non è prudente andare laggiù, specie adesso che è buio - dissi. Mascherai il nervosismo e aggiunsi: -Perché non restiamo un po’ in giro? Magari andiamo all’Euronics e proviamo i televisori in 3D…

- No davvero. Non voglio perdere l’opportunità di andare alla Tolla. Ci sarà da divertirsi. - disse Giorgio con sarcasmo.

- Certo, magari potresti essere travolto dal crollo della casa! - risposi. Cercavo ogni scusa per non andare in quel posto. Non sono un tipo pauroso, ma la Tolla non mi piace, è un posto che odio. Gli amici che c’erano andati, raccontavano cose spaventose e raccapriccianti sul conto di quella casa. Verità? Fantasia? Non lo sapevo ma non volevo verificare di persona.

Le mie lamentele furono inutili. Andammo alla Tolla.

Quando fummo vicini alla casa ci trovammo davanti una grande rete di metallo e filo spinato. “Meno male, così non potre...”. Non terminai la frase. Andrea alzò la rete e indicò un piccolo passaggio.
-Muoviamoci. Non abbiamo molto tempo!- disse guardandosi intorno-
Entrammo tutti. Andrea e Giorgio estrassero alcune torce. Lo sapevo che quei due erano d’accordo!

-Tenete- disse Giorgio porgendo le torce- Ci divideremo in gruppi: Marina, Giacomo e io staremo al piano di sotto, gli altri, invece, con Andrea. Mi raccomando: restate uniti! -

Disse queste parole con tono di superiorità. Mi faceva così rabbia che gli avrei tirato un ceffone! Passammo sotto un corridoio naturale composto da alberi secolari e raggiungemmo la porta della casa. Andrea si avvicinò con fare spavaldo e spinse la porta che si aprì cigolando. Entrammo lentamente, mentre il pavimento di legno, reso logoro dal tempo, scricchiolava sotto i nostri passi.

-Seguitemi- disse Andrea al suo gruppo - Andiamo piano.
-Noi invece andiamo di qua - disse Giorgio indicando una stanza buia- E restiamo uniti!

-L’hai già detto! Non siamo mica scemi!- dissi. “Soltanto un gruppo di idioti come noi possono entrare in una casa come questa...”, pensavo. Il mio ragionamento fu interrotto da strani rumori. Mi venne la pelle d’oca, diventai pallida e iniziai a mordermi il labbro inferiore, come mi accade sempre quando sono nervosa.

-Andiamo a vedere- disse Giorgio cercando di fare il grande. Ma la sua voce tremante lo tradiva. Ci avvicinammo alla stanza dalla quale proveniva lo strano rumore e aprimmo la porta.
La stanza era vuota. C’era solo un tavolo con un grammofono che suonava!
-Bimbi, voglio uscire!- dissi terrorizzata.

-Aspetta un secondo. Voglio capire cosa succede- fece Giorgio, perplesso.

-No! Voglio uscire! Fosse l’ultima cosa che faccio!-

A Giorgio non importava quel che dicevo. Continuava ad avvicinarsi. Illuminò il grammofono, ma non vidi nulla perché lui mi faceva ombra con il suo corpo. A un tratto, senza un motivo apparente, si fermò e iniziò a tremare. La sua reazione mi fece paura. Mi avvicinai. Lentamente. Quando gli fui accanto, posai la mia mano sulla sua spalla e gridai come una dannata.

Il grammofono sputava sangue! La stanza grondava sangue, un liquido denso, rosso e puzzolente. Il sangue mi bagnava persino le scarpe.

-Usciamo subito!- urlai tirando via Giorgio- Sabri! Uscite immediatamente, svelti!

Uscimmo dalla stanza. Sabri e gli altri erano scesi spaventati.

-Che succede?- chiese Andrea nervoso.

-Non c’è tempo per le spiegazioni, scappiamo!- urlò Giacomo correndo ad aprire la porta.

Ma dopo aver fatto qualche tentativo, iniziò a balbettare:- Ra-a-gaz-zi-si-a-m-ochi-usi!-.

-Tranquillo- gli dissi -Usciremo da qui! Giorgio, Andrea afferrate quelle tavole di legno e sfondate la finestra!- dissi prendendo in mano la situazione. Si unirono Sabrina e gli altri per dare man forte, mentre io cercavo alcune pietre per sfondare la finestra.
Andrea riuscì a rompere il vetro.

-Forza!Tutti fuor...- ma non finì la frase. Dalla stanza dove avevamo trovato il grammofono uscì una persona: era malconcia, aveva la barba e i capelli lunghi. Sembrava un barbone. Ma i barboni di solito non brandiscono pistola e coltello per ucciderti.

-Non uscirete più, mi dispiace - disse con voce roca.
Sabrina gridò terrorizzata gettandosi dalla finestra. Tutti gli altri la seguirono. Io restai per ultima, subito dopo Giacomo. Quando lui uscì, mi lanciai senza pensare. Ero quasi fuori quando qualcuno mi afferrò per il braccio.

-Lasciami!- urlai con le lacrime agli occhi.

- Non posso - disse il vecchio alzando il braccio che brandiva il coltello, pronto a colpirmi.

-La prego, non mi faccia del male. Non dirò niente!- supplicai, piangendo lacrime di terrore. “Addio mondo. Accidenti a me e quando ho accettato di venire...”, pensai. Mi preparavo a una morte lenta e dolorosa. Ma il colpo non arrivò. Svenni, dopo aver udito uno strano rumore, ma quando aprii gli occhi vidi il barbone disteso in terra, mentre ero tra le braccia di Giacomo e correvamo verso l’uscita. Al recinto, passai sotto la rete. Aspettai Giacomo, che mi prese per mano e mi portò via. Arrivammo a casa sua, approfittando del fatto che i genitori erano fuori, salimmo e mi fece cambiare. Indossai una sua felpa sopra i miei pantaloni verdi. Ero ancora scossa dall’accaduto ma accanto a lui mi tranquillizzai facilmente.

-Vorresti uscire?- mi chiese.

-Non so. Sono terrorizzata. Vorrei restare ancora un po’ qui...

-Non c’è problema- disse, sedendosi con me sul letto. Poi mi passò il braccio attorno la schiena. Mi voltai lentamente e lo guardai negli occhi. I suoi splendidi occhi.

-Sei così bella - mi disse. Poi si avvicinò e mi baciò.

Niente fu come mi ero immaginata. Era tutto più bello, più dolce. Più reale. Nonostante i fatti orribili di un’assurda giornata, riuscii a non pensare a niente, lasciando spazio solo a cose piacevoli. Passai l’intero pomeriggio in estasi. Eravamo soltanto noi. Io e Lui.

Marlene Castagnini

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Barolong Seboni Nell'aria inquieta del Kalahari

14 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia, #recensioni

Barolong Seboni Nell'aria inquieta del Kalahari

In the disquiet air of the Kalahari

Traduzione di Marisa Cecchetti

Si legge poca poesia nel nostro paese, purtroppo, anche se la lirica resta la prima forma letteraria conosciuta, insieme al teatro. Ma interessa ancora la letteratura in un panorama editoriale guidato dal profitto e gestito da manager? La domanda è retorica. Per fortuna che ci sono i piccoli editori e i traduttori intelligenti, tra i quali - immodestamente - mi ci metto pure io, visto che Il Foglio Letterario (grazie a Malini) traduce Polanski, ma anche (grazie a me) i cubani Viera, Navarrete, Padilla e Piñera, oltre a pubblicare italiani di valore (Garofalo e Polito su tutti). LietoColle compie un'opera meritoria, grazie all'attenta traduzione di Marisa Cecchetti che rende in un italiano raffinato e lirico alcune poesie scritte a Edimburgo, nel 1993, da Barolong Seboni (Botswana, 1957). Poesie scritte fuori dall'Africa, ma che parlano dei problemi e dei panorami della sua terra, profumano di nostalgia e di sconfinate praterie del Kalahari, pur scritte nel rigido clima scozzese. "La poesia di Seboni - come scrive la traduttrice in una dotta prefazione - passa attraverso il recupero della memoria dei padri, del loro orgoglio nazionale, è un processo di riscoperta delle radici che diventa riscoperta e costruzione di sé, con un ritorno nel grembo materno della sua tradizione, in un'esigenza di dignitoso riscatto della propria cultura dopo il tentativo dei bianchi di cancellare tale passato". Un popolo senza passato è un popolo perso, afferma Seboni. Come dargli torto? Ognuno di noi è alla ricerca del suo passato, delle sue radici, ma nel caso di Seboni sono radici antirazziste, ricordano la lotta contro un colonizzatore bianco per il riscatto d'una terra libera. Il mio amore per Cuba fa sì che riesca ad apprezzare meglio di altri questa straordinaria opera poetica, perché sono molte le suggestioni che sento vicine. Alberi possenti come il baobab - nel Caribe si chiama ceiba ma è la stessa cosa - dove si seppelliscono i propri cari, simbolo di energia, di longevità e di forza.

La leggenda cubana della ceiba che protegge perché contiene le anime dei genitori, della possente sequoia immortale che non va abbattuta ha radici africane. La jacaranda è un altro fiore che unisce Africa e Cuba, commistione razziale e paesaggi sconfinati tra terra e mare sono il ricordo che torna prepotente alla memoria. La poesia di Seboni ricorda liriche di Piñera e racconti di Cabrera Infante quando cita il fiore dal rosso colore, l'erba ingiallita, il vento capriccioso, i cespugli dannati e gli ossuti rovi. Le donne della Namibia sembrano contadine cubane di razza nera sedute all'ombra della loro bancarella, un vestito che è fluire di luce splendente, mentre cuciono pezze multicolori sulle bambole che vendono. E che dire delle stagioni? Come posso non amare una lirica che recita: "Non ci sono stagioni/ in Africa, dicono/ solo calde estati che fumano/ di nubi tonanti gonfie/ di pioggia del tipo convenzionale/ e notti invernali che fischiano/ sulle sabbie gialle del Kgalagadi". Questa è Cuba, signori, non soltanto l'Africa, è anche la terra dei miei amati poeti che un tiranno fuori dalla storia mi impedisce di rivedere. Ecco perché non posso scrivere una recensione su questo piccolo gioiello di libro, ma solo testimoniare tutto il mio amore per liriche intense che raccontano un luogo dell'anima che non è patrimonio esclusivo del poeta. Due parole sulla traduttrice, Marisa Cecchetti, che ha scoperto un talento lirico ignoto al pubblico italiano. Pisana di San Giuliano Terme, lucchese di adozione, di cui abbiamo letto con piacere un intenso romanzo di formazione come La bici al cancello (Baroni, 2007). Vi lascio con due liriche particolarmente suggestive di Seboni. Leggere la sua opera fa bene al cuore.

Sanguedisole

Nelle sere

le donne di Soweto

con occhi arrossati

piangono

perché attraverso

il velo di fumo

densodipus

il loro sole

sanguina.

Coltello notturno

Al colpo

di un coltello

la notte si immerge

improvvisa sul tenero

fianco di Soweto.

La mattina grida

come sirene

insanguinate di rugiada.

E il giorno

si sparge vuoto

spalancandosi

in una sorpresa mortale

come una gola

fessa.

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Emilio Guardavilla marinaio, scrittore arenato a Piombino

9 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

Emilio Guardavilla marinaio, scrittore arenato a Piombino

Emilio Guardavilla vive e lavora a Piombino anche se è nato nel cuore della Maremma. Attualmente, dopo vent'anni di mare, oltre la metà come Commissario di Bordo, conduce una vita regolare sostentata da un lavoro sedentario nell'ambito della siderurgia e allietata dai suoi due passatempi preferiti: scrittura e cucina. Collabora con la rivista Costa Etrusca dove scrive articoli di cronaca, attualità e recensioni. Ha pubblicato due libri: Il lessico della Talassa - Mille voci da un popolo di navigatori, santi e poeti (Graus 2009) e Uomo a mare (Del Bucchia, 2012). In questo racconto - poetico ed evocativo - Emilio Guardavilla tratteggia un dialogo tra due persone, a tratti surreale, a tratti concreto, un colloquio tra un ascoltatore e un affabulatore. Non è difficile intravedere nel secondo ruolo l'autore del racconto, per molti anni lontano dalla sua terra, che ricorda il tempo passato navigando sul mare, incontrando uomini, donne, ricette e nuovi paesaggi. Nelle parole del personaggio c'è la narrazione incantata di un'esistenza, vissuta con il desiderio del ritorno, adesso realizzato, con la tazzina di caffè tra mani, al tavolo di un bar, davanti a un vecchio amico, mentre osserva il mare, antico amore della sua vita. (Gordiano Lupi)

Dov'eri quando non c'eri?

- Dov'eri quando non c'eri?

- Ero via da qui. Ero via da te. Ero via da tutto. Ero dove tutto è via. Lontano da dove sono nato, lontano da dove sono stato. Molto lontano da come sono sempre stato. Sono stato giovane, adulto e vecchio quando ero là. Poi sono diventato io, quello di ora, un vecchio ragazzo, anziano con il cuore giovane; e non sono più cresciuto. Assomiglio poco tanto a mio padre quanto a mio figlio; loro due si assomigliano di più. Io sono in più. Io sono più vecchio del primo e più giovane del secondo; meno adulto di entrambi, più triste e più felice di entrambi. Dove ero io ero sempre solo; insieme a me c'ero solo io. Non c'era né mio padre né mio figlio, nemmeno quando pensavo che fossero lì con me. Né quelli che non ho più, quelli che sono stati sempre insieme a me da quando se ne sono andati. Con me non c'erano né vivi né morti. Dove ero io c'erano persone che respiravano e che gli batteva il cuore però non erano vivi. Dove ero io i padri e figli non si distinguono perché fanno tutti le stesse cose e dicono tutti le stesse parole. I padri lavorano con i figli degli altri e i figli parlano con i padri degli altri come se fossero davvero padri e figli. Io sono stato padre di figli che non parlavano neanche la mia lingua e allo stesso tempo sono stato figlio di padri che non parlavano per niente. Ho imparato a rispondere ai loro silenzi con frasi sempre più corte, con sempre meno parole e parole con sempre meno sillabe. Dove ero io i padri e i figli facevano finta di non essere tristi e la domenica mattina si sorridevano anche. Invece erano tutti in un mare di guai, brutto e grosso come quello che avevano sotto il letto dove non dormivano mai. Dove ero io il mare era attaccato al cielo e non si capiva dove finiva uno e cominciava l'altro perché erano sempre dello stesso colore. Erano di un colore che non era mai blu. Tutti avevano paura delle paure che li avevano fatti andare via da casa. Tutti avevano paura del mare e del cielo e anche io ma loro sembrava che ne avessero meno di me. Lo soffrivano anche loro ma ne soffrivano meno di me e non ne parlavano mai. Neanche io ne parlavo mai ma avevo tanta voglia di parlarne con qualcuno però nessuno voleva. Io ho paura del mare anche ora che lo vedo da lontano. E quando penso che il mare è lontano ho paura lo stesso.

Certe notti me lo sogno e quando lo sogno non è mai brutto ma nel sogno ho paura lo stesso perché penso che possa diventare brutto. Dove ero io non ho mai sognato un sogno. Dove ero io, quando dormivo, non ho mai sognato niente, nemmeno di non essere lì. Dove ero io dormivo vestito per non perdere il tempo della veglia e con il salvagente come cuscino per non perdere il tempo del sonno. Dove ero io il sonno non avvertiva, arrivava all'improvviso senza farsene accorgere e poi mi scaraventava così lontano che quando mi svegliavo non mi sembrava nemmeno di aver dormito. E la mattina che seguiva era piena di buongiorno incerti e senza speranza fino al pomeriggio e anche di sera perché dove ero io a qualsiasi ora c'era qualcuno che si era appena svegliato. Prima di prendere sonno pensavo sempre a qualcosa da mangiare anche se non avevo fame. Dove ero io si mangiava bene, si mangiava e si beveva tutto con lo stesso sapore. Quel sapore non lo so che sapore era però era un sapore che mi piaceva e allora ne mangiavo tanto e ne bevevo tanto. Però non sono ingrassato, forse ho perso qualche chilo e ho sviluppato i muscoli di sopra; forse anche quelli delle gambe, non lo so. Ero in forma. Quando ero lì sono fatto i crescere i baffi per sembrare più grande. Mi sono fatto i crescere i baffi per sembrarmi più grande. Mi guardavo allo specchio e con i baffi credevo di più a quello che mi dicevo e a quello che facevo perché me lo diceva uno con l'aspetto da grande. Dove ero io la barba me la facevo col sole alto perché prima non volevano che me la facessi. Forse perché portava male o perché non stava bene agli occhi di loro. Io facevo come dicevano loro, come dicevano quelli più anziani di me. Poi piangevo. Dove ero io, quando non lavoravo e ero da solo, molte volte piangevo. Ora piango molto meno ma appena posso lo faccio anche qui. Dove ero io piangere era più facile, avevo più tempo e un posto tutto per me dove poterlo fare. Lo decidevo io quando piangere o quando ridere; ero padrone di piangere e ridere quando volevo io ma di ridere mi succedeva sempre di meno. Ridevo di cose che non facevano ridere nessuno. Piangevo per cose che non facevano piangere nessuno. Piangevo perché piangendo ero veramente io e non quello che vedevano gli altri. Mi sentivo meglio perché mi riconoscevo e tornavo a essere io anche se per poco; anche con questi baffi che non mi fanno sembrare me per niente. Non lo so se gli altri piangevano, secondo me piangevano anche loro ma non so se piangevano per dolore o per gioia. Io piango per gioia e per dolore anche se non so ancora riconoscere quando piango per una cosa o per l'altra. Dove ero io c'erano anche donne, tutte senza età e senza sorriso. Le donne che c'erano dove ero io sorridevano solo con la bocca, non le ho mai viste sorridere con gli occhi. Erano donne senza malinconia, belle e brutte ma senza malinconia. Donne belle e brutte col sorriso e con gli occhi muti. Erano donne con lo sguardo in bianco e nero come il pavimento di quella terrazza sul mare laggiù.

- Per me un caffè.

- Per me un caffè basso.

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David Marsili, biologo e musicista, a tempo perso scrittore

7 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

David Marsili, biologo e musicista, a tempo perso scrittore

Vi faccio conoscere un giovane scrittore livornese che posso vantarmi di aver scoperto, anche se - come diceva Franco Franchi - chi scopre per davvero è soltanto la levatrice. Ma a parte le contaminazioni cinematografiche di cui non riesco a fare a meno, voglio presentarvi David Marsili, classe 1973, un biologo che si occupa di sicurezza sul lavoro e di ambiente nel settore chimico. Musicista fallito (ha fondato alcune band locali dalla fine degli anni Ottanta senza molto successo), da alcuni anni si dedica alla narrativa. Nel titolo dico - scherzosamente - a tempo perso, ma in realtà lo fa in maniera professionale e con buon successo di critica. Autore che nasce con impostazione noir, riesce a descrivere i problemi del quotidiano usando e contaminando i generi letterari. Ha pubblicato i romanzi Viscere - L'indifferenza della notte (Il Foglio Letterario, 2008) e Uomo di Tungsteno (Il Foglio Letterario, 2011), ma anche diversi racconti in antologie livornesi (Siuski, 2009; Presenze di spiriti, 2010; Sassoscritto, 2012) per Edizioni Erasmo e un racconto con Perdisa Pop. Ricordiamo una sua breve novella vincitrice del concorso letterario bandito da Il Tirreno. Sta scrivendo un racconto di ambientazione piombinese per l'antologia Raccontare Piombino, in uscita per Il Foglio Letterario. I am the resurrection, in uscita per la nuova collana Demian de Il Foglio Letterario (in brossura ed e-book), è anche l'assaggio del terzo romanzo in lavorazione. Pubblichiamo due brevi racconti inediti.

La situazione in pugno

- Dottore, sono tutti in sala. La stanno aspettando.

L'Amministratore Delegato si allentò leggermente il cappio Burberry, e si diresse verso la finestra. La segretaria ne approfittò per sbirciare sul brogliaccio degli appunti del capo. Ghirigori e disegni senza senso.

- Vada pure, Sheila. Arrivo subito.

Sheila si morse leggermente il labbro superiore e si diresse verso la sala riunioni.

Nel discorso dell'AD, i problemi diventavano problematiche, i tempi tempistiche, i documenti documentazioni. Come se l'aumento sillabico rendesse più importanti e solenni gli argomenti, anzi le argomentazioni, per giustificare la scelta.

La scelta, disse ancora, era improcrastinabile. Ne andava del destino di tutti. E una volta presa, sarebbe stata irreversibile.

- Bene, è ora di decidere. Questa sarà la scelta che cambierà le vite di tutti noi, e non solo.

Dopo aver ricevuto occhiate d'approvazione da tutti i membri del consiglio, guardò la segretaria alla sua destra e prese a tamburellare sulla ventiquattrore di pelle, che la donna teneva in grembo.

- Sheila, tiri fuori i dadi.

- Vuole dire…i dati?!

- No, Sheila. Ha capito bene. Presto, non c'è altro tempo da perdere. Dio non gioca a dadi. Io sì.

Il piccolo cubo di legno fece eleganti moti di rivoluzione sul tavolo di vetro. Barcollò incerto, rimase sospeso su un vertice, poi riprese a piccoli giri e andò a fermarsi in un angolo buio, nero liquirizia, ai margini del piano. La mano dell'Amministratore era ancora sollevata a mezz'aria, fiera e responsabile della sua azione.

E tutti si sporsero in avanti, le cravatte afflosciate sul tavolo, a cercare di leggere il loro futuro sulla facciata superiore del dado, in piccoli dischetti d'avorio sbiadito.

Percorso archetipo del suicidio (presso Charleroi)

Siamo nel 2012, ma potremmo essere anche nel '56, almeno per come me l'hanno raccontato.

Poche cose sono cambiate, i mattoni delle case sono ancora anneriti dalla fuliggine, anche se le miniere di Marcinelle sono chiuse da tempo. Come sempre, il cielo si ferma ogni ora a pisciare.

Mi riparo sotto un portico, in una via deserta. La pioggia è aumentata e le mie scarpe estive imbarcano acqua. Mi viene da alzare lo sguardo verso le facciate. Attraverso una vetrata scorgo dettagli di una vita squallida. Solitudine e masturbazioni contro lo sfondo di carte da parati deprimenti. Corridoi angusti su terrazzini incompatibili con la vita, che trasmettono solo la voglia di gettarsi di sotto una volta per tutte.

Il Belgio è un paese che c'è sempre un momento in cui sei solo.

Uno squarcio di cielo. Riprendo a camminare e, visto il sole che di nuovo ha ripreso la scena, decido di fermarmi per una trappista al tavolino di un bar. Ne ordino una brune, mi siedo e aspetto. I piccioni occupano tavoli vuoti, mentre accanto a me una donna allegrotta e non troppo giovane ride, cinguetta e si contorce tra due individui unti e non meno ubriachi.

Poi una vecchia esce dal bar tutta trafelata e attraversa la strada; probabilmente non ha pagato il conto. Il cameriere che mi ha appena servito le corre dietro. Iniziano a urlare, a offendersi. Poi il cameriere le sputa addosso e torna indietro, con gesti e parole indirizzate al nulla.

Guardo con sospetto la mia birra.

La donna allegrotta e non troppo giovane ride. Assaggio la birra e mi dà una sensazione di annacquato. Due ragazze si siedono a un tavolo davanti a me, una di loro si lamenta dei piccioni. Fa un gesto di fastidio con la mano.

"Ho paura degli uccelli" dice alla sua amica.

"Anche di quelli di notte?" commenta ad alta voce la donna allegrotta e non troppo giovane. I due uomini unti se la ridono grassa.

Pago e mi allontano. Sento qualche risata alle mie spalle, ma non mi volto. Non voglio grane.

Salgo verso una strada che sembra promettere qualcosa di meglio. Sul cornicione di un supermercato, ragazzi suonano musica elettronica. La cosa mi piace, mi fa sentire meno solo. Il cielo della Vallonia, però, ha ancora voglia di pisciare. Lo scroscio arriva forte, i ragazzi staccano i cavi e spariscono in una finestra. La strada è di nuovo vuota. Ogni tanto passa qualcuno; gente brutta, grottesca. Denti erosi dall'acqua povera di calcio.

La piazza centrale è un acciottolato senza soluzione di continuità tra il marciapiede e la strada. Gli automobilisti sfrecciano in traiettorie improbabili; tra i cartelli non ce n'è uno a piombo.

Camminando per le vie periferiche, la costrizione al petto aumenta. Nelle vetrine, sporche e senza illuminazione, sono esposti oggetti casuali. Cose rotte, scherzi di carnevale fuori stagione e oggetti con riferimenti sessuali fuori da qualsiasi stagione. Oltre i vetri di quelle botteghe sinistre, non ti stupiresti di trovare bambine legate e nude e denutrite. Forse è per questo che non ci sono negozi di giocattoli, in giro. Una forma di pudore verso le Marcinelle note e quelle mai conosciute dalla stampa.

Immagino le vie d'uscita da una nascita in questa città. Diventare pedofilo, serial killer o, ancora peggio, farsi rasare a zero facendosi lasciare solo un disco di capelli in cima al cranio da uno di questi parrucchieri marocchini di periferia. Oppure studiare economia o chimica e fuggire.

Invece, in questo strano percorso di vita, io ci sono arrivato ora, e il fatto è che ci devo stare almeno due anni. Senza una donna, senza un amico, e con il fardello che mi porto addosso. Inizio a meditare seriamente per una quarta via d'uscita.

Scendo di nuovo verso la stazione. Sulle vetrate della cupola vedo la scritta: CHARLEROI SUD. Poi cambia ancora la luce. Arriva un nuovo scroscio, questa volta più forte. Charleroi abSUrDe, penso io. Tentenno un attimo: attraversare la Sambre o cercare un riparo?

Corro verso la tenda di un bar. Mi fermo al riparo dell'acqua. Una nuova tristezza mi assale. I calzini inzuppati m'imprigionano i piedi. Entro nel bar per riscaldarmi un po'.

L'atmosfera è strana: le luci sono deboli, i tavoli distanti, divisi da separé di legno scuro. Mi chiedo quale sia la costante. Ecco, sono tutti uomini. Ora realizzo i due sulla porta. Uno abbraccia l'altro, un tipo sinistro con il capo coperto dal cappuccio di una felpa e vistosi herpes intorno alla bocca.

Ci mancava anche un bar di finocchi.

Niente di personale, ma preferisco uscire nella pioggia. Me la prendo tutta in faccia, nei vestiti, nelle scarpe. Attraverso il ponte sul fiume che sembra un canale industriale. Mi aggrappo alla ringhiera, mi sporgo fuori con tutto il busto. La pioggia mi passa sul collo, sulla schiena, entra nei vestiti, ovunque. Penetra in me e mi diluisce. Sono tutt'uno con il fiume. Basta solo un gesto.

Un pianto leggero. Un pigolio. E' un segnale debole, ma è quello che mi riporta allo stato solido. Ruoto la testa verso destra. C'è una figura scura: una donna avvolta in un mantello impermeabile, seduta su un grosso trolley nero opaco. Non riesco a vederle la faccia. E' piegata in avanti, la donna. Sembra che pianga.

Mi avvicino. Mi abbasso per farmi vedere. Ha capelli corvini, quasi blu, e il trucco sfatto; sembra una bella donna. Appena mi vede la sua espressione cambia. Allarga le braccia e mi stringe a sé.

"Gerard, oh Gerard."

"Signora… Io non."

"Zitto Gerard. Non dire niente. È stata tutta colpa mia."

Mi prende il viso con le mani e poi mi infila la lingua in gola. Sa di liquirizia. Provo ancora a staccarmi ma il suo corpo ora aderisce perfettamente al mio. Mi prende una mano e la porta sulla sua coscia. Sento la scanalatura di un autoreggente.

Non dico niente, è vero, è solo colpa sua e sto al gioco, non è poi così male essere questo Gerard. Gettarsi nel nero di quella donna invece che in quello della Sambre, per farsi mangiare gli occhi da pesci incommestibili e farsi ritrovare in qualche fosso di provincia ancora più triste.

Senza contare, infine, che ha anche smesso di piovere.

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Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone

5 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone

Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone

Roberto Mosi

Edizioni Il Foglio

Nel percorrere la vita della protagonista del libro di Roberto Mosi, la sorella di Napoleone Elisa Baciocchi, la curiosità è immediatamente deviata sulla biografia dell'autore. Apprendiamo che Roberto Mosi è anche autore di sillogi di poesia e, tra i titoli pubblicati, due si pongono immediatamente in rilievo: "Luoghi del mi-to" e "Nonluoghi". L'impressione di lettura delle prime pagine trova dunque un primo riscontro. Siamo in presenza di un tracciato, forse l'ultimo (sebbene in prosa), di una trilogia dedicata allo spazio fisico (o non fisico - comunque non soltanto mentale). E in effetti la dedica posta in esergo al testo è, appunto, rivolta alla città di Piombino, senza dissimulare l'atto di amore al luogo (ai luoghi) che pervade l'opera: "A Piombino […] / un paesaggio di grande poesia". Si potrebbe, quindi, cominciare la lettura del libro con l'aspettativa di un visita-tore che sta per essere condotto alla scoperta di luoghi noti attraverso un per-corso del tutto inedito, in presenza di una sorta di genius loci (la Baciocchi) che nello spazio curvato dal tempo protegge la storia di quei luoghi e allo stesso tempo ci invita e ci conduce a sposare la legge della relatività per unirsi al suo cammino.

Siamo dunque nel presente della narrazione, percorriamo il passato remoto della storia e ci proiettiamo nel futuro di viaggio personale.

Da dove partiamo? Evidentemente da Lucca, prima assegnazione ai coniugi Ba-ciocchi (Elisa e Felice) da parte di Napoleone (Principato di Lucca e Piombino). Il viaggio prosegue poi per le altre città toccate dalla reggenza dei coniugi (Livorno, Pisa, San Miniato Massa Carrara).

Su questi luoghi Elisa Baciocchi condusse una tangibile azione riformatrice e creativa, attraverso una guida matura e responsabile, sufficientemente autono-ma seppure sempre nel segno del potere del fratello minore Napoleone.

Curiosa e intraprendente figura quella di Elisa, di cui Mosi traccia un profilo pie-no e significativo, grazie ad un profondo lavoro di studio della storia e delle te-stimonianze attorno alla donna e al periodo che portò in Italia profondi cambia-menti nella politica e nella cultura.

Se Laetitia Romolino, matriarca della famiglia di Napoleone, soleva dire che non giocava a fare la principessa, notiamo come Elisa Baciocchi - per contrasto - sia stata l'incarnazione ideale della figura di principessa, al tempo stesso assoluta e illuminata, che determina con decisione e mano ferma l'andamento politico ed economico del governo che sempre ha condotto in prima persona, pure aiutata da un consorte intelligente e a lei dedito.

Fiera, di una fierezza condita di buon senso e gusto, così Roberto Mosi ritrae la Baciocchi. Una donna tenace che vive e interpreta un tempo dalle grandi con-traddizioni e anche dai grandi spunti innovativi. Nobile per destino familiare e non per nascita, Elisa Baciocchi è un personaggio simbolo dell'epoca, della bor-ghesia che pretende uno spazio decisivo nella nuova, mobile società dell'Italia napoleonica.

La ex borghese Elisa Bonaparte Baciocchi, divenuta Sua Altezza, si veste della magnificenza di una corte costruita secondo la misura di quella parigina delle Tuileries, rivissuta però con un approccio che distanzia Elisa dagli intrighi di pa-lazzo e le permette di mantenere rapporti autonomi con il clero e gli altri poteri, garantendo a se stessa un potere assoluto, ma mediato da entusiasmo e intelligenza.

Ritratta la protagonista, proseguiamone il viaggio. Sarà bene rilevare una prima peculiarità di questo saggio/guida: in grassetto sono evidenziate alcune paro-le/stringhe chiave che vanno a costituire una sorta di fil rouge prettamente sto-rico-geografico, ponendo in rilievo i passaggi o i luoghi di maggior importanza. Una sorta di sottotesto (o sovratesto) che consente una meta-lettura come a di-segnare una mappatura, per l'appunto.

Per ogni tappa un inquadramento storico (che spazia dagli avvenimenti relativi alla città "visitata" alla cronaca del passaggio di Elisa) e, spesso, culturale e di costume (dei costumi).

A tale proposito, soffermandosi anche sulle innovazioni apportate da Napoleone in ogni campo della vivibilità urbana, lo sguardo di Mosi si concentra su gustosi dettagli (i menu settimanali che erano soliti consumare i fratelli Napoleone ed Elisa o ancora la tecnica di conservazione delle derrate in uso all'epoca) per poi abbracciare, per un capitolo intero, la vita culturale a Parigi e nei domini italiani durante il governo di Bonaparte. Complice la passione della Baciocchi per la bellezza e l'arte, è gioco facile per Mosi immergerci nella magnificente sensibilità di Elisa che, apprendiamo, fu risoluta nel condurre a fasto qualsiasi luogo il suo piede toccasse (esemplare l'episodio del Palazzo dei Cybo Malaspina, a Massa, che la Baciocchi non esitò a trasformare in residenza d'arte a pena di rimozione di incarichi, minacce e sgombero di uffici, pur di recuperarne ed esaltarne la vocazione principesca).

La nostra guida (Mosi o Baciocchi?) indugia poi sulla toponomastica e addirittu-ra suggerisce al lettore la strada migliore per raggiungere la meta. La finzione è funzione di salto temporale sul posto e così nel momento in cui ci imbarchiamo (oggi, ieri?) dall'Isola d'Elba per raggiungere Livorno ci imbattiamo nell'Imperatore Napoleone che il 26 febbraio 1815 fece lo stesso tragitto, vide gli stessi luoghi e ci appare nell'uniforme verde di allora (descritta con dovizia di particolari) scortandoci (dal passato, oggi?) verso la costa per poi lasciarci e proseguire alla volta di Parigi. La scoperta di luoghi, personaggi, storie rimane sospesa al saluto di Elisa che, nel 1814, costretta dagli eventi lascia la terra di Toscana. Ma il libro di Mosi è ovviamente libro da leggere e rileggere ancora come saggio storico e come guida al territorio. Si parla di personaggi noti, di itinerari inconsueti, di artisti, palazzi e feste, solitudini, arrivi e partenze.

Può infine parlarsi di luoghi "altri"? Se con ciò si intendono le cc. dd. eterotopie (categoria di luoghi teorizzata da Michel Foucault; per "eterotopia" si indica quel luogo in cui i normali rapporti con lo spazio sono sovvertiti, ad es. il cimitero o il manicomio) la risposta non può che essere negativa. I luoghi in cui siamo stati guidati da Mosi (e da Elisa) non sono luoghi altri né altri luoghi (la città di Lucca era e rimane tale e così le altre). Eppure non sono più gli stessi luoghi del tempo precedente la lettura, dal momento che li abbiamo attraversati nella storia e li attraverseremo con la nostra esperienza alla luce del loro passato e di chi, quel passato, ha reso luminescente sino ad oggi. Forse potremmo definirli "luoghi altrimenti" e tentare un parallelo con la fotografia, in cui la stessa scena vista dai nostri occhi e inquadrata dall'obiettivo del fotografo (con tutta l'esperienza e la distorsione dello sguardo di chi scatta) si presenterà la stessa eppure diversa. È dunque con un richiamo alla "differenza" che, nel chiudere questo percorso nel percorso, si invita a considerare il libro di Mosi come un prezioso e stimolante taccuino di viaggio che ci conduce ad un "differente" movimento nello spazio tempo.

Da segnalare, per concludere, due utili appendici : una cronologia dei principali episodi delle vite di Elisa e Napoleone e una bibliografia commentata.

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My name is Tanino

30 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

My name is Tanino (2002)

di Paolo Virzì

Regia: Paolo Virzì. Soggetto: Paolo Virzì. Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì. Produzione: Mario e Vittorio Cecchi Gori. Casting: Lisa Parasym. Suono in Presa Diretta: Mario Iaquone. Costumi: Alex Reda. Scenografia. Ian Brock, Sonia Peng. Montaggio: Jacopo Quadri. Fotografia: Arnaldo Catinari. Musiche: Carlo Virzì. Canzoni: Cello Song (Nick Drake), La descrizione di un attimo (Tiromancino), That's Amore (Warren/ Brooks), You Make Mee Feel So Young (Gordon/ Mirow), You Won't See Me Cry (Sinclair/ Falsia), Moonlight Kisses (Ron Goodwin), Va' Pensiero Sull'Ali Dorate - dal Nabucco (Giuseppe Verdi). Organizzatore Generale: Giovanni Lovatelli. Aiuto Regia: Rocco Gismondi, Francesco Pavolini, Marco Limberti. Direttori di Produzione: James Power, Vincenzo Testa, Carlo Carpentieri. Operatore alla Macchina: Michael Carella. Interpreti: Corrado Fortuna, Rachel McAdams, Jessica De Marco, Frank Crudele, Barry Flatman, Lori Iallier, Don Francks, Mary Lons, Robert Bockstael, Daniele Bouffard, Beau Starr, Marina Orsini, Salvo Compagno, Licinia Lentini, Mimmo Mignemi, Domenico Starnone, Frank Falcone, Genio Carbone, Jerry Sprio, Roy Meleca, Neville Edwards, Benedetto Raneli, Paride Benassai, Faro Como, Frank Alonzi, Craig Lund, Meredith Ostrom, Giovanna Criscuolo, Stefania Biandeburgo, Caterina Romano, Benedetta Di Chiara, Luca Michele Cirasola, Sascia Ugenti, Antonio Palumbo, Giuseppe Sollecito, Rodolfo Statte, Johnie Chase, Rothaford Gray, Gerry Salsberg, Francesco Sineri, Ilke Hinger, Luba Schiller, Julian Grant, Eric McNabb, Alexander Chapman, Giorgio Catalano, Ornella Giusto, Irene Lopez Kuchilan, John Suresh, Peter Marino, Carmela Albero, Anna Starnino, Pietro Giammanco, Francesco Confalone, Gaspare Magaddino, Barbara Bacci, Giovanni Cipolla.

Paolo Virzì afferma: "My name is Tanino è il mio film più stupido, ma forse anche il più lieto. Non è un romanzo di formazione perché il protagonista non cresce, anzi, tutte le volte che è sul punto di capire qualcosa della sua vita sviene oppure si dimentica". (Accardo - Acerbo "My name is Virzì", pag. 113).

A parte quel che dice il regista, la sola definizione che ci viene a mente a proposito di questo lavoro di Virzì è proprio storia di formazione, vicissitudini di un ragazzo che tenta di scoprire l'America. Valzerino americano è il racconto - scritto dal regista nel 2000 - dal quale Virzì, Bruni e Piccolo estrapolano la sceneggiatura di My name is Tanino. Le suggestioni sono nobili - Proust, Celati, Mark Twain - i risultati inferiori, anche se la storia tiene e il film risulta invecchiato bene. I nostri autori raccontano le avventure eroicomiche di Tanino Mandolia (Fortuna), figlio di una parrucchiera siciliana(Lentini), che prima parte per Roma con l'ambizione di fare il regista, poi opta per gli States alla ricerca del primo amore (McAdams). Un altro motivo di fuga, meno nobile, è quello di sottrarsi agli obblighi di leva. In America conosce un sacco di amici e parenti siciliani che si danno un gran da fare per il suo futuro, anche se lui non gradisce. Ne succedono di tutti i colori: la ragazza è fidanzata, la famiglia borghese che accoglie Tanino non è perfetta come sembra, il ragazzo conosce un'orrenda italoamericana che i parenti siciliani vorrebbero fargli sposare, ma lui fugge, incontra un regista in disgrazia che ammira da sempre e assiste alla sua morte, infine viene sbattuto in galera…In mezzo a tanti eventi paradossali ci sono gli svenimenti di Tanino, incapace di affrontare la vita e i problemi, sempre confuso e inadeguato. Alla fine viene rimpatriato in Italia e decide di scrivere un film su quello che gli è accaduto, anche se non l'ha ancora capito bene.

Bravissimo Corrado Fortuna, attore esordiente non professionista scoperto da Carlo Virzì (autore di splendide musiche), inventato protagonista da un Paolo Virzì capace di far recitare chiunque. Il film viene girato tra Trapani, Palermo, New York, Toronto, costa abbastanza, ma non moltissimo, il problema è che l'impero Cecchi Gori sta scricchiolando e la produzione si blocca ripetutamente. My name is Tanino viene girato proprio in mezzo alle beghe giudiziarie di Vittorio Cecchi Gori e per un certo periodo di tempo corre il rischio di non uscire. Per ultimare la pellicola, il regista spende il meno possibile, modifica il finale ed elimina una scena complessa ambientata nel porto di New York. Il film finisce sotto sequestro a causa del fallimento del produttore ed esce solo il 30 maggio del 2003, a fine stagione. Incassa poco, nonostante la distribuzione Medusa, supera appena un milione di euro. Negli Stati Uniti è un trionfo, anche se la distribuzione è indipendente.

My name is Tanino è raccontato con il consueto stile narrativo della voce fuori campo, con azzeccati riferimenti politici, accuse alla globalizzazione e ottime parti oniriche. Virzì cita persino Miracolo a Milano di De Sica e Zavattini immortalando il volo surreale del protagonista che ripercorre la sua infanzia.

Realistico e in linea con i tempi - pur con toni comici - il rapporto tra Tanino e il compagno politicizzato, un vero reduce del passato. Licinia Lentini proviene dalla commedia sexy e il suo ruolo ammicca a un blando erotismo, come madre di Tanino e amante di un personaggio che il figlio non sopporta. Lo scrittore Domenico Starnone è il professore di Storia del cinema che vorrebbe aiutare Tanino ma non ottiene nessuna risposta sufficiente. Tanino sviene, scappa dalla realtà, vola verso il passato, rivede la madre, il padre ucciso dalla mafia, vorrebbe sapere tante cose che non ha avuto tempo di chiedere. Le parti oniriche e i flashback sono la cosa migliore di un film dal tono dolce e romantico, stile commedia sofisticata nella parte americana, molto commedia all'italiana nei momenti di raccordo. Virzì critica la famiglia borghese statunitense, la facciata rispettabile che nasconde i problemi, fa capire che dietro l'apparenza si nascondono tradimenti e pulsioni distruttrici. Gli italoamericani vengono trattati da mafiosi e maneggioni e anche se il taglio è grottesco il regista coglie spesso nel segno. Alcune sequenze sembrano prelevate da un noir americano, un poliziesco rapido che fotografa le strade di New York in maniera essenziale. L'incontro con Chinasky (Franks), il regista in disgrazia che Tanino venera come un maestro è un momento molto poetico che termina con la morte del mito, in tutti i sensi. Un film non del tutto riuscito, ma che si rivede volentieri, spaccato di una società che cambia, ritratto di un personaggio inadeguato alla vita, incapace di affrontarla.

Rassegna critica. Pino Farinotti concede tre stelle: "Virzì fa viaggiare il suo personaggio dentro paesaggi da film, accompagnato dalla macchina da presa, come se, nel raccontare la vicenda di Tanino fosse riuscito a non mettere mai piede fuori dal cinema". Molto meno entusiasta Morando Morandini che assegna una stella e mezzo senza sprecare un briciolo di motivazione. Paolo Mereghetti arriva a due stelle: "Virzì aggiorna divertito una vecchia formula (l'italiano all'estero), facendo precipitare il suo antieroe in un mondo ancora più provinciale di quello che si è lasciato alle spalle. Nell'affollarsi di personaggi, si ritrovano pregi e difetti della commedia all'italiana di una volta: capacità di osservazione, talento per il bozzetto satirico, indugio caricaturale, tendenza a smussare gli angoli. Ma Virzì sa anche rappresentare in modo non acritico una certa disponibilità cialtrona, emblematica di una generazione". Il critico milanese è convincente nella puntuale analisi critica. Resta da dire - a parziale scusante del regista - che i guai produttivi comportano tagli, rapidità di esecuzione nella parte finale e contenimento dei costi per riuscire a terminare la pellicola. Tutto sommato My name is Tanino è una storia ben raccontata.

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"Baci e abbracci" tra gli struzzi in Val di Cecina

28 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Baci e abbracci (Italia - Commedia - 1999).

Regia: Paolo Virzì. Produzione: Rita e Vittorio Cecchi Gori. Soggetto e sceneggiatura: Francesco Bruni e Paolo Virzì. Direttore di produzione: Elisabetta Olmi. Aiuto regista: Gianluca Greco. Suono in presa diretta: Tullio Morganti. Scenografia: Lorenzo Baraldi. Costumi: Francesca Sartori. Fotografia: Alessandro Pesci. Montaggio: Jacopo Quadri. Operatori: Fabrizio Vicari, Giovanni Gebbia e Salvatore Anversa. Musiche originali: Gli Snaporaz. Produttore esecutivo: Alessandro Calosci. Supervisione: Lierka Rusic.

Interpreti: Francesco Paolantoni (Mario), Massimo Gambacciani (Renato), Piero Gremigni (Luciano), Paola Tiziana Cruciani (Tatiana), Daniela Morozzi (Ivana), Isabella Cecchi (Annalisa), Emanuele Barresi (Ennio), Rosanna Mazzi (Stefania), Samuele Marzi (Matteo), Emiliano Cappello (Gabriele), Maria Grazia Taddei (Bruna), Martino Cecconi (Nelusco), Sara Mannucci (Margherita), Edo Gabbriellini (Alessio) e il gruppo degli Snaporaz (Carlo Virzì - Stefanino - Toto Barbato - Poncino - Valerio Fantozzi - Chico - Gianluca Ferrara - Barsimpson - Matteo Pastorelli - Gigiballa - Geppo Gemini - Vustok - sono gli Amaranto Posse).

Dopo il trionfo di Ovosodo Paolo Virzì raduna ancora una volta un cast di dilettanti per girare una commedia all'italiana vecchio stile che entusiasma pubblico e critica. Il film a nostro avviso è riuscito solo in parte ed è il peggiore tra quelli realizzati da Virzì, soprattutto per la storia (di solito punto di forza dell'autore livornese) che a tratti zoppica e risulta frammentaria. Ma in definitiva resta un buon film.

Al centro della vicenda emerge la figura di Mario, un salernitano separato dalla moglie che vive a Cecina dove è proprietario di un ristorante in via di fallimento. Accanto a lui ci sono Renato, Luciano e Tatiana, tre ex operai livornesi che per sfuggire alla disoccupazione hanno deciso di aprire un allevamento di struzzi nelle colline tra Cecina e Volterra. I tre sono immersi in un mare di debiti e soltanto un assessore regionale dell'Ulivo potrebbe garantire una boccata d'ossigeno alla disastrata impresa elargendo un generoso contributo. La storia prende corpo da un equivoco. Il presunto assessore è Mario e i tre imprenditori lo trattano con ogni riguardo, addirittura gli mettono in braccio la procace Annalisa (amante di Renato) purché firmi il contributo. La trama pare uscita dal romanzo di Gogol "Il revisore" o dal vecchio film "Anni ruggenti" di Luigi Zampa, opere presenti a livello di ispirazione e in sede di stesura del soggetto. In mezzo a questi problemi e avvenimenti si inseriscono i giovani e incoscienti "Amaranto Posse" che si installano nel podere per provare la loro musica e fare un po' di pulizia. Il finale resta aperto a mille soluzioni. Mario viene scoperto, Renato dà in escandescenze, l'azienda pare andare a rotoli, però dalle ceneri del fallimento scaturisce una nuova idea, quella di aprire un ristorante nel vecchio casale di campagna. Il pranzo di Natale viene cucinato da Mario, chef d'eccezione, e l'atmosfera si stempera in una dolcezza quasi romantica. Dalle tragedie della vita ci si può risollevare, sembrano dire Virzì e Bruni, che utilizzano i vecchi schemi della commedia all'italiana per costruire un film corale a metà strada tra favola e racconto sociale.

Quando la vita è cattiva è bello sentirsi tutti più buoni, recitava la pubblicità del film, pure se la bontà è finalizzata alla concessione di un contributo ed è causata da un tragico sbaglio di persona. In ogni caso i buoni sentimenti trionfano lo stesso, perché una volta chiarito l'equivoco i protagonisti della storia si trovano riuniti davanti a una tavola imbandita. Virzì disegna un racconto corale vero, personaggi credibili, con esigenze sentimenti, emozioni palpabili, lavora sul dialetto e sulla recitazione spontanea di ottimi attori non professionisti. L'eccezione alla regola è Francesco Paolantoni che abbandona le macchiette televisive e ci consegna un'interpretazione da manuale di un fallito, un uomo che ha distrutto la sua famiglia e che non ha più un lavoro, disperato, sull'orlo del suicidio. Una figura malinconica e candida quella di Mario, così come Renato è un personaggio vulcanico e pieno di idee, ben tratteggiato dall'avvocato (nella vita di tutti i giorni) Massimo Gambacciani.

Il film conferma il talento di Virzì e la bravura di Bruni nello scrivere e sceneggiare storie tratte dalla vita quotidiana, nel condirle con quel gusto dolce-amaro che le rende simili a favole fantastiche.

Molte le scene da ricordare di una pellicola che presenta il solo difetto della frammentarietà. Si fa un po' fatica a stare dietro a tutto il concatenarsi di eventi e il disegno corale quasi da soap-opera realizzato dagli autori fatica a prendere corpo.

La prima scena è tragicomica. Si sottolinea la disperazione di Renato che telefona per chiedere una proroga ai termini di pagamento di duecento milioni di finanziamento e lo accompagna una musica da marcia funebre. Uno struzzo divora il suo cellulare e questo fatto è alla base dello scambio di persona perché il vero assessore non riesce a mettersi in contatto con loro. "Digeriscono tutto quelle bestie", dirà poi Renato. La televisione locale (Tele Granducato) si occupa dei neo imprenditori e quando viene sera la famiglia riunita davanti al televisore fa a gara nel rivedersi (scena già vista ne La bella vita). Virzì sa descrivere la vita di provincia dei ceti poveri e medi, per lui pregi e difetti non sono un mistero, indugia volentieri nel raccontare macchiette umoristiche e scene estrapolate dalla vita di tutti i giorni.

La macchina da presa passa dal dramma dei tre nuovi imprenditori in mezzo ai debiti a quello di Mario, sempre più solo in un ristorante che nessuno frequenta, a parte gli ufficiali giudiziari che cominciano a portare via roba. La tragedia di Mario è pure familiare, con una moglie che l'ha abbandonato, un figlio indifferente ai regali di Natale, che per giunta non sa fare, visto che compra la maglia di Ronaldo per un ragazzo juventino. Mario beve e tenta il suicidio dopo un mancato prestito in banca, il regista descrive bene quest'uomo provato dalle troppe delusioni e segnato da un tragico destino. I tentativi di suicidio rappresentano nuovi fallimenti che spingono a sorridere ancora su un uomo incapace persino di morire. In mezzo a questi piccoli drammi quotidiani si inseriscono gli Snaporaz capitanati da Carlo, fratello di Paolo Virzì, e la loro incoscienza giovanile. Nella finzione scenica sono gli "Amaranto Posse" e insieme a loro c'è Alessio, il fratello di Renato, interpretato dal bravo Edo Gabbriellini che recita una parte secondaria rispetto a quel che aveva fatto in Ovosodo. C'è pure la tresca destinata a essere scoperta, tra Renato e la procace Annalisa, spacciata per segretaria con il presunto onorevole e per la donna di Luciano con la moglie. Poi ha inizio la commedia degli equivoci quando Renato e Luciano scambiano Mario per l'onorevole e lo portano al vecchio casolare. Pensare che Mario era alla stazione solo per suicidarsi. Accade di tutto e il povero Mario viene scorrazzato per l'allevamento a vedere struzzi, uova che si stanno per schiudere e incubatrici. Mario non è indifferente alla bellezza di Annalisa e i tre soci gliela gettano tra le braccia, ma il sentimento che nasce tra i due è sincero. Di nuovo Virzì insiste nel dire che dalle cose negative può nascere qualcosa di buono. Resta lo spazio per un minimo di critica politica e sociale che non manca mai nei film di Virzì, qualche stoccata alla nuova sinistra che non si sa bene cosa sia diventata. "E se è dell'Ulivo ma non è comunista? Tipo del PPP, PPC o roba così…", fa Luciano parlando dell'assessore. E infatti poco dopo si mettono tutti a pregare prima di mangiare, equivocando su un gesto di Mario, ma nessuno sa recitare il Padre Nostro. Apprezziamo richiami a Tangentopoli, al fatto che tutti più o meno rubavano, c'era poco da fare. Non è qualunquismo, si descrive il sentimento dell'uomo della strada, le cose che ragionando al bar o tra amici tutti dicevamo. Altri drammi particolari si uniscono alla tragedia generale, Annalisa si confida con Mario sulla storia di uno zio che da piccina la toccava, racconta pure di Renato, afferma che con lui non sarà mai felice. Mario confessa che è separato e che soffre molto. Tutto molto bello. Proseguono gli equivoci con le battute sul ristorante di Mario che "era caro appestato", il regalo di Natale inatteso e Mario che dice: "Questo è il più bel Natale della mia vita", per poi scoppiare in un pianto nervoso. Mario è un bel personaggio, a tratti patetico, ben disegnato dalla penna di Bruni e Virzì, ben interpretato da Paolantoni. Sdrammatizzano gli Snaporaz con un "Non si soffre più!" intonato in coro. Bella pure la fotografia lunare e la nevicata improvvisa che chiude la pellicola.

Ottimo il personaggio di Luciano reso da Piero Gremigni con flemma da tontacchione di provincia. Brava anche la solita Paola Tiziana Cruciani nella parte di Tatiana, l'unica che sospetta, la prima a capire che Mario non è un assessore ma un disgraziato come loro. Pure i bambini hanno un ruolo. Uno è ipertecnologico e distruttivo, un'altra ama leggere fiabe e romanzi e addormenta il padre Luciano con una storia intitolata Matilde. Da ricordare pure una parte onirica con Mario che sogna il matrimonio finito male per un suo tradimento. Nell'incubo il bambino indossa la maglia della Juventus.

Il finale da buona commedia all'italiana risolve tutti i fili disseminati nel corso della storia e gli equivoci si dipanano. Mario è maltrattato da Renato che esplode in una collera irrefrenabile, ma in fondo la bontà del gruppo e l'atmosfera natalizia trionfano. Tutti si ritrovano davanti a una mensa imbandita a festeggiare il Natale proprio mentre le prime uova di struzzo si stanno schiudendo. Particolare il finale che ricorda una chiusura di un vecchio film di Francesco Nuti (Tutta colpa del Paradiso - 1985) con una componente degli "Amaranto Posse" che mette una mano davanti alla telecamera e interrompe la visione.

Baci e abbracci si doveva intitolare Struzzi e forse il titolo sarebbe stato più calzante, perché ispirato a una storia di provincia che si dipana in uno dei tanti allevamenti di struzzi che sono sorti nella zona di Guardistallo (dove si fa addirittura una sagra dello struzzo). Ma nello stesso periodo di uscita saltò fuori una commedia con lo stesso titolo e c'era il timore di fare pubblicità o di avere problemi di copyright. La storia si svolge in mezzo a una varia umanità di umili e ingenui operai ed ex operai, vinti di verghiana memoria, gente presa a schiaffi dalla vita che però si risolleva ed è capace di lottare. Un film buonista e di buoni sentimenti, certo, mai melenso e stucchevole, al contrario vero e profondo, che sa dare una luce di speranza allo spettatore. Il cinema di Virzì è cinema d'autore che racconta bene le sue storie e che ha per teatro sempre la provincia, vista come luogo che mantiene caratteristiche profonde di diversità.

A parte Francesco Paolantoni, che per la prima volta recita qualcosa di diverso da una macchietta comica, e Paola Tiziana Cruciani (molto brava), sono tutti dilettanti. Ma che dilettanti! Diretti con bravura da Virzì i terribili attori per passione ci lasciano un'interpretazione memorabile. Massimo Gambacciani, di professione avvocato, Isabella Cecchi, barista, Daniela Morozzi, attrice per l'hobby, Piero Gremigni è veterinario, Sara Mannucci è una studentessa, poi ci sono i bambini e c'è pure Edoardo Gabbriellini che dopo Ovosodo si può dire quasi un veterano. Infine gli Snaporaz di Carlo Virzì che compongono e suonano in presa diretta la colonna sonora e recitano la parte di loro stessi. Un film garbato, scanzonato, poetico, a tratti pure malinconico, un'opera delicata che si muove tra la fiaba e la farsa, dipingendo con efficacia luoghi e caratteri, sentimenti e solitudini, verità e bugie.

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Un "Ovosodo" che non va né su e né giù

25 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Un "Ovosodo"  che non va né su e né giù

Ovosodo (Italia - Commedia - 1997).

Regia: Paolo Virzì. Soggetto: Furio Scarpelli e Paolo Virzì. Sceneggiatura: Francesco Bruni, Furio Scarpelli, Paolo Virzì. Fotografia: Italo Petriccione. Musiche: Battista Lena e Snaporaz. Montaggio: Jacopo Quadri. Scenografia: Giancarlo Basili e Sonia Peng. Produzione e distribuzione: Cecchi Gori Group Tiger.

Interpreti: Edoardo Gabbriellini (Piero adulto), Nicoletta Braschi (Professoressa Giovanna Fornari), Matteo Campus (Piero A 7 Anni), Malcom Lunghi (Piero A 13 Anni), Enrica Pandolfi (Susy A 13 Anni), Claudia Pandolfi (Susy adulta), Marco Cocci (Tommaso), Alessio Fantozzi (Ivanone), Salvatore Barbato (Mirko), Monica Brachini (Mara), Pietro Fornaciari (Nedo), Daniela Morozzi (Luana), Regina Orioli (Lisa), Barbara Scoppa (Bianca).

Piero Mansani (Edoardo Gabriellini), nato nel 1974, cresce in un quartiere popolare di Livorno chiamato "Ovosodo". I problemi in famiglia non gli mancano. Sua madre muore quando lui è ancora un ragazzino. Ha un fratello down, Ivanone (Alessio Fantozzi), e un padre ricercato dalla polizia per spaccio di stupefacenti che finisce in galera dopo essersi sistemato con una nuova compagna che resta con i ragazzi e mette al mondo una bambina. Piero, nonostante la precaria condizione familiare, se la cava bene al Liceo Classico ed entra nelle simpatie della giovane professoressa di Lettere Giovanna Fornari (Nicoletta Braschi) che diviene sua amica prima ancora che insegnante. Al liceo Piero conosce il misterioso Tommaso (Marco Cocci) un ragazzo che racconta poco della propria famiglia e che sembra un irrequieto squattrinato anarchico, ribelle ed esibizionista. In realtà è figlio di un ricco industriale proprietario di una fabbrica chimica che inquina la zona dove abita Piero. Una sera Piero è invitato a casa dalla professoressa Giovanna (che vive da sola con un gatto), in compagnia dell'amico Tommaso. Dopo una cena piena di allegria le cose precipitano quando Tommaso segue Giovanna in cucina (mentre Piero resta in sala da pranzo) e cerca di baciarla. Il resto della cena si svolge in un silenzio tombale e quando i due ragazzi se ne vanno Giovanna invita Piero a non riportare mai più a casa sua Tommaso. In seguito Piero incontra Giovanna davanti alla scuola. Lei chiede se Tommaso è stato di nuovo assente e se sa dove può trovarlo. Piero capisce che tra Giovanna e Tommaso c'è stato qualcosa e prova un sentimento di rabbia e di rancore per l'amico, facendo intuire di essersi preso una cotta per la professoressa. Tommaso sembra sparito.

Piero ritrova l'agenda di Tommaso sotto il banco di scuola e grazie a quella risale all'indirizzo di una villa dove apprende che Tommaso è il figlio dell'ingegner Paladini della Palchimica S.p.a. Quando Piero lo scopre cerca l'amico, inviperito perché questi gli ha mentito, forse è pure geloso di lui per quel che c'è stato con la professoressa… Piero viene a sapere che Tommaso è a Roma e lo raggiunge nella Capitale a casa dei suoi zii per prenderlo a pugni, cosa che avviene puntualmente. Dopo aver fatto pace Tommaso racconta a Piero cosa successe la sera della cena a casa di Giovanna e del suo tentativo di baciarla. Gli rivela di averla poi richiamata la sera dopo per scusarsi del suo comportamento, di essere andato di nuovo a casa della donna, di aver fatto l'amore con lei. Piero a Roma conosce anche Lisa (Regina Orioli), cugina di Tommaso, e se ne innamora ma deve tornare a Livorno e, nonostante chiami ripetutamente la ragazza al telefono, non riesce più a rintracciarla. Tempo dopo, casualmente, Piero incontra Giovanna in un bar, sola e triste ma non la avvicina.

Attraversando un periodo di incertezza per via dei suoi problemi di cuore Piero arriva all'esame di maturità impreparato e viene bocciato. L'amico Tommaso invece ottiene il diploma, forse raccomandato dal potente genitore. Piero passa un periodo di malinconia accentuato dalla notizia che Giovanna è ricoverata in una clinica per problemi di esaurimento nervoso. Il ragazzo va a farle visita e tenta di confortarla. Giovanna lo rassicura di stare bene è che è solo il "primario presuntuoso" che vuole farle una serie di inutili accertamenti. Ma nel salutare il ragazzo lo abbraccia forte lasciando intuire di avergli mentito. Tempo dopo Piero riceve la cartolina dal Distretto Militare e parte soldato. Tornato a casa una tragica notizia lo attende, la sua amica Giovanna si è suicidata. Al cimitero sulla sua tomba Piero incontra di nuovo Tommaso. Tra alti e bassi la sua vita continua finché trova lavoro proprio nella fabbrica del padre di Tommaso (che invece parte per gli USA per motivi di studio). Piero riallaccia i rapporti con Susy (Claudia Pandolfi), una ragazza vicina di casa che era innamorata di lui fin da quando erano bambini, ma che Piero aveva sempre trattato solo come un'amica. Per ironia della sorte Susy trova a buon prezzo una casa dove andare a vivere da sola. Piero la aiuta nel trasloco e quando i due si recano all'indirizzo Piero scopre che si tratta proprio dell'abitazione della professoressa Giovanna, rimasta libera dopo la sua morte. Per quelle stanze si aggira affamato solo il gatto della donna. Proprio nella casa di Giovanna scocca la scintilla tra Piero e Susy e finalmente lui se ne innamora. Susy rimane incinta. I due ragazzi decidono così di sposarsi ed alla bambina che nasce nove mesi dopo Piero dà il nome di Giovanna.

Il film ha conquistato il Gran Premio Speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia ed è un premio più che meritato perché si tratta senza dubbio del miglior film italiano della stagione. Pubblico e critica sono stati concordi nel decretarne il successo.

Ovosodo è la storia semplice e piuttosto comune di un ragazzo della Livorno popolare, raccontata in prima persona e scandita da lapidarie annotazioni su un diario di scuola. Protagonista è Piero, un adolescente un po' timido e sognatore con la faccia segnata dai brufoli,

uno dei tanti ragazzi che, zaino in spalla, vediamo ogni mattina recarsi a scuola. Di Piero, detto "Ovosodo" (da qui il titolo del film), Virzì racconta i primi anni di vita, quelli passati al fianco della madre malata, l'adolescenza,

segnata dai primi amori e dai travagli esistenziali, e l'ingresso nell'età adulta, foriero di sogni infranti ma anche di grandi conquiste. È con uno stile asciutto e grande garbo che Virzì affronta l'argomento. È con grande semplicità e senza falsa retorica che parla dei ragazzi di oggi ed è forse questo ad aver suscitato alla Mostra del Cinema di Venezia le simpatie del pubblico, in gran parte formato da giovani. Infatti Virzì, rispetto ai precedenti "Jack Frusciante" e "Tutti Giù Per Terra", "romanzi di formazione" un po' sguaiati, prigionieri di un pessimismo da luogo comune e popolati da figurine opache prive di ogni sprazzo vitale, restituisce al periodo adolescenziale la sua gioiosità, pur documentandone i dolori e i tormenti, e ai ragazzi l'energia vitale tipica della loro età.

Non sono "i giovani della generazione X" quelli che Virzì ci propone, ma i ragazzi veri, quelli che popolano le nostre scuole, le nostre città... Tutti conosciamo un Piero timido e con i brufoli, o un Tommaso anarchico e miliardario, o una Susy goffa e con l'apparecchio... Insomma, una volta tanto il riferimento è a ragazzi reali, tanto più reali perché interpretati da giovani presi nelle scuole o per la strada. Virzì infatti ha voluto nel suo film per i ruoli principali tutti attori non professionisti, una scelta questa che ha dato ottimi risultati. Infatti da Edoardo Gabbriellini, il protagonista, a Alessio Fantozzi, fratellone ritardato, gli attori sono tutti straordinari. Oltre al protagonista, degni di nota sono Marco Cocci, rampollo ribelle sullo schermo come nella

vita, e i giovanissimi Matteo Campus e Malcom Lunghi che vestono i panni di Piero all'età di sette e tredici anni. Poi c'è Claudia Pandolfi, unica professionista del gruppo insieme a Nicoletta Braschi, che con un intenso cammeo dimostra di essere, malgrado la giovane età, un'attrice matura.

Un film godibile, dunque Ovosodo, con un cuore tenero.

Un critico inflessibile come Massimo Bertarelli su "Il Giornale" del 3 settembre 2001 ha definito il film come "una brillante, amara e spiritosa commedia sociale del toscano Paolo Virzì, che nella natia Livorno mette in scena con grande acutezza psicologica malinconie e disagi giovanili, eleggendo la fabbrica a fucina dei veri uomini. Tutto bene, anche se si fatica a seguire la voce narrante che parla a raffica con marcatissima inflessione toscana". Avrà faticato lui, aggiungo io. Noi che siamo livornesi no. E comunque il vernacolo in un film come questo è più che dovuto. Da segnalare poi che per questo film Nicoletta Braschi ha vinto un David di Donatello nel 1998 come migliore attrice non protagonista e Tullio Morganti è stato premiato come migliore fonico di presa diretta.

Piero Mereghetti definisce Ovosodo (tre stellette) come "un racconto di formazione ed educazione sentimentale, commedia sulle classi sociali ambientata in un'inedita Livorno, un acuto spaccato del presente cui manca solo lo scatto morale e la ribellione: descrive, sorride e assolve. Come la classica commedia all'italiana". Che poi è solo quello che Paolo Virzì vuol fare. Mereghetti riconosce la grande validità del Virzì narratore che in questo caso si fa dare una grossa mano dagli ottimi Bruni e Scarpelli. Alla fine resta solo il dubbio a Piero Mansani che la felicità sia la malattia degli idioti e come sempre la favola è a lieto fine ma dolce amara. Torna l'"ovo sodo", leit motiv del film, bloccato a metà dell'esofago per lui che si è contentato di fare l'operaio a Livorno e di sposare Susy invece di continuare gli studi. Da Ovosodo quartiere di nascita di Piero nella finzione e di Virzì nella realtà, a un "ovo sodo" nella bocca dello stomaco che non va né su e né giù. Meno entusiasta Pino Farinotti che nel suo Dizionario assegna tre stelle al film ma lo definisce "un progetto forse troppo organizzato e furbesco" pure se poi ammette che Virzì funziona e che la sceneggiatura è molto letteraria. Non è poco.

Un film che non ci stanchiamo di vedere e rivedere.

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Intellettuali contro burini in "Ferie d'Agosto"

21 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Ferie d'agosto (Italia - Commedia - 1996).

Regia di: Paolo Virzì. Aiuto regista: Gianluca Greco. Soggetto: Palo Virzì. Sceneggiatura: Francesco Bruni e Paolo Virzì. Fotografia: Paolo Carnera. Montaggio: Cecilia Zanuso. Casting: Fabiola Banzi e Beatrice Kruger. Costumi: Claudio Cordaro. Scenografia: Sonia Peng. Suono in presa diretta: Mario Iaquone. Musica: Battista Lena. Organizzazione: Mario D'Alessio. Produzione: Mario e Rita Cecchi Gori. Interpreti: Silvio Orlando (Sandro Molino), Sabrina Ferilli (Marisa), Ennio Fantastichini (Ruggero Mazzalupi), Laura Morante (Cecilia Sarcoli), Antonella Ponziani (Francesca), Piero Natoli (Marcello), Paola Tiziana Cruciani (Luciana Mazzalupi), Gigio Alberti (Roberto), Silvio Vannucci (Mauro Santucci), Rocco Papaleo (Brigadiere), Raffaella Lebborani (Betta), Claudia Della Seta (Graziella), Agnese Claisse (Martina), Vanessa Martini (Sabrina Mazzalupi), Emiliano Bianchi (Ivan), Evelina Gori (Signora Gina), Daniele Barchesi (Fabio), Davide Clementi (Massimo), Teresa Saponangelo (Irene Vitiello), Mario Scarpetta (Rosario Vitiello) e Oumar Ba (Tewill).

Ferie d'agosto è una commedia all'italiana in puro stile Virzì che dopo l'epopea operaia di Piombino si cimenta in un lavoro a più ampio respiro per mostrare vizi e difetti di due modi di essere italiano. L'intellettuale colto e raffinato, elitario, di sinistra è ben rappresentato da Silvio Orlando (Sandro) con una mimica facciale unica e un'interpretazione perfetta. Il qualunquista un po' di destra ma sostanzialmente burino e menefreghista è ben teorizzato nelle fattezze di Ennio Fantastichini (Ruggero) che dà vita a una maschera di rara efficacia. Intorno ai due protagonisti emblematici della vicenda ruota una corte di attori ben gestiti da Virzì e inseriti nei due opposti schieramenti. Più che parlare di scontro epocale tra sinistra e destra come hanno fatto in molti parlerei di lotta tra intellettuali e burini, tra vacanzieri stile Capalbio e stile Ladispoli, tra persone impegnate e qualunquisti. La politicizzazione della pellicola fu una conseguenza dello scontro elettorale in atto nel 1996 e molta stampa quotidiana si gettò a pesce sul piatto prelibato offerto dal regista.

L'azione si svolge sull'isola di Ventotene in pieno mese di agosto. Siamo in un vero paradiso naturale un tempo meta esclusiva di turismo raffinato, adesso purtroppo (dal punto di vista di Sandro) alla portata anche dei burini che l'hanno scoperta, la invadono e la deturpano con un modo volgare di fare vacanza.

La pellicola ha inizio con la banda che sfila per le strette vie del paese e Sandro rincorre la compagna Cecilia mentre tiene per mano Martina, la figlia della donna che lo tratta come se fosse suo padre. Sandro viene subito presentato dal regista come un intellettuale morettiano che corregge il modo di parlare di Cecilia e indica la maniera giusta per esprimersi. "Un'insalata non può essere simpatica", dice. Pare di sentire Michele Apicella quando esclama: "Ma come parli!". Nessuno meglio di Silvio Orlando avrebbe potuto indossare quella maschera, lui che è stato compagno di tanti film di Nanni Moretti e che incarna più di ogni altro la figura dell'intellettuale di sinistra incorruttibile e puro, anche se un po' deluso dalla piega che ha preso il mondo. Di sicuro Sandro sarebbe un ottimo amico di Michele Apicella. Pure Laura Morante è un'ottima attrice di scuola morettiana e incarna a dovere il personaggio della bella Cecilia, donna sola e innamorata con una figlia a carico che cerca un solido riparo alle tempeste della vita. Pare averlo trovato in Sandro e adesso ha tanta paura di perderlo perché sull'isola è arrivata anche Francesca, una giovane ragazza che un tempo ha avuto una storia finita male con Sandro. Nel gruppo degli intellettuali c'è anche Mauro, il vero padre di Martina (ma lei non lo considera), un immaturo che suona la chitarra ed è buon amico di Sandro. Roberto fa parte pure lui della squadra di vacanzieri, è un rubacuori a caccia di donne e un incredibile contaballe. Ci sono anche Betta e Graziella, due amiche lesbiche, pure se una di loro ha messo al mondo un figlio che sa tutto della relazione. Il figlio è Ivan, un ragazzino cannarolo che con le sue battute sembra la coscienza di una sinistra che ha commesso troppi errori.

A guastare le vacanze di questo gruppo di intellettuali che vive sull'isola senza televisione, priva di corrente elettrica, in modo naturale, arriva una famiglia del tutto diversa. Si tratta di due romani un po' rozzi coniugati con due sorelle che di mestiere fanno rispettivamente il venditore d'armi e il profumiere.

Ruggero è il più rude dei due, il carattere dominante, il burino puro che disprezza cultura e natura, che vive solo per il denaro e per fare il comodo proprio. Quel che caratterizza il personaggio è l'assoluto disprezzo per gli altri, il modo di trattare le persone come fossero oggetti. Ruggero ha sposato Luciana ma ha un debole per la sorella Marisa che invece è andata in sposa Marcello, la seconda figura maschile. Marcello è un debole, il suo matrimonio con Marisa sta andando a rotoli, si è riempito di debiti con il cognato che glielo rinfaccia in continuazione ed è succube del parente. Marisa è la bella Sabrina Ferilli, che dopo l'ottima interpretazione fornita ne La bella vita cerca di bissare il successo con un personaggio meno drammatico ma in ogni caso ben riuscito. Marisa è pure lei una burina superficiale, stufa del matrimonio, piena di manie di grandezza e di sogni per il futuro, pensa alla sua profumeria e sogna di diventare ricca. Marcello e Marisa hanno un figlio (Fabio) ma nonostante tutto non sono felici. Ruggero e Luciana, invece, hanno due figli: Sabrina, che passa il tempo a sognare davanti alla televisione, e Massimo che è più piccolo. Completa il quadro la nonna Gina che all'arrivo sull'isola viene caricata sul cassone di un motocarro insieme alle valige.

Per ironia della sorte i due gruppi sono vicini di casa e subito cominciano i litigi e i battibecchi, sin dal momento in cui Marcello e Ruggero montano l'antenna per la televisione.

"Noi non ce l'abbiamo", dice Sandro.

"Mi dispiace", risponde Ruggero, "potete venire da noi se c'è qualche programma che vi interessa".

La televisione da una parte è vista come un elettrodomestico irrinunciabile e la sua mancanza come qualcosa di terribile. Ruggero pronuncia quel "Mi dispiace" con la morte nel cuore, come per dire: "Poveracci, neppure la televisione…", senza capire che invece per gli altri l'assenza dell'apparecchio è una libera scelta.

Marisa appena arrivata mostra tutta la sua burinaggine: ""Ho già capito che qui è 'na rottura de' cojoni". Lei avrebbe preferito un posto con più vita, meno naturale ma con più attrazioni, un posto stile riviera adriatica, una Rimini con Acquapark incluso nel prezzo. Ventotene è fuori dalla sua portata. E così questi burini cominciano a combinarne di tutti i colori: navigano con il motore acceso sotto costa, gettano rifiuti in mare, fanno rumore. Al tempo stesso non tollerano i vicini intellettuali che la notte passano il tempo a cantare musica impegnata. Il solo che ama la musica è Marcell, ma ben altro genere: Fred Bongusto, Califano, gli stornelli in romanesco e le canzoni di Edorado Vianello. Una sera cerca di unirsi al gruppo e viene deriso da tutti.

In questo quadro si dipanano le storie parallele dei protagonisti legate da un filo conduttore molto esile costituito dai continui scontri tra i due gruppi di vacanzieri. Il film è una commedia all'italiana classica, strutturata come un romanzo che pone la storia e la sceneggiatura al centro di tutto. Virzì è regista che ama i soggetti articolati e ironici che non rifuggono dall'impegno sociale. Ferie d'agosto è un film corale con tanti personaggi che rappresentano ognuno una sottotrama che si sviluppa autonomamente senza mai perdere di vista il filo conduttore della storia. Tra le tante storie del film c'è pure l'amore adolescenziale di Ivan e Sabrina che finiscono per baciarsi ma lui si dimostra traditore e subito dopo va con un'altra. Sabrina alla fine grida tutta la sua disperazione per un amore finito male ma che non poteva durare.

Toccante è pure la narrazione di Francesca che racconta a Martina come fosse una fiaba il suo amore per Sandro. I due si ritrovano, parlano, si abbracciano, ma comprendono che non è più tempo per il loro amore. Sandro finisce di nuovo con Cecilia che tra l'altro aspetta un figlio da lui. Roberto racconta a tutte le donne che trova le bugie più assurde, come quella di essere stato a Cuba e di aver conosciuto Fidel Castro. Roberto riesce pure a farsi Marisa una sera che Marcello si è lasciato andare alla vecchia passione per il canto. Marcello resta tutta la notte a parlare con Francesca e le fa mille confidenze. Alla fine però Marisa e Marcello restano insieme, delusi l'uno dell'altra, soli e senza dialogo, ma insieme. Per loro non è possibile un salto nel vuoto.

Il film è una commedia di personaggi e tra tutti un posto particolare lo merita un perfetto brigadiere scansafatiche come Rocco Papaleo, chiamato a indagare su una brutta storia di fucilate contro Tewill, un extracomunitario che Ruggero ha preso di mira. Il brigadiere soffre il caldo e guarda con interesse tutte le donne dell'isola, vorrebbe solo che i turisti non gli procurassero guai.

Da citare alcune battute di Ivan che segnano il dibattito politico contemporaneo. "Siete elitari", dice il ragazzino. "Non ha più senso parlare di destra e di sinistra", rincara. "State lasciando alla destra il terreno delle libertà", conclude quando Sandro vorrebbe che smettesse di farsi le canne. E poi è notevole il dialogo tra Ruggero e Sandro, le due anime contro di tutto il film. Forse un po' scolastico e intriso di luoghi comuni, ma è vero che certe persone ragionano così quando si trovano a discutere. Ed è difficile far parlare di qualcosa un qualunquista e un intellettuale. Sono due mondi troppo distanti.

Sandro apostrofa Ruggero come "un violento, fascista, cacciatore di gabbiani e di extracomunitari". Ruggero vorrebbe solo mettersi d'accordo, Sandro gli dà del mafioso e dice: "Questo è quello che state facendo voi a questo paese, voi che guardate solo la televisione". Ruggero ribatte: "Voi intellettuali non ce state a capì più gnente…".

Sandro è il comunista puro e integerrimo, l'idealista romantico e sognatore. Ruggero è il praticone zotico, l'ultima cosa che può aver letto è davvero il libretto di istruzioni del suo cellulare.

Una parte davvero suggestiva è la caduta delle stelle per San Lorenzo dove ognuno dei personaggi sogna quello che non ha e che vorrebbe dalla sua vita. Nessuno è contento della sua sorte. Roberto desidera una famiglia normale e una donna sola, Irene un futuro da velina, il brigadiere vuole una donna, l'extracomunitario la casa e così via. Conclude Sandro che "troppi desideri è come non averne nessuno".

Il personaggio di Marcello, interpretato da un ottimo Piero Natoli, fa tenerezza, è un povero ignorante che confonde Bertrand Russell con Renato Rascel ma è pure un uomo dall'animo puro e buono. Lui è legato mani e piedi al cognato, gli deve cinquanta milioni, la causa delle sue disgrazie è l'aver sposato Marisa che l'ha imbarcato nell'avventura di aprire una profumeria. Marcello avrebbe voluto fare il cantante e suonare la batteria.

Il film termina con la fine delle vacanze d'agosto. Il senegalese viene spedito nella sua terra con il foglio di via, Marcello e Marisa fanno rientro a casa, gli intellettuali pure. Sabrina minaccia il suicidio e fa spaventare Ruggero al punto di farlo sembrare più umano in un lieto fine che lo riscatta agli occhi dello spettatore.

"Stronzo, io ti amo", grida Sabrina verso il traghetto che si porta via Ivan, il suo amore per un giorno. Le ferie d'agosto sono finite.

Ferie d'agosto è pure un film sul fallimento dei maschi. Se ci fate caso non c'è un personaggio maschile del tutto positivo. Gli uomini di Virzì sono malati di infantilismo e non sanno prendersi le loro responsabilità di padri e di mariti. Sono tutti personaggi pronti a sfidarsi come tanti galletti che sparano giudizi ma di fatto sono incapaci di essere uomini veri. Le donne al tempo stesso non ci fanno una figura migliore. Sono femmine sconfitte che non riescono a essere madri e si lasciano trascinare da una vita che non comprendono. Forse l'unico personaggio positivo è Sandro, il solo che sa fare il padre e che si occupa di Martina come mai nessuno ha fatto. E il lieto fine assicura che il figlio di Cecilia e Sandro sarà fortunato perché crescerà in una vera famiglia. Sandro è un frustrato per vocazione ma ha il merito di saper fare il padre. Ruggero è un padre di famiglia vecchio stampo, di quelli che non dialogano con il figlio se non per rimproverarlo e che si tengono stretti la figlia nel momento in cui sentono che potrebbero perderla per sempre.

Da notare che la sigla finale di Ferie d'agosto è cantata da Rocco Papaleo ed è la napoletana "Chelle ca vulesse" scritta dallo stesso Papaleo in coppia con il compositore Di Lena. Il film è un contenitore musicale interessante e - al di là di una colonna sonora ben realizzata - fanno capolino motivetti alla moda come: "Tarzan boy" (Bassi - Huckett), "Tu sei l'unica donna per me" (Sorrenti - Kipnerr), "Centro di gravità permanente" (Battiato - Pio), Mueve el cuerpo" (Borillo - Franchetti - Ponte). "Un'estate al mare" (Battiato - Pio), Matilda (Span), "Maké Mana" (Barolero - Riomino).

Ferie d'agosto è un film - romanzo, una commedia dolce e amara da vedere e da rivedere. Per capire chi siamo, quello che siamo diventati e per riflettere sui nostri difetti con il sorriso sulle labbra.

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Stefania Nardini, "Alcazar - Ultimo spettacolo"

15 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Stefania Nardini, "Alcazar - Ultimo spettacolo"

Stefania Nardini

Alcazar –Ultimo spettacolo

Edizioni e/o Collezione Sabotage

Euro 16,50 – Pag. 260

La collezione Sabotage delle Edizioni e/o di Roma - che non finirò mai di ringraziare per aver tradotto in Italia il grande Pedro Juan Gutiérrez - si propone di raccogliere voci, scritture, storie di qualità per dare spazio a un narrativa senza steccati di genere ma aperta ai contenuti. La dichiarazione d’intenti è scritta da Massimo Carlotto - curatore della collana - uno che se ne intende di narrativa di genere capace di indagare il mondo circostante. Dirige il tutto Colomba Rossi, nome meno noto, ma editor competente, artefice di una collezione ricca di nomi interessanti come Massimo Maugeri (Trinacria Parck), Matteo Strukul (La ballata di Mila e Regina nera), Carlo Mazza (Lupi di fronte al mare), Piergiorgio Pulixi (Una brutta storia), Tersite Rossi (Sinistri), Eduardo Savarese (Non passare per il sangue) e Roberto Riccardi (Undercover. Niente è come sembra, Venga ancora la fine). In tempi editoriali difficili è già un merito investire sulla buona narrativa italiana, soprattutto di genere, campo nel quale la concorrenza straniera è molto dura.

Stefania Nardini è una brillante giornalista, per lungo tempo animatrice di pagine culturali (Scritture e pensieri del Corriere Nazionale), biografa di Jean-Claude Izzo (Perdisa Pop), autrice di un noir interessante come Gli scheletri di via Duomo e di Matrioska (tradotto in Ucraina), un libro sulla condizione della donna nella ex repubblica socialista. In questo nuovo romanzo la Nardini, con un scrittura lineare ma profonda, racconta un storia d’amore nata a Marsiglia, tra un contrabbandiere italiano e la bella Silvana. Siamo in pieno periodo fascista (1939), ci sono le leggi razziali, Marsiglia è italiana, una compagnia teatrale s’imbarca da Napoli per raggiungere la città di confine e portare in scena Pioggia di stelle al teatro Alcazar. Stefania Nardini ambienta la storia in due luoghi dell’anima: Napoli e Marsiglia; si documenta, racconta con dovizia di particolari l’occupazione nazista e la resistenza degli italiani, ricostruisce l’ambiente dei contrabbandieri, trafficanti di formaggio, cocaina, armi e degli sfruttatori della prostituzione. Una storia racchiusa in una cornice mirabile composta da italiani che fuggono dal fascismo e dalla miseria. Un libro per capire il nostro recente passato, imperdibile per gli appassionati di storia della seconda Guerra Mondiale e per tutti i fan di Jean-Claude Izzo.

Gordiano lupi

www.infol.it/lupi

Stefania Nardini, "Alcazar - Ultimo spettacolo"
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