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franca poli

Dolce come il miele

7 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

Il Brigadiere stava parcheggiando la sua vecchia auto davanti alla caserma dei Carabinieri. Aveva affrontato il lungo viaggio da Casoria a Castel San Pietro Terme, paese di nuova assegnazione dopo l’avanzamento di grado in carriera, in cinque ore senza sosta. Sceso dall’auto si fermò a massaggiarsi le reni cercando di sciogliere il dolore sottile e persistente che lo colpiva al nervo sciatico quando restava seduto per lungo tempo. Contorcendosi e stirandosi non si era accorto che il maresciallo comandante della caserma si era affacciato al portone e lo stava guardando incuriosito:

“Mi scusi, lo sa che è proibito fermarsi qui davanti?”

Preso alla sprovvista il brigadiere ebbe un sussulto, automaticamente scattò sull’attenti, portò la mano tesa alla fronte per salutare militarmente e battendo i tacchi, rispose pronto:

“Brigadiere Raffaele Di Martino a rapporto. Comandi maresciallo!”

“Ma quale comandi, Di Martino ti stavo aspettando vieni dentro.”

Il maresciallo, dopo avergli mostrato gli alloggi e presentato alcuni colleghi, lo invitò a sedersi nel suo ufficio per le prime disposizioni:

“Allora sentimi bene Di Martino, questo è un paese tranquillo, non agitarti e non andare in giro a fare lo sceriffo come siete abituati giù a Napoli”

“Casoria marescià…!”

“Che c’entra Casoria?”

“No. Io stavo a Casoria per la precisione.”

“E va bene Casoria, Napoli sempre lo stesso è! Attieniti al tuo ordine di servizio e non sgarrare se vuoi andare d’accordo con me, chiaro? Da domani andrai di pattuglia e per oggi sei in libertà”

Si avviò a piedi verso il centro del paese per sgranchirsi un po’ le gambe e per cominciare a conoscere i luoghi dove avrebbe dovuto operare. Le strade si presentavano diritte, larghe, alberate e soprattutto pulite. Non si trovava a terra una cartaccia nemmeno a pagarla e via via che camminava il brigadiere sempre più stupito guardava in basso, ispezionando il territorio incredulo e dando l’impressione, a chi lo incontrava, di essere all’affannosa ricerca di qualcosa smarrito in precedenza. Arrivò così lungo il viale che portava allo stabilimento termale e rimase colpito dall’abbondanza di prati verdi, di aiuole fragranti e fiorite che costeggiavano la strada. Sul lato sinistro di fronte a una fontana, Fegatella, questo nome compariva sulle colonne di marmo della sorgente, si estendeva un enorme parco fluviale con alberi, ponti e giochi per bambini. Si inoltrò respirando l’aria profumata di erba fresca e cominciò a sentirsi rilassato. Gli piaceva questo paese ed era certo che si sarebbe trovato bene. Era ormai l’imbrunire, le ombre si allungavano e i colori dei prati si tingevano di verde più scuro.

Il brigadiere stava per riprendere la strada del ritorno quando fu colpito da una macchia di colore rosso in una grande aiuola sull’argine del fiume che attraversava il parco. La sua indole curiosa gli impedì di andarsene, si avvicinò e rimase senza parole scoprendo, seminascosto da un cespuglio di lavanda, il corpo di una donna. Era riversa nel folto dei fiori e si scorgeva soltanto, da lontano, un lembo del suo gabardine color rosso fuoco. Il brigadiere impietrito, per un attimo, si limitò a osservare attentamente la scena, memorizzando tutti i particolari, senza toccare nulla come aveva appreso alla scuola per allievi sottufficiali, poi telefonò in caserma e dette l’allarme.

“Si può sapere che ci facevi qui Di Martino? Ti avevo detto di stare lontano dai guai, mi pare” il maresciallo era giunto sul posto e non sembrava contento del ritrovamento.

Il gruppo dei carabinieri mandati dalla compagnia di Bologna fece tutti i rilievi necessari e, giunto il magistrato, dispose la rimozione del corpo e l’autopsia per l’indomani stesso.

“Potrei presenziare?” chiese il brigadiere spinto dalla sua invincibile curiosità

“Di Martino, tu domani sei di pattuglia 7-13….” Il tono del Maresciallo non ammetteva repliche e il brigadiere si allontanò.

Nei giorni successivi, tramite i giornali, sbirciando di nascosto tra i verbali raccolti in caserma, Di Martino venne a sapere che la donna si chiamava Melania Varani, trentacinque anni, separata dal marito, era una biologa e lavorava presso il laboratorio di analisi del dottor Condello Alfredo. L’autopsia non lasciava adito a dubbi: colpita da malore, probabilmente mentre faceva footing, era caduta nel cespuglio ed era morta all’istante per arresto cardiocircolatorio.

Il brigadiere, tra un 7-13 e un 13-19 di pattuglia, continuava ad interrogarsi su quella morte, che per lui non era così chiara e senza misteri come lasciavano intendere i colleghi.

Ricordava benissimo quel corpo con gli occhi ancora stupiti, spalancati verso il cielo, e ne era rimasto impressionato, come se in essi avesse raccolto una muta richiesta di aiuto e dal resoconto freddo e sintetico dell’autopsia qualcosa gli stonava con ciò che ricordava.

Una donna che sta facendo footing non va con un bell’impermeabile rosso firmato Versace a correre sul fiume e non porta un paio di decolté dello stesso colore. Pensò fra sé. Poi ricordava benissimo quel viso piacente, leggermente truccato, pieno di punture di api. Questo sì, era compatibile con la caduta nel cespuglio, che brulicava di insetti. Aveva ancora in mente, infatti, il ronzio insistente che aveva sentito quella sera quando si era avvicinato.

Le api sono ghiotte del nettare dei fiori di lavanda, ma qualcosa non mi convince.

Continuava a interrogarsi e a elaborare le sue teorie su cosa invece fosse successo. Così, di turno in turno, essendo capo pattuglia, faceva passare il collega davanti al laboratorio dove aveva lavorato la vittima, si fermava al bar vicino a fare quattro chiacchiere con i pensionati e raccoglieva quante più informazioni gli fosse possibile.

Si vociferava in paese che la donna fosse di piuttosto facili costumi e che avesse lasciato il marito, un serio apicoltore della zona, per diventare l’amante del suo titolare, sposato a sua volta con un’altra imprenditrice del settore. Un giorno, mentre apparentemente distratto sorseggiava un caffè, carpì frammenti di una conversazione di due ragazze inerente la morta e la sua attività su Facebook.

Così nel pomeriggio stesso, finito il turno, aprì un profilo sotto mentite spoglie: Giovanna Liguori, anni 30, castellana. Su Facebook, si sa, l’amicizia non si nega a nessuno e nel giro di pochi giorni era già una delle tante ragazze facenti parte del gruppo di amiche a cui era appartenuta la morta.

Non gli era mai piaciuto quello strano modo di comunicare e di fare conoscenza, lo aveva snobbato, quando qualcuno gli aveva proposto di iscriversi, ma dovette ammettere con se stesso che era molto efficace e molto più “vero” di quanto non avesse immaginato. Le persone si parlavano, si confrontavano e si confortavano a vicenda. C’era, insomma, da fare amicizia sul serio, fermo restando prendere con le pinze ogni cosa detta e ogni persona contattata. Infatti lui era un impostore.

Questo gli consentiva, fingendo di sapere molto dicendo poco, di chiedere alle amiche qualcosa sulla povera Melania. E, di confidenza in confidenza, scoprì, ad esempio, che la donna aveva pubblicato, sul suo profilo, nei giorni precedenti il decesso, una lettera d’amore del suo titolare, nonché amante Alfredo Condello. Scoprì inoltre, grazie ai racconti delle nuove amicizie, che la relazione tra i due non era più tanto segreta. Da quando lei lo aveva lasciato, lui, incapace di accettarlo, aveva cominciato a minacciarla di licenziamento e la tormentava giorno e notte con telefonate e messaggi. Le amiche ravvisando un vero e proprio caso di stalking, l’avevano incoraggiata a denunciarlo, ma lei aveva preferito vedersela da sola e aveva reso pubblica la lettera in cui l’implorava di non abbandonarlo, accompagnata dalla descrizione “SE NON LA PIANTI, LA MANDO A TUA MOGLIE”

La moglie del dottore infatti non era su Facebook e da pochi giorni anche Condello stesso aveva prontamente tolto il suo profilo.

Essere su facebook sotto mentite spoglie, farsi scambiare per una donna addirittura, il brigadiere pensava cosa sarebbe successo se il maresciallo lo fosse venuto a sapere. C’era però qualcosa che lo tratteneva, che lo spingeva a continuare, quel mezzo di comunicazione a lui inviso e sconosciuto fino a poco tempo prima, gli procurava una sorta di richiamo, come per Ulisse il canto delle sirene e la sera, la notte, in qualunque ora del giorno, non appena aveva un momento libero, correva ad accendere il computer. C’era fra le sue amiche una certa Anna Benfanti che risultava essere la più ciarliera, la più disponibile verso il tipo di chiacchiera che a lui interessava e sembrava anche molto informata sulla vita del dottor Condello. Insospettitosi, il brigadiere decise di chiedere un favore personalissimo a un fidato amico, carabiniere come lui, ex compagno di corso. Un esperto informatico, abilissimo con i computer e, sapendo che per lui la rete non aveva segreti, gli domandò di svolgere un’indagine su quella donna che a lui sembrava sapere più cose di quante dicesse in realtà.

“Ma tu si’ pazzo? Io non posso farlo. Se lo viene a scoprire il colonnello son guai e poi serve il mandato del magistrato per un’indagine del genere!”

Il brigadiere, conoscendolo, sapeva però di aver già stuzzicato la sua anima di “hacker” e gli ci volle poco a convincerlo, così che, trascorsi appena due giorni, era stato l’amico stesso a richiamarlo:

“Rafe’, ho i risultati ma non ti dico nulla per telefono, incontriamoci per un caffè”

La sorpresa più grande fu che aveva scoperto che dietro Anna Benfanti altri non vi era che Luisa Forti in Condello, moglie del dottore titolare del laboratorio ove aveva lavorato la povera Melania e la soddisfazione per il brigadiere fu doppia perché in tal modo capì anche che il suo fiuto non si era sbagliato.

C’era qualcosa di strano dietro la morte, apparentemente naturale, della Varani, ne era sempre più certo. Ragionando provò a tirare le somme di quanto aveva fino ad allora scoperto: Il dottore, dopo essere stato lasciato, aveva molestato la ragazza, lei lo aveva minacciato di informare la moglie sulla loro relazione e lui avrebbe potuto desiderare di ucciderla. In più, ora, si era aggiunta alla lista dei suoi sospetti anche la moglie del dottore che, contrariamente a quanto gli altri credevano, era informata di tutto e spiava su Facebook marito e amante.

C’è puzza di bruciato lontano un miglio rimuginava il brigadiere i colpevoli ci sono a bizzeffe, i moventi pure… l’unica cosa che manca è l’omicidio!

Fino a prova contraria infatti da tutti i referti non si era potuti risalire che a una morte naturale, improvvisa. Ciononostante il brigadiere pensò di andare a far visita alla signora Forti presso la sede della sua azienda di apicoltrice.

Luisa Forti era una donnina gracile dal sorriso dolce, sempre indaffarata a correre tra un’arnia e l’altra, gli occhi azzurri e lo sguardo sereno. Il brigadiere si era presentato con la sua qualifica e aveva spiegato di essere arrivato da poco in paese, di aver saputo che lei produceva un ottimo miele e di volerne acquistare un po’. Mentre gli faceva visitare la sua azienda e gli spiegava come avveniva la produzione, procedimenti ai quali lui si mostrava molto interessato, la donna gli raccontò della sua vita spesa dietro le api e a ogni piè sospinto nominava il marito, ottimo dottore, grande amante della natura, che conosceva le api come e meglio di lei, mostrandogli tutto il suo amore senza vergogna verso il coniuge e soprattutto di esserne totalmente succube.

L’impressione che aveva avuto il brigadiere, andandosene col suo barattolino di miele di acacia in mano, era che la donna fosse incapace di nuocere a chiunque. Secondo lui era il classico tipo che seguiva di nascosto il marito, magari lo vedeva con l’amante e la sera a casa faceva finta di niente per paura di perderlo definitivamente. Spiarlo su Facebook le era servito solo a soffrire di più. Aveva scoperto anche, fra una chiacchiera e l’altra, che il mestiere di apicoltore non era sempre rose e fiori. La signora per esempio soffriva di allergia al veleno delle api. Allergia che si era acuita praticando quel mestiere e che, ogni volta uno dei suoi amati insetti la pungeva, lei si gonfiava come un mostro e il marito la curava con unguenti e pomate varie, da lui stesso preparate nel suo laboratorio.

Tutto questo però non gli era di nessun aiuto per la sua testarda indagine, qualora anche la Varani avesse sofferto di un’allergia al veleno delle api e fosse stata proprio una puntura a causarne la morte, un eventuale shock anafilattico sarebbe stato facilmente evinto in sede di autopsia. Cominciò a pensare che il maresciallo avesse ragione, che non c’era nulla da scoprire e che tutto si era svolto esattamente come gli investigatori avevano ricostruito.

Non andare in giro a fare lo sceriffo ricordava bene le parole con cui era stato redarguito il primo giorno, dunque pensò di arrendersi e che già a partire da quello stesso pomeriggio, fattosi un bel thé, avrebbe spalmato quella delizia di miele fresco su una fetta biscottata e si sarebbe messo davanti al computer, cancellando il suo falso profilo. Voleva iscriversi con il suo vero nome, “postando” anche una fotografia che aveva scattato l’estate prima al mare e lo ritraeva bello, abbronzato e con la camicia bianca aperta sul petto.

Hai visto mai che faccio qualche conoscenza per trovare un po’ di compagnia! Pensò fra sé sorridendo.

Invece quella sera stessa, come sempre, non seppe tenere a freno la sua curiosità e si mise a navigare su Internet e a cercare di capire se il veleno delle api si poteva usare in altro modo e di veleno naturale in veleno naturale, si trovò di fronte a una notizia che lo lasciò perplesso:

Nel 1984 un giovane scienziato di nome Wade Davis riuscì a procurarsi con poche difficoltà ad Haiti la misteriosa polverina usata dagli stregoni…. Facendola analizzare scoprì che conteneva tetradotossina, estratto di pesce palla, un veleno potentissimo che uccide un uomo per arresto cardiocircolatorio con soli 1-2 mg.…” seguiva una pagina di informazioni su come riuscire ad acquistarlo.

Dunque si poteva comprare attraverso Internet un veleno sconosciuto ai più, che uccideva senza lasciare traccia! Nulla poté distoglierlo dall’idea di approfondire anche quella ulteriore ricerca. E chi meglio del suo amico informatico avrebbe potuto aiutarlo di nuovo a cercare di far luce nella sua testarda idea che si trattasse per forza di un omicidio?

“No, Raffaele. Assolutamente non è possibile questa volta.”

Il brigadiere sapeva che se l’amico lo chiamava col suo nome per intero erano guai, sarebbe stato difficile smuoverlo dal suo diniego, ma dopo un tira e molla durato qualche giorno riuscì a farlo crollare:

“Va buo’ Rafe’ , facimm’ come vuo’ tu!”

“Cerca se un tale Condello Alfredo di Castel San Pietro ha acquistato veleni via Internet, anche per uso medicinale, sai lui è medico, titolare di un laboratorio e… po’ te prumett’ ca nun me sient’ chiù!”

Il brigadiere nel dargli le ultime direttive gli assicurò che non lo avrebbe mai più messo così in difficoltà. Cominciava a far fresco la sera, la fine dell’estate era alle porte e i viali si coprivano di foglie gialle e rosse che svolazzando piano piano cadevano a terra. Lui si intristiva sempre all’arrivo dell’autunno, fra poco sarebbe arrivato un altro compleanno, l’ennesimo, senza che avesse incontrato l’amore. In più in questo periodo aveva anche l’assillo di quel caso irrisolto. O meglio che lui si era convinto fosse irrisolto, ormai da giorni nemmeno più il suo amico lo chiamava per dargli notizie fresche. Decise così di andare a trovarlo:

“Rafe’, meno male che sei qui , ti avrei cercato. E’ stato lungo e difficile, ma ci sono riuscito. Eccoti i risultati dell’ultima ricerca che ho fatto per te” e calcò sulla parola ultima a ricordargli la sua promessa, poi continuò “Come puoi vedere nessun Condello ha ordinato veleni in nessuna parte del mondo via Internet.”

Gli passò i fogli con i risultati dell’ indagine condotta e aggiunse “A Castel San Pietro, nell’ultimo anno solo un ordine è andato a buon fine” continuava a sfogliare, a cercare “aspetta, l’ho messo qua, mo’ non lo trovo più, comunque si tratta di un’azienda che fa uso di veleni per l’apicoltura”

“Apicoltura? Chi è il titolare? Una donna?”

“No. Perché me lo chiedi? Ah ecco qua l’ho trovato è un certo Mariano Silenzi. Lo conosci?”

“No. Cioè so chi è ma non l’ho mai visto e che veleno ha ordinato? “

“Tetadrotossina”

Aveva lasciato tutto sul tavolo e si era precipitato via di corsa senza nemmeno salutare e ringraziare l’amico. Doveva correre dal maresciallo, questa volta avrebbe dovuto ascoltarlo, troppe erano le coincidenze per non coinvolgerlo direttamente nella sua indagine. Appena giunto nell’ufficio del suo superiore però fu preceduto dallo stesso:

“Di Martino, proprio te cercavo, mi devi accompagnare a fare un colloquio con l’ex marito della donna che hai trovato morta, hai la macchina pronta?”

“Qui fuori signor maresciallo, ma perché andiamo da lui? “

“Un ultimo, superfluo controllo. Dai tabulati telefonici risulta che il giorno del rinvenimento avevano parlato per qualche minuto la mattina.”

Il brigadiere tacque, essere presente all’interrogatorio di Mariano Silenzi, nonché ex marito della vittima, era più di quanto si sarebbe aspettato in quel momento e non voleva rinunciarvi per nessuna ragione.

“Lei ha telefonato a sua moglie la mattina del giorno in cui poi è stata trovata morta?” il maresciallo aveva cominciato il colloquio e il brigadiere fingendosi distratto, scrutava l’ufficio in cui erano stati ricevuti, cercando di trovare qualcosa che potesse colpire la sua curiosità.

“Sì “

“E come mai?”

“Siamo, eravamo anzi, separati ma ci sentivamo spesso.”

“Come stava sua moglie quel giorno?”

“Bene che io sappia”

“Non glielo chiese? Siete stati al telefono per più di qualche minuto, cosa vi siete detti?”

“Veramente “ l’uomo sudava visibilmente senza motivo dato che non faceva assolutamente caldo ”io l’ho invitata ad assaggiare l’ultimo miele che avevo preparato. Lo facevo sempre ogni volta che riuscivo a produrne un nuovo tipo. Lei era un’ottima assaggiatrice”

“E la signora venne poi da lei?”

“Sì certo”

“A che ora?” intervenne il brigadiere

“Poco dopo aver terminato la telefonata, diciamo verso le undici ”

Il brigadiere si era informato bene. La tetadrotossina, una volta ingerita nel giro di qualche ora comincia a dare i primi sintomi: intorpidimento della lingua e delle labbra per arrivare a una paralisi progressiva che porta la vittima ancora cosciente a non potersi muovere fino al completo arresto cardiocircolatorio.

“E cosa le ha fatto assaggiare? Questo? ” chiese. E gli sbatté sul tavolo il piccolissimo barattolo di miele che aveva notato poco prima poggiato su una mensola seminascosto da una pila di libri.

L’uomo visibilmente nervoso e agitato si era alzato di scatto e gli aveva tolto di mano il barattolino

“No, no, questo no!”

“Le spiace assaggiarne un po’?”

Il maresciallo non sapeva dove volesse arrivare il suo collaboratore, ma capiva bene quando un colpevole mentiva o era in difficoltà e continuò sulla stessa strada, senza battere ciglio:

“Allora ha sentito cosa le ha chiesto il brigadiere? Perché non vuole assaggiarlo?”

“Non posso farlo” si metteva le mani davanti la faccia, si massaggiava i capelli e si fermava stringendo i pugni quasi se li volesse strappare. Iniziò a piangere e crollò:

“Mi aveva tradito, umiliato, deriso. E io niente, sono stato sempre comprensivo, ho cercato di esserle amico, sperando che un giorno sarebbe tornata da me, ma il tempo passava, lei non mi voleva più. In me cresceva la rabbia, la voglia di vendicarmi e di fargliela pagare una volta per tutte. Così ho ordinato del veleno via Internet, l’ho chiamata con una scusa e le ho fatto assaggiare il miele in cui avevo sciolto la polverina. L’ho seguita da lontano, volevo godermi lo spettacolo e quando ha iniziato a sentirsi poco bene deve aver pensato che le serviva un po’ d’aria, perché si è incamminata lungo il fiume. Erano le dodici e mezza, non c’era nessuno, ha cominciato a muoversi a fatica poi è caduta nel cespuglio e da lontano si scorgeva solo il suo gabardine rosso. Mi sono avvicinato e l’ho vista cosciente, incapace di reagire, che implorava aiuto con gli occhi, mentre alcune api le pungevano il viso, per aver invaso il loro territorio. In quel momento ho avuto la mia rivincita, finalmente era lei che soffriva…….”

Il caso era stato risolto, l’omicida portato dal giudice e poi in carcere. Il brigadiere Di Martino pensò a quanto male può fare l’amore. Gli mancava il dolce e amaro sapore di una relazione importante. Sapeva che forse non sarebbe mai riuscito ad averne una, la cercava e la sfuggiva al tempo stesso da sempre, e amaramente concluse:

la mia donna sarà bella, sarà in gamba, sarà dolce….sì dolce come il miele.

(f.p.)

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Uno sporco lavoro

3 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #poli patrizia, #ida verrei, #Laboratorio di Narrativa

La protagonista di “Uno sporco lavoro” di Franca Poli è una poliziotta come se ne vedono tante nei telefilm americani: è tosta, è scabra, è maschia nei modi di fare. Però è italiana e si ritrova alle prese con la triste, purtroppo ben nota, realtà degli sbarchi clandestini a Lampedusa. Si chiama Rachele e questo la dice lunga sull’ambiente in cui, probabilmente, è cresciuta, sulla sua ideologia di fondo. Compie il proprio dovere considerandolo dall’ottica del pre-giudizio, inteso come giudizio antecedente, a priori. Il lavoro che è costretta a fare non le va, subisce l’immigrazione, vive a disagio il contatto con il diverso, con l’altro da sé, sente insofferenza per la divisa che la infagotta, non sopporta i continui e improvvisi cambiamenti di programma, i colleghi maschi che ironizzano sulla parità pretesa dalle donne. E sfoga il proprio malumore con un “linguaggio da caserma”: “È un lavoro del cazzo…”, quasi si rammarica di aver vinto il concorso.La spediscono a Lampedusa, ad accogliere la massa di disperati che lei non accetta. È imbevuta di pregiudizi, Rachele, di rabbia e intolleranza verso i “diversi” che arrivano a gonfiare le fila della malavita organizzata e che considera dei “rompicoglioni”. Ma quando si trova a dover soccorrere un gruppo di clandestini, “stremati, le guance incavate, gli occhi fuori dalle orbite, per la prima volta non brontola nel fare il proprio lavoro, e quando, poi, il caso la conduce ad affrontare l’emergenza di assistere una partoriente di colore, Rachele sente vacillare le proprie certezze, sente crollare difese e pregiudizi, e riscopre, attraverso le lacrime, la propria umanità negata. Sarà proprio a causa della prossimità con ciò che non conosce e non le piace, che capirà quanto il fenomeno immigrazione sia impossibile da contenere in un solo sguardo e in un solo parere. Il mondo con cui viene a contatto forzato è fatto, sì, di uomini dalla mentalità maschilista, arretrata - non molto diversa, tuttavia, da quella dei suoi stessi colleghi - ma comprende anche donne dall’aspetto elegante, dagli occhi tristi, dal coraggio animalesco, istintivo.La donna nera partorisce una creatura indifesa, piccola, che ci sfida con l’audace caparbietà del suo stesso venire al mondo in mezzo a chi la rifiuta, addirittura dalle mani di chi la rifiuta. La mamma le imporrà il nome Rachele, legandola a chi l’hai aiutata a nascere, compiendo a ritroso un percorso inconsapevole che lega la nuova bimba a vecchi echi, fatti di guerre d’Africa, di regine nere, di veneri abissine. La madre stessa, da oggetto di derisione, assurgerà al ruolo di prima Madre, di Madonna col Bambino. È un racconto ben strutturato e dal contenuto attuale che rende perfettamente le diffuse resistenze all’accettazione di realtà che ancora provocano rifiuto e diffidenza. Ci sono la rabbia, l’ansia, la paura, il sospetto che spesso dilagano di fronte al “diverso” sconosciuto, ma c’è anche la pietas, l’insopprimibile impulso al “dono di sé”, che va oltre il pregiudizio, oltre ogni irrazionale chiusura di mente e cuore. La storia è compiuta nel suo insieme, procede da un punto all’altro, da un inizio a una conclusione, lasciando intendere che esiste un prima e ci sarà un dopo, uno sviluppo, una trasformazione. Lo stile è funzionale alla narrazione, con qualche immagine forte che colpisce, come la vagina che sembra “inghiottire il bambino” invece di espellerlo.

Patrizia Poli e Ida Verrei

Uno sporco lavoro

“È uno sporco lavoro. Porcaccia Eva io non ci vado laggiù. Senza nemmeno interpellarmi poi… Non ci vado. No!”Rachele si stava annodando la cravatta, era la cosa che più odiava della sua divisa. Si era già infilata i pantaloni e, come sempre, li aveva trovati larghi, deformi. La camicia era un po’stropicciata e con la giacca addosso, poi, si sentiva un sacco di patate.“È un lavoro del cazzo!” imprecava mentre stava uscendo dallo spogliatoio femminile del reparto di Polizia dove era stata distaccata. Da quando si era arruolata, aveva acquisito anche il comportamento e il linguaggio tipico “da caserma”, glielo rimproverava sempre sua madre.In mattinata aveva ricevuto l’ordine e sarebbe partita per Lampedusa. Sbarchi continui di immigrati imponevano rinforzi e, a turno, tutti i colleghi erano andati in missione per una quindicina di giorni. Ora toccava a lei.Renato, il suo compagno di pattuglia, la vide uscire come una furia e subito capì quanto fosse arrabbiata: “Avete voluto la parità? Eccovi accontentate!” Rachele non rispose, alzò semplicemente il dito medio e lo sentì allontanarsi mentre nel corridoio risuonava la sua risatina ironica.“Stronzo! È colpa di quelli come te se ogni giorno di più mi pento di aver vinto il concorso” pensò. Lei non si sentiva adatta a quell’incarico. Amava le indagini, era arguta e attenta a ogni particolare quando seguiva un caso, ma andare al centro di accoglienza per occuparsi di quelli che considerava dei “rompicoglioni” che dovevano restarsene a casa loro, lo riteneva insopportabile. Arrivata suo malgrado a destinazione l’umore non migliorò. Al contrario vedersi attorniata da nordafricani che le lanciavano occhiate lascive, la infastidiva. La mandavano in bestia i sorrisini e le battute in arabo a cui non poteva replicare. “State qui a gozzovigliare alle nostre spalle, col cellulare satellitare in mano, tute nuove, scarpe da tennis, magliette, cibo in abbondanza: ovviamente dieta rigorosamente musulmana, e pure la diaria giornaliera!” mentre si incaricava della distribuzione rimuginava e si rendeva conto senza vergognarsene che non era affatto umanitaria nello svolgimento del suo compito e non voleva assolutamente esserlo. Era sempre stata piuttosto convinta che non si potesse accogliere chiunque. La delinquenza in Italia era aumentata. I clandestini non erano prigionieri al centro, spesso alcuni se ne andavano e molti di loro finivano a rafforzare le fila della malavita organizzata. E, se era vero che non tutti i mussulmani erano terroristi, era pur vero che tutti i terroristi erano musulmani!“È un cazzo di sporco lavoro! Ma datemene l’occasione e vi faccio pentire di essere venuti fin qua.” Pensava mentre uno di loro le faceva l’occhiolino.Durante la notte segnalarono la presenza di un barcone in difficoltà al largo delle acque territoriali italiane e si doveva intervenire a portare soccorso. “Perché, dico io? Lasciateli affogare o che rientrino in Africa a nuoto…” Arrabbiata più che mai a causa di questa emergenza durante il suo turno di lavoro, salì sulla nave per obbedire agli ordini e, quando fu il momento, instancabile come sempre, aiutò chi ne aveva bisogno. Avevano soccorso un barcone con 80 clandestini per lo più somali fra cui anche alcune donne. Li avevano aiutati a salire a bordo, passavano loro coperte e acqua. Alcuni erano stremati, le guance incavate, avevano gli occhi fuori dalle orbite e, per la prima volta, Rachele non brontolò nel fare il proprio lavoro.Fu chiamata con urgenza dal medico di bordo. Una donna incinta stava partorendo e gli serviva l’aiuto di una donna.“Lo sapevo io… Solo questa ci mancava. Proprio ora hai deciso di mollare il tuo bastardo?” E imprecò, come sempre, contro i superiori e contro la scarsa volontà politica di risolvere questo annoso problema.Quando si trovò di fronte la donna con le doglie vide che era piuttosto bella. Alta, nera, ma con i lineamenti fini e delicati. Occhi grandi e scuri come la notte, sgranati per la paura e per il dolore , la fronte imperlata di sudore. Aveva gambe d’alabastro, lunghe e sinuose che si intravedevano da un caffetano di colore azzurro sgargiante aperto sul davanti, soffriva molto.Il medico si doveva occupare di alcuni feriti e le chiese di stare vicino alla donna, di controllare la distanza fra una doglia e l’altra e di chiamarlo se l’avesse vista spingere. “Calma Naomi!” le disse Rachele prendendola in giro per la sua leggera somiglianza con la bella indossatrice, “Non ti mettere a spingere proprio ora, capito?” le inumidiva le labbra con una pezzuola bagnata e quando la donna in preda a una doglia forte e persistente le strinse la mano, lei provò quasi un senso di ripulsa e voleva divincolarsi, ma la stretta era forte e allora strinse anche lei, mentre la donna emetteva un rantolo roco e continuo.A un certo punto la partoriente inarcò la schiena e cominciò a spingere. Era quasi seduta con le gambe allargate e si teneva alle sue spalle con tutta la forza.“Aiuto dottoreee! Presto venga, questa non aspetta più!!” chiamò Rachele cercando di attirare l’attenzione del medico.La donna urlava e spingeva e Rachele, guardando fra le cosce allargate, vide spuntare la testa del bambino. Compariva e scompariva a ogni respiro. Un ciuffetto di capelli neri, che spingeva e allargava quel sesso deforme, arrossato, quasi a sembrare una bocca affamata che lo stava ingoiando e non espellendo.“Dottore!! Presto...” la voce le morì in gola. Non c’era più tempo. Il bambino stava uscendo e allora Rachele prese la testina fra le mani e provò a tirare piano piano per agevolare lo sforzo della donna. Niente da fare, urlava la poveretta e parlava nella sua lingua chiedendo aiuto o chissà cosa altro. Allora si fece coraggio, infilò una mano dentro la donna, afferrò il bambino per le spalle e tirò con forza. Fu un attimo e tutto il corpo del piccolo, rosso e viscido di sangue scivolò fuori e la donna, stremata, si lasciò cadere all’indietro con un ultimo profondo sospiro. Rachele si ritrovò con quell’esserino fra le mani e lo guardò: era una bambina. Nera come la pece e con gli occhi sgranati e grandi come quelli della madre. La prese e gliela poggiò delicatamente sul petto.“Dottore!! Cazzo quando si decide a venire qua?” aveva ritrovato la voce e urlò con tutta la forza.Il medico arrivò, si occupò della madre e della figlia, mentre Rachele, rapita, continuava a fissare gli occhi di quelle due creature. Così grandi e vuoti, così imploranti e tristi. Per la prima volta non era arrabbiata con loro, con i diversi, era solidale. Una donna come loro sola e arrabbiata e si sentì percorrere da un brivido di tenerezza e commozione.“È un maledetto sporco lavoro” disse questa volta senza convinzione.Stavano caricando la donna su una barella, erano al porto e un’ambulanza col lampeggiante la stava aspettando per condurla all’ospedale. Rachele si sentì prendere per una mano. Era la giovane mamma che la guardava e le faceva cenno, indicandola con l’indice puntato e con una muta domanda negli occhi.“Non capisco… Cosa vuoi ancora?” le chiese infastidita e poi d’improvviso, un lampo d’intesa fra loro e capì. “Rachele… Mi chiamo Rachele “ rispose.Allora la donna che, fino ad allora, aveva solo urlato e pianto, sorrise illuminando la notte con i suoi denti bianchissimi. Sollevò la sua piccola bambina, puntandola verso di lei e stentando ripeté: “Rachele.”Fu allora che le lacrime sgorgarono finalmente anche sul suo viso, Rachele piangeva a dirotto e cercando invano di asciugarsi il viso bofonchiò:“È un cazzo di sporco lavoro.”

Franca Poli

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Il sorriso di Claudia

2 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

Ecco la povera Claudia, dondolante, seduta a terra sulle ginocchia piegate, col sorriso spento e un rivolo di bava che le scende a lato della bocca. Lì, ferma, come ogni mattina a mettere in mostra i suoi disegni. E’ il suo ultimo contatto con la realtà. Ridipinge gli stessi cerchi concentrici di vari colori. Ne ha uno per ogni giorno della settimana. Oggi è giovedì? E’ rosso infatti, domani sarà verde e sabato azzurro. Un vortice che l’ha assorbita in cui lei gira e rigira e che non la lascia uscire.

La dottoressa Michela Alibrandi, psichiatra, aveva da poco superato la cinquantina, ma era di aspetto ancora giovanile e bella presenza. Alta, bruna, i capelli raccolti in un perfetto chignon, portava sempre al collo un foulard di seta abbinato al vestito. Non si era mai sposata e aveva dedicato l’intera vita ai suoi malati. Quella mattina stava entrando nella clinica dove lavorava e rifletteva sull’incontro con Claudia. Una paziente che cercava di curare con la solita passione, ma con la quale aveva ottenuto ben pochi risultati. Nell’androne le venne incontro Paola, la sua preziosa assistente ricordandole gli impegni della mattinata.

“Buongiorno dottoressa. Oggi alle dieci ha la riunione del corpo medico col Direttore Sanitario. Poi alle dodici, l’aggiornamento professionale dei dipendenti…….”

La dottoressa commentò con un sospiro il lungo elenco di appuntamenti e poi aggiunse:

”Dato che oggi mi fermo per il pranzo, ordinami un sandwich e, nel pomeriggio, fai accompagnare Claudia in giardino.”

Paola si era irrigidita, o forse le era solo sembrato. Se non fosse stata certa della professionalità della sua assistente avrebbe detto che era gelosa di quella povera mentecatta. Ogni volta che la nominava, una nube oscurava il suo bel viso. Paola bionda, alta, intelligente era fidanzata con Sergio, l’infermiere più bello della clinica. Cosa mai avrebbe potuto invidiare a una pazza che passava le ore a scarabocchiare fogli, a guardare nel vuoto o a sorridere senza sapere perché? Michela si era convinta che il personale sanitario, alla lunga, perdesse un po’ il contatto con la realtà e si addentrasse ogni giorno di più nel mondo dei malati, vivendone le fantasie e sentendo pericolosamente addosso le loro emozioni. E questo, forse, valeva anche per la bravissima Paola, sempre così attenta e professionale.

Erano le tre, Claudia l’attendeva seduta sulla panchina, all’ombra del glicine che formava, coi suoi rami pendenti, un ampio arco di ingresso al parco della clinica. Era così minuta, pallida, la testa leggermente curvata in avanti e ciononostante esprimeva un’inspiegabile energia. La dottoressa si sentiva stringere il cuore ogni volta che ripensava alla sua triste storia.

Una notte era stata chiamata dai servizi sociali per affidarle in cura quella strana ragazza, comparsa quasi dal nulla. Era fuggita da una casa in fiamme dove, in seguito, venne rinvenuto il cadavere carbonizzato del patrigno. Il quale, con ogni probabilità, dopo essersi ubriacato, si era addormentato con la sigaretta accesa causando l’incendio dell’abitazione. Claudia era stata visitata e su tutto il corpo portava evidenti segni di percosse e sevizie.

Gli inquirenti avevano allora riaperto il caso della madre di Claudia, trovata strangolata qualche tempo prima nella stessa casa. Si era indagato, a suo tempo, per scoprire il coinvolgimento del marito in quella misteriosa morte, ma le indagini non erano approdate a nulla e Claudia, malauguratamente, era stata affidata proprio a lui, fino alla notte del tragico incidente.

Da quel giorno la dottoressa l’aveva in cura, ma non c’era stato nessun segno di miglioramento. Ora, come allora, Claudia stava seduta, immobile e guardava fisso davanti a sé, nel vuoto, inseguendo chissà quali pensieri o ricordi. Se davvero ne aveva di ricordi. Cercare di fare riaffiorare nella sua mente il passato che aveva rimosso e farle accettare la sua vita senza sofferenza, avrebbe voluto dire ridarle anche l’uso della parola, ostinatamente perso insieme alla memoria.

Michela passava ore a parlarle dolcemente, carezzandola e cercando di trovare un contatto con lei, ma Claudia sembrava non sentirla. Lo sguardo fisso e la mano posata nella sua, senza vita. Quel giorno aveva avuto, però, un guizzo e la dottoressa si era accorta di un lungo brivido che le aveva percorso tutta la pelle, alzandole i pori, quando le aveva detto :

”Ti fa bene la ginnastica. Stasera farai ancora esercizio con Sergio.”

Claudia infatti non si muoveva di sua volontà, tendeva a rannicchiarsi su se stessa, sempre ferma nella stessa posizione e questo alla lunga le avrebbe creato problemi nella deambulazione. Nella speranza di trovare vantaggio dall’attività psico-motoria, le aveva prescritto, tre volte la settimana, un’ora di ginnastica passiva che le veniva praticata dal personale di turno.

La mattina successiva la dottoressa arrivando alla clinica vide un inusuale spiegamento di auto dei Carabinieri che occupavano il piazzale. Claudia non era nell’androne coi suoi disegni e nemmeno Paola le era venuta incontro come al solito.

Fu il portiere a darle le prime spiegazioni:“Dottoressa, pare che stanotte Claudia abbia accoltellato Sergio. Che tragedia! Li ha trovati tutti e due giù in palestra l’inserviente che stamattina alle sei era sceso per le pulizie. Stanno cercando di capire cosa sia realmente successo”

Michela irruppe trafelata nella stanza del direttore sanitario, senza bussare. Claudia, tremante, era seduta in un angolo con le manette ai polsi e lo sguardo assente come sempre. Il lieve dondolio della sua testa era aumentato di intensità ma di questo se ne poteva accorgere soltanto lei che la conosceva e la curava da tempo. Nella stanza c’erano il suo direttore e tre carabinieri in divisa. Due erano in piedi di fianco a Claudia e il terzo, un giovane bruno con gli occhi penetranti, la squadrò da dietro la scrivania.

“Lei chi sarebbe?” chiese seccato

Il direttore intervenne prontamente per fare le presentazioni, ma Michela non lo lasciò finire:

“Claudia è una mia paziente e avevate il dovere di chiamarmi subito, non potete trattarla come una criminale!” gridò alzando il braccio con l’indice a indicare nella direzione dove era seduta la malata.

Il brigadiere Raffaele Di Martino la gelò con una fredda e amara risposta:

“Non deve essere molto brava come medico lei se, la notte scorsa, la ragazza che ha in cura ha fatto fuori una persona col coltello.”

Era quasi un anno che il brigadiere Di Martino prestava servizio nella ridente cittadina emiliana dove si trovava anche la clinica. Conosceva ormai molto bene gli usi e le abitudini della gente del posto. Brave persone, a cui si era nei mesi affezionato, seri lavoratori e soprattutto cittadini rispettosi della legge. Per questo motivo non riusciva a spiegarsi quel assurdo omicidio ed era piuttosto nervoso. Esattamente come quando, proprio il giorno del suo arrivo, aveva scoperto il cadavere di una donna lungo il fiume. Un caso che aveva poi brillantemente risolto e gli era valso una certa notorietà, rivelatasi molto utile per inserirsi nella vita sociale e godere della tranquilla amenità di quei luoghi.

Il brigadiere si scosse dai suoi ricordi e tornò a concentrarsi sui fatti accertati fino a quel momento. L’infermiere Sergio Ricci, mentre praticava la ginnastica passiva, con ogni probabilità, si era preso qualche libertà in più con la malata e aveva abusato di lei. La reazione di Claudia doveva essere stata fulminea perché né sul corpo della vittima, né sul suo erano stati trovati segni di lotta. Dunque il rapporto era avvenuto senza violenza e all’omicidio non era preceduta nessuna colluttazione.

“Dottoressa, lei scrive nella cartella clinica della qui presente Claudia Montorsi che la stessa è incapace di ogni tipo di reazione verso chi le fa del male. Pensa davvero che sia così?”

Il brigadiere interrogava Michela cercando di ricostruire al meglio gli eventi della notte precedente.

“Lo sostengo perché per anni ha subito le violenze del patrigno e non ha avuto reazioni di nessun genere. Anzi col passare del tempo si è sempre più chiusa al mondo esterno, ripiegandosi anche fisicamente su se stessa. Basta che la guardi. Lei può toccarla, accarezzarla, scuoterla, picchiarla se vuole, ma la reazione sarà la medesima: Claudia resterà immobile.”

“Eppure si è munita di un coltello da cucina, preso dalla mensa, lo ha portato con sé in palestra e con violenza, quando l’infermiere si è avvicinato al lettino lo ha colpito all’improvviso. Prima sul petto all’altezza del cuore e una volta a terra, lo ha accoltellato alla schiena.”

“Claudia è incapace di premeditare qualsiasi azione, figurarsi un omicidio! “ aveva strillato Michela e con atteggiamento protettivo si era avvicinata alla sua paziente, carezzandole i capelli.

“Adesso la dovete lasciar stare, la porto con me di sopra, ha bisogno di un sedativo per riposare e stare tranquilla.”

Di Martino acconsentì che la dottoressa si prendesse cura della ragazza fino a quando non avesse deciso di incriminarla e trasferirla al manicomio giudiziario. Fermo restando che i due carabinieri di guardia non dovevano perderla di vista un attimo.

Mentre guardava la dottoressa allontanarsi e prendersi cura con estrema delicatezza della ragazza, il brigadiere continuava a pensare che c’era qualcosa di strano nella vicenda e non riusciva a vedere con chiarezza la ricostruzione dei fatti. Quella povera pazza sembrava davvero incapace di ferire e uccidere un uomo robusto e forte come Sergio Ricci. Inoltre, dopo aver organizzato a mente lucida un piano così perfetto, perché sarebbe rimasta ferma in palestra, seduta a fianco al cadavere col coltello in mano, come se veramente fosse incapace di muoversi da sola?

Poco dopo, interrogando Paola Grandi, fidanzata dell’ucciso, incominciò a darsi una nuova spiegazione.

Durante l’interrogatorio la Grandi gli era sembrata nervosa, scostante, sudava anche se nella stanza non era affatto caldo e queste reazioni lui le conosceva bene. Erano una mezza confessione e l’altra metà riusciva sempre a ottenerla, incalzando e mettendo l’interrogato alle corde.

Anche lui aveva i suoi metodi, sapeva fare qualche pressione psicologica e dopo un po’ la ragazza cominciò a raccontare:

“Sergio era un porco depravato, ma io lo amavo a tal punto che non l’ho denunciato. Ho finto di non sapere che quando aveva il turno di notte si divertiva con Claudia. Tutto è cominciato qualche tempo fa quando la dottoressa ha deciso per la ginnastica passiva. Claudia è bella, giovane, vedersela così inerte, sentire la sua pelle morbida sotto le dita gli ha scatenato un’irrefrenabile libidine e ha iniziato a prenderla, provandoci sempre più gusto. ”

“Glielo ha detto lui?”

“Sì. Io mi sono accorta subito della sua sbandata e una sera, proprio mentre era a letto con me, ha avuto la faccia tosta di raccontarmi ogni cosa, nei minimi particolari. Che lui la faceva godere, che Claudia si lasciava penetrare da ogni parte. Ne era ossessionato.”

“E lei?”

“Io mi sono arrabbiata. Gli ho detto che non volevo più vederlo e che se non avesse smesso immediatamente quel gioco perverso ne avrei informato la dottoressa.”

“E poi?”

“E poi invece ho taciuto, non ho avuto il coraggio di denunciarlo gliel’ho già detto. Aspettavo che si stancasse del nuovo giocattolo e che tornasse da me, ma stavolta era una cosa diversa, non si stava divertendo come aveva fatto con altre. Lo sentivo sempre più distante. Era come rapito e non mi cercava quasi più.”

“Così ieri sera, sapendo del turno di notte, lo ha raggiunto e vedendo che stava facendo l’amore con Claudia, non ha resistito all’impulso di fargli del male, è vero?!” le urlò il brigadiere alzandosi di scatto e muovendo qualche passo in avanti. Per farle sentire di più il disagio della sua vicinanza, si era fermato dietro la sedia in modo che lei non potesse vederlo, ma avvertirne soltanto la presenza, e continuò a parlare sottovoce, stavolta, alitandole quasi sul collo:

“È andata nella cucina della mensa, ha preso il coltello e glielo ha affondato nella schiena, è così?”

Incalzante ricostruiva tutta la scena:

“Mi é chiaro adesso che la prima coltellata, contrariamente a quanto avevo pensato in precedenza, è stata quella data alle spalle. Si spiega anche il perché non vi sia stata reazione da parte della vittima. Colto di sorpresa, da dietro, ha perso l’equilibrio ed è caduto. La seconda coltellata, letale, lo ha poi raggiunto al petto. Infatti era stato ritrovato supino, così……”

Di Martino si spostava, allargava le braccia, cercando di immaginare, mimandoli, i movimenti della vittima e del suo assassino. Tornando verso la sua scrivania concluse:

”Mettere poi il coltello in mano a Claudia e andarsene senza che lei reagisse è stato fin troppo facile, la ragazza non parla e non l’avrebbe denunciata”.

Paola era incredula:

“No. Io non l’ho ucciso! È vero, mi feriva quel suo insano comportamento, ma non avrei mai avuto il coraggio di fare una cosa simile.” Piangeva, si discolpava con sempre minore convinzione e, portata davanti al Magistrato, pur non avendo reso piena confessione, venne arrestata per l’omicidio.

Ecco la dottoressa Alibrandi ,distrutta, provata dagli eventi dei giorni scorsi. Ha difeso strenuamente la “sua” Claudia ed è riuscita a evitarle l’incriminazione, ma con altrettanta veemenza non ha saputo difendere la “sua” Paola, nella quale pur credeva e per la quale nutriva affetto. Quando ha dovuto scegliere, ha preferito pensare che fosse lei la colpevole.

Claudia no. È incapace di odiare, incapace di amare, incapace di qualsiasi sentimento. Claudia lasciava che abusassero di lei senza reagire. Di nuovo un uomo che la straziava nel corpo e nell’anima. Ecco perché le sue terapie non sortivano effetto alcuno! Sergio, quel maledetto, rigirava il coltello nella piaga, risvegliando ogni volta in lei il trauma che cercava invano di guarire.

La dottoressa Michela Alibrandi, aveva ripreso il suo tran tran giornaliero e stava entrando nell’androne della clinica. Claudia era ancora lì, silenziosa, dondolante, sembrava non aver risentito dell’uragano di emozioni che si era riversato su di loro. Aveva terminato il suo disegno e, come sempre, glielo porgeva. Però, invece del solito cerchio concentrico arancione del lunedì, aveva messo fra le mani della dottoressa un disegno eseguito perfettamente. Si scorgeva chiaramente, in primo piano una grande lama, impugnata da una donna bionda, vestita da infermiera che, anche se vista di spalle, rappresentava indiscutibilmente Paola colta nell’atto di colpire Sergio da dietro.

Michela, non si aspettava nulla di simile da parte di Claudia. Eppure per tanto tempo aveva atteso invano una sua, se pur minima, reazione. La scrutò con sorpresa, cercando in lei un cenno, un sorriso consapevole. Claudia era, come sempre, impassibile. Ancora nascosta dietro le sue nebbie e il suo dondolio, ma le aveva fornito, quale unica testimone, la prova schiacciante che mancava al brigadiere e senza pensarci due volte gliela portò.

“Lo choc subito assistendo all’omicidio, le ha procurato, evidentemente, un contraccolpo emotivo che l’ha sbloccata. Ora curarla sarà più facile, si può con ottimismo pensare addirittura a una guarigione totale .” disse la dottoressa con soddisfazione mentre consegnava il disegno.

Il brigadiere Di Martino lo esaminò a fondo, senza profferire parola, ma a un tratto ebbe un sussulto e poi scuotendo il capo, sconsolato, si rivolse alla dottoressa chiedendo:

“Perché?”

“Perché?” ripeté più volte buttandole avanti sul tavolo il disegno.

Solo allora Michela, guardandolo con maggiore attenzione vide che nella lama, rappresentata in primo piano, si rifletteva, come in uno specchio, il viso di una donna bruna con un foulard al collo. Era lei che colpiva Sergio, e Claudia l’aveva denunciata.

Non provò nemmeno a discolparsi, con freddezza e precisione raccontò al brigadiere tutti i particolari. Di come si fosse insospettita dagli atteggiamenti di Paola, di come fosse rientrata non vista la sera e avesse colto l’infermiere sul fatto. Della rabbia provata a scoprire come i suoi sacrifici venivano sistematicamente vanificati e dell’irresistibile impulso a vendicare la sua paziente. Il resto era andato esattamente come lui aveva argutamente ricostruito.

Claudia è seduta nell’androne, la sua testa non dondola più, guarda fuori dalla finestra, sa che non vedrà arrivare la dottoressa questa mattina, sa che anche Paola non sarà più una rivale per lei e rivolge un tenero e timido sguardo all’infermiere che ha preso il posto di Sergio, mentre una risata trattenuta le scuote leggermente le spalle.

La povera Claudia che si innamora come tutte le donne e nessuno vuole capirlo…..ahahahahah ….povera Claudia che deve ogni volta escogitare piani per liberarsi delle sue rivali.

Franca

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#unasettimanamagica Nadel

26 Dicembre 2013 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia, #unasettimanamagica

NADEL

Nadel l’è apanna pasè

Anc par st’an al lus al s’en smurzè

A ni è piò par la vì

Tot che scaramai

Tot che via vai

E c’la nuiousa sinfunì

La zaint l’ha smess

Anc ed suridar e ed dir “Bon An che ven!”

I reddan soul i mamaloc

E i fangen

I reddan sol lour

Parchè i en i onic che i han vest e Signour!!!

NATALE

Natale è appena trascorso

Anche per quest’anno le luci si sono spente

Non c’è più per la via

Tutto quel chiasso

Tutto quel via vai

E quella noiosa atmosfera

La gente ha smesso

Anche di sorridere e di dire “Buon Anno Nuovo!”

Ridono solo gli stupidi

E i bambini

Ridono solo loro

Perché sono gli unici che hanno visto il Signore!

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#unasettimanamagica Davanti al presepe

23 Dicembre 2013 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica Davanti al presepe

Marcello De Santis, nato a Tivoli, 5 marzo 1939. Già funzionario di banca, oggi è in pensione. Da sempre è appassionato di poesia e letteratura, studioso in particolare di Dino Campana e il suo tempo. Negli ultimi anni, oltre a comporre in lingua, dedica il tempo a poesie in dialetto tiburtino e ha pubblicato diverse raccolte di poesie vernacolari. Quello che presento qui, tuttavia, non è una poesia ma un racconto breve in cui Marcello De Santis propone l’atmofsera magica di una notte di Natale. Trovandosi malato e nell’impossibilità di recarsi coi familiari alla Messa di mezzanotte riscopre la gioia di posare il Bambinello nel Presepe.

DAVANTI AL PRESEPE

di Marcello de Santis

Suonano ancora le campane… è passata da poco la mezzanotte; uno scampanio limpido e gioioso in questa silenziosa notte stellata. Ho un forte raffreddore e non vado a messa, come gli anni passati. Gli altri sono già usciti, mi hanno salutato frettolosamente, e incappottati con scialli e cappelli, per far fronte al vento gelido che da ieri ulula di giorno e di notte, sottobraccio a due a due stretti stretti per scaldarsi meglio, e per trasmettersi meglio la festosità di questa notte santa, si sono recati alla vicina chiesa: mia moglie e mia figlia, e i miei cognati, che passano il natale con noi. Sono andati, lasciando la tavola imbandita con i piatti vuoti o quasi, e una gran confusione di stoviglie, bottiglie (con vino e spumante ancora a metà), pezzi di dolce nei piattini, e bicchieri mezzo pieni e mezzo vuoti. La televisione è accesa su un programma qualsiasi dall’inizio della cena, nessuno la guardava, del resto, ma adesso le voci che da essa escono, anche se attutite, sono confuse con i rintocchi vicini e lontani delle campane delle varie chiese del paese, che si rincorrono nell’aria gelida, sotto un cielo di ghiaccio, dove è sospesa la facciona d’argento della luna. Uno starnuto di tanto in tanto mi scappa, fragoroso, e porto il fazzoletto omai bagnato sul viso, davanti alla bocca, e al naso. Provo a tirare su per liberare il respiro, ma … eh, ha da fa’ il suo corso… mi ritornano le parole di qualcuno… qualcun altro mi dice pigghiate quaccosa… (prenditi qualche cosa) … e che mi prendo ancora!… … ‘n’aspirina… te la si’ piàta ‘n’aspirina? ci ho provato: con aspirine (il suggerimento è arrivato in ritardo), con i suffimigi di camomilla (consiglio di mia cognata), con la bomboletta spry da inserire su per il naso, più su, se vo’ che fa effetto! eppo’ arespira forte!) (mio nipote), con la pomata da spalmare sul petto, ma quessa ‘nn’è bona! t’à da sparma’ lo vicsvaporùbbe! (ma questa non è buona devi spalmarti il vix vaporub!) effetto stupefacente e immediato! (il mio consuocero)). Ho obbedito come un suddito al suo re, e sto peggio di prima. Ma tant’è, devo aspettare che faccia il suo corso e passi da solo. E sì che non sono soggetto ai ricorrenti raffreddori e influenze annuali. Neppure ricordo l’ultima volta che l’ho beccata! Per questo, debbo dire, ho molta cura di me stesso, mi copro quando devo, e cerco di non espormi alle correnti d’aria. Ma stavolta… nenè nenè anduvina sa ccom,’è… (nenè nenè indovina com’è? detto popolare) Le campane hanno smesso di suonare. Sto solo, almeno per il tempo della messa, poi ci saranno di nuovo frastuono e allegria e la tombola tradizionale, tral vociare natalizio consueto di ogni natale. M’avvicino al presepe che è stato costruito sul ripiano del mobile alto in sala; le lucine s’accendono e si spengono grazie al circuito alternato, e da sotto la carta di cielo blu addossata alla parete, splende la luna e brillano le stelle dorate. Guardo il ruscello con acqua vera, che scorre e va a finire in un piccolo lago (una volta il laghetto si faceva con un pezzo di specchio con intorno il muschio), e da qui riparte in un circolo chiuso invisibile, per poi ritornare. Guardo le tre o quattro pecore davanti alla statuina del pastore, e distanti, presso le ultime capanne del paesaggio, i tre magi che arriveranno alla grotta (provvederemo noi a spostarli in avanti un poco ogni giorno), solo la notte della befana. Eccola, la grotta, c’è la madonna, inginocchiata, nel suo manto celeste; e dal-l’altro lato, in piedi, appoggiato a un rudimentale bastone, san giuseppe. Per la fretta della messa hanno dimenticato di porre nella stalla il bambino ge-sù, che è appena nato. So dov’è, la statuina; sta dentro un cassetto in camera; la prendo e la porto al presepe… la metto al suo posto, nel giaciglio di paglia, sotto una piccola flebile luce, che illumina la mangiatoia con il bue e l’asinello accovacciati a fianco della stessa. La quiete della sala è rotta solo dal sottovoce della televisione e dallo scroscio leggero della cascatella che dà origine al ruscello che scende al lago. … meno male che ho messo il bambinello, se n’erano scordati, nella fretta di andare a messa; mi sembra brutto un presepe senza bambinello, adesso ch’è nato. (da: pezzi di vita, inedito) marcello de santis

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Ora so tutto

24 Novembre 2013 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

2°CLASSIFICATO AL CONCORSO "GIALLO MIELE" 2010

“Mi sveglio con questo terribile dolore alla testa. Soffro troppo ogni volta, se solo potessi fermarle, sento il loro ronzio da lontano, insistente, assordante, che si avvicina. Ora arriveranno di nuovo. Ecco la prima, poi un’altra, un’altra e un’altra ancora. Migliaia di api volteggiano su di me, mi girano attorno seguendo un antico copione, si uniscono in un solo grande scuro ammasso di ali frementi e riesco quasi a sentire il vento che spostano . Si compattano, si muovono, si dispongono a schiera e l’unico corpo che vanno a formare cambia colore: nero, giallo, ancora nero, ancora giallo. La testa mi scoppia, so che non potrò sopportarlo a lungo. Dolcemente il ronzio si ferma, il dolore si placa e un immenso piacere mi pervade quando la vedo: eccola è lei. Una donna stupenda con le ali trasparenti e gli occhi sporgenti. La vita stretta e il seno gonfio, la gonna gialla e nera ondeggia quando cammina e si muove verso di me. Io l’amo, la seguo. Usciamo insieme, le tengo la mano morbida, cosparsa di una invisibile peluria nera che la rende un velluto. “Mia Regina!” la chiamo. Vorrei baciarla, ma non si concede subito, prima abbiamo da fare.”

Francesco Modena era un uomo sulla settantina, una vita passata ad accumulare denaro, a contarlo la sera fino a tardi. Il lume sulla scrivania e la lampadina a basso consumo. Il suo libricino nero dormiva con lui. Ogni mattina lo apriva e controllava chi doveva andare a trovare. Bussava, entrava con molta educazione, chiedendo permesso. Si muoveva piano tenendo la testa bassa e le mani giunte dinanzi al petto, sfregandole l’un l’altra, mentre parlava e chiedeva di saldare il debito al suo interlocutore. Non sapeva perché appena lo vedevano le persone perdessero il sorriso, gli rispondevano sgarbatamente pur dovendogli grosse somme che aumentavano di giorno in giorno. Non capiva, non ci era mai riuscito, perché invece di gratitudine gli mostrassero fastidio, schifo a volte. Lui non faceva altro che assecondare le loro richieste, essere il più accomodante possibile. Venivano da lui con casi disperati di debiti da pagare entro pochi giorni per non dover cedere la casa alle banche, concedeva prestiti generosi e senza garanzie precise. Si faceva firmare alcune cambiali in bianco, tanto per un formale riconoscimento del suo credito, e non dava scadenze per il saldo. Semplicemente passava ogni settimana a riscuotere un piccolo interesse che gli consentiva di vivere, di tirare avanti, in attesa che loro risparmiassero a sufficienza per restituirgli il capitale. Quando lo vedevano, invece di essere contenti, di ringraziarlo per averli aiutati nel momento del bisogno, gli mostravano disprezzo, gli buttavano sul tavolo la cifra pattuita, gli dicevano parolacce e maledetto strozzino era una delle meno offensive.

Quella sera era particolarmente stanco, la giornata era stata lunga. Le persone da visitare aumentavano ogni giorno e lui si stava facendo vecchio, aveva solo un caro e fidato amico ad aiutarlo, a cui un giorno avrebbe lasciato i suoi averi. La moglie era ridotta quasi a un vegetale, sulla sedia a rotelle, non parlava, un filo di saliva le scendeva lungo il mento e si limitava a fissarlo con disapprovazione ogni volta che l’andava a trovare alla casa di riposo. Anche lei senza un briciolo di gratitudine per i soldi che doveva spendere a farla curare. E sua figlia, la sua unica figlia era la sua più grande vergogna. Si alzò dal suo tavolino, chiuse il cassetto dove teneva le cambiali, mise la chiave nel borsellino di velluto, che gli pendeva dalla cintura dei pantaloni, e se lo infilò in tasca. Fu allora che sentì sbattere la porta, forse era stata una corrente d’aria con la finestra che aveva spalancato poco prima. Si disse che era strano, troppo caldo, troppa afa per far muovere i battenti di legno del suo pesante portone. Andò verso l’ingresso e nella penombra del corridoio vide muoversi una figura furtiva. Si era nascosta dietro una tenda e la luce che proveniva dai lampioni della strada, riflettendo all’interno, creava strane ombre. Gli era parso addirittura che quella sagoma avesse le ali. Pensando che il gioco di luci potesse aver ingigantito le forme di una falena, scostò velocemente la tenda e l’ultima cosa che vide fu la mannaia che gli spaccava la fronte.

“Oggi sei di nuovo qui, il dolore che precede la tua comparsa è stato più forte del solito, mi hai trovato raggomitolato sul pavimento, bagnato di urina. Non sono riuscito a trattenerla mentre mi tenevo la testa nell’intento di fermare quella terribile pressione che avverto quando arrivi. Dove mi conduci ora? Tu sola lo sai e io per te farò ogni cosa, io per te solleverò ancora una volta la pesante scure, e per sentire il tepore del tuo corpo ancora una volta ucciderò, mia Regina!”

Carla Modena era bella, i capelli tinti di un vivo rosso tiziano per coprire qualche filo bianco spuntato all’improvviso, gli occhi verdi e grandi, screziati da sottili venature azzurrognole. Guardandosi nello specchio vedeva riflessa l’immagine di una donna non più giovane, piacente, ben fatta, ma ormai matura. La gambe nervose e scattanti dei suoi vent’anni si stavano tornendo, riempiendo e quando si metteva dritta sulle punte, come aveva imparato a fare fin da piccola, ai lati comparivano delle antipatiche fossette, la pelle si faceva a buccia d’arancia e sui fianchi si erano gonfiati dei piccoli cuscinetti di grasso che non riusciva a smaltire. Le sue gambe un tempo avevano fatto girare la testa a molti uomini. Uomini che le avevano promesso una brillante carriera nel cinema, che le avevano sfiorato ogni sua più intima parte e, mentre si immaginava a calcare le scene, si era lasciata toccare, deflorare, possedere. Le promesse non venivano mantenute e col tempo ogni provino che faceva, ogni colloquio a cui andava finiva sempre nello stesso modo. Lo sapeva, ma aveva continuato a illudersi e non si era mai arresa, non riuscendo ad ammettere, nemmeno con se stessa, di aver abbandonato l’unico uomo che avesse amato davvero per fare carriera e poi essere caduta così in basso. Dopo aver lasciato la sua città, per inseguire un sogno, aveva vissuto per anni di piccole parti in film pornografici, dove veniva aperta, ispezionata, posseduta durante le riprese e dopo, ancora, dal regista che l’accompagnava, promettendole ruoli più importanti per il film successivo o, come se non bastasse, dal produttore che la invitava a casa dove diceva di aver organizzato una festa in suo onore, scoprendo poi che la sua villa altro non era che una squallida garçonnière. C’erano stati giorni in cui si era sentita sporca, non credeva più alle vane promesse degli uomini, ma ormai era come impigliata nella ruota di un ingranaggio e continuava a girare. Così di anno in anno, di illusione in illusione si era vista sfuggire tra le dita la sua gioventù senza aver raggiunto la fama sperata. Qualche mese prima aveva fatto ritorno a casa. Suo padre era morto, ucciso in modo violento, e lei aveva colto al volo l’occasione per raccontare a tutti che si era ritirata, stanca delle luci della ribalta, rifiutando parti di rilievo in film importanti, per stare vicino alla sua vecchia madre. In realtà la madre da tempo, affetta da Alzheimer e rinchiusa in una casa di cura, non la riconosceva nemmeno e suo padre in dissidio con lei da tutta la vita aveva intestato ogni proprietà e ogni avere ad un socio in affari, lasciandola senza un soldo. Così per mantenersi la sera prendeva l’automobile, andava all’altro capo della città ove nessuno l’aveva mai vista e si metteva in vendita. Passeggiando sul marciapiede con vertiginose minigonne e tacchi a spillo, conservava l’andatura elegante da diva del cinema, e gli uomini impazzivano ancora per lei. Due, tre, quattro clienti ogni sera. Aveva raggiunto il successo, era ricercata e ben pagata come una vera star. Poche sere prima, mentre si accendeva una sigaretta a un angolo di strada, illuminata da un lampione si vide avvicinare da lui, dall’uomo che aveva amato, ferito e mai dimenticato. Riconoscendola, l’aveva guardata dapprima sorpreso, poi con disprezzo le aveva offerto dei soldi, tanti soldi. Non era riuscita a sopportare che lui la vedesse così e lo aveva rifiutato, cacciato in malo modo, insultato e persino deriso. Lui se ne era andato piangendo, esattamente come tanti anni prima quando lo aveva lasciato solo e sconsolato sul marciapiede della stazione. E lei da quel giorno, e ogni giorno un po’ di più, si concedeva qualche goccio di rum per dimenticare l’amarezza della sua vita: l’unico uomo che avesse amato era il solo a non averla mai avuta.

Era sera, si stava preparando per uscire e riviveva come al solito la vergogna di quell'amaro ricordo, diventato un incubo ricorrente nei suoi pensieri. Aveva indossato le calze a rete e la guepière che la stringeva un po’ in vita facendola sembrare ancora sottile come un tempo. Inutile infilare le mutandine, sapeva bene come si eccitavano gli uomini quando, sollevando la gonna, intravedevano direttamente i riccioli neri del pube. Le piaceva curare i particolari, le scarpe in tinta con la camicia, e il trucco vistoso ma mai pesante. Prima di uscire si diresse in cucina per dare un ultimo sorso di rum, attaccandosi direttamente alla bottiglia. Faceva caldo, la porta finestra che dava sul giardino era aperta, si affacciò un attimo appoggiandosi allo stipite, cercando di rimandare ancora per un po’, almeno col pensiero, il momento in cui un’altra mano estranea avrebbe violato le sue carni. Sporse leggermente la testa fuori, sforzandosi di mettere a fuoco qualcosa che le pareva si muovesse tra gli alberi, mentre gli occhi si abituavano al buio, le sembrò di intravedere una strana figura venirle incontro. Era un’ape, enorme con le ali e le antenne. Stupita, incredula non ebbe il tempo di urlare, di fuggire che una pesante mannaia le si abbatté sulla testa, spegnendole sulle labbra, lucide di rossetto, un ultimo grido di orrore.

“Quando arrivi e mi porti con te io vivo i momenti più belli di tutta la mia vita. Ogni volta che ti sfioro brividi intensi mi percorrono la schiena, il sangue scorre veloce nelle vene e mi pizzica sulle spalle, sul collo, fin dietro le orecchie provocandomi calore, un’infinita eccitazione e poi esplodo in un piacere che mi dilania. Quando lasciamo a terra, colpite a morte, le persone che hai deciso di uccidere, mi sussurri parole dolcissime che sento risuonare come un’eco mentre ti allontani e, resto di nuovo solo, scosso dai sussulti di un orgasmo lungo e sfiancante. Il tempo che ti trattieni con me è sempre di meno, troppo breve. Troppo lancinanti invece i dolori che mi squarciano le tempie mentre ti aspetto. Recentemente mi succede qualcosa di strano, quando esco la notte con te, il mattino dopo sono pervaso da una spiacevole sensazione di disagio. È come se avessi fatto un sogno, un bruttissimo sogno, ma non riuscissi a ricordarlo. Oggi mi sono svegliato all’improvviso, mentre ancora ti stavo parlando mia Regina, ero a terra con addosso un ridicolo costume da ape, intriso di sperma e di sangue.”

Giorgio Cavina era un uomo robusto di aspetto giovanile, ma ormai sulla quarantina. Era rimasto orfano di padre in tenera età e terminata la scuola dell’obbligo, si era dedicato completamente all’apicoltura aiutando la madre a portare avanti l’azienda di famiglia. Aveva vissuto sempre all’ombra di questa donna energica e dispotica ed era cresciuto timido, accondiscendente, senza volontà e senza formarsi mai un carattere ben definito. L’unica volta che si era mostrato forte al punto da contrastare la volontà della madre era stato quando, ancora giovane, si era innamorato di una ragazza che lei riteneva poco seria, troppo libertina e non adatta a lui. Era stato irremovibile e l’avrebbe sposata, se la ragazza stessa non lo avesse lasciato per fuggire con un altro uomo. Incurante della sua delusione, la madre non aveva perso occasione per ribadire che lei aveva avuto ragione e che doveva prendersela solo con se stesso per non aver ascoltato i consigli della sola donna che gli volesse veramente bene. Allora Giorgio si era completamente sottomesso, non aveva più cercato di trovare una ragazza con cui dividere la sua vita e si era chiuso in se stesso, dedicandosi solo alle api, l’unico grande amore che sentiva ricambiato. Quando anche la madre se ne era andata per sempre era rimasto completamente solo con i suoi alveari. Costruiva da sé le arnie, in maniera pignola e perfetta, con la tettoia a doppio spiovente per preservare le abitanti dagli agenti atmosferici, il soffitto mobile, la camera di covata con dodici telaini per la deposizione del miele e il fondo mobile per l’approdo. Osservando attentamente il comportamento delle api aveva imparato che ogni colonia, di tipo matriarcale, era retta da una rigida gerarchia, al vertice della quale si trovava l’ape regina e che l’organizzazione dell’alveare dipendeva dall’incessante lavoro delle api operaie. All’inizio dell’estate e dell’autunno procedeva alla smelatura, il processo attraverso il quale si toglieva il miele dai telai e quel lavoro lo appassionava al punto da costituire tutta la sua vita. Era conosciuto e stimato come un bravo e onesto lavoratore, vendeva il suo miele al mercato, la cera alle industrie di cosmetici, ma non riusciva a guadagnare abbastanza per mantenere la proprietà della sua casa libera da ipoteche e debiti. Lui non se ne creava grosse preoccupazioni, tirava avanti alla meno peggio affascinato e preso soltanto dalla vita dei suoi alveari.

Col passare degli anni aveva sviluppato un’atipica allergia alla puntura d’ape e le ferite si presentavano sempre più infette e gonfie, tardavano a guarire e si vedeva costretto a ricorrere alle cure del medico. Recentemente era così forte la reazione al veleno, quando gli entrava in circolo, che sentiva un fortissimo, acuto dolore alla testa e gli capitava di svenire. Restava a lungo privo di sensi e quando si risvegliava non ricordava nulla di ciò che gli era successo. Fortunatamente gli accadeva di rado che un’ape lo pungesse e il più delle volte, dopo aver perso coscienza, si era risvegliato nel suo letto con un po’ di febbre, così prendeva gli antistaminici e tutto tornava a posto.

Quella mattina però si era ritrovato sul pavimento con addosso il costume da ape che la madre gli aveva cucito in occasione di una grandiosa festa di carnevale organizzata quando lui aveva circa diciotto anni. Glielo aveva fatto indossare contro la sua volontà e si era sentito ridicolo, per fortuna il viso era completamente coperto da una maschera che riproduceva il muso appuntito di un’ape e nessuno aveva potuto vederlo rosso di vergogna. Quello stupido costume era stato riposto nel fondo di un baule e non riusciva a spiegarsi come fosse successo che se l’era trovato addosso. Ricordava di essere stato punto nel pomeriggio mentre aggiustava un’arnia, di essersi sentito male, e di aver provato il solito forte dolore alla testa e poi più nulla. Ora guardava quel costume, se lo rigirava fra le mani cercando di cavarne un ricordo, un barlume che gli facesse tornare la memoria. Era sporco di sangue. Allora, si era a lungo ispezionato cercando una ferita sul suo corpo, ma era giunto alla conclusione che il sangue non poteva essere suo. Si sedette, accarezzò il velluto nero dei lunghi guanti che facevano parte del costume e un violento brivido di piacere gli percorse tutta la schiena. Un lampo squarciò il buio dei suoi ricordi e vide una figura femminile che aveva addosso il suo costume e se stesso che mentre l’accarezzava, provava un infinito languore. Poi di nuovo il nulla. Continuava a non capire e frugando, vagando nella nebbia della sua mente sconvolta, cominciò a rivedere altre scene che non sapeva se appartenere al sogno o alla realtà: un uomo che cadeva colpito da una pesante mannaia. Era Francesco lo strozzino che da tempo gli prosciugava ogni guadagno, poi lei, la sua Carla che moriva allo stesso modo. Era l’ape che reggeva l’arma e che colpiva con violenza le vittime e lui era uno spettatore. Poi all’improvviso l’immagine che rivedeva passare davanti ai suoi occhi cambiava di prospettiva e allora era lui stesso a compiere quelle orribili azioni. Si sentiva sconvolto, ma piano piano i ricordi riaffioravano sempre più nitidi e così riuscì a ricostruire tutto quello che era successo. Incredulo dovette ammettere di essere lui l’autore degli omicidi.

“Sono io dunque che ho commesso quegli orribile scempi e il sangue che ho addosso è quello di Carla.” Una lacrima scese a bagnargli la guancia. Ora rivedeva ogni cosa, ogni minimo particolare, improvvisamente si era palesato anche il più nascosto ricordo. Erano passati diversi anni da quando, per la prima volta, aveva avuto quella smisurata reazione al veleno. Era andato da sua madre e le aveva spaccato la testa. La trovarono riversa nel prato davanti casa e lui, a letto febbricitante, non era stato nemmeno sospettato.

Giorgio ora piangeva costernato, con le mani a coprirsi il volto e gridava la sua disperazione: “Ora lo so, ora so tutto! “ Come fosse potuta succedere una cosa così terribile sarebbe rimasto per lui un mistero, ma si fece coraggio, si alzò dalla sedia, andò a lavarsi e a cambiarsi. Non sarebbe stato facile affrontare il giudizio della gente, ma non gli restava altro da fare. “Vado a costituirmi, racconterò ogni cosa, dovranno tener conto del mio pentimento e saranno clementi!”. Pagare il suo debito con la giustizia era l’unica cosa che avrebbe potuto alleviargli un po’ il peso che gli gravava sulla coscienza. Era un uomo onesto e soprattutto non era un assassino.

Uscì, si incamminò verso le sue arnie, non c’era nessuna fretta, dopotutto non lo stavano aspettando. Salutare una per una le casette costruite con tanta cura, gli faceva male al cuore, chi si sarebbe preso cura di loro dopo che lo avrebbero rinchiuso in un carcere? Parlava con le api, come con delle sorelle, delle figlie, delle amanti. Pensò a quanto aveva appreso negli anni dalla loro perfetta organizzazione per condurre la sua vita di tutti i giorni: operosità e rispetto per l’ape regina, osservanza delle regole e delle mansioni affidate. Aveva lavorato sodo per tutta la vita, aveva ubbidito ciecamente al volere di sua madre e nonostante fosse buono e sincero una donna gli aveva spezzato il cuore, lo aveva prima illuso, poi abbandonato, rifiutato e, anche se ormai era la donna di tutti, solo a lui continuava a dire di no. Lo strozzino gli teneva il fiato sul collo , appena lo vedeva tornare dal mercato con due soldi in tasca, andava da lui e pretendeva interessi di un debito che, in quel modo, non avrebbe mai potuto saldare. La vita era stata ingiusta e crudele, pensava. Un’ape gli ronzò vicino all’orecchio e quel dolce suono a lui così caro e familiare gli scatenò una carica di adrenalina. Lui era stato intelligente, nessuno aveva scoperto ciò che aveva fatto e da quanto dicevano i giornali, in merito all’omicidio del vecchio, erano ancora molto lontani anche solo dall’immaginare il suo coinvolgimento. Indossando i guanti di velluto, non aveva lasciato impronte e la maschera gli aveva coperto il volto. Conosceva le vittime, la loro casa e non aveva avuto problemi a entrare senza farsi scorgere, a colpirli prima che avessero il tempo di reagire e nessuno aveva visto o sentito nulla. “Dunque non é stato poi così difficile pareggiare i conti con la vita!”

Una voce che non conosceva continuava dentro di lui, sussurrando insistente, a cercare di convincerlo a non andarsene e a non lasciare le sue api “ Vuoi finire i tuoi giorni in galera a causa di quella gente? Non meritano affatto il tuo sacrificio, credi a me!” Premeva sulle orecchie per non sentirla, ma quella voce si faceva sempre più forte, più suadente, più convincente. Ebbe un moto di orgoglio, alzò la testa:”Sono stato bravo e nessuno mi darà più fastidio.”

Anzi c’era ancora una persona con cui aveva un conto da regolare: il suo vicino. Non era mai riuscito a coglierlo sul fatto, ma sapeva che gli veniva a rubare il miele, anche gli attrezzi a volte e poi lo irrideva quando lo salutava da lontano.

Questo non sarebbe più successo, non era più il ragazzo timido e impaurito di cui ci si poteva approfittare. Finalmente aveva preso coscienza di essere un uomo forte, coraggioso, intelligente e nessuno avrebbe ancora abusato della sua bontà.

Si avvicinò a un’arnia, sapeva bene come provocare la reazione delle api, infilò un braccio all’interno e non dovette attendere più di qualche secondo prima di venire punto due volte.

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Uno sporco lavoro

11 Gennaio 2013 , Scritto da Franca Poli Con tag #Laboratorio di Narrativa, #franca poli, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

La protagonista di “Uno sporco lavoro” di Franca Poli, è una poliziotta come se ne vedono tante nei telefilm americani: è tosta, è scabra, è maschia nei modi di fare. Però è italiana e si ritrova alle prese con la triste, purtroppo ben nota, realtà degli sbarchi clandestini a Lampedusa. Si chiama Rachele e questo la dice lunga sull’ambiente in cui, probabilmente, è cresciuta, sulla sua ideologia di fondo. Compie il proprio dovere considerandolo dall’ottica del pre-giudizio, inteso come giudizio antecedente, a priori. Il lavoro che è costretta a fare non le va, subisce l’immigrazione, vive a disagio il contatto con il diverso, con l’altro da sé, sente insofferenza per la divisa che la infagotta, non sopporta i continui e improvvisi cambiamenti di programma, i colleghi maschi che ironizzano sulla parità pretesa dalle donne. E sfoga il proprio malumore con un “linguaggio da caserma”: “È un lavoro del cazzo…”, quasi si rammarica di aver vinto il concorso.La spediscono a Lampedusa, ad accogliere la massa di disperati che lei non accetta. È imbevuta di pregiudizi, Rachele, di rabbia e intolleranza verso i “diversi” che arrivano a gonfiare le fila della malavita organizzata e che considera dei “rompicoglioni”. Ma quando si trova a dover soccorrere un gruppo di clandestini, “stremati, le guance incavate, gli occhi fuori dalle orbite, per la prima volta non brontola nel fare il proprio lavoro, e quando, poi, il caso la conduce ad affrontare l’emergenza di assistere una partoriente di colore, Rachele sente vacillare le proprie certezze, sente crollare difese e pregiudizi, e riscopre, attraverso le lacrime, la propria umanità negata. Sarà proprio a causa della prossimità con ciò che non conosce e non le piace, che capirà quanto il fenomeno immigrazione sia impossibile da contenere in un solo sguardo e in un solo parere. Il mondo con cui viene a contatto forzato è fatto, sì, di uomini dalla mentalità maschilista, arretrata - non molto diversa, tuttavia, da quella dei suoi stessi colleghi - ma comprende anche donne dall’aspetto elegante, dagli occhi tristi, dal coraggio animalesco, istintivo.La donna nera partorisce una creatura indifesa, piccola, che ci sfida con l’audace caparbietà del suo stesso venire al mondo in mezzo a chi la rifiuta, addirittura dalle mani di chi la rifiuta. La mamma le imporrà il nome Rachele, legandola a chi l’hai aiutata a nascere, compiendo a ritroso un percorso inconsapevole che lega la nuova bimba a vecchi echi, fatti di guerre d’Africa, di regine nere, di veneri abissine. La madre stessa, da oggetto di derisione, assurgerà al ruolo di prima Madre, di Madonna col Bambino. È un racconto ben strutturato e dal contenuto attuale che rende perfettamente le diffuse resistenze all’accettazione di realtà che ancora provocano rifiuto e diffidenza. Ci sono la rabbia, l’ansia, la paura, il sospetto che spesso dilagano di fronte al “diverso” sconosciuto, ma c’è anche la pietas, l’insopprimibile impulso al “dono di sé”, che va oltre il pregiudizio, oltre ogni irrazionale chiusura di mente e cuore. La storia è compiuta nel suo insieme, procede da un punto all’altro, da un inizio a una conclusione, lasciando intendere che esiste un prima e ci sarà un dopo, uno sviluppo, una trasformazione. Lo stile è funzionale alla narrazione, con qualche immagine forte che colpisce, come la vagina che sembra “inghiottire il bambino” invece di espellerlo.

Patrizia Poli e Ida Verrei

Uno sporco lavoro

“È uno sporco lavoro. Porcaccia Eva io non ci vado laggiù. Senza nemmeno interpellarmi poi… Non ci vado. No!”Rachele si stava annodando la cravatta, era la cosa che più odiava della sua divisa. Si era già infilata i pantaloni e, come sempre, li aveva trovati larghi, deformi. La camicia era un po’stropicciata e con la giacca addosso, poi, si sentiva un sacco di patate.“È un lavoro del cazzo!” imprecava mentre stava uscendo dallo spogliatoio femminile del reparto di Polizia dove era stata distaccata. Da quando si era arruolata, aveva acquisito anche il comportamento e il linguaggio tipico “da caserma”, glielo rimproverava sempre sua madre.In mattinata aveva ricevuto l’ordine e sarebbe partita per Lampedusa. Sbarchi continui di immigrati imponevano rinforzi e, a turno, tutti i colleghi erano andati in missione per una quindicina di giorni. Ora toccava a lei.Renato, il suo compagno di pattuglia, la vide uscire come una furia e subito capì quanto fosse arrabbiata: “Avete voluto la parità? Eccovi accontentate!” Rachele non rispose, alzò semplicemente il dito medio e lo sentì allontanarsi mentre nel corridoio risuonava la sua risatina ironica.“Stronzo! È colpa di quelli come te se ogni giorno di più mi pento di aver vinto il concorso” pensò. Lei non si sentiva adatta a quell’incarico. Amava le indagini, era arguta e attenta a ogni particolare quando seguiva un caso, ma andare al centro di accoglienza per occuparsi di quelli che considerava dei “rompicoglioni” che dovevano restarsene a casa loro, lo riteneva insopportabile. Arrivata suo malgrado a destinazione l’umore non migliorò. Al contrario vedersi attorniata da nordafricani che le lanciavano occhiate lascive, la infastidiva. La mandavano in bestia i sorrisini e le battute in arabo a cui non poteva replicare. “State qui a gozzovigliare alle nostre spalle, col cellulare satellitare in mano, tute nuove, scarpe da tennis, magliette, cibo in abbondanza: ovviamente dieta rigorosamente musulmana, e pure la diaria giornaliera!” mentre si incaricava della distribuzione rimuginava e si rendeva conto senza vergognarsene che non era affatto umanitaria nello svolgimento del suo compito e non voleva assolutamente esserlo. Era sempre stata piuttosto convinta che non si potesse accogliere chiunque. La delinquenza in Italia era aumentata. I clandestini non erano prigionieri al centro, spesso alcuni se ne andavano e molti di loro finivano a rafforzare le fila della malavita organizzata. E, se era vero che non tutti i mussulmani erano terroristi, era pur vero che tutti i terroristi erano musulmani!“È un cazzo di sporco lavoro! Ma datemene l’occasione e vi faccio pentire di essere venuti fin qua.” Pensava mentre uno di loro le faceva l’occhiolino.Durante la notte segnalarono la presenza di un barcone in difficoltà al largo delle acque territoriali italiane e si doveva intervenire a portare soccorso. “Perché, dico io? Lasciateli affogare o che rientrino in Africa a nuoto…” Arrabbiata più che mai a causa di questa emergenza durante il suo turno di lavoro, salì sulla nave per obbedire agli ordini e, quando fu il momento, instancabile come sempre, aiutò chi ne aveva bisogno. Avevano soccorso un barcone con 80 clandestini per lo più somali fra cui anche alcune donne. Li avevano aiutati a salire a bordo, passavano loro coperte e acqua. Alcuni erano stremati, le guance incavate, avevano gli occhi fuori dalle orbite e, per la prima volta, Rachele non brontolò nel fare il proprio lavoro.Fu chiamata con urgenza dal medico di bordo. Una donna incinta stava partorendo e gli serviva l’aiuto di una donna.“Lo sapevo io… Solo questa ci mancava. Proprio ora hai deciso di mollare il tuo bastardo?” E imprecò, come sempre, contro i superiori e contro la scarsa volontà politica di risolvere questo annoso problema.Quando si trovò di fronte la donna con le doglie vide che era piuttosto bella. Alta, nera, ma con i lineamenti fini e delicati. Occhi grandi e scuri come la notte, sgranati per la paura e per il dolore , la fronte imperlata di sudore. Aveva gambe d’alabastro, lunghe e sinuose che si intravedevano da un caffetano di colore azzurro sgargiante aperto sul davanti, soffriva molto.Il medico si doveva occupare di alcuni feriti e le chiese di stare vicino alla donna, di controllare la distanza fra una doglia e l’altra e di chiamarlo se l’avesse vista spingere. “Calma Naomi!” le disse Rachele prendendola in giro per la sua leggera somiglianza con la bella indossatrice, “Non ti mettere a spingere proprio ora, capito?” le inumidiva le labbra con una pezzuola bagnata e quando la donna in preda a una doglia forte e persistente le strinse la mano, lei provò quasi un senso di ripulsa e voleva divincolarsi, ma la stretta era forte e allora strinse anche lei, mentre la donna emetteva un rantolo roco e continuo.A un certo punto la partoriente inarcò la schiena e cominciò a spingere. Era quasi seduta con le gambe allargate e si teneva alle sue spalle con tutta la forza.“Aiuto dottoreee! Presto venga, questa non aspetta più!!” chiamò Rachele cercando di attirare l’attenzione del medico.La donna urlava e spingeva e Rachele, guardando fra le cosce allargate, vide spuntare la testa del bambino. Compariva e scompariva a ogni respiro. Un ciuffetto di capelli neri, che spingeva e allargava quel sesso deforme, arrossato, quasi a sembrare una bocca affamata che lo stava ingoiando e non espellendo.“Dottore!! Presto...” la voce le morì in gola. Non c’era più tempo. Il bambino stava uscendo e allora Rachele prese la testina fra le mani e provò a tirare piano piano per agevolare lo sforzo della donna. Niente da fare, urlava la poveretta e parlava nella sua lingua chiedendo aiuto o chissà cosa altro. Allora si fece coraggio, infilò una mano dentro la donna, afferrò il bambino per le spalle e tirò con forza. Fu un attimo e tutto il corpo del piccolo, rosso e viscido di sangue scivolò fuori e la donna, stremata, si lasciò cadere all’indietro con un ultimo profondo sospiro. Rachele si ritrovò con quell’esserino fra le mani e lo guardò: era una bambina. Nera come la pece e con gli occhi sgranati e grandi come quelli della madre. La prese e gliela poggiò delicatamente sul petto.“Dottore!! Cazzo quando si decide a venire qua?” aveva ritrovato la voce e urlò con tutta la forza.Il medico arrivò, si occupò della madre e della figlia, mentre Rachele, rapita, continuava a fissare gli occhi di quelle due creature. Così grandi e vuoti, così imploranti e tristi. Per la prima volta non era arrabbiata con loro, con i diversi, era solidale. Una donna come loro sola e arrabbiata e si sentì percorrere da un brivido di tenerezza e commozione.“È un maledetto sporco lavoro” disse questa volta senza convinzione.Stavano caricando la donna su una barella, erano al porto e un’ambulanza col lampeggiante la stava aspettando per condurla all’ospedale. Rachele si sentì prendere per una mano. Era la giovane mamma che la guardava e le faceva cenno, indicandola con l’indice puntato e con una muta domanda negli occhi.“Non capisco… Cosa vuoi ancora?” le chiese infastidita e poi d’improvviso, un lampo d’intesa fra loro e capì. “Rachele… Mi chiamo Rachele “ rispose.Allora la donna che, fino ad allora, aveva solo urlato e pianto, sorrise illuminando la notte con i suoi denti bianchissimi. Sollevò la sua piccola bambina, puntandola verso di lei e stentando ripeté: “Rachele.”Fu allora che le lacrime sgorgarono finalmente anche sul suo viso, Rachele piangeva a dirotto e cercando invano di asciugarsi il viso bofonchiò:“È un cazzo di sporco lavoro.”

Franca Poli

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Il sorriso di Claudia

3 Gennaio 2013 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

Ecco la povera Claudia, dondolante, seduta a terra sulle ginocchia piegate, col sorriso spento e un rivolo di bava che le scende a lato della bocca. Lì, ferma, come ogni mattina a mettere in mostra i suoi disegni. E’ il suo ultimo contatto con la realtà. Ridipinge gli stessi cerchi concentrici di vari colori. Ne ha uno per ogni giorno della settimana. Oggi è giovedì? E’ rosso infatti, domani sarà verde e sabato azzurro. Un vortice che l’ha assorbita in cui lei gira e rigira e che non la lascia uscire.

La dottoressa Michela Alibrandi, psichiatra, aveva da poco superato la cinquantina, ma era di aspetto ancora giovanile e bella presenza. Alta, bruna, i capelli raccolti in un perfetto chignon, portava sempre al collo un foulard di seta abbinato al vestito. Non si era mai sposata e aveva dedicato l’intera vita ai suoi malati. Quella mattina stava entrando nella clinica dove lavorava e rifletteva sull’incontro con Claudia. Una paziente che cercava di curare con la solita passione, ma con la quale aveva ottenuto ben pochi risultati. Nell’androne le venne incontro Paola, la sua preziosa assistente ricordandole gli impegni della mattinata.

“Buongiorno dottoressa. Oggi alle dieci ha la riunione del corpo medico col Direttore Sanitario. Poi alle dodici, l’aggiornamento professionale dei dipendenti…….”

La dottoressa commentò con un sospiro il lungo elenco di appuntamenti e poi aggiunse:

”Dato che oggi mi fermo per il pranzo, ordinami un sandwich e, nel pomeriggio, fai accompagnare Claudia in giardino”

Paola si era irrigidita, o forse le era solo sembrato. Se non fosse stata certa della professionalità della sua assistente avrebbe detto che era gelosa di quella povera mentecatta. Ogni volta che la nominava, una nube oscurava il suo bel viso. Paola bionda, alta, intelligente era fidanzata con Sergio, l’infermiere più bello della clinica. Cosa mai avrebbe potuto invidiare a una pazza che passava le ore a scarabocchiare fogli, a guardare nel vuoto o a sorridere senza sapere perché? Michela si era convinta che il personale sanitario, alla lunga, perdesse un po’ il contatto con la realtà e si addentrasse ogni giorno di più nel mondo dei malati, vivendone le fantasie e sentendo pericolosamente addosso le loro emozioni. E questo, forse, valeva anche per la bravissima Paola, sempre così attenta e professionale.

Erano le tre, Claudia l’attendeva seduta sulla panchina, all’ombra del glicine che formava, coi suoi rami pendenti, un ampio arco di ingresso al parco della clinica. Era così minuta, pallida, la testa leggermente curvata in avanti e ciononostante esprimeva un’inspiegabile energia. La dottoressa si sentiva stringere il cuore ogni volta che ripensava alla sua triste storia.

Una notte era stata chiamata dai servizi sociali per affidarle in cura quella strana ragazza, comparsa quasi dal nulla. Era fuggita da una casa in fiamme dove, in seguito, venne rinvenuto il cadavere carbonizzato del patrigno. Il quale , con ogni probabilità, dopo essersi ubriacato, si era addormentato con la sigaretta accesa causando l’incendio dell’abitazione. Claudia era stata visitata e su tutto il corpo portava evidenti segni di percosse e sevizie.

Gli inquirenti avevano allora riaperto il caso della madre di Claudia, trovata strangolata qualche tempo prima nella stessa casa. Si era indagato, a suo tempo, per scoprire il coinvolgimento del marito in quella misteriosa morte, ma le indagini non erano approdate a nulla e Claudia, malauguratamente, era stata affidata proprio a lui, fino alla notte del tragico incidente.

Da quel giorno la dottoressa l’aveva in cura, ma non c’era stato nessun segno di miglioramento. Ora,come allora, Claudia stava seduta,immobile e guardava fisso davanti a sé, nel vuoto, inseguendo chissà quali pensieri o ricordi. Se davvero ne aveva di ricordi. Cercare di fare riaffiorare nella sua mente il passato che aveva rimosso e farle accettare la sua vita senza sofferenza, avrebbe voluto dire ridarle anche l’uso della parola, ostinatamente perso insieme alla memoria.

Michela passava ore a parlarle dolcemente, carezzandola e cercando di trovare un contatto con lei, ma Claudia sembrava non sentirla. Lo sguardo fisso e la mano posata nella sua, senza vita. Quel giorno aveva avuto, però, un guizzo e la dottoressa si era accorta di un lungo brivido che le aveva percorso tutta la pelle, alzandole i pori, quando le aveva detto :

”Ti fa bene la ginnastica. Stasera farai ancora esercizio con Sergio”

Claudia infatti non si muoveva di sua volontà, tendeva a rannicchiarsi su se stessa, sempre ferma nella stessa posizione e questo alla lunga le avrebbe creato problemi nella deambulazione. Nella speranza di trovare vantaggio dall’attività psico-motoria, le aveva prescritto, tre volte la settimana, un’ora di ginnastica passiva che le veniva praticata dal personale di turno.

La mattina successiva la dottoressa arrivando alla clinica vide un inusuale spiegamento di auto dei Carabinieri che occupavano il piazzale. Claudia non era nell’androne coi suoi disegni e nemmeno Paola le era venuta incontro come al solito.

Fu il portiere a darle le prime spiegazioni:“Dottoressa, pare che stanotte Claudia abbia accoltellato Sergio. Che tragedia! Li ha trovati tutti e due giù in palestra l’inserviente che stamattina alle sei era sceso per le pulizie. Stanno cercando di capire cosa sia realmente successo”

Michela irruppe trafelata nella stanza del direttore sanitario, senza bussare. Claudia, tremante, era seduta in un angolo con le manette ai polsi e lo sguardo assente come sempre. Il lieve dondolio della sua testa era aumentato di intensità ma di questo se ne poteva accorgere soltanto lei che la conosceva e la curava da tempo. Nella stanza c’erano il suo direttore e tre carabinieri in divisa. Due erano in piedi di fianco a Claudia e il terzo, un giovane bruno con gli occhi penetranti, la squadrò da dietro la scrivania.

“Lei chi sarebbe?” chiese seccato

Il direttore intervenne prontamente per fare le presentazioni, ma Michela non lo lasciò finire:

“Claudia è una mia paziente e avevate il dovere di chiamarmi subito, non potete trattarla come una criminale!” gridò alzando il braccio con l’indice a indicare nella direzione dove era seduta la malata.

Il brigadiere Raffaele Di Martino la gelò con una fredda e amara risposta:

“Non deve essere molto brava come medico lei se, la notte scorsa, la ragazza che ha in cura ha fatto fuori una persona col coltello.”

Era quasi un anno che il brigadiere Di Martino prestava servizio nella ridente cittadina emiliana dove si trovava anche la clinica. Conosceva ormai molto bene gli usi e le abitudini della gente del posto. Brave persone, a cui si era nei mesi affezionato, seri lavoratori e soprattutto cittadini rispettosi della legge. Per questo motivo non riusciva a spiegarsi quel assurdo omicidio ed era piuttosto nervoso. Esattamente come quando, proprio il giorno del suo arrivo, aveva scoperto il cadavere di una donna lungo il fiume. Un caso che aveva poi brillantemente risolto e gli era valso una certa notorietà, rivelatasi molto utile per inserirsi nella vita sociale e godere della tranquilla amenità di quei luoghi.

Il brigadiere si scosse dai suoi ricordi e tornò a concentrarsi sui fatti accertati fino a quel momento. L’infermiere Sergio Ricci, mentre praticava la ginnastica passiva, con ogni probabilità, si era preso qualche libertà in più con la malata e aveva abusato di lei. La reazione di Claudia doveva essere stata fulminea perché né sul corpo della vittima, né sul suo erano stati trovati segni di lotta. Dunque il rapporto era avvenuto senza violenza e all’omicidio non era preceduta nessuna colluttazione.

“Dottoressa, lei scrive nella cartella clinica della qui presente Claudia Montorsi che la stessa è incapace di ogni tipo di reazione verso chi le fa del male. Pensa davvero che sia così?”

Il brigadiere interrogava Michela cercando di ricostruire al meglio gli eventi della notte precedente.

“Lo sostengo perché per anni ha subito le violenze del patrigno e non ha avuto reazioni di nessun genere. Anzi col passare del tempo si è sempre più chiusa al mondo esterno, ripiegandosi anche fisicamente su se stessa. Basta che la guardi. Lei può toccarla, accarezzarla, scuoterla, picchiarla se vuole, ma la reazione sarà la medesima: Claudia resterà immobile.”

“Eppure si è munita di un coltello da cucina, preso dalla mensa, lo ha portato con sé in palestra e con violenza, quando l’infermiere si è avvicinato al lettino lo ha colpito all’improvviso. Prima sul petto all’altezza del cuore e una volta a terra, lo ha accoltellato alla schiena.”

“Claudia è incapace di premeditare qualsiasi azione, figurarsi un omicidio! “ aveva strillato Michela e con atteggiamento protettivo si era avvicinata alla sua paziente, carezzandole i capelli.

“ Adesso la dovete lasciar stare, la porto con me di sopra, ha bisogno di un sedativo per riposare e stare tranquilla”

Di Martino acconsentì che la dottoressa si prendesse cura della ragazza fino a quando non avesse deciso di incriminarla e trasferirla al manicomio giudiziario. Fermo restando che i due carabinieri di guardia non dovevano perderla di vista un attimo.

Mentre guardava la dottoressa allontanarsi e prendersi cura con estrema delicatezza della ragazza, il brigadiere continuava a pensare che c’era qualcosa di strano nella vicenda e non riusciva a vedere con chiarezza la ricostruzione dei fatti. Quella povera pazza sembrava davvero incapace di ferire e uccidere un uomo robusto e forte come Sergio Ricci. Inoltre, dopo aver organizzato a mente lucida un piano così perfetto, perché sarebbe rimasta ferma in palestra, seduta a fianco al cadavere col coltello in mano, come se veramente fosse incapace di muoversi da sola?

Poco dopo, interrogando Paola Grandi, fidanzata dell’ucciso, incominciò a darsi una nuova spiegazione.

Durante l’interrogatorio la Grandi gli era sembrata nervosa, scostante, sudava anche se nella stanza non era affatto caldo e queste reazioni lui le conosceva bene. Erano una mezza confessione e l’altra metà riusciva sempre a ottenerla, incalzando e mettendo l’interrogato alle corde.

Anche lui aveva i suoi metodi, sapeva fare qualche pressione psicologica e dopo un po’ la ragazza cominciò a raccontare:

“Sergio era un porco depravato, ma io lo amavo a tal punto che non l’ho denunciato. Ho finto di non sapere che quando aveva il turno di notte si divertiva con Claudia. Tutto è cominciato qualche tempo fa quando la dottoressa ha deciso per la ginnastica passiva. Claudia è bella, giovane, vedersela così inerte, sentire la sua pelle morbida sotto le dita gli ha scatenato un’irrefrenabile libidine e ha iniziato a prenderla, provandoci sempre più gusto. ”

“Glielo ha detto lui?”

“Sì. Io mi sono accorta subito della sua sbandata e una sera, proprio mentre era a letto con me , ha avuto la faccia tosta di raccontarmi ogni cosa, nei minimi particolari. Che lui la faceva godere, che Claudia si lasciava penetrare da ogni parte. Ne era ossessionato”

“E lei?”

“Io mi sono arrabbiata. Gli ho detto che non volevo più vederlo e che se non avesse smesso immediatamente quel gioco perverso ne avrei informato la dottoressa”

“E poi?”

“E poi invece ho taciuto, non ho avuto il coraggio di denunciarlo gliel’ho già detto. Aspettavo che si stancasse del nuovo giocattolo e che tornasse da me, ma stavolta era una cosa diversa, non si stava divertendo come aveva fatto con altre. Lo sentivo sempre più distante. Era come rapito e non mi cercava quasi più.”

“Così ieri sera, sapendo del turno di notte, lo ha raggiunto e vedendo che stava facendo l’amore con Claudia, non ha resistito all’impulso di fargli del male, è vero?!” le urlò il brigadiere alzandosi di scatto e muovendo qualche passo in avanti. Per farle sentire di più il disagio della sua vicinanza, si era fermato dietro la sedia in modo che lei non potesse vederlo, ma avvertirne soltanto la presenza, e continuò a parlare sottovoce, stavolta, alitandole quasi sul collo:

“È andata nella cucina della mensa, ha preso il coltello e glielo ha affondato nella schiena, è così?”

Incalzante ricostruiva tutta la scena:

“ Mi é chiaro adesso che la prima coltellata, contrariamente a quanto avevo pensato in precedenza, è stata quella data alle spalle. Si spiega anche il perché non vi sia stata reazione da parte della vittima. Colto di sorpresa, da dietro, ha perso l’equilibrio ed è caduto. La seconda coltellata, letale, lo ha poi raggiunto al petto. Infatti era stato ritrovato supino, così……”

Di Martino si spostava, allargava le braccia, cercando di immaginare, mimandoli, i movimenti della vittima e del suo assassino. Tornando verso la sua scrivania concluse:

”Mettere poi il coltello in mano a Claudia e andarsene senza che lei reagisse è stato fin troppo facile, la ragazza non parla e non l’avrebbe denunciata”.

Paola era incredula:

“No. Io non l’ho ucciso! È vero, mi feriva quel suo insano comportamento, ma non avrei mai avuto il coraggio di fare una cosa simile.” Piangeva, si discolpava con sempre minore convinzione e, portata davanti al Magistrato, pur non avendo reso piena confessione, venne arrestata per l’omicidio.

Ecco la dottoressa Alibrandi ,distrutta, provata dagli eventi dei giorni scorsi. Ha difeso strenuamente la “sua” Claudia ed è riuscita a evitarle l’incriminazione, ma con altrettanta veemenza non ha saputo difendere la “sua” Paola, nella quale pur credeva e per la quale nutriva affetto. Quando ha dovuto scegliere, ha preferito pensare che fosse lei la colpevole.

Claudia no. È incapace di odiare, incapace di amare, incapace di qualsiasi sentimento. Claudia lasciava che abusassero di lei senza reagire. Di nuovo un uomo che la straziava nel corpo e nell’anima. Ecco perché le sue terapie non sortivano effetto alcuno! Sergio, quel maledetto, rigirava il coltello nella piaga, risvegliando ogni volta in lei il trauma che cercava invano di guarire.

La dottoressa Michela Alibrandi, aveva ripreso il suo tran tran giornaliero e stava entrando nell’androne della clinica. Claudia era ancora lì, silenziosa, dondolante, sembrava non aver risentito dell’uragano di emozioni che si era riversato su di loro. Aveva terminato il suo disegno e, come sempre, glielo porgeva. Però, invece del solito cerchio concentrico arancione del lunedì, aveva messo fra le mani della dottoressa un disegno eseguito perfettamente. Si scorgeva chiaramente, in primo piano una grande lama, impugnata da una donna bionda, vestita da infermiera che, anche se vista di spalle, rappresentava indiscutibilmente Paola colta nell’atto di colpire Sergio da dietro.

Michela, non si aspettava nulla di simile da parte di Claudia. Eppure per tanto tempo aveva atteso invano una sua, se pur minima, reazione. La scrutò con sorpresa, cercando in lei un cenno, un sorriso consapevole. Claudia era, come sempre, impassibile. Ancora nascosta dietro le sue nebbie e il suo dondolio, ma le aveva fornito, quale unica testimone, la prova schiacciante che mancava al brigadiere e senza pensarci due volte gliela portò.

“Lo choc subito assistendo all’omicidio, le ha procurato, evidentemente, un contraccolpo emotivo che l’ha sbloccata. Ora curarla sarà più facile, si può con ottimismo pensare addirittura a una guarigione totale .” disse la dottoressa con soddisfazione mentre consegnava il disegno.

Il brigadiere Di Martino lo esaminò a fondo, senza profferire parola, ma a un tratto ebbe un sussulto e poi scuotendo il capo, sconsolato, si rivolse alla dottoressa chiedendo:

“Perché ?”

“Perché?” ripeté più volte buttandole avanti sul tavolo il disegno.

Solo allora Michela, guardandolo con maggiore attenzione vide che nella lama, rappresentata in primo piano, si rifletteva, come in uno specchio, il viso di una donna bruna con un foulard al collo. Era lei che colpiva Sergio, e Claudia l’aveva denunciata.

Non provò nemmeno a discolparsi, con freddezza e precisione raccontò al brigadiere tutti i particolari . Di come si fosse insospettita dagli atteggiamenti di Paola, di come fosse rientrata non vista la sera e avesse colto l’infermiere sul fatto. Della rabbia provata a scoprire come i suoi sacrifici venivano sistematicamente vanificati e dell’irresistibile impulso a vendicare la sua paziente. Il resto era andato esattamente come lui aveva argutamente ricostruito.

Claudia è seduta nell’androne, la sua testa non dondola più, guarda fuori dalla finestra, sa che non vedrà arrivare la dottoressa questa mattina, sa che anche Paola non sarà più una rivale per lei e rivolge un tenero e timido sguardo all’infermiere che ha preso il posto di Sergio, mentre una risata trattenuta le scuote leggermente le spalle.

La povera Claudia che si innamora come tutte le donne e nessuno vuole capirlo…..ahahahahah ….povera Claudia che deve ogni volta escogitare piani per liberarsi delle sue rivali.

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