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Post con #gordiano lupi tag

Yoani Sánchez: "Non mi faranno più uscire da Cuba..."

26 Marzo 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera

Yoani Sánchez: "Non mi faranno più uscire da Cuba..."

Yoani Sánchez: "Non mi faranno più uscire da Cuba..."

Yoani Sánchez si trova a L'Aia per un Festival del Cinema dedicato ai diritti umani. La blogger ha assistito alla proiezione del film FORBIDDEN VOICES (Voci proibite) girato dalla svizzera Barbara Miller, dedicato a tre donne che lottano per i diritti umani: Farnaz Seif (Iran), Zeng Yingjan (Cina) e la stessa Yoani. Durante un colloquio con la stampa, la blogger cubana ha detto: "Temo che non potrò più uscire da Cuba, al rientro dal mio tour internazionale. Le autorità mi hanno concesso il permesso di recarmi all'estero per non dover pagare il prezzo politico del divieto, ma al rientro sarò io a subire la repressione. Il Governo credeva che lasciandomi uscire sarei rimasta all'estero. Non hanno fatto i conti con questo prodotto del sistema cubano, che voleva costruire l'uomo nuovo e invece ha creato le Yoani. La morte di Hugo Chávez porterà molti problemi a Cuba e a tutto il Latinoamerica, visto che sancisce la fine del sussidio economico e apre una stagione meno populista". Ha partecipato alla conferenza anche la regista Barbara Miller: "Ho scelto queste tre donne per le storie personali che raccontano nei blog, dove senza slogan e senza propaganda denunciano situazioni di mancanza di libertà". Le altre due protagoniste del documentario vivono persecuzioni ancora più violente di Yoani. L'iraniana Farnaz Seifi, esiliata in Germania, ha detto che non tornerà in Iran, perchè significherebbe finire direttamente in galera. la blogger cinese, Zeng Yingjan, vive a Hong Kong con una figlia di 4 anni ed è separata dal marito, che si trova agli arresti domiciliari a Pechino.
Yoani Sánchez, che ha da poco lasciato Washington e New York per partecipare al festival del cinema olandese, si recherà subito dopo in Florida, Argentina, Spagna e Italia.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

VIGNETTE

1. (autore Omar Santana)

Maduro: - Il problema è che io non posso dare neppure la colpa all'embargo.

Raul: - Ho un'idea! Posada Carriles...

2. (autore Garrincha)

Internet - La stampa scritta...

Yoani Sánchez: "Non mi faranno più uscire da Cuba..."
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Yoani Sanchez alle Nazioni Unite

25 Marzo 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera

Un video molto interessante. Yoani accusa l'ambasciatore cubano di aver fatto in modo che non potesse rilasciare interviste nella sala delle Nazioni Unite, ma nonostante l'azione di contrasto del regime, è riuscita a parlare alla stampa internazionale. L'attenzione mondiale su Cuba si fa sempre più forte, grazie al tour di Yoani. La blogger ha detto: "La Comunità Internazionale deve riconoscere il governo cubano per quel che è: una dittatura. A Cuba chi non è d'accordo con le idee governative viene considerato, nel migliore dei casi, un vendipatria. Vengo da una terra dove manca ogni tipo di libertà, da un paese dove il governo detiene il monopolio informativo, dove la stampa è considerata uno strumento di potere per manipolare l'opinione pubblica. Vengo da un paese che viola quotidianamente i diritti umani, che non concede neppure un minuto alla radio o in televisione ai movimenti non in sintonia con l'ideologia al potere, che non permette diffusione di idee alternative a mezzo stampa. Sogno che un giorno tutti comprendano che Cuba non è il partito unico al potere, ma una nazione fatta di cittadini con idee diverse e proprie aspirazioni. Vengo da un paese dove il governo fa di tutto per eliminare le voci critiche, dove un uomo al potere decide quale sia la strada migliore da intraprendere. Non ho niente a che vedere con la violenza, di nessun tipo, né con le bombe lanciate da terroristi, né con chi detiene il potere senza rispetto per i propri cittadini, ma esercitandolo in maniera dittatoriale. Chiedo un'inchiesta internazionale sulla morte di Oswaldo Payà. Dobbiamo sapere che cos'è accaduto quel 22 luglio. Se il governo cubano non ha niente da nascondere dovrebbe fare in modo che si facesse luce su un evento che presenta molti lati oscuri. Invito il Venezuela a non seguire il modello cubano, visto che lo stesso Fidel Castro, in una recente intervista ha detto che il modello cubano non va più bene neanche per Cuba".

Yoani è partita per l'Europa, ma sarà di nuovo a Miami nei primi giorni di aprile.

Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

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La grande scala del Palazzo Legislativo

17 Febbraio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

La grande scala del Palazzo Legislativo (1957)

da El que vino a salvarme (1970)

di Virgilio Piñera

Traduzione di Gordiano Lupi

Il libro mi cade dalle mani, la musica che ascolto sembra noiosa e oscura, disturba il mio udito; parlo con mia madre e sento le parole congelarsi sulla punta delle labbra; scrivo una lettera a M. - ho molte cose da raccontargli - ma dopo due righe interrompo la scrittura. Mi fermo sulla porta del cinema: non mi decido a entrare; non partecipo al venerdì della seducente Eva e non vado neppure al tè della frivola Elena. Proprio loro, con le loro mani, hanno lasciato l’invito sulla mia scrivania. Resteranno di stucco quando sapranno che non parteciperò. Ma come! Mancherò proprio io, l’ornamento dei loro saloni, il sale e il pepe delle loro serate; io, che mando via la tristezza, che elettrizzo i presenti, che scaccio le ombre dai volti e che consolo i cuori angosciati… Il bello è che non soffro, non mi angustia il fatto di non partecipare. Come un servo che ha ancora tempo prima di raggiungere il letto per riposare, sto chiudendo, una dopo l’altra, le porte al mondo.

Sarà che morirò presto? Ma se mi sento pieno di salute, non mi fa male niente, il mio polso è normale, non ho febbre; inoltre, non sono un anziano; ho appena trent’anni. Malgrado ciò, tutto mi cade dalle mani, il poco che faccio viene in automatico, meccanicamente, sono carente di vita e calore. Mi guardo con indifferenza, mi annoia la mia stessa esistenza, vorrei vederla molto lontana da me. Al mattino, lo spettacolo è terribile: tiro fuori una gamba dalle lenzuola e la sua vista mi provoca l’effetto di un animale selvaggio. Raggiungo il colmo dell’orrore quando faccio le abluzioni mattutine e vedo riflessa la mia testa nello specchio. Quella testa… in altri tempi oggetto di ammirazione per i miei occhi, orgoglio per i miei sensi.

Conosco la causa della mia strana libertà. È - non voglio attendere oltre per confessarlo - la grande scala del Palazzo Legislativo. Giovedì scorso sono dovuto andare al Palazzo. Ero molto in ritardo nel pagamento di alcune imposte. Gli uffici dove riscuotono certe imposte si trovano al terzo piano. Ho cominciato a salire la grande scala. All’improvviso mi sono trovato inchiodato al quinto gradino. Ho sentito che mi risucchiava e nello stesso istante mi liberavo da tutto il resto. Era lei, dunque, la sola cosa che mi interessava. Salire e scendere. Ho sceso i pochi gradini che avevo salito e una volta raggiunto il punto dove cominciava la scala ho cominciato una lunga contemplazione. Ho fatto la sensazionale scoperta che un gradino si compone di una lastra verticale e di una lastra orizzontale. Quindi ho avuto la chiara e precisa sensazione che quando saliamo vediamo prima la lastra verticale e, subito dopo, la lastra orizzontale; e che, al tempo stesso, quando scendiamo, vediamo prima la lastra orizzontale e dopo la lastra verticale. Altra rivelazione: visto che a ogni gradino corrisponde un passo delle nostre gambe, accade che finiamo per non sapere se siano i nostri passi a salire lungo i gradini o se i gradini salgano a causa dei nostri passi. Altra cosa di grandissima importanza: i pianerottoli. Non sono luoghi dai quali si guarda la vita dall’alto, non servono a lanciare sguardi di disprezzo sui vili mortali; questi pianerottoli non sono una meta e, proprio per questo, non siamo interessati a fermarci su di loro e a commuoverci con le nostre pene. No, sarebbe molto infantile, molto miserabile considerare il pianerottolo dal punto di vista delle nostre sofferenze. Al contrario, dobbiamo considerarli soltanto come i pianerottoli che sono. E cosa si guarda da tali luoghi? Certo, solo grandini…che scendono se la vista si abbandona in rumorose cascate dall’alto del pianerottolo verso la base della scala; che salgono se gli occhi, armati di scarpe ferrate e di grosse corde, intraprendono la faticosa ascensione in direzione del prossimo pianerottolo. Per parlare di loro: sono dodici i pianerottoli di questa grande scala in marmo rosa del Palazzo Legislativo, cupo edificio la cui costruzione è molto precedente rispetto alla scoperta dell’ascensore.

Bene, se come ho detto, il primo e il secondo di tali pianerottoli ci consentono di contemplare, secondo i capricci dell’occhio, il gioco ora ascendente ora discendente dei gradini, non accadrebbe la stessa cosa se ci trovassimo posizionati nel terzo pianerottolo di ogni piano. L’architetto che ha progettato questa scala l’ha messa in una curva così ripida, ad angolo acuto, che non permette di vedere, neppure sporgendosi, nessuna parte della scala. Effetto sconcertante, direi che è persino capace di far perdere d’animo. Quando raggiunsi per la prima volta quel pianerottolo capriccioso del primo piano, siccome non vidi i gradini che avevo lasciato alle mie spalle così come quelli che mi avrebbero condotto al secondo piano del Palazzo, sentii che le mie gambe si impuntavano come cavalli piantati davanti all’abisso. Dispiacere, angoscia, instabilità si impadronirono di me, mentre gli occhi, privi di un punto di riferimento, si muovevano follemente nelle loro orbite come inutili scoiattoli nella loro ruota. Ma non potevo voltarmi indietro: mi mancavano ancora due piani. Feci un enorme sforzo di volontà e continuai ad andare avanti. Improvvisamente, come una zampata di tigre, mi si presentò di nuovo la scala in tutta la sua grandiosa maestà. Ah, quanta inutile allegria! Subito tornai ad abbattermi e caddi nella stessa disperazione: dopo aver salito pochi scalini mi capitò di guardare ciò che lasciavo alle mie spalle. I miei occhi non poterono scoprire neppure la traccia di un pianerottolo.

Come si poteva supporre non pagai l’imposta. In cambio, per tre volte consecutive salii e scesi la scala. L’ora era propizia, avevo un folto pubblico, io ero uno dei tanti che saliva quei sublimi gradini e nessuno si tratteneva dall’indicarmi con un dito accusatore. Inoltre, non poteva essere che parte di quel pubblico si trovasse in quel posto per i miei stessi motivi? In ogni caso non è importante. La scala è monumentale, la sua notevole ampiezza permette che tramite lei salgano e scendano comodamente fino a dieci persone, le quali, sia detto en passant, non mi fanno né caldo né freddo. Adesso ricordo che un suicida si gettò dall’alto di questa scala circa un anno fa. Non lo giudico e ancor meno lo maledico per aver macchiato con il suo sangue le stupende scale. Allo stesso modo non mi prendo gioco del triste pazzoide che si fece venire la voglia di defecare su quei gradini di marmo. Per l’uno come per l’altro la scala aveva un significato ben preciso. La scala ha una qualità singolare: è sempre lei stessa ma rappresenta anche la libertà di chi la sceglie.

La mia libertà! Ho affittato una casa davanti al Palazzo. Dalla mia finestra la osservo come un amante e, in silenzio, sono molto grato a un impiegato che di notte lava quei gradini. Per caso ha scelto anche lui la sua libertà? Un contrattempo facilmente rimediabile: ogni sabato e domenica il Palazzo è chiuso. In quel caso percorro la scala del Liceo, più modesta, quattro pianerottoli semplici e marmi grigi, ma, nonostante tutto, placa la mia ansia di libertà e mantiene in forma le mie gambe per le grandi giornate al Palazzo Legislativo.

Per quel che concerne la seducente Eva, la frivola Elena, l’amico, la musica, il libro, il cinema, gli incontri erotici, le vacanze in spiaggia, i foruncoli sul volto, le condoglianze, i raffreddori cronici, il tram… ogni cosa è dimenticata. Mi interessa soltanto la grande scala del Palazzo Legislativo. La mia libertà dipende da lei. E se demolissero il Palazzo e con lui questa stupenda libertà? Non mi perderei d’animo. La città possiede altri palazzi e altre scale. Per esempio, quelle del Palazzo di Giustizia: monumentale, con marmi screziati, con sessanta pianerottoli e angoli intricati. Credo che guadagnerei nel cambio. Non vi sembra?

VIRGILIO PIÑERA (1912 – 1979) - Teatro dell’assurdo, poesia modernista e narrativa fantastica di uno scrittore pericoloso che non si è mai piegato al regime cubano.

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Luci d’inverno (1962) di Ingmar Bergman

11 Febbraio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Titolo Originale: Nattvardsgästerna (I comunicandi). Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist. Montaggio. Ulla Ryghe. Scenografia. P.A. Lundgren. Costumi: Mago (Max Goldstein). Trucco: Börje Lundh. Musica: Erik Nordgren. Suono: Stig Flodin, Evald Andersson. Produzione: Allan Ekelund per Svensk Filmindustri. Distribuzione Italiana: INDIEF. Riprese: 4 ottobre 1961 - 14 gennaio 1962. Durata: 80’. Origine: Svezia, 1962.

Interpreti: Gunnar Björnstrand (pastore Tomas Ericsson), Ingrid Thulin (Märta Lundberg, insegnante), Gunner Lindblom (Karin Persson), Max von Sydow (Jonas Persson, pescatore), Allan Edwall (Algot Frövik), Kolbjörn Knudsen (Knut Aronsson), Olof Thunberg (Fredrik Blom, organista), Elsa Ebessen-Thornblad (Magdalena Ledfors, vedova), Tor Borong (Johan Ǻkerblom), Bertha Sånnell (Hanna Appelblad), Helena Palmgren (Doris, sua figlia), Eddie Axberg (Johan Strand, il ragazzo nella classe), Lars-Owe Carlberg, Ingmari Hjort (figlia dei Persson), Stefan Larsson (uno dei figli dei Persson), Johan Olafs, Lars-Olof Andersson, Christer Öhman, Karl-Arne Bergman, Sirkka Jehkinen (controfigura di Gunnel Lindblom).

Luci d’inverno non è il secondo atto della trilogia sul “silenzio di Dio”, che Bergman avrebbe impostato partendo da Come in uno specchio (1961) per chiudere con Il silenzio (1963). Negli anni Ottanta il regista ha sconfessato questa ricostruzione critica, che in un primo tempo aveva avvalorato per motivi di promozione. “Ho creato io stesso questo malinteso. Non c’è alcuna trilogia. Tutto è stato detto a uso e consumo dei media”, si legge nel testo Conversation avec Bergman, edito in Italia da Lindau, scritto da Olivier Assayas e Stig Bjorkman.

Luci d’inverno anticipa i film da camera di fine anni Sessanta, è un lavoro di rottura rispetto a Come in uno specchio, non è tanto una critica serrata alla religione quanto un lavoro introspettivo sulla crisi d’un pastore, un uomo di mezza età vedovo della moglie, che ha perso ogni scopo nella vita. Nel cinema di Bergman torna la figura del padre, non più visto come mostro (Fanny e Alexander), ma come uomo tormentato dal dubbio e incerto sulla fede, una figura filtrata dalla sua esperienza personale, quasi giustificata da un figlio che cerca di capirne a fondo la psicologia. Luci d’inverno è un film fortemente voluto da Bergman che sentiva il bisogno di raccontare la storia d’un religioso senza più fede e vocazione, inerme nei confronti della vita, incapace di aiutare il prossimo. Gunnar Björnstrand è bravissimo nel dare vita a un personaggio complesso, tormentato dai dubbi, ma altrettanto fantastica è Ingrid Thulin, nel ruolo di un’insegnante innamorata di un uomo che la rifiuta, capace soltanto di farle del male. Max von Sydov è il pescatore suicida, tormentato e distrutto dalla depressione, che il pastore non riesce a salvare, perché ormai la sua fede è inesistente e non gli permette di aiutare nessuno. Una sequenza innovativa da un punto di vista cinematografico mostra Ingrid Thulin in primo piano, rivolta alla macchina da presa, mentre recita una lunga e disperata lettera d’amore per il suo uomo. Cinema teatrale allo stato puro, basato sulla splendida recitazione dei protagonisti, ma inserito in un lucido paesaggio invernale, fotografato con perizia da Sven Nykvist, al quarto film con Bergman. Per la fotografia d’interni, nella chiesa, Bergman chiese (e ottenne) “soltanto il graduale, quasi impercettibile mutamento, quasi senza ombre”. Dissolvenze d’inverno, alternarsi di volti in primo piano, espressioni sofferenti e intensi flashback sono la cifra stilistica d’una pellicola memorabile. Un bianco e nero livido e spettrale è la cornice ideale per ambientare un’azione composta di stati d’animo. Molto importante tutta la parte introduttiva con il regista che riprende quasi in tempo reale la funzione religiosa del pastore per mettere in evidenza la sua crisi di fede.

Il silenzio di Dio è il vero protagonista di un dramma interiore - molto shakespeariano - che si ripercuote anche all’esterno, nel rapporto con una comunità di fedeli allo sbando, lasciati in preda di pulsioni primordiali. Paesaggio candido e crisi interiore sono due facce della stessa medaglia, perché il primo è la cornice dove si inserisce la problematica psicologica, momento centrale della vicenda. Luci d’inverno è pellicola di sentimenti e al tempo stesso film introspettivo, come solo Bergman sa fare. “Dio mio perché mi hai abbandonato!”, esclama il pastore, che vive in pieno il suo dramma interiore, consapevole di non poter essere di conforto per gli altri, perché dopo la morte della moglie ha perso tutte le certezze che davano un senso alla sua vita. Il Dio del pastore non è più misericordioso, diventa un ragno, un mostro che fagocita sentimenti e persone, che assorbe la vita e uccide, senza speranza di redenzione. Bergman analizza a fondo il contrasto uomo - donna, inserendo come contraltare del pastore Tomas una maestra innamorata e remissiva come Märta, costruendo un teatro dei sentimenti che non trova eguali nel cinema contemporaneo. Tomas e Märta sono due caratteri opposti e impenetrabili, il primo non si lascia conquistare dall’amore che la seconda offre senza interesse, anzi, risponde con odio e disprezzo. Il finale della storia cala improvviso, ma non certo a sorpresa, come in ogni pellicola bergmaniana, logica conseguenza d’una vita che deve andare avanti. Il pastore resta solo con il suo inferno da vivere, in una chiesa poco frequentata, in compagnia d’una donna che rifiuta. Il sipario si chiude con una sconfitta totale, ma anche con la volontà di vivere la fede nonostante il vuoto e i dubbi che lo circondano.

Ingmar Bergman scelse come ambientazione la Chiesa di Skattunge (Orsa), situata nella regione di Uppland, a nord di Stoccolma, e in tale frangente fu decisivo il consiglio del padre, sulla cui psicologia è ricalcato il personaggio principale. Il regista cita se stesso inserendo nella scenografia il crocefisso che aveva utilizzato ne Il settimo sigillo, così come gran parte degli elementi iconografici servono a esprimere riferimenti religiosi. “Se riuscissimo a credere. Se riuscissimo a essere sicuri e a possedere una verità...”, sono le ultime parole di Märta. In fondo, la filosofia dell’opera è data da questa frase senza speranza. La passione di Cristo è la passione del pastore che ha perduto la fede, ormai abbandonato dal suo Dio.

Morando Morandini cade nella trappola critica tesa da Bergman della trilogia, dicendo che è il migliore dei tre, assegna quattro stelle, aggiunge che per il pubblico il successo è minore (due stelle), conclude che sotto la semplicità apparente c’è una complessità che non è facile da cogliere. Ingmar Bergman affermava: “Dà soddisfazione rivederlo dopo un quarto di secolo. Constato che nulla si è corrotto o si è rotto”. Tre stelle per Paolo Mereghetti, che cade anche lui nell’errore provocato da Bergman di considerare il film come facente parte d’una trilogia sul silenzio di Dio. Di vero c’è che è un film sulla difficoltà di comunicare tra gli uomini e il titolo originale - I comunicandi - starebbe a significarlo. “Un film fondato su un paradosso bergmaniano: cerca la fede chi dovrebbe averla già trovata e si accorge, in fondo, di non averla mai avuta. Un altro paradosso è stilistico: un film sull’incomunicabilità costruito su dialoghi continui”, scrive Mereghetti. Un film che conquistò i cineforum degli anni Settanta, anche per il finale aperto, che lasciava spazio a mille interpretazioni, persino a quella - a nostro avviso paradossale - che il pastore avesse ritrovato la fede. Ispirato alla visione del Diario di un curato di campagna di Bresson, resta una delle opere più profonde e spoglie di Bergman, grazie anche a una livida fotografia in bianco e nero ridotta all’essenziale (nuvole, neve e nebbia).

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Gordiano Lupi legge I luoghidella memoria

7 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #gordiano lupi, #recensioni

 

I luoghi della memoria - Adriana Pedicini

di Gordiano Lupi su Kultunderground, rivista di letteratura on line attiva dal 1994

 

 

Pag. 110 – Euro 12 - Arduino Sacco Editore

www.arduinosacco.it

 

“Arduino Sacco è un editore che non chiede contributi agli autori e che non gode di finanziamenti pubblici”, recita il sito Internet della casa editrice - spartano ma efficace - che denota una struttura ai limiti dell’amatoriale, ma ben venga in questi tempi grami dove tutti si spacciano per professionisti della letteratura. Viva l’underground, che forse sarà la nostra salvezza!

A proposito di Arduino Sacco vi invito a leggere I luoghi della memoria di Adriana Pedicini, un libro proustiano come tutti noi modesti scrittori abbiamo tentato (o siamo in procinto) di scrivere, una sfida alla ricerca del tempo perduto che ogni amante delle lettere cerca di intraprendere con esiti più o meno felici. Adriana Pedicini tocca le corde giuste con questi racconti sul filo della memoria, realisti, autobiografici, ebbri di ricordi, zeppi di odori e sapori del tempo passato. L’autrice rievoca il sapore dell’infanzia, personaggi indimenticabili del passato, lutti indelebili, mancanze che lasciano il segno, frammenti di amori perduti, esami di scuola vissuti con nostalgia, un esempio paterno e una fanciullezza lontana. I critici veri, che sanno di letteratura, storceranno il naso, diranno che Adriana Pedicini racconta i fatti suoi, che non si fa così, meglio inventare, costruire trame, affascinare il lettore con il solito giallo o con uno dei tanti inutili noir. Lasciamo ai soloni il loro compito, da tempo non ascoltiamo le campane che suonano il funerale della letteratura, accogliamo con entusiasmo questo libro di racconti e ricordi, perché l’autrice narrando i fatti proprio racconta il passato di un’intera generazione. Da leggere e meditare.

 

 

Gordiano Lupi legge I luoghidella memoria
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A Cuba non c’è droga? Di Yoani Sanchez, traduzione di Gordiano Lupi

31 Gennaio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera

A Cuba non c’è droga? Di Yoani Sanchez, traduzione di Gordiano Lupi

tratto da La Stampa

Il mio occhio sinistro soffriva una cheratite piuttosto aggressiva. Era il risultato della scarsa igiene dell’ostello dove vivevo e di successive congiuntiviti mal curate. Mi prescrissero un complesso trattamento, ma dopo un mese che somministravo collirio non si notava alcun miglioramento. Mi bruciavano gli occhi quando guardavo le pareti dipinte di bianco e i luoghi dove si rifletteva la luce del sole. Le righe dei taccuini apparivano sfumate e non riuscivo a guardare neppure le mie unghie. Yanet, la ragazza che dormiva nel letto a castello di fronte, mi raccontò cosa accadeva. “Ti rubano l’omatropina per bersela, la usano per sballare, poi ti riempiono il flacone con un’altra sostanza”, mi disse sussurrando davanti alle docce. Cominciai a sorvegliare di notte il mio armadietto e mi resi conto che diceva la verità. La medicina che avrebbe dovuto curarmi veniva consumata da alcune mie colleghe dell’ostello mescolata con un po’ d’acqua… ecco perché la mia cornea non guariva.

Elefanti azzurri, percorsi di plastilina, braccia che si allungavano verso l’orizzonte. Scappare, volare, saltare dalla finestra senza farsi male… verso un abisso, erano le sensazioni che ricercavano quelle adolescenti allontanate dai loro genitori e che vivevano secondo gli scarsi valori etici trasmessi dai professori. Alcune notti, nella zona sportiva, i maschi estraevano un infuso dal fiore conosciuto come “campana”, la cosiddetta droga del povero. Alla fine del mio decimo grado, cominciarono a circolare anche in quel liceo di campagna le polveri da inalare e l’“erba” in piccoli pacchetti. Certi prodotti venivano spacciati soprattutto dagli studenti che vivevano nel poverissimo quartiere de El Romerillo. Dopo averli ingeriti, si udivano risatine nelle aule, guardi smarriti oltrepassavano la lavagna e la libido andava a mille grazie a tutti quegli “incentivi per vivere”. Assumendo dosi regolari non si sente più lo stimolo della fame nello stomaco, confermavano alcune amiche già “adescate”. Per fortuna, non mi sono mai lasciata tentare.

Finito il periodo della scuola in campagna (1), seppi che fuori dalle pareti di quel collegio accadevano cose simili, ma su scala maggiore. Nel mio quartiere di San Leopoldo, imparai a riconoscere le palpebre semichiuse dei “fatti”, la magrezza e la pelle smorta del consumatore incallito e il comportamento aggressivo di alcuni che dopo aver preso “una dose” si credevano padroni del mondo. Quando arrivarono gli anni duemila aumentarono le offerte sul mercato dell’evasione: morfina, marijuana, coca - attualmente costa 50 pesos convertibili al grammo - pasticche di vario tipo; Parkizol rosa e verde, Popper e ogni genere di sostanze psicotrope. I compratori appartengono ai più variegati strati sociali, ma la maggior parte di loro cerca una fuga dalla realtà, un momento piacevole, vuole uscire dalla routine e lasciare alle spalle l’asfissia quotidiana. Inalano, bevono, fumano, e dopo puoi vederli ballare una notte intera in discoteca. Passata l’euforia si addormentano proprio davanti a quella stessa televisione dove Raúl Castro assicura che “a Cuba non c’è droga” (http://mexico.cnn.com/mundo/2013/01/28/raul-castro-pide-combatir-el-narcotrafico-cuando-esta-naciendo).

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Note del traduttore

(1) Quando Yoani parla di ostello, liceo in campagna, collegio, si riferisce all’esperienza della beca, che quasi tutti gli studenti cubani hanno fatto: un periodo di preparazione al lavoro in campagna, lontani dalle famiglie. Era la cosiddetta scuola al campo, prima dell’università, basata sull’idea - di per sé formativa - che lo studio dovesse andare di pari passo con il lavoro. Gli alunni venivano separati dalle famiglie per un certo periodo di tempo e vivevano in ostelli (albergues) di campagna - di solito poco igienici - dove studiavano e lavoravano. La scuola al campo è stata abolita da una recente riforma di Raúl Castro. I cubani non la rimpiangeranno.

(2) Traduzione vignetta di Garrincha (fumettista cubano).

- Cosa ha detto Raul in Cile?

- Che a Cuba non c’è droga.

- Secondo me s’è fumato uno spinello...

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Django Unchained (2012)

30 Gennaio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Django Unchained (2012)

Regia: Quentin Tarantino. Soggetto e Sceneggiatura: Quentin Tarantino. Fotografia: Robert Richardson. Musiche: Mary Ramos. Scenografia: J. Michael Riva. Costumi: Sharen Davis. Trucco: Eba Thorisdottir. Produzione: Reginald Hudlin, Pilar Savone, Stacey Sher, William Paul Clark. Produttori Esecutivi: Bob Weinstein, Harvey Weinstein, Shannon McIntosh, Michael Shamberg, James W. Skotchdopole. Case di Produzione: Columbia Pictures, The Weinstein Company, Super Cool Man Shoe Too, Double Feature Films, Super Cool ManChu Too. Distribuzione: Sony Pictures Italia. Interpreti: Jamie Foxx (Django), Cristoph Waltz (Dr. Schultz), Leonardo Di Caprio (Calvin Candie), Samuel L. Jackson (Stephen), Kerry Washington (Broomhilda), Laura Cayouette (Lara Lee), James Remar (Ace Speck), Don Johnson (Big Daddy), Zoë Bell (Tracker Peg), Walton Goggins (Billy Crash), Jonah Hill (Bag Head), Bruce Dern (Curtis Carrucan), Franco Nero (Amerigo Vassepi), James Russo (Dicky Speck), Tom Savini (Tracker Chaney), Don Stroud (sceriffo Bill Sharp), M.C. Gainey (Big John Brittle), Cooper Huckabee (Lil Ray Brittle), Dennis Cristopher (Leonide Moguy), Quentin Tarantino (Frank), Tom Wopat (maresciallo Gill Tatum), Rex Linn (Tennessee Harry), Amber Tamblyn (cammeo), Nicole Galicia (Sheba). Doppiatori italiani: Pino Insegno (Django), Stefano Benassi (Dr. Schultz), Francesco Pezzulli (Calvin Candie), Massimo Corvo (Stephen), Daniela Calò (Broomhilda), Chiara Colizzi (Lara Lee), Domenico Maugeri (Ace Speck), Mario Cordova (Big Daddy), Andrea Lavagnino (Billy Crash), Simone Crisari (Bag Head), Franco Zucca (Curtis Carrucan), Franco Nero (Amerigo Vassepi), Carlo Valli (Dicky Speck), Dante Biagioni (sceriffo Bill Sharp), Renzo Stacchi (Big John Brittle), Sergio Di Giulio (Leonide Moguy), Franco Mannella (Frank), Dario Oppido (maresciallo Gill Tatum), Maia Orienti (Sheba). Genere: Western. Durata: 165’. USA.

Quentin Tarantino torna a omaggiare il cinema italiano dopo Bastardi senza gloria (2009), ispirato all’omonimo film di Enzo G. Castellari, anche se il soggetto era del tutto diverso. Django Unchained parte dal Django (1966) di Sergio Corbucci e Ruggero Deodato (regista della seconda unità che dirige quasi tutto il secondo tempo), ma sviluppa un discorso originale. Cacciatori di taglie e razzismo ci sono anche nel film di Tarantino, espressi in contesti diversi, mentre non si ripropone la trovata della bara che il pistolero si trascina dietro con una mitragliatrice nascosta. L’omaggio al Django di Corbucci è sottolineato dalla presenza di Franco Nero in un cammeo nelle vesti di un negriero italiano che dialoga con il protagonista Jamie Foxx. Nero: “Come ti chiami?”. Foxx: “Django. Si pronuncia Giango. La D è muta”. Nero: “Lo so”. Come per dire - strizzando l’occhio ai cinefili - che è stato il primo a portare quel nome, quindi deve saperlo per forza. Un’altra citazione esplicita dal Django di Corbucci sono le strade fangose del villaggio dove si svolge l’azione durante le prime sequenze. Infine la musica, perché il tema di Django è il vecchio motivo di Luis Enriquez Bacalov, modificato in salsa moderna, mentre apprezziamo intermezzi musicali curati da Ennio Morricone, con Elisa che canta Ancora qui in italiano. Altre parti della colonna sonora sono tratte da film del passato come Lo chiamavano Trinità, I giorni dell’ira, Città violenta…. Tarantino è un cinefilo, appassionato di spaghetti western e in questa lunga pellicola (165 minuti) - niente affatto noiosa - lo dimostra con particolare evidenza. Il film narra la storia di Django (un convincente Jamie Foxx che non fa rimpiangere la rinuncia di Will Smith), uno schiavo nero che diventa cacciatore di taglie sotto l’abile guida del dottor Schultz, un ex dentista interpretato da un ottimo Christoph Waltz. La seconda parte del film, invece, cambia registro e narra la ricerca della moglie di Django da parte dei due uomini, ormai diventati amici. Altra citazione del cinema western italiano, più sottile, perché Tarantino racconta la ricerca dell’amata come se fosse la storia mitologica di Sigfrido e Brumilde. Chi non ricorda le sceneggiature di film come Il ritorno di Ringo (1965) di Duccio Tessari, ispirate alla mitologia classica? Come gli autori italiani raccontavano l’epopea del vecchio west tenendo presente Omero, così Tarantino ricorre al Cantico dei Nibelunghi. Broomhilda (Kerry Washington) è schiava del perfido negriero Calvin Candie (Leonardo Di Caprio), ma ancor più terribile di lui è il capo dei servitori neri Stephen (un grandissimo Samuel L. Jackson), che rende la vita dura a Django. La pellicola è scritta con cura, senza buchi di sceneggiatura, vive di grandi colpi di scena e di emozionanti momenti di tensione. Impossibile raccontare la storia per filo e per segno senza sciupare la sorpresa allo spettatore che si vedrà sommergere da sequenze mirabolanti, una vera festa per gli occhi. Django Unchained è un film straordinario sotto tutti i punti di vista: ricostruzione storica, fotografia, scenografia, recitazione, montaggio…Soltanto pretestuose le polemiche razziali sull’uso eccessivo della parola negro (nigger) usata al posto di nero (black), perché il film è antirazzista, sono i bianchi a fare una pessima figura. Tarantino ridicolizza i razzisti con una scena comica ricca di dialoghi trash, al limite del fumettistico, quando un gruppo di proprietari terrieri incappucciati cerca di vendicarsi dei due cacciatori di taglie. La discussione sui cappucci tagliati male che non fanno vedere bene crea una situazione comica per stemperare un crescendo di violenza. La pellicola cita anche il cinema splatter perché il sangue schizza da ogni fotogramma, in maggior quantità che nel vecchio spaghetti western. Non manca anche un accenno al tortur - genere di gran moda - quando Django viene catturato e appeso per i piedi, rischiando di vedersi tagliare gli attributi.
Grande successo di pubblico negli Stati Uniti, il più grande successo di tutti i tempi per Tarantino, ma anche in Italia il film incassa 400.000 euro nel primo giorno di proiezione (17 gennaio 2013). Un successo meritato, comunque, perché siamo in presenza di cinema vero, non di una stupida commedia americana, né di un inutile television movie italiano. Il film è stato girato in California, tra il Melody Ranch di Santa Clarita e Mammoth Lakes, ma anche in Wyoming e a New Orleans (Louisiana). Attendiamo Tarantino alle prese con il prossimo lavoro che dovrebbe completare la trilogia dei tempi moderni: Killer Crow, la storia di un gruppo di soldati di colore che combatte nella Francia del 1944. Non ci deluderà.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




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Ettore Scola e Maccheroni

28 Gennaio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Maccheroni (1985)

di Ettore Scola

Regia: Ettore Scola. Soggetto e Sceneggiatura: Ruggero Maccari, Ettore Scola, Furio Scarpelli. Fotografia: Claudio Ragona. Montaggio: Carla Simoncelli. Scenografia: Luciano Ricceri. Costumi: Nanà Cecchi. Trucco: Francesco Freda. Musiche: Armando Trovajoli. Produttori. Luigi e Aurelio De Laurentiis, Franco Committeri. Casa di Produzione: Filmauro. Interpreti: jack Lemmon, Marcello Mastroianni, Daria Nicolodi, Isa Danieli, Maria Luisa Santella, Patrizia Sacchi, Bruno Esposito, Orsetta Gregoretti, Marc Berman, Jean-François Perrier, Giovanna Sanfilippo, Fabio Tenore, Marta Bifano, Aldo De Martino, Clotilde De Spirito, Carlotta Ercolini, Vicenza Gioiosa, Ernesto Mahieux, Giovanni Mauriello, Alfredo Mingione, Daniela Novak, Umberto Principe, Giovanni Riccardi, Corrado Taranto, Franco Angrisano.

Maccheroni non è tra i film memorabili di Ettore Scola, ma se paragonato ai television movie che girano i modesti registi italiani contemporanei è un vero capolavoro. Scola, Maccari e Scarpelli insegnano come si scrive la commedia all’italiana, un mix di comicità e dolore, passione e dramma, dolcezza e sentimento, sorriso e tristezza. Insomma, la vita. La commedia all’italiana è rappresentazione dell’esistenza, fa sorridere raccontando quel che siamo, non costruendo patetiche storie televisive. Il film presenta l’insolito incontro di due attori straordinari come Marcello Mastroianni (consuetudine nei film di Scola) e Jack Lemmon (recita in inglese e interpreta un americano) che conferiscono spessore ai personaggi. Il regista racconta l’amicizia tra Robert, un manager americano (Lemmon) e Antonio, un impiegato napoletano (Mastroianni), che risale ai tempi della seconda Guerra Mondiale. L’americano era a Napoli per liberare il paese dalla presenza tedesca e aveva vissuto una breve storia d’amore con Maria (Sanfilippo), sorella di Antonio. Tornato a casa si era dimenticato di tutto, ma Antonio aveva tenuto vivo il ricordo del vecchio amore scrivendo a suo nome lettere ricche di passione. Robert era sempre stato presente nella famiglia napoletana con le fantastiche avventure inventate da Antonio - commediografo dilettante e autore di sceneggiate - anche quando Maria si era sposata e aveva avuto figli e nipoti. L’amicizia tra Antonio e Robert si rinsalda, nonostante uno screzio iniziale, l’americano vive la Napoli dei ricordi, rivede Maria, la sua famiglia, si emoziona pensando alla giovinezza. Nessuno gli chiede soldi, pure se è molto ricco e potrebbe aiutare, ma Antonio è orgoglioso, nobile d’animo, vuole soltanto amicizia. Alla fine Robert salverà il figlio di Antonio dalle mani dei camorristi, staccando un assegno da cinque milioni per rimborsare uno sgarro. Maccheroni è commedia all’italiana pura, perché il finale è amaro, ma non troppo. Antonio muore d’infarto, ma tutti siedono al tavolino e servono un piatto di pasta al capotavola, sperano che non sia vero, che sia solo una morte apparente, che si alzi dal letto come era accaduto in passato.

Maccheroni è un film sull’amicizia, immutabile nel tempo, capace di rivitalizzarsi se stimolata dal ricordo di momenti vissuti insieme. Scola cita Bergman (Il posto delle fragole, 1957) con la sequenza flashback di Jack Lemmon che rivede il suo amore giovanile seduto su una panchina, fotografa Napoli con dovizia di particolari, realizza mirabili piani sequenza con i due attori sul lungomare, indaga la vita dei vicoli di Spaccanapoli, Mergellina, Posillipo, via Caracciolo. Robert trascura il lavoro per compiere un tuffo nel passato, si lascia sedurre dall’amicizia, rischia di perdere il posto di dirigente d’azienda e persino la causa con la moglie che chiede il divorzio. Sceglie di restare a Napoli per aiutare un amico con un figlio in difficoltà e dopo la sua morte improvvisa partecipa alla veglia funebre, sperando che non sia morto ma che si alzi dal letto per mangiare con loro. Scola sfuma sulle immagini di un piatto di maccheroni, i rintocchi della campana indicano le una, ora del possibile risveglio. Non sappiamo se accadrà davvero…

Mastroianni dà vita a un personaggio riuscito di napoletano sognatore, sopporta una modesta realtà da impiegato con velleità artistiche che sfoga nella sceneggiata e nella scrittura popolare. Un uomo che crede nell’amicizia, confida nel figlio e nel futuro, sin troppo credulone e pieno di orgoglio. Lemmon è molto espressivo nella caratterizzazione di un americano alle prese con i ricordi, vinto dalla genuinità di un intero popolo e dall’amore che tutti gli manifestano senza chiedere niente in cambio. Tra gli attori merita una citazione Daria Nicolodi, in forma smagliante nei panni di una segretaria napoletana, innamorata del suo principale, ma con le idee piuttosto confuse.

Pino Farinotti concede tre stelle: “Attraverso l’antica amicizia, il pragmatico americano riscopre il fascino della magia napoletana e, dopo varie disavventure, arriva persino a sperare nei miracoli. Film intessuto di allegra malinconia”. Soltanto due stelle (ma tre di pubblico) per Morando Morandini: “Nella sua gradevolezza consolatoria è una commedia fiacca, flebile, di scarso spessore, specialmente nell’edizione parlata in italiano, e non bilingue. Qualche invenzione brillante e finale a sorpresa”. Duetto di bravura”. Paolo Mereghetti è il più caustico. Soltanto una stella e mezzo: “Dalla riflessione amarognola sull’amicizia si passa alla farsa e poi al dramma, con sorpresina finale: Scola lascia spago agli attori e non risparmia i luoghi comuni sulla napoletanità”.

In ogni caso il film è la prima produzione italiana distribuita da una major nelle sale degli Stati Uniti. Armando Trovajoli compone una colonna sonora suggestiva e malinconica, mixando pezzi d’epoca e musica napoletana. Montaggio e fotografia da manuale.

Ettore Scola (1931) è tra i registi della migliore commedia all’italiana, erede anche lui di molte tematiche neorealiste che supera in un discorso filmico moderno e originale. Nasce come sceneggiatore di commedie e debutta alla regia con Se permette parliamo di donne (1964) interpretata da Vittorio Gassman, ma il suo tratto d’autore va ricercato nella commedia sociale che critica il costume e i difetti nazionali. Ne sono esempi film come Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968), Il commissario Pepe (1968) e Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca (1969). Tra i suoi migliori film va citato C’eravamo tanto amati (1974), opera soffusa di malinconica ironia, che attraverso le vite incrociate di tre personaggi innamorati della stesa donna racconta trent’anni di storia italiana, rappresenta il crollo delle ideologie e rende omaggio al cinema italiano. C’eravamo tanto amati va oltre la commedia all’italiana e compone un affresco mirabile che mette al centro il sentimento del tempo che passa analizzando i tanti ideali traditi. Ettore Scola è un regista che difficilmente sbaglia un film e quando esce con una nuova opera ha sempre qualcosa da dire. Sono ottimi anche Brutti, sporchi e cattivi (1976), sgradevole e cinica operazione per presentare i problemi degli immigrati, La terrazza (1980), che segna la fine della commedia all’italiana, e Passione d’amore (1981), insolito film in costume per raccontare una storia di emarginazione. Il capolavoro di Ettore Scola resta Una giornata particolare (1977), una superba interpretazione di Marcello Mastroianni e Sophia Loren in un dramma psicologico consumato durante un breve incontro nel giorno della visita di Hitler a Roma. Sono interessanti alcuni film successivi sulla realtà italiana come La famiglia (1987), racconto di ottant’anni di storia privata, Che ora è (1989), sulla difficoltà di comunicare tra padre e figlio, e Mario, Maria e Mario (1993), storia pubblica e privata ai tempi della fine del partito comunista. Tra i lavori più recenti va citato La cena (1998), pellicola girata in un’unità di tempo e di luogo per raccontare diverse esistenze prese a simbolo della realtà contemporanea. Gente di Roma (2003) è il suo ultimo film, girato in digitale, ma non è all’altezza di tanti lavori precedenti, anche se si sforza di raccontare la società multietnica. Ettore Scola si segnala come regista impegnato e animato da una sincera coscienza civile che realizza cinema da metabolizzare e riflettere per comprendere la nostra storia.

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Ingmar Bergman, "La fontana della vergine"

8 Gennaio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #cinema, #gordiano lupi

Ingmar Bergman, "La fontana della vergine"

Titolo originale: Jungfrukällan. Regia: Ingmar Bergman. Soggetto: da una leggenda svedese del XIII secolo, Töres dotter I Wänge (La figlia di Töre di Wänge). Sceneggiatura: Ulla Isaksson. Fotografia: Sven Nykvist. Montaggio: Oscar Rosander. Scenografia: P.A. Lundgren. Costumi: Marik Vos. Trucco: Börje Lundh. Musica: Erik Nordgren. Suono: Aaby Wedin, Staffan Dalin. Produzione: Allan Ekelund per Svensk Filmindustri. Distribuzione italiana: INDIEF. Riprese: 14 maggio – fine agosto 1959 (Styggeforsen, Skattungsbyn, Dalarna e negli studi di Räsunda). Prima proiezione: 8 febbraio 1960. Durata: 88’. Origine: Svezia, 1959.

Interpreti: Max Von Sydow (Töre), Brigitta Valberg (Märeta), Birgitta Pettersson (Karin), Gunnel Lindblom (Ingeri), Axel Düberg (pastore), Tor Isedal (pastore muto), Allan Edwall (Simon), Ove Porath (fratellino dei pastori), Axel Slangus (guardiano del ponte), Gudrun Brost (Frida), Oscar Ljung (Simon, un contadino), Tor Borong, Leif Forstenberg (fattori), Ann Lundgren (controfigura di Gunnel Lindblom e Birgitta Valberg).

Ingmar Bergman torna scrutare i misteri del Medio Evo nordico, un mondo ancora a metà strada tra paganesimo e cristianesimo, tre anni dopo Il settimo sigillo (1957), utilizzando lo stesso protagonista (Max Von Sydow) e una leggenda svedese del XIII secolo (La figlia di Töre di Wänge), narrata in una vecchia ballata, sceneggiata dalla scrittrice Ulla Usakssonm (Stoccolma, 1916 - 2000). Abbastanza insolito per Bergman, che preferisce scrivere e sceneggiare i film che dirige per conferire una marcata impronta d’autore. Ulla Usaksson aveva già scritto Alle soglie della vita (1958) e collaborerà ancora con il Maestro per Il segno (1985).

La fontana della vergine è ambientato nel 1200, un secolo prima de Il settimo sigillo, ma si tratta di un Medio Evo onirico e surreale, quasi avulso dalla storia, un mondo ricostruito dalle fantasie visionarie del regista.

La fontana della vergine è la storia di un martirio, costruito su una trama semplice e lineare, che fa della tensione narrativa la sua maggior forza. Töre (Max von Sydow) manda la figlia Karin (Pettersson) in chiesa a portare i ceri pasquali alla Madonna, la fa accompagnare dalla serva Ingeri (Lindblom), ma durante il percorso quest’ultima si ferma dal guardiano di un ponte e lascia che la ragazza vada a cavallo nel bosco da sola. Karin incontra sulla sua strada tre fratelli pastori, due adulti e un ragazzo, che la violentano e la uccidono con un colpo di bastone, mentre Ingeri assiste impotente alla scena. Il caso vuole che i tre pastori chiedano asilo ai genitori di Karin per passare la notte e che la madre (Valberg) si renda conto che possiedono gli indumenti della figlia. La vendetta del padre sarà terribile, ucciderà i tre pastori a colpi di pugnale, con immane ferocia, ammazzerà persino il ragazzino, scaraventandolo contro una parete. Un intenso e drammatico finale mostra i genitori in lacrime sul corpo della figlia, mentre il padre disperato chiede perdono per il gesto che ha compiuto, ma finisce per dubitare della sua fede, non comprende perché Dio abbia permesso un simile scempio.

La fontana della vergine è un film che genera un vero e proprio filone di exploitation prodotto negli anni Settanta, americana e italiana. Certo, Bergman non può saperlo, lui utilizza una leggenda svedese per raccontare un storia di angoscia e disperazione, permeata di motivi religiosi. Noi che li abbiamo visti sappiamo che tutto il moderno filone del Rape and Revenge Movie (Stupro e Vendetta) proviene da questo capolavoro, dal modello colto di Bergman. L’ultima casa a sinistra (1972) di Wes Craven non è altro che un remake modernizzato della storia di Töre, ma anche Le colline hanno gli occhi (1977), sempre di Craven, non è da meno. In Italia sono molti gli esempi di rape and revenge: L’ultimo treno della notte (1974) di Aldo Lado, La casa sperduta nel parco (1980) di Ruggero Deodato, La settima donna (1978) di Franco Prosperi. In Svezia è Alex Fridolinski - si firma con lo pseudonimo di Bo Arne Vibenius - a seguire le orme del Maestro e a definire il genere, nel 1974, con Thriller (Thriller - en grym film), una pellicola bandita dal mercato svedese per gli eccessi di violenza gratuita. Vera e propria shoxploitation, citata da Quentin Tarantino nei suoi film contemporanei, truce e spettacolare. Certo, tutti questi registi del rape and ravenge non hanno molto a che vedere con la poesia drammatica del film di Bergman, autore per niente interessato a riprendere la violenza per il gusto della violenza, ma intenzionato a raccontare un mondo. Nonostante tutto, La fontana della vergine ebbe problemi con la censura - come tutti i film di Bergman - e soltanto in Svezia non venne tagliata la scena della violenza carnale, perché il regista minacciò di ritirare il film dal mercato. Bergman è uno dei registi più censurati della storia del cinema, soprattutto in Italia, sia per come affronta il tema religioso, sia per l’esibizione carnale dei corpi. Nel nostro paese, La fontana della vergine uscì mutilato di ben 30 secondi, quasi tutta la sequenza dello stupro, da quando la ragazza allarga le gambe, fino a quando i due pastori giacciono stremati dopo aver compiuto il crimine. Il film venne vietato ai minori di anni 16. Il taglio ci fu anche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, perché la sequenza della violenza carnale - cruda e realistica - era davvero estrema per il periodo storico, ma la parte eliminata si riduceva a 10 secondi.

La fontana della vergine è un film teatrale, molte scene sono girate in interni angusti e spettrali, ma sono ottimi anche i piani sequenza e le panoramiche tra boschi di conifere, laghi e torrenti di campagna. Cinema puro, girato in uno splendido bianco e nero che gode della fotografia del grande Sven Nykvist, da questo film in avanti collaboratore fisso di Bergman. I movimenti di macchina sono morbidi e delicati, un cielo fantastico, solcato da candide nubi, accompagna la cavalcata delle due donne che vanno incontro a un turpe destino. Bella ricostruzione d’epoca con un Medio Evo ancora schiavo dei riti pagani ma che si sta aprendo alla religione cattolica. I personaggi sono ben costruiti. Il grande amore dei genitori per la loro unica figlia è il tema conduttore della pellicola, ma anche l’invidia della serva pagana che lascia violentare la ragazza senza intervenire è un elemento molto approfondito. La violenza e la religione sono due temi cari a Bergman, che pone l’accento sul tradizionalismo di cui è rimasto vittima vivendo in una famiglia puritana. I primi piani di uomini e animali sono un’altra caratteristica che rende intenso il discorso filmico: un corvo premonitore di disgrazie, un volto infido di un guardiano del fiume, le espressioni pasoliniane dei pastori dai denti marci. Monologhi letterari sul senso della vita, sulla religione, sul ruolo dell’uomo nel mondo rendono la pellicola un vero capolavoro. La tensione tipica di un thriller, prima dello stupro e prima della vendetta paterna, è un elemento fondamentale della pellicola. La sequenza della violenza carnale è da manuale, cinema moderno, vera e propria sexploitation che detta i canoni di un genere. Il tono del film è sospeso tra il poetico e il drammatico, conduce a un finale da ecatombe biblica che lo spettatore attende con ansia. Il finale riporta alla ballata nordica e mostra la sorgente miracolosa che sgorga nel punto preciso in cui la vergine è stata massacrata. Il padre edificherà una chiesa proprio dove è stato compiuto il sacrificio della figlia, per chiedere perdono a un Dio della cui esistenza non è più così certo, perché ha visto il massacro e non l’ha impedito.

La fontana della vergine vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1961 e fu candidato allo stesso premio per i costumi. Vinse il Golden Globe per il miglior film straniero, e ottenne la menzione speciale al Festival di Cannes, mentre in Giappone si aggiudicò il Kinema Jumpo Awards per il miglior film e il miglior regista stranieri.

Rassegna critica. T. Ranieri: “Il film riduce al minimo i dialoghi per visualizzare con una forte fisicità di scenografie e di rituali arcaici le fantasie sacre di Bergman”. Paolo Mereghetti (tre stelle): “Il regista mette a confronto ragione e passione, paganesimo e cristianesimo, tra brutalità primordiali e una raffinata introspezione psicologica. Impregnato di un misticismo severo e aspro, è uno dei film più ricchi di speranza del regista”. Morando Morandini (tre stelle): “Ventunesimo film di Bergman, il primo (il solo?) in cui l’intervento di Dio nell’azione è concreto: un miracolo. Miscuglio tra Cappuccetto Rosso e Shakespeare”. Roberto Chiesi (Manuale su Bergman de Il sole 24 Ore): “La fontana della vergine è la storia del martirio di due innocenti, in un universo dove la legge degli uomini e di Dio appare remota e irraggiungibile e il libero arbitrio umano è sottomesso alla violenza. La psicologia è ridotta all’osso delle pulsioni e egli affetti umani”. Un capolavoro da studiare più che

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