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franca poli

In giro per l’Italia: i vini di Romagna

27 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #saggi

In giro per l’Italia: i vini di Romagna

Foto e testo di Franca Poli

Facendo anticamera dal medico come mi è successo di frequente negli ultimi tempi, mi è capitato sotto gli occhi in sala d’aspetto una delle pagine del mensile La Piazza di Romagna del mese di febbraio, un periodico locale, in cui ho trovato un interessante articolo che parlava di vini. Un argomento che, chi mi conosce, sa quanto mi appassioni da sempre. Unendo le mie conoscenze a quanto appreso, ho scritto questo pezzo da proporre alla vostra attenzione:

"Un po’ di storia,un po’ di curiosità, un po’ di fantasia sui vini di Romagna"

E’ impossibile parlare di buona tavola senza parlare anche di vino. Un binomio che va a braccetto, perché il vino è da sempre una componente fondamentale della nostra cucina e della cucina di tutti i popoli del Mediterraneo fin dai tempi più antichi. “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere” diceva Charles Baudelaire. Già perché il vino è capace di scoprire il vero pensiero degli uomini e far rivelare la verità: “in vino veritas” e gli uomini lo sapevano fin dai tempi degli antichi romani.

Il primo dei vini romagnoli è indubbiamente il Sangiovese, il più antico come coltivazione e produzione delle nostre terre. Si ritiene addirittura che la celebre uva nera da cui si ricava fosse già conosciuta più di 2000 anni fa e utilizzata dagli Etruschi in Toscana dove lo stesso vino diventò poi “Brunello” o “Sangioveto” a seconda delle zone. L’origine del nome Sangiovese è contraddittoria: c’è chi vuole provenga da “san giovannina” che indica un’uva primaticcia, dato il suo precoce germogliamento che avviene già intorno a fine giugno, per San Giovanni appunto, e chi invece propende per l’origine più antica che lo vuole così denominato fin dagli antichi romani, che abbinavano il suo nome al colore rosso intenso del sangue di Giove “sanguis Jovis”. Una volta fatto re il sangiovese, la regina dei vini romagnoli è sicuramente l’albana. Primo vino bianco italiano a cui fu conferita nel 1987 la denominazione d’origine controllata garantita (DOCG), ha anch’essa origini antichissime. Citata fin dai tempi di Marco Terenzio (116-27 a.C.) nel suo “De re rustica", si dice che fu qui trapiantata dai colli albani e il nome deriverebbe appunto dal latino “albus” cioè bianco. La storia di questo vino, come tutta la terra romagnola, è strettamente legata agli antichi romani. La leggenda racconta che la famosa imperatrice Galla Placidia, assaggiasse l’albana durante una cavalcata sulle colline intorno a Ravenna, dove aveva la sua residenza. Il vino le era stato offerto in un rozzo boccale di terracotta e, dopo averlo gustato e trovato degno del palato di una regina, pare avesse esclamato “Non così umilmente ti si dovrebbe bere, bensì, berti in oro ” Da qui la fantasia dei produttori di vino romagnoli, che attribuisce a questo episodio, il nome della località di “Bertinoro”, famosa per i suoi vitigni e zona di elezione per la produzione dell’albana. Esiste un altro famoso vino proveniente dalle colline di Bertinoro, dal nome meno aulico dell’albana, ma più originale, è il “Pagadebit”, che in dialetto romagnolo significa che “fa pagare i debiti”. Questa denominazione è dovuta alla particolare caratteristica di resistenza a tutte le condizioni climatiche di questo vitigno che consentiva ai contadini di produrre vino anche nelle annate peggiori e di pagare così i debiti contratti.

Terra di buontemponi e di buonumore la Romagna e non so se questo sia da addebitare anche alla vasta produzione di vini. In queste zone da sempre viene preservata e incentivata la coltivazione di vari vitigni anche meno conosciuti che danno ottimi vini come il “Rambela” o il “Burson”, dal soprannome del suo scopritore (tira burson in dialetto significa cavatappi). Quest’ultimo vino, in occasione di una competizione nazionale per esperti del settore, tenutasi nel novembre scorso, ha sbaragliato nomi eccellenti come aglianico, primitivo, amarone e barbaresco. Alla faccia!

Dopo aver trattato origini latine,essere passata attraverso il dialetto locale, arrivo alle derivazioni straniere e non posso non ricordare un simpatico aneddoto legato a un soldato francese esperto conoscitore di vini che, arrivato in Romagna e assaggiato un ottimo bianco esclamò: “Très bien!” da qui il “Trebbiano” un altro fiore all’occhiello dei viticoltori romagnoli. Forse non tutti sanno che dal trebbiano un tale Jean Bouton, italianizzato Buton, ricavò il brandy più antico d’Italia, la Vecchia Romagna, che ottenne il Grand Prix con medaglia d’Oro all’esposizione universale di Parigi nel 1889. In realtà, leggende a parte, la vera origine del vino trebbiano DOC, dal caratteristico colore giallo paglierino, profumato e frizzante, di sapore asciutto e deciso, viene fatta risalire agli Etruschi e il nome deriva da Trebula città dell’Italia centrale e dal latino “trebulanus”. E’ tuttora un vino molto richiesto per esportazione, che non necessita di invecchiamento e si accompagna bene con molti piatti, soprattutto a base di pesce. Oggi è in gran voga per gli “happy hours” in quanto ottimo come aperitivo. Questo è un esempio di come cambi la moderna tendenza di valorizzazione del vino, mentre per gli antichi acquisiva un valore addirittura mistico. Le proprietà inebrianti lo connotavano in un’aura magica,religiosa addirittura, al punto da associare questa sublime bevanda al dio Dioniso. Il vino era un tramite dunque capace di mettere in contatto l’umano con l’aldilà, con il soprannaturale, un nettare che rendeva simili agli dei, offrendo l’illusione di eternità.

L’abitudine di bere vino è vecchia come il mondo. Fin dal libro della Genesi, si fa riferimento al vino,quando Mosè, terminato il diluvio e approdato finalmente a terra, pianta la vite e si ubriaca col suo vino. Le origini antichissime e il valore attribuito da sempre dagli uomini a questa bevanda vengono ritrovate fin dai documenti storici più antichi, citato ben 450 volte nella Bibbia, lo troviamo anche nel codice di Hammurabi dove erano previste pene severissime per chi adulterava il vino. Nei pressi di Ravenna, negli scavi archeologici del porto romano di Classe, sono emerse molte anfore vinarie in terracotta usate per la conservazione prima che i Galli ci facessero conoscere le classiche botti a doghe usate ancora oggi.

In conclusione pare innegabile l’importanza culturale del vino nella nostra terra di Romagna, di conseguenza ora capirete meglio quanto io, amante della storia, delle tradizioni e delle leggende e delle usanze della mia terra, sia affascinata da questo genuino prodotto dei nostri tralci, dunque non mi resta che alzare il calice e dirvi: "Prosit!”

Franca Poli

In giro per l’Italia: i vini di Romagna
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In giro per l'Italia: Civita di Bojano

25 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Civita di Bojano

Anche l’amico Alessio Spina ha raccolto il mio invito a parlarci del suo paese e, nello specifico, ha voluto mostrarci con le sue fotografie, Civita di Bojano. “Il mio personale pensiero, è mettere in evidenza le suggestioni ambientali e le grandi potenzialità dei luoghi in rapporto allo stato attuale di degrado e di abbandono.” Mi scrive amaramente Alessio che ama la sua terra ma è costretto a vederla sempre più abbandonata dagli amministratori locali. Una terra piena di risorse turistico-ambientali che non sono mai state valorizzate dalla politica che, al contrario, ha privilegiato la speculazione di una fallimentare industrializzazione del territorio. A Civita di Bojano, oltre alla caratteristica struttura del borgo medioevale, sono visibili tratti delle fortificazioni di epoca altomedioevale e i ruderi del castello normanno. Il castello, le cui rovine si trovano nel Borgo di Civita Superiore, faceva parte delle fortezze demaniali dell'imperatore Federico II e veniva amministrato da suoi castellani di fiducia. Secondo documenti dell'epoca è probabile che i castellani lo tennero in affidamento fino al terremoto del 1456. Scarse sono poi le notizie di un riutilizzo del castello dopo questo disastroso evento, anche se non sono da escludere lavori di restauro voluti forse dal vescovo Silvio Pandone nel 1513. Dal punto di vista architettonico il castello presentava una pianta allungata e due recinti: uno a nord e l'altro a sud di un corpo di fabbrica centrale nel quale era la residenza del conte o palatium; il primo recinto o ricetto era separato dall'altro da un fossato artificiale scavato nella roccia. Il ricetto era poi collegato al resto della fortezza da un ponte levatoio che immetteva in un ampio corridoio delimitato da massicce mura in cui erano praticate tre aperture che controllavano il fossato e svolgevano un' importante funzione difensiva. Un'ulteriore cinta muraria, che fortificava il castello, si univa alla cinta merlata che racchiudeva l'intera cittadella; un insieme di mura quindi di cui ancora oggi si conserva la parte occidentale, parte importante (Giudecca) perchè al proprio interno erano sorte delle piccole abitazioni riservate ad una colonia di ebrei, giunti al seguito di Federico II. (Franca Poli)

In giro per l'Italia: Civita di Bojano
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In giro per l’Italia: Bojano.

23 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l’Italia: Bojano.

Fotografie di Flaviano Testa.

Ancora una volta è l’occhio attento di Flaviano Testa che, con la sua macchina fotografica, ci presenta scorci panoramici e specifici particolari di questo paese così ricco di tradizioni, di storia e di natura. BOJANO ha origini antichissime, sorge ai piedi del massiccio del Matese, esattamente all’ombra del Monte La Gallinola, che lo domina, e a poca distanza dalla cima del Monte Miletto. Il paese è sorto su un altopiano che si trova a 480 slm., ed è sovrastato da Civita Superiore, borgo normano, che si trova arroccato sulla montagna, in posizione dominante rispetto all'abitato cittadino. Il territorio comunale è ricchissimo di sorgenti, fra cui vanno segnalate in località Pietre Cadute quelle del fiume Biferno, nonché coperto di vasti boschi prevalentemente di castagno, faggio, quercia e cerro. Ed proprio il binomio tra acque e natura a rendere unico questo territorio ancora poco conosciuto. Da segnalare la presenza dell'albero di castagno più antico d'Italia. Il Matese è una delle zone europee di primi insediamenti umani, come testimoniano importanti rinvenimenti paleolitici. Il geografo greco Strabone, narra come, a seguito di una guerra tra Umbri e Sabin, questi ultimi, risultati vincitori, promulgarono un Ver Sacrum (Primavera Sacra) in onore del dio Mamerte. I fanciulli vennero inviati a colonizzare nuove terre guidati dall'animale sacro al dio a cui erano stati consacrati: il bue. La rievocazione del Ver Sacrum si svolge ogni anno in città. È una rappresentazione scenica itinerante in costumi d'epoca, un'iniziativa che vuole portare all'attenzione di tutti la necessità di conoscere le proprie origini. La ricostruzione dei rituali si basa sulle notizie tramandate da scrittori greci e latini. Leggenda vuole che l'animale si fermasse alle fonti del Biferno per dissetarsi. Lì sarebbe stata fondata la città di Bovaianum, il cui nome chiaramente rimanda al bove. Molti documenti storici hanno tramandato lo stemma della città, ancora oggi adottato, recante un bue. Una curiosità, grazie alla vastità dei pascoli montani, Bojano è famoso per la produzione di squisite mozzarelle fresche e della scamorza molisana. Il latte è quello proveniente da mucche di razza Bruna alpina, genericamente allevate al pascolo brado. (Franca Poli)

In giro per l’Italia: Bojano.
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In giro per l'Italia: UNA SETTIMANA A BARIVECCHIA...TRA SACRO E PROFANO

17 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #giacinto reale

Come promesso, Giacinto Reale ci ha invitato ancora una volta insieme a lui a visitare la sua Bari. Trascorreremo una settimana addirittura, immersi nella tradizione, intenti alla visita ai monumenti, ma soprattutto all'insegna della buona cucina. Si parte allora, destinazione Barivecchia, e preparatevi ad allargare la cinta dei pantaloni  (Franca Poli)

 

 

UNA SETTIMANA A BARIVECCHIA….TRA SACRO E PROFANO di Giacinto Reale

 

Se avete un po’ di tempo, passiamo qualche giornata – già calda, in questa primavera - nella parte vecchia della mia Bari, della quale vi ho già raccontato qualcosa. Immaginiamo di starci una settimana, e vediamo cosa ci riserva ogni singolo giorno: - lunedì: giorno dedicato alle anime sante del Purgatorio, che pregano per i viventi e si aggirano, protettive, per i bassi e le viuzze. Per loro conserveremo un po’ di magro, mentre noi, anche per riprenderci da qualche eccesso del giorno di festa, ci accontenteremo di fagioli, lenticchie, fave…solo legumi, insomma. Possono bastare, e, alla fine, capirete perché; - martedì: giorno di S. Antonio delle 13 grazie. Per strada ci potrà capitare di incontrare qualche bambino vestito col saio, in onore al Santo, o in segno di riconoscenza per una grazia ricevuta. Sosta obbligata, quindi, davanti alla statua del Santo (ce n’è una, molto bella, nella chiesa di S Marco dei Veneziani), mentre tutt’intorno si spargono gli odori di saporiti piatti rigorosamente a base di pasta: vermicelli aglio e olio, spaghetti al sugo di cozze, etc; - mercoledì: giorno dedicato a San Nicola, che è anche il protettore di Bari. I vicoli sono pieni di gente che gioiosamente canta: “Sanda Necole jobbre bone tu faciste / tre fangiulli resuscitaste / tre donzelle maretaste / la viddua conzolaste / conzolisce la casa mè / famme la grazzie pè caretà” (“San Nicola opere buone tu facesti / tre fanciulli rsuscitasti / tre donzelle maritasti / la vedova consolasti / consola la casa mia / fammi la grazia, per carità”). La gioia prosegue al rientro a casa, dove ci aspetta la “tiedd’o furnne che patane, rise e cozze” (“tegame al forno con patate, riso e cozze), il piatto tipico della città. È leggero e il bis è quasi d’obbligo; - giovedì: giorno di Santa Rita e dei santi Medici, Cosma e Damiano. Per loro ci sono, qua e là nella città vecchia, alcune edicole votive, particolarmente curate dalle categorie professionali (per esempio, macellai e caffettieri) che ai due martiri del III secolo si affidano. Devozione speciale hanno anche gli ammalati (non c’è Ospedale che non ne abbia, in corridoio, una statua) Se poi le speranze sono proprio poche, non resta che il ricorso a Santa Rita, “la Santa degli impossibili”: basta avere fede e sperare nell’indomani. Per ora, accontentiamoci di “strascennat’e cime de cole” (orecchiette e cavolfiore…più o meno) o “megnuicche e cime de rape” (gnocchi e cime di rapa…più o meno; in effetti, si tratta di una pasta fatta in casa, spruzzata di acqua di mare – vibrione permettendo -); - venerdì: giorno triste, dedicato alla Madonna Addolorata, la cui statua, tutta vestita di nero, possiamo ammirare nella cripta della Cattedrale. Anche a tavola occorre essere “in tono”: “cecuere, cecuer’e fave, cime de rape stefate e cime de rape verde verde” (ceci, ceci con le fave, cime di rapa stufate, e cime di rapa verdi verdi –cioè lessate, con solo un filo d’olio a condirle); - sabato: giorno riservato alla Madonna di Pompei: obbligatorio recitare almeno un rosario; tollerato –recita durante - un pensierino a quello che poi ci aspetta a tavola, o meglio, in cucina. Sì, perché il sabato è il giorno per eccellenza dedicato alla “preparazione”: fettine di vitello (trasformate nelle classiche braciole) , cotenna (anche questa a mò di braciola), qualche pezzo di agnello, salsiccia e un po’ di filetto bollono nelle grosse pentole, immersi nel ragù che si mette a cuocere alle prime luci dell’alba e sino a mezzanotte è ancora sul fuoco, mestato e rimestato con un lungo cucchiaio di legno, nel timore che possa bruciare sul fondo del grande tegame di creta e perdere così il suo sapore. Alla domenica, quel ragù inonderà abbondanti piatti di pasta, ma, alla fine, non ne rimarrà traccia, perché carne e sugo spariranno, anche grazie al sapiente uso della “scarpetta”, una capace mollica di pane con la quale si può cogliere fino all’ultimo boccone dell’elaborata salsa. La sera della domenica, di norma, a letto senza cena. Se ne riparla il giorno dopo, ma, come abbiamo visto all’inizio, solo con un po’ di legumi. Buona passeggiata, e buon appetito!

Riso, patate e cozze

Riso, patate e cozze

Orecchiette con le cime di rapa

Orecchiette con le cime di rapa

Madonna addolorata in processione

Madonna addolorata in processione

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In giro per Bologna: Il Santuario di San Luca.

14 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per Bologna: Il Santuario di San Luca.

C’è un colle che domina Bologna: il colle della Guardia, dove sorge il santuario della Beata Vergine di San Luca. Una speciale devozione riservano i bolognesi a questa Madonna, anche quelli più atei hanno sempre in cuore che forse da lassù qualcuno li guarda e li protegge. All’interno del santuario è conservata un’icona che rappresenta una Madonna nera con il bambino. Secondo la leggenda sarebbe stata dipinta da San Luca, in realtà si tratta di una fantasia, in quanto la datazione dell’icona la fa risalire al XII secolo. Si narra sia stata reperita a Costantinopoli, nella chiesa di Santa Sofia, e che nella parte retrostante del quadro fosse indicato che doveva essere posizionata sul colle della Guardia. Fu consegnata per questo motivo al pellegrino Teocle Kmynia diretto in Italia, affinché ritrovasse il luogo dove volevasi dovesse essere collocata. Racconta la leggenda che il pellegrino si recasse a Roma, ma nessuno sapeva indicargli il luogo che stava cercando e che giunto, fortunosamente, sotto il palazzo dell’ambasciatore bolognese Pascipovero, ottenne finalmente le giuste informazioni e proprio lo stesso ambasciatore lo indirizzò a Bologna e gli consegnò le credenziali necessarie per recarsi al senato e dal vescovo. Così nel 1160, dopo tanto peregrinare, la Madonna venne portata e deposta sul monte seguita da una lunghissima processione. L’abitudine di seguirla in processione, ancora oggi, accomuna molti bolognesi che accompagnano a piedi la Madonna ogni anno quando scende in città e poi risale. Cerimonia che si svolge fin dal lontano 1433, quando durante l’estate violenti nubifragi si abbatterono sulle campagne, tanto da minacciare i raccolti e i fedeli la portarono per la prima volta in processione. Le piogge cessarono e da allora il rito si ripete e l’immagine sacra viene condotta a spalla per tutto il percorso lungo oltre 3 km e mezzo con un dislivello di 250 m. Degno di nota il tragitto che va dalla città al santuario: un porticato lungo oltre tre chilometri, composto da 666 archi, ciascuno contrassegnato con un numero progressivo. Il portico inizia a porta Saragozza con i primi 306 archi che conducono fino alla Certosa di Bologna, mentre gli altri 360 sono quelli situati in salita nel tratto collinare che va dal Meloncello, fino alla cima del colle della Guardia, questi ultimi sono intervallati da 15 cappellette che illustrano i misteri del rosario. Nel 1087 una giovinetta, tal Angiola, era fuggita di casa, nascondendosi nei boschi del colle della Guardia per non sottostare alle nozze combinate per lei dalla famiglia. Poco più tardi venne raggiunta da un’altra fanciulla, Angelica. Insieme si dedicavano alla preghiera e fu costruito un eremitaggio per tutte le ragazze che avessero desiderato unirsi a loro. Tra le prime ad arrivare, Azzolina e Beatrice da Guerzi, che portarono il supporto e le cessioni dell’ordine dei Canonici di Santa Maria del Reno, così all’arrivo dell’icona iniziarono il culto della Madonna di san Luca e nel 1194 venne costruita una chiesa a lui dedicata. Venerare la madonna di San Luca, come ho già detto, è un atto di devozione che appartiene ai bolognesi. Fin dalle prime opere per finanziare la costruzione del portico che doveva giungere al santuario parteciparono tutti i cittadini: donne, servitori, artigiani e nobili. La prima pietra venne posata il 28 giugno 1674 e nel giro di due anni fu coperto il tratto di pianura. Il tratto in salita fu iniziato nel 1706 e terminato nel 1715. Il compito di congiungere i due pezzi di porticato fu affidato all’architetto Carlo Francesco Dotti che realizzò lo scenografico arco del Meloncello che li unisce e da cui parte la salita. Perché proprio 666 archi? C’è chi sostiene che 666 sia il numero del demonio e che il lungo porticato rappresenti il serpente, che tortuoso si arrotola ai piedi della Madonna, schiacciato e sconfitto. Non tutti ricordano che un tempo si poteva salire fino al santuario in funivia. La funivia di San Luca fu inaugurata il 14 maggio 1931 in occasione dell'Esposizione del Littoriale (il nome che avevano dato allo stadio oggi Dall’Ara) la funivia per San Luca può ben dirsi quindi figlia del Ventennio. Realizzata con tecniche definite all'epoca decisamente innovative, fu collaudata nel 1930 e aperta al pubblico il 21 aprile del '31 sotto la direzione dell'ingegner Ferruccio Gasparri. La gestione venne affidata alla SACEF (Società Anonima Costruzioni ed Esercizio Funivie) che ne aveva ottenuta la concessione nel '28. Aveva due cabine che portavano 18 passeggeri ognuna: mentre una saliva l'altra scendeva, cosicché ce n'era sempre una pronta a partire in tutte e due le stazioni distanti tra loro 1372 metri. Un unico pilone alto 25 metri sosteneva le campate dei cavi il più grosso dei quali (quello di sostegno) aveva un diametro di 46 millimetri. Nel corso degli anni successivi al 1960 problemi di costi di gestione e manutenzione portarono alla chiusura dell’impianto senza che nessun ente pubblico muovesse un dito per salvarlo. Dopo vari tentativi effettuati da parte del direttore degli impianti, si arrivò all'epilogo. "Da domani ferma la funivia per San Luca", titolò il Resto del Carlino del 7 novembre 1976. I bolognesi si allarmarono e protestarono, ma ormai era troppo tardi. Quelle poche righe sul Carlino furono l'insolito epitaffio per la nostra funivia, di cui restano oggi solamente alcune malinconiche cartoline illustrate, un pilone desolato ancora in piedi a mezza costa e forse un po' di nostalgia per chi come me ricorda di esserci salito e di aver goduto del panorama mentre si “volava” sospesi nel vuoto.

In giro per Bologna: Il Santuario di San Luca.
In giro per Bologna: Il Santuario di San Luca.
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In giro per l’Italia: Agnone

6 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

Fotografie di Flaviano Testa

Agnone è un paese fantastico situato nell’alto Molise. La tradizione vuole che questa ridente cittadina sia sorta sulle rovine della città sannitica Aquilonia, distrutta dai Romani durante la conquista del Sannio: nella zona sono stati recuperati diversi reperti archeologici, come la stele funeraria di Vibia Bonitas, attualmente conservata al Teatro Italo Argentino, nel centro storico della città. Lo sguardo attento ed esperto di Flaviano Testa ci porta alla scoperta di alcuni particolari di momumenti e scorci che catturati con la macchina fotografica. Nel solo centro abitato si trovano tredici chiese, a testimonianza della forte influenza che esercitava nei secoli addietro il Vaticano in questo lembo dell'Alto Molise. Tra le chiese medioevali più belle certamente va compresa la chiesa di sant’Emidio di cui vediamo nelle fotografie due particolari del meraviglioso portale, prodotto artistico degli abili scalpellini agnonesi. Non meno interessante è l'architettura civile del paese: il centro storico è di chiaro stampo veneziano, infatt, avventurandosi lungo le stradine del borgo antico, ci si imbatte di frequente nelle caratteristiche botteghe veneziane e in piccole statue di pietra raffiguranti, per l'appunto, leoni veneziani. Interessante è la piazza principale del centro storico, piazza Plebiscito, anticamente detta piazza del Tomolo, nella quale confluiscono sette strade che partono da altrettante zone del borgo antico e che ospita una caratteristica fontana marmorea risalente al 1881 (anno della costruzione del primo acquedotto urbano agnonese). Nell’ultima foto Flaviano ci presenta Le campane di Agnone: un binomio inscindibile almeno come quello che vede indissolubilmente legata la vita, lo sviluppo e l’economia di Agnone e la Pontificia Fonderia Marinelli, vera e propria istituzione tra le tradizioni artigianali molisane: da oltre mille anni, infatti, i campanari di Agnone tramandano di generazione in generazione l’arte della fusione delle campane, e questa fonderia modello, celebre in tutto il mondo, si avvia ormai per il quarto secolo di storia. (Franca Poli)

In giro per l’Italia: Agnone
In giro per l’Italia: Agnone
In giro per l’Italia: Agnone
In giro per l’Italia: Agnone
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"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

4 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #storia

"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

"Una piccola pietra" di Emilio Guarnaschelli

1998, 320 p.

Curatore Masutti Nella

Editore Marsilio (collana I tascabili Marsilio)

Questo libro racconta la terribile storia di un giovane partito volontariamente per l’Unione Sovietica e che fu prima mandato al confino in mezzo alla steppa russa, poi,in seguito all’ingiusta accusa di propaganda antistalinista, rinchiuso in un gulag, dove trovò la morte. In una serie di lettere che Emilio Guarnaschelli scrisse al fratello maggiore Mario, rimasto in Italia, vengono efficacemente descritti la tragica vicenda della sua vita e i suoi sentimenti. Sono narrati dalla viva voce del protagonista i tormenti di un ragazzo illuso dal paradiso di uguaglianza e giustizia che avrebbe dovuto trovare raggiungendo quel paese, quando l’Unione Sovietica era ancora considerata la terra promessa dei lavoratori di tutto il mondo e molti italiani si erano trasferiti volontariamente in Russia fra il 1920 e il 1935, ma che, al contrario, si rivelò per lui un inferno. Questo tristissimo libro racconta anche una bella storia d’amore fra Emilio, un entusiasta, intelligente, brillante, pieno di spirito e Nella, innamorata di lui che, contro la volontà dei genitori, lo raggiunse da Mosca, fino al confino di Pinega. “Pensai che Nella aveva certo bisogno di cibarsi, di pulirsi, ma io non avevo nulla da offrirle. Nulla ho detto e mai come in quel momento soffrii per la mancanza di…cosa? Di tutto perdio!” scriveva Emilio al fratello in quell’occasione. I due innamorati si sposarono e vissero in una camera che era un buco infestato da scarafaggi, cimici e topi, riuscendo a nutrirsi scarsamente, rubarono un po’ di fieno per fare due cuscini da poggiare su un letto di paglia, e soffrirono ogni giorno freddo e fame. Ricevere un po’ di rubli dall’Italia, quando riuscivano ad averli, perché non sempre venivano loro consegnati, significava poter comprare farina, cereali e fiammiferi, cose di prima necessità. Un pacco poi era sicuramente un regalo inatteso e insperato “Eravamo tanto contenti che non ti dico (….) io mangiai subito un fico e Nella ha succhiato una caramella…” riusciva a scherzare Emilio davanti a un pacco ricevuto dal fratello. Dopo la situazione divenne anche peggiore, quando Emilio fu trasferito in un gulag, alla moglie fu impedito di seguirlo e di lui poi non si ebbero più notizie. Il libro vide la luce grazie alla testardaggine di Nella Mansutti, determinata a far conoscere a tutti la tragica vicenda del suo Emilio. Al suo ritorno in Italia riuscì, dopo tanti dinieghi, a ottenere le lettere spedite dal marito al fratello Mario e presentò il rapporto epistolare completo alla casa editrice Feltrinelli per farlo pubblicare. Passò del tempo, ma non ebbe risposta alcuna, attese alcuni anni, poiché nessuno voleva offuscare l’immagine specchiata che il Partito comunista conservava in Italia. Alla fine si decise a farsi restituire le lettere dalla Feltrinelli e le presentò, nel 1979, a una casa editrice francese che pubblicò subito il libro intitolandolo “Une petite pierre”, libro che divenne un grande successo editoriale. Solo nell’82 “Una piccola pietra “ fu pubblicato anche in Italia da Garzanti. Una testimonianza ancora oggi conosciuta da pochi, negata da molti, una goccia nel mare di menzogne che hanno soffocato coloro che hanno provato a raccontare ciò che successe. ”Così stanno le cose , cari compagni. Vi devo dire l’atroce verità:ci siamo sbagliati!” .Questo è il testamento spirituale di Emilio Guarnaschelli.

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L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

30 Marzo 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #storia

L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani in Crimea

Edizioni Settimo Sigillo Europa – 2009

Giacchetti Boico Gulia- Vignoli Giulio

II libro è scritto a quattro mani da Giulia Giacchetti Boico e Giulio Vignoli. Giulia è nipote di deportati e vive e opera a Kerc in Crimea. Giulio Vignoli è docente all'Università di Genova. Scrive Giulia: "Tutta la strada da Kerc al Kazakistan è irrigata dalle lacrime e dal sangue dei deportati o costellata dai nostri morti, non hanno ne tombe, né croci". In questo libro si narra dell’olocausto dimenticato di una minoranza di Italiani che si era stabilita in Crimea fin da tempi antichissimi. Le prime presenze risalgono addirittura all’Impero Romano, per arrivare alla Repubblica di Genova e Venezia, ma è in epoca moderna che si ebbe il più importante flusso migratorio, si trattava di circa duemila persone provenienti soprattutto dalla Puglia. Erano italiani poveri dediti principalmente all’agricoltura. Partivano verso quello che per loro appariva come un nuovo Eldorado: clima mite, terre fertili, mari pescosi. La comunità si inserì perfettamente nel tessuto locale, si stabilì principalmente nei pressi della città di Kerc e, in pochi decenni, divenne una delle più ricche e ammirate grazie alle sue grandi capacità imprenditoriali e commerciali. I problemi cominciarono con la Rivoluzione d’Ottobre. “Espropriati della terra e privati della possibilità di professare la propria fede” molti italiani ritornarono in Patria. A quelli che rimasero fu imposta la “russificazione” : era loro vietato parlare italiano e furono costretti a cambiare i cognomi. La storia della piccola comunità in Crimea si intrecciò con la complessa tragedia del comunismo sovietico. Nell’ambito del piano di collettivizzazione delle campagne, le autorità sovietiche promossero nei pressi di Kerch la costituzione di un colcos italiano dal suggestivo nome “Sacco e Vanzetti”. I nostri connazionali, piccoli proprietari terrieri, provarono a resistere e continuarono a lavorare alacremente la terra come sapevano fare loro, senza adeguarsi troppo alle restrittive regole di quella che era una specie di cooperativa agricola di produzione. Accadde così che nel fallimentare deserto della collettivizzazione sovietica, il colcos italiano primeggiò e superò tutti gli obiettivi pianificati risultando, grazie all’efficienza dei nostri agricoltori, il più produttivo di tutta la Crimea. Questa prerogativa fu causa, insieme alla relativa agiatezza dei coloni e alla religione professata, di invidie e sospetti. Furono proprio i dirigenti italiani del Comintern che cominciarono a tenere sotto stretto controllo la comunità di Kerch, in quanto le qualità degli italiani, la loro capacità produttiva, la relativa indipendenza dai nuovi dettami che riuscivano a conservare nel lavoro, risultava essere poco consona alla disciplina del partito. Proprio per educarli ai nuovi metodi, fu inviata a Kerch una delegazione speciale di controllo. Capo della missione rieducativa, che poi si rivelò punitiva, fu Paolo Robotti, cognato di Togliatti, presidente del “club degli emigrati” a Mosca e responsabile delle innumerevoli sparizioni di connazionali, avvenute durante le purghe staliniane grazie ai suoi verbali delatori consegnati a chi di dovere. Di ritorno a Mosca, dopo l’importante incarico avuto, scrisse nel suo resoconto di aver sistemato al meglio la situazione al colcos italiano, di aver dato la giusta impronta in modo che avrebbe ripreso nuova vita e prosperità, di aver chiuso la scuola religiosa e rispedito il prete in patria. In realtà la visita di Robotti rappresentò il primo atto della tragedia degli italiani in Crimea. La “pulizia”, da lui guidata con l’ausilio degli agenti del NKVD, condusse alla deportazione di intere famiglie, alla divisione e lacerazione di altre e alla sommaria esecuzione di molti innocenti. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale la situazione precipitò. Gli italiani di Crimea furono considerati automaticamente nemici e fascisti, vennero deportati nei gulag in Siberia e in Kazakistan. Intere famiglie dovettero sostenere prima viaggi allucinanti nei vagoni piombati poi lunghe marce nelle steppe congelate dell'Asia, ridotti alla fame, soggetti a privazioni e stenti che condussero alla morte di molti, in particolare di quasi tutti i piccoli. Una volta giunti a destinazione, i deportati vennero collocati in baracche sperdute e nutriti con erbe e radici. In tali condizioni i decessi nelle località d’arrivo, dopo quelli avvenuti durante il viaggio, furono numerosissimi e la comunità di Kerch fu cancellata. Oggi sono in tutto meno di 400 gli Italiani rimasti, hanno costituito il circolo culturale “Il Cerchio”, dove la infaticabile presidente Giulia Giacchetti Boico tiene vivo il lume delle origini. Predispone corsi di lingua italiana, intrattiene rapporti culturali col nostro Paese, organizza scambi di studio per i ragazzi di Kerch, perché anche visitare la Penisola, seppur solo per un breve soggiorno, non è facile per i figli e i nipoti dei sopravvissuti ai gulag. Giulia si batte per ottenere il riconoscimento alla cittadinanza italiana e lo status di minoranza deportata all’intera comunità, poichè con i documenti distrutti e i nomi cambiati, tornare ad essere cittadini italiani è diventato “un sogno”. Da qualche anno l’associazione, il 29 gennaio, per non dimenticare gli Italiani uccisi o scomparsi, tiene a Kerch la “Giornata del Ricordo Italiano”, organizzando una toccante cerimonia col rito dei garofani rossi gettati nel Mar Nero congelato. È a dir poco commovente l’adesione conservata e rinnovata alle tradizioni di origine e a un Paese che, almeno finora, non si è meritato tanto attaccamento, visto che che l’Italia ufficiale non si è ancora fatta viva per riconoscere e ricordarsi di questi Italiani prima perseguitati e poi ignorati. “Molti di noi non sono mai stati in Italia, eppure se glielo chiedi ti risponderanno che quella è la loro Patria,” dice Giulia Giacchetti Boico “La deportazione degli italiani non è stata ancora riconosciuta ufficialmente dall’Ucraina e in Italia non se ne sa quasi niente” La pubblicazione, arricchita da importantissimi documenti e da testimonianze inedite, vuole far conoscere i terribili eventi patiti dagli Italiani e sensibilizzare l'opinione pubblica e la classe politica dell'Italia e dell'Ucraina. Per questo il libro è scritto in italiano, russo e ucraino: “perché tutti intendano, anche chi non vuole intendere.” II volume vuole essere dunque “un grido di aiuto dei superstiti, dopo tanti anni passati dalla strage, perché venga riconosciuto il loro olocausto, un grido che squarci il velo di indifferenza e di oblio”.

La cerimonia dei garofani

La cerimonia dei garofani

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In giro per l'Italia: Frosolone

26 Marzo 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Frosolone

Flaviano Testa, nel raccogliere l’invito fatto per raccontare delle nostre città e delle tradizioni che arricchiscono i paesi italiani, mi ha inviato delle fotografie da lui scattate personalmente per accompagnarci in una visita guidata per le vie di Frosolone, nel Molise. Frosolone è un piccolo centro, dal fascino singolare, che si stende mollemente ai piedi di una montagna suggestiva nella verde provincia di Isernia. E’ un antico borgo di memorie storiche e antichissime tradizioni, che offre al visitatore e al turista del nostro tempo la sensazione di rivivere, insieme ai luoghi e alla gente del paese, suggestioni non molto diverse da quelle che dovevano provare gli antichi fondatori del paesino. Flaviano, che ama la sua terra e conosce i segreti della fotografia, ha saputo cogliere gli angoli nascosti dei vicoli e, con occhio attento, è andato oltre le mura dei palazzi antichi, offrendoci così l’espressione laboriosa degli artigiani dei coltelli all’opera per le strade. E’, infatti, la forgiatura delle lame un’usanza antica che ancora viene praticata a Frosolone da maestri artigiani. (Franca Poli)

fotografie di FLAVIANO TESTA

In giro per l'Italia: Frosolone
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In giro per l'Italia: Bari vecchia

24 Marzo 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #giacinto reale

In giro per l'Italia: Bari vecchia

Giacinto Reale è un amico, un uomo colto e sensibile. La sua cultura si evince dai suoi articoli, la sua sensibilità la dimostra avendo raccolto il mio appello per parlare della sua città. Dalle sue parole traspare amore peri vicoli, per i muri, per le usanze, le tradizioni e la cucina di un luogo che ha lasciato oramai da tanti anni, ma che porta ancora nel cuore. Nel suo accompagnarci a spasso per Bari Vecchia, ha saputo cogliere odori e colori come solo il cuore “innamorato” di chi vi è nato e cresciuto avrebbe saputo fare. E’ un piacere avvicinarsi a luoghi sconosciuti quando tanta familiarità ci viene trasmessa dal nostro accompagnatore. Aspettiamo dunque il prossimo tour che l’amico Giacinto ci ha già promesso.(Franca Poli)

BARI VECCHIA

Fino a qualche (un bel po’, in verità) anno fa, avventurarsi per il dedalo di viuzze di “Bari vecchia” poteva essere un’avventura, per il rischio di perdersi tra stradine che giravano in tondo, e per la possibilità di essere oggetto delle attenzioni di qualche malandrino interessato alla borsa della vostra compagna o a un orologio da polso molto “appetitoso”. Ora la situazione è migliorata: sono bastati una bella imbiancatura generale alle mura, una discreta opera di dissuasione su qualche irriducibile malavitoso, un po’ di incentivi a bar, ristoranti, pub e locali che volessero lì iniziare l’attività. Il quartiere è così rinato a nuovo splendore (e i prezzi dei pochi appartamenti disponibili sono saliti di conseguenza) e “locali” e turisti si avventurano tra strade strette e tortuose per impedire al vento di mare di flagellare i passanti, case addossate le une alle altre per tenere al caldo la gente, archi che riparano dalle intemperie e ospitano edicole votive oggetto di culti secolari. Passeggiando, si è accompagnati dal chiacchierio delle donne che, davanti alla porta di casa, pelano patate, lavano pentole, preparano orecchiette che poi stenderanno al sole ad asciugare… Sedie e panchetti non mancano, e, se è estate e vi prende il coccolone, nessuno vi rifiuterà una sosta e un bicchiere d’acqua. Acqua che arriva fresca e buonissima dal “basso”, caratteristica casa a pianoterra, difesa da una porta che si sbarra solo a sera, quando “rientra” pure l’immaginetta di San Nicola (o anche il laicissimo ferro di cavallo) che vi è appesa e alla quale è affidata la protezione contro invidia e malocchio. A difendere l’intimità familiare, quando è necessario (nelle ore dedicate al riposino post prandium, per esempio) basta una porticina a vetri opachi o coperta da una tendina, sicuro riparo anche contro il maltempo, talora sovrastata da un balconcino con balaustre panciute, quasi barocche. Le inferriate di tali balconcini sono prudenzialmente spesso coperte da panni e da cartoni, che danno loro un’immagine vagamente spagnoleggiante, ma hanno lo scopo di impedire che qualche sguardo malizioso possa dalla strada indovinare le nascoste virtù delle bellezze meridionali che vi si affacciano. Dicevo delle immaginette “antimalocchio”… Ricordo di aver letto che, su una porta di via della Quercia, la stessa funzione è affidata ad una grezza testa di pietra coronata da un turbante che la fa sembrare, appunto, una ”cape du turchie” (“testa di turco”). L’immaginario popolare allude ad un turco malandrino che, chissà come e chissà perché, qui ebbe la testa mozzata dai fedeli cristiani, forse perché intenzionato a violare la sacra intimità domestica. Si è fatta quasi ora di pranzo, ed entro in uno di quei caratteristici locali di cui vi dicevo: orecchiette con le rape, braciola di cavallo e un buon vino locale mi accompagneranno ad un riposino indispensabile…prossimamente, però penso di tornarci, c’è ancora tanto da vedere e …da scrivere. (Giacinto Reale)

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