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franca poli

IN GIRO PER BOLOGNA: IL PALAZZO, LA PROFEZIA E IL PAPA

24 Febbraio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

La maggior parte delle case antiche di Bologna aveva il portico con le colonne in legno. Col tempo le colonne vennero rivestite con mattoni o sostituite integralmente da strutture in cotto. In un gran numero di documenti della fine del XVII secolo e degli inizi del XVIII risulta come, in occasione di richieste di ristrutturazioni, i proprietari di edifici venissero invitati a sostituire le colonne in legno con elementi in pietra (arenaria o, appunto, cotto). Era in passato prassi consolidata quella di interporre tra la base della colonna in legno e la superficie del suolo un blocco di selenite, pietra che, per la bassissima porosità, proteggeva così il legno dalla risalita capillare dell’acqua piovana. Aggirandosi tra le vecchie case della città troviamo un palazzo, situato in via del Monte n. 8, che venne costruito tra gli inizi e la metà del XVI secolo su disegno di Jacopo Barozzi, detto il Vignola, per volere della ricca famiglia Boncompagni. Un palazzo che ha all’interno affreschi di pregio, colonne e capitelli in arenaria attribuiti ad Andrea Marchesi da Formigine, e che aveva nel portale l’elemento più importante e prezioso. Alcune foto di Alinari (primi anni del ‘900) mostrano le colonne, i capitelli e le decorazioni della casa ancora in un buono stato di conservazione. Nel 1960 il portale era ancora integro, mentre oggi, a causa degli inquinanti atmosferici, è molto deteriorato. C’è un’antica profezia, una delle tante che hanno scandito la vita dei cittadini bolognesi, che riguarda questo palazzo. Pare che un veggente avesse previsto, in tempi non sospetti, che quella casa sarebbe divenuta la dimora di un Papa. La profezia si avverò e questa costruzione, oggi nota come palazzo Benelli, infatti deve la sua importanza maggiormente al fatto che fu residenza di un Papa bolognese. Dentro quelle mura, nel 1502, ebbe i natali Ugo Boncompagni, figlio di un commerciante benestante. Ugo crebbe tra discreti agi, si laureò in legge, esercitò l’attività di docente, condusse una vita abbastanza spregiudicata ed ebbe anche un figlio senza contrarre matrimonio, che chiamò Giacomo. All’età di 36 anni, improvvisamente, si convertì. C’è chi è disposto a giurare che fu una scelta cinica, perché proprio allora il Senato cittadino gli aveva rifiutato un aumento di onorario come docente. Comunque, vocazione o no, Ugo intraprese la carriera ecclesiastica e divenne prete all’età di 40 anni e dopo trent’anni era addirittura salito al soglio pontificio col nome di Gregorio XIII. E la profezia sulla sua casa natale si era avverata. Ancora oggi questo Papa è ricordato come uno dei più importanti della storia moderna. Fu un energico promotore della Controriforma, in opposizione alla Riforma Protestante e fece istituire il calendario gregoriano, ancora universalmente in uso, che sostituì quello giuliano. Fu proprio in seguito alla sua nomina che venne affisso sull’architrave del portale di palazzo Boncompagni lo stemma papale a tutto tondo con l’arme della casata. Papa Gregorio, all’avanguardia su molte cose, fu mecenate degli esponenti più “illuminati” della comunità scientifica della sua epoca e aiutò il filosofo matematico Girolamo Cardano ad ottenere una cattedra all’Università di Bologna. Sotto il suo pontificato ci fu grande impulso allo sviluppo della scienza e delle arti, che favorì apertamente, sostenendo le idee e il lavoro di molti uomini di cultura. Contemporaneamente, come tutti i Papi era interessato al consolidamento del potere temporale della Chiesa e si fece promotore anche del movimento che, dopo il massacro di San Bartolomeo, nel 1572, dilagò per tutta la Francia portando all’uccisone per mano dei cattolici, di oltre trentamila persone, indiscriminatamente fra uomini e donne, di fede calvinista. Un vero olocausto, definito dagli storici, con buona pace di molti che hanno solo memorie recenti ,“il peggiore dei massacri religiosi del secolo” ( H.G. Koenigsberger- G.L. Mosse – C.Q. Bowler ). Una volta divenuto Papa Gregorio XIII, fece anche un’altra cosa per cui viene ancor ricordato, legittimò il figlio Giacomo e lo nominò comandante delle Guardie pontificie a Bologna. Si racconta che il cardinale Borromeo, che lo aveva caldamente sostenuto durante il Conclave, non fu d’accordo con lui in questa “circostanza” così lontana dai parametri religiosi e gli rinfacciò che se lo avesse saputo non avrebbe caldeggiato la sua nomina. Per niente intimidito, pare che Gregorio rispondesse: “Non ve ne fate cruccio, lo Spirito Santo lo sapeva benissimo eppure ha permesso la mia elezione!” 

STATUA DI PAPA GREGORIO XIII ,PARTICOLARE DEL PALAZZO COMUNALE DI PIAZZA MAGGIORE

STATUA DI PAPA GREGORIO XIII ,PARTICOLARE DEL PALAZZO COMUNALE DI PIAZZA MAGGIORE

PALAZZO BONCOMPAGNI

PALAZZO BONCOMPAGNI

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IN GIRO PER BOLOGNA: I Templari

19 Febbraio 2014 , Scritto da Franca poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER BOLOGNA: I Templari

Sono tanti i misteri e le storie che si raccontano sotto gli antichi portici di Bologna e che si perdono tra il reticolo dei suoi vicoli medioevali. E’ la città detta la “dotta” sede della prima università del mondo e in pochi sanno che dopo l’incendio del 53 d.C. fu l’imperatore Nerone a ricostruire una Bologna che era rasa al suolo. E fra i tanti altri c’è un mistero, mai chiarito, che ancora richiama curiosi e storici:si dice che sotto le fondamenta di qualche edificio in città si nasconda il tesoro sotterrato dai Templari, forse sepolto nel rettangolo di strade tra Strada Maggiore, via Torleone e vicolo Malgrado. Gli ori e i preziosi che appartennero ai cavalieri sono stati oggetto della più lunga e infruttuosa ricerca della storia bolognese e tuttora la vicenda è rimasta un enigma. Certo è che i Templari di ricchezze ne avevano messe da parte tantissime al punto da risultare, sul finire del Trecento, uno degli ordini più benestanti della città. La loro storia comincia nella prima metà del Duecento quando Bologna ribolle di fervore religioso. Nell'arco di pochi anni vi si incrociano Sant'Antonio da Padova, San Francesco e San Domenico. Un entusiasmo che si colora di politica con il predominio dei guelfi e che viene da lontano se già il papa Urbano II, alla vigilia della prima crociata, nel 1096, si sente in dovere di frenare l'ardore dei bolognesi ansiosi di imbarcarsi per Gerusalemme. I Templari crescono in questo fermento e ne rappresentano il braccio militare. Bologna e Ravenna sono gli avamposti dell’Occidente cristiano per le spedizioni in terra santa in arme, i cavalieri bolognesi si coprono di gloria e di conquiste nel corso della quinta crociata. Intorno al 1300 sono tra gli ordini più potenti della città. Correva l’anno1455 e, secondo Achille Malvezzi, signorotto della città, I Templari bolognesi, prima di essere arrestati durante la persecuzione dell’Inquisizione, avvenuta più di cento anni prima, avevano nascosto e abbandonato un tesoro nel sottosuolo di Bologna e, sempre secondo i suoi calcoli, si trovava proprio sotto il campanile della chiesa di Santa Maria del Tempio, vicino la sua dimora. Per questo motivo, con la scusa che la costruzione gli impediva la visuale e con l’intento di scavarvi sotto le fondamenta, diede disposizione affinchè il campanile venisse spostato. Fu incaricato dell’ingrato lavoro Aristotele Fioravanti, un ingegnere già famoso all’epoca, al quale pagò ben centocinquanta monete d’oro. Nonostante nessuno credesse nella riuscita dell’impresa, l’ingegnere provetto portò a termine il lavoro e, con la manodopera di diversi operai, riuscì a sollevare la torre campanaria nella posizione eretta, a posizionarla su alcuni cilindri di ferro precedentemente poggiati su dei binari fatti con fusti di abeti. In questo modo trainando l’insolito carro, il campanile, dritto, “camminò” per più di tredici metri su strada Maggiore e cioè dal sito originario a fianco la chiesa, fino alla zona absidale della stessa. Si racconta che gli operai, quando videro il campanile muoversi, si spaventarono e non volevano più partecipare alle manovre temendo che la torre campanaria, cadendo, li avrebbe travolti. Fioravanti, sicuro di sé, fece salire il figlio sul campanile a provare che non correvano nessun rischio e, all’arrivo, il ragazzo suonò la campana in modo che tutti sapessero che il traguardo era stato raggiunto. Una lapide all’edificio 82 di Strada Maggiore ricorda l’accaduto “nell’anno 1455 Aristotele Fioravanti bolognese, con nuovo ardimento, qui trasportò per ispazio di più di tredici metri la torre di Santa Maria della Magione, alta venticinque metri, che fu demolita nel 1825.” Il tesoro dei Templari non è mai stato trovato nonostante i numerosi tentativi effettuati nel corso dei secoli fra i quali l’abbattimento, appunto, del campanile stesso e della chiesa. E, Infine, il resto della presenza dei Templari è stato cancellato dalle bombe alleate nel '44. Comunque non si è ancora finito di pensarci, recentemente qualcuno ha avanzato la proposta di un progetto di scavo sempre nella zona ove risiedeva il suddetto campanile, ma fortunatamente l’opposizione di un comitato cittadino ha sventato il pericolo dell’ennesimo sventramento del suolo bolognese. Così il "tesoro", a patto che esista davvero, forse rimarrà per sempre sottoterra. L’ingegnere Fioravanti godeva di ottima fama, oramai conosciuto in tutta Europa come “l’uomo che faceva camminare le torri” , i suoi servigi erano richiesti a Firenze come a Venezia e fu chiamato anche alla corte del re di Ungheria, dove fu incaricato di costruire castelli e ponti fra cui il famoso ponte di Buda. Fu nominato cavaliere del regno e venne coniata una moneta con la sua effige. Al suo ritorno a Bologna questo gli costò addirittura l’arresto, perché, pagando con monete dove era impresso il suo volto, fu accusato di essere un falsario. Una volta risolto il problema grazie al’intervento dello stesso re, partì per la Russia dove innalzò opere grandiose al servizio dello zar. Nonostante i ripetuti appelli di tornare in patria non fece mai ritorno e non si sa come e quando sia morto l’ingegnere bolognese scomparso in Russia, antesignano di un destino comune a molti Italiani che in seguito furono ammaliati dal sogno della primavera sovietica e non fecero mai più ritorno.

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IN GIRO PER BOLOGNA : LA MONTAGNOLA

11 Febbraio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER BOLOGNA : LA MONTAGNOLA

A Bologna nel ‘200 la città era in forte espansione, economica, demografica, urbanistica. Nasceva l’esigenza di nuove abitazioni, di sedi per le istituzioni e di spazi aperti per gli scambi commerciali. Nel 1219 l’amministrazione cittadina scelse l’ampio spazio che è quello occupato oggi dalla Montagnola, piazza VIII Agosto, più le zone circostanti fino a via del Pallone, via Augusto Righi e Via Indipendenza, per farne un grande “campo (o piazza) del mercato”, dove nel corso dei secoli si contrattò la vendita del bestiame ogni sabato e dove si tennero le più grandi fiere. Fu un luogo di notevole importanza dove si potevano radunare “duemila para di bestie grosse, vacche e anco cavalli, e grandissima quantità di porci, asini ed altri animali” come citato dal Masini nella sua “Bologna perlustrata”. Nulla è cambiato ai nostri giorni nella piazza del mercato e nel Parco della Montagnola visto il degrado raggiunto dagli stessi oserei dire che la quantità “umana “di questi ultimi “animali” è rimasta invariata. Si raccontano alcuni episodi assolutamente autentici riguardo al mercato dove fin da allora non mancavano “i furbi”, pronti a turlupinare i villani che scendevano dalle montagne per la vendita del bestiame e ingenuamente si lasciavano depredare del loro guadagno, si creò così attorno alla piazza una fiorente attività per procurare agli inesperti montanari donne “giovani e leggiadre” . Nel 1304 un tal Venuto riuscì a truffare un campagnolo fermandosi a parlare con lui dopo averlo visto tenere in mano un bel gruzzolo di monete, ricavato di una vendita. Gentilmente gli offrì un lembo della sua camicia per farne un fagottino e conservare meglio il denaro. Lo sprovveduto, ringraziò, ma appena allontanatosi però sentì gridare “al ladro , al ladro!” venne inseguito e catturato. Verificato, poi, che la camicia era strappata e il lembo in mano al fuggitivo corrispondente, si creò il malinteso, a Venuto venne restituito il “maltolto” e il povero contadino condannato all’impiccagione se non poi graziato per gentile intercessione del “derubato”. Per oltre sette secoli la Montagnola è stata uno dei luoghi più importanti della città: mercato, agone, piazza delle esecuzioni per le condanne a morte e, fin dalla seconda metà del Seicento nel parco si recavano le carrozze eleganti per la “pubblica passeggiata” durante la quale le carrozze si fermavano e i cavalieri scendevano a fare due chiacchiere con le dame con quella “libertà” consentita solo dalla penombra della notte. Nel corso dei secoli il mercato e il parco videro tutte le esposizioni fieristiche organizzate in città, le feste, gli spettacoli per i bambini, le mostre di fiori, vi furono fatti i primi fuochi d’artificio, organizzate delle vere e proprie corride coi tori che poi sarebbero stati macellati, le corse dei sacchi, le corse dei cavalli, il gioco del pallone, la ruzzola e le parate militari, fino al volo delle prime mongolfiere. Agli inizi dell’Ottocento Napoleone volle che lì sorgesse un grande parco per il popolo, per chi non si poteva permettere i magnifici giardini delle ville residenziali dei ricchi, così, da una parte si creò il parco, e dall’altra rimase solo la piazza del mercato, quasi com’è ancora oggi. Nella giornata dell’8 agosto 1848 la Montagnola fu il teatro della rivolta dei bolognesi contro gli Austriaci, in città a difesa del l Papa, che vennero cacciati e per decenni la gente ricordò con orgoglio quella data che ancora è intestazione della piazza. In seguito fu eretto a ricordo il monumento che si trova ai piedi della Montagnola. Nel 1893 fu dato inizio alla costruzione della grandiosa scalinata del Pincio che doveva fare da sfondo alla piazza per ricevere degnamente chi arrivava dalla stazione diretto in centro, un’opera che oggi, percorrendo Via Indipendenza, viene guardata distrattamente, ma che fu in realtà un lavoro colossale. Vi furono addetti centinaia di operai per tre anni, furono scavati 30.000 metri cubi di terra, messi in opera 800 metri cubi di marmi e graniti e il tutto fu adornato con 72 lampioni di ghisa. Poi al centro del parco fu collocata la grande fontana con le statue dei leoni e le tartarughe e la ninfa chiamata dai bolognesi la moglie del “gigante” (il gigante per bolognesi è la statua del Nettuno del Gianbologna situata in piazza Maggiore). Nel tempo, dopo la costruzione delle via adiacenti, la Montagnola venne lentamente abbandonata dai cittadini per il nuovo parco dei Giardini Margherita più ampio e meno soffocato dal traffico. Durante la prima guerra mondiale fu usata come accampamento militare e subì un grave degrado, soltanto negli anni trenta fu riportata agli antichi splendori dal Podestà Manaresi, che ricostruì la fontana che era andata distrutta, fece erigere lungo le gradinate i busti di tutti i bolognesi illustri, riportando ordine e eleganza nel parco anche con la costruzione del padiglione della mostra della Direttissima Bologna-Firenze, la galleria che stupì il mondo intero per la sua eccezionale lunghezza. Durante la seconda guerra mondiale la Montagnola fu di nuovo al servizio dei bolognesi:nel sottosuolo furono scavati tre rifugi anti aerei per ospitare i cittadini durante le incursioni degli alleati che rasero al suolo la zona circostante la stazione e sopra fu fonte di legna da ardere per scaldare le case degli abitanti in città in quanto fu dato il permesso di abbattere gli alberi del parco. La Montagnola del dopoguerra tornò a essere il luogo riservato ai bambini e ai ragazzi, divenne per anni sede del Luna Park e furono costruite al suo interno scuole per l’infanzia, fino a quando anch’essa non fu travolta dal “progresso”e divenne meta di frequentazioni serali e notturne poco raccomandabili. Oggi è divenuta sede di spacciatori e tossicodipendenti che, incuranti della luce del giorno, delle scuole tuttora presenti, e delle persone, ne hanno fatto il loro regno. La Montagnola si avvia a compiere gli otto secoli di vita, e merita l’attenzione degli amministratori bolognesi affinché possa recuperare dignità e ruolo che le spettano e torni a essere il cuore pulsante e vivo della città.

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IN GIRO PER BOLOGNA: Le Sette Chiese

5 Febbraio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER BOLOGNA: Le Sette Chiese

Il complesso di Santo Stefano , detto “le sette chiese” ,è uno dei luoghi più antichi di Bologna, porta questo nome perché inizialmente era composto da sette chiese che col tempo sono state distrutte e non ricostruite, oggi se ne conservano quattro . Ancora più antico è l’appellativo “Santo Stefano detto Gerusalemme”, la Sancta Hierusalem bolognese, e con tale dicitura la troviamo negli atti notarili della città, fin da quelli antecedenti l’anno Mille. Pare che in antichità nel luogo dove sorgono le chiese vi fosse un tempio dedicato a Iside. Si narra che nel 1299 scavando nella piazza antistante le sette chiese sia stata ritrovata una lapide di epoca romana con un’iscrizione che celebra il gesto del liberto Aniceto che innalzò un altare a Iside. La lapide è ancora visibile all’esterno di uno degli edifici, ma c’è anche chi sostiene sia stato portata lì in un secondo tempo e non ritrovata in sede. Il complesso Santo stefano è situato nella piazza che dà vita alla omonima via ed è senza dubbio una delle costruzioni religiose più affascinanti della città. Fu Petronio , vescovo di Bologna tra il 431 e il 450 e odierno patrono della città , a disporne la costruzione dopo un viaggio in Terra Santa, quando volle costruire ,la basilica del Sepolcro a immagine del santo Sepolcro di Gerusalemme. Fino al XIV secolo rimase Santo Stefano la chiesa di Bologna che custodiva il culto del vescovo Petronio, che rimase sempre caro alla città e ai suoi cittadini. La questione cambiò quando nel 1388 il Comune decise di costruire una nuova basilica dedicata esclusivamente a San Petronio, affacciata sulla piazza principale della città, piazza Maggiore, dove la vediamo tuttora e dove oggi giacciono le sue reliquie. Ancora oggi camminando all’interno delle chiese , si arriva nel cortile di Pilato , rappresentazione di dove fu condannato Gesù, e al centro c’è il grande catino, che vuole essere la copia esatta di quello in cui il prefetto romano “si lavò le mani”, ora posto al centro del giardino interno, inizialmente era destinato a raccogliere le offerte dei fedeli per le celebrazioni liturgiche. Sul muro antistante la basilica è affissa una pietra che racconta una leggenda. Chiunque pronunci una menzogna davanti a essa verrà scoperto perché la pietra cambia di colore , spesso gli innamorati vi sostano davanti e si scambiano promesse scrutando eventuali mutazioni della pietra. Visitando il complesso si incontra ancora la basilica sei santi Vitale e Agricola con resti di pavimento a mosaico romano. L’altare stesso è un’ara pagana rivoltata e addossata alla parete, quindi la chiesa della Trinità, incompiuta, che fu adibita a battistero , e dove fino al 1950 era custodito un frammento della croce di Cristo. Di notevole interesse la cappella dell’adorazione dei Magi che contiene il presepe più antico al mondo con statue lignee a grandezza naturale risalenti al 1200. Oggi l’unica chiesa in cui si può ancora ascoltare la messa è quella del Crocifisso chiamata anche di San Giovanni Battista, al tempo della dominazione longobarda era considerata la loro cattedrale. Vi sono custoditi affreschi e statue di notevole valore artistico e vi sono diverse colonne di varia fattura, una di queste, si distingue dalle altre , perché completamente di marmo nero, è chiamata “la colonna della flagellazione” e identificherebbe l’esatta altezza di Gesù , circa un metro e settanta. Un’altra curiosità, siamo nella seconda metà dell’ottocento Joseph Renan scrittore francese, storico delle religioni, di passaggio a Bologna volle visitare la città e trovatosi presso “le sette chiese” di fronte alla colonna di cui sopra, si mostrò incredulo riguardo all’altezza di Cristo. Allora Enrico Panzacchi , bolognese, suo accompagnatore nella visita, lo apostrofò dicendo “Non potete crederci perché era più alto di voi!?” Ultima notizia che risale ai tempi nostri chi volesse incontrare l’onorevole Prodi, potrà farlo facilmente proprio nel piazzale di Santo Stefano perché spesso la domenica è presso questa chiesa che va ad assistere alla messa.

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In giro per Bologna: le torri

3 Febbraio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per Bologna: le torri

Bologna è nota in tutto il mondo per le sue torri. Se ne contano ancora oggi ventisei sparse per il centro storico, erano parecchie di più, ma molte sono andate distrutte nel corso dei secoli. Non è ben chiaro il motivo per cui ci sia stata una così ampia costruzione di torri, se ne ritrova l’origine quando le famiglie per dispute di prestigio avevano dato luogo a questa “gara” di insolite costruzioni, ma anche per motivi di difesa, essendo delle vere e proprie fortificazioni. Non si conosce il numero esatto delle torri presenti nelle varie epoche ma si stima che fossero tra le ottanta e le cento. L’ultima a essere eretta nel1257, fu torre Galluzzi, anno in cui a Bologna veniva abolita la schiavitù, con seicento anni di anticipo sul resto del mondo. Torre Galluzzi si trova all’interno di un complesso di edifici, vicino piazza Maggiore e non è ben visibile dall’esterno, mai bolognesi sanno bene dov’è e conoscono la macabra storia che la contraddistingue. Anche Bologna ha avuto la sua tragedia shakespeariana: l’amore proibito di Virginia e Alberto. La loro storia non è una leggenda, ma pura realtà, nel 1200 circa, i conti Galluzzi erano una famiglia tra le più potenti in città, di fazione guelfa e fedelissimi al Papa. I Carbonesi, invece, erano una famiglia altrettanto potente, ma della fazione opposta, ghibellini e fedeli all’imperatore. La figlia dei conti Galluzzi, Virginia, era una bellissima ragazza e si innamorò di Alberto Carbonesi .Il loro amore, ovviamente contrastato, trovò in alcuni amici confidenti i complici per riuscire a incontrarsi di nascosto e in seguito a sposarsi in gran segreto. Non bastò il matrimonio a tacitare l’ira del padre di Virginia che, saputolo, uccise Alberto a sangue freddo e dopo di lui tutti i suoi familiari. La fine della triste storia presenta due versioni, una in cui i fratelli di Virginia, dopo aver assassinato anche lei, inscenano un suicidio, e un’altra in cui è lei che, saputo della morte di Alberto, impazzisce di dolore si impicca al balcone di palazzo Carbonesi.

Le torri più famose comunque restano le due che sono l’emblema della città: Garisenda e Asinelli. I nomi deriverebbero dalle famiglie che le hanno erette intorno al 1100, ma in realtà anche sull’origine delle famose “due torri” ci sono molti dubbi. Leggenda vuole che la torre Asinelli, quella più alta, debba invece il suo nome a un giovane che andava con un carro trainato da alcuni somarelli a caricare ghiaia nel fiume Reno. Il ragazzo si innamorò perdutamente di una fanciulla che vedeva durante il tragitto, figlia di un nobile che ovviamente rifiutò la sua mano a un nullatenente, liquidandolo con la frase ”Avrai mia figlia soltanto se costruirai la torre più alta della città”. Fu così che il ragazzo innamorato e fortunato, dopo aver trovato, scavando ghiaia del fiume, un sacchetto di monete d’oro, fece erigere la torre che ancora oggi svetta nel cuore di Bologna e finalmente poté sposare la sua amata. La torre è situata all’incrocio di due delle strade principali della città, è alta novantasette metri, il suo aspetto caratteristico è leggermente pendente, ma ci si può ancora salire fino in cima, percorrendo 498 gradini e, una volta sopra, si gode il panorama più bello della città. Si vedono i tetti delle case che rendono famosa Bologna proprio per il loro colore rosso acceso, si vedono i portici che salgono fino a San Luca e, in un giorno sereno di sole lo sguardo si stende per tutta la pianura fino all’ Adriatico. Proprio a fianco alla torre degli Asinelli, sorge la Garisenda, più pendente e spezzata. Guardandola, se viene avvolta da una nuvola dalla parte pendente, la torre per uno strano fenomeno ottico sembra inchinarsi. Tale particolare viene ricordato anche da Dante nella Divina Commedia nel XXXI canto dell’Inferno: “Qual pare a riguardar la Garisenda sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada sovr’essa sì, che ella incontro penda…” La torre Garisenda è rimasta ben salda al terreno fino ad oggi nonostante la forte pendenza, non può essere visitata come la vicina Asinelli, ma certamente insieme alla “sorella” è uno degli edifici che rendono unica Bologna.

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Franca Poli presenta Marcello de Santis

29 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi

Franca Poli presenta Marcello de Santis

PARTONO 'E BASTIMENTI

Parte prima
di
marcello de santis

partono 'e bastimenti
per terre assai luntane,
cantano a buordo
so
' napulitane.

Siamo ai primi anni del 1900, e l'emigrazione degli italiani per le americhe era in pieno svolgimento; si andava a cercare fortuna. Erano giorni in cui la città di Napoli pulsava fin nel profondo delle vene, il porto pullulava di bagagli, pacchi e pacchetti, valigie e valigioni tenuti insieme da corde incrociate, sacchi e quant'altro, e donne con bambini in braccio, e uomini e anziani; con addosso i consunti vestiti di tutti i giorni; si preparano a lasciare il loro paese per un'ignota avventura.

Il fenomeno dell'emigrazione, fino allora sconosciuto ai più, adesso anno 1919 è in pieno svolgimento; i bastimenti partono uno alla volta, più di uno ogni giorno; e allontanandosi dal porto le persone a bordo - gli occhi umidi per le lacrime - salutano con un fazzoletto in mano quei parenti meno fortunati (o più fortunati, magari), che restano a terra; gli uni e gli altri si sentono straziare il cuore per le ultime struggenti immagini; chi resta, quelle dei suoi cari che se ne vanno, gli emigranti, più tardi, "quelle delle ultime cose" che riescono a vedere prima che scompaiano del tutto a un orizzonte che si lasciano alle spalle.

Nei versi con i quali ho aperto questo breve saggio, "queste ultime cose" sono le case di Santa Lucia, ultimo segno di una Napoli che si allontana sempre più; e che chissà se avrebbero mai rivisto. E' l'ultima cartulina 'e Napule che si portano negli occhi e che conserveranno a lungo dentro, bagnata da una inconsolabile malinconia.

santa lucia luntana e te
quanta malincuni
a...

L'autore della canzone è E. A. Mario.
Santa Lucia luntana risale all'anno 1919, quando più forte era l'esodo dei napoletani per "terre assai luntane"; esodo già iniziato verso gli ultimi due decenni dell'ottocento; a partire dal 1880 circa e per tutto un secolo se ne andarono dall'Italia circa quindici milioni di persone.
Ma fu nei primi anni del novecento che l'emigrazione raggiunse il punto più alto; ogni anno si contavano dalle duecentomila alle trecentomila unità che lasciavano il paese, in gran parte da Napoli, (ma anche da Genova Messina e Palermo, che erano i soli porti autorizzati a ricevere quelli che volevano imbarcarsi),

... cu dint''o còre 'na malincunia...

Se ne andavano richiamati dal miraggio del sogno americano, un paese nuovo che richiedeva braccia per lavorare; e il grido giungeva fino a noi, che di persone senza lavoro, indigenti i più, nella miseria molti, ne avevamo molti, moltissimi.

se gira o munne sano,
se va' a cerca' fort
una,


E.A.Mario Napoli 1884 - 1961 è il nome d'arte di Giovanni Ermete Gaeta
autore di molte canzoni celebri sia in lingua che in dialetto napoletano.
Sempre attento ai problemi sociali del suo paese,
dal dramma della guerra a quello dall'emigrazione.
Era l' autore sia delle parole che della musica delle sue canzoni.

L'ultima cosa che di vedeva dalle navi che si allontanavano definitivamente portandosi a bordo povertà e speranze, erano - come detto - le case del quartiere di Santa Lucia; e davanti a esse, sul mare, il Castel dell'Ovo.
Oggi a ricordo dei drammatici eventi sociali dell'emigrazione, e della partecipazione in qualche modo ad essi del nostro poeta c'è una targa proprio a Borgo Marinari che recita: Partono i bastimenti... pe' terre assai luntane...

La statua della Libertà era un richiamo troppo forte, Nuova York era la città della speranza, gli Stati Uniti la terra del futuro. Ed era proprio la Statua la prima cosa che gli emigranti vedevano da lontano; a ben quaranta chilometri dalla città di New York, la statua che dava il benvenuto ad essi con il sonetto che una poetessa americana Emma Lazarus scrisse, e che fu fatto incidere alla base dal colosso americano che si erge sul mare davanti a New York, su un'isoletta che si chiama appunto Isola della Libertà.

Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri,
le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi,
i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate.
Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste a me,
e io solleverò la mia fiaccola accanto alla port
a dorata.

Questi nuovi lavoratori, che andavano là per far fronte al grande sviluppo industriale di un paese nuovo, erano una risorsa non solo per il paese che li accoglieva, ma anche per il paese che li aveva in qualche modo cacciati via, là producendo e incrementando la ricchezza locale, qua con le rimesse di denaro che facevano alle loro famiglie, che spendendo consentivano all'Italia di importare materie prime per rimettere in funzione la macchina statale del lavoro industriale.

Le parole della canzone strappano ancora commozione e lacrime a chi le sente a distanza di quasi un secolo; specialmente ai figli o a nipoti e pronipoti di chi ebbe sui bastimenti che partivano un parente, un padre, una madre, un nonno e una nonna, o dei bisnonni.

... cantano a buordo
so' napuli
tane...

Cantavano a bordo i nostri emigranti struggendosi di nostalgia per il paese che erano costretti a lasciare; e presto questa canzone sarebbe diventata la canzone per eccellenza degli emigranti napoletani.

Santa Lucia luntana... 'o puorto ca scumpare... a luna 'mmiez''o mare... e quel poco 'e napule che si vede ancora...

Cantano pe' tramente
'o golfo giá scumpare,
e 'a luna, 'a miez'ô mare,
nu poco 'e Napule
lle
fa vedé...

Sono altamente drammatiche le parole della canzone di E.A.Mario e intrise di una tristezza che rievoca ogni volta, che si sente e che si canta.

L'emigrante quasi sempre non dormiva nel posto a lui riservato, i pagliericci infestati di pidocchi, sporchi e puzzolenti, fumo e puzza del vapore della macchine che arrivavano da tutte le parti, insomma difficile era respirare là; se si voleva sopravvivere si doveva salire in coperta; accucciato a lungo sui talloni; o seduto a terra o su un groviglio di gomene a guardare l'immensità dell'oceano che pareva non volesse mai finire; e le notti insonni a rimirare la luna, quella stessa luna che adesso stava illuminando quell'ultima cartolina che avevano impressa negli occhi, santa lucia luntana... ma se pioveva o faceva tempesta erano costretti a tornare sotto coperta, dove l'aria mancava e quella poca che c'era era piena di cattivi odori.

santa lucia luntana e te
quanta malinconia...
se gira o munne sano,
se va' a cercar fortuna,
ma quanne spunta a luna
luntana e napule
nun
se po' sta.


emigranti a bordo di uno dei bastimenti che facevano i viaggi atlantici,
e che il più delle volte erano vere e proprie carcasse

Ma il viaggio era una rischiosa avventura, e non sempre ci si aveva il tempo di soffrire di nostalgia e di cantare 'e canzone 'e napule, ché i passeggeri soffrivano mal di mare, malattie varie, e talvolta e spesso, anche, abusi da parte dell'equipaggio. Per cui la nostalgia e il canto anche se sommesso passava in secondo piano davanti a queste cose e alla paura insita dentro di loro. A bordo la miseria si faceva sentire più che non a terra prima di partire; la gente, stipata all'inverosimile in terza classe, aveva il terrore negli occhi, non sapendo la sua sorte, e intorno c'era chi vomitava, la puzza e la sporcizia era indescrivibile; così come la probabilità di prendersi qualche malattia. I poveri con tutta la loro miseria addosso erano costretti, come ho già detto, in terza classe, quasi come reclusi; per tutto il tempo della traversata nelle stive adibite a trasporto merci, ed erano malvisti e mal sopportati e dai membri dell'equipaggio e dai signori, cui arrivava il cattivo odore che emanava quel tratto di nave, quasi sempre a poppa; questa terza classe era allocata quasi sempre nelle parti più basse della nave, nei locali dove si stipavano e trasportavano le merci, bastava qualche divisorio con tramezzi di legno e il gioco era fatto. Per il ritorno si smontavano questi tramezzi e si caricavano merci.

In prima classe c'era la gente bene, i ricchi, i signori, mentre la seconda era riservata a quelli che potevano definirsi agiata borghesia. Gli emigranti erano stipati e ammassati un spazi insufficienti a contenerli tutti, in barba alla legge che stabiliva tanti passeggeri per un tot di spazio. I pasti venivano consumati là, sdraiati per terra, a gruppi, uno per ogni gruppo era addetto al ritiro del rancio e a portarlo agli altri. Il viaggio si trasformava dunque in tre quattro settimane di inferno, nel vero senso della parola; neppure fratelli e sorelle potevano stare insieme; infatti i passeggeri venivano divisi: i maschi da una parte e le femmine da un'altra; in un'altra sezione, diciamo così, potevano stare insieme quelli sposati; i locali senza circolazi-one di aria sufficiente a una vita decente, e di conseguenza le malattie virali, specialmente per i bambini: il morbillo in testa, e la malaria; senza contare - per i grandi - polmoniti e gastroenteriti o simili. E si verificavano anche nascite nelle condizioni più abiette; e decessi; in questo caso si avvolgevano in un telo i cadaveri e si gettavano in mare; lo strazio era grande ma ancora più grande se a morire era un bambino.
Quanto doloroso doveva essere questo distacco dalla città natale, quanto triste l'addio a Napoli

http://www.youtube.com/watch?v=VD0PRS5UKZg

fine prima parte

marcello de santis

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San Locca

19 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia, #luoghi da conoscere

San Locca

SAN LOCCA


Se a vinz la Sisal
Se lò e torna a cà e fri un è brisa
Se im maindan brisa luntain
Se e Bulagna e zuga bain

Se se se

Se ed guarigion a i è un segnel
Se prest a vein fora de sdel
Se a vinz qual c' a i ò scumess
Se mi fiola la studiess

Se se se

Par tott qual c’am serv a me
Ogni volta at tir in bal te
San Locca e la Madona
E che Dio us la manda bona!


SAN LUCA


Se vinco la Sisal (lotteria)
Se lui torna a casa e non è ferito
Se non mi trasferiscono lontano
Se il Bologna gioca bene

Se se se

Se di guarigione vi è un segnale
Se presto uscirò dall’ospedale
Se vinco quello che ho scommesso
Se mia figlia studiasse


Se se se


Per tutto quello che serve a me
Ogni volta tiro in ballo te
San Luca e la Madonna
E che Dio ce la mandi buona!!!

DEDICATA A TUTTI I BOLOGNESI. solo loro sanno quanto conti per noi San Luca

I bolognesi hanno una speciale devozione per la Madonna di San Luca ed è piuttoso normale rivolgersi a Lei per ogni necessità

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Al cavariol

18 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

Al cavariol

"ROSCIGNO VECCHIA" PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA

AL CAVARIOL

Aloura, ai’ aveva si an

In muntagna tais a Farnà

A ciapeva la rozla:

una volta, dau volt…. fen in fond a Ri frad

e a ogni cavariola avdeva e mond a l’arversa

Adess ai’ò zinquant’an

In zitè, a lez i giurnel,

a seint la television

e a vad ancoura e mond a l’arversa:

rubarì, delinquenza, droga e omiceddi.

Dmateina a touran lasò

a tais a Farnà

a ciap la rozla

una volta, dau, volt…fen in fond a Ri frad

e a ogni cavariola a voi vadar se al mond u s’adrezza!

TRADUZIONE

Le capriole

Allora, avevo sei anni

In montagna vicino a Farneto

Ruzzolavo

Una volta, due volte…. fino in fondo a Rio freddo

E a ogni capriola vedevo il mondo a rovescio.

Adesso ho cinquant’anni

In città, leggo i giornali,

sento la televisione

e vedo ancora il mondo a rovescio:

furti, delinquenza, droga e omicidi

Domattina torno lassù

Vicino a Farneto,

ruzzolo

una volta due volte… fino in fondo a Rio freddo

e a ogni capriola voglio vedere se il mondo si raddrizza!

Franca Poli

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LA MASSTRA

17 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA 2011 "LE ROSCIGNOLE"

LA MASSTRA

Se a tòrn a nàser a voi fèr la masstra

ciapèr i fangén par man

e guidèri a la dscuèrta de corp uman.

Cuntèri còmm e foss una fòla

che Garibeldi con mèl amig

l’uné l’Italia sanza tanti brig.

Spieghèri che, con divèrsi région,

da nord a sud l’é tot un Pajis

e bisaggna sanper dividèr al spais.

Che l’Italia l’è totta bela:

peina peina ed mont, ed culeini

ed fiomm, ed mèr e tanti ciséini.

E po’ ai voi dir che bisaggna vlairès ban,

che an i sia mai l’òdi in tèra

parché l’é qual che porta la guèra.

“Ban el quast che insagnan a scòla?”

(quélcdòn l’arà pinsé)

mé arspand : “la mì masstra l’ira acsé!”

(Franca Poli)

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La strela cadainta

16 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

La strela cadainta

LA STRELA CADAINTA

Am son svulté l’eltra not in un pré.....

Dio cum a sira cuntainta

A un semil spetacual a n’ira mega preparé:

a i ò vest una strèla cadainta!

Ad totti ca li èter l’ira la piò bela

Comm una cumatta, con la co iluminé

La sluseva, la fruleva, l’ira la mì strèla

E a l’impruvis l’è vgnù vers ed mé……

La m'à illuminé

La m’à abrazé.....

Mama t’i tè?

Finalmaint t’è dezis ed turner que da me!

(franca Poli)

LA STELLA CADENTE

Mi sono sdraiata l’altra notte in un prato

Dio come ero contenta

A un simile spettacolo non ero preparata:

ho visto una stella cadente!

Di tutte le altre era la più bella

Come una cometa, con la coda illuminata

Luccicava, si muoveva, era la mia stella

E all’improvviso è venuta verso di me….

Mi ha illuminato

mi ha abbracciato

Mamma sei tu?

Finalmente hai deciso di tornare quaggiù.

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