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franca poli

L’eccidio di Palazzo D’Accursio e la “donna del mistero”

15 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

L’eccidio di Palazzo D’Accursio e la “donna del mistero”

C’è una storia, tutta bolognese, legata all’assalto di Palazzo d’Accursio del 21 novembre 1920, che molti ignorano ma che io proverò ugualmente a raccontare, anche se è non importante ai fini storici.

Cominciamo dalla location, come si dice, per i bolognesi Palazzo d’Accursio, da secoli centro del potere cittadino, è semplicemente “e Palàz”, già residenza degli Anziani, massima autorità governativa fin dal 1336: la Sala Rossa, una delle più suggestive e storiche del palazzo comunale di Bologna, dove oggi si celebrano i matrimoni con rito civile, conserva questo nome per via del colore delle sue pregiate tappezzerie . Anticamente vi era conservato il “Pallione della peste” (pallione sta per grande palio, cioè grande drappo) Il Pallione rappresentante la Madonna del Rosario col Bambino e i Santi protettori di Bologna (Petronio, Domenico, Francesco d’Assisi, Ignazio, Francesco Saverio, Procolo e Floriano) Si tratta di un’opera realizzata da Guido Reni su un grande drappo di quella seta che rappresentò fino al sec. XVIII una delle principali attività produttive di Bologna. Basti pensare che alla fine del secolo XVI la produzione della seta dava da vivere a circa 24.000 persone su 60.000 abitanti, con una fiorente attività che impiegava notevole mano d'opera, alimentava una forte corrente di esportazione e aveva contribuito a dare lustro alla città in Italia ed in Europa.

Veniamo ai fatti, fu proprio all’interno della Sala Rossa che avvenne l’omicidio del consigliere comunale di opposizione Giulio Giordani, mentre in piazza succedeva una vera e propria strage, con morti e feriti. Il biennio rosso 1919-20 fu caratterizzato da una serie di lotte operaie e contadine che stavano conducendo l’Italia sull’orlo di una rivoluzione simile a quella bolscevica del 1917. Erano anni di grande crisi economica cominciata nel corso della prima guerra mondiale e peggiorata dopo la sua fine. Il reddito nazionale procapite aveva avuto una forte contrazione causando un generale impoverimento della popolazione. Il debito pubblico e l’inflazione erano fuori controllo e ne facevano le spese in particolare le classi medie, cui si era ridotto enormemente il potere d’acquisto, dal momento che, come notò per esempio Einaudi, non avevano nessun potere contrattuale forte a differenza di contadini e operai che con scioperi e occupazioni riuscivano invece a tutelare i loro interessi. Il 21 novembre in Piazza Vittorio Emanuele II, l’attuale Piazza Maggiore, si festeggiava la vittoria elettorale dei socialisti e l'elezione a sindaco di Ennio Gnudi. Nei giorni precedenti i fascisti, guidati da Leandro Arpinati e Arconovaldo Bonaccorsi, avevano promesso lo scontro con manifesti provocatori, annunciando per la domenica una “grande prova in nome dell’Italia”, nel caso i socialisti avessero provato ad "issare il loro cencio rosso sul palazzo comunale". Infatti, quel pomeriggio, un nutrito gruppo di fascisti armati proveniente da via Rizzoli e dall'Archiginnasio fu bloccato dalla Guardia Regia in Piazza Nettuno. Improvvisamente, dal caffè Grande Italia, all'angolo tra piazza Nettuno e via Rizzoli, vennero sparati colpi d'arma da fuoco (non si è mai saputo bene da chi), mentre la folla presente in piazza, in preda al panico, cercò rifugio nel cortile di Palazzo d'Accursio. Avvenne allora che le "guardie rosse", un gruppo di armati comunisti e massimalisti che presidiavano il palazzo, chiusero il portone sparando e gettando dall'alto bombe a mano, così che dopo la raffica di spari e scoppi durata per una decina di minuti, nella piazza oramai vuota, restavano a terra solo ombrelli, bastoni, cappelli, e i cadaveri di dieci persone, che i pompieri ricoprivano con teli e si contavano una sessantina di feriti. Nel frattempo, una delle “guardie rosse”, di cui non si riuscì mai a conoscere l’identità, entrata nell'aula consiliare, sparò dal settore riservato al pubblico contro i consiglieri di minoranza: l'avvocato Giulio Giordani, ex ufficiale dei Bersaglieri, mutilato di guerra, venne ferito a morte e l'avvocato Cesare Colliva, suo collega, ricevette due proiettili in faccia.Il tragico avvenimento ebbe risonanza nazionale. La salma di Giordani, primo grande martire della rivoluzione fascista, fu esposta in un'aula del tribunale e vegliata da picchetti di camicie nere armate. Le esequie, celebrate nei giorni successivi, videro sfilare i fascisti con il gonfalone comunale, tra due silenziose e imponenti ali di folla. Successivamente la piazza davanti al tribunale venne intitolata al consigliere ucciso.

Fin qui la storia, da ora in poi la leggenda. Circa un anno dopo, una donna venne trovata morta nel parco di una villa alla periferia di Bologna. Un delitto misterioso e dai lati oscuri. Adolfo Pasquali stava portando le mucche al pascolo sul colle dell’Osservanza, quando vide il suo cane allontanarsi di corsa come se avesse fiutato una pista. Era il 27 ottobre 1921 e, proprio grazie al cane, il Pasquali trovò, in una grotta artificiale situata nel parco di villa Frank , già tristemente nota per un altro omicidio irrisolto, il cadavere di Maria Buriani. Era in stato di decomposizione, i resti in parte bruciati, e aveva gli arti inferiori staccati dal corpo. Si trattava di una ragazza di poco più di vent’anni, che lavorava come domestica presso una famiglia bolognese che ne aveva denunciato la scomparsa da una decina di giorni. Addosso al cadavere fu rinvenuto un solo orecchino uguale a quello lasciato a casa dei suoi padroni, che fu utile proprio ai fini dell’identificazione. A terra nella grotta c’era un fiasco impagliato che, stranamente, conteneva residui di benzina e non di vino. Questa fu la prova regina, durante il processo, per condannare un certo Galli Angelo per l’omicidio della ragazza, poichè proprio qualche sera prima era stato visto riempire un fiasco di benzina. In molti sapevano degli incontri nella grotta dove poi era stata trovata, e, quindi, ogni sospetto era più che autorizzato. Il movente sarebbe stato quello di porre fine alla tresca che intratteneva con la Buriani, divenuta troppo invadente e petulante e che osava importunare la di lui moglie. Succede però che il Galli fosse un ex rapinatore convertitosi alla causa del sol dell’avvenire e durante il processo cominciò a girare una strana voce in città, cioè che il vero movente fosse coprire l’assassino di Palazzo d’Accursio, di cui la donna, anch’essa attivista, conosceva forse il volto, avendo insieme al Galli partecipato agli scontri dell’anno precedente. Si tratta solo di una leggenda metropolitana o c’è un fondo di attendibilità? Chi può dirlo. La verità giace nel profondo della grotta e si confonde con la storia di quella giovane donna, spregiudicata per alcuni, ingenua per altri, infelice per molti e si trascina in un vortice di misteri, rimanendo un caso controverso proprio per la matrice dell’omicidio che alcuni vorrebbero affondare negli sconvolgimenti politici dell’Italia alle soglie del ventennio fascista.

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Onore a Prospero Baschieri, brigante bolognese!

13 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli

Onore a Prospero Baschieri, brigante bolognese!

C’è stato un tempo in cui i briganti tingevano di paura le favole della buonanotte davanti al focolare, ma c’erano persone che non li temevano, povera gente per cui i briganti erano eroi. Famiglie, soffocate da tasse e ingiustizie, in cui una nidiata di bambini soffriva la fame e allora un brigante, che rubava ai ricchi per dare ai poveri, diventava un beniamino. Il Robin Hood della città di Bologna fu Prospero Baschieri che, per un breve periodo fra il 1809 e il 1810, compì gesta tali da regalargli l’immortalità ed entrare nella leggenda. Nato in una famiglia di contadini nel 1781, era il quinto di otto fratelli e aveva sofferto i sacrifici della miseria fin dall’infanzia, nelle fredde e paludose pianure emiliane di Maddalena di Cazzano fra Bologna e Ferrara, dove era venuto alla luce. Una zona intensamente popolata e coltivata, ma in cui le bocche da sfamare erano sempre troppe. Si racconta che fosse un omone alto più di due metri, forse il desiderio di farlo apparire “grande” lo rese addirittura un gigante nella fantasia popolare. Lo avevano soprannominato “Pruspron”, di carattere mite, se non veniva provocato, amava stare tranquillo e non avrebbe chiesto di meglio che sposarsi, lavorare la terra e mettere su casa a Cadriano, dove si era trasferito a vivere con la sua famiglia, ma furono i tempi tristi in cui cresceva a negargli anche queste minime soddisfazioni.

Nel 1796 le province settentrionali dello Stato Pontificio erano state invase e conquistate da Napoleone Bonaparte, alla testa del rivoluzionario esercito francese, queste regioni erano entrate così, a forza, a far parte della repubblica cisalpina, dando origine un po’ ovunque a moti di resistenza popolare, simili per forma e per motivazioni a quelli per cui è rimasta gloriosamente famosa la Vandea. In Italia tali movimenti passarono alla storia con il nome di “insorgenza” e in dialetto bolognese gli aderenti vennero chiamati “insurzènt”. Il fenomeno, per falsa ideologia, è stato volutamente sottaciuto e dimenticato, ma resta il più grande caso di insurrezione popolare che la nostra storia conosca, sia per estensione, perché toccò tutte le regioni cadute sotto la dominazione francese che per durata, poiché continuò dal 1796 al 1814. Per questo motivo gli insorgenti, di cui si fa scarsa menzione nei libri di storia, vengono ricordati solo come briganti e le loro gesta indicate alla stregua di delinquenza comune.

In quel lontano 1809 Bologna e i suoi dintorni erano affamati dalle truppe napoleoniche che, in nome della pace, tenevano tutta la popolazione soggiogata da atti di forza e violenza, razziando indisturbati i magazzini e depredando opere d’arte da ogni dove. Icone religiose, libri antichi, quadri, reperti archeologici venivano continuamente prelevati e spediti a Parigi. Napoleone, nel conquistare Bologna sconfiggendo le truppe papaline, aveva promesso libertà, ma aveva finito al contrario col soggiogare il popolo, ridurlo alla miseria e aveva sottoposto i nobili a prestiti “volontari” fino a 250.000 lire. Il capoluogo emiliano fu letteralmente saccheggiato. Nel cortile di San Salvatore fu addirittura allestita una fonderia per sciogliere gli oggetti di culto sottratti dalle chiese e ricavarne metallo prezioso. Unica icona che si salvò dalla razzia, fu quella della Madonna nera venerata a San Luca forse solo perché, ben conoscendone la particolare devozione dei bolognesi, Napoleone volle evitare ogni ulteriore sollecitazione a rivolte popolari pericolose. La fame e la disperazione avevano già fatto ribellare il popolo in sanguinose insurrezioni che erano sfociate nell’assalto ai forni del 1801, quando per protesta era stato rimosso da piazza del Mercato anche “l’albero della libertà” eretto dai francesi al loro arrivo.

Contro gli insorgenti regnava il clima del terrore e arrivò anche la ghigliottina simbolo della repressione, un monito preciso: chi non chinava la testa, la perdeva senza pietà. Fu una novità assoluta per Bologna, eretta a piazza del Mercato, aveva preso il posto della mannaia romana che venne poi ripristinata e usata nello Stato Pontificio come mezzo per le esecuzioni capitali fino al 1870. Una piccola parentesi, la prima sentenza che il boia dovette eseguire con la ghigliottina non fu a carico di rivoltosi, ma per un processo ordinario. Il primato toccò infatti a un certo Bellentani, orafo bolognese la cui moglie lo aveva tradito con un ex abate di San Michele in Bosco che, smesso l’abito talare, ne era diventato l’amante. Il poveretto, scoperta la tresc, aveva perso la testa e ucciso l’ex religioso, anzi aveva ucciso l’ex religioso e poi… perso la testa.

Tornando a Prospero Baschieri, nel 1804, aveva rifiutato di aderire alla leva napoleonica e a ventotto anni divenne capo di un manipolo di “insorgenti”. Le imprese che compì dunque in quel periodo non sono da considerare atti di un criminale comune, ma vanno inquadrate in quel contesto di insurrezione popolare di cui sopra, come rivalsa di una Bologna sofferente per le continue ingiustizie patite durante il dominio napoleonico. Per quasi un anno era riuscito a sfuggire all’orrenda punizione della ghigliottina dando filo da torcere ai francesi, il suo nascondiglio erano le valli, allora paludose, che si estendevano intorno a Bologna, ricche di acque e di canneti e quindi impraticabili a chi non le conoscesse come le sue tasche. Dotato di una certa abilità strategica, riusciva sempre a cavarsela anche perché era benvoluto e amato dalla popolazione che lo reputava un rivoluzionario benefattore e lo aiutava a trovare sempre nuovi nascondigli. Si era messo in testa di liberare il popolo dall’oppressore e, a capo di una banda di 25 contadini, il 4 luglio del 1809 invase Budrio e Minerbio occupando l’intero territorio; sapeva bene di non poterne mantenere il controllo, ma sperava in cuor suo di alimentare focolai di ribellione e di trovare un sempre maggior numero di aderenti alla sua rivolta. Col tempo, divennero una banda di oltre duecento uomini e misero a soqquadro tutta la bassa, da Medicina a Sant’Agata Bolognese. Animato solo dall’incoscienza e dal desiderio di libertà provò anche a liberare Bologna, cercando di aprire una breccia a porta Galliera, ma, con poche armi, senza cannoni e senza l’adesione popolare sperata, fallì miseramente e fu costretto alla ritirata dall’artiglieria napoleonica e dalla Guardia nazionale. Non si arrese, però, e, continuando con azioni di guerriglia, in ottobre occupò San Giovanni in Persiceto, dove sconfisse un folto drappello di francesi che, quando si arresero consegnando le armi, lasciò liberi senza far loro del male, perché Baschieri era un uomo d’onore e dotato di grande coraggio. Con sprezzo del pericolo dimostrò che gli emiliani potevano ancora alzare la testa e in molti paesi della bassa indusse i funzionari alla resa: li costringeva a scappare entro le mura di Bologna e divideva sempre i proventi delle sue imprese nei paesi che liberava con la popolazione affamata. Lui e la sua banda, ebbero anche per un certo periodo l’appoggio esterno dell’arciduca Carlo d’Asburgo, che teneva impegnato l’esercito napoleonico su altro fronte, ma, quando i francesi sconfissero quest’ultimo, Baschieri si ritrovò solo. I francesi cominciarono a perlustrare le campagne in cerca degli insorti. Nonostante ciò, battendosi con onore fino all’ultimo respiro, ben sapendo che oramai ogni speranza era perduta, Baschieri condusse un assalto alla caserma di Altedo, che fu data alle fiamme e, ancora una volta, il presidio francese fu costretto alla fuga

Non sarebbe stato tanto facile ridurlo alla resa, ma spesso la viltà e il tradimento vincono sull’onore e la fede: il 12 marzo 1810, Baschieri fu tradito e consegnato ai francesi dalla famiglia Rubini che gli dava in quel momento ospitalità. Venne raggiunto da un folto drappello di francesi mentre si trovava ospite in una delle loro cascine in località “podere Malcampo”. Dopo un conflitto a fuoco che non risparmiò morti da ambo le parti, Prospero, che si era battuto con forza selvaggia, venne ferito mortalmente. Prima di cadere si guardò intorno salutando per un’ultima volta la sua campagna, raccolse un pugno di terra stringendolo fra le dita e chiedendosi forse perché tutti i popolani non avessero amato come lui quei luoghi, tanto da unirsi nella lotta, ma fu il pensiero di un attimo e poi, per non cadere in mano ai francesi, si tuffò nel canale dove morì dissanguato. I suoi nemici ne raccolsero il cadavere e, in segno di disprezzo, per additarlo ad esempio a tutta la popolazione della bassa che aveva plaudito le sue imprese, lo ghigliottinarono anche dopo morto e la sua testa, conficcata in cima a un palo, rimase esposta a lungo come monito in piazza del Mercato a Bologna, dopo essere stata mostrata come un trofeo, in una sorta di macabro corteo che aveva percorso tutte le lande dove aveva combattuto e vinto contro i francesi.

Prospero era il contadino che aveva liberato la bassa e quando un uomo diventa un eroe si erge a simbolo per l’intera popolazione, così le sue gesta divennero leggenda, ma il popolo è vittima di una strana malattia per cui si lascia condizionare nei giudizi e nelle passioni dal successo e dall’insuccesso e si dimentica in fretta gli eroi innalzando i vincitori. Accadde che nel giro di poco tempo una canzone di chiara marca propagandistica, commissionata dal regime, venne applaudita di piazza in piazza proprio dai membri del suo clan, da coloro che lo avevano osannato e al quale il valoroso Prospero era stato a fianco fino al sacrifico ultimo della sua vita.

Traversando per il campo Per voler cogli altri andare Mi mancarono le forze Non potei più camminare E così steso per terra Senza aiuto e alcun conforto Dei nemici fui la preda e restai per sempre morto Indi a budrio con gran pompa Fui portato con gran festa E dal popol nella piazza Beffeggiata fu mia testa…"

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Uno strano incontro

8 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

Uno strano incontro

Quello che vi presento oggi è il racconto scritto da un amico di Napoli: un incontro breve e intenso con una lucciola, “una di quelle” come la definisce lui stesso, ma che porta a una profonda riflessione. La società nel suo insieme è responsabile di questo fenomeno e sono responsabili i clienti che con la loro richiesta stimolano un mercato sempre più vario. Un intrigante miscuglio fra il ribrezzo dettato da atavici pregiudizi per le donne che si vendono e un brivido di intrigante desiderio…tutto da leggere.

"Uno strano incontro" di Giuseppe Campagna.

Avevo fatto male a non cambiare la gomma, uscendo dall‘officina del cliente, avevo notato che la ruota anteriore sinistra mi stava procurando una sorpresa a tempi brevi. Solo undici chilometri mancavano affinchè mi immettessi sull’Appia, ma il volante “tirava” sempre di più. Dovevo sostituirla, non vi era altro da fare. Accostai il più a destra possiibile e fermai al centro del faro di luce emesso da un lampione. Erano le ventuno. La Strada, come tutte le provinciali, aveva un aspetto squallido e, pur non essendo un uomo impressionabile, quella sostituzione sarebbe stato meglio poterla effettuare sulla strada statale, bene illuminata, nel tratto che da Casagiove porta a Santa Maria. Stavo già armeggiando col crik, quando un fruscio mi fece trasalire, mi sollevai dalla posizione curvata e,attraverso i vetri della macchina, la vidi. Non potevo sbagliarmi, era “una di quelle”. Contrariamente al suo ruolo, alla profonda scollatura ed al trucco smodato, in un buon italiano mi chiese di accenderle una sigaretta. “Certamente” le risposi , riprendendomi dalla sorpresa. Fu con la luce dell’accendino che potei fissarla meglio: venticinque o trent’anni, bei lineamenti, bruna alla maniera andalusa. “Vi ho forse spaventato? “ mi chiese dopo aver inspirato una profonda boccata di fumo. Tergiversai: “E’ questa benedetta gomma, non ci voleva proprio, da dove sei sbucata?” le chiesi. Ignorò la mia domanda e proseguì: “Andate verso Santa Maria? “. “ Ci arrivo quasi. Prendo l’ autostrada a Caserta Nord “, Tra un’operazione e l’altra del cambio gomma continuavo a guardarla di sottecchi. Si, effettivamente era una bella figliola, peccato che appartenesse a quel mondo. Intanto l’ultimo bullone non aveva alcuna volontà di venire fuori ed io a bassa voce incominciai ad imprecare contro quei benedetti aggeggi pneumatici con i quali i gommisti avvitano i perni. Fu a questo punto che lei girò dalla mia parte e si chinò simulando di darmi una mano. La profonda scollatura ora metteva a nudo il seno di una scolaretta; un brivido mi percorse lungo la schiena. Fu il bullone a cavarmi d’ impaccio, si era deciso a venir fuori. Ora la macchina aveva ripreso a correre veloce ed io, di tanto in tanto, distraendomi per piccoli attimi dalla guida, guardavo la mia accompagniatrice. “Si vede – debuttò – che siete una persona per bene, non avete tentato di approfittare della situazione, oppure non vi piaccio?” La sua voce era calda, una piega maliziosa del viso smentiva la verità della sua ultima domanda. Le dissi sorridendo che a mio avviso nessun uomo che fosse stato tale avrebbe potuto pensare che lei non potesse piacere. Quando riprese a parlare i suoi occhi fissavano intensamente la cenere della sigaretta: “E’ per il mestiere che faccio? “ , ma lo sapete che quando un uomo mi interessa lo faccio con tutta me stessa? “. Fu quello l’unico vero momento durante il quale mi sentii tentato; ma non mi è mai interessato quel tipo di rapporto. Lo sballottare della macchina, per la strada leggermente dissestata, procurò che le gambe accavallate fossero abbondantemente scoperte, lei, con profonda femminilità sorrise compiaciuta e finse di riparare, lo fece solo in parte. “Che ne sapete di me?" Sbottò improvvisamente con un tono carico di risentimento. “Dolcezza,” le dissi assumendo con la voce l’ atteggiamento di chi è avvezzo a certe compagnie, ti sto dando solo un passaggio, non devi assolutamente pensare di dovermi niente. Il tono “snob” della mia voce non aveva sortito alcun effetto: sperai vivamente che non mi raccontasse la storia della sua vita. Le mie sorprese, però, quella sera non si dovevano limitare a quanto mi era accaduto perché di lì a poco il pneumatico che avevo sostituito era completamente a terra. Ora era soltanto la luna a rischiarare la strada, le facevano da concerto le mie imprecazioni, mi era impossibile pensare ad una qualunque soluzione. La mia accompagnatrice mi creava un problema ulteriore; era già difficile, data l’ora ed il posto, che il conducente di una delle rare macchine che passavano avesse accolto i miei cenni di aiuto, figurarsi quindi quando intravedevano la persona che mi accompagnava. Stavo per dirle di entrare in macchina, ma fu lei che con tono deciso chiese a me di rientrare nell’abitacolo. Avevo intuito le sue intenzioni e la cosa non mi entusiasmava per niente, servirmi del suo adescamento per riuscire ad ottenere per qualche chilometro un qualsiasi aiuto od una gomma in prestito, mi contrariava fino a toccarmi lo stomaco. La strada ora diventava sempre più deserta, passava un’auto ogni periodo che mi sembrava un’eternità. Non mi riuscì di accettare oltre quella scomoda condizione di cacciatore che mira a distanza come l’esca venga catturata dalla preda. Fu mentre uscivo dalla macchina che vidi la lussuosa BMW, fermarsi accanto alla donna, alla guida era un uomo sui 55/60 anni, uno di quelli che hanno la ferma convinzione che l’età possa essere celata dall’accorta pettinatura, dall’abito sportivo-elegante e che lo stemma di una BMW riesca a far credere che i 60 anni siano al massimo 45. Intuii come si stavano mettendo le cose e mi avvicinai; mi accorsi dopo che il mio camminare aveva assunto un andare dinoccolato e avvertii che qualche piega nata sul mio viso mi stava dando l’aspetto che mi ritrovo quando affronto con decisione le situazioni difficili. Mentre l’uomo innestò la prima ed il rombare del motore coprì la sua ultima frase, riuscii soltanto a sentire: “... un passaggio a te lo do ben volentieri”. “Perché vi siete avvicinato – mi redarguì – sarei riuscita a guadagnarmi uno strappo per entrambi…” troncai netto e replicai: “Potevi andare, perché non l’hai fatto”. Enfatizzando ed in maniera ironica il tono della voce: “Nella buona e nella cattiva sorte”. Ora i suoi occhi chiedevano un po’ di soddisfazione per il gesto che aveva fatto di non lasciarmi solo. Chissà perché certe volte siamo cinici nei momenti meno giusti, infatti le dissi: “Sei proprio una stupida!” Se ne ritornò taciturna in macchina, mi avvicinai allo sportello dalla sua parte e con il ticchettio delle nocche la invitai ad abbassare il vetro e tutto d’un fiato sbottai: “Scusami”. Ora una largo sorriso aleggiava sul suo viso: era stupenda quando sorrideva, i fazzolettini che l’avevano aiutata a struccarsi s’erano portati via anche i segni della sua professione e convenni che incontrandola in un ufficio o a casa di amici, quella sarebbe stata un’ambita donna da conquistare. Girai intorno alla macchina, andai a sedermi al mio posto, le offrii una sigaretta e ne presi una per me. “Come ti chiami", le domandai . “Gianna” e da quanto tempo fai questo lavoro”. “Da un mese” mi rispose. “Benedetto Iddio, quasi urlai, ma non potevi fare una qualunque altra cosa, che so, la cameriera per esempio?” “Se fossi la vostra cameriera, quante volte al giorno pensereste di portarmi a letto?” Sì, aveva proprio ragione una donna fatta bene come lei e con quel viso da madonnina, o diventa una diva (prostituta col consenso del pubblico) o lavora in ufficio (scansando le solerti mani dei colleghi) o si colloca tra le schiere delle lucciole e si fa risarcire in denaro quanto madre naturale le ha elargito e gli altri tentano di portarle via. Squallido! Ma reale! Vinsi la grossa ripugnanza che si frapponeva tra i miei istintivi desideri e lei ed accostai una mano sulla sua: si voltò a fissarmi; Dio come la vita insegna agli occhi di certe creature a parlare: il suo sguardo mi scavò dentro, deglutii a fatica, una barriera fittissima era tra noi, lei l’avvertì e come per un occasionale movimento, fece scivolare via la sua mano che era al di sotto della mia. Nel suo sguardo avevo letto una convinzione assai chiara, ero un uomo piccolo, piccolo, piccolo, legato ad una balorda educazione e ad un fasullo perbenismo che teneva imprigionata la mia mediocre anima. Restammo in silenzio non so per quanto tempo, ma nella mia mente non c’era più rabbia per quell’incidente che mi avrebbe tenuto lontano dal piacevole impegno settimanale: la partitina a poker a casa dei miei amici; no, ora facevo una velocissima scorsa nella mia mente delle persone influenti di mia conoscenza che avrebbero potuto dare una mano a quella ragazza: nessuna andava bene, tutta gente che nella migliore delle ipotesi, quando avrei presentato loro quel pezzo di figliola, avrebbe pensato ad un interessamento troppo personale ed impossibilmente disinteressato. Allora fui io a rompere il silenzio e le dissi: “Se il nostro volto, il calore della nostra voce, l’espressione dei nostri occhi è veramente l’indice della nostra indole, sono certo che tu sei una persona recuperabile: cosa si può fare per te?” Mi guardò alla sua maniera, in quel modo che ti scavava dentro, non ebbe dubbi, capì che dietro la mia offerta, non c’era nessuna richiesta in cambio e quindi esclamò: “ Cosa volete che m’importi!” Lo stridio dei freni ci fece sussultare la macchina si era perfettamente accostata alla mia, l’uomo sbirciò nel nostro abitacolo, intimò con un breve deciso cenno della testa alla mia accompagnatrice di raggiungerlo: ella ubbidì. Appena fu seduta nell’auto accanto a lui, la macchina sgommando presto sparì all’orizzonte. Trassi dal pacchetto un’altra sigaretta e mentre le davo fuoco i miei occhi, alla capace luce dell’accendino rividero quei fazzolettini con i quali ella si era struccata. Possiamo certo toglierci dal viso la brutta maschera di molti affanni, ma non sempre la vita ci consente di impedire agli altri, contro la nostra volontà, di truccarci di nuovo.

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LA RAGAZZA CON L'ORECCHINO DI PERLA

6 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #pittura

LA RAGAZZA CON L'ORECCHINO DI PERLA

La ragazza con l'orecchino di perla

Tracy Chevalier

Neri Pozza Editore

pp. 236

Si è chiusa recentemente a Bologna una importante mostra, sulla Golden Age della pittura olandese e, se anche questo ha creato qualche polemica essendo esposti quadri di Rembrandt a e di altri famosi pittori, la eccezionale riuscita dell'esposizione che ha richiamato sotto le due torri 342.626 visitatori, è dovuta principalmente a un solo quadro “La ragazza con l'orecchino di perla” di Johannes Vermeer.

Questo dipinto, insieme alla Gioconda di Leonardo, è senza dubbio una delle opere d’arte più note e amate in tutto il mondo. Un quadro dal fascino particolare, l'ingenuo volto della giovane ritratta con un impenetrabile sguardo, da oltre tre secoli continua a far sognare coloro che hanno potuto ammirarlo o che magari ne hanno soltanto visto copie riprodotte, ovunque, in giro per la città. Si tratta di un dipinto olio su tela, databile intorno al 1665-1666, di piccole dimensioni (44,5×39cm), ma di grande fascino, con una suggestiva leggenda alle spalle che lo circonda di un'aura misteriosa e che colora con una nota di romanticismo la biografia di un grande pittore del quale in realtà si conosce ben poco.

Il quadro raffigura una giovane donna ritratta di tre quarti nell'attimo preciso in cui si gira verso l'artista e lo guarda con profonda intensità. Colpiscono la lucentezza della perla e i colori degli abiti che risaltano su sfondo scuro. Il magnetismo che conquista lo spettatore è dato da una serie di elementi: il turbante e la perla, dal fascino esotico, una fanciulla dallo sguardo innocente e al tempo stesso assolutamente languida e ammaliante, infine le labbra lucide e semi aperte che le danno una carica di candida meraviglia, ma anche una vena di accattivante erotismo. Non si sa con certezza chi fosse in realtà la bella modella, c'è chi attribuisce il giovane volto alla figlia del pittore e chi invece, come la scrittrice Chevalier, alla serva di casa. Questo enigmatico velo di dubbio che nasconde la sconosciuta ha fatto sì che Tracy Chevalier ne scrivesse un best- seller nel 1999 da cui poi fu tratto un film nel 2003 con Scarlett Johansson nel ruolo della protagonista. Certo è che di fronte al quadro si è portati a sognare e a credere che la storia raccontata nel libro che ho letto sia vera, dietro quello sguardo innocente, dunque, io ci ho visto la giovane domestica di casa Vermeer.

Griet ha sedici anni quando a causa della malattia del padre, decoratore di piastrelle che ha perso la vista, è costretta a prendere servizio in casa del pittore per aiutare la famiglia rimasta senza reddito. Fra la ragazza e l'artista si instaura un rapporto di immediata confidenza, che non trascende in passione, ma che nella innocente purezza della giovane crea un forte turbamento. Col tempo la fanciulla mostra timidamente interesse e innata comprensione per la pittura. Notando la sua propensione naturale, l'accortezza con cui non muove di un millimetro, mentre spolvera, gli oggetti disposti in attesa di essere riprodotti, Vermeer le insegna come preparare i colori per i suoi dipinti, macinando ingredienti naturali che le manda a comprare di nascosto da tutti, creando così una sorta di segreta collaborazione che in Griet, e forse nello stesso artista, porta a una crescente inquietudine. L'autrice riesce con maestria a tratteggiare una sottile linea che, fra sguardi e sospiri, separa la passione per l'arte a quella sensuale che potrebbe scatenarsi fra amato e amante.

La giovane protagonista vive la sua situazione di sottoposta con orgoglio e coraggio, soffrendo la mancanza della famiglia, del padre malato, della madre che le ha insegnato tutto, del fratello costretto come lei a lavorare anzitempo, che poi farà una brutta fine e della sorellina piccola che morirà di peste senza che lei possa rivederla provocandole un grande dolore. Griet si abitua lentamente al cambio di vita cui è costretta anche per la differente religione praticata dai suoi padroni , in casa Vermeer, cattolico, trova quadri di crocefissioni e Madonne a cui non è abituata, ma è la passione per la pittura che la rende forte e orgogliosa di poter assistere e partecipare in qualche modo alla nascita di nuove opere d'arte. La giovane e piacente cameriera attira le brame del mecenate di Vermeer che vorrebbe circuirla, ma che si accontenterà del quadro che il pittore gli promette per distogliere le sue malevoli intenzioni e per mantenere buone relazioni con lui, essendo Van Ruijven la sua principale fonte di reddito. In realtà Vermeer prova un desiderio inconfessato e del tutto personale di ritrarla e lo farà nascostamente alla moglie che, fra un parto e l'altro (darà alla luce undici figli),troverà il tempo di nutrire una forte gelosia nei confronti della serva di casa. Gelosia e sospetto che aumentano durante il periodo in cui il marito, lavorando segretamente al quadro della ragazza, crea fra loro una maggiore complice intimità. Griet nel frattempo conosce Pieter, il figlio del macellaio dal quale viene mandata a fare spesa per conto della famiglia. Un bel ragazzo con i riccioli d'oro che se ne innamora e spasima per averla come moglie, lei non ricambia subito i suoi sentimenti anche se capisce che lui è l'unico futuro che si possa aspettare, così inizia con l'accettare le sue attenzioni in una sorta di fidanzamento ufficiale, fino a cercarlo e a farsi possedere una sera durante la lavorazione del quadro, quando l'attrazione per il pittore diventa un insostenibile desiderio carnale. ”Talvolta non faceva altro che starsene seduto, guardandomi come se aspettasse che io facessi qualcosa. In quei momenti non aveva l'aria del pittore ma dell'uomo, e facevo fatica a tenere gli occhi fissi nei suoi”. In quel periodo Griet dà prova di grande coraggio, sfidando le convenzioni del tempo che non approvavano la scelta di farsi ritrarre con le perle, assolutamente inadatte a una domestica, e soprattutto con le labbra dischiuse in segno di sfrontata trasgressione, ma la passione per l'arte, unita al desiderio di compiacere l'uomo che la ritrae, le consentiranno di arrivare fino in fondo, sfidando le critiche e i giudizi malevoli fuori e dentro le mura della casa dove vive. Quando il dipinto è ormai ultimato, a causa della perfida soffiata di una delle figlie, che odia Griet perchè ha ricevuto da lei uno schiaffo il primo giorno in cui prestava servizio da loro, la moglie di Vermeer scopre la verità, e va su tutte le furie. Quando, guardando il quadro, si avvede che il marito ha fatto indossare alla serva di casa i suoi orecchini di perle, decide di cacciare su due piedi la ragazza da cui si sente doppiamente insultata, poiché Vermeer le confessa di aver dipinto Griet anziché lei perché quest'ultima riusciva a capire meglio la sua arte. La giovane domestica, com'era destino, data l'ambientazione storica -sociale dell'epoca, “sensatamente” quando si trova per strada va a rifugiarsi da Pieter, che in seguito sposerà in una naturale e inevitabile conclusione. Lavorerà al banco della sua macelleria, conducendo una vita felice. L'unico rammarico che le resta è sapere se lui, il padrone, l'aveva amata par suo o se era stata per il grande pittore un interesse puramente professionale e la risposta arriverà, del tutto inattesa, quando oramai aveva smesso di chiederselo, totalmente presa dall'amore per i suoi due figli.Dieci anni dopo, infatti, invitata a casa dei suoi vecchi padroni, trova l'esecutore testamentario che, in ottemperanza alle ultime volontà di Vermeer, le farà consegnare dalla moglie del defunto pittore proprio gli orecchini di perla.

Un bel romanzo che comprende fantasia, romanticismo, passione e riscatto finale per la protagonista. Il libro si conclude (praticamente come si era aperto) con un ultimo sonoro schiaffo alla perfida figlia del pittore che chiede alla serva di consegnarle gli orecchini appena ricevuti . Uno stile scorrevole anche se a tratti leggermente attendista, ma fortemente introspettivo. Il finale lascia una vena di nostalgia per un amore fatto di parole non dette, di silenzi e di mani sfiorate, di sguardi proibiti, struggente addirittura in certi momenti come quando Vermeer mette l'orecchino a Griet e le asciuga le lacrime carezzandole il viso.

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“All'uomo più veloce , l'animale più lento”

4 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

“All'uomo più veloce , l'animale più lento”

Non saprei stilare una classifica dei migliori piloti di autovetture da corsa, ma posso affermare con certezza che Tazio Nuvolari fu sicuramente uno dei più grandi di tutti i tempi. Improbo fare confronti con gli odierni piloti, che guidano autovetture dalle sofisticate apparecchiature elettroniche, dotate di potenti motori turbo che scivolano su lucidi asfalti auto drenanti, quelli erano anni fatti di strade polverose, di mani sporche di grasso, di rumore assordante del motore che spaccava i timpani e di smisurato coraggio. Ferdinand Porsche lo definì “il più grande pilota del passato, del presente e dell’avvenire”, Nuvolari è rimasto nell'immaginario collettivo per tanto tempo come unico, insuperabile e, ancora dopo molti anni dalla sua morte, Lucio Dalla trovò parole stupende per scrivere una canzone a lui dedicata. Ascoltando queste note si riesce quasi a vederlo sfrecciare in una nuvola di polvere, concentrato nella guida della sua auto mentre taglia il traguardo:

Nuvolari è basso di statura, Nuvolari è al di sotto del normale, Nuvolari ha cinquanta chili d'ossa, Nuvolari ha un corpo eccezionale, Nuvolari ha le mani come artigli, Nuvolari ha un talismano contro i mali, Il suo sguardo è di un falco per i figli, i suoi muscoli sono muscoli eccezionali! Gli uccelli nell'aria perdono l'ali quando passa Nuvolari!

Fu veramente un pilota fuori dalla norma e non solo con le auto, la sua storia, divenuta leggenda, ci rimanda l'immagine di un uomo magro e basso con occhi e capelli scuri, un sorriso serrato, ma accattivante, uno scavezzacollo, istintivo, spericolato, capace di superare sempre ogni limite. Un uomo appassionato e appassionante, infervorato e impaziente. E queste sue qualità le dimostrò non solo correndo, ma anche nelle sue scelte di vita. Le sue specialità furono la tecnica per affrontare le curve e lo scarso rapporto che aveva con l'uso dei freni. La testimonianza che rese Enzo Ferrari dopo essere salito in auto con lui la prima volta, fu di aver avuto l'impressione che Nuvolari sbagliasse l'impostazione delle curve, ma poi si era reso conto che il pilota era tranquillo, “non sembrava uno che rischiasse di andare fuori strada ogni volta.” Nuvolari prendeva tutte le curve affrontandone l'interno senza toccare mai i freni e usando al contrario l'acceleratore premendolo o lasciandolo per stringere o allargare la traiettoria, in una sorta di derapata che lo faceva poi trovare dritto all'uscita della curva. Una tecnica che il patron del cavallino rampante definì da infarto. Un uomo dicevamo pieno di entusiasmo, non poteva non attirare, durante la sua brillante carriera, l'attenzione di un altro grande uomo il poeta soldato Gabriele D'Annunzio che lo volle ospite al Vittoriale in più di una occasione. Li legavano la comune passione per il rischio, la brama per i motori sempre più potenti, (il Vate aveva un' Isotta Fraschini), la febbre per la velocità e il coraggio di tentare ogni volta l’impossibile. Si stimarono e si capirono da subito, fin dal primo incontro restarono a parlare per sette ore. Non ci è dato sapere cosa si dicessero, ma mi piace immaginare che si raccontassero le loro imprese o discorressero di donne e che Tazio, sorridendo, lo mettesse a parte di quella scommessa che una volta vinse convincendo una signorina a salire in auto con lui durante una gara, per baciarla poi mentre sfilava a 150 all'ora sotto le tribune. Impresa che gli valse, da quella volta in poi, la presenza della moglie a ogni Gran Premio. In seguito D'Annunzio, come amava fare coi personaggi che gli erano cari, gli affibbiò un nomignolo e Tazio divenne per tutti il “mantovano volante”. Gli fece dono di una sua fotografia autografata e di un ciondolo d'oro a forma di tartaruga dicendogli “all'uomo più veloce, l'animale più lento”. Tazio da allora considerò quella piccola tartaruga il suo simbolo, lo teneva costantemente appuntato alla maglia, lo fece stampare sulla carta da lettere e diede disposizione affinché venisse dipinto sulla fiancata del suo aereo personale. Ne fece addirittura riprodurre alcune copie che regalò poi alle persone care o da lui ritenute “importanti”. Quel piccolo amuleto restò appuntato al petto del pilota per tutta la vita e morendo lasciò come disposizione di volerlo addosso anche per il funerale insieme agli abiti della sua tenuta da corsa: il maglione giallo con le iniziali, i pantaloni azzurri, il gilet di pelle marrone, il fiocco tricolore al collo, il caschetto bianco, la cintura nera di coccodrillo e a fianco il suo volante preferito. Lo stesso che nel 1946, durante una corsa, gli rimase fra le mani e che passando dal rettilineo del via mostrò al pubblico in delirio. Il grande “Nivola”, soprannome attribuitogli “vox populi, non si dette per vinto nemmeno in quell'occasione, portò l'auto ai box sterzando con una chiave inglese, fece sostituire il volante e terminò una gara oramai compromessa, rimontando fino alla tredicesima posizione. In quegli anni non vinceva più come un tempo, ma era sempre lui a “dare spettacolo”.

Tazio Nuvolari era nato a Castel d'Ario in provincia di Mantova il 16 novembre del 1892 da una famiglia benestante di agricoltori. La passione per i motori gliela aveva trasmessa lo zio Giuseppe che forniva al nipote biciclette e moto e che per primo gli insegnò a muoversi con agilità sulle due ruote, facendolo sedere sulla sua motocicletta per insegnarli a guidare. Tazio aveva allora solo tredici anni, ma una notte, preso dalla frenesia dei motori, “rubò” l'auto del padre e partì percorrendo un tratto di strada in campagna illuminata solo dalla luna. Fece ritorno poco dopo, orgogliosamente incolume e con l'auto intatta, in seguito raccontò schernendosi: “Andavo solo a trenta all'ora!” Data la sua costituzione mingherlina e la sua bassa statura si pensò anche che avrebbe potuto avere una carriera da fantino, ma fu proprio il calcio di un cavallo a rompergli una gamba e a lasciargli una leggera zoppia come ricordo per tutta la vita. In realtà Tazio preferiva il cavallo a due ruote, con un motore rombante che sentiva ruggire fra le gambe e che sapeva governare a dovere. Iniziò a guidare la motocicletta ancora ragazzino, scorrazzando per il paese e facendo acrobazie che lasciavano tutti a bocca aperta, acquisendo una notevole abilità che lo portò a essere scelto come autiere, durante il servizio di leva, prestato dal 1912 al 1913. Quando poi scoppiò la prima guerra mondiale fu richiamato alle armi e gli fu affidata la guida delle autoambulanze. Tazio non aveva paura di niente, correva come un matto per recuperare i feriti e un giorno finì fuori strada, per fortuna senza gravi conseguenze, così il suo ufficiale comandante, nel fargli il cicchetto che gli spettava azzardò anche un “Dammi retta, lascia perdere, l'automobile non fa per te “. Nessuna previsione fu mai così errata. Il suo carattere impaziente e impulsivo si mostrò anche quando, tornato dalla guerra per una licenza, conobbe in paese Carolina, una ragazza di cui si innamorò perdutamente, così per non aspettare permessi e consensi la “rapì” nella più classica delle fuitine e la sposò solo civilmente il 10 novembre a Milano. Fu una scelta fuori dal comune per l' epoca, ma la sua serietà in campo sentimentale non fu mai smentita e la moglie rimase il suo grande amore per tutta la vita. Dalla loro unione nacquero due figli e Giorgio, il primogenito, venne alla luce già prima della fine della guerra nel settembre del 1918. La passione di Tazio per i motori continuò anche dopo la fine del conflitto, nel 1920 ottenne la licenza di corridore motociclista e in giugno dello stesso anno esordì al Circuito Internazionale di Cremona. La prima vittoria alla guida di una motocicletta arrivò l'anno successivo. Aveva fatto esperienza correndo con moto di sua proprietà, era diventato un vero pilota professionista e, trascorso ancora qualche anno in un crescendo di vittorie, si coronò col titolo di campione italiano della classe 500. Entrato come motociclista nella scuderia della Freccia Azzurra, nel 1926 a Stoccarda ebbe un pauroso incidente. Era arrivato in ritardo e non aveva provato il circuito, così a causa di un fondo stradale scivoloso, sbandò e a tutta velocità andò a schiantarsi con la moto contro un albero. Quando lo raccolsero, aveva perso i sensi e in un primo momento lo diedero per spacciato. Giunto all'ospedale, di una sospetta commozione cerebrale, e choc traumatico, furono confermate solo numerose fratture in varie parti del corpo che non gli impedirono, comunque, di ripartire l'indomani stesso in treno per far ritorno in Italia. Lo spirito fiero e indomito non si era fiaccato e ai giornalisti che gli confessarono di averlo creduto morto rispose: “Se mi danno per cadavere, aspettate sempre tre giorni prima di piangere, non si sa mai.” La sua passione per i motori lo aveva portato ad alternare corse in moto e corse automobilistiche, essendosi messo in luce per alcune gare vinte in Italia e all'estero proprio con le auto, venne contattato dall'Alfa Romeo per un provino all'autodromo di Monza. Nuvolari era l'ultimo di tutti i piloti chiamati per il test e l'auto arrivò nelle sue mani che era al limite, Tazio non si scoraggiò e, per fare bella figura, spinse al massimo l'acceleratore, ma qualcosa non funzionò a dovere e alla curva di Lesmo sbandò, distrusse l'autovettura e venne ricoverato in ospedale con gravi ferite e fratture. Di lì a poco doveva disputarsi il Gran Premio motociclistico delle Nazioni a cui non intendeva assolutamente rinunciare, così, appena una settimana dopo lo spaventoso incidente, si preparò a gareggiare sopportando dolori atroci in tutte le parti del corpo. Per resistere meglio indossò un pesante busto di cuoio che lo teneva bloccato alla sella e si fece bendare stretto, in modo da essere quasi “ingessato ” nella posizione di guida. Uno dei medici che lo aveva aiutato e visto salire stoicamente sulla motocicletta, ebbe a pronunciare una frase che restò famosa nel tempo: “E' matto come un cavallo, dovremmo ricoverarlo in manicomio”, ma “Nivola”mise tutti a tacere e tagliò il traguardo da vincitore. Grazie al crescente successo incominciò a guadagnare a sufficienza per pensare di aprire una sua scuderia a dispetto dell'Alfa Romeo che, dopo il disastroso provino, non lo aveva messo sotto contratto. Così nell’inverno tra il 1927 e il 1928 decise di puntare esclusivamente sull’automobile e, comprate quattro Bugatti grand prix, fondò la scuderia Nuvolari. Le prime soddisfazioni non tardarono ad arrivare e nove giorni dopo la nascita del suo secondogenito Alberto, l'11 marzo 1928 festeggiò vincendo la sua prima prestigiosa gara internazionale nel Gran Premio di Tripoli. Tazio, tra il 1928 e il 1929, iniziò a inanellare una serie di successi, in ogni gara riusciva sempre a mettersi in luce in qualche modo correndo come un matto, duellando con i piloti più affermati senza mai arrendersi e anche se le sue Bugatti erano di cilindrata inferiore, quando non vinceva, riusciva comunque a dare del filo da torcere ai campioni in carica. Tutti iniziarono a capire di che stoffa era fatto il pilota di Mantova e allora il patron dell'Alfa Romeo si dovette ricredere e lo ammise in scuderia dicendo: “Prendiamolo, questo Nuvolari, e che Dio ce la mandi buona!” Nel 1930 Tazio correva la sua prima Mille Miglia con un'Alfa Romeo e si trovò a sfidare il suo eterno rivale, ma anche amico, Achille Varzi, che lo conosceva dai tempi delle gare motociclistiche e che, per un breve periodo, aveva corso per lui nella sua scuderia. Nuvolari voleva battere a ogni costo il suo antagonista di sempre, così, durante la corsa, che si teneva anche nelle ore notturne, tallonò il suo avversario a fari spenti e li riaccese un attimo prima di superarlo sul rettilineo di arrivo e tagliare il traguardo per primo, beffandolo irrispettosamente. Da quel momento in poi la sua rivalità con Varzi divenne insanabile, si fronteggiarono spesso, alternandosi sul podio infiammando il pubblico italiano diviso fra il preciso, rigoroso, a tratti gelido Varzi e il fantasioso, prode e sorprendente “Nivola”. Anche Mussolini, oltre al Vate divenne un fan accanito del “mantovano volante” e lo invitò a Roma a Villa Torlonia. Già appassionato di automobili, proprietario di un'Alfa Romeo spider che amava guidare a forte velocità, seguiva le corse nutrendo per il campione grande stima e rispetto: “Ecco un italiano a cui tutti gli italiani dovrebbero ispirarsi”. In quello stesso periodo l'Alfa abbandonò le corse e il parco auto fu ceduto a Enzo Ferrari che sostituì alle autovetture il simbolo del quadrifoglio con il cavallino rampante avuto in dono dalla madre di Francesco Baracca. Tazio con la sua Alfa -Ferrari stravinse sette gare con vittoria assoluta nel 1931, i successi continuarono nel 1932, un anno trionfale, che lo vide su sedici gare disputate, sette volte vincitore assoluto, tre volte secondo, tre volte terzo, una volta quarto, una sesto e una sola volta ritirato. E ancora più ricco di trofei fu il 1933: undici vittorie in tutto. Quello fu anche l'anno del divorzio da Ferrari, di cui Nuvolari voleva diventare socio, ma il patron del cavallino, che non era meno testardo di lui, gli indicò tranquillamente la porta, inutile dire che Tazio, rimessosi in proprio, si fece preciso dovere di vincere e ci riuscì, quasi sempre, fino all'avvento delle “tedesche “. La ruota stava girando e la superiorità dei bolidi tedeschi diventava schiacciante, per fare fronte comune Tazio fece pace con Ferrari e riuscì ancora una volta a stupire tutti con una vittoria impossibile, proprio nel G.P. di Germania del 1934. Nel 1935 riuscì ancora a battere il record assoluto di velocità con 330,275 km/h e, nel 1936, nonostante l'ennesimo brutto incidente che lo vide correre nelle gare successive con due vertebre incrinate e pieno di ammaccature, riuscì a dare smacco ai tedeschi in diversi gran premi. Ancora una volta si trovò contro il suo avversario di sempre Achille Varzi, che era passato nelle scuderie tedesche. Arrivò il 1937 un'annata nera in assoluto per l'asso del volante; i tedeschi, pressoché invincibili la facevano da padroni su ogni circuito. L’Alfa di Nuvolari prese fuoco ed egli si salvò lanciandosi in corsa dall’abitacolo. Il resto della stagione registrò un altro incidente in prova, poche corse disputate e una sola vittoria, ma il dolore più grande per Nivola fu la morte prematura del suo primogenito che si spense a causa di una miocardite a soli 19 anni, mentre lui era in viaggio. Un avvenimento che lo segnò profondamente e forse per la prima volta in vita sua le spalle si piegarono un poco sotto il peso della sconfitta. L'anno successivo capito che oramai con le auto italiane non sarebbe più riuscito a mantenere i suoi abituali livelli, decise di abbandonare le corse, fece un viaggio negli Stati Uniti con la moglie, ma dopo poco venne contattato dalla Auto Union e passò sotto contratto con i tedeschi. Tazio da quel giorno aggiunse alla sua normale tenuta da corsa un nastrino tricolore che teneva al collo in bella vista, per dimostrare a tutti il suo immutato amor di Patria e l'orgoglio di essere Italiano anche se era passato a correre per il Terzo Reich. Con la nuova macchina, costruita da Porsche, Nuvolari ottenne nuovamente grandi successi, coronò il sogno di vincere ancora il G.P. di Monza in Italia e, con le sue performance, mandò in visibilio gli spettatori tedeschi. Durante le prove nel circuito di Donnington, in Inghilterra, un cervo sbucò all'improvviso nella pista, Tazio, che sopraggiungeva a 130 all'ora, non riuscì a evitarlo e lo colpì in pieno, mantenne però il controllo della vettura evitando di finire contro il parapetto di un ponte che aveva di fronte. Lo spettacolare incidente gli valse anche le simpatie del pubblico inglese che, recuperato il cervo, gli fece recapitare la testa. Nivola, soddisfatto, ne fece un trofeo da appendere al suo studio. Nel successivo 1939 a Belgrado consegnò l'ultima vittoria alle Silberpfeil (Frecce d'argento) era il 3 settembre e la seconda guerra mondiale era cominciata da due giorni. Solo la guerra era riuscita a fermare Nuvolari, ma nel 1946 Tazio riapparve sulla scena, indomito anche se invecchiato e stanco. Soffriva di disturbi allo stomaco causati dai gas di scarico, ma a fiaccarlo definitivamente fu la malattia che gli strappò anche il secondo figlio, appena diciottenne. Disperato, si aggrappò alle corse per sopravvivere o cercando forse una fine non meno disperata. Solo un mese dopo la sepoltura del suo ultimo erede, a Marsiglia, in spregio a ogni pericolo, correndo contro la sorte e sperando forse a una curva di incontrare la fine, toccò invece nuovi record di velocità. Nel 1947, quando aveva già 55 anni, compì l'impresa che, anche se non lo vide vincitore, lo riportò nel cuore degli Italiani, se mai lo avevano dimenticato. Si correva la Mille Miglia, Tazio si portò in testa resistendo alla pioggia, all'estenuante susseguirsi delle ore alla guida, sopportò gli accessi di vomito sempre più forti, ma quando la pioggia insistente aveva oramai riempito l'abitacolo della sua piccola spider, fu costretto a fermarsi, aprire lo sportello per liberarsi dell'acqua e, anche se ripartì subito dopo, oramai era stato superato. L'anno successivo si vide l'ultimo colpo di coda di un campione che non voleva desistere, non aveva un'autovettura sua e non correva per nessuna casa automobilistica, ma si presentò a Brescia per salutare gli amici in partenza per la Mille Miglia, qualcuno gli offrì una Ferrari e non si fece ripetere l'invito. Tazio correva sempre più veloce per sfuggire al peso del suo dolore che non lo abbandonava mai e a Pescara fu primo assoluto, a Roma arrivò con dodici minuti di vantaggio sul secondo, a Livorno venti, a Firenze trenta, ma non voleva arrendersi all'idea che la macchina, sottoposta a ritmi insostenibili, stava cedendo. Durante la strada perdeva pezzi, prima un parafango, poi il cofano, erano saltati gli attacchi dei sedili e gli rendevano la postazione guida incerta e traballante, Giunto nei pressi di Reggio Emilia, il tracollo: cedette il perno di una balestra e fu costretto a fermarsi. Fu negato a lui ma soprattutto agli Italiani il lieto fine di una favola che li aveva fatti sognare come nessuno prima e come pochi dopo nella storia delle corse. L'incredibile carriera di Nuvolari si chiuse nel 1950, in 30 anni tra auto e moto aveva disputato 353 corse, conquistando 105 vittorie assolute e 77 di classe e facendo registrare per 100 volte il giro più veloce. Fu sette volte campione italiano e conquistò cinque primati internazionali di velocità. Tazio, oramai malato, smise di correre senza mai annunciare pubblicamente il proprio ritiro. Passati poco più di tre anni “Nivola”, “ il mantovano volante”, se ne andò per sempre, in silenzio, alle sei del mattino dell'11 agosto 1953, era un martedì. Il giorno dei suoi funerali sulla piazza gremita di oltre cinquantamila persone venute da ogni dove per tributargli l'ultimo saluto, dalla facciata della basilica di Sant'Andrea a Mantova pendeva uno striscione scritto dai suoi ammiratori “Correrai più veloce per le vie del cielo.”

“All'uomo più veloce , l'animale più lento”
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IO NON CI TENGO NE' CI TESI MAI... ETTORE PETROLINI di marcello de santis

17 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere, #marcello de santis

IO NON CI TENGO NE' CI TESI MAI... ETTORE PETROLINI di marcello de santis

Marcello De Santis, sempre puntuale e preciso nei dettagli e nelle notizie, con il suo saggio, questo mese, ci racconta la storia del varietà e del suo capostipite Ettore Petrolini, considerato il principe dell'avanspettacolo... (Franca Poli)

Partiamo dalla fine.
L'attore, per una grave forma di angina pectoris, è costretto, a malincuore, a lasciare il teatro. E' l'anno 1935, alla fine di giugno; Petrolini muore a soli 52 anni, nel pieno della sua maturità artistica e del suo successo. Stava male da tempo; i medici venivano spesso al suo capezzale e visitarlo. Un giorno, quello che lo aveva appena visitato gli disse che lo trovava senz'altro meglio; e Petrolini, col suo sorriso eternamente canzonatorio, fece forse la sua ultima battuta: meno male, dotto', così moro guarito. E forse ci sarebbe stata bene anche una delle sue frasi celebri, che pronunciava con nonchalance sui palcoscenici di tutto il mondo:
L'uomo e' un pacco postale che la levatrice spedisce al becchino.

Poi però venne il prete, stava proprio male, sarebbe morto di lì a poco. Venne dunque il prete per dargli l'estrema unzione con l'olio santo in mano; Petrolini lo vide entrare ed avvicinarsi al suo letto; fece l'ultima battuta della sua vita:adesso sì che sono fritto!
Uomo di teatro, ma di quel teatro diciamo così di seconda categoria, meglio definito come teatro di varietà, o meglio teatro di avanspettacolo che dal varierà era appunto derivato. Ma perché questo termine: avanspettacolo? Ce lo siamo mai chiesto?
E sì che tutti quelli della mia età sono stati spettatori di queste rappresentazioni allegre e spensierate sui palcoscenici dei teatri anche dei piccoli paesi, in quegli anni dell'immediato dopoguerra, dove si faticava a riemergere e a ricostruire - oltre che sulle macerie delle bombe - anche sulle anime dei padri e delle madri vittime della guerra; spettacoli in cui un capo-compagnia detto capocomico allestiva serate teatrali con balletti di procaci (e non sempre, talvolta vere e proprie "buzzicone" - grassone - come si dice a Roma) ragazze appena appena scollacciate, schetch o scenette messe nelle mani o nella faccia di un qualche comico agli inizi (o alla fine) della carriera, talvolta aiutato dalla famosa "spalla", qualche cantante ancora dilettante alla ricerca di una gloria che per qualcuno sarebbe arrivata (ma per tanti no); e con qualche ragazza acerba pure se ben tornita di cui qualcuna sarebbe poi diventata attrice e (qualcuna) anche grande attrice. Insieme ad essi una decina di orchestrali più o meno all'altezza della situazione, ma che per tirare avanti avrebbero venduto l'anima al diavolo; del resto i capocomici non erano sempre esigentissimi; e debbo dire, neppure gli spettatori lo erano.
E i giovanotti accorrevano in massa, per vedere da vicino, talvolta con le braccia appoggiate sulle tavole della passerella (i più fortunati), le mani allungate a cercare di toccare almeno i piedi delle ballerine poco-vestite. Ma c'erano anche i "signori bene" che deploravano i costumi scollacciati delle attricette di varietà.

Nella mia città, allora ancora paese, che le bombe avevano devastato in maniera atroce, c'erano tre sale cinematografiche.
Il cine centrale, ricavato da un locale che presentava un ambiente molto molto alto, in cui a una platea circolare facevano corona due gallerie; e quante volte da ragazzini ci siamo andati, e tutti di corsa a cercare un posto qualsiasi nella seconda galleria (che era una novità un po' per tutti, anche per i grandi; ma in effetti scomodissima ché si vedeva male, molto male.)
Sapete, c'era allora un sacerdote cui noi - bambini - abbiamo voluto tutti bene, si chiamava don Amato, che ci chiamava a messa la domenica, alle nove e mezza, la messa dei ragazzini, e poi con cinque lire a testa ci portava a questo "cine centrale", così si chiamava (ricordo sempre l'inaugurazione con una fila per quattro lunga tutto il corso, con un film con Tyron Power: Il canale di Suez): don Amato ci portava a vedere Stallio e Ollio, Zorro, oppure Tarzan o Gianni e Pinotto, oppure gli indiani con i cow boy.
Poi c'era il Cinema Giuseppetti, sulla strada che portava a casa mia.
E ultimo, un cinema all'aperto, l'Arena Italia, gestita dal papà di un mio caro compagno di scuola di quando andavamo alle medie e poi al liceo; poi diventato uno dei pochi amici che mi sono rimasti, dopo più di cinquant'anni); l'unico che portava a Tivoli l'avanspettacolo; d'estate, con 25 lire, cinema e varietà.
Due spettacoli al giorno. Mio padre quando poteva ci portava tutta la famiglia, all' Arena Italia, d'estate.
L'abbinamento cinema-varietà derivava direttamente da una abitudine degli anni 20/30 del 1900, quando, con l'affermarsi del cinema nacquero come funghi le sale cinematografiche più o meno grandi (quelle piccole e piccolissime venivano chiamate pidocchietti, ricordate? e qui poi col tempo passavano solo film in terza e quarta visione); gli impresari e i titolari di dette sale pensarono bene di presentare degli spettacoli di teatro, l'avanspettacolo, appunto, tra una proiezione e l'altra, per attirare più spettatori possibile.

Non vidi mai recitare Ettore Petrolini, ché il grande comico romano, quando io vidi la luce nel 1939, ci aveva lasciato già da tre anni. Vidi però altri grandi attori di palcoscenico cosiddetto leggero; e con me bambino, sette otto anni, i miei genitori e una platea sempre piena, quando la gente non stava anche in piedi, e sì che l'Arena Italia aveva una capienza eccezionale con la platea di circa tre/quattrocento posti; e una gradinate a semicerchio amplissima, molto più capiente della platea, che saliva fin lassù... La domenica poi c'era costantemente il tutto esaurito nei due spettacoli, uno pomeridiano (per pomeridiano si intendeva il primo, che cominciava per questione di luce (essendo all'aperto), alle sei e mezza o giù di lì); e l'altro serale.
Vidi senz'altro i fratelli De Vico; e Derio Pino e Grazia Cori; Vici de Rol; Nino Lembo; forse Trottolino (al secolo Vico D'Ambrosio)...
ei cantanti non ricordo molto, assistetti anni dopo a esibizioni di Claudio Villa, Giorgio Consolini e Luciano Tajoli e altri; mi sembra venissero con le ultime compagnie di avanspettacolo. Più tardi negli anni questo genere di spettacolo vide protagonisti personaggi che divennero poi grandi grandissimi attori, parliamo di Macario, Nino Taranto, Renato Rascel il piccoletto, Walter Chiari, Aldo Fabrizi e Totò, e tanti altri.Ma vennero dopo; prima di loro, il principe dell'avanspettacolo era Ettore Petrolini, considerato da molti il caposcuola della generazione dei comici.

Vennero poi: la rivista, più articolata e più curata anche nei particolari, più elegante, per dire così; e quindi la commedia musicale; da lì al teatro di prosa, e ancora al cinema il passo fu breve; e tutte queste ultime forme di spettacolo debbono qualcosa a quella primitiva forma, e a chi per primo lo ha preso e condotto per mano: Ettore Petrolini.

Nacque a Roma da una famiglia popolare, suo padre faceva il fabbro; suo nonnoSalvatore il falegname, con la bottega in Via Giulia, un quartiere al centro di quella Roma che ospitava solo popolino, non certo nobili e ricchi. Proprio nella bottega del nonno Ettore cominciò a improvvisare le sue scenette comiche.
Ettore se ne andava in giro come tutti i ragazzi ed era attirato dai teatrini del tempo, che erano allestiti con tavole sistemate alla bell'e meglio su assi di sostegno dentro dei baracconi semoventi; e qui fu subito preso dalla voglia di fare teatro, di calcare quelle tavole sconnesse e pure tanto desiderate; palchi improvvisati con rappresentazioni improvvisate, farse e scenette a braccio, senza una trama precisa; lasciata all'estro di chi si esibiva. Salì sul palco e si provò. Andò bene, anche perché la sua mimica facciale era speciale. Aveva trovato la sua strada; da allora prese anche a scrivere le cose che doveva recitare, fu così che divenne oltre che attore anche autore dei testi, scrittore e sceneggiatore delle sue cose.

Mussolini gli volle dare un tangibile riconoscimento per la sua arte popolare e gli fece conferire una medaglia. Lui se la spillò al petto e facendo il verso alla celebre frase del dittatore (me ne frego!) esclamò: e io me ne fregio!
Non era un ragazzo quieto e tranquillo, tutt'altro, il suo carattere ribelle costrinse la madre a ritirarlo dalla scuola; la strada lo portò a farsi due anni di riformatorio, aveva 13 anni, e quando uscì, a 15, prese il coraggio (che non gli mancava di certo) a quattro mani e se ne andò di casa, deciso a farsi una vita sul palcoscenico.
Ormai giovane com'era stava entrando nel giro e cominciava a conoscere. Fu così che si presentò a un agente teatrale, Giulio Fabi, ... che mi giudicò uno scemo e mi disse: - Portami quattro scudi... e ti mando subito nella compagnia di Angelo Tabanelli (detto il Panzone) che agisce a Campagnano (presso Roma). Mamma me ne vado a fare teatro, mi servono quattro scudi. La madre gli dette i soldi e un bacio in fronte. Partì, raggiunse in diligenza il paese nell'alto Lazio e raggiunse la compagnia. Fece il suo debutto con un incidente, mise un piede su una tavola traballante e cadde e si lussò un piede. Ma la gente rise a crepapelle e chiese il bis. Mi accorsi che ero veramente votato all'arte comica...

(dal suo libro Modestia a parte, uscito nel 1932).

Si era esibito già sui modesti palcoscenici dei teatrini di Trastevere tutti locali di terz'ordine; faceva il macchiettista, e strappava applausi; quindi acquisì una certa esperienza; era l'anno 1900. La gioia più grande in queste sue prime esibizioni l'ebbe al Gambrinus (usava un nome d'arte Ettore Loris); era questo una birreria di Roma che accoglieva le compagnie di poco più che guitti. Si esibì al fianco della stella della compagnia, la chanteuse Diana Paoli, ebbe un grande successo, oscurando persino l'attrice. Il direttore del locale, il signor Stern, lo insignì di una medaglia. Ricorda Petrolini:
... una medaglietta con su scritto:«La direzione della birreria Gambrinus a Petrolini». Sì, Petrolini. Perché al Gambrinus volli debuttare con il mio vero nome. Gongolavo dalla gioia. E in casa, presso la mia famiglia, facevo compassione a tutti!

La sua vita è stata piena fin dall'inizio della carriera; raccontarla tutta richiederebbe spazio e tempo; non è questo il nostro scopo, il saggio deve essere breve e dunque ci atterremo al nostro scopo, pur evidenziando le cose essenziali e importanti. Gli inizi furono avventurosi anzichenò, racconta infatti nel suo libro Un po' per celia, un po' per non morire che vide la luce nel 1936 (nello stesso anno sarebbe morto): ... in fondo a quei bottegoni c'era sempre un palcoscenico arrangiato alla meglio: poche tavole, molti chiodi, e quattro quinte, fondale di carta, con quasi sempre dipinto il Vesuvio (in eruzione, naturalmente), ed ecco l'elenco artistico: prima esce lei, poi esce lui, poi escono tutti e due insieme, ricomincia lei... e così via di seguito fino a mezzanotte: il tutto intercalato da uno "sminfarolo" al pianoforte. Simpatico questo attributo del pianista: sminfarolo, che nel dialetto romanesco di allora stava a indicare uno strimpellatore di un qualsivoglia strumento, che suona ad orecchio.
Grande Petrolini! Che nel 1907, a 23 anni va in America Latina, dove raggiunge la fama che lo seguirà al ritorno a Roma. Lavora ancora con la compagna Ines Colapietro che aveva conosciuto quattro anni prima a Roma e che diventerà anche sua compagna di vita.

La sua fama vola e il suo nome comincia a essere noto, inventa diversi personaggi che colloca in sketch che prendono in giro anche gente che non poteva essere toccata dalla sua satira pungente. Nasce il personaggio di Gastone dove ridicolizza un viveur che si spandeva in Italia grazie alla verve e alla estetica troppo carica del vate Gabriele D'Annunzio; nascono i salamini, nasce Nerone (nel 1918) satira pesante che sotto le spoglie degli antichi romani, in effetti aveva come bersaglio, nemmeno troppo velato, il fascismo di Mussolini.
Intanto anche il cinema si era accorto di questo personaggio la cui mimica inconfondibile lo aveva levato ai punti più alti del teatro. Girò così diversi film, negli anni venti, muti per l'occasione, dove mise in mostra tutto il suo modo di parlare senza parlare grazie alla grande arte della mimica facciale e corporale; e grazie anche alle mille espressioni che era capace di tirare fuori e plasmare colla sua faccia.
Ma la sua vita era il teatro: Ritornò al cinema dieci anni dopo, con altri due film, stavolta col sonoro, uno dei due era quel Nerone che aveva portato fino ad allora sulle scene.

Intanto la sua attività non era solo recitativa, ma scriveva anche le opere che rappresentava (Chicchignola, per il teatro e il cinema) e tutta una serie di macchiette che va da Nerone, come detto, a Gastone, da Fortunello a Giggi er Bullo. E poi cominciava a cantare quella bislacca canzone, dopo essersi presentato alla sua maniera come un signore chic, un po' decadente e un po' demodé (la commedia fu presentata a Bologna per la prima volta nell'anno 1928).
Gastone, artista cinematografico, fotogenico al cento per cento, numero di centro per "varieté" "danseur" "diseur", frequentatore dei "Bal-tabarins", conquistatore di donne a getto continuo, uomo incredibilmente stanco di tutto, uomo che emana fascino, uomo rovinato dalla guerra.

Gastone, son del cinema il padrone,
Gastone / Gastone.
Gastone, ho le donne a profusione / e ne faccio collezione,
Gastone / Gastone.

Sono sempre ricercato / per le filme più bislacche,
perché sono ben calzato / perché porto bene il fracch
e.
Con la riga al pantalone…
Gastone, / Gastone.

E andava avanti così per due atti con battute e frasi celebri.

... E' una mia trovata e me la scimmiottano tutti i comiciattoli del varietà
... Quante invenzioni ho fatto io!
Discendo da una schiatta di inventori, di creatori, di deformatori…

... Mio padre, per esempio, ha inventato la macchina per tagliare il burro
...Mia madre? Anche lei una grande inventrice: anzitutto ha inventato me.
Poi aveva il senso dell'economia sviluppato fino alla genialità: figuratevi, io mi chiamo Gastone. Ebbene, lei mi chiamava semplicemente Tone… per risparmiare il gas…
... A me, m'ha rovinato la guerra, se non c'era la guerra a quest'ora stavo a Londra.
Dovevo andare a Londra a musicare l'orario delle ferrovie.
Perché io sono molto ricercato… ricercato n
el parlare, ricercato nel vestire, ricercato dalla questura…

... Che ve ne pare? Che bel talento.
Ma io non ci tengo né ci tes
i mai.

Petrolini è un artista a tutto tondo, ed è molto amato dal suo pubblico; è tanto popolare che persino il regime fascista in qualche modo teme di rimproverargli qualcosa, per le sue parodie e sui suoi sberleffi nemmeno troppo velati sul regime. E' il periodo d'oro di Marinetti e dei Futuristi.

L'attore sbeffeggia anche loro, e fa il verso ai loro versi maltusiani, (versi che si rifacevano alle teorie di Thomas Malthus, economista inglese, teorico del coitus interruptus per la limitazione delle nascite; avevano dunque la caratteristica di troncare l'ultima parola dell'ultimo verso).
Per tornare un attimo alla presa in giro del regime fascista, ricordiamo questo:

Parlamento è quella cosa
che ci vanno tutti quanti,
i più bischeri e birbanti
vann
o pure al minister.

In uno di questi, l'attore definisce se stesso così: ricordate?

Petrolini è quella cosa
che ti burla in ton garbato,
poi ti dice: ti à piaciato?
se ti
offendi se ne freg.

Quando sul palcoscenico recitava le sua filastrocche senza senso, piene zeppe di rime, assonanze e quant'altro, la gente andava in visibilio, e scrosciavano applausi a scena aperta. Ecco un'altra definizione del suo personaggio:

Sono un tipo estetico, asmatico, sintetico, simpatico, cosmetico.
Amo la Bibbia, la Libbia, la fibbia delle scarpine delle do
nnine
carine, cretine.
Sono disinvolto, raccolto, assolto "per inesistenza del reato".
Ho una spiccata passione per il Polo Nord, il Nabuccodonosor,
i lacci delle scarpe, l'osso buco e la carta moschicida.
Sono omerico, isterico, ge
nerico, chimerico.

Grande Petrolini.
Era solito ricordare le sue uscite sul palcoscenico, davanti a un pubblico che
magnava le fusaje (i lupini) e poi tirava le cocce (le bucce) sur parcoscenico al lume de certe lampene (lampade) ch'er fumo spargeva da pertutto un odore da bottega de friggitore...
A cinquantadue anni se ne andava.

Voglio chiudere questo breve saggio con un suo esilarante poemetto dal titolo La canzone delle cose morte, poco conosciuto, almeno per chi non è addentro alle sue cose, che ci mostra un Petrolini anche poeta di vaglia. E' una chicca, un poco lunga, ma scorre da sé e tutta d'un fiato; fantastica!

"Signore e signori, so che molti supercritici dopo essersi divertiti a sentirmi, vanno dicendo: "Sì, ma in fondo dice un mondo di stupidaggini." Ebbene, signori, ora basta. Vi dirò delle cose profonde filosofiche, scientifiche, dense di pensiero, di dottrina e di cultura."

Bello è d'intorno il rapido cadere
delle morte energie, che non han fine.
Bello è nel cuore il lento soggiacere
delle passioni, mentre imbianca il crine.

E qualcosa s'en va, senza che mai
faccia ritorno al vivere fatale.
Volgiti indietro, e la miseria udrai,
la miseria che piange, in sulle scale.

Tanto gentile e tant'onesta pare
la donna mia, mentr'ella altrui saluta,
che al vederla così bene vestuta,
quindici lire le si posson dare.

Va per i cieli denzi un nembo scuro
ed è l'anima mia che le va dietro.
O dolcezza di un tempo meno duro,
O durezza di più di mezzo metro.

Su per le calli, torturando i calli,
le valli, gli avalli e le convalli
rammento te, mazza di S.Giuseppe,
quando Letricia mia, quando vedrai
Pape Satan, Pape Satan Aleppe.

Volgiti indietro, la miseria udrai,
la miseria che piange sulle scale.
(E' commovente eh?)
Rotto è questo mio cuore.

E' rotto e frale,
è rotto, è rotto; è rotto, è rotto, è rotto
ed io me ne strapongo sopra e sotto.
A stracci, a pezzi, a morsi, a cenci, a ciocchi,
a minuzzoli, a pugni, a mani, a sacchi.

A falde, a spoglie, a spolverini, a ciocche,
a spicchi, a foglie, a picchi, a pocchie, a pacchie,
a quadri, a cubi, a tondi, a perle, a fiori.
Le donne, i cavalier, l'armi e gli amori.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
arma la poppa e salpa verso il mondo
là dove chiederai: è lei, è lei quel tal signore
che sedeva accanto a me sul tranvai?

E quest'amore, per cui piangete o donne
e lacrimate forte
che il Re di Creta
è condannato a morte.

Presso la culla
in dolce atto d'amore.
A l'ombra dei cipressi
e dentro l'urne.

Se mi scappa, chi mai l'afferrerà?
Amor che null'amato, amar perdona
se tu le mani ormai ti sei lavate
ti consegno il mio cuor dentro una biscia

floscia, s'inguscia, nella grascia, ambascia,
all'uscio dell'angoscia cresce ed esce,
ripasce e poscia pasce e pesce piglia
quella biscia che in cuor freddo bisciò.

Tutto di verde mi voglio vestire.
Tore è partuto e sola ti ha lasciato.
Quando Rosina scende giù dal monte.
A marechiaro ci sta una finestra

dove ognuno ci fa una fermatina, e se ne va
e se ne va per la via vagabonda
allegra o moribonda, mesta o cogitabonda
o bionda, o bella bionda
sei come l'onda.

Ancora sul letto di morte ebbe a dire, atteggiando la sua faccia a uno che per l'occasione è molto dispiaciuto (e gli riusciva benissimo):
Che vergogna morire a cinquant'anni!"

marcello de santis

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In giro per l'italia: Bologna dei misfatti

15 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #luoghi da conoscere, #franca poli

In giro per l'italia: Bologna dei misfatti

Bologna, come molte altre città, ha la sua lunga tradizione criminale. Storie vecchie e più recenti di uomini o donne che scelsero di vivere fuori dai canoni della legge e, se lo fecero per personale inclinazione, per fame o per soldi, non ci è dato sapere. Vi parlerò di alcuni personaggi poco noti che, però, rientrano nella storia della mia città e comincerò col raccontare brevemente la vicenda di Girolamo Lucchini, il primo “grande “ fuorilegge che Bologna ricordi.

Siamo verso la fine del Settecento, quando, per sfuggire a una condanna inflittagli dalla repubblica della Serenissima, Girolamo Ridolfi, alias Giovanbattista Rossi, alias Girolamo Lucchini, si trasferì a Bologna. Appartenente al ramo cadetto della famiglia Ridolfi, era entrato a 16 anni nei corazzieri della Repubblica di Venezia. Insofferente alla disciplina, aveva lasciato il corpo militare per condurre una vita di espedienti, che lo portarono a diventare un ottimo falsario. Dotato di un buon sangue freddo, insuperabile maestro con la lima, nonché grande conoscitore delle leggi fisiche e della meccanica, divenne anche un abile ladro. A Bologna, esattamente nel 1772, conobbe Berenice Seracci, vedova Nanetti, una donna di mezza età con una figlia che viveva modestamente, riscuotendo l'affitto per un appartamento lasciatole dal marito in Via dell'Abbadia e facendo lezioni a domicilio ai rampolli dell'aristocrazia bolognese. L' incontro fu fatidico a entrambi: per lei significò l'inizio di una vita da amante clandestina e complice nello smercio di refurtiva e monete false, e per lui significherà invece la morte, perché sarà proprio la sua Berenice a tradirlo. L'occasione fu quella del colpo grosso, quello che avrebbe cambiato per sempre le loro vite. I bolognesi con problemi di liquidità si recavano presso il numero 11 di quella che oggi è Via dell'Indipendenza, al Monte di Pietà per impegnare i loro beni, altri invece nel sicuro caveau facevano custodire averi e ricchezze. Fu così che Lucchni, frequentatore del luogo per lo smercio dei suoi falsi d'autore, pensò e mise a punto un furto da vero maestro, mai tentato prima da nessuno. Dopo mesi di preparazione fra le mura domestiche, aveva forgiato una chiave artigianale molto speciale, munita di tre diverse file di dentature; con una lima e una scala, si mise di fronte a una finestra del Monte di Pietà e segò senza mai fermarsi, le sbarre della finestra per un giorno e mezzo. Lavorò alacremente tra il sabato 24 gennaio 1789 e la domenica 25, finchè riuscì a entrare, a svaligiare la cassaforte e ad avere tra le mani finalmente, lui abile falsario, gioielli e monete vere. Inizialmente venne accusato del furto il direttore del Monte, nonostante il Lucchini, ladro d'onore, avesse lasciato sul posto attrezzi atti allo scasso, proprio allo scopo di evitare addebiti verso gli impiegati. Una volta chiarito ogni malinteso e scagionato l'innocente, il Legato Pontificio bolognese emise un editto di impunità per il colpevole che si fosse consegnato e promise un premio in denaro a chi avesse aiutato le autorità nelle ricerche. Nessuno avrebbe mai scoperto nulla, le indagini erano a un punto morto, ma una soffiata portò la Polizia del Papa nella casa di Lucchini, dove furono arrestati il conte e Berenice. Li condussero nel duro carcere del Torrone, ma, dopo averli pressati con pesanti interrogatori per un'intera settimana, gli inquirenti non erano ancora riusciti a raccogliere nessuna prova confermante la loro colpevolezza e stavano per rilasciarli, senonché Berenice, mai arrestata prima di allora, ebbe un crollo emotivo e, assicuratasi dell'impunità promessa dall'editto del Legato, tradì il suo uomo. Ne confessò l'ardito piano e svelò il luogo dove era nascosta la refurtiva, sotto il pavimento della loro abitazione, presso il Ponte della Carità. Per Lucchini, che invece resisteva a interrogatori e torture, fu l'inizio della fine, vistosi scoperto dal ritrovamento della refurtiva, confessò il furto, ma si ostinava a negare di essere anche un falsario di monete. Quando gli fecero scegliere tra ammettere tutte le sue colpe e vedere Berenice torturata sotto i suoi occhi, crollò anche lui cosi ammise ogni addebito e, come ogni volgare ladro, fu condannato a morte mediante impiccagione. Un'appassionata difesa tenuta dall'avvocato Magnani, riuscì a far commutare la pena, considerata disonorevole per un nobile, con la decapitazione. Sentenza che venne eseguita il 26 febbraio del 1791 presso la piazza del Mercato, attuale Montagnola, e il buon Lucchini così entrò nella leggenda. Il “colpo grosso” aveva suscitato grande scalpore in città e nell'immaginario collettivo, lasciando una traccia che diventò una leggenda nei racconti popolari bolognesi.

Nella foto: busto bronzeo di Lucchini fatto forgiare dall'avvocato Magnani - immagine reperita dal web

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Le more

8 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

Le more

Ripercorrere i giorni della fanciullezza fa riaffiorare alla labbra il sapore dimenticato, dolce e amaro a un tempo, delle more. Frutto selvatico, gusto antico, vecchi ricordi, Assunta Castellano ci invia una nuova poesia intrisa di sentimenti e passioni. (Franca Poli)

LE MORE

Giorno d'estate

in cui brillava il sole

son ritornata a riveder le more...

quanta gioia e che sapore antico

mi dava il sol vederle

e il rimembrar di quando

da bambina

le mani e la bocca mi sporcavo

di quel nettare dolce e saporito...

mi rivedevo Io giocar felice e spensierata...

coi vestitini laceri e scucitì

per il mio monellar che ancora oggi

mi resta dentro e alla prima occasione

mi bussa sulla spalla e si presenta...

te ne rammenti tu... vecchia signora...

delle tue scorribande

e le argentine risate di bambina??

Si... le rammento e non rinnego nulla di quel tempo

che anche delle miserie io vedo solo

il rifiorir delle mie amate more!!

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“EVA SE VA”

7 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

“EVA SE VA”

Quella che vorrei scrivere non è l'ennesima biografia di Eva Duarte Peron, troppe ce ne sono e tutti, a grandi linee, sappiamo chi fu e come divenne la donna più amata di Argentina. Ciò che vorrei riuscire brevemente a raccontare è, invece, l'essenza di Evita, moglie che amò il suo uomo, madre che amò il suo popolo, che si dedicò alla gente comune, ai diseredati, donna che è rimasta nel cuore dell'Argentina e a cui il tempo e la storia non hanno offuscato il prestigio conquistato, né tolto l'amore di un'intera nazione. Eva scrisse nella sua autobiografia “Razòn de mi vida”: “Ho scoperto nel mio cuore un sentimento fondamentale che mi domina completamente lo spirito e la volontà: questo sentimento è l’indignazione dinanzi all’ingiustizia. Da che io lo ricordi, ogni ingiustizia mi fa dolere l’anima come se mi conficcassero dentro qualcosa. Di ogni età conservo il ricordo di qualche ingiustizia che mi fece indignare, dilaniando il mio intimo”.

Evita si portò dentro gli stenti e la miseria che conobbe fin da bambina, i sacrifici le forgiarono un carattere forte e volitivo e seppe non arrendersi mai, le sue origini illegittime e modeste la portarono ad affrontare i pregiudizi dei paesani prima, dell'alta borghesia argentina poi, e a schierarsi sempre dalla parte delle classi meno abbienti.

Eva era una bambina piccola di statura, una brunetta pallida e magrolina, i capelli castano scuri erano tagliati corti, aveva gli occhi nocciola e le labbra rosse. Di carnagione scura, ma con una venatura pallida e una pelle trasparente del colore e della dolcezza della magnolia, era l'immagine stessa dell'innocenza, soffriva della sua povertà, ma si riteneva fortunata rispetto a qualcuno che era ancora più povero di lei: gli indios ad esempio. Erano pochi quelli rimasti dopo le varie “epurazioni “ susseguitesi nel corso del tempo e qualcuno si era stabilito nella pampa. Facevano i carrettieri per vivere, erano Coliqueo originari del Cile e a scuola lei non aveva mai sentito parlare della loro storia, dei villaggi distrutti, i libri di testo sorvolavano su questi argomenti e liquidavano la partita con poche parole sulle tradizionali decorazioni del loro vasellame. Solo gli occhi di una bambina sensibile come Evita potevano notarli per le strade, ignorati da tutti, e scorgere disegnata sui loro corpi la fame, gli stenti, la stessa miseria che più tardi seppe scorgere nella gente del suo popolo e che cercò in ogni modo di lenire.

Intorno al 1930 l'Argentina era cambiata, dicono i biografi Navarro e Fraser ché, una distesa di terra vasta come il Belgio, la Svizzera e i Paesi Bassi messi insieme, si trovava nelle mani di 1804 proprietari soltanto, terre che avevano ricevuto in eredità dai loro antenati. Arrivate per successione da quei conquistatori che le avevano sottratte agli indios o guadagnate nel corso di guerre civili. Così per diritto di nascita quei 1804 oligarchi vivevano agiatamente fra Argentina e Europa arricchendosi con la vendita della carne. Gli altri argentini, quelli che non possedevano la terra, vagavano in cerca di lavoro, di cibo, transumanti , emigranti nella loro stessa patria ed erano poverissimi e affamati, così per la maggior parte si concentrarono lungo la costa e intorno a Buenos Aires dove si trovavano i primi insediamenti industriali. Eva stessa scriverà, ancora, nella “Razòn de mi vida”: “La ricchezza della nostra terra non è che una vecchia menzogna per i suoi figli. Durante un secolo nelle campagne e nelle città argentine sono state seminate la miseria e la povertà. Il grano argentino non serviva che ad appagare i desideri di pochi privilegiati … ma i peones che seminavano e raccoglievano questo grano non avevano pane per i loro figli”.

Eva crescendo cercò riscatto dalla miseria della sua infanzia nel mondo dello spettacolo e non si arrese alle prime difficoltà, studiò recitazione e dizione e ottenne qualche particina a teatro. Furono anni duri, di sacrifici e ancora privazioni, ma lei resisteva e viveva al ritmo del suo cuore fiero e testardo. I suoi progressi in ambito artistico furono determinati dal suo grande impegno personale e da un orgoglio fuori dal comune e col tempo riuscì a ottenere un po' di successo. Era divenuta la voce della radio, conosciuta e amata dagli ascoltatori che la chiamavano “senorita radio”. Recitava con voce acuta e rotta, dolorosa e candida, senza affettazione, una voce qualunque, simile a quella delle donne che l'ascoltavano rapite. Nella vita tutto è già segnato e predisposto dal destino, tutto è come un'eco che risponde: i suoni, la luce, i profumi, i colori e anche gli amori, fu poco dopo che Eva conobbe l'uomo della sua vita. Quando nel gennaio del 1944 un forte e terribile terremoto distrusse la città di San Juan, causando oltre diecimila vittime, l'Associazione radiofonica argentina promosse un festival per raccogliere fondi a favore dei senzatetto. Gli attori, per organizzare la raccolta delle offerte, si riunirono nell'ufficio del colonnello Juan Domingo Peron, segretario del Lavoro e degli affari sociali, lui stringeva la mano e sorrideva a ognuno di loro. Le spalle larghe, il passo elastico, quando Evita se lo vide venire incontro si sentì colpita dal calore del suo sguardo e sentì scorrere nel palmo della sua mano la vibrazione di un'energia che sembrava essere diretta a lei soltanto. Era alto, massiccio, vitale. Indossava l'uniforme bianca con berretto e stivali neri. Quando si tolse per un attimo il cappello, lei potè scorgere una folta chioma di capelli neri cosparsi di brillantina che li teneva perfettamente in ordine. Il suo sorriso era smagliante, aperto come il suo cuore e illuminava un viso rude e virile. Eva vide da subito in lui l'uomo argentino per eccellenza: muscoloso, dal portamento fiero, un uomo chiaro, onesto, facile da capire. Un uomo vero. Ammaliata dai suoi modi e dal suo discorso rispose alla sua stretta di mano dicendogli “Se è vostro desiderio il bene del popolo io vi starò accanto fino alla morte” profetiche parole. Evita si innamorò dell'affascinante colonnello, vedovo, aveva 48 anni, era dunque molto più grande di lei in età che ne aveva appena compiuti 26, ma da allora si schierò al suo fianco in ogni battaglia, in ogni situazione. Anche Peron aveva notato quella bella ragazza pallida ed emozionata e più tardi ebbe a raccontare nella sua biografia “aveva la pelle bianca, ma quando parlava il volto le si infiammava, le mani diventavano rosse a furia di intrecciarsi le dita. Quella donna aveva del nerbo...non era stato il suo fisico ad attrarmi ma la sua bontà.” La stessa sera, al festival, Evita si trovò seduta vicina a Peron e da quel momento tutti poterono constatare che il colonnello non si interessò minimamente allo spettacolo in scena, sembrava rapito dallo sguardo dalla donna che gli stava accanto e gli parlava. Eva evidentemente parlò al suo cuore e cosa disse per far sì che Peron socchiudesse quella porta cigolante, dai cardini arrugginiti non ci è dato saperlo, però da quella sera non si lasciarono più. Fu amore travolgente dal primo istante, Eva indossava un vestito nero, guanti neri lunghi fino al gomito e un cappello nero con la piuma bianca, Peron ne fu ammaliato, dopo la festa disertò l'invito degli organizzatori del festival e se ne andò con lei verso un destino che non ha ancora finito di far parlare e sognare.

Insieme hanno formato una coppia felice e affiatata. Peron rideva con Eva, si divertiva, è conosciuto l'episodio in cui, quando abitarono al palazzo dei presidenti, Peron e la moglie scesero il maestoso scalone scivolando e ridendo ciascuno sulla sua ringhiera come bambini. Evita lo aveva conquistato col suo carattere irruente e focoso, lo aspettava sotto casa di notte, lo riempiva di sfuriate ed era molto gelosa. Una volta, durante una tournée elettorale, abbandonò impettita la sala gremita di gente, perchè un gruppo musicale cantava davanti a Peron la samba preferita dalla sua povera moglie defunta. Lui non temeva le sue esplosioni di collera, perchè poi nell'intimità Evita ritornava a essere docile e innamorata. L'amò perché al di là delle carezze che sapeva fargli, faceva assegnamento su di lei, Eva possedeva un'esperienza umana che al colonnello, vissuto sempre nel bozzolo dell'esercito, mancava. Eva conosceva la gente, la capiva e sapeva sempre dirgli a chi credere e a chi no. Si fidò di lei, della sua tenerezza, della sua lealtà e del suo fiuto politico. Lei lo amava sopra ogni cosa, in maniera estrema, e Peron ricambiava pienamente l'amore di Evita, per lei affrontò il peggiore degli scandali, quello di portarla in pubblico, di non trattarla come un'amante clandestina e l'esercito, che non era mai riuscito a digerirla, gli si rivoltò contro. L' 8 ottobre 1945, proprio il giorno del suo cinquantesimo compleanno, in una riunione tenutasi al ministero, nel corso di confuse trattative che nascondevano losche manovre, a Peron vennero revocati i mandati e fu praticamente costretto a dimettersi e poco dopo venne arrestato con il progetto di ucciderlo. In quei giorni pioveva, così come pioverà in ogni attimo triste della loro vita. Eva pianse, piangeva singhiozzando, senza curarsi dei presenti e quando glielo portano via gli si aggrappò a un braccio finché un poliziotto non la staccò con la forza. Evita non potè vedere Peron pregare il suo accompagnatore di prendersi cura di lei, non poté nemmeno vedere il marinaio che scorgendolo salire a bordo della cannoniera Independencia pianse a sua volta come un bambino, perché tutti avrebbe voluto sapere imprigionato ma non il leader del popolo. Terminate le lacrime, Eva tirò fuori di nuovo la sua grinta e si dedicò anima e corpo a parlare con il popolo per le strade e la gente l'ascoltava, scendeva nelle piazze a protestare e il coro delle voci acclamanti Peron aumentava: “Oligarcas a otra parte viva el macho de Eva Duarte”. Eva stava diventando lo stendardo della rivolta. In realtà lei scrisse poi nella “Razon de mi vida” come in quei giorni si fosse sentita “ben piccola cosa”, lei voleva con tutto il cuore salvare soltanto la vita del suo uomo e non aveva intenzioni velleitarie. Ciononostante il 17 ottobre fin dal mattino presto attraversò in macchina i quartieri popolari chiamando gli operai allo sciopero e verso mezzogiorno non si contavano più le migliaia di lavoratori che si aggiravano per la città, al porto, alla Casa Rosada, all'ospedale a cercare Peron. Era piena di vita, di forza, trasmetteva coraggio a chi la ascoltava. Non si era mai visto un simile assembramento in tutta la storia dell'Argentina. Un mare umano o meglio un Rio de la Plata che dilagava per le strade: tutti gli operai, ma proprio tutti, erano scesi in strada dalla capitale e dalla periferia, alcuni suonavano dei tamburi dando al corteo un ritmo inquietante. Faceva caldo e i dimostranti si erano tolti le camicie, fu così che il giornale “La Prensa” per descriverli coniò il termine dispregiativo “descamisados” ma che da quel giorno servì a designare in maniera inequivocabile il popolo peronista e in quel mare di corpi Evita nasceva come la venere di Peron e Peron aveva vinto, fu rilasciato e si candidò alle elezioni.

Pochissimo tempo dopo si sposarono e, terminata la campagna elettorale, Peron fu eletto presidente ed Evita divenne la sua ombra. Due passi sempre dietro di lui, discreta ma determinante, iniziò l'opera che la rese la madonna dei poveri. Timida nei gesti e nelle parole ascoltava e, quando aveva capito, all'improvviso suggeriva una soluzione inaspettata, piccola, concreta ed efficace a cui semplicemente nessuno aveva pensato. Eva si rivelò un'ottima intermediaria tra gli operai e il presidente, le richieste dei sindacati arrivavano a lui attraverso lei di cui si fidavano e da cui ottenevano risultati che andavano ben oltre le loro aspettative. Occupò il posto che era stato del marito alla Secretaria del Lavoro e contribuì in modo determinante alla linea politica del marito, gestendone l’immagine e con la sua stessa attività verso la classe operaia e il mondo femminile. Nel 1947, grazie anche alla sua mediazione, in Argentina il voto fu esteso alle donne . Tradizionalmente, alla moglie del presidente era riservata la gestione della “Sociedad de beneficencia”, l’oligarchia borghese si rifiutò di concederle il ruolo di presidentessa con la giustificazione che fosse troppo giovane e inesperta. L'ente fu chiuso con un atto governativo e venne istituita, nel 1948, la “ Fundación María Eva Duarte de Perón”. La Fondazione distribuiva ogni anno enormi quantità di macchine per cucire, per favorire l’occupazione femminile, memore della madre che cuciva i vestiti per la sua famiglia Eva volle rendere ogni donna capace di pensare ai propri figli e all'uopo fece istituire scuole professionali di taglio e cucito. L'attività principale della Fondazione fu quella di sostenere le famiglie più bisognose, trovare e creare alloggi per anziani e donne, ospitare nelle case-scuola moltissimi bambini che venivano tolti dalla strada. Le casse traboccavano di donazioni e i lavoratori stessi si autotassavano volentieri rinunciando a un giorno di paga l'anno ben sapendo che i loro soldi nelle mani di Evita avrebbero portato il bene alla nazione. In meno di due anni furono spesi per opere sociali oltre 50 milioni di dollari. Evita si occupava di tutto in prima persona, riceveva e ascoltava chiunque si rivolgesse a lei, fece costruire scuole, ospedali, asili per l'infanzia, case di riposo, e alloggi per i lavoratori con affitto basso nelle vicinanze dei siti industriali. Nel 1948 nacque Evita city: 4000 abitazioni furono messe a disposizione delle famiglie più povere, persone abituate a vivere in tuguri malsani, incredule, si videro assegnare alloggi nuovi, completamente arredati, tavoli, letti, scarpe, medicine, vestiario e tutto quanto necessitasse loro. Evita non era più soltanto la voce gentile delle trasmissioni radiofoniche, diventò la signora dei miracoli, la “madona de america”. Riceveva in media dodicimila lettere al giorno, venivano lette e classificate dai suoi assistenti che avrebbero potuto anche rispondere, ma lei si interessava personalmente di ogni richiesta e convocava chi le aveva scritto. A volte, addirittura, per compiacere una bambina che le aveva richiesto semplicemente una bambola si recava direttamente a casa, bussava alla porta e consegnando il pacco, contenente il biondo oggetto dei desideri, diceva sorridendo “buongiorno signorina, è questo che mi hai chiesto?” Iniziava a lavorare alle sette del mattino e i primi a essere convocati erano i ministri, i funzionari, per costringerli ad alzarsi e spesso li aveva lasciati solo poche ore prima. Lavorava per giornate intere senza risparmiarsi, non si muoveva dalla sua scrivania, riceveva centinaia, migliaia di persone, venute da lontano che puzzavano per il viaggio, ognuno aveva l'odore della sua terra, odore di bestiame, di vino, di sudore di sporcizia, di malattia. Nella sua stanza c'erano sempre pronti bollitori con biberon pieni di latte per i bambini. Niente cipria, niente trucco per gli occhi che brillavano di emozione o di gioia mentre ascoltava i racconti e le richieste dei suoi poveri. Costretta dentro i suoi semplici tailleurs, Eva attraversava l'ufficio con passo rapido e sicuro, risplendeva di una luce irradiata dai suoi capelli, dal pallore del suo viso ogni giorno più magro, non aveva bisogno di nulla per apparire, perché finalmente era se stessa e si sentiva certa di essere al suo posto, di stare facendo il suo lavoro e ogni gesto le veniva spontaneo. Nelle fotografie non la si vede mai in posa, è sempre con lo sguardo diretto all'interlocutore, ma i bambini no, loro la guardano con occhi spalancati e vedono una donna giovane che alle tre del pomeriggio ancora non ha pranzato che dimentica di bere il bicchiere di latte che le hanno posato sulla scrivania, una donna stanca ma che non una volta si è alzata dalla sedia per andare in bagno, ci dovrà andare più spesso solo quando sarà costretta dalle perdite di sangue abbondanti segno della sua malattia oramai avanzata. E le donne venute dalla pampa la vedevano dimagrire, impallidire e si domandavano perché di tanto in tanto si alzasse dalla sedia, e, poggiandovi un ginocchio sopra, si piegasse in due Si guardavano incredule ”si ammazza di lavoro, si direbbe che soffra” dicevano. Lei non si dava tregua e trascurava la sua salute. Eva rispondeva a ogni richiesta donando sempre di più, sapeva bene che i poveri chiedono meno di ciò che abbisogna loro e non lo faceva semplicemente per farsi amare, ma perché guidata dalla sua profonda sensibilità. Era in grado di cogliere al volo una situazione, una reale necessità e cercava di risolvere una vicenda umana nel suo complesso: se una donna chiedeva un letto, si informava di quanti figli avesse e donava anche per loro, se una moglie chiedeva lavoro per il marito e la vedeva circondata di cinque sei figli, voleva sapere dove abitassero e le prometteva una casa popolare e proprio mentre la donna se ne andava contenta, pensando che finalmente non avrebbero più dormito in una capanna, la fermava e le diceva “ma ce li hai i soldi per l'autobus?” una preoccupazione che solo chi si è trovato senza soldi per tornare a casa può avere e così Evita rivelava la sua antica povertà. Molti bambini malati di scabbia venivano ricoverati nella casa presidenziale ricca di stanze e di bagni per una notte o per qualche giorno, il tempo necessario affinchè il medico potesse provvedere a farli lavare, disinfettare e potesse curarli. Entravano cenciosi e malaticci e uscivano curati e profumati con la certezza che migliorare la propria condizione si può e si deve lottare per questo. La Fondazione continuerà a lavorare e a distribuire aiuti ai poveri anche quando Evita non ci sarà più. Una donna addetta alla liquidazione della fondazione, Adela Caprile, racconterà di aver visto montagne di masserizie accatastate su scaffali alti fino al soffitto, pentole e tegami ma anche pantaloni per bambini, scarpe e medicinali. E dichiarerà ”Mai si è potuto imputare a Eva di essersi intascata un solo peso. Mi piacerebbe poter dire la stessa cosa delle persone che con me hanno collaborato alla liquidazione di quell'organismo.” Hanno provato in tanti a criticare l'opera di Evita, a strumentalizzarla per demonizzare il peronismo, ad additarla negativamente di fare della politica un uso demagogico allo scopo di asservire il popolo. In realtà anche i peggiori detrattori non sono riusciti a distruggere il valore umano e sociale delle opere di Eva Peron. Hanno dovuto ammettere che, se è vero che la Fondazione ha stretto un grande numero di argentini attorno a Evita,e di conseguenza a Peron, è altrettanto vero che innumerevoli furono le famiglie argentine sottratte alla miseria, all'ignoranza, alla fame, alla malvivenza, dalla bionda ragazzina venuta pochi anni prima da un piccolo paese di provincia.

Quando finalmente, nel 1951, Evita avrebbe potuto raccogliere i frutti del suo lavoro, acclamata dal popolo, dalle donne che avevano costituito un partito e candidarsi alla vice presidenza per sedersi a fianco al marito, ben altri furono i problemi reali da affrontare. Evita aveva trascurato molto la sua salute per dedicarsi anima e corpo alla Fondazione, aveva ignorato i dolori sempre più forti di cui soffriva all'addome, segnali che il suo corpo le aveva inviato, oramai occhiaie profonde le cerchiavano gli occhi, era vistosamente dimagrita così quando decise di farsi visitare, la diagnosi fu terribile, aveva un cancro che non le lasciava speranze di vita. Ancora una volta però Eva non si arrese e la malattia, anche se ormai in uno stadio avanzato, non le impedì di essere a fianco al marito durante la campagna elettorale con la stessa passione e l'impegno di sempre fino a crollare esausta fra le sue braccia durante un comizio. Evita votò per il marito dal suo letto di malattia e quando Peron, grazie a un plebiscito popolare, fu proclamato presidente per un secondo mandato riuscì con un ultimo immane sforzo fisico a essergli accanto il giorno della nomina e si sedette per una volta nella poltrona del vice presidente che avrebbe dovuto essere sua come richiesto a furor di popolo. Volle anche partecipare alla sfilata della vittoria: una folla oceanica fece ala al corteo che attraversava le vie di Buenos Aires verso la Casa Rosada, i lavoratori, gli emarginati in festa che l'acclamavano non potevano immaginare che non l'avrebbero mai più rivista viva. Era il suo addio, sorrideva e mandava baci ai suoi descamidsados dalla macchina, la malattia aveva avuto il sopravvento, il 26 luglio 1952 Evita morì, all'età di 33 anni. Chiuse gli occhi per sempre e non potè vedere l'immenso dolore dell'intera Argentina. Un dolore autentico, vera disperazione, per le strade la povera gente sentiva di aver perso la sua madona de america, non si trovava un fiore per tutta Buenos Aires, la camera ardente allestita al Ministero del lavoro dove lei era solita ricevere i suoi poveri, fu inondata e sommersa di mazzi colorati, la folla afflitta e silenziosa in una processione che raggiunse i tre km, per 13 giorni continuò a sfilare sotto una pioggia incessante , quella stessa solita pioggia dei loro giorni più tristi. Davanti alla bara donne, uomini e bambini in lacrime, si straziavano rappresentando la sofferenza di un'intera nazione. L'Argentina era stata colpita al cuore e faticava a riprendersi. La morte di Evita ebbe ripercussioni anche sul potere di Peron che di lì a poco fu costretto da un colpo di stato a lasciare il paese. La salma imbalsamata di Eva venne portata in Italia e, per diverso tempo, riposò sotto falso nome in un cimitero di Milano. Solo dopo vent'anni il suo corpo fece ritorno in Argentina, ma il dolore del popolo era ancora vivo e ora riposa finalmente nella sua terra, fra la sua gente nel cimitero della Recoleta. Il peronismo però non morì con lei, visse ancora per molto tempo, negli anni 70 i militari furono costretti a richiamare Peron e oggi a distanza di tanto tempo, di nuovo una peronista è al governo, per un secondo mandato.

Onesta, diretta, dal cuore ardente, Evita è la donna più importante nella storia del secolo scorso, era stata peronista molto prima dello stesso Peron per una questione di sentimenti, di sensibilità e per il profondo rifiuto verso le ingiustizie sociali. Durante l'ultimo accorato appello fatto dal balcone della Casa Rosada al suo popolo aveva chiesto “prendetevi cura del generale”, così nel suo ultimo colloquio privato col marito aveva chiesto “ non dimenticarti degli umili”e ancora le sue ultime parole furono per la madre” pobre vieja... Eva se va” non un pensiero per se se stessa, pensò sempre agli altri fino all'ultimo dei suoi respiri. “Eva se va” …. Eva ora appartiene alla storia.

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In giro per l'Italia: Carovilli

24 Luglio 2014 , Scritto da Flaviano Testa Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Carovilli

Fotografie di Flaviano Testa

Le fotografie sono quelle di Flaviano Testa e oramai abbiamo imparato a conoscere i suoi scatti e il fascino che riesce a trasmettere consentendoci di avvicinarci a luoghi dimenticati da Dio e dagli uomini. Ci ha presentato attraverso le sue fotografie alcuni dei paesi più caratteristici del Molise illuminando col suo attento obiettivo angoli e scorci panoramici di grande fascino. Oggi è la volta di Carovilli, un paese dell'alto Molise che sorge sulle pendici del monte Ferrante. Un luogo fresco che profuma di montagna e semplicità. Le specialità del posto sono il tartufo bianco e i formaggi locali, piaceri genuini, gusto della naturalezza come passeggiare per il tratturo montano che lo attraversa. Il paese sorge a oltre 800 metri di altezza sul livello del mare, nel cuore della provincia di Isernia, sprofondato in una distesa vastissima di boschi con una ricca vegetazione di cerri, carpini, noccioli e agrifogli. Minimale, elegante, il fascino di Carovilli è nascosto nella cura per i dettagli: un balcone fiorito, un tetto di tegole rosse che d'inverno si copre di neve, una ragnatela di strade fatte di pietra. Semplici e graziose le facciate delle piccole case, dalle quali arrivano i profumi della cucina di montagna, a base di funghi, formaggi e insaccati, del pregiato tartufo bianco locale e del caciocavallo prodotto ancora artigianalmente. Le origini di Carovilli, come quelle di molti paesi molisani, risalgono al periodo sannita, nel paese si conservano ancora residui delle antiche mura che cingevano la città. La frazione di Castiglione conserva i ruderi della chiesa di San Nicola, caratteristica la piazza principale con la fontana di Bacco giovane, una gemella è ubicata a Camerino e da visitare la chiesa di San Domenico dei Serpari. Un'oasi di verde, una passeggiata rilassante, ringraziamo Flaviano Testa in attesa delle prossime fotografie.

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