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franca poli

Lontano Lontano... vicino vicino

27 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #musica, #personaggi da conoscere

Lontano Lontano... vicino vicino

“...E lontano lontano nel mondo una sera sarai con un altro e ad un tratto chissà come e perché ti troverai a parlargli di me...”

Il 27 gennaio 1967 moriva a Sanremo Luigi Tenco, ancora oggi ci si interroga: si suicidò o fu assassinato? Ne sono state dette tante, se ne sono lette tante, ma quale sia la verità assoluta non ci è dato sapere e non ha fatto chiarezza nemmeno la riapertura dell'inchiesta sulla sua morte, avvenuta nel 2006, al contrario, forse, ha rafforzato i dubbi che circondano la tragedia di quella notte.

Luigi Tenco, bello, tenebroso, dallo sguardo cupo, penetrante e dalla vita tormentata, insieme ad alcuni cantautori come Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi e altri, fece parte della cosiddetta scuola genovese, un nucleo di artisti che rinnovò profondamente la musica leggera italiana. Ha vissuto in Liguria, a Genova, ma era nato a Cassine, in provincia di Alessandria, il 21 marzo 1938, ebbe un'infanzia non troppo felice, rimasto orfano di padre ancora prima di nascere, Giuseppe Tenco infatti era morto per uno strano incidente nella stalla, colpito, pare, dal calcio di una mucca, e Luigi era cresciuto sentendo dire che lui era il frutto della relazione della madre con un giovane torinese, nella cui casa aveva servito fino a che non era rimasta incinta... Scrive Renzo Parodi:

"Luigi è un bambino sveglio e precoce. Ad appena tre anni sa già leggere e scrivere. Ha imparato da solo, chissà come, nelle campagne silenziose di Ricaldone... L'atmosfera rarefatta della campagna concilia la riflessione e Luigi è naturalmente un bambino riflessivo, capace di interrogarsi senza aprire bocca, perso nel mondo silenzioso dell'infanzia... È un bambino ma è già un piccolo adulto quello che, con la madre e il fratello, lascia la campagna piemontese morbida e silenziosa."

Aveva solo dieci anni quando la famiglia si trasferì Genova, dove la mamma avviò un'attività commerciale, amava la musica e iniziò a suonare già durante gli anni di scuola: prima frequentò il Liceo Classico (suo compagno di banco era Bruno Lauzi) per poi passare al Liceo Scientifico. Pur essendo un ragazzo intelligente, trascurava le lezioni per dedicarsi alla musica e conseguì la maturità il 29 luglio 1956, quale privatista, unico su 257 a superare la prova. In quegli anni aveva dato vita a vari gruppi musicali, con un repertorio di musica jazz e ispirato ai primi esempi di rock & roll, in cui Tenco suonava il clarinetto e in seguito il sassofono. Nel suo primo complesso, che risale al 1953, tra i componenti c'era Bruno Lauzi a suonare il banjo.

Per assecondare il desiderio della madre di vederlo laureato, si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria e, dopo aver superato il primo esame, si imbatté nel il professor Togliatti (fratello del segretario PCI) e per ben due volte non riuscì a superare lo scoglio dell'esame che doveva sostenere con lui. Dopo questa deludente esperienza, lasciò passare qualche tempo e decise di cambiare corso di Laurea, passando a Scienze Politiche, dove superò tre esami ma, assorbito completamente dal mondo della musica, abbandonò definitivamente gli studi e iniziarono i primi successi, le esibizioni e le incisioni dei primi dischi.

Il 25 gennaio 1962 uscì il 45 giri Come le altre - La mia geisha. Durante l'estate, Tenco collaborò alla colonna sonora del film La cuccagna, per la regia di Luciano Salce, e interpretò La ballata dell'eroe, dell'amico Fabrizio De Andrè, canzone ancora sconosciuta. In novembre uscì il suo primo 33 giri, di cui faceva parte anche Mi sono innamorato di te. Nel 1966 incise Un giorno dopo l'altro, che diventò la sigla della fortunata serie televisiva Il commissario Maigret, interpretata da Gino Cervi. E di lì a poco arrivarono anche i suoi più grandi successi, dei veri capolavori come Lontano lontano, Uno di questi giorni ti sposerò, Ognuno è libero.

Era un cantautore romantico, sentimentale, ma sapeva portare nelle sue canzoni argomenti impegnati: le due "anime" caratteristiche di Tenco, amore, e passione per le battaglie contro la guerra e per i diritti degli uomini. In agosto dello stesso anno conobbe a Roma, presso la casa discografica RCA, la cantante italo-francese Dalida e tra loro iniziò, oltre a una relazione sentimentale, anche un legame professionale, voluto forse dalla stessa RCA, così nacque l'idea della partecipazione di Tenco e Dalida al Festival di Sanremo, che a quei tempi vedeva la stessa canzone presentata da due cantanti diversi.

Fegatelli, nella biografia di Tenco, riporta una sua dichiarazione che egli definisce come una sorta di testamento:

"Io ho sempre imboccato la strada sbagliata. Sbagliai quando mi illusi di diventare ingegnere e a casa mia non c'era una lira, sbagliai quando mi misi a scrivere canzoni e quando mi illusi di fare un mestiere. Ho sbagliato pure adesso a venire a Sanremo, anche se mi ci hanno voluto loro, perché io non ho fatto una mossa per venirci, e magari non ci fossi venuto mai".

E siamo così arrivati a quella fatidica sera in cui Tenco, a cena con gli amici Piero Vivarelli, Sergio Modugno e Gianni Ravera, mangiò con scarso appetito e bevve vino a stomaco vuoto per farsi coraggio prima dell'esibizione. Ciononostante, Mike Buongiorno fu quasi costretto a trascinarlo sul palco e, capendo immediatamente il suo stato d'animo, lo incoraggiò con una battuta: “Dai che sei bravo, ti conosco bene. Fai vedere chi sei”.

Le luci abbaglianti lo colsero in preda all'ansia e alla paura di non essere compreso dal grande pubblico, sbagliò l'attacco della canzone, l'interpretazione indubbiamente incerta non fu delle migliori e la sua canzone venne eliminata dalla giuria, che non aveva capito o non aveva voluto capire il grido di protesta sociale in essa contenuto. Ciao amore ciao, una canzone sofferta che, invece, nelle intenzioni di Tenco, avrebbe dovuto penetrare come una lama in chi la ascoltava. E quella notte successe l'irreparabile, rifugiatosi nella sua stanza d'albergo, si tolse la vita con un colpo di pistola alla tempia.

Molte le testimonianze che parlavano di una grande delusione per l'eliminazione, ma molte anche quelle che raccontavano di un Tenco nervoso, che si sentiva minacciato e che per questo aveva comprato una pistola, molte sarebbero le nuove prove che allontanano l'ipotesi del suicidio, ma non saremo noi a fare luce su questa tristissima vicenda, noi vogliamo solo ricordare la sua prematura scomparsa, la sua voce graffiante, le parole toccanti delle sue canzoni che fanno battere il cuore, che donano profonde emozioni come solo i grandi professionisti sanno trasmettere.

Ciao Luigi, lo salutiamo con le parole che il suo caro amico Fabrizio De Andrè scrisse in una canzone a lui dedicata:

Signori benpensanti spero non vi dispiaccia se in cielo, in mezzo ai Santi Dio, fra le sue braccia soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all'odio e all'ignoranza preferirono la morte...

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In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara

25 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara


Il paese in origine si chiamava Mala Cocclaria e doveva avere una certa importanza intorno al 1039, quando fu sottratto all’abbazia di S. Vincenzo al Volturno dai feroci conti Borrello. Poi, nel 1045 fu restituito ai monaci e nessuna notizia si ha fino al 12 marzo 1166, quando un certo Jonathas de Mala Cuclaria è presente a Belmonte del Sannio per la sottoscrizione di una donazione fatta con il consenso di Oderisius filius Borrelli.

La prima notizia concreta sulla esistenza di una chiesa e della relativa parrocchia (che una volta si chiamava plebs) si ricava da una pergamena che papa Lucio III inviava nel 1182 a Rainaldo, vescovo di Isernia, dove, per la prima volta, appare il nome attuale del paese: in Monte Nigro plebem S. Mariae. Si tratta certamente dell’attuale S. Maria di Loreto, trasformata ripetutamente nel tempo. Ci si arriva facilmente se si entra al paese dalla parte di sopra, come probabilmente si faceva una volta seguendo la strada che passa davanti alla cappella rurale della Madonna Incoronata. Superato un arco, che era una delle porte del nucleo più antico, si ha l’impressione di essere il protagonista di una scenografica apparizione per ipotetici spettatori che aspettano in basso in un accogliente sagrato tutto in pietra. Una serie di articolati piani inclinati, parapetti e gradonate che recano segni decorativi del XVIII secolo, con sedili in pietra e volute barocche, fanno da contorno alla facciata della chiesa di S. Maria di Loreto. Oltre un bel portale del 1782, ha un poderoso campanile che sembra fatto apposta per controllare l’ingresso al suggestivo loggiato che volge a mezzogiorno sovrastando tutto il paese. Di una incomprensibile epigrafe, ormai completamente abrasa, si legge solo la data 1570 ,che potrebbe far riferimento a qualche trasformazione apportata alla chiesa in quel periodo. Assolutamente chiaro, invece, un piccolo stemma italo-sabaudo con la sottostante epigrafe. Ricorda che dopo l’unità d’Italia il campanile fu ricostruito sui ruderi di uno più antico:

Questa torre / redimita di sacri bronzi / più solida ed elegante / su le rovine di vecchia e rozza mole / il Municipio edificava / quando / su i rottami di troni infranti / innalzava imperiture / la sua libertà, unità ed indipendenza / la gran Patria italiana / MDCCCLXIII.

I troni infranti sono evidentemente quelli borbonici, ma proprio durante tale dominazione in questa chiesa furono realizzate le opere più belle. L’interno ha perso, alla fine del XIX secolo, l’originario soffitto. Forse la chiesa era in cattivo stato già dal 1805 per effetto di quel terremoto che non risparmiò questa parte del territorio molisano. Gli altari sono molto belli e conservano pregevoli lavori di intarsio marmoreo che attestano uno sforzo economico della comunità locale per avvalersi di buoni marmorari di Napoli e, forse, di Pescocostanzo. Il parroco della chiesa ha avuto la cura di sistemare a lato di ognuno di essi sintetiche notizie storico-artistiche che aiutano anche il più sprovveduto dei visitatori a capire qualcosa di più sulle singole iconografie. Notevolissimo l’altare maggiore del 1754, tra i più belli della provincia, non solo per le ricche decorazioni del paliotto, le plastiche volute capo-altare e le testine di angelo che sovrastano il tabernacolo con la porta dorata realizzata nel laboratorio del napoletano Scipione, ma anche per la notevole balaustra che conserva intatto il piano inclinato del davanzale ricco di intarsi floreali dai colori fantastici.

Sul pilastro del presbiterio vi è un quadro seicentesco con Maria, S. Giovanni ed una pia donna davanti alla Croce dalla quale il Cristo è stato già deposto. Vi sono rappresentati tutti i simboli della passione: i dadi, la borsa con le 30 monete, la scala, la lancia che servì a forare il costato di Cristo, la canna con la spugna di aceto, i chiodi, la colonna della flagellazione, la tenaglia, la lanterna della cattura, la corona di spine ed il gallo del tradimento di S. Pietro. Una volta questo quadro era sistemato nell’altare di fondo della navata di sinistra che, realizzato nel 1620 in marmi intarsiati che ricordano i paliotti napoletani di Pescocostanzo, ora ospita un bel crocifisso del XVIII secolo. Gli altri altari di questa navata sono della fine del XVII secolo. Il più originale per il disegno è il primo da sinistra ed ha due belle colonne di pietra intarsiate. Ben lavorati sono i capitelli che reggono un timpano spezzato all’interno del quale si apre la solita Janua Coeli. Particolare è il quadro, più o meno coevo, in cui S. Domenico (con il giglio ed il libro della Regola del suo Ordine) è rappresentato in una icona che viene mantenuta dalla Madonna Regina, S. Caterina d’Alessandria e S. Maria Maddalena. Più avanti è l’altare della Madonna di Loreto (con i santi Giuseppe, Bernardino da Siena, Carlo e Camillo) che è rappresentata per mano di un artista locale vissuto ugualmente a cavallo del XVII-XVIII secolo. Poi c'è l’altare con la Madonna delle Grazie che dona il latte dal suo seno, con i santi Giuseppe, Giovanni Battista e Donato. L’altra navata accoglie l’altare del 1758 dedicato all’Addolorata con ai lati S. Giovanni Evangelista che regge il calice con il vino avvelenato che si trasforma in serpentello ed un raro S. Francesco Caracciolo. Appresso vi è l’altare seicentesco di S. Nicola ed in fondo i busti del domenicano S. Vincenzo Ferreri, rappresentato come al solito con le ali, e di S. Rocco che mostra le sue ferite. Scendendo per via Marracino, superato un bel palazzo dal portale barocco difeso da una saettera sottostante la finestra laterale, si arriva alla curiosa piccola casa dello scalpellino-muratore. E’, ovviamente, tutta in pietra. Ricca di decorazioni e scritte di ogni genere. Una rappresentazione caricaturale a rilievo dovrebbe essere una sorta di autoritratto che Vincenzo Mannarelli si fece nel 1735, come dice la sottostante scritta: AD MDCCXXXV M. VINCENZO MANNARELLI MURATORE SCARPELLINO. Cinque volte, qua e là, è ripetuta l’immagine dell’aquila bicipide. Singolare il portale decorato con motivi floreali ed una strana figurazione di un paggio in abiti settecenteschi da una parte ed una dama che sembra tenere in mano una conocchia dall’altra.
La parte alta di Montenero Valcocchiara sembra saper resistere alle violenze urbanistiche che caratterizzano molti paesi circostanti. Anzi, girando per i vari borghi come quello pittoresco del Colle (dove forse era l’antico castello) dai portali, loggette e balconi settecenteschi, si ha l’impressione che una gran quantità di persone, anche straniere, abbiano deciso di fare di Montenero una specie di rifugio tranquillo conservando ed esaltando le sue caratteristiche ambientali.
Andando via da Montenero non si può fare a meno di vedere il Pantano della Zittola, ormai famoso per le centinaia di cavalli che vi sono allevati allo stato brado e per gli allegri raduni equestri che spesso si tengono nel periodo estivo.

LE NOTIZIE SONO TRATTE DAL SITO di Franco Valente Montenero Valcocchiara

Le foto sono di Flaviano Testa

In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara
In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara
In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara
In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara
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In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara
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Due fratelli del mare e del cielo

23 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #personaggi da conoscere, #storia

Due fratelli del mare e del cielo


Mario Visintini: Parenzo 26 aprile 1913 – Monte Bizén 11 febbraio 1941
Licio Visintini: Parenzo 12 febbraio 1915 – porto di Gibilterra 8 dicembre 1942

Due fratelli cresciuti fra la gente d'Istria, in una terra impervia, sferzata dal vento, che i potenti si sono a lungo contesa. Erano nati a Parenzo, città che dagli scogli sembra sorridere a Venezia e all'Italia, fin da piccoli hanno respirato il patriottismo del popolo che aveva nelle vene lo stesso sangue del concittadino Giuseppe Picciola, di Fabio Filzi e Nazario Sauro istriani anche loro, sentirono i racconti delle imprese compiute dagli italiani durante la prima guerra mondiale e questi echi, questi ricordi, quello stesso ambiente, contribuirono a formarne il carattere deciso, ad accrescere in loro l'amor di Patria che li vide disposti all'estremo sacrifico.
Due stelle d'oro illuminano la bandiera dell'italianissima Parenzo....” scriveva nel 1953 Enrico Pagnacco su La Porta Orientale.
Parenzo, che ha visto nascere questi due eroi morti per la Patria, ora non è più italiana. Antico insediamento romano, ricca di vestigia storiche, città in cui ogni pietra trasuda la sua italianità, purtroppo oramai è dimenticata da tutti così come è dimenticato il sacrificio della maggioranza dei suoi abitanti e di tanti italiani, costretti ad abbandonare Istria e Dalmazia dopo aver subito persecuzioni e lutti.

Licio Visintini, era entrato come allievo presso l'Accademia Navale di Livorno nel 1933 e nel 1937 era stato promosso Guardiamarina. Dopo un periodo trascorso su unità di superficie con cui partecipò ad alcune missioni durante la guerra di Spagna, fu imbarcato prima sul sommergibile Narvalo e poi sull'Atropo e partecipò alle operazioni militari in Albania dell'aprile 1939.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale prese parte alla prima missione dei sommergibili italiani in Atlantico, al termine della quale chiese ed ottenne di essere trasferito presso la X Flottiglia MAS di La Spezia dove, superato un periodo di duro addestramento, divenne Operatore dei Mezzi d'Assalto. Promosso Tenente di Vascello nel 1941, fu Comandante della famosa squadra di operatori denominata "dell'Orsa Maggiore", che portò a termine con successo un'operazione contro la base navale inglese di Gibilterra. In un secondo tentativo, effettuato nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1942, mentre si avvicinavano alle corazzate nemiche, a causa della deflagrazione di cariche esplosive lanciate in mare dalle imbarcazioni di vigilanza, trovò la morte accanto al suo fedele compagno, Sottocapo Palombaro Giovanni Magro. Nel corso della sua carriera fu decorato con due medaglie d'argento nel 1941 e con la medaglia d'oro alla memoria nel 1942, con la seguente motivazione:

«Ufficiale il cui indomito coraggio era pari alla ferrea tenacia, dopo lungo difficile e pericoloso addestramento violava, una prima volta quale operatore di mezzi d’assalto subacquei, una delle più potenti e difese basi navali nemiche, costringendo l’avversario a nuove e severissime misure protettive. Inflessibilmente deciso ad ottenere risultati più cospicui, si sottometteva a nuova ed intensa preparazione, in una vita clandestina e di clausura, fino al momento in cui con sovrumano disprezzo del pericolo ed animato da sublime amor di Patria, ritentava l’impresa, nonostante il nemico avesse predisposto tutto quanto la tecnica poteva escogitare per opporsi all’ardimento dei nostri uomini. Penetrato una seconda volta nella base avversaria vi incontrava eroica morte, legando il suo nome alle tradizioni di gloria della Marina italiana. — Gibilterra, 8 dicembre 1942»

Mario Visintini, respinto alla visita medica sostenuta per entrare all'Accademia Aeronautica, ma determinato a diventare aviatore, si iscrisse a un corso per piloti civili, ottenendo il brevetto che gli permise di entrare a far parte della Regia Aeronautica come allievo ufficiale pilota di complemento e ottenere così il suo brevetto militare nel dicembre 1936.
E' stato il primo degli Assi dell'Aeronautica, con il maggior numero di abbattimenti in Africa Orientale, tra tutte le forze belligeranti, fu l'Asso dei biplani da caccia con il maggior numero di abbattimenti della Seconda guerra mondiale, durante la quale ottenne 16 vittorie aeree, sotto le insegne della Regia Aeronautica, che si sommano alle innumerevoli vittorie ottenute durante la guerra civile in Spagna, con l'Aviazione Legionaria. A questa cifra si devono aggiungere gli aerei distrutti al suolo durante i mitragliamenti degli aeroporti di Gedaref, Gaz Regeb e Agordat, che, secondo fonti britanniche, costarono alla RAF e alla SAAF "decine di aerei distrutti " (per l'esattezza 32 aerei incendiati da solo ed in cooperazione).
Visintini era un ottimo pilota, con grandi doti di abilità e precisione, meticoloso e calcolatore tanto da essere soprannominato il "cacciatore scientifico". Non era un pedante sgobbone, era estremamente preciso nel portare a termine le sue operazioni. Ottenne vittorie su vittorie, soddisfazioni su soddisfazioni, ma la notorietà ottenuta non lo esaltò, era un combattente coscienzioso e sempre pronto a partite per primo, egli aveva il senso di responsabilità e l'esperienza di un vecchio soldato e il più bel premio che potesse ricevere fu il comando di una squadriglia. L'11 febbraio del 1941, si stava combattendo in Africa Orientale, quando due dei suoi giovani piloti furono costretti ad atterrare in un campo di fortuna fortemente esposto all'offesa nemica, Visintini si alzò immediatamente in volo per andare in loro soccorso e riportarli alla base e fu nello svolgimento di questa azione che, a causa delle avverse condizioni atmosferiche, si andò a schiantare contro il monte Bizén. Dove non erano riusciti i caccia nemici, solo il destino poté abbattere il “Falco” del capitano Visintini.
Aveva già ottenuto sul campo una medaglia di bronzo e una d'argento ma la motivazione che accompagna la Medaglia d'oro concessa alla memoria , è il compendio di una vita offerta alla Patria e ai commilitoni

Superbo figlio d'Italia, eroico, instancabile, indomito, su tutti i cieli dell'impero stroncava la tracotanza dell'azione aerea nemica in 50 combattimenti vittoriosi durante i quali abbatteva 16 avversari e partecipava alla distruzione di 32 aerei, nell'attacco contro munitissime basi nemiche. In cielo ed in terra era lo sgomento dell'avversario, il simbolo della vittoria dell'Italia eroica protesa alla conquista del suo posto nel mondo.”

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In giro per l'Italia: Oratino

21 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Oratino


Caratteristico centro vicino al capoluogo, è posto in posizione dominante su buona parte della vallata del fiume Biferno; quando si giunge a Oratino si percepisce immediatamente di essere in un paese che richiama suggestioni particolari. É una sensazione istintiva, stimolata dal primo impatto con l'abitato, con il centro storico, che quasi si nasconde al primo sguardo, e la piazza principale, molto ampia, luminosa, popolata di persone, che non sembrano infastidite dalle auto che circolano attraverso le strade che circondano la piazza.
Il centro storico, vero gioiello del paese, ha riacquistato l'originale fascino di borgo medievale, grazie ad un apprezzabile restauro.
Nel 1100 il nome del paese era Laretinum, ma poi si trasformò prima in Retino, poi, in Laratino e, infine, divenne Oratino. Di probabile origine longobarda, il feudo registrò l'avvicendarsi di diversi feudatari sino all'eversione della feudalità.
Nella vallata che degrada verso il Biferno, a qualche chilometro da Oratino, su uno sperone roccioso si erge la Rocca di Oratino, una struttura muraria quadrata, restaurata di recente. Sembra che detto baluardo facesse parte di un piccolo agglomerato urbano distrutto dal terremoto del 1456.
Nel centro abitato si può ammirare la Chiesa di Santa Maria Assunta, di origini medievali, ma rimaneggiata nel corso dei secoli. All'interno troviamo un affresco nella volta della navata centrale che raffigura l'Assunzione della Vergine, dipinto da Ciriaco Brunetti nel 1791. In alcune parti compositive l'affresco si ricollega ad un dipinto di identico soggetto di Francesco Solimena. Interessante è un ostensorio d'argento del 1838, pregevole lavoro di oreficeria di Isaia Salati, nipote di Ciriaco Brunetti. Al centro dell'opera è l'Assunta ai piedi della quale sono le allegorie della Fede e della Speranza, poste ai lati della base dell ostensorio.
Etichettata come extra moenia nelle carte d'archivio, perché posta fuori dal centro abitato è la Chiesa di Santa Maria di Loreto, dove troviamo la statua lignea della Madonna del Rosario. L'opera, che presenta una notevole qualità dell'intaglio e un piacevole senso del colore, fu realizzata dallo scultore Carmine Latessa, discepolo di Giacomo Colombo, uno dei maggiori scultori del settecento napoletano. Nella stessa Chiesa troviamo la statua di Sant'Antonio Abate datata 1727, opera dello scultore Nicola Giovannitti. Le volte della Chiesa furono affrescate dai fratelli Ciriaco e Stanislao Brunetti di Oratino, ma attualmente gli affreschi sono caduti o seriamente compromessi a causa di un errato intervento di restauro risalente agli anni sessanta.
Passeggiando per il centro storico non è difficile scorgere la bellezza dei portali realizzati con cura dagli scalpellini locali; il più interessante è il portale del Palazzo ducale.

TUTTE LE NOTIZIE SONO TRATTE DAL SITO DELLA PROVINCIA DI CAMPOBASSO

Le foto sono di Flaviano Testa

In giro per l'Italia: Oratino
In giro per l'Italia: Oratino
In giro per l'Italia: Oratino
In giro per l'Italia: Oratino
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In giro per l'Italia: Oratino
In giro per l'Italia: Oratino
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Il bersagliere dimenticato

19 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Il bersagliere dimenticato


Mi piace raccontare storie poco conosciute, ricordare eroi che hanno dato la vita per l'Italia e che sono stati dimenticati, ed eccomi di nuovo qui a parlare oggi di Zamboni Aurelio, nato il 30 dicembre del 1919 a Cologna, frazione di Berra, un piccolo comune del Ferrarese che sorge sull'argine destro del Po.

Apparteneva a una numerosa famiglia di origine contadina e, come tanti giovani del suo tempo, aiutava il padre Giuseppe a sbarcare il lunario facendo il carriolante durante i lavori di bonifica del territorio. Giovane animato di alti ideali, appena ventenne, nel febbraio del 1940 lasciò la sua casa per arruolarsi nel 9° reggimento bersaglieri, il cui motto era “Invicte, acriter, celerrime” e lui da quel giorno si sentì proprio invincibile. Agli ordini del maggiore Luigi Togni col XXVIII battaglione combatté dapprima sulle Alpi francesi, prendendo parte alle azioni che il 24 giugno portarono alla conquista del forte francese di Traversette. Promosso caporale, verso la fine di agosto del 1941, si trovò in Africa Settentrionale dove venne inquadrato nella divisione motorizzata Trieste.
Gli eventi bellici in Africa Settentrionale, in particolare in Cirenaica, prima che vi giungesse la divisione "Trieste", si erano svolti con alterne fortune per l'Italia. Dopo la debole offensiva condotta da Graziani, i comandi avversari presero l'iniziativa lanciando l'operazione "Compass", dotati di moderni mezzi corazzati, avanzarono per milletrecento chilometri in due mesi, annientando la X armata italiana, facendo prigionieri circa 115.000 soldati dei 150.000 totali. Conquistarono Tobruk, buona parte della Cirenaica fino a Giarabub, costretta alla resa dopo quattro mesi di duro assedio. A organizzare una controffensiva venne in aiuto degli Italiani il Comando Supremo delle Forze Armate tedesche al comando del tenente generale Edwin Rommel che, con operazioni veloci e di sorpresa, riconquistò i territori perduti.

Molto brevemente questo ero lo scenario che trovarono i bersaglieri della Trieste al loro arrivo in Libia e furono subito impiegati con compiti difensivi a pochi km da Tobruk. La nuova violenta controffensiva nemica portò alla finale ritirata delle forze dell'Asse con i Bersaglieri che resistettero con coraggio per coprire il ripiegamento del grosso delle forze, contando innumerevoli morti, feriti e dispersi.
Sulle eroiche gesta del caporale Aurelio Zamboni nel 9° Bersaglieri, che cadde eroicamente il 15 dicembre 1941, riporto qui di seguito la testimonianza del tenente Alberto Tortora, che compilò la proposta di Medaglia d'Oro al Valor Militare e così descrisse gli eventi nel suo racconto Piuma insanguinata:

«Pomeriggio afoso di dicembre, molesto più che mai, per i vortici di sabbia che il vento solleva. La linea è tutta una perfetta amalgama di cuori, acciaio e fuoco, barriera insormontabile e compatta contro cui il più forte numero, la corazza e la tenace insistenza di quei mercenari assetati di sangue si dovranno infrangere inesorabilmente. Da ore una "Breda", rovente come il cuore di chi la impugna, continua, più delle altre, a vomitare fuoco, a sgranare briciole di morte. Il caporale Zamboni, figlio generoso della forte terra di Ferrara, tenacemente avvinto alla sua arma, incurante delle pallottole che radono il ciglio della postazione battuta dal nemico, è instancabile nel farla cantare e quella melodia di morte dà molto fastidio alle feroci orde nemiche che tentano invano di spegnerla vomitando su di essa torrenti di fuoco... Tanta è la foga con cui lo Zamboni "picchia", che nessuno può pensare che egli sia ferito: un rivo rubino irrora la sua fronte limpida ed ogni tanto egli abbassa la testa per asciugare col braccio la ferita senza staccare il pugno dalla testata. Se ne accorge il porta munizioni, che gli manda l'infermiere per medicarlo, ma un violento spintone che lo fa ruzzolare a terra è la risposta dello Zamboni. "Va via - dice secco - che adesso ho da fare." E continua a sparare. Nel frattempo, visti inutili i tentativi di sopraffare quell'arma terribile col fuoco delle mitragliatrici, il nemico incomincia a tempestare la piazzola con i mortai e le artiglierie. I primi colpi cadono intorno senza quasi efficacia, mentre la "Breda", rossa, fumante continua imperterrita a cantare seminando morte. D'un tratto un sordo schianto terribile. Una vampata. Qualche lamento. Una granata ha colpito in pieno la postazione e le adiacenze del camminamento che portano ad essa. Un ammasso umano informe con qualche lieve sintomo di vita. Sei figli di Lamarmora giacciono esanimi con le carni orribilmente straziate; altri sette gravemente colpiti emettono lamenti flebili. Non sono trascorsi due minuti forse e sono appena giunti alcuni bersaglieri per dar soccorso ai feriti, che, tra i corpi senza vita, superbamente bello nello spirito, sorge Zamboni intriso di sangue gridando: "Coraggio, ragazzi! I bersaglieri del 9° non hanno mai paura!" Lo si crede miracolosamente illeso, ma la realtà è ben diversa. "Taglia qui - dice con voce calma ed imperiosa all'infermiere mostrandogli il braccio destro penzoloni appena sostenuto da un lembo di carne - mi dà fastidio". E deve incutere coraggio a quel chirurgo improvvisato che, titubante, con un temperino si accinge a recidergli il braccio. "Accendi una sigaretta e dammela" - gli chiede dopo. E poichè l'infermiere si appresta a curargli anche una gravissima ferita ad un ginocchio orribilmente maciullato e dal quale sgorga copioso il sangue, aggiunge: "Pensa a curare gli altri, che son più gravi". Disteso accanto ai corpi dei camerati caduti continua a fumare pronunziando alte parole di fede e di incoraggiamento per coloro che si lamentano per lo strazio delle carni ferite. Intanto sulla linea la battaglia, violenta, continua. Il nemico, superiore in numero e mezzi, preme senza ottenere successi. Il fuoco è ancora nutritissimo ed intorno continuano ad esplodere proiettili di ogni arma e calibro. Un porta feriti, dopo che gli altri sono stati medicati, torna presso Zamboni ed alla meglio gli lega la gamba per arginare il sangue, proprio nel momento in cui dalle postazioni, impetuosa, una ondata travolgente di fluttuanti piume balza all'assalto. Il grido di "Savoia!" riaccende sul suo volto un lampo di indomita energia ed imprecando contro la sorte maligna che lo tiene inchiodato, si erige sul busto seguendo con l'anima i camerati lanciati verso la vittoria. Poi d'un tratto si guarda intorno cercando istintivamente, con il cuore in gola, un'arma, una bomba. Invano. Gli occhi cadono sul suo braccio amputatogli poco prima, che giace sulla terra intrisa di sangue, e con un'energia misteriosa riesce a carpirlo ed a lanciarlo con violenza verso il nemico, gridando: "Non ho bombe, o vigliacchi, ma ecco la mia carne e che vi possa arrecare danno! Viva il 9° Bersaglieri!". In quel lembo di carne è tutto se stesso. Infatti poco dopo, quando ancora si ode più lontano il fragore della battaglia, egli, limpidamente cosciente, sereno, mentre la sua fronte si copre di un'aureola di gloria, purissimo tra i puri, sale nel cielo degli Eroi. La "Breda" infranta, fredda e silenziosa, lo segue verso il suo luminoso destino.»

Il 2 marzo 1949 il Ministro della Difesa conferì alla memoria del caporal maggiore Aurelio Zamboni, del 9° reggimento bersaglieri, la Medaglia d'Oro al Valore Militare e, per le gesta di quei giorni, a tutto il 9° reggimento Bersaglieri venne assegnata la medaglia di bronzo. In centro a Cologna, sorge un monumento di marmo eretto in ricordo del bersagliere che rese onore a tutto il paese e che raffigura Zamboni mentre scaglia il proprio braccio contro il nemico.

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Ernesto Che Guevara

17 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #personaggi da conoscere, #storia

Ernesto Che Guevara

Ernesto Che Guevara, nato il 14 giugno 1928 a Rosario in Argentina, ho davanti a me una sua fotografia e mi sorge spontaneo un apprezzamento: era davvero bello, anche i fotografi che lo ritrassero all’epoca dissero di lui che non avevano mai visto un volto altrettanto fotogenico. Il destino però, non lo volle fotomodello ma guerriero, o forse fu perché nel suo sangue, irlandese per parte di padre e basco per parte di madre, scorrevano i cromosomi della ribellione, della lotta, della rivolta. Di fatto, a causa di una montatura mediatica, negli anni in cui ero giovinetta, divenne l’icona dei moti studenteschi, della contestazione giovanile, di una generazione che rimase abbacinata dalla sua bellezza, dal suo coraggio, ma che in realtà non lo conosceva per niente. Nulla c’entrava Che Guevara con “fate l’amore e non fate la guerra”, fu eretto artatamente a icona della pace, della libertà, quando lui in realtà era un guerrigliero, un eroe estremo, sempre pronto a combattere e a uccidere, hanno trasformato il suo rigore, la sua intransigenza in fascino da operetta, la sua passione in mito. Qualcuno disse che quella foto rappresentava la determinazione di cambiare il mondo a favore dei più deboli e al tempo stesso l’innocenza di chi crede ciecamente in un ideale e per esso è pronto a morire, per questo motivo la logica irrazionale di una certa ideologia ne fece sia l’eroe simbolo dei guerriglieri urbani pronti a entrare in clandestinità, che l’idolo dei figli dei fiori armati di chitarre.

Tornò utile, all’uopo, la sua tragica ed eroica morte avvenuta in giovane età quando, da invincibile, era divenuto vittima e fu sfruttata questa fotografia che lo rese immortale, scattata per caso il 5 marzo 1960 da Alberto Korda, mentre si stavano svolgendo i funerali delle vittime dell’esplosione di un mercantile che trasportava armi a Cuba, e portata in Italia da Feltrinelli qualche anno più tardi. Un basco con la stellina militare al centro, i capelli lunghi al vento, lo sguardo profondo perso a scrutare l’orizzonte, l’espressione contrita piena di rabbia e di dolore, uno sguardo intenso che resterà vivo per sempre, le labbra ben disegnate, morbide e addolcite dalla cornice dei baffi.

E da allora per oltre quarant’anni Che Guevara è stato oggetto di tutte le svalutazioni commerciali possibili, la sua immagine ha subito la peggiore delle mercificazioni: è stata ridotta a logo per una maglietta e non solo, è finita ovunque si potesse stampare: su poster, portachiavi, bandiere, berretti, zaini, bandane, fibbie, orologi, e tatuaggi in un’apoteosi infinita di business, che hanno confinato il Che a una marionetta, un simulacro, da tirar fuori alla bisogna, quando c’era necessità di dar corpo a teorie assolutamente vuote e di animare masse oramai spente, alla faccia della lotta e della rivoluzione.

Da molto tempo mi sbarri il passo, Ernesto Che Guevara. Ecco il tuo cadavere steso di traverso sul sentiero dove cammino. Posso scavalcarlo. O tirarlo per i piedi. O gettarlo nel burrone. Posso chiudere gli occhi e passare oltre, facendo un tranquillo scarto, come un vecchio cavallo che conosce la strada. Questo scarto l’ho fatto, ed ho camminato dal giorno della tua morte. Era dieci anni fa. Poi ho vissuto e mi sono allontanato da te. Non volevo essere complice dei fabbricanti della tua mitologia. Ti ho abbandonato a loro. Perché avrei dovuto cacciare i mercanti da un tempio che non era il mio?” (L’incipit di “Una passione per Che Guevara” di Jean Cau, Firenze 2004)

In realtà Che Guevara ha pienamente rappresentato il nazionalismo rivoluzionario, era un coraggioso antimperialista che piaceva anche a Peron e che ben poco aveva a che spartire con i movimenti comunisti che non hanno fatto che alimentarsi di slogan e utopici discorsi. L’obiettivo della guerriglia, quando cominciò la lotta contro la dittatura di Batista a Cuba, non era la rivoluzione socialista, ma l’introduzione di riforme radicali tese all’indipendenza nazionale. E in seguito fu lo stesso Peron a ospitarlo in Spagna e a metterlo in contatto coi guerriglieri algerini, siamo lontani dai concetti odierni di destra e sinistra. Il 24 settembre 1955 Guevara, in una lettera alla madre, in merito alla deposizione di Peron aveva scritto:

Ti confesso con tutta sincerità che la caduta di Perón mi ha profondamente amareggiato; non per lui, ma per quello che significa per tutta l’America Latina…(…) l’Argentina era il paladino di tutti noi che pensavamo che il nemico stesse al nord.

Il Che si batteva per combattere l’oligarchia, le ingiustizie e per liberare il suo continente dall’occupazione americana.

Fra i giovani di destra si coltivava il mito di Che Guevara molto prima dei movimenti studenteschi del ’68, lo ricorda lo scrittore e storico fiorentino Franco Cardini, allora iscritto al Movimento Sociale e poi alla Giovane Europa di Jean Thiriart, che disse di essere stato tacciato in famiglia come comunista per questo motivo. Racconta Mario la Ferla in “L’altro Che” che la destra ha amato e onorato questo personaggio prima che la sinistra se ne appropriasse indebitamente. Subito dopo la sua morte, a prendere posizione furono i fascisti reduci della Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale dedicandogli il pezzo “In morte di un rivoluzionario”. A quei tempi “l’idea” non aveva ancora subito le mutazioni delle svariate destre italiane che l’hanno soffocata sicuramente più del comunismo e poteva liberamente esternare l’“amore” puro ispirato da questo paladino morto per la sua fede ideale, così come faceva per Marinetti, Celine e Drieu la Rochelle. E furono Pierfrancesco Pingitore e Dimitri Gribanovski, a comporre la ballata, cantata da Gabriella Ferri “Addio Che”, portandola in scena al Bagaglino, il popolare cabaret romano e a onorarlo, fra i primi, come mito, come l’eroe che “non muore nel suo letto” e “non vede finire la sua rivoluzione.” Per concludere questa carrellata di ricordi, a Valle Giulia, insieme ai giovani di sinistra, erano presenti un gran numero di ragazzi delle organizzazioni di destra che mostravano l’immagine del Che; gli intellettuali aderenti alla Giovane Italia e, qualcuno dei miei amici se lo ricorda, avevano scritto un articolo intitolato “Il fascista Che Guevara”; infine nel 1968, il primo a sceneggiare un film sulla sua epopea fu Adriano Bolzoni, reduce di Salò. Dunque il sostegno della destra per il Comandante fu senz’altro più consapevole di quello sbandierato successivamente dalla sinistra per molti anni.

Dopo la pubblicazione avvenuta nel 2005 di alcuni testi “segreti” di Che Guevara, diritti che comprò Mondadori dagli eredi, si scatenò un’aspra polemica a sinistra sul milione e mezzo di dollari pagati da Mondadori (famiglia Berlusconi) e quindi sul suo diritto di censura sui pensieri inediti del Che. Lo scrittore Roberto Sarti scrisse “…concedere i diritti esclusivi a un’impresa capitalista significa lasciare ad essa carta bianca su cosa può o può non essere pubblicato, sulla base di una mera logica commerciale. L’errore sta quindi nella privatizzazione delle opere del Che, e poco importa che a pubblicarle sia Mondadori o Feltrinelli. Tale censura non può non avere a che fare con le crescenti critiche che il Che aveva cominciato a formulare verso le esperienze di “socialismo reale” dei paesi dell’Est europeo con cui era entrato in contatto dopo la vittoria della rivoluzione cubana. Il nostro giudizio scandalizzerà tanti epigoni dello stalinismo presenti anche in Italia, che pensano che la difesa della rivoluzione cubana può passare solo attraverso la raffigurazione di un paese senza difetti, dove un partito d’acciaio, monolitico, guida dal 1959 la popolazione verso le gioie del socialismo. La realtà è un’altra e i comunisti non devono avere paura della realtà, né nasconderla. Sarebbe un pessimo servizio che renderemmo alle classi oppresse.

Dopo la presa del potere i rivoluzionari cubani, serrati dall’embargo degli Stati Uniti, applicarono il sistema suggerito dai sovietici e, in quei primi anni, Che Guevara era sinceramente convinto che quella fosse la strada da percorrere, ma, che il maggiore intoppo fosse proprio questa pesante cooperazione, cominciò a rendersene conto gestendo il ministero dell’industria e osservando i problemi del settore, dove venne accusato di introdurre misure capitaliste. Dopo la stabilizzazione del potere a Cuba , Che Guevara aveva viaggiato in tutta Europa, aveva visitato i paesi “non allineati” e aveva preso pienamente visione delle condizioni del popolo dove vigeva il sistema di “socialismo reale”. Criticava il metodo utilizzato dall’Urss che produceva disuguaglianze. Gli inediti rivelarono una posizione durissima di Guevara: “L’internazionalismo è rimpiazzato dallo sciovinismo (da poca potenza o da piccolo paese), o dalla sottomissione all’Urss, mantenendo le discrepanze tra altre democrazie popolari”.

È evidente che negli ultimi anni Che Guevara aveva sviluppato dubbi, perplessità e un certo scetticismo sul ruolo dei paesi ad economia di “socialismo reale” , il 24 febbraio 1965 da Algeri, dove era intervenuto al secondo Seminario economico di solidarietà afroasiatica, pronunciò un vibrante discorso pieno di accuse ad ampio raggio sullo ”scambio ineguale” che mandò su tutte le furie la delegazione sovietica: “Come si può parlare di “reciproca utilità” quando si vendono ai prezzi del mercato mondiale le materie prime che costano sudore e sangue e patimenti ai paesi arretrati, e si comprano ai prezzi del mercato mondiale le macchine prodotte dalle grandi fabbriche automatizzate di adesso? Se stabiliamo questo tipo di relazione tra i due gruppi di nazioni, dobbiamo convenire che i paesi socialisti sono, in un certo modo, complici dello sfruttamento imperialista. (…) I paesi socialisti hanno il dovere morale di farla finita con la loro tacita complicità con i paesi occidentali sfruttatori.”

Tornato a Cuba, oramai disilluso, il 14 marzo successivo, dopo un lungo colloquio con Fidel Castro, consegnò a un amico una lettera per i genitori, in cui si diceva pronto ad abbandonare la vita politica e, preso nuovamente dal sacro fuoco della rivoluzione svanì nel nulla, si allontanò “per combattere l’imperialismo, dovunque esso sia”. L’idea era quella di “creare due, tre, molti Vietnam”, in clandestinità, passò dal Congo alla Tanzania, per approdare in Bolivia onde soddisfare il suo perenne desiderio di sfida: non era uomo fatto per i trionfi e per il potere, ma per l’azione.

Cari vecchi, sento di nuovo sotto i talloni le costole di Ronzinante, riprendo la strada,impugnando lo scudo…

Che Guevara aveva sperato dunque, nei suoi ultimi anni, in una diversa realizzazione del socialismo, la sua fine prematura ha interrotto ogni ricerca e, sulle conseguenze terribili che ebbe la sua missione in Bolivia, di sicuro c’è che aveva rotto con lo stalinismo. Il Che era andato per far nascere un movimento guerrigliero in una zona poco popolata, con l’aiuto soltanto di un gruppo di uomini fidati composto da sedici cubani, trenta boliviani, due argentini e tre peruviani. Non ebbe alcuna base d’appoggio nelle città, dove invece esisteva un forte movimento operaio politicizzato, da cui volle restare indipendente e per questo fu abbandonato, boicottato dalla direzione del Partito comunista che, dopo il suo ultimo viaggio a Mosca, lo bollava come “trotskista”. Questo l’imperdonabile “errore” che gli costò la vita. Infatti, dopo dieci mesi, l’appoggio della popolazione locale era praticamente inesistente e fu tradito da una campesina, proprio una di quegli umili per cui si batteva. Una vecchia contadina che aveva scoperto i guerriglieri, “ci sono poche speranze che mantenga il silenzio”, si legge nel “Diario”. Il giorno dopo, presso la Quebrada del Yuro, i diciassette uomini superstiti dell’iniziale gruppo di guerriglieri che aveva iniziato l’avventura boliviana con il Che vennero sorpresi da cinque battaglioni di ranger. Caduti in un’imboscata, dopo tre ore di combattimento, alcuni morirono e gli altri vennero fatti prigionieri, anche Che Guevara fu ferito alla gamba destra e, con la carabina fuori uso, fu catturato. La mattina successiva venne ucciso, crivellato di colpi, aveva una vita intensa e lunghissima di eventi alle spalle, ma solo trentanove anni.

“Una rivoluzione si vince o si muore” a Cuba era andata in un modo, in Bolivia nell’altro. Era il 9 ottobre 1967, ed ecco un’altra fotografia diventare famosa e fare il giro del mondo, quella che riprende il suo corpo ormai esanime adagiato su una barella nella lavanderia dell’ospedale di Vallegrande. Ritratto in una luce plumbea, così inerme, abbandonato, vinto, a molti ricordò il Cristo Morto del quadro di Mantegna.

Un eroe o un martire, era un santo o le sue mani grondavano sangue? Poco importa, il Che era sicuramente onesto, simpatico, colto, amava la fotografia e sapeva ballare il tango, pochi soldi, quattro stracci e molti libri il suo bagaglio. Esaltato e ingovernabile, quando gli fu diagnosticato un enfisema polmonare, promise di fumare un solo sigaro al giorno e la mattina successiva, raccontavano i suoi uomini, si presentò con un sigaro lungo cinquanta centimetri che gli pendeva dalle labbra. Un po’ folle, ma generoso, audace, fino alla fine dei suoi giorni si è donato agli altri con disprezzo della vita. “Un uomo che ha agito secondo il suo pensiero e che è stato fedele alle sue convinzioni…” aveva scritto di sé in una lettera ai suoi cinque figli. Era stato un padre e un marito latitante, ma la sua scelta era quella di vivere in assoluta austerità, rubando ore al sonno e alla sua vita privata per essere sempre al servizio del popolo. Anche da ministro faceva la fila alla mensa come tutti gli altri, e combatteva con forza le storture del socialismo reale, prima fra tutte la burocratizzazione.

Che Guevara, un Don Chisciotte all’assalto dei mulini a vento, immagine che gli calza a pennello e da lui stesso evocata nella lettera ai genitori, era un romantico “condottiero del XX secolo”, pieno di contraddizioni e tormentato dall’asma, ma che correva incontro al nemico senza fiato e senza paura. Fu sicuramente un rivoluzionario autentico e non si può che rendergli onore da ogni parte per le sue scelte: abbandonò cariche di Stato, retribuzioni importanti e privilegi, per continuare la sua strada di ribelle, ritirandosi fra monti e boschi, accettando sacrifici e stenti per portare fino in fondo la sua lotta contro l’oro.

Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui”. (E.Pound)

Fu guidato solo da sentimenti leali, da ideali autentici, lottò fino alla fine per contrastare l’imperialismo che, di qualunque origine esso sia, soffoca le identità nazionali.

Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l’imperialismo, è un appello vibrante all’unità dei popoli contro il grande nemico del genere umano, gli Stati Uniti d’America…”(Che Guevara)

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“Vieni c'è una strada nel bosco...”

4 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

“Vieni c'è una strada nel bosco...”

“Vieni c'è una strada nel bosco... il suo nome conosco...” così recitava il ritornello di una vecchia canzone e, non so per quale oscura ragione, quando mi reco nel luogo di cui sto per parlare, inconsapevolmente canticchio queste vecchie strofe. Forse perché Claudio Villa era uno dei cantanti preferiti di mia madre e perché la strada nel bosco di cui voglio parlarvi conduce proprio nei luoghi in cui lei nacque e crebbe e a cui io sono sentimentalmente legata.

Si tratta di una zona incantevole fra Montecalderaro e Ca' del Vento, una frazione del comune di Monterenzio, adagiata fra le dolci colline del preappennino bolognese, una borgata di case in via della Collina che sono appartenute alla famiglia da quando se ne abbia memoria. Su quei crinali è cresciuto il mio bisnonno, poi mio nonno e i suoi figli e ora a gestire l'azienda, sotto lo sguardo vigile ed esperto della zia Lidia, è l'ultimo dei nipoti, mio cugino Montebugnoli Giuseppe, con la moglie Mainetti Nicoletta e i loro due figli Sara e Massimo che continueranno la tradizione.

La storia della casa e della famiglia, dunque, risale a molto tempo fa e buona parte si è persa con le persone che la conoscevano, e tramandavano di generazione in generazione i ricordi, gli aneddoti, le tradizioni. La memoria storica scomparsa più recentemente era mia madre e oramai (ahimé) credo di essere una tra le più “vecchie “ rimaste e cerco di trasmettere quello che dai nonni e dagli zii avevo appreso.

Sono storie di sacrifici, di tanto sudore speso fin da bambini, quando il nonno svegliava i figli prima dell'alba e, ancor prima di andare a scuola, dovevano aiutarlo a trainare i buoi davanti all'aratro, racconti di battaglie politiche fra rossi e neri agli albori del Fascismo, di guerra, quando il fronte nel 1944 restò fermo proprio lì a casa per sei lunghi mesi: gli sfollati, i tedeschi, i partigiani, tutti a cercare di arraffare qualcosa a chi già di così poco doveva contentarsi. Ma sono anche storie di grandi amicizie, di serate passate a far “veglia “ nella stalla dove le mucche riscaldavano l'ambiente.

Tornando ad oggi, l'azienda agricola non è solo terra da lavorare, anzi, quella è la nota dolente, trattandosi di un terreno argilloso, per la maggior parte franoso e ricco di “calanchi”, un fenomeno tipico del territorio per cui si creano ampi e profondi solchi lungo i campi, che rendono difficile, quando non impossibile, la coltivazione. Nell'azienda si è sempre accompagnato all'agricoltura l'allevamento del bestiame che un tempo assicurava carne e latte e oggi costituisce la maggiore rendita e, recentemente, la produzione casearia. Infatti Nicoletta, che tutti su quei monti amano e stimano anche se non è nata là, anzi era cittadina lei, non aveva mai cresciuto animali né tanto meno lavorato la terra, oggi ha avviato un'importante produzione di formaggi. “La” Nicoletta , come diciamo noi, oltre a essere una splendida persona, ha un animo sensibile da artista e ha saput, insieme al marito, far crescere e prosperare l'azienda che oggi è una delle migliori produttrici di latte biologico per la Granarolo. La stalla non è più quella di una volta, con le poche mucche legate nelle poste, oggi è una delle tecnologicamente più moderne, dove gli animali possono uscire ed entrare in libertà. Viene arbitrata da un computer che, attraverso il programma impostato, dosa, ad esempio, la quantità del cibo da somministrare a ciascuna bestia e anche la mungitura, dove è il computer stesso che individua quando la mucca ha finito il latte e stacca automaticamente le tettarelle.

Nicoletta ha seguito numerosi corsi di aggiornamento, ha imparato a fare molte cose nella gestione aziendale e continua ad apportare novità come per l'inseminazione artificiale che esegue ormai da anni, sola senza l'ausilio del veterinario. Ama nel tempo libero, (come e dove lo troverà il tempo libero?) dipingere e lo fa su tela ma anche sui muri donando al luogo una peculiarità tutta speciale. Ogni volta che rivedo la casa del nonno non senza forti emozioni, trovo qualche novità: attraverso i suoi disegni, le vecchia mura riprendono vita e raccontano scene e momenti della tradizione contadina.

L'azienda coltiva prodotti di agricoltura biologica, le mucche danno latte biologico e il caseificio, oramai funzionante e decollato, produce formaggi freschi e stagionati, yogurt, e ogni tipo di latticini, con vendita diretta sul posto e in alcuni mercati emiliani.

“L'amore per la terra dà sempre buoni frutti” recita una famosa pubblicità, debbo dire, e non perchè sono di parte, che sulle orme dei nostri trisavoli i miei cugini e i figli non hanno intenzione di fermarsi, continueranno con i loro progetti futuri per consentirci di conoscere apprezzare ancora i prodotti genuini di una volta e consegnare agli eredi qualcosa che non si perderà mai : la nostra terra.

“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
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Il mio Capodanno

31 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

Il mio Capodanno

Quando ero bambina e vivevo in una frazione di Castel San Pietro Terme nella pianura emiliano romagnola, facevo parte, con la mia famiglia, di una piccola comunità molto unita, nella quale ho appreso valori di solidarietà e amicizia. Ha scritto Cesare Pavese: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” Per me che ho sperimentato tale sentimento e che poi ho viaggiato e ho vissuto lontano in tanti luoghi diversi, questo cordone ombelicale che mi lega indissolubilmente alle mie radici è rimasto nel tempo.

Durante il periodo delle feste natalizie, noi bambini, liberi da impegni scolastici, eravamo sempre in giro per le stradine del paese a giocare a palle di neve, a costruire slittini di fortuna con due assi di legno portati dal figlio del falegname, a mangiare biscotti fatti in casa da una mamma o dall'altra e che dividevamo sempre equamente senza badare di chi fossero, o a comprare, coi nostri piccoli risparmi in comune, un cartoccio di caldarroste dalla “signora del carretto”, che girava per le strade portando caramelle, lupini e leccornie di ogni tipo. I nostri giocattoli erano semplici, frutto della fantasia: una bambola di pezza costruita dalla nonna con avanzi di stoffa, una spada fatta con due bastoncini incrociati tenuti da un un piccolo chiodo, un aquilone messo insieme con carta oleata su cui fissavamo due parti di canna con la colla ricavata da acqua e farina, una trottola costruita con un pezzo di legno sbozzato alla meglio, dove infilavamo un chiodo che fungeva da punta, e via a frustrarla per ore. Le gote rosse, le mani gelate eppure il sorriso sempre stampato su quei visini innocenti e allegri.

A Natale non arrivava nessun vecchio con la barba a portare doni, la festa consumistica di Santa Claus, importata dall'America, era ancora di là da venire, a farla da padrona da noi era la vecchia Befana che chiudeva tutte le feste e, nella notte dell'Epifania, arrivava sui tetti con una scopa, riempiendo le nostre calze appese al camino di mandarini, torroni e carbone se eravamo stati monelli.

Il Natale era esclusivamente una festa religiosa fatta in attesa del Bambino Gesù e nelle case si preparavano i presepi in una gara fra famiglie a chi lo faceva più bello. Era il parroco a decretare ogni anno il vincitore, rilasciando un “pretestuoso” diploma attestante la vittoria. La mezzanotte si aspettava giocando a tombola per depositare il Bambinello nella capanna e andare a Messa. Il giorno dopo, finalmente, il pranzo della festa che veramente era atteso con ansia, perché si mangiavano cose che comparivano in tavola solo nelle grandi occasioni: tortellini in brodo di cappone, bollito di manzo, arrosto di faraona, poi i dolci: la ciambella, la zuppa inglese che mia madre sapeva fare in maniera insuperabile, i biscotti secchi. L'intimità della famiglia, la visita ai parenti, la letterina coi buoni propositi sotto il piatto del babbo, i vestiti nuovi comprati da un mese, ma da mettere rigorosamente quella mattina e il profumo di festa rendevano quei giorni indimenticabili.

Poi, per la gioia di mo fratello, veniva il rituale di inizio anno, a me molto inviso, la superstizione almeno in quei piccoli centri era ancora radicata: se la mattina di Capodanno la prima persona che si incontrava era una donna, allora era credenza il doversi attendere un anno difficile, per non dire sfortunato. Così, di mattina presto, i bambini maschi uscivano per passare di casa in casa e augurare “Buon Anno, Buona Fortuna!” e ricevere spiccioli e zucccherini. Mio padre iniziava per tempo a conservare le monetine, che riceveva di resto in bottega, per non trovarsi sprovvisto la mattina di Capodanno e mio fratello tornava con le tasche gonfie di ogni ben di Dio: soldini, caramelle, qualche cioccolatino e mi elargiva centellinando qualcosa solo dietro raccomandazione di mia madre. Ai miei rimbrotti, lui, tronfio, rispondeva che io sarei potuta uscire tranquillamente per il giorno della Befana.

Negli anni questa usanza è man mano venuta meno, ma insieme ad essa se ne sono andate tante altre di cui sento fortemente la mancanza. L'umanissima civiltà contadina è tramontata per sempre per far posto a quella tecnologica, con il vento del villaggio globale che, trasformandosi in un vortice, ha travolto ogni cosa e una spaventosa mutazione genetica ha fatto morire quella società trasformandola in una realtà completamente diversa, irriconoscibile. Il passare del tempo ha inevitabilmente cancellato gli aspetti peculiari di quel microcosmo paesano e, tornando “a casa” in quei luoghi, proprio in questo periodo non trovi più nulla di quello che ricordavi. Le mamme non cucinano dolci, ma preparano le valigie per trascorrere il Natale in qualche località esotica, i bambini sono chiusi in casa a vedere i cartoni animati alla televisione e a giocare coi video giochi, nei bar i ragazzi non ridono, non corrono dietro alle “femmine”, non parlano nemmeno fra di loro concentrati a sfogliare il cellulare per partecipare a una discussione sui social... tempi moderni...

Franca Poli

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Natale in casa Contarini

21 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica

Natale in casa Contarini

"Che cos'è il Natale? E' tenerezza per il passato, coraggio per il presente, speranza per il futuro. E' il fervido auspicio che ogni tazza possa strabordare di benedizioni eterne, e che ogni strada possa portare alla pace. " - (Agnes M. Pahro).

Questa è una storia di paese sentita raccontare dai nonni quando, piccolini, seduti intorno al camino, si aspettava mezzanotte per posare il Bambinello nel Presepe.

Natale 1944 c'era la guerra, erano i mesi più duri e l'inverno più freddo che la gente ricordi, forse per via degli stenti oramai arrivati al limite di sopportazione. Felice Contarini, proprietario di una casa colonica in via Cardinala a Conselice, nascosta tra i frutteti che si adagiano ai piedi dell'argine del torrente Sillaro, decise, nonostante tutto, che si doveva festeggiare il Santo Giorno e diede disposizioni alla “sdòra” di dar fondo alle riserve di farina e uova e di “tirare il collo” alla gallina più grassa rimasta nel pollaio.

In quei mesi Contarini dava ospitalità a quattro soldati tedeschi della Weermacht che dormivano in casa e avevano messo su un'officina nel suo magazzino per riparare mezzi meccanici e carri armati. La famiglia di Felice si era affezionata ai quattro giovani, erano poco più che ragazzi, e in particolar modo a quello di loro più aperto e gioviale, il Caporal Maggiore Fritz Gollek, originario di Halver, una cittadina fra Dortmund e Colonia. Con lui i figli provavano a scambiare qualche parola e lui si sforzava di imparare l'italiano, a volte riuscivano, anche in quei tristi giorni, a ridere di gusto delle loro pronunce sbagliate.

Così in quel Natale del tutto particolare, il contadino riunì intorno alla sua tavola imbandita a festa, oltre ai suoi cinque figli, anche i quattro soldati suoi ospiti. Si rendeva ben conto che per quei ragazzi la nostalgia di casa era forte e in quel freddo giorno di dicembre, capì, la sentivano ancora di più. Il tempo di un pranzo e dimenticarono, brindando tutti insieme, la realtà della guerra, i bombardamenti degli alleati che si avvicinavano e ognuno a modo suo provò a pronunciare qualche parola di ringraziamento.

Pochi giorni dopo i quattro soldati furono costretti a proseguire per quella che oramai era una triste e dura ritirata. Fritz Gollek venne fatto prigioniero e rinchiuso per 3 anni in un campo di prigionia in Jugoslavia. Quando riuscì a tornare in patria,povero e senza lavoro, trovò la sua terra distrutta, ma con molti sacrifici, continuando il suo mestiere di meccanico, trovò un lavoro e mise su famiglia.

Ricordando l'affetto con cui era stato accolto a casa Contarini, appena gli fu possibile, nel 1950, in moto con un amico, tornò a trovare, là nella bassa pianura, quella che lui reputava la sua famiglia italiana, in quella casa che lo aveva ospitato e dove aveva trascorso, nella calda intimità contadina, un Natale indimenticabile. La vita fu severa col Caporal Maggiore Fritz Gollek, non potè avere i figli tanto desiderati e, rimasto vedovo nel 1995, insieme a una grande solitudine, continuò a coltivare i ricordi di una vita intera.

"Non vi è nulla di più triste che svegliarsi la mattina di Natale e scoprire di non essere un bambino" - (Erma Bombeck)

Così il pensiero ricorrente della famiglia numerosa e chiassosa che lo aveva accolto in quella ospitale terra di Romagna, gli creò uno struggente desiderio di tornare in Italia un'ultima volta. Un giorno di settembre del 2001, alla veneranda età di 84 anni, si rimise al volante della sua auto e percorse tutti i km del lungo nastro d'asfalto che separano Halver da Conselice. Fu accolto come un fratello dai figli del signor Felice, oramai defunto, trascorse, in compagnia di quella gente che aveva nel cuore, una settimana davvero serena, in una moderna villa di cemento armato, rammaricandosi soltanto di non aver trovato in piedi la vecchia casa colonica, che solo la sua nostalgia ricordava calda e accogliente.

I sentimenti di pace, di amore, di condivisione che il Natale ispira hanno vinto sulla guerra, sulla fame, sulle restrizioni, e persone lontane, di diversa lingua, si sono sentiti fratelli per tutta la vita.

Natale in casa Contarini
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I "pranzi" della vigilia

19 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica

I "pranzi" della vigilia

Riceviamo questo racconto da un lettore che vuole restare anonimo e si firma Vecchioscarpone.

Questo è il suo modo di fare gli auguri a tutti noi.

I pranzi della vigilia

Tempo fa mi capitò di leggere, nel racconto del figlio, la curiosa storia di Vittorio De Sica, che,”titolare” ad un certo punto della sua vita, di due famiglie distinte e separate (moglie e figli), era costretto, nelle festività canoniche, non a “dividersi” fra esse (e, per dirla con la nota barzelletta: in qual modo, in senso orizzontale o verticale ?) ma a”raddoppiarsi”, cioè ad essere presente, in successione, prima da una parte e poi dall’altra. Questo comportava, soprattutto a Natale e Capodanno, doppi “cenoni-pranzi”, con conseguenze catastrofiche sulla linea del bel Vittorio che pure era stato, ai suoi tempi, piacente e filiforme “attor giovane”.

Qualcosa di vagamente simile, sia pure per motivi diversi, è capitato anche a me, in occasione di un cenone natalizio, del quale ho un ricordo indelebile. Tutto successe perché, tranquillo (e “studioso”) buon figlio di famiglia, fui preso, verso i 16-17 anni, da smanie di attivismo politico e cominciai a frequentare una “sede” ed un gruppo di adolescenti come me, stabilendo con essi fortissimi vincoli che superavano la tradizionale amicizia con i compagni di scuola. Giornate intere passate insieme, qualche volta nottate, avventurette tipo “ragazzi della via Paal” e altro, davano corpo a quella “camaraderie” (detto in francese per lasciare la cosa nel vago, dato che Oltralpe può riferirsi ad ambedue i settori dell’agone politico), che cresceva tutti i santi giorni della settimana, festività comprese.

Fu così che, arrivate le festività natalizie, i due con più spirito organizzativo (e con le mamme più volenterose, va detto) pensarono di indire un cenone in sede. Tutti avremmo contribuito alla spesa (che a Bari non è irrilevante, ve lo assicuro), le mamme avrebbero cucinato per una decina (quanti eravamo), alle bevande si sarebbe provveduto da una “cantina” (termine che all’epoca non aveva nulla di spregiativo) all’angolo, piatti, tovaglie e tovaglioli di carta.

Nessuna assenza sarebbe stata giustificata. Chi non si fosse presentato sarebbe stato marchiato a vita come “vilacchione”, che potremmo eufemisticamente tradurre “poco affidabile, amico non sincero”. Detto fatto. Per quel che mi riguardava, restava solo un problema: dirlo ai miei. Non era un ostacolo insormontabile perché loro – in assenza di parenti particolarmente “affiatati”- usavano cenare ( mia madre nell’occasione superava se stessa per qualità e quantità delle portate), da soli, con me e mia sorella, intorno alle 20, per poi aspettare, seduti in divano davanti alla TV, la mezzanotte. A seguire, scambio degli auguri, Gesù Bambino al suo posto nel presepe, brindisi con nostrano spumante, e a letto. Fino allora c’ero sempre stato... era giunto il momento di rompere la tradizione. Lo dissi, e aspettai l’obiezione – che, come prevedevo, si rivelò la più “corposa”- di mia madre: “E come, non ceni qui con noi ? Con tutto quello che devo preparare...”. Me lo aspettavo, e fu pronta la risposta che avevo ripetuto tante volte nei giorni precedenti: “Tranquilla, ceno qui e poi, verso le 22,30 vado via. A casa di questi compagni di classe (piccola bugia, ma la camaraderie era mal vista perché, pure se iniziata da poco, mi stava già pericolosamente distraendo dagli studi) giochiamo solo un po’ a carte e aspettiamo la mezzanotte per fare qualche “botto” (altra cosa vietatissima a casa mia). Prima delle 2 sono a letto”.

E così, come dio volle, la fatidica sera del 24 iniziò: frutti di mare (cozze, cozze pelose, vongole, ostriche, noci di mare, ricci, taratuffi, cannolicchi, fasolari, capesante, etc etc) crudi, baccalà in umido e baccalà fritto, spaghetti al sugo di capitone, anguilla e capitone arrostiti seguiti da anguilla e capitone nel sugo, fritto di paranza e fritto di calamari e gamberi, contorni vari, frutta secca e frutta fresca, dolci assortiti, caffè, ammazzacaffè e amaro. Buona parte di tutto questo era già pronto, il rimanente mia madre lo cucinava mentre noi eravamo a tavola...

Insomma, alle 22,30, puntuale, dopo aver fatto gli auguri, ero in strada. Vie deserte, di autobus nemmeno l’ombra, la città faceva quasi paura all’unico viandante che ero io. Mi ci vollero una ventina di minuti e arrivai in sede, buon ultimo: d’altra parte, anche se nessuno lo sapeva, ero l’unico ad aver messo in piedi quella messinscena, e non avevo una particolare smania di cominciare. Gli altri, invece, erano affamati e non vedevano l’ora di mettersi a tavola. L’ambiente era sicuramente più allegro di quello di casa mia: lazzi e frizzi accompagnavano le portate, e un leggero vinello bianco scorreva (forse un po’ troppo) a fiumi. Tutt’altra cosa, insomma, rispetto alle morigerate dosi del vino che ci mandava il nonno da Andria e che bevevo con i miei nelle grandi occasioni. Ciò che era (tragicamente, ahimè !) uguale, era il menù: frutti di mare (cozze, cozze pelose, vongole, ostriche, noci di mare, ricci, taratuffi, cannolicchi, fasolari, capesante, etc etc) crudi, baccalà in umido e baccalà fritto, spaghetti al sugo di capitone, anguilla e capitone arrostiti seguiti da anguilla e capitone nel sugo, fritto di paranza e fritto di calamari e gamberi, contorni vari, frutta secca e frutta fresca, dolci assortiti, caffè, ammazzacaffè e amaro. Tutto da gustare (mentre un rustico fornelletto “dava una scottatura“ a ciò che andava riscaldato) non in tranquillo silenzio, ma tra un apprezzamento ed un altro: “Buono questo! Assaggia quest’altro ! Tua madre è una maga in cucina!” E via dicendo.

Potevo essere da meno ? Certo che no, ci voleva poco a guadagnarsi l’infamante attributo di “vilacchione”. Mi feci forza e ricominciai, mostrando un entusiasmo che, in confronto, il Tognazzi de La grande abbuffata sarebbe parso un principiante. Arrivata la mezzanotte, secondo la migliore tradizione, restavano ancora da “far fuori” dolci, frutta e caffè... poi il brindisi, gli auguri e una scarica di botti che mi sembrò molto simile (almeno nella rumorosità) a quelle dei film di guerra di gran moda a quei tempi.

Per farla breve, quando mi incamminai sulla strada di casa non ero sicurissimo di farcela a rientrare... Non che avessi bevuto tanto, ma mi sembrava di essere l’omino di gomma della pubblicità Michelin, gonfio in vita e dappertutto, ballonzolante. Ci misi più dei venti minuti dell’andata, nella città che si ripopolava di nottambuli in rientro come me, ma arrivai... Aprii silenzioso la porta, e vidi la luce accesa in cucina. Mia madre era sveglia, vicino ai fornelli. Mentre gli occhi le brillavano già al pensiero che sarei stato il primo a gustare il frutto della sua fatica, fece: “Vieni, avrai fame... Assaggia, sto preparando il ragù per domani: maiale, manzo, agnello e le brasciole di vitello. Non è ancora pronto. Ci vogliono almeno otto ore, però prenditi una fetta di quel pane casareccio e dimmi come sta venendo”.

Come potevo deluderla ? Mi tagliai una bella fetta di quella pagnottona tonda, e feci la “scarpetta”...

Vecchioscarpone

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