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franca poli

Romolo

12 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Romolo

Al contrario degli odierni cittadini di Roma che prendono tutto per scherzo, gli antichi romani prendevano tutto sul serio, se si prefiggevano uno scopo lo raggiungevano a qualunque prezzo e a qualunque ragione, non per niente con questo spirito hanno conquistato il mondo.

Fra le varie teorie sulla nascita di Roma, una tra le più accreditate vuole che a fondarla fossero gli Etruschi. Sembra infatti che il nome Roma derivi dall'etrusco “Rumon” che significa fiume e se questo corrisponde al vero bisogna dedurre che la prima popolazione romana fosse formata non solo da latini e sabini (come vuole la leggenda del famoso “ratto”) ma anche da etruschi . Addirittura certi storici attribuiscono a Romolo stesso cittadinanza etrusca.

Gli Etruschi, navigatori provetti e commercianti, pare che durante i loro viaggi “commerciali”, avessero fondato un piccolo villaggio sul Tevere e lì li trovarono Latini e sabini quando vi giunsero. Avevano creato un comodo scalo per fermarsi con le loro navi durante la navigazione sul Tirreno. Gli indigeni laziali non legarono con il popolo etrusco, certamente più evoluto, e ci si misero d'impegno per distruggerli. Di essi vollero epurare ogni cosa, cultura, tradizioni e storia e se questo è vero di Romolo, in seguito gli storici cambiarono anche l'identità di nascita.

Punto fermo di tutti gli storici e di ogni teoria circa la nascita di Roma è che Romolo fu il primo re, il fondatore. A lui successe Numa Pompilio, un uomo mite e molto religioso. Siccome fra i tre popoli che componevano la sua città vi era un discreto miscuglio di credenze, egli decise di mettervi ordine. Stabilì un grado di importanza tra gli dei e, per farsi ubbidire, raccontava che a suggerirgli e a dargli istruzioni fosse direttamente la ninfa Egeria che lo raggiungeva durante il sonno. In questo modo riuscì a compiere un'opera politica fondamentale, cioè aggregare le tre dinastie diverse che componevano il popolo di Roma e questo tornò utile ai re che gli succedettero, perché ebbero a disposizione un popolo unito per affrontare le guerre vittoriose contro le altre città rivali.

I re di Roma non venivano eletti per diritto di successione, ma erano scelti dal popolo. Le tre tribù erano divise in curie (quartieri) e ogni curia in dieci gens (casate), le casate in famiglie. Le curie si riunivano due volte l'anno e in occasione della morte del re, durante il comizio curiato eleggevano il successore. Tutti avevano il medesimo diritto di voto, la maggioranza decideva, il re eseguiva. Era la realizzazione della democrazia assoluta e funzionava bene, almeno fino a quando la città restò un piccolo paese che viveva dentro le proprie mura. Di seguito narreremo come si è evoluta la democrazia romana.

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Oggi in cucina

10 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #ricette

Oggi in cucina

I garganelli sono un tipo di squisita pasta all'uovo, specialità della Romagna, se ne contendono i natali varie località, ma direi che la più accreditata è Imola. Nacquero come alternativa ai cappelletti e, inizialmente usati come ripiego, nel corso dei secoli hanno guadagnato uno dei posti d'onore sulle tavole romagnole, soprattutto nei giorni di festa.

Si narra che i garganelli siano comparsi per la prima volta a Imola sulla tavola di un alto prelato la notte di capodanno del 1725. Leggenda vuole che a casa del cardinale Cornelio Bentivoglio d'Aragona, legato pontificio della Romagna, la cuoca, durante i preparativi dei cappelletti, fosse rimasta a corto di ripieno; senza lasciarsi prendere dal panico, arrotolò i quadretti di pasta già pronti in un bastoncino. Passò poi i quadretti di sfoglia, avvolti uno ad uno diagonalmente, sui denti del pettine del telaio usato per filare la canapa, e nacquero dei piccoli maccheroni rigati.

Il termine garganelli con cui sono sono oggi conosciuti deriverebbe dal latino, a indicare la trachea per la loro forma a cannula e, a conferma di ciò, anche in dialetto romagnolo “garganel” sta proprio a significare la trachea del pollo composta da anelli cartilaginei che ricordano la rigatura di questi maccheroni.

Vi è un’altra versione simile alla prima secondo la quale però l’invenzione dei garganelli risalirebbe ad un paio di secoli prima quando, ad avere l'intuizione, sembra fosse stata la cuoca di Caterina Sforza, moglie di Girolamo Riario, signore di Imola e Forlì tra il 1473 al 1488. Restata senza il ripieno dei cappelletti, perché mangiato dal gatto.

O, forse, si sono volute per forza trovare nobili origini a un piatto divenuto nei secoli una prelibatezza, e magari nato semplicemente dalla fantasia di una “sdora” romagnola che non poteva permettersi di comprare il ripieno. Infatti, inizialmente erano cucinati rigorosamente in brodo di cappone o manzo e in sostituzione dei cappelletti, mentre oggi, invece, vengono consumati prevalentemente in asciutto con svariate ricette, al ragù di carne, oppure conditi con piselli e prosciutto, o ai funghi.

Per chiudere, dunque, ecco una delle ricette più tradizionali: garganelli salsiccia e funghi.

Ingredienti: Per la pasta: 4 uova; 400 gr. di farina. Per il condimento: un bicchiere di vino; 200 gr. di salsiccia fresca; 350 gr. di funghi; 200 grammi di scalogno pulito; sale e pepe q.b.

Preparazione: preparare l’impasto con la farina e le uova, lavorare a lungo e lasciar riposare per un’ora. Stendere la pasta col mattarello sino ad ottenere uno spessore sottile; tagliare dei quadretti di 3 cm di lato. Appoggiare il lato diagonale su un bastoncino e arrotolare, spingendo sull’apposito pettine affinché l’impasto si saldi e rimanga ”rigato”.

Fare rosolare lo scalogno in olio di oliva, nel frattempo sbriciolare la salsiccia e aggiungerla lasciando insaporire bene, bagnare con vino bianco e lasciar evaporare, salare, pepare, infine aggiungere i funghi accuratamente asciugati e terminare la cottura. Cuocere i garganelli in acqua abbondante e salata, scolarli ancora al dente e passarli in padella alzando la fiamma per pochi minuti.

Scegliamo per accompagnare il piatto un buon sangiovese di Romagna giovane e profumato, oppure per chi ama il bianco, un buon vino fresco, con la giusta sapidità per sgrassare la bocca dal sapore della salsiccia, ma che non sia troppo alcolico per non rovinare il gusto, direi un bel pignoletto dei colli imolesi o un pagadebit di Romagna. E buon appetito alla faccia del gatto!

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Tom Rob Smith, "Bambino 44"

6 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni

Tom Rob Smith, "Bambino 44"

Bambino 44 è il primo lavoro di Tom Rob Smith, un romanzo avvincente, durante la cui lettura ci si cala nell'atmosfera della Russia gelida e illiberale del 1953, in pieno totalitarismo staliniano. Un paese che doveva essere perfetto, un vero paradiso, ragion per cui nemmeno i serial killer erano riconosciuti tali poiché “in paradiso ci non ci sono crimini”. Questo il ritornello che si sentiva ripetere Leo Stepanovic Dimidov, eroe di guerra prima e ufficiale dell'MGB poi, che aveva servito la patria fedelmente e aveva sempre eseguito scrupolosamente gli ordini del Partito. Quando si trova a indagare sulla morte di un bambino, figlio dell'amico e compagno d'armi Fedor, morte dichiarata dai suoi superiori un tragico incidente, capisce che si tratta di una brutta storia, non si accontenta di falsi colpevoli e continuerà a fare ricerche sfidando gli ordini superiori e subendo le ritorsioni del sistema.

Divenuto egli stesso preda, si troverà a fuggire, a nascondersi per salvare la moglie bersaglio del partito in una lotta all'ultimo respiro contro tutti e contro il tempo. Un'incalzante serie di avvenimenti sveleranno un uomo apparentemente duro, che in realtà crede nell'amore, nell'amicizia, che non può più obbedire ciecamente ai dettami di partito quando si rende conto che si creano meccanismi sbagliati per costruire falsi colpevoli, reietti che resteranno tali anche quando viene scoperta la loro innocenza.

Così si metterà di traverso e, a causa della sua ribellione, verrà degradato, subendo esilio e umiliazioni. Perderà tutto, ma ritroverà la moglie, con la quale aveva in precedenza un rapporto difficile, che lo aiuterà a ricostruire i passi dell'assassino, mutilatore di bambini, riscoprendo se stesso e le falle di quell'apparato in cui aveva creduto.

Un buon romanzo, ben scritto e ricco di spunti storici, Bambino 44, si gusta pagina dopo pagina, si assapora la suspence di una vicenda appassionante, si scopre l'istantanea di una società misconosciuta, spesso esaltata come il paradiso della classe operaia, ma dove la realtà era ben diversa, a causa di un regime del terrore che creava vittime innocenti e negava le vittime vere, sostenendo che in una società perfetta tutti erano felici e la criminalità non poteva esistere.

Il romanzo è ispirato alla storia di Andrei Cikatilo, il mostro di Rostov, che aveva ucciso 53 persone e fece scalpore negli anni 80-90 poiché la polizia russa continuava a negarne l’esistenza e a lasciarselo sfuggire. Dal libro è stato tratto un film di genere thriller, per la regia di Daniel Espinosa, uscito nelle sale italiane nell'aprile 2015.

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In giro per L'Italia: Guardalfiera

23 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #postaunpresepe

In giro per L'Italia: Guardalfiera


Guardialfiera è un paese molisano che si trova in provincia di Campobasso e conta circa 1180 abitanti, anch’esso negli anni interessato, come tanti centri della piccola regione, da un forte fenomeno migratorio.
Situato a un’altezza di 280 metri sul livello del mare, sulla parte sinistra dei fiume Biferno, si specchia sul grande lago artificiale del Liscione. Guardialfiera divenne famosa negli anni settanta proprio grazie a questo invaso costruito nel suo territorio per l’innalzamento di una diga, eretta allo scopo di fornire acqua potabile ai paesi circostanti per uso domestico, agricolo e industriale. Lo specchio d'acqua è attraversato al centro, in tutta la sua lunghezza (circa 8 km) da un ponte, notevole opera ingegneristica, che per la sua peculiarità è stato spesso usato per girarvi scene cinematografiche o spot pubblicitari.
Quando le acque del fiume Biferno allagarono i terreni per la costruzione della diga, furono sommersi anche i resti di un antico ponte chiamato ponte di Annibale, sulle cui arcate, secondo la leggenda, marciò Annibale, diretto in Puglia durante la seconda guerra punica.

Oggi tutta la zona è conosciuta come luogo da cui si diramano itinerari escursionistici nella natura e sentieri per il fitness. Il lago ospita capanni per osservare gli uccelli acquatici che qui sostano durante i lunghi voli migratori ed è l'ideale anche per praticare la pesca sportiva, grazie alle numerose specie di pesci autoctone, quali il cavedano e il luccio, ma di particolare interesse sono alcune specie in via di estinzione come l’alborella appenninica e la scardola tirrenica, predate dalle trote comuni, dalle carpe e dai pesci gatto. Il lago e il fiume Biferno sono meta di appassionati pescatori provenienti da ogni parte. Durante il mese di agosto si svolgono feste con spettacoli pirotecnici fra “cielo e lago”.

Il territorio comunale è principalmente agricolo, coltivato a frumento, vigneti, uliveti e in parte boschivo, di notevole attrattiva è l’area del Bosco San Michele, attrezzata per i pic nic.

In paese, di notevole interesse artistico, è la chiesa dell’Assunta, edificio medievale poi ristrutturato in età barocca e nel secolo scorso. Numerosi sono gli elementi trecenteschi sui muri esterni nei quali si aprono due importanti portali in stile gotico, ma di maggiore interesse resta la cripta, una delle più antiche costruzioni della regione, databile al secolo XI nella parte originaria e ampliata nel XIII secolo. In questa cripta ogni anno si rappresenta uno dei più bei presepi viventi della regione: tutta la parte antica del paese, le vie del borgo, le case, le botteghe, si animano e si trasformano come per incanto nell’antica Betlemme. Scene di vita quotidiana che fanno magicamente apparire un lembo di Galilea in Molise e ogni anno, durante le festività, Guardialfiera diventa il “paese del Natale”. Sono rappresentate figure di mestieri da sempre esercitati dall’uomo: l’oste, il falegname, le filatrici di lana, il venditore di pane, lo scalpellino che lavora la pietra come nell’antichità. Chi visita il presepe, avvolto da mistica atmosfera, viene accompagnato lungo il percorso di stretti vicoli illuminati da fiaccole dal suono delle zampogne e si sente avvolto da odorosi profumi naturali quali la fragranza del fieno, del vino in botte, del latte fresco appena munto e del pane fragrante di forno.
L’origine del nome del paese, sorto intorno al X secolo, è incerta e fonte di diverse interpretazioni: Guardialfiera, come “guardia degli Alfieri”, che la vuole come una sorte di custode della valle, oppure “guarda Alfano” deriverebbe dunque dal suo affacciarsi verso il monte Alfano, o forse il nome deriva semplicemente da “Adalferio”, Conte di Larino, che, nel 1049, al tempo della dominazione Longobarda, era Feudatario di Guardialfiera e del territorio circostante
Piatti tipici da gustare in special modo durante le feste paesane sono, oltre ai prodotti genuini della terra, ai formaggi e agli insaccati: la misischia, che si cucina con carne di pecora tagliata a pezzi, condita con aglio, origano, finocchio, prezzemolo e peperoncino, cotta in forno a legna ben caldo per circa due ore; la pasta con la mollica, fatta con bucatini lessati, conditi con mollica, grattugiata da pane raffermo, preventivamente insaporita con pepe ed olio d’oliva, ed appena passata a gratinare, magari con aggiunta di baccalà.

Le foto sono di Flaviano Testa

In giro per L'Italia: Guardalfiera
In giro per L'Italia: Guardalfiera
In giro per L'Italia: Guardalfiera
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Abbiamo bisogno di sognare

21 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #lettera

Abbiamo bisogno di sognare

Mi conforta il tuo ricordo, l'intimità dell'ultima confidenza, il sollievo dell'intima fiducia. Mi conforta evocarti per sentirti vicina, il pensiero di rivederti un dì e continuare colloqui mai finiti.

Cara amica mia un altro anno si è aperto con mille dubbi, in più sarà bisestile e chissà se il detto che lo vuole funesto troverà riscontro. Continua l’instabilità, sia economica che politica, in Italia e nel mondo sorgono problemi con i fedeli di altre religioni, la crisi che strozza le attività sembra non voler finire e tutto sfocia spesso in tragedie che ci lasciano un senso di impotenza tale da soffocare ogni ottimismo. La mattina apro i quotidiani in cerca di una buona notizia, nella speranza di poter vedere ripartire da una piccola scintilla il fuoco della speranza e nel mentre mi accarezzo il cuore. Con la famiglia, i libri, i dischi, le mie piccole passioni e tutti gli amici che conservano nei loro occhi stupore e smarrimento, vado avanti.

Eppure io sono contenta, felice per aver raggiunto tanti piccoli traguardi nella mia vita. Ho svolto una professione difficile, ho una bella famiglia e tante soddisfazioni, allora penso a chi nella sua vita non si è mai sentito dire bravo. A chi non ha realizzato nemmeno uno dei suoi sogni, a chi deve fare i conti quotidianamente con una realtà così difficile, ardua a volte, insidiosa, sconfortante, misera e deludente. Come si può ovviare al disagio di giornate grigie, tutte uguali e senza speranza per il futuro? Come si può continuare a lottare per poi ritrovarsi con un pugno di mosche in mano? Abbiamo bisogno di sognare, penso a tutte le persone lontane che amo e che ho amato.

Non è un discorso socio-politico, sto solo scrivendo a te, a un'amica che non c'è più da un po' e voglio informarti, farti sentire come se fossi qui. Il tempo che passa finisce col far dimenticare gli abbracci, le risate, i film strappalacrime visti sempre insieme, le chiacchiere del sabato pomeriggio nelle vie del centro davanti a vetrine sempre più inavvicinabili. Ma quando arriva il tramonto di un giorno qualunque e fai l’appello, l'amica di sempre c’è e ti sorride dalla fotografia ingiallita che vi vede diciottenni coi pantaloni a zampa d'elefante e il vitino di vespa.

Penso, ricordo e in sottofondo c’è una musica, per questi pensieri serve la musica giusta, una canzone che mi tocchi l’anima. A me, lo sai, piacciono i cantautori italiani e, mentre nell'aria riecheggiano le note di Battisti, ripenso a “un bosco di braccia tese”, alla storia che mi piace tanto leggere e studiare, ma anche alle tante storie recenti di eroismi riguardanti la sopravvivenza quotidiana.

In questo mondo “globalizzato”, dove i nemici si annidano ovunque, spesso proprio fra chi dovrebbe ispirare fiducia, i tradimenti peggiori arrivano da chi si dovrebbe prendere cura di noi e le persone care sono spesso lontane o non ci sono più; gli unici verso cui provo ancora interesse appartengono a una razza in via di estinzione: gentiluomini dotati di cappa e spada, guidati da un codice etico di onore e rispetto, così vado avanti coi sogni …questo mi resta mentre aspetto di vederti arrivare un giorno ancora giovane e bella che mi saluti e mi prendi per mano.

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In giro per il Molise con le fotografie di Flaviano Testa: Ferrazzano

14 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per il Molise con le fotografie di Flaviano Testa: Ferrazzano

Inizierò a raccontare di Ferrazzano parlando del suo più illustre cittadino d’oltremare: Robert De Niro. Già perché è certificato che il luogo dal quale partirono i nonni paterni Giovanni Di Niro e Angiolina Mercurio alla fine del XIX secolo è proprio questo paese del Molise che ha assegnato all’attore la cittadinanza onoraria e lui ne è stato così grato da aver richiesto l’iscrizione nelle liste elettorali del Comune. Durante una puntata di “Domenica in”, qualche anno or sono, gli furono consegnate le chiavi del paese e, vedendo le fotografie dei luoghi, non poté nascondere una grande commozione. Il legame con le sue origini è così saldo che, scrivono i biografi, De Niro scambia la lingua italiana con il dialetto di Ferrazzano che sentiva parlare in casa sua dai nonni. In origine il cognome della famiglia era Di Niro, ma a causa di un errore di trascrizione dovuta probabilmente al fatto che in inglese la "e" si pronuncia "i", il cognome fu trasformato in De Niro.L’ associazione “C’era una volta Ferrazzano”, che ha sede in paese, ospita una rassegna di film dedicata all'attore che ogni anno viene invitato ma che non è mai riuscito a partecipare. Ha acconsentito però a registrare come protagonista un cortometraggio ispirato alle emigrazioni, girato a Ellis island, l’isolotto di New York che è stato per decenni il punto di approdo degli immigrati che, sbarcati negli Stati Uniti, vi venivano inviati in quarantena.

Negli ultimi anni si accostano nella rassegna cinematografica del “Ferrazzano Festival” anche i film del grande Totò, poiché anche lui vantava un’appartenenza ai luoghi. Il castello della famiglia Carafa, situato al centro del borgo, sarebbe stato in passato di proprietà dell’aristocratica famiglia De Curtis e l’attore rivendicava fra i suoi blasoni uno stemma situato appunto all’interno del castello.

Ora che abbiamo fatto un po’ di gossip, tanto di moda, passiamo a parlare di Ferrazzano, ridente paesino, di circa 3400 abitanti, che sorge in provincia di Campobasso. Borgo medievale costruito su una roccia, la pietra bianca è la caratteristica di tutti gli edifici, si è conservato architettonicamente quasi intatto per secoli con le case attaccate l'una all'altra, fra numerosi vicoli e tortuosi saliscendi.

Per la sua posizione dominante sulla vallata circostante è chiamato “la sentinella del Molise” o, più confidenzialmente, “lo spione”, poiché sembra guardare, scrutare, vigilare tutto il territorio, in realtà era punto di riferimento sicuro e preciso per il viandante.

Situato a pochi chilometri dal capoluogo, si affaccia su un’altura circondata da una fresca pineta da cui si gode un panorama che spazia dalla catena delle Mainarde a quella del Matese, fino alla Maiella, oltre che sulla città di Campobasso e, più o meno dalla stessa altitudine, (superiamo gli 800 metri sul livello del mare), guarda il castello Monforte, il monumento che domina il capoluogo molisano dal suo centro storico. Le due località sono collegate da una panoramica pista pedonale, un percorso “della salute” frequentato da tutti i cittadini.

Nella parte antica di Ferrazzano, dove diversi sono i portali con incisi stemmi, date e motti latini, si segnala la chiesa di Santa Maria Assunta, pare ricostruita nel XIII secolo su un preesistente edificio di culto risalente al 1005 e poi radicalmente trasformato nel XVIII secolo; alla seconda fase costruttiva si attribuiscono il notevole portale romanico, la lunetta sul battistero e lo splendido ambone all’interno, dove si può ammirare anche un pulpito del 1200 di scuola pugliese.

Altro edificio di pregio è il quattrocentesco castello summenzionato, appartenente alla famiglia Carafa, che presenta evidenti tracce di successivi interventi. Nell’Antiquarium sono conservati, fra gli altri, sculture e frammenti architettonici, antiche testimonianze della storia ferrazanese e del suo territorio.

Al termine della salita che porta al centro del paese vi è un magnifico belvedere da cui si gode uno splendido panorama e da cui si affacciava Luigi Antonio Trofa, poeta e narratore molisano, che già nel 1928 pubblicò RIME ALLEGRE, "Scorribanda scapigliata nella politica, nell'arte e nelle varie manifestazioni di vita locale".

Ferrazzano è un paese ricco di antiche tradizioni, non ultima quella dei suonatori di mandolino, della lavorazione del tombolo, un pizzo fatto a mano con il sapiente intreccio di appositi ferri, in paese vi è una scuola permanente che insegna a conservare questa antica tradizione. Inoltre è presente da qualche anno l’ Associazione folcloristica “lu Passarielle” che, con costumi d’epoca, canti e balli tipici, porta a conoscenza del pubblico molisano, e non solo, i balli e i canti di antica tradizione, come “il ballo dell’aia”, una specie di saltarello che riscuote grande successo di pubblico e di adesioni ai corsi.

Ferrazzano ospita uno dei più piccoli e bei teatri italiani, il teatro del Loto (libero opificio teatrale occidentale) il cui direttore artistico e fondatore è Stefano Sabelli, attore molisano che lasciò la sua terra a 18 anni per frequentare l’accademia di arte drammatica. Ritornando nel suo paese si è proposto come scopo, attraverso il teatro, la missione di far approdare nella incantevole cornice ferrazzanese culture di tutto il mondo e di offrire ai giovani una nuova possibilità di crescita con la scuola propedeutica di arte scenica.

La campagna circostante è ricca di zone rurali e gli abitanti amano conservare la loro identità culturale. L’economia di un paese costruito con testardaggine su una roccia, pietra su pietra, non poteva essere che l’agricoltura alla cui quotidiana fatica ha dedicato intere esistenze di generazione in generazione.

È attiva sul territorio l’associazione “Arca Sannita” che si adopera per recuperare il patrimonio arboreo autoctono del Molise e, un po’ come l’arca di Noè, ha salvato dall’estinzione semi di piante oramai quasi scomparse, di frutti, legumi e cereali: antiche piante di fico e ulivo, peri e meli. In Molise oggi, grazie a questa attività, ci sono 70 tipi diversi di pere e 90 di mele.

Ricca di sapori conseguentemente è la gastronomia di Ferrazzano, da ricordare la produzione di insaccati, più famosa la soppressata, di latticini, con caseifici che lavorano latte di produzione del luogo e la cui specialità è la pasta filata, quindi mozzarella e cacio cavallo. Piatti tipici sono pizza e minestra, alimento molto povero, fondamentale nell’antichità, a base di granturco, fagioli con le cotiche, pasta e ceci rigorosamente cucinati con pasta fatta in casa. Sugo con le tracchiole (costolette di maiale) per condire i famosi cavatelli molisani. La colazione dei contadini era la ciambotta a base di peperoni, pomodori e salsiccia, trippa cace e ova, cipolle arracanate, che sono cipolle gratinate con mollica di pane, rustico a base di formaggio “lu caciatiello”, e poi i dolci come le famose ferratelle, le pastarelle, i pepatelli e le zeppole, il tutto bagnato da un buon vino locale la tintilia di uva nera.

Franca Poli

In giro per il Molise con le fotografie di Flaviano Testa: Ferrazzano
In giro per il Molise con le fotografie di Flaviano Testa: Ferrazzano
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Donne eterni dei

12 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #il mondo intorno a noi

Donne eterni dei

È scabroso le donne sfidar, se vogliamo sappiamo come far noi sapremo trionfar. Donne donne eterni dei li sapremo umiliar, li vedremo arrivar, sulle ginocchia strisciar, il perdono pregar e la colpa scontar e ciascuno di loro ammetter dovrà che ciascuna di noi è una divinità.”

Da sempre sono sensibile ai problemi che riguardano il nostro mondo e la condizione femminile in generale. Al termine parità dei sessi, preferisco la parola rispetto della donna, la parità intesa come diritti è stata raggiunta in tutti i paesi moderni, almeno sulla carta, anche se permangono evidenti discriminazioni in campo lavorativo e nell’ambito familiare. La donna non è ancora libera e men che meno è rispettata per la sua femminilità, oggi come ieri rimane schiava dell’uomo e dei miti che lo condizionano e, spesso, ne è vittima proprio per la sua specificità di genere. Solo in apparenza dunque il secolo appena concluso ha portato un maggiore riguardo alla figura femminile: alla donna sono state riconosciute l’anima e il diritto di voto, almeno nel mondo occidentale, ma a ben guardare, nel corso dei secoli la storia dell’appartenenza al mondo femminile ha avuto la tendenza inversa allo sviluppo di tutti gli altri argomenti.

Anticamente, si evince dai ritrovamenti archeologici del periodo paleolitico, e dagli affreschi delle civiltà cretese ed egiziana, vi era maggiore considerazione per le forme e le funzioni della donna di quanta ve ne sia stata successivamente. In seguito si passò a un rifiuto o disconoscimento del corpo femminile che l’Islam, ancora oggi, vuole occultato dal burqa, essendo solo un oggetto da vendere, comprare o ereditare, e che la civiltà occidentale, al contrario, tende a sfruttare e mercificare a fini commerciali o pornografici. Nelle società più antiche la donna godeva di una grande considerazione proprio per la sua facoltà di procreare, si pensi al mito della Grande Madre, divinità femminile primordiale, rappresentativa della fecondità. E non vi era una significativa differenza tra maschio e femmina. Nelle prime grandi civiltà urbane dei sumeri e dei babilonesi la donna poteva disporre dei propri beni, stipulare contratti, fare testamento e anche la prostituzione era considerata sacra. Nella civiltà romana, in età imperiale, le donne di condizione elevata usufruivano di una certa indipendenza, ma fu con l’avvento del Cristianesimo, nel tardo impero, che le matrone romane persero definitivamente i diritti di cui ancora godevano. Il cristianesimo, con il Vecchio Testamento inserito nella Bibbia, conservò e applicò le sue radici ebraiche che prevedevano per le donne un ruolo esclusivamente subalterno e sottomesso all’uomo, conseguentemente anche alle cristiane non venne mai riconosciuta una dignità tale da conferire loro autorità e autonomia.

L’ossessione su valori morali come la castità, il candore, la pudicizia e la condanna di comportamenti giudicati corrotti e degeneri, relegarono la donna nel chiuso della casa, all’esclusivo ruolo di figlia, moglie e madre, sotto l’oppressivo controllo del padre prima e del marito poi. In generale, dunque, nella storia le donne hanno subito in crescendo la condizione di inferiorità rispetto agli uomini e per questo sono state oggetto di violenza, umiliazioni e soprusi. Il corpo della donna visto come una tentazione continua del demonio portò a una vera persecuzione, “la caccia alle streghe”, nel medio Evo e i padri della Chiesa da Sant’Agostino a Tommaso d’Aquino bollarono definitivamente l’atto di concedersi fuori dal sacro vincolo del matrimonio come il più immondo dei peccati. Nel corso di tutta la storia della Chiesa, le donne sono state considerate esseri inferiori per natura e per legge.

La femminilità, cioè quell’insieme di caratteristiche fisiche e psichiche che distinguono la donna dall’uomo, è stata condizionata dalla storia e, di conseguenza, i comportamenti sono stati giudicati secondo il metro prestabilito da una specifica civiltà. Ogni cultura ha determinato ruoli, stereotipi e pregiudizi. Le donne dunque collocate sempre ai margini hanno spesso dovuto o voluto usare la loro femminilità per emergere, per ottenere favori. Per sopravvivere, per avere ciò che volevano, o semplicemente per esprimere la propria femminilità, le donne hanno imparato a “pro statuere”, a “mettere in mostra” ciò che l’uomo da sempre desidera, cioè a prostituirsi nel senso pieno del significato che oggi noi diamo al termine.

In una considerazione finale si può affermare che, nonostante le battaglie e le vittorie del cosiddetto femminismo, la sessualità, l’erotismo, continuino a essere quelli degli uomini. Il desiderio maschile è scoperto, naturale, spontaneo, quasi ingenuo, mentre il desiderio femminile, quello, è valutato in ogni sua espressione, continua a essere sottoposto a controllo e a giudizio e non si esibisce. Siamo ancora molto lontani dal rispetto vero nei confronti del corpo femminile, che dovrebbe essere vissuto e considerato con tutta la naturalezza che esso richiede e per cui è predisposto.

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Vecchie glorie

10 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #personaggi da conoscere, #sport

Vecchie glorie

È domenica e, come ogni domenica, la televisione monopolizzata da mio marito trasmette soltanto partite di calcio che io non disdegno, ma al terzo incontro consecutivo mi arrendo e trovo un libro che parla di vecchie glorie, quindi, restando in tema, mi appassiono alla storia di un campione di altri tempi.

Giuseppe Meazza, a cui oggi è intestato lo stadio di Milano, era un calciatore della nazionale e, con il ruolo di attaccante, vinse due coppe del mondo nel 1934 e nel 1938. Giocò sia nel Milan che nell'Inter e ancora oggi è il quarto marcatore di sempre della serie A con 216 reti al suo attivo.

Un grande calciatore, estroso, con uno stile inconfondibile che lo rese famoso. Il goal alla Meazza era frutto di un'abilità che beffava l'avversario: con uno scatto fulmineo superava i terzini, correva verso la porta costringendo il portiere a uscire e poi lo castigava appena si muoveva e infilava il pallone in un angolo sfiorando il palo.

Giuseppe Meazza era nato a Milano il 23 agosto 1910, soprannominato “Peppin” da amici e parenti, era un ragazzo che veniva dal popolo, orfano di padre caduto al fronte durante la Prima guerra mondiale quando lui aveva solo sette anni, viveva con la madre, fruttivendola al mercato di Milano. Fin da piccolo la sua grande passione era correre dietro a una palla, appena poteva sgattaiolava fuori casa inseguendo un pallone di stracci a piedi nudi perché la mamma, per impedirgli di uscire, gli nascondeva le scarpe. Fu scoperto per caso, proprio mentre giocava coi coetanei negli spiazzi erbosi di porta Vittoria, dallo zio di un compagno che faceva l'osservatore per l'Inter e gli organizzò un provino. Esordì in serie A che non aveva ancora 19 anni, un autentico campione, e a 20 era già un nazionale.

Con la maglia dell'Italia giocò 53 partite, segnando 33 goal. Era nato per giocare a calcio, un talento naturale puro, di quelli che nascono una volta ogni cento anni, un autentico fuoriclasse, che fu ammirato in tutto il mondo, mago del palleggio e della finta. Segnava sempre, di testa, con calcio piazzato, in corsa tirava bolidi imparabili, resta negli annali del calcio la sua rete fatta su rigore mentre durante la rincorsa si reggeva con le mani i pantaloncini cui si era sfilato l'elastico. Vittorio Pozzo, commissario tecnico della nazionale, dopo la partita con l'Austria dove aveva assistito a una straordinaria prestazione del giovane campione disse: “Averlo in squadra significa partire da uno a zero!”

Meazza era anche un ragazzo affascinante, i capelli sempre lucidi di brillantina, fuori dallo stadio era un dongiovanni, continuamente in cerca di avventure, grande ballerino di tango, si presentava con un fiore all'occhiello ed era capace di danzare tutta la notte, passare qualche ora con una ragazza e poi presentarsi allo stadio e segnare due goal. Non aveva propriamente quello che si dice un fisico da atleta, anche perché conduceva una vita sregolata, si perdeva volentieri in serate di divertimento, locali notturni, bordelli di lusso e coltivava vizi: alcool e sigarette, belle macchine e belle donne cambiate con incredibile frequenza, ma aveva anche un grande cuore e coi soldi guadagnati effettuava volentieri donazioni alle opere assistenziali. L'Italia, durante il mondiale del 1938, nei quarti di finale si trovò di fronte la Francia, la gara si disputava a Parigi e i padroni di casa decisero di giocare con la maglia azzurra, così all'Italia non restava che scegliere tra il bianco o il rosso, colore provocatoriamente proposto dai francesi, ma gli azzurri giocarono con la maglia nera e col fascio littorio sul petto.

Orgogliosamente vinsero la partita, disputando uno dei migliori incontri del campionato e liquidando i galletti francesi con un sonoro tre a uno. Passarono in finale battendo il Brasile e si trovarono di fronte l'Ungheria. I magiari dovevano riscattare il pessimo risultato di qualche anno prima, ma il “Balilla”, come lo aveva soprannominato il suo pubblico, era ancora lì, in campo, pronto, con la fascia di capitano al braccio e non lo avrebbe consentito. Fu una partita bellissima ma senza storia: l'Italia alzò la coppa del mondo per la seconda volta consecutiva. Dopo queste due esaltanti vittorie, abbiamo atteso fino al 1982 prima di vincere un'altra volta

Dopo la guerra, Meazza fece l'allenatore, ma non con lo stesso successo professionale, la classe non si può insegnare, il talento non si trasmette dalla panchina e l'unico vero risultato che ebbe quando era il mister dell'Inter fu quello di far firmare il contratto a un giovane ragazzo, anch'egli orfano di padre, che divenne il suo erede nel cuore degli interisti, si chiamava Sandro Mazzola.

Giuseppe Meazza morì per un male incurabile il 21 agosto del 1979, mancavano due giorni e avrebbe compiuto 69 anni. Lasciò orfani milioni di italiani che lo avevano amato, seguito, imitato, perché come disse Bill Shankly, grande campione scozzese, “Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più.”

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In giro per l'Italia: San Giuliano del Sannio

31 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: San Giuliano del Sannio

Questo piccolo paese del Molise, con poco più 1.000 abitanti, si trova in provincia di Campobasso.

Il borgo antico sorge su una collina rocciosa e domina l'ampia valle del Tammaro, proprio dal belvedere del paese si può ammirare un suggestivo paesaggio che spazia sino ai Monti del Matese.

Sul monte svetta il campanile della chiesa di San Rocco, dove è possibile ammirare la statua di San Filippo Benizi, esponente dell'ordine dei Servi di Maria, datata nel 1774 ed eseguita da Silverio Giovannitti.

La chiesa parrocchiale invece è dedicata a San Nicola di Bari, protettore del paese, è un edificio a croce latina, di origine medievale, costruito dopo il terremoto del 1805, e vi si può ammirare la statua del santo eseguita dallo scultore napoletano Giacomo Colombo.

Circolano varie leggende sull'origine del nome del paese ma tutte facenti in qualche modo riferimento a San Giuliano che uccise per errore i propri genitori durante una caccia a un cervo. Per scontare il terribile e involontario delitto, Giuliano, seguito dalla fedele moglie, lasciò il castello e fondò, lungo la riva di un fiume, un ospedale per pellegrini, fino a che, nella veste di pellegrino, giunse un angelo che gli disse: “Oh Giuliano, il Signore mi mandò a te e mandami a dire che egli ha accettato la tua penitenza e ambedue fra poco tempo dormirete in pace”. Il santo è San Giuliano lo Spedaliere. (Tratto da: La parate dei fucilieri ed il culto di San Nicola a San Giuliano del Sannio di Carmela di Soccio, Edizioni Enne)

A San Giuliano, il 9 maggio, ricorre la festa patronale dedicata a San Nicola, ma è conosciuta in tutto il Molise come la festa dei Fucilieri. In quel giorno il paese richiama molti visitatori, attirati soprattutto dalla singolarità della parata di origine militare. I fucilieri, da oltre un secolo, formano il picchetto d'onore della statua di San Nicola durante la festa e, dopo la rituale Messa, quando il Santo viene accompagnato in processione per le vie del paese, lo scortano sparando a ritmo di musica con la banda.

Un paese ricco di natura, di splendidi colori in ogni stagione, di antiche tradizioni dove si possono gustare piatti tipici e fruire della proverbiale ospitalità dei paesani.

In giro per l'Italia: San Giuliano del Sannio
In giro per l'Italia: San Giuliano del Sannio
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Un eroe con la tonaca

29 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #personaggi da conoscere

Un eroe con la tonaca

Tra i molti Italiani che caddero con valore e che sono stati dimenticati, spicca la figura del Sacerdote Domenicano Reginaldo Giuliani.

Nato a Torino il 28 agosto 1887, scelse fin dalla prima giovinezza di servire Cristo e vestì l'abito dei domenicani. La sua vocazione non gli impedì di servire con onore anche la Patria al fianco dei suoi coetanei. Durante la Prima Guerra Mondiale fu Cappellano Militare con gli Arditi della III Armata, dove sostituiva spesso gli ufficiali quando il reparto si trovava in mancanza di uomini. Attraversò il Piave raggiungendo, di isolotto in isolotto, l’altra sponda e ritornò per fare altrettanto con un altro reparto.

Con imprese coraggiose e “disperate”meritò sul campo due Medaglie di Bronzo e una d'Argento. Ecco la motivazione per questa ultima:

«Giunto al Reparto immediatamente dopo aver partecipato ad un’azione su di un altro tratto del fronte prendeva parte con inesauribile lena a un nuovo combattimento incuorando e incitando le truppe nei più gravi momenti. Nelle soste della lotta anziché concedersi riposo, pietosamente si dava alla ricerca dei feriti e prestava loro amorevolmente assistenza e conforto. In una critica circostanza essendo un ragguardevole tratto del fronte rimasto, a causa delle forti perdite, privo di ufficiali, volontariamente ne assumeva il comando disimpegnando le relative mansioni con vigorosa energia e mirabile arditezza»(Romanziol, 30 ottobre 1918).

In seguito scrisse un libro ricordando la sua esperienza in guerra intitolato Gli Arditi, edito a Milano dai Fratelli Treves Editori, con il sottotitolo Breve storia dei reparti d'assalto della terza armata.

Al termine della Grande Guerra fu con D'Annunzio nell'impresa Fiumana insieme agli squadristi Cattolici delle Fiamme Bianche e ancora partecipò alla Marcia su Roma nel 1922. Ettore Muti, “mangiapreti” per antonomasia, aveva un enorme rispetto per Padre Giuliani e teneva nel portafoglio il santino della Madonna di Loreto, protettrice degli aviatori, che Giuliani gli aveva regalato quando erano insieme a Fiume. Ciononostante, si divertiva a prenderlo di mira con i suoi famosi scherzi e pare che una volta, durante una celebrazione, gli mise una immagine di Giuseppe Mazzini nel messale per godersi la sua reazione.

Padre Giuliani partecipò volontario alla Guerra d'Etiopia, quale cappellano delle Camicie Nere. Proprio combattendo in quella terra, dove sognava di evangelizzare gli abissini, morì il 21 gennaio 1936 nella battaglia di Passo Uarieu, mentre soccorreva un compagno, il fraterno amico Luigi Valcarenghi.

Ricevette, per il suo comportamento, la medaglia d'oro al valor militare «Durante lungo accanito combattimento in campo aperto sostenuto contro forze soverchianti, si prodigava nell’assistenza dei feriti e nel ricupero dei caduti. Di fronte all’incalzare del nemico alimentava con la parola e con l’esempio l’ardore delle camicie nere gridando: "Dobbiamo vincere, il Duce vuole così ". Chinato su di un caduto mentre ne assicurava l’anima a Dio, veniva gravemente ferito. Raccolte le sue ultime forze partecipava ancora con eroico ardimento all’azione per impedire al nemico di gettarsi sui moribondi, alto agitando un piccolo crocifisso di legno. Un colpo di scimitarra, da barbara mano vibrato, troncava la sua terrestre esistenza, chiudendo la vita di un apostolo, dando inizio a quella di un martire.»(Mai Beles, 21 gennaio 1936)

Ora riposa nel cimitero di guerra italiano presso Passo Uarieu.

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