Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

franca poli

Vite spezzate

22 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Vite spezzate

Sono appassionata di storia, mi soffermo volentieri sulle notizie riguardanti la seconda guerra mondiale e ascoltavo, fin da piccola, i racconti dei nonni sulle battaglie avvenute nel nostro territorio preferendoli alle fiabe dei fratelli Grimm. E' facile dunque intuire quanto mi sia lasciata prendere dal racconto letto nella raccolta anastatica (2000-2009) del “bafion” un giornalino a tiratura locale, trovata per caso in una sala d'aspetto del mio dentista. Nel cimitero di Conselice, giusto alla sommità della 13a arcata del porticato, c'è una lapide con incisi i nomi di quattro giovani morti durante la guerra in terra di romagna: Carlo Quadrati, Mauro Monopoli, Costante Viviani e Franco Lualdi, tutti appartenenti al Battaglione Lupo della X Mas e morti nel 1945, mentre combattevano lungo l'argine del Senio. Il Battaglione Lupo fu costituito tra il gennaio e l'aprile del 1944 a La Spezia e così chiamato per ricordare le gesta eroiche della torpediniera “Lupo”, che era affondata combattendo al largo della Tunisia nel dicembre 1942 (quando già aveva avuto lo stendardo decorato di medaglia d'argento al V.M per un combattimento navale del maggio 1941) Dopo aver operato sull'appennino ligure-emiliano e in Piemonte, l'unità, nel dicembre del 1944, venne schierata contro gli angloamericani sul fiume Senio, in romagna. Furono tre mesi di scontri durissimi, in prima linea senza avere il cambio, contro forze enormemente superiori, soverchianti e le compagnie subirono un altissimo numero di perdite. Nel marzo del 1945 il reparto venne ricostituito e il 20 aprile tornò in linea, per combattere l'ultima disperata battaglia contro il nemico oramai dilagante. Poi venne la resa il 30 aprile, in Padova e il successivo internamento dei componenti del battaglione “Lupo” nel campo 211P.O.W. di Algeri e quindi a Taranto, dove il 16 aprile1946 il comandante Strippoli sciolse l'unità. Vi ho citato brevemente la storia del Battaglione “Lupo”, poiché le vicende umane dei quattro giovani venuti a morire nella campagna romagnola, sono strettamente legate allo stesso. Infatti nel resoconto del comandante Strippoli sullo schieramento del suo battaglione sul torrente Senio, viene raccontato: “Ai primi di gennaio del 1945 la 1a Compagnia si spostò ad Ovest di Alfonsine, lungo l'argine sinistro del Senio, dove da parte nemica era molto intensa l'attività delle pattuglie” e dove Mauro Monopoli offertosi di individuare uno dei centri di fuoco che controllavano le nostre posizioni, consapevolmente e con coraggio, si avventurò su un campo minato... si abbattè al suolo colpito dallo scoppio di una mina.” Nel resto del racconto si trovano notizie anche su Franco Lualdi. “È nel settore di Fusignano dove operava la 2a Compagnia che nella notte dal 15 al 16gennaio 1945 il guardiamarina Cardillo e il sergente Lualdi uscirono dalle linee per un'azione di pattuglia, ma scoperti e bersagliati dal nemico si abbatterono gravemente feriti. Ritrovati da un'altra pattuglia e trasportati in ospedale successivamente vi decedettero.” I quattro giovani erano stati sepolti in un primo momento nel cimitero di guerra tedesco, costruito provvisoriamente nella zona dell'attuale cimitero, poi furono riesumati nel luglio del 1962 e, quando i caduti germanici vennero trasferiti nel sacrario tedesco del passo della Futa, loro furono tumulati in Conselice, dove oggi però riposano solo solo i resti di Costante Viviane e Franco Lualdi. Infatti dai documenti trovati in municipio è stato possibile verificare che dopo le ricerche fatte sulla provenienza dei soldati per restituire le salme alle famiglie di origine: i resti di Carlo Quadrati erano stati trasferiti nel giugno 1970 al cimitero di Massa Carrara, quelli di Mauro Monopoli nel marzo 1970 a Pisogone. Nei dati riportati, il foglio dell'anagrafe recitava così: classe 1926, deceduto l'8 febbraio 1945 in comune di Conselice, residente a Pisogone di Brescia,operaio, celibe, di anni 19 nato da Natale Monopoli e Mastromauro Anna. Ulteriori ricerche svolte a Pisogone hanno poi permesso di rintracciare ancora in vita Luciano Monopoli fratello di Mauro, nato nel 1940. “Avevo quattro anni” ricorda nel corso di una comunicazione telefonica” quando mio fratello si arruolò nella X MAS- 1a Compagnia, Battaglione Lupo. Dopo l'8 settembre del 1943 molti si erano trovati davanti alla scelta di diventare disertori, oppure arruolarsi nell'esercito della RSI, i miei mi raccontarono che mio fratello fece volontariamente quest'ultima scelta. Finita la guerra mio padre, morto poi nel 1957 e mia madre, deceduta alcuni anni fa, fecero ricerche e solo nel 1970 venimmo a conoscenza che mio fratello era sepolto a Conselice. Mia madre potè così finalmente piangere e pregare sulla tomba di Mauro.” Oggi dopo aver letto questa storia, ho sentito il dovere di recarmi sulla tomba dei due soldati in grigioverde a posare un fiore."

Vite spezzate
Mostra altro

'Ma quant'è bella Napule

15 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia, #luoghi da conoscere

'Ma quant'è bella Napule

Assunta Castellano parla in questa poesia dialettale della sua Napoli, città che ama e che sente pulsare dentro insieme al cuore. Napoli va capita “si 'a saje guarda' comm''a na 'nnammurata” e non te ne distacchi più.

“Napule è mille culure” dice Pino Daniele in una sua famosissima canzone, ma Napoli non è solo mille colori, Napoli è mille sapori, mille profumi, mille contraddizioni, mille emozioni. Ad ogni stagione presenta un nuovo vestito e ti affascina, ti innamora ”si pure chiove...nc'e' sta sempe 'o sole..'o stesso sole ca puorte dinto 'o core... si te' ncontra'... cu 'a nnamurata toja!!!” (Franca Poli)

'Ma quant'è bella Napule

Assunta Castellano

Ma quant'è bella Napule

si 'a saje guarda'

comm''a na 'nnammurata

ca tutt''e jorne

se 'mbelletta

e gghiesce..

e tutt''e vvote..

cagna nu vestito..

mo' e' sgargiante

cu tanta sciure 'mpietto

dimane invece po'

se veste a' lutto..

'O cielo cagne..

e cagne pure 'o mare..

pure 'e prufume

cagneno...

so delicate e ddoce

mprimmavera

cu 'e primme viole

cu 'a faccella nfosa..

mentre 'a staggione

se carreca 'e culure...

'e sciure arance

e frutte avvelutate

si po' trase l'autunno..

e che culure

dinto 'a sti campagne..

e che tramonte 'e fuoco

te cunsegna...

a Napule pure vierno

e' sempe allero..

si pure chiove..

nc'e' sta sempe 'o sole..

'o stesso sole

ca puorte dinto 'o core..

si te' ncontra'..

cu 'a nnamurata toja!!!

Mostra altro

In giro per l'Italia: Sciacca.

13 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Sciacca.

Mi scrive Vincenzo, Enzo per gli amici, mandandomi alcune fotografie della sua Sciacca, da cui vive lontano e che gli manca. Descrive il suo paese natio con l'affetto e la nostalgia di chi è costretto a convivere con il ricordo di un cielo che mai è così azzurro a Bologna.

Sciacca é tutta bella:circondata dalla natura, ha davanti a sé la distesa infinita del mare più azzurro d'Italia, alle spalle la domina il monte San Calogero, dove sgorgano da millenni meravigliose acque termali e poco lontano troverai le antiche città greche di Eraclea Minoa, Selinunte e la famosa Valle dei Templi dove ancora si respira la storia che fece grande la mia terra.”

Sciacca si trova in Sicilia, in provincia di Agrigento per l'esattezza, si affaccia sul Mediterraneo dalle coste occidentali dell'isola, un paese che ha origini antichissime, il che è convalidato dal ritrovamento di scheletri umani, alcuni segni grafici e dalla ceramiche rinvenute nella grotte del monte Cronio (San Calogero) che risalgono al periodo di transizione tra l’età della pietra e quella dl bronzo. Sciacca assunse importanza e conobbe periodi di splendore sotto il dominio dei Greci per le Terme di Selinunte , ancora oggi famose per le spiccate proprietà terapeutiche di fanghi, bagni, vapori e inalazioni . La leggenda vuole che fosse Dedalo, esperto di labirinti, l'artefice delle grotte, che raccolgono i vapori da un'attività vulcanica attiva nel sotterraneo del monte.

Arrivati al porto si potranno contare varie centinaia di natanti, pescherecci e piccole imbarcazioni dove migliaia di residenti sono impegnati nella pesca, una delle principali attività del paese. Immagini d’altri tempi, fatte di uomini che lavorano tra mare e terra senza fermarsi e grida e chiacchiere che si confondono nell’aria densa di salsedine

continua Vincenzo poi ci parla dei monumenti che arricchiscono la sua città. “Palazzo Scaglione è una dimora settecentesca che racchiude le opere d'arte e gli oggetti raccolti dal collezionista Francesco Scaglione. Vi sono esposti quadri di artisti siciliani, incisioni, ceramiche, monete e reperti archeologici. Poi c'è la Piazzetta Scandaliato, una meravigliosa piazza-belvedere da dove si ha una magnifica vista sul mare e il porto variopinto, brulicante di navi. Ad ovest si erge la settecentesca chiesa di San Domenico e, sul lato più lungo, l'ex collegio dei Gesuiti, oggi sede del Comune.

Ma a Sciacca si sanno anche divertire, la città è nota fra l'altro per il suo storico carnevale. Una festa popolare che crea colore fra le vie pullulanti di persone, divertimento assoluto, spensieratezza e la maestà dei carri allegorici richiama nella città termale visitatori provenienti da tutta Italia. Una preparazione che inizia cinque mesi prima: inni, recite, coreografie, spettacolari movimenti dei pupi in cartapesta e la sfilata dei carri allegorici nel pieno centro storico. Tutta la popolazione e i turisti si radunano a ballare, mangiare e bere intorno a “Peppe Nappa”, maschera simbolo e re incontrastato del carnevale di Sciacca.

Nell'artigianato saccense occupa il primo posto l'arte della ceramica. Grazie al ritrovamento a Sciacca di forni per la cottura e pezzi di maiolica, è possibile affermare che Sciacca era centro di produzione e di commercializzazione di ceramica fin dai tempi più remoti. Attualmente decine di botteghe producono, con le stesse antichissime tecniche: vasellame, ceramiche di arredamento, pezzi per l'arredo urbano, piastrelle, statuette, oggetti religiosi e tanti altri svariati prodotti.

Enzo conclude la sua lettera con un brano della poesia “Spartenza” di Salvatore Equizzi, un poeta siciliano. Spartenza non significa semplicemente partenza, ma anche distacco, partenza senza speranza e con queste parole ci vuole significare la sofferenza di tanti siciliani che sono costretti a lasciare la loro terra

Vola lu trenu, vola e pari a mia c'avissi l'ali e tagghiria li venti, pirchì mi porta luntanu di tia, di la me casa e di li miei parenti.....

"Va bene, bando alle malinconie, torno alla spiaggia e vi aspetto ...tutti!" Enzo

(Franca Poli)

In giro per l'Italia: Sciacca.
In giro per l'Italia: Sciacca.
In giro per l'Italia: Sciacca.
In giro per l'Italia: Sciacca.
In giro per l'Italia: Sciacca.
Mostra altro

Due poesie di Assunta Castellano

9 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

Due poesie di Assunta Castellano

Vi presento un'amica, una bella persona, si chiama Assunta Castellano, è di Napoli e io amo molto le sue poesie, sia quelle vernacolari che quelle in lingua. E' con le sue stesse parole che voglio farvi conoscere un po' del suo carattere

Sono una napoletana verace e come ogni cittadino napoletano che si rispetti, ho nelle vene l'amore per la pittura e nell'anima la poesia,scrivo prevalentemente in lingua napoletana in quanto la trovo molto musicale ed e' quella in cui riesco ad esprimere al meglio le mie sensazioni. Non mi ritengo una poetessa,anche se molti mi appellano come tale. Ho a mio carico diverse antologie ed un libro tutto mio che scrissi nel 1997.Mi piace spaziare sia quando scrivo che quando dipingo, non amo gli spazi angusti né le rime baciate, a parte qualche eccezione. Adoro scrivere anche per i bambini. Sono una persona... ma penso che questo non sia compito mio,ma di chi avrà modo di leggermi. Un grazie di cuore a tutti e buona lettura!!

Vi propongo qui di seguito due poesie di Assunta, liriche delicate che esprimono profondi sentimenti, capaci di toccare le corde dell’anima. La prima, “Inesorabile tempo”, è poesia capace di mutare lo stato emotivo di chi la riceve e ci scuote con l'amara certezza che il tempo nemico “scorre fra le dita “e passa velocenell'angoscia che si fermi”. Con la seconda l'autrice ci parla di “Un amore” una poesia dunque, che può essere goduta da tutti, o se non da tutti, da molti, perché l'amore fa parte della vita di ogni persona. Per concludere rubo le parole a un attore, regista che tanto mi piace Giancarlo Giannini quando dice “È vero che il poeta scrive le parole, ma è bello leggere la poesia tra una riga e l'altra, cioè nello spazio bianco, quello spazio che ti lascia la possibilità di fantasticare e di pensare al sottotesto.” (Franca Poli)

INESORABILE TEMPO

Come sabbia

scorre tra le dita

il tempo

si ferma giusto un attimo

lì... tra le tempie e batte

incerto

confusi ormai i pensieri

come nuvole di marzo

alternano

sole... vita e voglia di sapere

conoscenza

confusa o volutamente ignorata?

Passa

nell'angoscia che si fermi

il tempo

e tu umile e rassegnato uomo

cerchi

in quell' ultimo anelito di vita

l'amore

che non fu tuo come volevi

transito

breve ed intera parentesi d'amore.

UN AMORE

Rapita da un sole morente

sulla fresca risata del mare

che portava conchiglie tra i denti

mentre il verde smeraldo lontano...

dipingeva sulla mia pelle

le due ali di un bianco gabbiano;

Sulla spiaggia deserta

le orme

percorrevano antichi sentieri...

e cantava una vecchia canzone

di un settembre di foglie gia' morte;

Poi fu tutto un bagliore di luci

tra le mura di antiche vestigia..

ci perdemmo infilando parole

che di perle tenevano strette

le due bocche anelanti d'amare;

Non fu piu' forestiero il tuo cuore

e albergammo in un solo capanno...

un sol corpo

e due anime tese

come archi centrati all'amore!!

Mostra altro

Visitando Lisbona

6 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

Visitando Lisbona

Una città grande e piccola a un tempo, si stende su erte colline e improvvise discese presentando al visitatore attento un paesaggio romantico e malinconico, alternando scorci panoramici da mozzare il fiato a quartieri nuovissimi e moderni. Una città vecchia e contemporaneamente viva che ti fa sentire subito a casa, che ti lascia un ricordo intenso e un forte desiderio di tornarci. Quando te ne vai sorvolando l'estuario del Tago ti sembra ancora di sentire le note del fado, il canto più dolce e struggente che hai mai ascoltato. Una musica che si sposa con la storia di un piccolo paese divorato dall’immensità dell’oceano e che, come scrisse il poeta portoghese Fernando Pessoa, esprime: “La stanchezza dell’anima forte, l’occhiata di disprezzo del Portogallo a quel Dio cui ha creduto e che poi l’ha abbandonato.”

Adagiata sulla riva destra dell’immenso fiume Tago, Lisbona da secoli incanta chi approda alle sue rive. La sua dolce e pacata tristezza sono il suo fascino, la sua intensa vita notturna, il suo carattere popolare, ma fiero e indomito, la rendono una delle città più suggestive e al tempo stesso più difficili da capire. Non basta chiudersi in un museo o aspettarsi semplicemente di girarla: Lisbona bisogna viverla, camminare tra i vicoli dell'Alfama per scoprire di sentirsi come a casa, in uno dei tanti quartieri storici delle nostre città. Le salite e le discese con le scalette, le stradine in cui a stento passa una macchina, il castello coi merli in cima alla montagna, mi hanno ricordato Campobasso in cui ho vissuto tanti anni. L’Alfama, è il quartiere più antico della capitale portoghese, ha resistito anche al terribile terremoto del 1755 che distrusse gran parte della città. Un meraviglioso colorato e rumoroso intrico di strade strette, vicoletti acciottolati (becos), salite e discese ripide, vecchi negozi e localini caratteristici. La collina dell’Alfama si estende tra il Castello di Sao Jorge e il fiume Tago che sfocia poi nell’Oceano Atlantico. E' la zona più panoramica di Lisbona, ricca di “miradouros“, i nostri belvedere, ovvero di splendide terrazze vista mare che si affacciano sui tetti di palazzi antichi. Palazzi e piazzette coloratissimi decorati da azulejos le tipiche maioliche portoghesi con l’azzurro, il giallo e il verde acqua marina, come toni dominanti. Spianate dalle quali si può gustare estasiati una splendida vista della città assolutamente imperdibile. Sono bellissimi e meritano senz’altro una visita la Cattedrale di Lisbona, la chiesa di Sant’Antonio da Sé, il monastero di Sao Vincente da Fora e il suddetto Castello di Sao Jorge che offre tra i suoi merli una delle viste più belle di Lisbona e un cortile ombreggiato da pini, con prati verdi dove riposare e godere il sole, mentre pavoni liberi fanno la ruota e passeggiano tra i turisti. Dietro la chiesa di San Vincenzo si svolge ogni sabato la “Feira da ladra” un grande, variopinto mercato delle pulci tutto particolare dove scovando tra inutili cianfrusaglie si possono trovare anche interessanti libri antichi, vinili, scarpe fatte a mano, fotografie, orecchini, stracci, orologi, specchi e quanto di più strano si possa immaginare di vedere tra una enorme distesa di bancarelle gestite da un altrettanta variopinta umanità che va dalle studentesse che vendono abiti dismessi per racimolare qualche soldo, ai ladruncoli che cercano di smaltire la refurtiva. Per completare la visita a questo quartiere popolare dall’aria dimessa ma ricco di sorprese, non poteva mancare una serata ad ascoltare il fado in un locale caratteristico in compagnia di un buon bicchiere di porto. Il fado (dal latino “fatum”, destino) rappresenta la canzone popolare portoghese ispiratrice di un profondo e intimo sentimento di struggimento e malinconia: “la saudade.” Una sensazione di cocente nostalgia dovuta alle partenze, ai viaggi lontani, a un amore perduto o a un triste destino al quale non si può sfuggire. Un sentimento che pervade la cultura portoghese ed è palpabile visitando la capitale in cui il fado risuona ovunque nelle vecchie stradine. E' facile infatti sentirne le note provenire dall'androne di un palazzo antico e scoprire che nel cortile interno una ragazza canta sola con la sua chitarra ricordando la grande Amalia Rodriguez, famosa interprete di queste canzoni. Impossibile non cedere alla tentazione di fare un giro col caratteristico tram 28, tutto giallo e dagli interni in legno, anche se i residenti lo sconsigliano perchè pieno di borsaioli a caccia di portafogli dei turisti. Dal finestrino si vedono scorrere i quartieri più antichi e suggestivi della città, affrontando salite che risulterebbero difficili anche a piedi e si scoprono a ogni angolo gli empori, le lanterne in ferro battuto e le case con i panni stesi e tutto sembra così vicino da poterlo toccare. Mentre il tram serpeggia lungo le stradine secondarie di Graça, si possono scorgere le graziose guglie gemelle della chiesa de Sao Vicente de Fora e mentre si scende guardando dal lato sinistro appaiono le vedute fugaci del mosaico dei tetti rossi di Alfama, anche se stupiti e sorpresi dal continuo mutare dei panorami non può sfuggire la presenza improvvisa di ragazzi che si aggrappano pericolosamente alle porte del tram per evitare di salire e pagare il biglietto. Dalle strette vie del centro storico, all'aperta e spaziosa visuale che Praça do Comércio offre sull'estuario del Tago, i monumenti, le tombe, il suggestivo e moderno ponte del 25 aprile, il lungomare di Belem, con la sua fortezza protesa a difesa della città, Lisbona è tutta da vedere, ma il tempo scorre e i giorni della vacanza sono finiti troppo in fretta, lascio qui un pezzo del mio cuore, ma parto contenta immaginando mia figlia che si aggirerà fra questi quartieri e come una cantilena parlerà il portoghese con gli ospitali abitanti godendo del sole e del clima atlantico...a presto.

Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Mostra altro

In giro per l'Italia: Genova

3 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Genova

Mi scrive Mattia e ci invita a trascorrere una tre giorni nella sua bella e poco conosciuta città: Genova. La Superba” ha una storia gloriosa alle spalle, grande repubblica marinara è una città intrigante, tutta da scoprire. Con la sua guida sicura ci inoltreremo nel centro centro storico, sul lungomare e seduti in qualche ristorantino scopriremo anche un'ottima cucina ascoltando le note di canzoni che hanno preso vita fra i vicoli del porto ad opera dei numerosi cantautori a cui Genova ha dato i natali.

ZENA... LA MIA CITTA'

Vi aspetto all'arrivo in stazione - Piazza Principe- da qui facilmente vi accompagnerò per raggiungere a piedi il famoso Acquario. L'attesa che potrebbe occorrere prima di entrare sarà ampiamente ricompensata dalla visita del più grande acquario d'Italia, il secondo in Europa (superato solo da quello di Valencia per importanza). In 10000 metri quadri di esposizione, 70 vasche, potrete ammirare acrobatici delfini, placide tartarughe, timide stelle marine, feroci squali, simpatici pinguini, foche giocherellone e coloratissimi pesci pagliaccio. Riemergendo dall'acquario vi ritroverete al centro del Porto Antico, una delle zone più turistiche della città. Sarete colpiti dalla presenza in porto del Neptune un vecchio galeone che da qualche anno è attraccato alla banchina, si tratta di un vero veliero in stile piratesco usato per il film “Pirati” di Polanski. Prima di lasciare il Porto Antico, saliremo sul Bigo, l'ascensore progettato dall'architetto Renzo Piano, ispirandosi a una gru per il carico e scarico merci del porto. Arriveremo a un'altezza di 40 metri e potremo ammirare, con una rotazione di 360 gradi, il suggestivo panorama di Genova coi suoi tetti di ardesia, le grandi chiese, le piazze, le colture a terrazze e spostando lo sguardo giù, il mare profondo e di un blu intenso. Se non ho sbagliato i tempi, potrebbe essere ora di fare uno “spuntino”, ci dirigeremo allora alla vicina piazza Fossatello presso il Forno Genovese dove assaggeremo le specialità della casa: focaccia condita con formaggio crescenza, pesto, olive, pomodorini e origano, una delle nostre delizie per il palato. Da qui passeremo velocemente attraverso i “carruggi” i tradizionali, stretti e ombrosi vicoli del cuore di Genova e non mancherò di portarvi a Via del Campo, cantata e resa famosa dal grande Fabrizio De Andrè. Prima di sera faremo in tempo a visitare la meravigliosa cattedrale di San Lorenzo, il più importante luogo di culto della città e vedremo anche il museo del tesoro, situato negli ambienti sotterranei della cattedrale. A questo punto si sarà fatta l'ora per la vostra prima cena genovese, e voglio offrirvi un'atmosfera intima, caratteristica a pochi passi dalla cattedrale, dove troveremo locande e trattorie che conciliano modernità e tradizione. Dopo cena, raggiungendo Piazza delle Erbe e gli innumerevoli vicoli che da lì si diramano, potremo assistere all'inizio della “movida” locale che ruota attorno al folto numero di enoteche, chupiterie, irish pub dove, durante il fine settimana, sono di rito convivialità e “sballo”. La seconda giornata a Genova sarà all'insegna dello shopping, vi condurrò attraverso la pedonale via San Vincenzo, al Caffè degli Orefici dove gusteremo un caffè prelibato e fantasioso al pistacchio o all'amaretto. Poi seguendo il corso arriveremo in Piazza XX settembre, principale arteria della città, centro dello shopping griffato, tutta negozi, uffici e palazzi imponenti, fino al Ponte Monumentale, altro luogo simbolo da non mancare. Da qui in un soffio potremo ammirare il Teatro Stabile, uno dei più importanti d'Italia, Piazza della Vittoria e il signorile palazzo Ducale. Giunti alla fine di via XX come la chiamano i genovesi, ci troveremo nei pressi di Porta Soprana, di fronte alla casa natia di Cristoforo Colombo. Per un veloce spuntino ci fermeremo presso il Mercato Orientale, un'esplosione di colori e profumi, fra commercianti che cantano in genovese e altri che strillano per decantare i loro prodotti. Quindi, tempo permettendo, vorrei farvi visitare il meraviglioso Parco di Genova-Nervi, ricco di alte palme e abitato da innumerevoli scoiattoli. La sera per finire in bellezza sosta a Boccadasse, un borgo di pescatori circondato da casette in tinta pastello, qui ci potremo accomodare in uno dei tanti ristorantini tipici che offrono meravigliose fragranti cene a base di pesce fresco. Il terzo giorno, lo trascorreremo tra palazzi e paesaggi, partendo da Via Balbi dove ammireremo grandi palazzi signorili. Qui si ergono i famosi “Rolli genovesi”, dimore appartenute a nobili famiglie che fanno oramai parte del patrimonio dell'Unesco e oggi sono sede di alcune facoltà dell'Università. Proseguendo a piedi sfoceremo in Via Cairoli e in Via Garibaldi dove si affacciano palazzi imponenti che raccontano le epopee familiari dei Doria, dei Pallavicini o degli Spinola. A seguire la visita ai Musei di palazzo Bianco, Palazzo Rosso e palazzo Reale e da non perdere assolutamente il museo di palazzo Tursi che conserva il violino di Nicolò Paganini,un altro genovese conosciuto in tutto il mondo. Faremo una sosta breve per rifocillarci presso il Caffè degli Specchi, caratteristico locale “zeniese” in stile Liberty definito dal poeta Dino Campana, “una grotta di porcellana”. Nel pomeriggio arriveremo a piazza Portello, dove con l'ascensore di Castelletto saliremo fino alla famosa “Spianata” da dove potremo godere nell'ideale ora del crepuscolo, di un panorama mozzafiato: Genova sarà ai vostri piedi, coi suoi campanili e i palazzi e il reticolo infinito di vicoli fino a perdere lo sguardo laggiù dove si staglia “La Lanterna” la torre simbolo della potenza marinara di Genova. L'ultima sera di fronte a un piatto di trofie al pesto, vi racconterò dei figli illustri della mia città: non solo Colombo e Paganini, ma anche Garibaldi e Mazzini, Andrea Doria, Renzo Piano per arrivare ai cantautori come Bindi, De Andrè, Lauzi, Tenco, Paoli e Fossati famosi nel mondo. Brindando con un bicchiere di Bianchetta del golfo del Tigullio, un vino DOC genovese, vi racconterò di Nietzsche che confessò a un amico” ogni volta che si va a Genova si riesce a evadere da sè”. Cosa aspettate a raggiungermi?

In giro per l'Italia: Genova
In giro per l'Italia: Genova
In giro per l'Italia: Genova
Mostra altro

In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia

25 Giugno 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

Flaviano Testa ha pensato di farci conoscere, con le sue fotografie, un luogo fuori dal tempo e anche dalle mete turistiche di massa. In questo nostro mondo pieno di colori e di rumori, troviamo ristoro di fronte a queste belle immagini in bianco e nero che per un attimo ci trasportano nell’antichità.

Ai piedi del Matese, nei pressi di Sepino, sorge un’area archeologica di grande interesse e di particolare bellezza per la sua conservazione: Altilia-Saepinum. Altilia, con le sue rovine, è inserita in uno scenario unico: un paesaggio agrario nel quale sono state conservate le opere di edilizia rurale sei-settecentesca e si presenta oggi ricca di un fascino particolare grazie al restauro effettuato e ancora in corso. Il sito ha ottenuto il prestigioso riconoscimento a livello nazionale di “Meraviglia italiana”. È scudo blu internazionale, titolo concesso, secondo la Convenzione de L’Aja (1954), a protezione dei Beni Culturali, per la difesa dei quali vengono promosse azioni di protezione, prevenzione e sicurezza in tutte le situazioni rischiose, come i conflitti armati e le calamità naturali. Saepinum nacque in epoca remota, ancor prima della civiltà sannita, come luogo di scambi, di commercio e di sosta poiché in posizione strategica all’incrocio di due importanti vie di comunicazione, una giunta ai giorni nostri come “tratturo”, la Pescasseroli –Candela, e l’altra che collegava la pianura alla zona montana del Matese. Divenuta Municipio romano, mantenne l’antico assetto viario del precedente insediamento sannita, risalente a periodo antecedente il IV secolo a.C. Il primo tracciato completo della città fu costruito da Tiberio, negli anni tra il 2 a.C. e il 4 d.C. Il perimetro urbano fu circondato da mura nelle quali si aprivano quattro porte monumentali in corrispondenza degli assi stradali. La cinta muraria era di 1270 metri di lunghezza, provvista di 29 torri erette a difesa delle quali oggi ben 19 sono identificabili. All’interno la città, che ebbe la sua definitiva estensione in età augustea, presentava tutte le caratteristiche dell’insediamento romano con il foro all’incrocio tra cardo e decumano, edifici di culto e di commercio, terme, basilica, case di abitazione e teatro. Edificio questo fra quelli meglio conservati, addossato alla cinta muraria, la struttura era costituita da due parti: l'edificio scenico e la cavea. Del fronte scena oggi rimangono le tre porte di accesso al palco, due delle quali fanno parte di un casolare che ha preso il posto di gran parte dell'edificio scenico. Fra questo e le gradinate trovava posto l'orchestra, lo spazio per i musicisti (oppure per i gladiatori) e la capienza è stimata in circa tremila posti a sedere. Proprio su parte del teatro furono edificate nel XVII secolo le casette rurali che, oggi, conservate e restaurate, contribuiscono ad aumentare il fascino del luogo. Una di queste costruzioni ospita il Museo in cui sono conservati i reperti di maggiore interesse venuti alla luce durante gli scavi. Fuori dalla cinta muraria spicca il Mausoleo di Numisio Ligure: risalente alla prima metà del 1 secolo d. C., è il monumento funerario della famiglia di Publius Numisius Ligus, un importante magistrato della città. L'edificio, interamente ricostruito, è a forma di ara su una base quadrata e modanata. Sul prospetto un'iscrizione riporta la carriera del magistrato e l'episodio della prematura morte del figlio, in occasione della quale venne eretto il monumento. Nel IV secolo d.C. iniziò l’inarrestabile decadenza di Saepinum. Il disastroso terremoto del 346, la caduta dell’impero romano, le invasioni barbariche condussero la città a una grave crisi economica, gli edifici lasciati all’incuria crollarono e gli abitanti l’abbandonarono. In seguito, le scorrerie dei saraceni spinsero i pochi rimasti verso la collina dove sorge l’attuale Sepino. Intorno al XVI secolo i contadini tornarono a stabilirsi nella piana dove ripresero a lavorare le terre, recuperarono pietre e capitelli e si costruirono abitazioni e stalle sul vecchio insediamento oramai coperto da uno spesso strato di terreno. Le strutture della Saepinum romana sono state riportate alla luce per gran parte negli anni 50 e gli scavi sono ancora in corso.

In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
Mostra altro

I te vurria vasà

9 Giugno 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #musica, #marcello de santis

Estimatore di musica e canzoni napoletane, Marcello de Santis ci racconta, partendo dai suoi ricordi giovanili, la storia di interpreti e autori napoletani che hanno portato al successo melodie divenute poi famose in tutto il mondo. Leggendo sentiremo parlare con leggerezza e sentimento di Peppino di Capri, di Vincenzo Russo , Eduardo di Capua e Giovanni Capurro autori e interpreti di splendide canzoni come "I' te vurria vasa'" , "O sole mio" "Oje Mari." e di altro ancora. Una storia tutta da leggere e canticchiare. (Franca Poli)

Ai tempi della mia giovinezza, diciamo verso la fine degli anni 50, il sabato dopopranzo (ché uscire di sera per le ragazze era tabu), oppure anche la domenica pomeriggio, ci si riuniva a casa di uno di noi ragazzi, (eravamo un gruppetto di compagni di liceo) e si ballava mettendo sul pick up i dischi a quarantacinque giri, prima quelli con una sola canzone per parte e più tardi quelli con quattro canzoni, due per ogni facciata. Nascevano così le prime simpatie, talvolta i primi amori, come è successo a me che ho incontrato in una di quelle pomeridiane la ragazza che di lì a qualche anno sarebbe diventata mia moglie. Il pick up era il giradischi (a manovella, i primi apparecchi, poi elettrici) che spesso eravamo costretti a portarci dietro insieme al pacco dei dischi di vinile di musica leggera,
perché non tutti ne avevamo uno. Lo chiamavamo, ricordo, pick up, ma non sapevamo
e forse non lo sapemmo mai che invece il pick up di quell'aggeggio era solo la puntina, la cosiddetta testina. E ricordo che ne avevamo alcune di riserva, di testine, per ogni evenienza se tante volte quella che usavamo avesse fatto le bizze. E avevamo sempre a portata di mano un cuscinetto con la pancia di velluto blu (o rosso) per pulire ogni disco prima di metterlo su.

Erano i tempi di Paul Anka con il suoi grandi successi. Diana, You are my destiny, Put Your Head On My Shoulder; ma c'era anche Elvis Presley, e c'erano anche i nostri: Bobby Solo, Fred Bongusto, Gino Paoli in testa. Mettevamo sul piatto un po' tutti, alternativamente, ché il pomeriggio era lungo; ma avevamo una predilezione per Paul Anka e per Fred Bongusto, che ci permettevano di ballate cheeck to cheeck, guancia a guancia, con la nostra bella del cuore, stretti stretti, gustando quelle musiche indimenticabili: ... put your heaaaad on my shooooooooldeeeeeeer... e: ... una rotonda... sul maaaareeeeee..., il nostro disco... che suoooonaaaaa....
Era molto gettonato, ricordo, anche Peppino di Capri con le sue canzoni napoletane, su tutte I' te vurria vasà. Galeotta fu la canzone che ci strinse per la vita, me e la mia futura moglie; era proprio quella: I' te vurria vasà.

Allora io ero un giovane studente di liceo, piacente e simpatico, devo dire; e già amavo la canzone napoletana che seguivo appassionatamente alla tivu assistendo ai veri Festival della canzone di Napoli. Le parole incantate di I' te vurria vasà fecero il miracolo di farci innamorare. E andò a finire come sappiamo. Ricordo che mentre la stringevo a me, viso contro viso, le sussurravo sulla voce di Peppino:

I' te vurría vasá...
I' te vurría vasá...
ma 'o core nun mmo ddice
'e te scetá...
'e te scetá!...

I' mme vurría addurmí..
.
I' mme vurría addurmí
vicino ô sciato tujo,
n'ora pur'i'...
n'ora p
ur'i'!...

Quella voce, poi, ci mise del suo. Quel ragazzo - con un sacco di capelli neri, secco come un fuscello, gli occhiali più grossi del suo viso - era appena venuto fuori col suo modo tutto particolare di porre la canzone napoletana, e stordì tutti noi ragazzi, che ne imitavamo le mosse nervose e talvolta sincopate che accompagnavano ogni sua esibizione. Ed era una gara continua a cercare e comprare i suo dischi. Un giorno su Sorrisi e Canzoni mi informai, per sapere di più su 'sto Peppino di Capri. Lessi: era uscito alla ribalta proprio in quegli anni, il 1958 per l'esattezza. Fino allora si era esibito sulla sua isola, qua e là, coi suoi quattro amici; ma una sera colpì l'attenzione di un funzionario di una casa discografica che gli propose un contratto. Chiamò a Milano tutti e quattro i ragazzi; essi corsero lassù da Napoli a bordo di una scassata 1100 fiat, per firmare e incidere il primo disco. Qui trovarono anche il nome d'arte; prima a Giuseppe Faiella; che siccome era di Capri, venne naturale aggiungere al più popolare Peppino, (rispetto a Giuseppe) quel "di Capri", appunto. E siccome c'erano anche i suoi amici aggiunsero anche un nome al gruppo: ... e i suoi Rockers.

Ballammo dunque un pomeriggio - per la prima volta e ripetutamente - sulle ali di quella musica melodiosa, e da allora, in ogni occasione, cercavo di arrivare primo al pick-up per mettere su, battendo tutti gli altri, quella che era diventata la nostra canzone, I' te vurria vasà.
Comprai il disco, e lo regalai al mio angelo; più tardi mi confessò che ogni sera prima di addormentarsi lo metteva sul piatto e lo consumava con i suoi pensieri, magari sognando che quelle dolci parole d'amore fossi io a cantarle per lei...

Ah! Che bell'aria fresca...
Ch'addore 'e malvarosa...
E tu durmenno staje,
'ncopp'a sti ffro
nne 'e rosa!
j' te vurria vasà...

Vincenzo Russo Napoli 1876-1904

Vide la luce nel quartiere popolare di Piazza Mercato che a quell'epoca era uno dei più degradati della città, insieme a tanti altri, come per esempio Pendino, e Vicaria. Nacque nel 1876, in una modesta abitazione umida e "scarrupata" come si diceva con un termine tutto particolare, che significava grosso modo "scalcinata", "malridotta"; qui viveva insieme al padre Giuseppe che faceva il calzolaio, e alla mamma Lucia, operaia per qualche tempo, ma poi - con l'arrivo di altri cinque fratelli, Salvatore Concettina Nunziatina Luisa e Carmela - dovette trasformarsi in semplice donna di casa; perché doveva pensare ad allevare la numerosa prole e tirare avanti una vita ai limiti della sopravvivenza con le misere insufficienti entrate del padre. La casa e il quartiere tutto erano malsani; la salute di Vincenzo non ci mise molto a risentirne; si ammalò, e si ammalarono appresso a lui anche i fratelli. Le medicine costavano e non sempre c'erano i soldi per comprarle.

Fatto sta che il futuro poeta, bambino ancora, a causa si queste condizioni di salute fu costretto a lasciare la scuola prestissimo. E nei momenti in cui stava un po' meglio, si dava da fare per rendersi utile alla famiglia; prima aiutando i padre nella bottega di ciabattino che stava in via Correra, e poi come garzone in un negozio di guantaio (il padre era morto e adesso era solo lui a portare a casa i soldi.) I primi anni, bene o male, passarono, Vincenzo cresceva, e visto che aveva molta voglia di imparare, si iscrisse alle elementari di una scuola serale per operai; e sempre per arrotondare e aiutare a casa, faceva - la sera - la maschera in qualche teatro; ebbe modo così di assistere a molti spettacoli di varietà, ascoltando canzoni, ammirando sciantose, plaudendo i comici.
Intanto - aveva solo otto anni - Napoli fu colpita da una epidemia di colera senza precedenti; tutta la città ebbe malati e morti, ma chiaramente i quartieri più miseri ebbero la peggio, tra questi appunto il Mercato. La sua malattia si aggravava giorno dopo giorno; i suoi polmoni erano sempre più malandati e aveva enormi difficoltà anche a solo respirare; specialmente di notte; non dormiva più, ormai, tra asma e tosse continua, la tubercolosi galoppava e si preparava a ghermirlo definitivamente; fu così che cominciò, di notte, dato che non riusciva ad addormentarsi, a scrivere poesie, che poi cercava di musicare o di far musicare. Le prime canzoni che scrisse non ebbero fortuna, (aveva adesso 18 anni), le faceva ascoltare, le presentava alle varie feste di Piedigrotta che si tenevano annualmente, anche per tentare di guadagnare qualche soldo da portare a casa.
Come potete vedere dalle sue date di nascita e morte, la sua vita durò pochissimo. Quando se ne andò aveva appena 28 anni. Vita brevissima, vissuta poveramente; ma ebbe il tempo di lasciarci belle canzoni alcune delle quali sono entrate di diritto nel novero delle classiche napoletane.
Era sempre pallido, emaciato, malato ai polmoni che lo stavano tradendo ogni giorno di più; ciò nonostante tra una medicina e l'altra, tra un colpo di tosse e l'altro, curava la sua grande passione per la poesia.
Già da alcuni anni, come ho detto, scriveva poesie che qualche amico mise anche in musica; canzoni non ebbero successo; però il poeta non demordeva; fino al momento che conobbe un grande musicista, Eduardo di Capua, che aveva una decina d'anni più di lui, e che già aveva raggiunto una certa fama grazie alla stupenda canzone che aveva scritto insieme al poeta Giovanni Capurro, e che volava per i cieli della gloria: 'O sole mio.
La sua vita è costellata da una serie infinita di SI DICE...": si dice che... raccontano che... molti riportano che...; noi ve li riportiamo così come ci sono arrivati, ma vi diciamo anche che hanno relativa importanza; perché importante è la realtà della povera vita e della tubercolosi che lo condusse giovanissimo alla morte, togliendoci un autore che non sappiamo cosa ci avrebbe ancora potuto donare.

L'incontro tra i due è una cosa impensabile. Voglio raccontarvela.
Vincenzino, malaticcio e pallido com'era, cercava "di fare soldi per tirare avanti la vita famigliare" in ogni modo possibile. Abbiamo detto che faceva la maschera nei teatri del quartiere; e poi come garzone di guantaio, in un angusto locale malsano del rione Sanità, tra il puzzo e i miasmi delle pelli conciate non proprio ideali per la sua salute, che contribuì ad aggravare la sua malattia ai polmoni. Ad un certo punto prese a spargersi la voce che avesse delle facoltà divinatorie; lo si ritenne un "assistito".
Bisogna dire due parole sull' "assistito", personaggio importante del gioco del lotto molto in voga in quegli anni. Si tratta di una persona dotata di un grande carisma tra i giocatori del lotto, in genere povera gente che si fa in quattro per rimediare settimanalmente quei quattro soldi da puntare sui numeri, magari sottraendoli alla miseranda esistenza di tutti i giorni, nella speranza che una vincita possa cambiare radicalmente la vita. Ed ecco dunque "l'assistito": una persona che dietro un piccolo compenso (e per Vincenzino questo "piccolo compenso" costituiva non poca cosa) "dava i numeri"; che a volte ricavava dai sogni che la gente gli raccontava; e lui lì ad interpretarli assicurandone la veridicità. La povera gente crede alle facoltà dell'assistito, al suo potere occulto, che tra le altre cose prevede anche quello di parlare, colloquiare con i defunti; per avere da loro fortuna sotto forma di numeri da giocare al lotto.
Sentiamo Matilde Serao cosa pensa del lotto e dell'assistito, nel suo libro "Il ventre di Napoli":

... un cancro; che rode le famiglie borghesi, un convulsionario "pallido" (e Vincenzino pareva proprio il prototipo di questo personaggio), ... che finge di avere o ha delle allucinazioni, che non lavora, che parla per enigmi …l’assistito arriva nel popolo e vi estende la sua azione mistica, vi raccoglie dei guadagni piccoli, ma insperati, vi fa degli adepti e finisce per camminare nelle vie, circondato sempre da quattro o cinque persone, che lo corteggiano e studiano tutte le sue parole...

E veniamo all'incontro tra i nostri due personaggi.
Si dice che Eduardo sia un accanito giocatore, ha il vizio del gioco; da sempre; non può farne a meno; ed è un assiduo frequentatore anche dei botteghini del lotto. Chiede lumi e numeri a questo ragazzo pallido e malaticcio che era già conosciuto in giro. Ricorse a lui spesso. Il ricorso continuo a Vincenzino fece sì che il giovinetto venisse a sapere che quel signore era un autore di canzoni napoletane; gli confessò timidamente che lui "era un poeta" e che ambiva scrivere canzoni; Eduardo gli chiese di fargli leggere qualcuna delle sue cose; ciò che fece.
Quelle "cose" piacquero al musicista, una in particolare; e la mise in musica; era Maria Marì... si era nell'anno 1899, Vincenzino aveva 23 anni; forse si era innamorato - da lontano - di una ragazza che si chiamava appunto Maria, e che si affacciava ad un balcone di fronte al suo posto di lavoro di aiuto guantaio; la visione lo faceva sospirare e scrivere versi che dedicava alla giovane lassù...

La canzone ebbe un successo straordinario.
Erano altri soldi (pochi invero, ché allora i diritti d'autore non andavano se non in minima parte agli autori, ma se li prendevano tutti le case editrici; e la Edizioni Bideri, che allora andava per la maggiore, ne fece di soldi; hai voglia se ne fece!) Solo le briciole agli autori; e va detto che con quei pochi soldi che fruttarono quella prima canzone di successo servirono al giovane poeta per comprarsi le medicine.
Ecco i primi versi della poesia

Oje Marí, oje Marí,
quanta suonno ca perdo pe' te!
Famme addurmí,
abbracciato nu poco cu te!

Oje Marí, oje Marí!
Quanta suonno ca perdo pe' te!
Famme addurmí...
oje Marí, oje M
arí!

La canzone volò presto sui cieli di Napoli. Divenne un successo che dura ancora oggi. Grazie anche alla giovane amicizia coll'amico Eduardo, quando può e quando sta bene (o quanto meno benino) Vincenzo Russo comincia a frequentare, anche se di rado, qualche riunione di musicisti e poeti che allora andavano per la maggiore.

Arápete fenesta!
Famme affacciá a Maria,
ca stóngo ‘mmiez’â via…
sperut
o d’’a vedé…


Ad una di queste riunioni tra artisti, come tante ne avvenivano all’epoca, per scambiarsi pareri versi e musiche, il giovane e timido “scarpariello” (ciabattino) avvicina il coetaneo Ernesto Murolo, già conosciuto come autore di canzoni (agli inizi del secolo scrisse celebri canzoni di successo come Pusilleco addiruso, Mandulinata a Napule, Nun me scetà, Piscatore 'e Pusilleco, Napule); Ernesto è il padre di colui che sarebbe diventato più tardi un grande interprete della canzone napoletana, il cantante chitarrista Roberto Murolo.
Accennando un leggero inchino e apostrofandolo, Vincenzino, con un devoto: - maestro!, Ernesto Murolo lo prese in disparte e gli disse:"Russo, chi ha scritto “arapete fenesta famm’affaccia’ maria” non deve chiamà maestro a nisciuno!"
Eduardo Di Capua gli stette vicino, prodigo di amicizia vera e di consigli (e di elogi).

Eduardo Di Capua, Napoli 1865-191

Era destinato a diventare musicista per l'ambiente famigliare;il padre infatti era un valente violinista che faceva tournèe per tutta Europa. E fu seguendo il padre artista rinomato che iniziò a comporre musica. Aveva una passione sfrenata per il gioco che lo fece trovare sempre in una situazione a dir poco drammatica. Proprio grazie al gioco però conobbe il poeta Vincenzo Russo, appassionato come lui del gioco, insieme composero tra le altre le due più celebri loro canzoni: j' te vurria vasà e torna maggio.
Scrissero insieme altre canzoni. L'anno dopo, era il 1900, Di Capua che frequentava ormai il giovane poeta, lesse i versi di un'altra stupenda poesia di Vincenzino: il titolo era "Torna maggio", gli piacque molto e la rivestì di una musica immortale; il testo diceva tra l'altro così:

...aprite 'sta fenesta, oi' bella fata
ché ll'aria mo s'è fatta 'mbarzamata
ma vuje durmite ancora, 'i' che curaggio...
rose! che b
elli rrose!... Torna maggio!

Inutile dire che ebbe immediatamente il successo che meritava e che merita. La si cantava ovunque, e il poeta non poteva non esserne soddisfatto; soprattutto perché significava portare a casa un po' di soldi. La cosa andò così. Era l'ultimo giorno del 1899, il 31 dicembre, Capodanno stava per scoccare. Vincenzo Russo sta male, e si ficca a letto sotto le coperte; la festa impazza, ma il poeta ripete a se stesso che "può andare avanti anche senza di lui". Il giorno dopo Eduardo va a trovarlo, gli porta una buona notizia, e un po' di soldi: la casa editrice Bideri lo ha pagato; gli ha dato un anticipo sui diritti per la canzone Maria Marì. Vincenzo è contento, anche se è una ben misera somma da dividere in due.
E' già sera ed è festa,
... su, coraggio Vincenzì, usciamo, facciamo baldoria anche noi, festeggiamo!!!
Il giovane si lascia convincere ed esce insieme all'amico. Che lo porta con sé al Salone Margherita dove c'è uno spettacolo con Armando Gill, un attore e cantante che ha press'a poco la stessa età di Russo; ma è già noto al pubblico di Napoli per le sue canzoni ironiche e per i suoi duetti improvvisati con gli spettatori. Tombeur de femme suo malgrado, richiamava sempre un folto pubblico ai suoi spettacoli; e anche quella sera c'era gente a vederlo ed applaudirlo.
Quando lo spettacolo finisce Vincenzo Russo, mentre escono per tornare a casa, trae di tasca un foglietto con nuovi versi di una meravigliosa poesia. E li porge all'amico; che tale la reputa; meravigliosa. E se la mette in tasca. Il giorno dopo torna dal poeta che sta a letto, e gli fa sentire la musica. Gli piace molto.
Era nata I' te vurria vasà...
Eduardo la presentò a un concorso di canzoni napoletane convinto che avrebbe stravinto, ma la delusione fu grande: arrivò seconda a pari merito con altre tre canzoni; con le quali dovette dividere i soldi del premio. Con la sua modesta parte, Vincenzino comprò ancora una volta le necessarie medicine.
La malattia intanto si aggrava, e il giovane poeta deve stare sempre più spesso a letto. Di lì a quattro anni ci lascerà per sempre con una manciata di canzoni che ancora oggi sono celebri in tutto il mondo.
Si disse che I' te vurria vasà, la scrisse perché innamorato di una sua dirimpettaia, tale Enrichetta, per lui irraggiungibile (anche se pure la ragazza, si sa per certo, corrispondesse quell'amore) date le diverse estrazioni sociali dei due (lei era figlia di un gioielliere, pare). Ma questo è un dettaglio di poco conto, rispetto alla grandezza della poesia del giovane poeta.
Quattro anni passarono presto, la tubercolosi si era mangiati ormai i polmoni di Vincenzo Russo, 28 anni, poeta, autore di canzoni napoletane. Era il mese di maggio, quando chiamò a sé il cognato che gironzolava per casa, lo fece avvicinare al letto; gli dettò - ché non aveva più nemmeno le forze di farlo - i versi dell'ultima sua poesia "L'urdema canzone mia".
Si dice che Enrichetta si sposasse, e che lui vide la chiesa addobbata dalla sua camera; ma forse quelle che si stavano per celebrare là sotto alla sua finestra non erano le nozze di Enrichetta... chissà...
Pianse, per quello che la vita non gli aveva dato. Poi fece chiamare l'amico Eduardo e gliel'affidò. Gli raccomandò quei suoi ultimi versi, immaginiamo, con queste parole
... edua' ... vide tu che ppuò fa'...

Nun me parlate cchiù de' sciure e rose,
Pe' me 'sti rrose songo senz'addore;
Nun me dicite: 'a giuventù è nu sciore.
Ca chistu sciore mio è muorto già.

Pe' me tutt'è fernuto !
Addio, staggione
belle !
Addi, rose e viole !...

Sotto i versi della poesia fece scrivere:
"E' l'urdema canzone ca ve scrivo, 'mparatavella e tenitavella 'ncòre. Addio canzone meje, io me ne vaco e vuie restate pe' ricordo 'e me"...
(E' l'ultima canzone che Vi scrivo. Imparatela e portatela nel cuore. Addio mie canzoni, io muoio e voi restate per farmi ricordare)."

Se ne andò l'11 giugno, nemmeno un mese dopo avere scritto i versi de "L'urdema canzone...".

marcello de santis

Mostra altro

Non si vive di solo vino

17 Maggio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi

Non si vive di solo vino

In un precedente pezzo ho parlato di vino, precisando che l’argomento mi appassiona e che mi piace gustarlo, ora vorrei aggiungere che c’è un altro alimento per il quale sento uguale trasporto e passione. Amo la terra e i suoi prodotti più semplici: pane e vino che sono alla base di tutte le culture antiche. Si sente spesso paragonare una persona buona a un pezzo di pane, questo perché non c’è cibo più importante e fondamentale per una corretta e sana alimentazione. Il profumo del pane appena sfornato mi ispira il ricordo delle bionde spighe mature che a giugno nei campi si piegano sotto il peso dei chicchi, e attiva in me tutti i sensi: mi stimola la vista con il suo colore dorato, l’olfatto col quel profumo unico e inconfondibile, il tatto sfiorandone la crosta ruvida, l’udito quando toccandolo sento il suo “croccante” rumore sotto le dita e, naturalmente, il gusto con il suo sapore che sazia e non stanca. Pane e olio, pane e pomodoro, pane in una bella ciotola di latte fresco, conoscete qualcosa di meglio, di più genuino? Il pane è un cibo antichissimo e la conoscenza casuale di questo alimento risale addirittura al paleolitico, quando si pressavano i chicchi schiacciandoli tra due pietre e la farina così ottenuta veniva mescolata con acqua per formare una poltiglia che si mangiava cruda fino a quando un giorno per caso ne cadde un poco su una pietra rovente e l’uomo, (o forse meglio la donna chissà?) si accorse che il cibo “cotto” cambiava completamente sapore. Gli Egiziani perfezionarono l’alimento con la scoperta della fermentazione e per loro il pane divenne simbolo di ricchezza. Anche i Greci furono bravi panettieri e seppero migliorarlo aggiungendo altri prodotti semplici della terra quali latte, olio, miele, olive e erbe aromatiche, come si fa ancora oggi. Il pane non mancava mai sulla tavola degli antichi Romani. Prima veniva preparato nelle case, mentre in seguito allestirono dei veri e propri forni pubblici, dando inizio alla produzione del pane artigianale. Un’arte sviluppata e promossa perché alla base delle campagne militari dell’antica Roma, in quanto ai legionari veniva data come razione giornaliera pane e formaggio che poteva essere consumata anche durante la marcia. La storia del pane si perde dunque nella notte dei tempi, sempre presente nella corretta alimentazione di tutti i popoli fino ad arrivare ai giorni nostri . Lo conosciamo sotto varie forme, usiamo diversi nomi a seconda delle località in cui viviamo e diventa rosetta nel Lazio o coppia nel ferrarese e ancora piadina in Romagna, pane d’Altamura in Puglia, pane carasau in Sardegna, e si potrebbe continuare l’elenco perché se ne conoscono oltre 200 tipi in tutta Italia.

Concluderò questa amena dissertazione con un breve accenno storico ricordando il famoso agronomo Nazareno Strampelli, marchigiano nato in provincia di Macerata nel 1866 e morto a Roma nel 1942, che fu uno dei più importanti esperti italiani di genetica agricola del suo tempo. I suoi sforzi lo condussero alla realizzazione di decine di varietà differenti di frumento, che egli denominò "Sementi Elette” alcune delle quali ancora coltivate, che consentirono, in Italia e nei paesi che le impiegarono, importanti aumenti nella produzione media per ettaro, con conseguenti benefici sulla disponibilità alimentare delle popolazioni. Contribuì coi suoi studi e le sue sperimentazioni alla riuscita della “battaglia del grano” quando nel 1925 Mussolini decise di promuovere l’autosufficienza nella produzione di tale prezioso cereale e fu nominato membro del Comitato permanente del grano. Mussolini si rivolse a tutti gli accademici per avere un riscontro sulla situazione effettiva nel territorio nazionale, e furono incrementati i finanziamenti per aumentare il numero di addetti alle ”cattedre ambulanti” soprattutto al sud, affidando loro il compito di istituire campi dimostrativi di almeno un ettaro in ogni comune. Lo scopo era quello di aumentare la propaganda e la sperimentazione agraria. Ulteriori finanziamenti vennero poi concessi alle regie stazioni agrarie ed ai vari istituti agrari, e in ogni provincia venne istituita una commissione per la propaganda granaria. Vennero assunti anche importanti provvedimenti per il credito agrario, ai fini di incoraggiare dissodamenti, soprattutto per le aree a coltura estensiva del sud e per quelle appena bonificate delle grandi paludi. Infine un altro decreto introdusse i concorsi a premi tra gli agricoltori per la produzione frumentaria. Soltanto sei anni più tardi, l'Italia riuscì ad eliminare un deficit sulla bilancia commerciale di 5 miliardi di lire e a soddisfare quasi pienamente il suo fabbisogno interno di frumento, inferiore solo di poco alle aspettative perché nel frattempo era aumentata la popolazione. Nello stesso anno l’Italia raggiunse anche un primato internazionale: superò per la produzione di frumento per ettaro gli Stai Uniti che avevano un record fino ad allora considerato ineguagliabile. Nelle scuole per educare i piccoli all’amore verso il grano, si studiava la poesia scritta dallo stesso Mussolini nel 1925: Amate il pane: cuore della casa, profumo della mensa, gioia del focolare. Rispettate il pane: sudore della fronte, orgoglio del lavoro, poema di sacrificio. Onorate il pane: gloria dei campi, fragranza della terra, festa della vita. Non sciupate il pane: ricchezza della Patria, il più soave dono di Dio, il più santo premio alla fatica umana.

Non si vive di solo vino
Non si vive di solo vino
Mostra altro

Il richiamo dell'usignolo

6 Maggio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia, #luoghi da conoscere

Il richiamo dell'usignolo

Il richiamo dell’usignolo

Memorie, il richiamo dell’usignolo

Memorie, immagini, luoghi vissuti

storia e storie di gente consumata

fra terra arsa e case di pietra.

Vita spalmata tra vicoli ciechi

dove forte era l’odore del muschio

e il sol di rado dispensava sorrisi.

Al reiterato canto del gallo,

che all’alba suonava la sveglia,

seguiva un vociare affannoso

che rimbalzava di casa in casa.

Davanti a Edicole improvvisate,

effigie poste nelle crepe delle case,

ognuno chiedeva ragione ai santi

di mancati raccolti e stupori affranti.

Memorie, immagini, pietre vissute

pagine e pagine di libro mai chiuso

che in religiosa attesa rimane

pronto a colmare lacune

dell’usignolo che ne avverte il richiamo.

Lucia Clemente

Mostra altro
<< < 10 11 12 13 14 15 16 17 > >>