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gordiano lupi

Luciano Curreri "Quartiere non è un quartiere""

17 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Luciano Curreri "Quartiere non è un quartiere""

Luciano Curreri
Quartiere non è un quar
tiere
Racconto con foto quasi immaginarie
Amos Edizioni – Euro 12 – Pag. 115
www.amosedizio
ni.it

Luciano Curreri – professore di letteratura in Belgio - lo conoscevo come forbito saggista e valente italianista, avevo letto Il peplum di Emilio (Il Foglio, 2012), L’elmo e la rivolta (Comma 22, 2011), ma mi ero lasciato sfuggire la sua notevole vena narrativa, che in questo volume – a metà strada tra il romanzo e la raccolta di racconti – tocca corde proustiane. Forse quando raggiungiamo una certa età – non giocoforza veneranda, come in questo caso – il ricordo dell’infanzia si fa pressante e ci chiede di venire fuori, di essere inserito in una narrazione, di non restare soffocato dal tempo che passa. Ci capita, allora, di andare alla ricerca del tempo perduto, se siamo scrittori usiamo l’arma della poesia o della prosa poetica, come nel caso di Curreri, che racconta i suoi ricordi, ma sono ricordi talmente universali da comprendere tutti i lettori. Curreri narra una campagna ferrarese che fa venire a mente i migliori film di Pupi Avati, un’adolescenza che profuma di un Amarcord felliniano, intrisa della poesia della memoria, ricca di parole evocative e di immagini suggestive. Protagonista dei ricordi è la nonna dell’autore, ma in primo piano c’è un piccolo mondo antico irrimediabilmente perduto, un mondo piccolo abbandonato per sempre, che non può tornare, un’infanzia che più si allontana più si affaccia con prepotenza alla memoria. Bravo Luciano Curreri che è andato alla ricerca del tempo perduto e ha saputo trovare le parole giuste per farlo apprezzare al lettore. Non era facile.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Cinzia Demi, "Ero Maddalena"

16 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia, #recensioni

Cinzia Demi, "Ero Maddalena"

Cinzia Demi

Ero Maddalena

Puntoacapo – Euro 10 – Pag. 70

Non sono un esperto di poesia, anche se amo leggerla e tradurla dallo spagnolo per far conoscere i miei poeti cubani della diaspora, ché poi far conoscere - per la poesia - è una parola grossa, a volte anche regalandola non si trovano lettori. Proviamo a parlare di un libro che mi ha emozionato, allora, da semplice lettore, ché quello sono, non certo un critico, tanto meno un poeta.

Cinzia Demi è piombinese come me, vive a Bologna, dove dirige la collana di poesia Sibilla per Pendragon e manda avanti il bimestrale Parole. Per Il Foglio Letterario ha curato, insieme alla poetessa Patrizia Garofalo, una stupenda antologia - omaggio a Giorgio Caproni: Tra Livorno e Genova: il poeta delle due città (2013).

Ero Maddalena è un libro di liriche che mette in primo piano una figura di donna inquieta, straziata dal dolore, piena di passione carnale (come in Giovanni Testori), inserita nel quotidiano dove vive la sua follia e la sua passione. Maddalena è una peccatrice, come tutti noi, non è difficile per il poeta immedesimarsi in una figura di donna che ottiene la salvezza bagnando di lacrime le carni di Gesù (ero Maddalena lo sento/ lo so ho la sua stessa vena/ sono la sua stessa forma). Maddalena percorre le stazioni del dolore, un personale pellegrinaggio di redenzione, assiste alla resurrezione di Cristo con gli occhi meravigliati di un’innocente. Maddalena peccatrice, certo, ma proprio per questo vicina a Cristo e donna investita del ruolo di dover svelare il mistero della resurrezione della carne (io mi piego alla pietà/ di uno che ho visto morto/ che non è più nessuno). Cinzia Demi dialoga con Maddalena (parti in corsivo alternate a sequenze in tondo), in terzine dantesche, imperfette, moderne, con uno stile originale, anche se suggestionato dallo studio di Caproni. La poetessa accoglie la leggenda secondo cui il vento di Ponente avrebbe accompagnato la figura di Maria Maddalena, sin quando la sua statua approdò all’omonima isola, in Sardegna, spinta da quel vento: Bologna mi accoglie/ potente nelle sue strade/ a quest’ora quasi senza gente/ un vento di ponente/ deciso mi ha spinto/ nella sua direzione/ scalza come un bambino/ nuda di consolazione/ cerco l’antro di un portone/ o la fredda scala/ la balaustra di una chiesa/ il riparo di una prigione. Poesia moderna che racconta una vita del passato e ripercorre strade d’un dolore al femminile quanto mai moderno e attuale. Simbolismo, metafore, similitudini poetiche e ricerca linguistica sono elementi fondamentali d’una poesia vibrante, musicale e ricca di emozioni. Suggestiva la copertina di Maurizio Caruso, acrilico su cartone telato, di Maurizio Caruso. Confezione editoriale tascabile, economica, in perfetta sintonia con l’opera poetica.

Gordiano Lupi

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Claudio Bartolino, "Macchie solari. Il cinema di Armando Crispino"

13 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

Claudio Bartolini
Macchie solari
Il cinema di Armando Crispino
I Ratti di Bloodbuster – Pag. 264 – Euro 15

Claudio Bartolini è un vero critico cinematografico, anzi credo che sia un docente universitario della materia, sicuramente competente e coltissimo, collabora con Film TV, Nocturno Cinema, cura rassegne, corsi e cineforum. Ha pubblicato ottimi libri sul cinema di Pupi Avati (Il gotico padano, Nero Avati) editi niente meno che da Le Mani, oltre a dare alle stampe Videocronenberg con Bietti. Si è occupato di Ridley Scott e David Fincher. Adesso affronta Armando Crispino, con la prefazione di Francesco Crispino, figlio del regista, e lo fa con grande preparazione tecnica, studiando ogni pellicola come se dovesse comporre altrettanti capitoli di un testo universitario. Solo che le persone interessate a un regista come Crispino - giocoforza minore, del cinema bis… - non devono affrontare un esame, ma vogliono soltanto documentarsi, saperne di più, conoscere retroscena. Ecco, questo libro non è per loro. Non voglio dire che Macchie solari non sia un ottimo testo. Tutt’altro. Lo è fin troppo. Bartolini fornisce notizie e dettagli tecnici, aprendo persino una finestra sui molti progetti mai realizzati dal regista. Il limite del libro - a mio avviso - è quello di trattare con eccessiva serietà critica pellicole come Macchie solari, Commandos, Frankenstein all’italiana e Faccia da schiaffi. Per molti lettori ciò che definisco un limite costituirà un pregio, ma a mio modo di vedere sul cinema bis italiano è importante fare divulgazione alla portata di tutti, non costruire apparati critici a uso e consumo di pochi eletti. In ogni caso la collana I Ratti di Bloodbuster è benemerita, perché colma un vuoto di mercato e accontenta molti appassionati. Tra le cose migliori uscite per il piccolo editore milanese: Nudi e crudeli - I mondo movies italiani (Bruschini & Tentori, che a mio avviso usano il linguaggio giusto e sono molto preparati), Tutte dentro - il cinema della segregazione femminile (Di Marino & Artale) e Kiss kiss… Bang bang - il cinema di Duccio Tessari (Melelli). In preparazione alcune chicche: Deliria - il cinema di Michele Soavi (Ilaria Feole), Maurizio Merli: il commissario di ferro (Fulvio Fulvi) e Voglia di guardare – L’eros secondo Joe D’Amato (Tentori). Siamo molto curiosi!

Gordiano Lupi

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Domenico Vecchioni, "Felix Kersten - Il medico di Heinrich Himmler"

12 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Domenico Vecchioni
Felix Kersten - Il medico di Heinrich Himmler
(Una storia straordinaria)
Greco&Greco – Euro 12 – Pag. 172

Domenico Vecchioni è un diplomatico di carriera, ex console a Madrid e a Nizza, ambasciatore d’Italia a Cuba, con la passione per la saggistica storica. Ha pubblicato molte biografie: Raúl Castro, Evita Perón, Raoul Wallenberg, Pol Pot, Kim Philby, Richard Sorge, oltre ad alcuni studi sulla storia dello spionaggio.

In questo libro - sintetico, divulgativo, ma esauriente - Vechioni ripercorre la vita di Felix Kersten, il medico personale di Heinrich Himmler, il “burocrate dello sterminio”, capo delle SS e della Gestapo, protagonista di un incontro stupefacente con il rappresentante del congresso ebraico mondiale, Norbert Masur. Lo stile di Vecchioni è piano e semplice, descrive Himmler come un personaggio da romanzo, alle prese con i suoi lancinanti dolori di stomaco che soltanto il medico finlandese Kersten sarà in grado di alleviare. Molto interessante è l’intreccio di rapporti tra il capo nazista e il medico - amico, che diventa un confidente così ascoltato e influente da permettergli di salvare molte vite umane. Il medico segue il burocrate in ogni spostamento, lo cura con i massaggi e le medicine, lo ascolta, dispensa consigli, fino a compiere la sua impresa più grande, per la quale sarà sempre ricordato. Kersten - ricorrendo al suo potere - fa firmare a Himmler il Contratto in nome dell’Umanità, poco prima che cada il nazismo, evitando la distruzione dei campi di concentramento e salvando la vita a 800.000 persone. Un benefattore dell’umanità, una salvezza per 63.00 ebrei, un uomo della cui vita si conosce poco e che bene ha fatto Vecchioni ad analizzare in ogni sua sfaccettatura. Un’ottima lettura.

Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi

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AA.VV. "Un giorno a Milano"

10 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

AA.VV.  "Un giorno a Milano"

AA.VV.

Un giorno a Milano

Novecento Editore – www.novecentoeditore.it

Pag. 286 – Euro 9,90

Da una brillante idea di Paolo Roversi nasce la collana Calibro 9 di gialli e noir metropolitani di Novecento Editore, che debutta sul mercato con una raccolta di racconti ambientata a Milano, curata niente meno che da Diabolik - Andrea Carlo Cappi e introdotta da Andrea G. Pinketts. I racconti, ambientati nella metropoli lombarda, sono scritti da Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone (tre autori che ne compongono un quarto, recita la loro biografia!), Andrea Carlo Cappi, Stefano Di Marino, Giuseppe Foderaro, Francesco G. Lugli, Giancarlo Narciso, Ferdinando Pastori, Francesco Perizzolo e Paolo Roversi. Alcuni autori raccontano Milano utilizzando i personaggi di successo della loro produzione, così Di Marino mette in campo il suo Professionista (Segretissimo), Narciso l’investigatore privato milanese Butch, Roversi il giornalista Radeschi, che si sposta a bordo di una Vespa gialla del 1974. Andrea Carlo Cappi preferisce il racconto non seriale ma sempre ambientato in una Milano da bere, con un titolo sudamericano che ammicca a un motivetto di successo. Meno noto ma ugualmente bravo Ferdinando Pastori, che conosco fin dai tempi della sua prima straordinaria raccolta Piccole storie di nessuno (Edizioni Clandestine), adesso mi dicono vincitore del Roma Noir.

Un giorno a Milano è un bel prodotto editoriale, graficamente accattivante, economico (10 euro per quasi 300 pagine), stampato in carta riciclata e in un formato pocket che ricorda il giallo da edicola degli anni Settanta. Lo spirito inquieto di Scerbanenco ringrazia.

Gordiano Lupi

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Gianni Canova e Duccio Tessari

30 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Gianni Canova e Duccio Tessari

Gianni Canova ne l’Enciclopedia del Cinema Garzanti scrive: “Duccio Tessari nella sua lunga carriera scrive e realizza film di genere diverso. Dopo aver lavorato solo come sceneggiatore, esordisce nel 1961 con un kolossal mitologico scritto insieme a Ennio De Concini, Arrivano i Titani, gustosa rivisitazione del peplum. La sua passione per il cinema di genere lo porta a misurarsi con il western, la commedia, il poliziesco, il melodramma, il thriller, il gangster, il musical, il film d’avventura e di guerra. Si muove a proprio agio quando racconta, non senza ironia, scazzottature e duelli del pistolero Ringo (Una pistola per Ringo e Il ritorno di Ringo, 1965) o descrive le indagini di Duca Lamberti nella detective story La morte risale a ieri sera,1970), dal romanzo di Giorgio Scerbanenco, ambientata in una Milano malinconica e brumosa. Il suo film più riuscito e intrigante è certo il noir Tony Arzenta (1973), in cui una sapiente narrazione, sostenuta da una regia intelligente e creativa, accompagna il protagonista Alain Delon in una disperata ricerca di vendetta”.

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L'amore di Doris Duranti e Alessandro Pavolini

27 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

L'amore di Doris Duranti e Alessandro Pavolini

Nel cinema italiano degli anni Quaranta incontriamo storie che fanno grande scalpore come quella relativa all'amore che lega Doris Duranti al gerarca fascista Alessandro Pavolini. Un amore vero, che nasce nel 1942 sotto il fuoco dei bombardamenti e va avanti sino alla fine del fascismo e alla morte del gerarca. Doris Duranti, "l'orchidea nera" del cinema fascista, sta girando Carmela di Flavio Calzavara quando si innamora di Alessandro Pavolini, un fedelissimo di Mussolini. Lei non si interessa di politica, ma è affascinata dal potere di quell'uomo deciso e determinato che è ministro della cultura del fascismo.

Doris Duranti nasce a Livorno nel 1917 in una famiglia benestante composta da un padre anarchico e antifascista e una madre bigotta che insiste per farla studiare dalle suore. Doris ha un fratello più grande di vent'anni che alla morte del padre si occupa della sua educazione e la fa iscrivere a Magistero. Lei è una bella ragazza bruna e sensuale, per i tempi una vera rivoluzionaria, visto che ama il cinema e il teatro, cose per donne perdute e non per ragazze di buona famiglia. Doris odia il mondo borghese e le sue convenzioni ed è per questo che scappa di casa, come lei stessa afferma in un'intervista "per non essere costretta a sposare il solito ufficiale di marina" (1). Doris sogna una vita da modella e da attrice e, quando Josephine Baker si esibisce in teatro a Livorno, ruba i soldi alla madre per assistere al suo spettacolo. Prende un sacco di botte ma esce da teatro convinta che quella del palcoscenico sarà la sua vita, pure se il genere musicale della Baker non la affascina più di tanto. La strada della Duranti è il cinema che incontra per caso grazie all'agente Besozzi che la invita a mandare alcune foto a Cinecittà. Doris non passa inosservata e viene chiamata a Roma per un provino, occasione che non può certo lasciarsi sfuggire. Doris scappa di casa, dopo aver rubato i soldi alla vecchia zia aprendo un cassetto con un ferro da calza e aver detto alla madre che deve andare in chiesa a fare la comunione.

Doris si dirige alla stazione ferroviaria e sale sul primo treno per Roma dove un cugino le dà una mano per trovare una sistemazione. Il giorno dopo si presenta da Besozzi a Cinecittà e comincia la sua avventura di attrice. Doris si specializza in ruoli di donna fatale come la Lola di Cavalleria rusticana di Palermi (1939) ma raggiunge la notorietà con Sentinelle in bronzo di Marcellini (1937). I suoi primi film sono Amazzoni bianche con Ezio D'Errico e Aldebaran con Blasetti che provocano la reazione scandalizzata di casa Duranti. La famiglia si vergogna di avere una figlia attrice e il fratello le manda un telegramma dove le impone di cambiare nome. "Mio padre me l'ha dato e io me lo tengo", risponde decisa e per niente intimorita la bella attrice (2).

Doris Duranti non è la sola attrice ad avere rapporti con i gerarchi fascisti. Basti pensare a Claretta Petacci, la donna di Mussolini, pure se lei - a differenza della sorella Miryam - non fa seriamente cinema ma si limita a poche apparizioni. Le tre attrici simbolo del'epoca sono la Duranti, la Ferida e la Calamai, perché Alida Valli verrà solo in un periodo successivo, e le prime due hanno rapporti tormentati con personaggi legati al fascismo. Doris non ha molti amici nel mondo del cinema, guadagna due milioni a film ma spende molto perché fa una vita da aristocratica a contatto con il bel mondo di Roma. Doris è un'aristocratica che non ama il popolo e i borghesi, per lei l'apparenza è tutto ed è bene tenere le distanza con gli inferiori e con la servitù. "Meglio bere acqua in un bicchiere dorato che champagne in un boccale di stagno", sostiene (3). Doris pensa solo al cinema, non ha un'idea politica ben definita, ma accetta il fascismo come avrebbe accettato qualsiasi altro regime e conosce tra i fascisti persone che frequenta volentieri. Pavolini è un intellettuale, un uomo che lei definisce "intelligente, dolce e disinteressato" (4) che conosce a Livorno durante la lavorazione de Il re si diverte. Doris in quel film gira la famosa scena della danza dei sette veli, per i tempi molto spinta, forse proprio una delle cose che fa innamorare Pavolini. Alessandro e Doris cominciano a frequentare il salotto di casa Ciano, che lei definisce "un uomo raffinato quando dimentica di essere stato un pescivendolo livornese" (5), poi rientrano a Roma e consolidano il loro rapporto. I due innamorati si incontrano tutte le sere a casa di Doris, sul Lungotevere Flaminio, e passano ogni notte insieme. Mussolini è preoccupato di questo amore proibito del gerarca responsabile della cultura e vorrebbe troncare la loro relazione.

"Farei qualsiasi cosa per non rinunciare a lei", risponde Pavolini. E il duce non insiste, pure perché anche lui ha il suo bravo scheletro femminile nell'armadio. Mussolini resta affascinato dalla bellezza di Doris Duranti dopo aver visto la famosa scena dei sette veli e comprende il gerarca. Fatto sta che questo amore tra Doris Duranti e Alessandro Pavolini aiuta a far passare in censura certi film un po' troppo spinti interpretati dalla bella attrice. La Duranti però non sta con Pavolini per interesse, secondo quello che l'attrice sostiene in periodi non sospetti, lui non fa regali perché non è ricco, il solo dono ricorrente sono le orchidee bianche per Natale. Doris è affascinata dalla cultura di Pavolini, che ritiene uomo raffinato e interessante, resta al suo fianco fino in fondo, pure quando sarebbe più comodo mollare tutto e scappare. L'amore tra Doris e Alessandro giunge a un bivio importante alla caduta del fascismo, il 25 luglio del 1943. La sera stessa il compagno telefona: "È tutto finito. Ti chiamerò quando posso. Addio", sono le parole preoccupate. Pavolini è in fuga, la Duranti resta sola in balia di chi non le perdona l'amore per un fascista e la polizia perquisisce la sua casa romana. Per giorni i due innamorati non si vedono, poi una signora telefona a Doris per chiedere denaro utile a far espatriare Pavolini in Germania.

L'attrice, per salvare il suo uomo, cede un braccialetto composto da trentadue sterline d'oro e lo fa consegnare a un incaricato che attende presso l'Hotel Ambasciatori. Pavolini parte per la Germania e si mette in salvo solo grazie a lei che un bel giorno sente la sua voce alla radio affermare: "Torneremo presto". A Doris non interessa la sorte del fascismo, tiene solo al suo uomo che ama come il primo giorno. Una mattina in casa sua squilla il telefono e all'altro capo del filo c'è proprio lui, l'amore della sua vita che è tornato a Roma. Pavolini è arrivato nella capitale dopo l'8 settembre grazie all'aiuto dei tedeschi e, come segretario del partito, riprende possesso di Roma a nome della Repubblica Sociale. Pavolini diventa l'uomo più odiato da antifascisti e partigiani, il simbolo del regime che non vuol cadere e che si appoggia sull'invasore tedesco.

Il gerarca va al nord dove il fronte della guerra è più caldo e Doris lo segue prima a Lucca, poi a Firenze infine a Milano dove passa con lui i suoi ultimi giorni. Per la Duranti questo periodo di un anno e mezzo trascorso al nord con Pavolini rappresenta un momento di grandi problemi. Il cognome Duranti è ebreo, pure se l'unico antenato di quella razza risale a molte generazioni prima, ma le SS la arrestano e la fanno spogliare. I tedeschi scambiano tre nei sulla spalla per i segni inequivocabili della sua appartenenza alla religione ebraica. Doris nega e chiede di chiamare Pavolini, ma finisce lo stesso in cella a Santa Verdiana insieme a venti ebrei che piangono come disperati. Per fortuna il suo uomo interviene, risolve l'equivoco e la fa liberare. Successivamente le SS la scortano a Venezia, dove si tenta di far rinascere il cinema fascista, per interpretare una pellicola che non verrà mai ultimata. Doris si sposta da Venezia a Milano, sotto i bombardamenti inclementi, vive uno dei periodi più neri della storia italiana. Pavolini viene ferito a Maderno e lei vuole starle accanto anche durante la fuga in Valtellina. Doris si ritrova a Como con un fucile in braccio che non sa usare e vicino a lei ci sono anche la Ferida e Osvaldo Valenti, due persone che hanno poco a che vedere con il fascismo. Valenti è un drogato, un mitomane avventuriero che fa innamorare la Ferida e si getta in una sconsiderata avventura finale che coinvolge la bella attrice. La droga in quel periodo circola molto a Cinecittà, la Ferida è un'ingenua ragazza di campagna che si fa irretire da Valenti e si perde nei giri di cocaina che consuma in grande quantità. La Duranti invece è un'aristocratica e non cede mai alle lusinghe della droga. Doris si trova a Como quando viene a sapere di essere nella lista nera dei comunisti e che i partigiani la stanno cercando per eliminarla. La bella attrice allora prende contatto con un uomo di cinema svizzero che le organizza la fuga quattro giorni prima della cattura di Mussolini e della sua fucilazione. Pavolini e Mussolini vengono catturati dai partigiani mentre tentano anche loro di fuggire verso la Svizzera, quindi sono fucilati e appesi per i piedi a piazzale Loreto. Doris Duranti vede il suo amante pochi giorni prima che accada l'irreparabile e ottiene un passaporto falso con il nome di Dora Pratesi. Il merito è dello svizzero che per diecimila dollari la fa espatriare e ricoverare in una clinica del suo paese. Sono diciotto ore di marcia per passare il confine insieme a uno zio che subisce pure un attacco di cuore, ma alla fine ce la fanno e alle tre del mattino si trovano a Lugano. La bella orchidea nera viene ricoverata nella clinica Moncucco dove un infermiere la riconosce come la famosa attrice amante del gerarca. La polizia svizzera arresta sia lei che lo zio e per la bella Doris è ancora una volta galera, mentre dall'Italia giungono le notizie delle terribili fucilazioni. La polizia svizzera si prepara a far espatriare l'attrice e allora lei si taglia le vene, non sappiamo se per la disperazione quando apprende della morte di Alessandro oppure per un freddo calcolo. Doris viene internata in manicomio e ha la fortuna che il capitano della polizia svizzera, Luciano Pagani, si innamora di lei.

Insieme organizzano una vera e propria messinscena con una finta estradizione in Italia, ma alla fine la Duranti viene di nuovo accolta in territorio svizzero. Pochi giorni dopo l'attrice si unisce in matrimonio con il capitano Pagani, solo per diventare cittadina svizzera e non avere più fastidi dal nuovo governo italiano. I due si sposano in gran segreto, a Campione d'Italia, con le pubblicazioni affisse solo per poco tempo e la Duranti si presenta in chiesa dopo essersi nascosta nel bagagliaio di un auto e avvolta nei tappeti come Cleopatra. Doris non ama né quel noioso marito svizzero, né quella terra troppo ordinata e precisa che definisce "tutta formaggi e orologi", si diverte a contraddire il marito preciso e conformista persino sull'ora che segna il suo orologio (6). Il matrimonio d'interesse dura solo un anno, pure se lei serba eterna riconoscenza a quell'uomo. Luciano Pagani non vorrebbe concedere il divorzio ma alla fine si piega al volere della bella attrice che gli dice: "Tu nel 1945 mi hai salvato la vita, ma io ho pagato la mia testa con un'altra cosa. Uno come te non avrebbe mai potuto sperare di portare a letto Doris Duranti". L'orchidea nera fugge in America, ha una breve relazione con Mario Ferretti, poi la troviamo in Argentina, Venezuela, Cuba e infine Santo Domingo, dove si lascia andare ai malinconici ricordi di una vita da star. Nel dopoguerra torna sporadicamente sul grande schermo ma non ottiene il successo di un tempo, sostiene di vivere bene ai tropici, pure se di tanto in tanto torna a Roma dove c'è sempre qualcuno che si ricorda di lei. Doris Duranti in una delle sue ultime interviste rilasciate alla stampa italiana sostiene che Roma è troppo cambiata e che lei non ce la farebbe più a vivere in una città così diversa da come l'ha lasciata. Le sue idee politiche sono sempre confuse, giustifica il sanguinario dittatore dominicano Trujillo e sostiene che "la democrazia non esiste perché chi comanda fa fuori i suoi nemici, basta guardare Fidel Castro cosa ha fatto a Cuba". Nel 1995 l'ex orchidea nera si spegne per sempre a Santo Domingo (7).

Note

(1) Intervista di Enzo Magrì a Doris Duranti - "Doris Duranti - il primo seno nudo del cinema italiano" da "L'Europeo" del 22 novembre 1973

(2) Ibidem - intervista citata

(3) Ibidem - intervista citata

(4) Ibidem - intervista citata

(5) Ibidem - intervista citata

(6) Ibidem - intervista citata

(7) Ibidem - intervista citata

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Ernesto Gastaldi e DuccioTessari

26 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Ernesto Gastaldi e DuccioTessari

Abbiamo avvicinato lo sceneggiatore Ernesto Gastaldi per avere un’opinione su Duccio Tessari, il parere di un uomo che ha lavorato spesso con il regista genovese.

“L’ultima volta che ho lavorato con Tessari fu sul finire del 1985 per la serie TV Caccia al ladro d’autore, per l’episodio Il ratto di Proserpina. C’era una scena dove un elicottero rubava il famoso gruppo marmoreo dalla galleria Borghese e lo portava attraverso il cielo di Roma. La copia era fatta bene, in gesso, leggera, ma il passaggio sollevò denunce ai carabinieri e allarme. Molti credettero che fosse il vero gruppo del Bernini a volar via da Roma. Ridemmo molto e fu l’ultima volta che risi con Duccio. L’avevo incontrato per la prima volta verso la metà degli anni Sessanta, scapolo e bohemien. Era un uomo scanzonato e affascinante. Come mi strinse la mano mi confessò che, anni addietro, per bisogni alimentari, aveva venduto un copione intitolato Semiramide dopo aver strappato la prima pagina su cui c’era scritto il mio nome. Io non ricordavo neppure di averlo scritto quel copione, probabilmente un reperto degli anni in cui scrivevo scrivevo scrivevo nella speranza, di solito vana, di vendere qualcosa per vivere. Mi disse che gli avevano dato cinque milioni, di lire ovviamente. Mi congratulai con lui. Duccio aveva un senso ironico della vita e un’intelligenza acuta. Amava vestirsi da dandy e ordinava dozzine di vestiti da grandi sarti che poi non poteva pagare. Una volta ebbi la fortuna di assistere a una scena davvero divertente. Un sarto creditore si era fatto petulante ed esigeva di essere pagato. Duccio lo guardò come un nobile può guardare un misero plebeo e gli rispose: Vede, signore - calcando ironico sulla parola - io ogni anno a Natale metto i nomi dei miei creditori in un cappello e ne estraggo uno a sorte che pago. Lei quest’anno non sarà nel cappello. Nel 1974, su istigazione di Luciano Martino, scrissi per lui, e solo con lui, (spesso spuntano strani nomi di collaboratori mai visti!) un film dal titolo L’uomo senza memoria (nel mondo anglosassone distribuito col titolo Puzzle). Ora quell’uomo sono io perché non ricordo quasi nulla di quella storia. Mi vengono in mente alcune scene, come quella dei fiammiferi lanciati contro una Senta Berger inzuppata di benzina, sempre lei con una sega elettrica che affetta qualcuno e uno splendido Luc Merenda nel pieno delle sue attrattive fisiche. Ho incontrato pochi giorni fa Luc Merenda a Stracult la trasmissione di Marco Giusti e l’ho trovato ancora in splendida forma: anche lui ha un buon ricordo di Duccio Tessari, uno dei tanti nostri registi troppo intelligente per prendersi davvero sul serio e impegnarsi in grandi film. Chiunque abbia avuto la fortuna di lavorare con Duccio ne ha un vivo divertente ricordo. Forse tranne i suoi sarti”.

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Alessandro Ticozzi, "L'inviato dalla rete"

25 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

Alessandro Ticozzi, "L'inviato dalla rete"

L'inviato dalla rete

Alessandro Ticozzi

Sensoinverso edizioni

pp 320

17,00

Un appassionato di cinema non resta indifferente di fronte alla quantità di materiale che Alessandro Ticozzi riesce a raccogliere nel suo ultimo libro. Piatto ricco mi ci ficco! Verrebbe da esclamare. E infatti si comincia con un'intervista inedita a Leonardo Celi e ad Andrea Pergolari che ha per tema l'attività brasiliana di Adolfo Celi e Luciano Salce, di certo non troppo nota. Tra le chicche del libro apprezziamo una rivalutazione del Jerry Calà regista, cineasta non molto considerato dalla critica alta, ma che resta un autore in grado di stupire. E poi ci sono i mostri della commedia all'italiana (e non solo): Nino Manfredi, Enrico Maria Salerno, Vittorio Caprioli, Gabriele Ferzetti, Antonio Pietrangeli (nei ricordi del figlio), Luigi Zampa, Ugo Tognazzi, Ettore Scola, Vittorio Gassmann (intervista alla figlia Paola) Bud Spencer, Steno (visto dal figlio Enrico Vanzina), Renato Pozzetto… Un elenco quasi interminabile. Una miniera di notizie, raccolte con passione e amore cinefilo, sistemate con cura certosina nello spazio di interviste ai protagonisti e - in mancanza del diretto interessato - a chi li ha conosciuti da vicino. Il libro parla anche di musica, molte interviste riguardano Giorgio Gaber, Lucio Battisti, Mina e il Festivalbar. Ugo Gregoretti, Giuliano Montaldo, Milo Manara, Folco Quilici, Giovanni Spagnoletti (che riflette su Fassbinder), sono altre perle di un volume che farà la felicità degli appassionati. Se dobbiamo trovare un difetto a questo bel volume, sta nella mancanza di uniformità e nella estemporaneità della collazione dei singoli pezzi, disposti in sequenza senza un filo conduttore. Ma forse la raccolta vuol soltanto seguire il corso delle passioni di un autore che si dimostra grande esperto di cinema italiano, soprattutto commedia e pellicole d'autore, ma anche di musica popolare.

Il materiale raccolto da Ticozzi nel volume è stato tutto pubblicato in rete su riviste e media come Dedalus, News Candiani, Quarto Potere, Radiophonica, Spettacoli News e Associazione Unis@und. L'autore è laureato al Dams di Padova e va ricordato per un brillante saggio cinematografico intitolato L'Italia di Alberto Sordi (2009). Ha pubblicato anche il romanzo breve Diario di un cinemaniaco di provincia (2010). Il suo sito ufficiale è www.alessandroticozzi.it.

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Giuliano Gemma e Duccio Tessari

24 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Giuliano Gemma e Duccio Tessari

Giuliano Gemma è l’attore che meglio rappresenta Duccio Tessari, un vero e proprio feticcio, icona del peplum ironico e del western all’italiana, più o meno classico.

“Il primo film che ho fatto con Tessari è Arrivano i Titani, il mio debutto come attore, un lavoro che smitizza il peplum dove recito con il mio vero nome. Il primo western che ho interpretato è Una pistola per Ringo (1965), film in cui nasce il mio pseudonimo, Montgomery Wood. Si trattava di una condicio sine qua non per fare il film, imposta dalla produzione che voleva venderlo come nordamericano. Era una moda. Mi obbligarono e lo pseudonimo lo scelse il produttore. A me andava bene tutto. Sono riuscito a usare il mio vero nome solo a partire dal terzo western come protagonista. Ho fatto due western della serie Ringo, entrambi con Tessari, tutti e due buoni lavori, ma fondamentalmente diversi l’uno dall’altro. Una pistola per Ringo è un film ironico, nelle corde di Tessari, girato con il suo inconfondibile stile. Il ritorno di Ringo è un film drammatico, ispirato all’Odissea. Il primo è più divertente, il secondo più serio. Sono due film coprodotti con gli spagnoli, girati nella penisola iberica, interpretati da Fernando Sancho, persona simpatica e grande mangiatore, che poi ho ritrovato in Arizona Colt (Michele Lupo, 1966, nda). Nel cast ricordo anche George Martin, un ginnasta spagnolo molto atletico con cui spesso mi allenavo. E che dire di Pajarito? Un personaggio inventato da Tessari, uno spagnolo che parlava in modo buffo e si occupava di produzione. Tessari lo utilizzò come attore dandogli il soprannome che aveva nella realtà.Una pistola per Ringo è un film ironico che anticipa il western comico di Barboni, alternativo al cinema di Leone, ma non meno violento, nonostante l’ironia. Nella mia carriera non ho mai interpretato personaggi cliché, né stereotipi. Pure nei due film della serie Ringo differenzio i personaggi. Nel primo sono un pistolero ironico e strafottente. Nel secondo sono un eroe cupo e represso che torna a casa dopo una lunga guerra, una sorta di Ulisse - Ringo. Vivi o preferibilmente morti è un altro western diretto da Tessari, sceneggiato niente meno che da Ennio Flaiano, nato dalla mia amicizia con Nino Benvenuti sin dai tempi del militare. Si sperava che andasse meglio, che la coppia Gemma - Benvenuti portasse più gente al cinema, che il debutto di Sidney Rome incuriosisse il pubblico. L’incasso non fu male, comunque, ma la critica distrusse il film. Ma il vero insuccesso tra i lavori di Tessari da me interpretati fu Tex e il signore degli abissi (1985), una pellicola che non era western all’italiana e che non funzionò per niente. Credo che sia il peggior western di Tessari, nonostante ci fosse William Berger, un ottimo attore. La storia era sbagliata, servivano troppi soldi per realizzarla, ma noi disponevamo di un budget irrisorio. La produzione non aveva la possibilità di costruire un accampamento indiano di venti tende (ce n’erano soltanto tre) e neppure di affittare cinquanta cavalli (erano dieci). La storia di Tex venne scelta male perché troppo complessa e costosa da realizzare al cinema. Conoscevo bene i fumetti di Tex, un eroe della mia infanzia, ed ero orgoglioso di prestare il volto al ranger mezzo sangue. Ma avremmo dovuto sceneggiare una storia low-budget, stile spaghetti-western, non un soggetto ambizioso che finì per restare irrisolto. Persino Gianni Ferrio compose una musica anonima, in piena sintonia con il film. L’insuccesso fu così clamoroso che bloccò l’idea di girare una serie di ventuno film televisivi con protagonista Tex. Una pistola per Ringoresta il mio film preferito, comunque. Forse perché il primo western non si scorda mai…”

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