Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

gordiano lupi

Fabio Melelli, "Kiss Kiss... Bang Bang il cinema di Duccio Tessari"

1 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Fabio Melelli, "Kiss Kiss... Bang Bang il cinema di Duccio Tessari"

Fabio Melelli - Kiss Kiss... bang bang - Il cinema di Duccio Tessari

http://www.ibs.it/code/9788890898600/melelli-fabio/kiss-kiss-bang.html

Quarta uscita per la collana "I Ratti" di Bloodbuster, guide introduttive a generi e protagonisti del cinema commerciale. Il volumetto è dedicato a Duccio Tessari, uno di quegli "artigiani del cinema popolare" che, benché abituati a passare senza troppi problemi da un genere all'altro, hanno forse più di altri - qualche diritto ad essere considerati "autori", per la riconoscibile cifra stilistica che permea la loro opera e per l'assoluto controllo che ne avevano. Conoscevo Fabio Melelli dal bel libro su Orchidea De Sants (possiedo la mitica Edizione Art Core, non quella di Coniglio), amica personale e un mito della mia adolescenza. Melelli è bravo, si documenta, raccoglie tante interviste: Benvenuti, Gastaldi, Ferrio, De Luca, Celeste... forse la parte dedicata ai film è ridotta all'essenziale, ma lo spazio della collana I Ratti ha ben precise esigenze. In ogni caso Melelli compila un'ottima filmografia comprensiva di tutti gli interpreti e i tecnici delle pellicole. Approfitto dell'uscita di questo buon libro per pubblicare una ventina di cartelle inedite che tempo ho scritto su Tessari. Magari a qualcuno viene voglia di comprare il libro di Melelli. Il link per acquistarlo l'ho indicato...

(Gordiano Lupi)

Mostra altro

Un film di Natale: Colpi di fortuna

29 Dicembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Un film di Natale: Colpi di fortuna

Colpi di fortuna (2013)

di Neri Parenti

Regia: Neri Parenti. Soggetto e Sceneggiatura: Alessandro Bencivenni, Domenico Saverni, Volfango De Biasi, Nerio Parenti. Fotografia: Tani Canevari. Montaggio: Claudio Di Mauro. Musica: Produttore: Maurizio Amati, Aurelio e Luigi De Laurentiis. Casa di Produzione: Filmauro. Durata: 100’. Commedia. Interpreti: Paolo Kessisoglu, Luca Bizzarri, Fatima Trotta, Marek Hamsik, Christian Maggio, Christian De Sica, Francesco Mandelli, Pasquale Petrolo (Lillo), Claudio Gregori (Greg), Barbara Folchitto, Raffaella Carrà.

Neri Parenti e De Laurentiis festeggiano trent’anni di cinepanettone facendo il bis di Colpi di fulmine (2012), stesso cast e identica idea di fondo, solo che al posto dell’amore improvviso questa volta c’è l’inatteso colpo di fortuna. Tre episodi invece che due. Confermati: Christian De Sica, Greg e Lillo. Nuovi ingressi: Luca e Paolo, Francesco Mandelli. Colpi di fortuna non ha la stessa freschezza di Colpi di fulmine, ma è un buon film, un prodotto commerciale per niente volgare che cita a piene mani la vecchia commedia all’italiana e molto cinema internazionale. Vero che spesso le gag sono risapute, che certe situazioni comiche sono già state sfruttate all’inverosimile, ma è anche vero che l’episodio finale ripaga il prezzo del biglietto per freschezza e originalità. Vediamo in breve i vari segmenti.

Luca e Paolo sfruttano il cliché del biglietto vincente perduto, ma anche il motivo cinematografico della ragazza contesa tra due amici. Brava e bella Fatima Trotta, che se la cava a dovere, citando persino Laura Antonelli in una sequenza storica di Malizia. Christian De Sica è un fortunato e superstizioso uomo d’affari che deve superare la sfiga arrecata da un menagramo di professione. Francesco Mandelli, reduce da i soliti idioti, non è male nella parte di un surreale traduttore dal mongolo che sputazza, parla con la lisca e soprattutto porta male a chiunque si avvicini. Echi di Totò, lugubre iettatore nel pirandelliano La patente, se non altro per il modo di vestire. Mandelli ricorda anche Tomas Milian nelle diverse interpretazioni da mongolo nel corso della sua carriera, valga per tutte Delitto al ristorante cinese. Lillo e Greg sono due fratelli che si ritrovano a causa di un’eredità, il secondo è piuttosto strano, per non dire completamente matto, e viene dato in adozione al primo. Lillo è un ex ballerino di Raffella Carrà che si è ridotto a fare l’istruttore per anziani in una casa di riposo e fatica a mantenere la famiglia. Alla fine il fratello bislacco guadagna una fortuna per aver investito il denaro in azioni e realizza i desideri di tutti, persino quello di Lillo di ballare ancora con Raffaella. In questo episodio si citano Edward mani di forbice (Greg intaglia il giardino improvvisandosi artista) e Blow Up (partita di tennis immaginaria). Greg e Lillo sono stratosferici. Tempi comici perfetti, battute surreali, gag strampalate, personaggi sopra le righe. Insomma, per fortuna il regista ha messo il loro episodio alla fine del film, così lo spettatore esce dal cinema con un buon ricordo dell’intera pellicola. Resta la curiosità di vederli all’opera - prima o poi - in un intero film da protagonisti.

Molti critici hanno trovato puerili e scurrili i primi due episodi, ma non mi pare che abbiano colto nel segno. Parlerei - caso mai - di idee vecchie riciclate e di scarsa originalità, ma non ho notato pesantezza verbale né momenti di volgarità gratuita. Sono molto fastidiose le pubblicità indirette, soprattutto nel primo episodio, vero e proprio spot prolungato di un’azienda marittima che organizza crociere. Non è il solo sponsor del film, ma la presenza delle altre aziende è molto più discreta. Valga per tutte la Provincia Autonoma di Trento, che - come in Colpi di fulmine - è la location di numerose sequenze. La pellicola si è giovata anche dei contributi statali per il cinema culturale e obiettivamente non sembrano così giustificati. Un buon cinepanettone. Importante è che lo spettatore (o il critico) non entri in sala convinto di assistere a un film di Bergman.

Mostra altro

Killer Joe (2011) di William Friedkin

2 Dicembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Killer Joe (2011)  di William Friedkin

Regia: William Friedkin. Soggetto e Sceneggiatura: Tracy Letts. Fotografia: Caleb Deschanel. Montaggio: Darrin Navarro. Musiche: Tyler Bates. Scvenogtrafia: Franco - Giacomo Carbone. Costumi: Peggy Schnitzer. Trucco: Krystal Kershaw. Produttori: Nicholas Chartier, Scott Einbinder, Patrick Newall, Eli Selden, Doreen Wilcox Little, Christopher Woodrow, Molly Conners, Vicki Cherkas, Zev Foreman, Roman Viaris. Casa di Produzione: Voltage Pictures, Pictures Perfect Corporation, Ana Media, Worldview Entertainment. Distribuzione Italiana: Bolero Film. Durata: 103’. Genere: Thriller - Noir. Interpreti: Matthew McConaughey (Killer Joe), Emile Hirsch (Chris Smith), Juno Temple (Dottie Smith), Thomas Aden Church (Anselm Smith), Gina Gershon (Sharla Smith). Mouse d’Oro al Festival di Venezia 2011 - Academy of Science Fiction, Fantasy & Horror Films, Saturn Award come Miglior Film Indipendente e Miglior Attore.

Tutti ricordano il geniale William Friedkin (1935) per Il braccio violento della legge (1971) e L’esorcista (1973), regista innovativo nel cinema horror e poliziesco, autore di lavori crudi e sperimentali come Cruising (1980).

L’esorcista è stata la fortuna e la maledizione di Friedkin, perché il grande successo della pellicola horror più paurosa degli anni Settanta - che generò sequel, imitazioni, persino un vero e proprio sottogenere italiano - ha segnato la fine delle sue produzioni ad alto budget. Fiedkin ha continuato a girare ottime pellicole indipendenti ma il grande pubblico non è quasi mai riuscito a vederle. Friedkin ha lavorato per la televisione, si è inventato direttore di opere, ricordiamo l’Aida (2005 - 2006) al Teatro Regio di Torino, e ha continuato a fare film interessanti.

Killer Joe è uno di questi, basato su un soggetto teatrale scritto dal premio Pulitzer Tracy Letts (che lo sceneggia). Racconta la storia torbida di una famiglia di disperati texani che per cambiare vita decide di far uccidere la madre per spartirsi i soldi della polizza vita. Joe Cooper, detto Killer Joe, un poliziotto che nel tempo libero si trasforma in uno spietato assassino a pagamento, viene incaricato di compiere il delitto. Non ci sono personaggi positivi, da buon noir che si rispetti. Chris è un giovane spacciatore che deve soldi a un boss della malavita, il padre Anselm è un ubriacone perdigiorno, la matrigna Sharla una prostituta, il killer è un poliziotto depravato. Unica luce che rischiara un ambiente marginale, ma fin troppo ingenua, la giovane Dottie, ancora vergine, che ricorda come un sogno un fidanzato dei tempi del liceo. Killer Joe chiede la ragazzina come caparra per compiere il crimine, perché la famiglia non può pagare il lavoro in anticipo. Tra i due nasce un torbido rapporto d’amore che condurrà lo spettatore verso un finale violento, anticipato da rivelazioni inaspettate, tra schizzi di sangue ed esplosioni di follia.

Killer Joe è un film intenso e cupo, recitato benissimo da attori ben calati in un’interpretazione teatrale, fotografato in una scenografia texana decadente, tra notti piovose e giornate torride, in un clima da noir metropolitano e thriller claustrofobico, pieno di flashback onirici e paesaggi degradati. Orrore, sesso malato, depravazione, eccessi gore e splatter, pestaggi realistici sono la cifra stilistica di un’opera che non sembra girata da un regista alle soglie delle ottanta primavere. Friedkin racconta una storia ironica e dura, amara, desolante, senza speranza infarcita di dialoghi surreali e di sequenze erotiche perverse che anticipano una carneficina.

Bene ha fatto il Festival di Venezia a premiare un lavoro che ricorda il nostro miglior cinema noir, opere come La belva col mitra (1977) di Sergio Grieco, ma anche l’opera omnia di Fernando di Leo (I ragazzi del massacro, 1969 - La mala ordina, 1972). Premiato anche al Toronto International Film Festival. In Italia si è visto poco e male, uscito a ottobre 2012, si è aggirato per qualche multisala delle maggiori città, per poi finire del dimenticatoio, come ogni produzione non sponsorizzata dalle major.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Killer Joe (2011)  di William Friedkin
Killer Joe (2011)  di William Friedkin
Killer Joe (2011)  di William Friedkin
Killer Joe (2011)  di William Friedkin
Mostra altro

Il Divo di Paolo Sorrentino

27 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Paolo Sorrentino. Soggetto e Sceneggiatura: Paolo Sorrentino.Fotografia. Luca Bigazzi. Montaggio: Cristiano Travaglioli. Musiche: Theo Teardo. Scenografia: Lino Fiorito. Costumi: Daniela Ciancio. Trucco: Vittorio Sodano. Durata: 110'. Colore. Produzione: Italia/ Francia. Produttori:Francesco Cima, Fabio Conversi, Maurizio Coppolecchia, Nicola Giuliano, Andrea Occhipinti. Case di Produzione: Indigo Film, Lucky Red, parco Film, Babe Film. Distribuzione: Lucky Red. Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Alberto Cracco, Piera Degli Esposti, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Cristina Serafini, Giovanni Vettorazzo. Premi: Premio della Giuria, Cannes 2008. Miglior Attore a Toni Servillo, European Film Awards 2008, 7 David di Donatello 2009: attore protagonista (Servillo), attrice non protagonista (Degli Esposti), direttore della fotografia, musicista, truccatore, acconciatore e effetti speciali visivi. 5 Ciack d'Oro, 4 Nastri d'Argento 2009, 7 Premi Bif&st 2009, 2 Loma 2009.

Non amo il cinema di Paolo Sorrentino (Napoli, 1970), neppure i temi che affronta con la sua scrittura mi appassionano più di tanto. Ritengo che sia uno dei registi italiani più sopravvalutati degli ultimi anni, anche se possiede tecnica e gusto per le immagini, oltre a essere un buon direttore di attori. Ero un po' prevenuto affrontando la visione de Il divo, pellicola che ho visto per intero solo nell'onda emotiva della scomparsa di Giulio Andreotti, dopo aver letto molti articoli sulla vita di un uomo politico che ha attraversato cinquant'anni di storia italiana. In definitiva sono rimasto abbastanza soddisfatto dai contenuti di un film eccessivamente esaltato dalla critica e premiato sino all'inverosimile, non tanto per le qualità cinematografiche (inesistenti), quanto per i contenuti documentaristici. Sorrentino ricostruisce la vita di Andreotti trattandolo come se fosse un robot privo di sentimenti, ricorrendo a un'interpretazione grottesca di Toni Servillo, truccato in maniera perfetta. Andreotti si esprime per frasi storiche, prelevate dagli aneddoti che il politico ha pronunciato nel corso degli anni, si presenta come un uomo senza scrupoli, interessato al potere, incapace di amare e di provare sentimenti, tormentato dal ricordo della morte di Aldo Moro. Non ci stupiamo che a suo tempo Andreotti rifiutò di vedere il film a Cannes insieme al regista e che si stizzì non poco dopo averne appreso i contenuti. Nonostante tutto - come suo stile - non querelò nessuno, anche se avrebbe avuto motivi in abbondanza, lasciando piena libertà di espressione al regista. La costruzione del film sposa senza riserve le ipotesi di connivenza mafiosa di Andreotti, oltre a colpevolizzare il politico per una lunga serie di malefatte legate alla prima repubblica, delitto Moro compreso. Punto di forza della pellicola è la somiglianza degli attori ai protagonisti della vicenda storica, a partire da uno straordinario Toni Servillo, giustamente premiato. Bravi anche Flavio Bucci nei panni del gaglioffo Evangelisti, Carlo Buccirosso come Cirino Pomicino e Anna Bonaiuto, moglie di Andreotti. Esagerati i premi, una vera pioggia di riconoscimenti, per un pellicola che ha poco a che vedere con il cinema, ma resta un'interessante docufiction. Il difetto più evidente del lavoro di Sorrentino è la poca obiettività, perché il regista sposa una tesi e la porta alle estreme conseguenze, senza concedere nessuna attenuante al protagonista. Ne viene fuori un Andreotti - Belzebù, protagonista negativo di tutte le nefandezze della prima repubblica, ma soprattutto un personaggio grottesco, irreale, quasi un fumetto satirico di se stesso. Il personaggio di Giulio Andreotti visto da Sorrentino sembra una raffigurazione estrema delle vignette di Forattini, orecchie a punta, posa rigida, curialesca, grandi occhiali, mani che si muovono e corpo fermo sul tronco. Manca la poesia e un po' di partecipazione empatica agli eventi, il risultato è sin troppo freddo per coinvolgere le spettatore. Questo Andreotti è troppo brutto per essere vero, si finisce per provare simpatia per il vero protagonista che viene fatto oggetto di critica feroce da parte del regista. Per quel che riguarda il cinema, non l'abbiamo visto. Forse i critici dal palato fine sono molto più bravi di noi a individuare lo specifico filmico. Viene da dire a viva voce: Ridateci Elio Petri.

Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

Mostra altro

Weekend tra amici di Stefano Simone

25 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Stefano Simone. Scritto da: Francesco Massaccesi. Editing & Colour correction: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Arredamento: Dino D'Andrea. Effetti Cg: Andrea Ricca. Interpreti: Matteo Perillo, Michele Bottalico, Filippo Totaro, Peppe Sfera, Tonino Potito, Nicla Loconsole, Michela Mastroluca, Raffaella Piemontese, Adolfo Renato, Tecla Mione. Origine: Italia. Anno: 2013. Durata: 62'.

Marco, Gianni, Stefano e Fabrizio, amici da sempre, si riuniscono come ogni anno per un torneo calcistico trasmesso in televisione che vede rivali le loro quattro squadre. Ogni personaggio è tormentato da un'angoscia diversa: solitudine, famiglia, divorzio, inferiorità sociale. Il calcio è il detonatore dei problemi insoluti delle loro vite, il catalizzatore di un odio represso, che esplode in un tranquillo weekend di paura, tra le mura di una casa di campagna, dove tutto era predisposto per una cena in compagnia, davanti al televisore, come ai vecchi tempi.

Stefano Simone gira il suo film più maturo, restando nel genere thriller stile Kenneth (2008) e Unfacebook (2011), ma abbandonando i riferimenti fantastici presenti in Cappuccetto Rosso (2009), Una vita nel mistero (2010) e nello stesso Unfacebook. Weekend tra amici è intriso di crudo realismo, un thriller claustrofobico e introspettivo, teatrale, un melodramma che scava nella psicologia dei personaggi e porta alla luce i demoni che albergano nella nostra psiche. Simone va ben oltre gli angusti confini del genere, scrive il suo miglior cinema d'autore, che risente delle influenze di Ingmar Bergman e William Friedkin. Un elogio al soggettista sceneggiatore Francesco Massaccesi (un cognome che promette bene), perché - a parte alcune lungaggini - non abbiamo notato buchi di sceneggiatura. Ottimo il montaggio, serrato quanto basta per creare la tensione di un cinema claustrofobico, girato quasi tutto in una stanza. Il meccanismo è quello dei 12 piccoli indiani di Agata Christie, solo che non stiamo cercando un assassino, ma il demone che prende forma e uccide senza un motivo apparente. La musica di Luca Auriemma - che conosciamo dai tempi di Cappuccetto Rosso, una costante nel cinema di Simone - è perfetta per caratterizzare tensione e momenti culminanti. Brani sintetici e sonorità meridionali, a tratti pare di sentire uno scacciapensieri, sono il leitmotiv di una colonna sonora ideale per rendere il clima angosciante della pellicola. Effetti speciali credibili, realizzati in economia, ma realistici: le parti efferate sono prive di sbavature, se tralasciamo il primo morto nella doccia che - per un istante - si vede respirare. Mi soffermo sulla recitazione, da sempre nota dolente del cinema di Simone, perché questa volta gli attori sono tutti bravi e ben calati nella parte, recitano con tono drammatico notevole, forse troppo impostato e teatrale, ma recitano, e catturano l'attenzione dello spettatore. Matteo Perillo (il dentista) ha una marcia in più, un vero professionista, interpreta in maniera convincente il dramma interiore della solitudine. Nicla Loconsole è una bella presenza sexy, persino misteriosa, che compare per un breve flash, ma purtroppo è poco utilizzata dal regista. La regia è attenta, la macchina da presa alterna primi piani, particolari, panoramiche, esterni paesaggistici che descrivono il colore locale, fotografa il crescendo di follia ricorrendo a una colorazione intensa con un tono rosso dominante.

Weekend tra amici parte con il tono della storia di formazione, un racconto alla Salvatores, stile Italia Germania 4 a 3 (1990) di Andrea Barzini e Compagni di scuola (1988) di Carlo Verdone, seguendo una tematica minimalista e costruendo una nostalgia del tempo passato che sfocia nel dramma. I quattro amici si riuniscono per passare un fine settimana insieme, per godere la visione del loro sport preferito, ma non riescono a lasciare da parte loro stessi, i problemi, le angosce che tormentano un difficile quotidiano. La vita scorre, la giovinezza è ormai perduta, i sogni sono infranti, resta il dramma di una generazione sconfitta. Simone e Massaccesi realizzano una dura critica al mondo del calcio ricorrendo a dialoghi serrati, molto tecnici, che i non ferrati nella materia faticheranno a comprendere. La critica alla violenza va di pari passo con il perbenismo di chi si disinteressa - ed è peggiore degli ultras - perché tanto ha l'abbonamento in tribuna d'onore. Lo stadio visto come sfogo sociale alle frustrazioni non è un'idea nuova, ma Simone inserisce citazioni colte (Blake, Cechov…) e intuizioni d'autore interessanti, oltre a mettere il dito sulla piaga: il gioco del calcio scatena gli istinti peggiori dell'uomo. Un crescendo di delirio e un tono sempre più cupo apre le porte a sequenze di puro metacinema quando uno degli amici afferma che con il cinema alto non si fanno incassi, svela i meccanismi della suspense e del sottotesto. Solitudine, rancori, famiglia vista come gabbia dalla quale è impossibile uscire, incomprensibile follia, tutto conduce alla più incredibile delle tragedie, una vera e propria ecatombe da melodramma spagnolo. Stefano Simone si dimostra ancora una volta un regista promettente, capace di mettere in scena un testo difficile e colto, intriso di riferimenti classici e letterari.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Mostra altro

"Sophia" di Stefano Simone

23 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Stefano Simone. Fotografia: Antonio Universi. Montaggio: Stefano Simone. Interpreti: Barbara Vescovi, Teresa La Scala, Dario Bernasconi, Fabrizio Boo. Scritto da: Teresa La Scala. Musiche: Luca Auriemma. Origine: Svizzera. Durata: 19'

Sophia (2012) - episodio del film collettivo Amores, che probabilmente non sarà realizzato - è l'ultimo lavoro di Stefano Simone, che gira un corto di 19', dal taglio fantastico, ben fotografato nel suggestivo paesaggio montano della Svizzera Italiana. La storia parte da un vecchio libro di leggende del Canton Ticino, riecheggia Lovecraft con la tesi del volume maledetto, ma anche certi film di Lucio Fulci e Dario Argento. Una ragazzina si lascia con il fidanzato, prende in prestito dalla biblioteca un volume di leggende e - poco a poco - si rende conto che ogni storia letta provoca un'incredibile scomparsa o un omicidio efferato. I passi del libro maledetto recitati in sottofondo introducono una storia tenebrosa che segue le tracce d'una leggenda, sia quella del tosatore, dei folletti che popolano il fiume o di un killer imprendibile che uccide e nasconde i corpi in un sacco. Ottimo il soggetto, meno brillante la sceneggiatura, troppo impostata e didascalica, vittima anche di un montaggio lento e a tratti confuso. Il tono è suggestivo, le riprese esterne sono molto buone, sembrano citare Cappuccetto rosso (2009), un vecchio medio metraggio del regista, ma anche il notevole Unfacebook (2011). La musica sintetica accompagna un crescendo di tensione, spesso stemperato e poco efficace, come non dovrebbe accadere in un thriller fantastico. Interessante l'uso della soggettiva, con la macchina da presa che segue il protagonista dell'evento macabro per sfumare al momento opportuno. Il regista sceglie di non mostrare i delitti ma lascia intuire, accompagnando lo spettatore fino al momento terminale, per poi staccare sulla lama, sul corpo che cade, sul killer che uccide. L'amante del cinema horror più efferato resterà deluso dal taglio non esplicito che il regista ha voluto dare alla sua ultima opera, anche perché Simone aveva abituato il pubblico a particolari gore e splatter molto cruenti. Teniamo conto che Sophia è un corto nato all'interno di un progetto scolastico che doveva coinvolgere altri autori, quindi è condivisibile non aver insistito sul macabro. La recitazione merita un capitolo a parte. Premesso che nessuno vuol gettare la croce addosso a tanti ragazzi volenterosi che hanno dato il massimo, riteniamo che il regista debba rendersi conto che per fare un buon film servono buoni attori. Impossibile uscire da questa lapalissiana realtà. Sophia è mal recitato, zeppo di dialoghi impostati, di sequenze lentissime che vedono personaggi uno di fronte all'altro intenti a dire battute delle quali sono i primi a non essere convinti. Peccato, perché l'idea del corto è valida, la storia interessante, la fotografia suggestiva, la musica intensa e il montaggio sufficiente. Il regista mostra di saperci fare con la gestione delle immagini, soprattutto nelle riprese in esterno, mentre è meno abile nella direzione degli attori (un difetto che lo accomuna a Dario Argento!). Attendiamo Simone alla prova di un nuovo lungometraggio, consideriamo Sophia una pausa di riflessione, un lavoro di passaggio, che presenta elementi positivi da sviluppare in pellicole di più ampio respiro.

Mostra altro

Adriana Pedicini, "Sazia di Luce"

22 Novembre 2013 , Scritto da Ida Verrei e Patrizia Poli Con tag #poesia, #recensioni, #poli patrizia, #ida verrei, #adriana pedicini, #Laboratorio di Narrativa, #gordiano lupi

Adriana Pedicini, "Sazia di Luce"

Sazia di Luce

Adriana Pedicini

Edizioni Il Foglio

pp 79

10,00

“Ogni volta non so se io viva o se sia un’altra che ricorda il passato

Adriana Pedicini è una poetessa di talento che ha portato avanti per molti anni la sua attività di docente di lettere classiche, e ora, dopo il pensionamento, nella piena maturità, presenta in pubblico la sua attività di scrittrice e il suo amore per la poesia.

Il libro, edito da Il Foglio, elegante, arricchito dai disegni di Anna Perrone, è una silloge di cinquantasette liriche che, come chiarisce la stessa autrice, si muovono circolarmente tra quei due poli antitetici che corrispondono al dolore che annienta e alla rinascita nella Fede.

Una raccolta di liriche che ripercorre sentieri dolorosi, esperienze che tracciano solchi profondi e si fanno poesia: versi che trovano, nell’espressività delle immagini e nella suggestione evocativa, la forza per ricreare atmosfere e stati d’animo.

Sazia di Luce, recita il titolo, e la sovrabbondanza di luce nasce dall’anima della poetessa, …e mi adagerò petalo impalpabile/ all’ombra del cipresso ad attendere/dietro la falcata nuvola nera/ l’indice di luce ad indicarmi la via…”, pur nella disperazione, nell’angoscia del rapido fluire delle cose, nello sconforto della malattia come metafora di uno stato di disfacimento dell’intera vita: “… Oggi è la storia/ cruenta di sempre”

In tutta la raccolta ricorre il registro elegiaco del ricordo, ma anche del senso amaro e duro della realtà, del mondo penoso dell’infermità fisica: … Ancora per poco vive/ libera la mia ansia e/ su muro bianco/di sole settembrino/si stempera/mentre sulle orme della sera/già plana l’angoscia. È lo sguardo attonito di fronte al mistero della morte, è il timore dell’inconoscibile, è il rimpianto per i chiarori di albe profumate di tiglio, per il profumo di mosto/e aria ebbra di vino. E allora nascono le interrogazioni, le domande perenni che dilaniano l’animo: che sarà di questo brandello di vita? Ricucirò i lembi di vecchia placenta?

Ma a questa dimensione crepuscolare si oppone la volontà di vivere e di agire, l’amore per la vita espresso nella quotidianità, negli affetti, nelle piccole e grandi cose di tutti i giorni.

“Il faut tenter de vivre”, recita Paul Valery, e Adriana, anche attraverso la fede, ritrova il senso della rinascita; la sofferenza si muta in luce che “sazia”, una gemma di vita e di speranza… profumo del Natale.

E allora, dopo la rivelazione del senso amaro della realtà, del mondo angoscioso della malattia, i versi rivisitano un mondo rassicurante, ritrovano la magia dei sentimenti, dei valori più autentici, la natura, le stagioni, la luce e i paesaggi, i suoni, gli odori, i colori: “Pigolio/il bisbiglio d’amore/ dei miei piccoli/ mi ha resa rondine/ che torna al suo nido/ con rinnovata scorta/ d’amore

… È tempo di cantare/ più dolci melodie

Il mutamento del paesaggio e delle atmosfere trova uno spiraglio di evasione e di sogno, pause contemplative, luoghi evocati e rivissuti attraverso l’emozione, ma anche con l’esercizio delicato dei sensi: “… a sera nel tremolio/ delle membra sotto turchina luce./ Ascolto solo/ la mia piccola città/ che pettegola, mormora…” È una provincia quasi appartata, ancora silenziosa, dove ha ancora un senso scorgere negli occhi un timido sorriso, legata alla dimensione della levità, come conquista di una serenità recuperata: è “Vita”.

La silloge si chiude con la domanda estrema/ che fu anche la prima./ Chi siamo? Adriana Pedicini trova la sua risposta nella Poesia e nella Fede. La vita non offre mai niente senza controparte, ma talvolta restituisce ciò che toglie.

Adriana Pedicini è imbevuta di studi classici. Lo stile di questa silloge lo dimostra, al punto da farne la sua peculiarità. I suoi sono versi dal sapore antico, con parole scelte e desuete. Ma non è il classicismo la sua vena migliore. Queste poesie sono state scritte in un momento difficilissimo della sua vita, ed ella, in lotta quotidiana con la malattia che devasta e toglie, le ha usate come sfogo ad un dolore che inchioda, come argine alla paura che mozza il respiro e “tinge di nero la prossima alba”. E i momenti più alti, più sublimi, non sono quelli in cui dà ordine al sentimento costringendolo nella forma classica, bensì quelli dove lo stile composto, trattenuto, lascia trapelare squarci di verità nuda, di parole scabre, quasi caproniane.

“Vita

Non conosco

la folla dei mercati

dei bar e delle piazze

delle strade lunghe

che nascono in periferia

silenziose e si svegliano

alle porte dei cantieri.

Non so

le brevi strade

colorate al mattino

di voci giovanili,

bisbiglianti amore

nei tardi crepuscoli,

silenti di parole

a sera nel tremolio

delle membra sotto turchina luce.

Ascolto solo

la mia piccola città

che pettegola, mormora,

trepida, soffre,

amo la vita della mia città antica

dove ha ancora un senso

scorgere negli occhi un timido sorriso.

Miracolo vivente

Mi hai appellata così,

vedendo la mia testa rasa,

sì, miracolo è vedermi

“senza” e non “con”,

vedere,

mentre a pezzi cade il corpo,

un’anima bambina

slanciarsi come sempre

ad afferrare lo spicchio di sole

che sbianca la parete

spalancare avidi gli occhi

sull’alba che fuga

i fantasmi della notte.

Il cuore piange e ride, giammai tedioso,

riposa sulla coltre grigia

della insensata calma.

Ogni giorno un guadagno,

ogni giorno un sassolino

bianco di luce segna i passi

dell’amore da fare insieme

finché…

finché l’ultima ora

scioglierà la promessa

di pur breve cammino.

Allora sarò ovunque

Ma sempre a voi vicina

Piccolo lume di fiamma viva a scaldarvi il cuore.

Qui non c’è artificio, non c’è manierismo, c’è solo un grumo di dolore che esplode, che dilania, un lago fondo di paura, il terrore della nera signora in agguato, pronta a strapparci ai figli, al sole, all’amore del compagno di una vita - uomo taciturno, forse austero, che ora frana nel dolore di lei. La malattia assale, la cura è ancor peggiore del male, si teme che non ci sia più tempo per gli affetti, e il panico tracima: “sarò cuore di cerbiatta spaurito, allo strepito dei rami di mirto”, diventando anche rabbia. “Non vorrei che la mano del destino/assetata arpia/mi trascinasse via/mentre spuma di rabbia/m’illividisce il volto. L’autrice si abbarbica all’amore dei figli che mai vorrebbe lasciare: “Saranno miei rami le braccia dei figli”, si ribella a un destino che nessuno di noi accetta.

Il rifugio nella fede è, sì, consolazione ma raramente abbandono, la ferita è troppo aspra, la lacerazione troppo insopportabile. Qualunque cosa è meglio che morire, qualunque cosa è vita, anche i ricordi della guerra, di un tempo amaro in cui, almeno, si aveva la possibilità di lottare e la speranza di sopravvivere.

Ma le radici sono forti, lo spirito è come roccia tenace che sa sempre risorgere, aggrapparsi, se non proprio alla speranza, almeno agli sprazzi di vita, alla natura, al profumo del Natale, (sia pur in “uggioso avvento”), della primavera, della natura. Così si ritagliano “lampi di serene giornate” mentre la fiducia rinasce, così si ha anche un pensiero cristiano per i poveri, gli abbandonati, i derelitti.

L’autrice si mostra in tutta la sua fragilità, con i suoi timidi rossori, il suo cuore di cerbiatta spaurita di fronte al fucile puntato, i suoi pudori che nascondono passioni sotterranee. L’impatto emotivo è immediato - nonostante il filtro della tecnica - dirompente, commovente. Le poesie migliori sono quelle dove non si cercano belle immagini ma ci si mette a nudo, crocifissi dal dolore, e le parola vita, vivente, sono ripetute ad esorcizzare il buio, a gridare il proprio incrollabile desiderio di rimanere ancora su questa terra.

Ida Verrei e Patrizia Poli

Mostra altro

I libri del Pisa Book Festival Tra Cuba e l’horror passando per l’Ucraina

21 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

I libri del Pisa Book Festival  Tra Cuba e l’horror passando per l’Ucraina

Finisce il Pisa Book Festival e me ne torno a casa con una valigia piena di libri, senza contare le vendite soddisfacenti e il piccolo successo della mia casa editrice (Il Foglio letterario - www.ilfoglioletterario.it). Le fiere sono l’occasione per rivedere vecchi amici, scrittori con i quali abbiamo iniziato un percorso, per poi magari lasciarsi, editori che condividono progetti simili ma persino diametralmente opposti. Roberto Massari è uno di questi, da sempre si occupa di Cuba, il suo ultimo prodotto è Gino Doné - L’italiano del Granma (euro 10 - pag. 160), scritto da Katia Sassoni, un testo importante, dedicato al solo italiano che ha partecipato alla Rivoluzione Cubana, un evento imprescindibile della storia del Ventesimo Secolo, comunque la si voglia giudicare. Gino Doné è una scoperta di Gianfranco Ginestri - detto Gin - un giornalista appassionato di cose cubane con il quale non sempre mi sono trovato in sintonia, ma non in questo caso, visto che ha compiuto un’opera più che meritoria. A proposito di Cuba, Greco&Greco, pubblica nella bella collana diretta da Domenico Vecchioni una poco convincente biografia di Fidel Castro, intitolata L’abbraccio letale (euro 14 - pag. 330). Il libro piacerà a un pubblico di estrema destra, a coloro che fanno confluire nel personaggio Castro tutto il male possibile, perché Carlos Carralero - esule cubano con il dente comprensibilmente avvelenato - dipinge il caudillo centramericano come una sorta di Pol Pot. Le esagerazioni non portano vantaggi alla causa condivisibile della democratizzazione cubana, oltre al fatto che la traduzione di Maria Francesca Monti è così incerta da rendere il libro poco leggibile. Massimiliano Di Pasquale, invece, è uno studioso appassionato di paesi dell’Est Europa che pubblica Ucraina - Terra di confine (euro 15 - pag. 250) con Il Sirente Edizioni. Interessante, ma solo per specialisti e per chi già conosce bene la materia. Patricia Mazy, una belga - elbana con ambizioni editoriali, scrive una bella favola con protagonista un cane: Mirabelle, cane marinaio (Lantana, euro 13,50 - pag. 130), che appassionerà gli amanti del nostro amico più fidato. Termino con una mia vecchia passione: l’horror. Stefano Fantelli, un giovane scrittore che può vantare diverse pubblicazioni - e in questo caso anche una prefazione scritta da Danilo Arona -, pubblica Strane ferite (Cut-up, euro 15 - pag. 200) e scrive la sceneggiatura di una serie a fumetti molto splatter (anzi, cannibale!) intitolata The Cannibal family (Euro 3 il numero zero, edito dalla teramana Inkiostro). Mi dicono che Fantelli è tra gli autori anche della rediviva rivista Splatter, ideata molti anni fa da Paolo Di Orazio, in uscita antologica per Rizzoli -Lizard, ma anche in tutte le fumetterie con episodi inediti. Solo per appassionati di cose estreme, non per stomaci delicati e per palati sopraffini, Fantelli scrive horror duro, non letteratura da fiction televisiva, e non ha paura di chiamare le cose con il loro nome, anche se ormai lo sappiamo che vendere romanzi horror agli italiani è come fare il piazzista di gelati al polo.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

I libri del Pisa Book Festival  Tra Cuba e l’horror passando per l’Ucraina
I libri del Pisa Book Festival  Tra Cuba e l’horror passando per l’Ucraina
I libri del Pisa Book Festival  Tra Cuba e l’horror passando per l’Ucraina
Mostra altro

Domenico Vecchioni, "Chi ha assassinato Rasputin?"

20 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste

Domenico Vecchioni è un ex diplomatico di carriera che da tempo si dedica alla divulgazione storica, confezionando agili saggi su personaggi popolari come Evita Peron, Raúl Castro, Pol Pot, Raoul Wallenberg, sullo spionaggio e sulla Seconda Guerra Mondiale.

Chi ha assassinato Rasputin? è un libro scritto con il solito stile colloquiale, con pretese di serietà scientifica, ma con taglio divulgativo, perché risulti accessibile a un vasto pubblico. Abbiamo avvicinato l'autore che ci ha concesso un'intervista ricca di particolari nel corso della quale spiega la genesi del libro.

Perché un libro su Rasputin?

Sono stato affascinato dalle più recenti interpretazioni storiche sul suo assassinio e sul ruolo politico da lui svolto. Rasputin, cioè, sarebbe stato eliminato nel contesto di un complotto ordito dai servizi segreti britannici, ossessionati dalla prospettiva di una pace separata della Russia con gli Imperi Centrali (siamo nel dicembre 1916). Rasputin, in effetti, era un pacifista convinto e aveva sempre cercato di impedire il coinvolgimento dello Zar Nicola II nelle guerre balcaniche. Gli inglesi temevano che il "diavolo santo", in sintonia con la zarina Alessandra (di origini tedesche), alla fine avrebbe convinto lo Zar a sganciarsi dagli Alleati. Un abile 007 dell'MI6, Oswlad Rayner, sarebbe l'autore del "professionale" colpo di grazia sparato sullo Staretz, già ferito da giovani aristocratici russi. Viene d'altra parte rivalutato il suo ruolo "politico": pacifista appunto, contrario alle discriminazioni razziali, preoccupato della sorte dei più poveri, critico degli eccessi della Chiesa ufficiale, fautore della collaborazione tra le classi ecc… Insomma finora molti studiosi si sono fatti forse abbagliare più dal mito che dal personaggio, in una sorta di sfasatura storica. Rasputin non è stato la causa della caduta della Russia imperiale, ne è stato solo l'effetto.

In una simile biografia, fin dove arriva la realtà storica e dove comincia la leggenda?

Difficile, in effetti, stabilire una linea netta di separazione in un personaggio entrato da vivo nel mito e morto in maniera conforme al mito…Certo è che alla sua leggenda nera (corruttore di corpi e di anime, detentore di poteri occulti, possessore delle "forze del male"), si dovrebbero aggiungere le sue lungimiranti visioni politiche, ancorché espresse con la rozzezza dovuta alla sua limitata cultura storica e politica. Se lo zar avesse seguito i suoi consigli (sopratutto quello di non entrare nella Grande Guerra), forse la caduta della monarchia e del paese sarebbe stata rallentata e molti lutti sarebbero stati risparmiati alla popolazione. Rasputin probabilmente non era un "veggente", era solo un "visionario politico". Aveva, cioè, capito prima degli altri che il mondo imperiale russo stava irrimediabilmente decadendo, gestito da un regime che non sapeva più valutare gli eventi ed era incapace di correggere i propri errori.

Ci sono personaggi contemporanei che possono in qualche modo assomigliare a Rasputin?

Rasputin verosimilmente è un personaggio unico, irripetibile, legato ad un determinato ambiente politico e sociale. Certo si può considerare che appartenga alla categoria delle éminences grises , dei consiglieri occulti (o comunque senza incarichi specifici e ufficiali) del potente di turno. Ma non credo esistano personaggi animati da una personalità così straordinariamente contraddittoria. Rasputin era convinto che non ci può essere estasi, avvicinamento a Dio senza un sincero pentimento. E non ci può essere pentimento senza peccato… Quindi più si pecca, più intenso è il pentimento che ne segue e più facilmente ci si avvicina a Dio…Con una simile filosofia di vita ci si predispone alle peggiori aberrazioni per poi salire più in alto nell'estasi divina…

Ci parli dei suoi progetti per il futuro.

Continuare nella mia attività di divulgatore e saggista attraverso la pubblicazione di articoli su riviste di Storia (in particolare BBC History/Italia) e la pubblicazione di biografie di personaggi insoliti. Sto attualmente studiando le vicende di Felix Kersten, il "medico del diavolo", il fisioterapista di Himmler! Approfittando dei momenti di quasi "felicità" del Capo delle SS dopo i suoi interventi (era la sola persona al mondo capace di liberare Himmler dagli atroci dolori di stomaco che gli impedivano di vivere normalmente), Kersten riesce ad ottenere la liberazione di prigionieri ebrei e non ebrei. Massaggiando Himmler, gli si accredita di aver salvato 60.000 persone!

Mostra altro

Giovani alla ribalta: Marco Amore

18 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

Giovani alla ribalta: Marco Amore

Il Foglio Letterario - rivista e casa editrice non profit che dirigo dal 1999 - nasce per scoprire e valorizzare giovani di talento. Penso che l'abbiamo fatto e che lo stiamo ancora facendo, senza trascurare i meno giovani che abbiano qualcosa da dire e sappiano esprimere in forma letteraria le loro idee. Ricordo Lorenza Ghinelli, passata a Newton & Compton con Il divoratore (e adesso La colpa), ma pure Claudio Volpe, candidato allo Strega con Il vuoto intorno e adesso autore di punta presso Anordest Edizioni. Non ci fermiamo (il noi non è berlusconiano, vuol dire che questo lavoro non lo faccio da solo!), molti giovani pubblicano con Il Foglio Letterario e attendono una valorizzazione critica e commerciale. La troveranno? Non lo sappiamo, ma non è così importante. In fin dei conti quel che conta è trovare una ribalta per esprimersi, pur piccola che sia. Oggi approfitto di questo spazio per presentare un giovanissimo autore che merita attenzione per l'impegno, la costanza e l'umiltà con cui lavora alle sue creazioni. Si tratta di Marco Amore, nato a Benevento il 9 maggio 1991, ex studente del Liceo Classico Statale Pietro Giannone. La sua prima esperienza in campo letterario risale all'età di diciotto anni, un romanzo di cui non vuol parlare, ha vinto alcuni concorsi, ma si sa che lasciano il tempo che trovano, servono solo per mettersi alla prova. Scrive racconti e poesie che presentano chiari riferimenti classici, dimostrano voracità da lettore e omaggiano maestri immortali come Shakespeare, Bronte, Hoffmann, Poe… Il suo stile è classicista, zeppo di in elementi descrittivi, intriso di un linguaggio ricercato, a tratti desueto, sovrabbondante, gotico e barocco. Non è mai banale, però. Questo mi fa dire che - se troverà la trama giusta e una storia degna di essere raccontata, forse un romanzo di formazione - potrà darci delle grandi sorprese. Ho letto molte cose incompiute di Marco, cercando - nei limiti del possibile - di consigliare la strada giusta per le sue creazioni, a mio parere quella (poco commerciale) della poesia e della prosa lirica. Sono convinto che troverà la sua strada. Per il momento presento il suo racconto migliore, la creatura più compiuta tra i tanti lavori che mi ha inviato negli ultimi mesi, accettando critiche - cosa non comune - a volte sin troppo dure. (Gordiano Lupi)

ll Foglio Letterario

Marco Amore

Zeitgeist

Replica a un amico

Una stanza. Ecco quel che ci occorre per il nostro racconto. Basta una stanza. Non eccessivamente ammobiliata, dal momento che troppi fronzoli fanno perdere il filo del discorso, né luminosa oltre il necessario, giacché la troppa luce intralcia il pensiero. Una stanza di media ampiezza, con qualche quadro qui e lì a combattere la monotonia della carta da parati (magari scene silvestri frapposte a plumbei litorali nordeuropei), un grosso guardaroba color ebano, tre, quattro mensole leggermente inclinate e stipate di libri sul cui frontespizio è facile leggere nomi stranieri come Émile Durkheim, E.T.A. Hoffmann, John Milton ecc ecc. associati a nomi un po' meno oscuri come, che so, Alessandro Manzoni; un letto sfatto e ancora caldo del tepore di un corpo, certo non lontano; due comodini completi di abat-jour, uno scrittoio chiazzato d'inchiostro, un canterano sbocconcellato dai tarli, una vecchia seggiola cricchiante di vimini e, non poteva essere altrimenti, un grazioso tappeto bukhara rosso chermes. Ma forse ho esagerato: devo eliminare qualcosa, o l'insieme risulterebbe indigesto a un eventuale lettore. Ebbene, le mura sono spoglie a eccezione di un solo dipinto. Niente paesaggi stile Emily Brontë - altro nome curioso stampato sulla copertina di uno dei tanti libri -; niente brughiere velate di nebbia, terre torbose, spiagge deserte. Niente alberi ingemmati dalla galaverna, crepuscoli melanconici, burrasche o tempeste di sorta. Si tratta di un lavoretto da poco: una serigrafia di fine anni Novanta che mostra un grottesco omino deforme. La notte stellata fa capolino dalle imposte dischiuse. Contaminati da bruscoli d'argento, i fulgori plenilunari tramutano la sagoma anzidetta in una turpe chimera. Il brusio continuo di un climatizzatore sembra l'unico trambusto a sciupare un religioso silenzio ma, se si presta maggiore attenzione, è probabile distinguere un rumore quanto mai fiacco, eppure udibile, dalla foga della macchina. Un uomo, del tutto immerso in chissà quali pensieri, sta fumando poggiato contro il davanzale della finestra. Il rumore cui mi riferisco è il sistematico soffiare della sua bocca torva. Ha sopracciglia folte e spessi favoriti. Il viso, lambito da Selene, non deluderebbe le aspettative delle più esigenti fanciulle. Tiene i gomiti puntellati al marmo, le mani aperte. Con una sottrae e riaccosta un sigaro alle seriche labbra; con l'altra culla un mento glabro e pronunciato . Veste assecondando i dettami dell'epoca romantica: il torace riempie una camicia dal colletto alto, morbido e ripiegato in maniera asimmetrica; coi polsini lunghi e stretti da cui penzolano evanescenti fascette di lino. Sotto indossa pantaloni alla ussara, del tutto spiegazzati, che assieme alla capigliatura crespa gli conferiscono un'aria alquanto negligé. Anche se non si nota, calza eminenti stivali scuri. Spruzzi di fango rappreso violano il nero delle tomaie e i puntali, di per sé già frusti, sono ricoperti da una patina fulva. Il resto della sua "toilette" giace sullo schienale della sedia.

Indumenti umidi. Una marsina, una redingote blu. Un cencio che non saprei definire. Avviluppati alla maniglia di ottone dell'ingresso - quasi dimenticavo! - figurano una coppia di guanti in cuoio glacé. I bordini cotonati sgocciolano acqua piovana sul pavimento (plic, plic, clop) e sul telaio dell'anta laccata avorio. Gradualmente, l'acqua supera i margini della piastrella e scorre a rivoli nelle fughe; dove viene osteggiata dalla porosità della malta, quindi assorbita, prima di raggiungere la testiera del letto. Mentre ciò accade, e la puzza di tabacco bruciato impregna l'ambiente e affumica i libri sulle mensole, la rigida fisionomia dell'uomo si addolcisce fino a cambiare. I suoi occhi divengono felini e sporgenti; il grigio delle iridi - un grigio che richiama le proprietà del piombo - si accende di un bagliore glauco; il naso adunco si raddrizza a imitazione di un modello ellenistico; la bocca si rimpicciolisce; la prominente linea della mascella si assottiglia; gli zigomi ben marcati affondano nella carne rosea di gote in boccio; collo, braccia e gambe perdono ogni traccia di rozza virilità… e così via. Segue il dileguarsi di camicia, pantaloni e stivali. Vediamo comparire al loro posto, contro la pelle lucida e diafana, un corpetto in taffettà, una gonna merlettata, un tablier di crêpe de chine broccato d'oro e due minuscole scarpette con fibbie in madreperla e fodera trapunta di fiori. Adesso il sigaro è una cassetta VHS: The Opening of Misty Beethoven. La redingote una cappa, la marsina uno scialle. Il cencio si sfalda in foglie di salice, i guanti si adattano ad accogliere dita affusolate.

Subito prende consistenza, dinanzi al nostro malcelato stupore, uno spettro da fiaba. Questa donna, perché di una donna si parla, possiede la grazia intrinseca del cherubino. Cammina per la stanza con flemma eterea. Sul capo, intrecciata alla chioma fluente, ha una corona di ranuncoli e orchidee. Le code della nappa di raso che le stringe in vita saltellano a destra e a manca ad ogni passo.

"O woe is me," mormora con voce rotta l'apparizione, "t'have seen what I have seen, see what I see! "

Poi si accascia a terra, inerte. È morta. La videocassetta ruzzola contro il muro, esplode in una confusione di schegge. Fuori dalla finestra, il fuoco fatuo dell'aurora profila le cime dei monti. Un gallo canta il De profundis. Il cocchio del sole avanza, pavesato di gramaglie; la notte batte in ritirata.

Tra l'armadio e il comò c'è uno spazio vuoto, un fosco anfratto. La luce del giorno non lo rischiarerà prima delle sei. Nascosta dalle tenebre, una sfinge indugia acquattata in quel punto. Di tanto in tanto frusta con la coda il gres porcellanato delle piastrelle. Morta la donna, risolve di uscire allo scoperto. Con le zampe leonine ne calpesta impassibile la salma. Un indovinello le tesse ragnatele nel cuore, su per la laringe; le si aggrappa all'ugola e la lingua palpita irrefrenabile.

"Chi ha dormito nel letto?" sbotta dunque la creatura. E un eco disumano riporta indietro la domanda.

Mostra altro
<< < 10 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 > >>