Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

franca poli

Le nuove armi.

19 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Le nuove armi.

Fra le nuove tecnologie che vennero usate nella Grande Guerra ci furono i primi modelli di carri armati. I primi esemplari furono costruiti intorno agli inizi del 1900 in Germania, con il perfezionamento del motore a scoppio per le auto.

Durante gli anni del conflitto, furono però gli Inglesi a metterne in uso, sul fronte occidentale, un primo modello sperimentale. Lo denominarono tank (cisterna) proprio per ingannare il nemico che, qualora ne avesse intercettato il nome nei messaggi, altro non avrebbe pensato che a un sistema di rifornimento idrico per le truppe. Si trattava di una grande macchina blindata munita di cingoli in grado di avanzare su ogni tipo di terreno superando difficili ostacoli come le buche scavate per le trincee. All’esterno erano montate delle mitragliatrici che venivano usate da una parte dell’equipaggio, dieci persone in tutto, situate all’interno da dove lo manovravano con grande difficoltà.

Come ricordato nella vignetta di Beltrame, alla comparsa del “mostro meccanico” si creò il panico fra le fila nemiche, ma la riuscita della nuova arma, necessitava di perfezionamenti. Difficili da condurre, perchè poco maneggevoli, quasi tutti i primi carri armati si impantanarono, caddero dentro alle trincee o, in generale, ruppero il motore, dimostratosi poco affidabili. Inoltre, il calore prodotto all’interno dell’abitacolo risultò insopportabile per l’equipaggio dei carri, così come i gas di scarico che non venivano correttamente emessi all’esterno, risultarono letali per i soldati.

Dopo alcuni miglioramenti strutturali si ebbero i primi successi sul campo in occasione della Battaglia di Cambrai, il 20 novembre del 1917. Era nato il British Tank Corps, che con nuovi e più sicuri mezzi contribuì in maniera concreta all’ottima riuscita dell’offensiva.

Sul fronte italiano praticamente non comparvero mai. L’Italia nel 1918 fece scendere in campo sei carri sperimentali, i Fiat 3000, fabbricati dall’industria torinese, ma perfezionati solo negli anni ’20. In alternativa non era raro vedere delle autoblindo, simili a carri armati dotati però di ruote al posto dei cingoli.

L’avvento di tante nuove macchine, di nuove armi: aerei, carri armati, torpedini, armi speciali, cambiarono il volto della guerra e del modo di combattere.

Scrisse Ernst Jünger in merito alle nuove tecnologie: “Là dove la macchina fa la sua apparizione, la lotta dell’uomo contro di essa appare senza speranza.” (da Politische Publizistik).

Anche il grande filosofo e scrittore tedesco fu un combattente della prima guerra mondiale, nell’agosto del 1914 si arruolò volontario in fanteria: combatté sul fronte occidentale e, ferito per ben quattordici volte, talune anche in modo grave, venne decorato con la Croce di Ferro di prima classe.

Ernst Jünger spirito ribelle, anti-borghese, appena diciottenne, era scappato in Francia e si era arruolato nella Legione Straniera, ma fu l’esperienza della guerra alla base della sua formazione. Egli vide nella guerra, proprio perché così vicina alla morte, l’apice della vita stessa, il momento in cui più di ogni altro se ne ha percezione.

Le nuove armi.
Mostra altro

In giro per l'Italia: Ripabottoni

17 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Ripabottoni

Flaviano Testa, in giro per il Molise, ci propone i suoi scatti curiosi, mai banali e sempre affascinanti, oggi ci porta a Ripabottoni, un paesino che conta poco più di 500 abitanti in provincia di Campobasso.
Posto ad altezza collinare è sovrastato da uno scoglio di tufo alto 903 metri su cui sorge il vecchio centro abitato. Il territorio comunale è percorso da due antichi tratturi, le millenarie piste erbose che, congiungendo l'Abruzzo alla Puglia, costituivano l'arteria dell'antica pastorizia sannitica. Alcuni scavi archeologici condotti intorno al paese hanno portato alla luce antiche monete greche, lucerne, statuette e, un' iscrizione sepolcrale databile in un periodo che va dalla seconda metà del primo secolo al secondo secolo dell'impero romano.
Il toponimo nel periodo longobardo era “Ripabrunaldo” in seguito divenne “Ripa de Brittonis”, probabilmente dalla famiglia feudataria de Brittolo, ma con la costante di Ripa a indicare la posizione in cui è posto su un'erta rupe.
L'edificio più importante è la chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta, rifacimento settecentesco, di un luogo di culto medioevale. L'interno presenta tre navate ricche di decorazioni coeve: stucchi, affreschi e tele eseguite dal pittore Paolo Gamba, gloria locale, nato a Ripabottoni nel 1712. Seguace del pittore napoletano Francesco Solimena, disegnò l'anfiteatro romano di Larino, plasmò alcune statue sacre, costruì due orologi meccanici. Come pittore fu molto produttivo: uno studioso delle sue opere gli accredita sessanta dipinti, un secondo addirittura duecento.
Ripabottoni dette i natali, il 18 ottobre del 1821, anche a Tito Barbieri venuto alla luce dopo cinquantatré giorni dall'uccisione del padre, morto con altri tre cittadini, mentre si recava a un convegno di Carbonari. Educato dalla madre negli stessi ideali paterni, fu tra gli animatori del partito che nella provincia molisana cospirò contro il regime borbonico. Giudicato e condannato a morte nel 1852, per aver incitato alla rivolta i cittadini e per aver partecipato ai moti del 1848 a Campobasso, riparò in Francia.
Amico di Mazzini, eseguì delicate missioni di propaganda per la Giovane Italia. Ufficiale garibaldino, combatté a Milazzo, in Calabria e nella battaglia del Volturno. Appassionato di armi, il Barbieri fu provetto schermidore, durante l'esilio in Inghilterra aprì una scuola di scherma, a lui si attribuisce l'invenzione del fucile ad ago.
Il generoso patriota morì il 2 febbraio 1864 a Campobasso, dove fu sepolto. Lasciò ogni suo bene in dono al comune di nascita e nella sua casa oggi ha sede il Municipio.
Un altro illustre cittadino di Ripabottoni fu ARTURO GIOVANNITTI nato nel 1884, fu una delle voci più appassionate in difesa dei diritti e della dignità degli emigrati italiani in America. Era in Canada, ancora adolescente, quando tristemente colpito dalle condizioni degli immigrati, si iscrisse al movimento sindacale rivoluzionario. In occasione dello sciopero del 1912 a Lawrence, il sindacato lo inviò sul posto con i suoi migliori organizzatori, tra i quali gli italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Lo sciopero finì nel sangue a causa dello scoppio di una carica di dinamite e morì un'operaia italiana. Il Giovannitti, con i compagni Ettor e Caruso, fu processato a Salem per concorso in assassinio,scrisse in carcere un libro di poesie cariche di accorata nostalgia per la casa e la terra natale. In Italia si mobilitarono in molti in sua difesa, lo stesso Mussolini, allora esponente del Partito Socialista, tenne in suo favore vibranti riunioni in Emilia, in Romagna, in Puglia; scrisse articoli e presentò mozioni fino alla vigilia della sentenza assolutoria.
Dopo l'assoluzione Giovannitti restò in America e si adoperò per salvare dalla sedia elettrica gli infelici Sacco e Vanzetti.
“L'uomo che credé "nell'amore del prossimo, nella bontà, nell'arte, nella libertà e nella giustizia, sua ancella, in Dio e in chiunque Egli sia”, morì a New York nel 1959.
Ripabottoni è un paese che, come tanti nel Molise, si è spopolato nel corso degli anni subendo una pesante emigrazione, oggi tra le strette stradine di pietra, seduti sulla piazza ad ammirare l'affascinante panorama sottostante resta, sempre più solo, qualche vecchietto.

In giro per l'Italia: Ripabottoni
In giro per l'Italia: Ripabottoni
In giro per l'Italia: Ripabottoni
In giro per l'Italia: Ripabottoni
In giro per l'Italia: Ripabottoni
In giro per l'Italia: Ripabottoni
In giro per l'Italia: Ripabottoni
Mostra altro

I Carabinieri a Parigi

15 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

I Carabinieri a Parigi

Menzionati più che altro per l’ingrato compito di “accompagnare” i fanti all’assalto, mi piace ricordare al contrario le battaglie in cui i Carabinieri si fecero onore nel corso della 1^ Guerra Mondiale: le battaglie dell’Isonzo, del Carso, del Piave, sul Sabotino, sul San Michele ed in particolare nei combattimenti sulle pendici del Podgora, nell’inseguire il nemico oltre l’Isonzo, unitamente a reparti di Cavalleria.

Così come riportato nel sito dell’Arma, furono i due Squadroni di Carabinieri addetti al Comando Supremo a entrare per primi a Gorizia, il 9 agosto 1916. E ugualmente il 2 novembre 1918, circa 200 Carabinieri furono tra i primi a toccare il suolo di Trieste liberata. Nello spazio di tutto il conflitto persero la vita 1.400 arruolati dell’Arma e i feriti furono 5.000. A reparti e singoli militari, operanti in Patria e all’estero, furono conferiti: 1 Croce dell’Ordine Militare di Savoia, 4 Medaglie d’Oro, 304 d’Argento, 831 di Bronzo, 801 Croci di Guerra e 200 Encomi Solenni, tutti al Valor Militare.

Durante la Grande Guerra non esisteva ancora l’Aeronautica Militare come corpo a se stante, divenne Forza Armata solo nel 1923 e i primi aerei vennero pilotati da militari dell’Esercito, di cui l’Aeronautica faceva parte. Furono 173 gli ufficiali, sottufficiali e carabinieri che entrarono a far parte del Corpo Aeronautico Militare.

Fra questi Ernesto Cabruna, un carabiniere che, divenuto pilota, viene ricordato come un eroe dell’aria.

Piemontese di Tortona a diciotto anni si era arruolato nell’Arma e l’anno successivo, il 1908, fu fra coloro che parteciparono alle operazioni di soccorso delle popolazioni calabresi e siciliane, colpite dal tremendo terremoto di Messina. Nel 1911, vice brigadiere, partecipò volontario all’occupazione del Dodecaneso. Allo scoppio della Grande Guerra era Comandante della Stazione di Salbertrand, in Piemonte: offertosi ancora una volta volontario, venne destinato al fronte sull’altopiano di Asiago, ove si guadagnò una Medaglia di Bronzo per l’attività di soccorso prestata ai feriti durante i bombardamenti degli austriaci.

Nel maggio 1916 divenne aviatore e pilotava aerei da ricognizione sulla Carnia. Nel giugno 1917, promosso maresciallo, fu assegnato quale pilota di caccia sul fronte del Carso e del Piave. Il 26 ottobre abbatté il primo aereo nemico, in totale gliene furono accreditati otto. Grazie a tali positivi risultati, per il coraggio e la fermezza dimostrati in ogni occasione, ottenne la sua prima Medaglia d’Argento.

Il 29 marzo 1918 condusse la sua azione più famosa: volando su Conegliano, avvistò un aereo da bombardamento austriaco scortato da dieci caccia, senza nessuna paura, andò diritto verso il capostormo e lo abbattè, costringendo i gregari a rinunciare alla missione.

Cabruna fece ancora meraviglie nel giugno del 1918 durante la seconda battaglia del Piave o battaglia del Solstizio, come la definì Gabriele D’Annunzio. Affrontato uno stormo di trenta aerei nemici, riuscì ad abbatterne uno, ed era solo il primo giorno, in quelli successivi, riuscendo sempre a cavarsela, abbatté altri due aerei e un aerostato, guadagnandosi la seconda Medaglia d’Argento al Valor Militare. L’impegno costante, la dedizione, il coraggio e lo sprezzo del pericolo lo videro di nuovo in cielo, il 29 ottobre 1918, riuscendo a colpire e incendiare due caccia austriaci in decollo. Era trascorso meno di un mese da quando in seguito a un incidente occorsogli in fase di atterraggio, era stato seriamente ferito riportando fratture multiple a un braccio.

Al termine della guerra, quale compendio alla totale abnegazione dimostrata, gli venne riconosciuta anche una Medaglia d’Oro al valor militare.

Nel primo dopoguerra partecipò all’impresa fiumana al fianco di Gabriele D’Annunzio e il 6 dicembre 1923 lasciò l’Arma dei Carabinieri per transitare nella Regia Aeronautica, appena istituita. Affezionato al corpo che lo aveva visto crescere, pronunciò un sentito discordo di commiato: “Lascio con dolore i Carabinieri, ma mi propongo di essere, anche lontano, non dimentico figlio di quella famiglia di cui sono stato parte ed alla quale ho coscienza di aver fatto onore. Dovunque e sempre sarò grato all’Arma, maestra di tutti i sacrifici e di tutte le virtù, per quello che seppe insegnarmi”.

I Carabinieri a Parigi
Mostra altro

In giro per Bologna … Via Del Borgo di San Pietro.

11 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per Bologna … Via Del Borgo di San Pietro.



Ho abitato diversi anni nella piazza di via del Borgo di San Pietro, la strada che unisce via delle Moline con le mura di Porta Galliera in quartiere Irnerio, e conosco un poco di storia di questo “piccolo mondo” che un tempo era considerato quasi una periferia e ora è pieno centro. Alla via fu dato questo nome, perché molti terreni della contrada appartenevano alla cattedrale di S. Pietro e gli abitanti delle case che vi furono costruite pagavano un canone annuo alla chiesa.
“Il fantasma di Borgo San Pietro” era il titolo del primo romanzo di appendice apparso sulle pagine de Il Resto del Carlino, scritto da Cesare Chiusoli, che fu anche il primo direttore del giornal
e.
Era il 1885, il foglio costava allora 2 centesimi e veniva dato dai tabaccai a chi comprava un sigaro toscano, come resto di una moneta da dieci centesimi, detta appunto il ”carlino”, e da qui poi il nome “il resto del carlino”.
Erano anche quelli gli anni in cui si sviluppava Borgo san Pietro, strada interna alla cinta muraria, ma non considerata centrale, forse allora un po' malfamata, vicino a piazza del Mercato che era il regno degli imbonitori e dove venivano eseguite le sentenze di impiccagione per ladri e truffatori.
Il Borgo faceva razza a sé coi suoi giovani :i “buli” e le “bule”. Se qualche “milordino” (signorino di altri quartieri) osava avvicinarsi a una ragazza del Borgo per infastidirla o anche per corteggiarla, erano fatti suoi: nessuno poteva aver l'ardire di entrare in via Del Borgo e prendersi una delle ragazze del posto. I ragazzotti del Borgo portavano un fazzoletto di seta al collo, vestivano calzoni di velluto marrone a campana, giubbetto di panno blu con bottoni dorati e una fascia rossa alla cintura. Spesso indossavano orecchini e alto cappello, chiamato al ratt, e si accompagnavano con un bastone di canna di bambù. Le ragazze portavano uno scialle bianco di seta legato dietro la nuca, dove un grosso pettine reggeva un'enorme acconciatura di capelli nerissimi.
Celeberrima è la statuetta della Madonna del Soccorso che ancora oggi si può visitare dentro la Chiesa della piazzetta. La statua proteggeva l'ingresso nel Borgo, nel 1520 fu eretta una cappella per ospitare la statua, ritenuta miracolosa per aver salvato i borghigiani dalla peste. Con le donazioni dei devoti la chiesa fu ampliata nel 1581. A quei tempi, trenta giorni dopo Pasqua veniva portata con grande partecipazione degli abitanti in processione fino alla chiesa di San Rocco al Pratello, dove restava per 30 ore: dalle 10 della domenica alle16,30 del lunedi. Era una grande festa per i parrocchiani e durante tutto il tempo i devoti del Pratello e del Borgo non facevano altro che mangiare e bere.
Dopo l'apertura della Via Irnerio, il Borgo rimase diviso in due tronchi: quello a nord fu distrutto dal terribile bombardamento del 23 maggio 1944, ad opera degli anglo americani, durante la Seconda Guerra Mondiale, e sotto le macerie una parte importante dell’anima popolare bolognese scomparve per sempre. La parte alta rimase miracolosamente intatta e ancora oggi conserva una fisionomia che ricorda l’ambiente pittoresco del tempo che fu, con le piccole abitazioni interamente porticate e dipinte a colori vivaci.
Il bombardamento distrusse anche la Chiesa, ma non la statuetta che don Arturo Giovannini, detto Don Zvanein, aveva messo in salvo al primo suonare della sirena di allarme antiaereo. Don Zvanein morì sotto le macerie.

Nel dopoguerra la chiesa venne ricostruita dall'architetto L.Vignali.
Don Zvanein era come un padre per i parrocchiani e si preoccupava dell' educazione dei più giovani , è rimasto famoso per la “multa “ di 4 soldi che faceva pagare a chi veniva scoperto ubriaco.
Un altro personaggio del Borgo, ricordato per la la sua attività, fu Pietro Ferri detto Luvein . Antesignano degli odierni centri di riciclaggio egli si era arricchito commerciando il “rusco”. Spiego a chi non è bolognese che il rusco da noi altro non è che l'italianizzato “rossc “ che in dialetto significa immondizia, pattume.

In giro per Bologna … Via Del Borgo di San Pietro.
Mostra altro

La guerra sui ghiacciai

9 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La guerra sui ghiacciai

Le battaglie e gli scontri avvenuti sulle Alpi durante la Prima guerra mondiale, nel contesto di aspre cime e ghiacciai vengono definiti nel loro insieme Guerra Bianca.

Combattimenti che si tennero, sul fronte orientale, nei settori italiani di Ortles-Cevedale, Adamello-Presanella e Marmolada a quote montane molto elevate e in condizioni fisiche, ambientali e meteorologiche fino ad allora ritenute impossibili e insopportabili. Le quote a cui vivevano e combattevano gli alpini erano molto elevate, assolutamente al di sopra di ogni altro settore, i terreni impervi e le condizioni atmosferiche li posero in estrema difficoltà, al limite della sopravvivenza. Oltre al nemico da temere, tra un assalto e l’altro per la conquista, la perdita e la riconquista di poche decine di metri dalla trincea a quella nemica, ben presto, i soldati si scontrarono contro un temibile e pressoché invincibile avversario: la morte bianca.

Il pericolo principale che gli alpini correvano era quello di morire assiderati o sommersi da un’improvvisa valanga, ogni giorno dovevano garantirsi, prima ancora di pensare al nemico, la possibilità di sopravvivere, fra l’altro con dotazioni di cibo e vestiario spesso insufficienti e coi pidocchi come fedeli compagni.

Avevano, come unica consolazione, la possibilità di ammirare panorami stupendi, distese incontaminate a perdita d’occhio, silenziose vette e dolci vallate che, a volte se pur in minima parte, riuscivano a mitigare le paure e i disagi cui erano sottoposti.

Per ovviare a un addestramento che, dopo il reclutamento sarebbe stato difficile, per non dire impossibile, si effettuarono principalmente selezioni quasi esclusivamente tra gli stessi residenti: bellunesi, tirolesi, trentini, ladini, tutti pastori o contadini, montanari, che vivevano già nelle zone pedemontane e conoscevano il terreno che sarebbe stato teatro dei loro combattimenti. Una scelta strategica vincente, perché oltre ad essere uomini temprati forti e resistenti, molti si conoscevano fra di loro già prima della guerra grazie ai commerci, al contrabbando, fu facile così dare origine a un naturale cameratismo fra commilitoni. Alcuni, fra loro, erano alpinisti o famose guide alpine e la loro esperienza si rivelò fondamentale in determinate conquiste, quando le azioni militari divennero delle vere e proprie imprese alpinistiche: come gli assalti al monte Cristallo e a Cima Trafoi nel gruppo dell’Ortles, o la presa del Corno di Cavento nell’Adamello.

Alla metà di giugno del 1915, gli Alpini vinsero la prima importante battaglia effettuando la conquista del Monte Nero, davanti alla quale anche i nostri avversari, loro malgrado, si congratularono: “Giù il cappello davanti gli alpini! Questo è stato un colpo da maestro”.

MONTE NERO (canto alpino)

Sul Monte Nero è rossa la neve,
rossa di sangue, sangue italiano,
è l’Austria che la tinge a mano a mano,
ma la vendetta trionferà!

Gioia bella, se tu m’ami
dammi la mano, dimmi addio;
se ti lascio un figlio mio

Trento e Trieste portalo là.

E gli dirai come morì suo padre,
fronte al nemico, bandiera al vento,
e gli dirai che morì contento

Trento e Trieste per liberar.

Gioia bella, se tu m’ami
dammi la mano, dimmi addio;
se ti lascio un figlio mio

Trento e Trieste portalo là. (anonimo)

La guerra sui ghiacciai
Mostra altro

In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio

4 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio

In questa escursione fra le valli e i monti molisani Flaviano Testa ci ha condotti a Civitanova del Sannio e i suoi scatti colgono con semplicità e perfetta armonia un piccolo paese del Molise che arriva appena a 1000 abitanti.
L'attuale toponimo del paese è successivo all'Unità d'Italia che prima si chiamava solo Civitanova. Nome derivante dalle fortificazioni sannitiche erette a controllo della valle del fiume Trigno e di cui ancora si possono vedere i resti nei pressi del centro abitato. Posto in provincia di Isernia a un'altezza collinare di 650 m, attraversato dall'antico tratturo Lucera – Castel di Sangro, gode di un'ottima posizione, di un piacevole paesaggio e di un fresco clima estivo che attira turisti dalla vicina Campania e dalla metropoli romana. Giungono dopo un breve viaggio e si immergono nel verde dei boschi di faggio, si bagnano e bevono alle fresche sorgenti di acque chiare e freschissime che sgorgano vicino al paese, cercando fragoline, funghi o tartufi bianchi a seconda della stagione o si stendono al sole sulle rive del lago carsico che si trova nei pressi godendosi la “Montagnola” con l'area attrezzata per i pic nic .
Di questo piccolo paese colpisce la bellezza dei vicoli che lo attraversano, passeggiando per le strettoie sembra di tornare indietro nel tempo: al medioevo, periodo in cui quei vicoli risalgono e a quando il conte d'Isernia e sua moglie fecero costruire un monastero e lo donarono ai monaci benedettini. La gente è accogliente, seria e laboriosa. Nel dopoguerra il paesino ha subito una forte emigrazione, causa la totale mancanza di possibilità lavorative e la povertà dei terreni adibiti all'agricoltura, le famiglie lasciavano il paese natale e si recavano all'estero in nord America, in Argentina o in Germania. L'estate, intorno a fine agosto, si tiene la “festa dell'emigrante”, con riti religiosi, conferenze, mostre d'arte, proiezioni di film all'aperto e concerti sinfonici. In queste occasioni spesso fanno ritorno in patria i figli degli emigranti di un tempo per ritrovare le loro radici, cresciuti all'estero parlano poco e male la lingua italiana, ma conoscono benissimo il dialetto locale, dando origine a scenette divertenti. Guardandosi intorno si sentono stranieri a casa loro e ripercorrono con nostalgia i vecchi gradini che li riportano alle case che furono dei padri o dei nonni, desiderando di fuggire dalle grandi città in cui sono costretti per lavoro e di tornare a vivere in un contesto ambientale, sociale e culturale autentico, difficile da trovare. All'inizio dell'autunno in paese restano soprattutto anziani soli e allora qualche straniero ancora è facile incontrarlo ma è un emigrante di altri paesi che qui trova lavoro come badante, in un paese povero ma dove non è costretto a chiedere elemosina e dove i campi diventano giardini e le pietre delle case isolate o dei castelli cadenti, riflettono silenziose i raggi della luna e del sole al ritmo scandito dal tempo e dalle stagioni.

In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
Mostra altro

La guerra fuori dalle trincee: un attacco di sorpresa, dei nostri alpini, a circa tremila metri.

2 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La guerra fuori dalle trincee: un attacco di sorpresa, dei nostri alpini, a circa tremila metri.

Le Truppe Alpine furono istituite nel 1872, quando il neonato Regno d’Italia dovette affrontare il problema della difesa dei nuovi confini a nord del Paese che, dopo la terza guerra d’indipendenza del 1866 contro l’Austria, coincidevano quasi interamente con l’arco alpino.

Nati per combattere sui ghiacciai e sulle alte vette, gli alpini, per uno dei curiosi scherzi che il destino riserva anche alla storia ufficiale e non solo alle nostre vite private, ebbero il “battesimo del fuoco” sulle caldissime montagne africane nelle campagne di Eritrea del 1887 e del 1896. Fin dall’inizio del loro impiego, mostrarono valore e grande spirito di sacrificio, come nella sfortunata battaglia di Adua del 1° marzo 1896, sull’Amba Rajo, dove il 1° Battaglione Alpini d’Africa immolò sul posto 862 dei suoi 954 combattenti.

Secondo una leggenda che raccontano gli alpini, tutti i soldati che muoiono con il proprio cappello in testa, salgono nel “Paradiso di Cantore” vicino all’eroico generale, comandante l’Armata delle “Penne Mozze” che continua ad accogliere “veci e bocia”. Antonio Cantore, fu il primo generale combattente a morire in battaglia. Non un semplice generale, ma un Comandante di Divisione che, audace e sempre presente in prima linea, mostrava con l’esempio diretto quale fosse il corretto atteggiamento da tenere. Per gli Alpini era un mito. Riuscì a instaurare fra comandante e soldati, quella perfetta armonia di spiriti e di intenti che è premessa di coraggio e di eroismo e che porta alla vittoria.

Il destino lo premiò con “la bella morte”, idealizzata da Gabriele d’Annunzio, ma sognata anche da molti combattenti di allora. Lo uccise un proiettile in piena fronte sparato da un cecchino e fu subito innalzato negli altari degli eroi. A onor del vero, leggenda a parte, molte sono le tesi sulla morte del generale e addirittura qualcuna parla di “fuoco amico”. Verità o no, niente ha mai soppiantato il mito del generale per gli appartenenti al corpo degli Alpini.

Durante la prima Guerra Mondiale, i “figli dei monti”, come Cesare Battisti amava definire i suoi commilitoni, furono impegnati con 88 battaglioni e 66 gruppi di artiglieria da montagna per un totale di 240.000 uomini mobilitati. Seppero distinguersi, per tutta la durata delle ostilità, in molti episodi collettivi e individuali di enorme valore eroico, superando prove di grande resistenza fisica e morale, tenendo battaglie corpo a corpo di uomo contro uomo, ma anche di uomini contro le forze della natura. Compirono azioni pericolose mostrando estremo coraggio sulle alte vette delle Alpi, furono capaci di prodigiosi adattamenti alle condizioni più avverse e nelle zone più impervie e dove stoicamente misero in pratica ogni insegnamento ricevuto e sempre con grande lealtà, perché c’è una legge non scritta per cui negli Alpini non esistono comportamenti o sentimenti scorretti: il nemico si combatte ma non si disprezza mai.

Ricordiamo, fra le tante, la battaglia del San Matteo, che ebbe luogo nella nella tarda estate del 1918 su punta San Matteo a 3.678 metri di altezza. Il 13 agosto 1918 un piccolo gruppo di Alpini appartenenti alla 307ª Compagnia del Battaglione Ortles, condusse un attacco a sorpresa verso la postazione nemica e la conquistò, catturando metà dei soldati austriaci che la tenevano, mentre l’altra metà si ritirò verso postazioni più basse. La perdita di punta San Matteo fu uno smacco per l’Austria e in seguito ci fu una controffensiva. Si trattava di battaglie sanguinose, per la conquista di pochi metri di terreno con tanti dispersi e che costarono molte vite umane.

Nell’estate del 2004, dopo quasi novant’anni, i corpi congelati di tre Kaiserschützen furono trovati a 3.400 metri di quota, nei pressi della cima del monte san Matteo.

La guerra fuori dalle trincee: un attacco di sorpresa, dei nostri alpini, a circa tremila metri.
Mostra altro

La guerra dei prodigi. Una “corvée” degli Alpini a tremila metri

28 Febbraio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La guerra dei prodigi. Una “corvée” degli Alpini a tremila metri

“11 Ottobre 1916 . A sera sono nuovamente di corvè. Avrei voglia di andare in fureria a protestare contro il modo di fare del furiere che continua a comandarmi di corvè anche quando non mi spetta; vorrei dire al furiere di fare le cose con un po’ di maggior giustizia e che uscisse dalla sua tana profonda situata nel Vallone, dove neanche un 305 potrebbe penetrare; ma non è questo il momento di protestare. I miei compagni aspettano il rancio, e compio anche questa volta, silenziosamente l’ordine ricevuto. Parto con cinque compagni.dal diario del caporale Arienti.

Eroi o vili, combattenti o di corvée furono sempre giovani ragazzi che si immolarono per la Patria o che vi furono costretti da decisioni prese dai loro comandi militari.

In ambito militare, la frase “essere di Corvée” designa un antico costume ancora in uso presso le Forze Armate, mediante il quale vengono stabiliti dei turni speciali per i militari, finalizzati a effettuare mansioni o servizi vari, quali compiti di pulizia delle camerate, dei bagni, oppure per la preparazione di pasti o di operazioni analoghe. In senso figurato, come nella vignetta sottostante, corvée significa anche “Qualunque lavoro pesante e ingrato”

Nel libro “Oscuri eroi con la fronte imperlata di sudore” è stata raccolta una sorprendente testimonianza scritta da Giovanni Biondi. La stesura è stata possibile grazie ai fogli manoscritti che la figlia dell’autore ha donato al Museo della Guerra Bianca.

Emerge dalle descrizioni precise e meticolose un’esperienza di guerra vissuta in prima persona da un militare arruolato nel Genio zappatori. Un uomo scrupoloso e bonario, animato da sinceri sentimenti di patriottismo, che prima della guerra era un impiegato di banca. Sono le vicende quotidiane di un semplice soldato e tutte le esperienze che aveva vissuto: le marce estenuanti, le corvée, le fatiche nel lavoro di “zappatore”, le sofferenze fisiche come fame e freddo, ma anche le soddisfazioni per i risultati ottenuti ed emerge, di volta in volta, il toccante racconto delle emozioni vissute alla vista della distruzione, della morte così presente e vicina, ma anche degli spettacoli della natura e della incontenibile gioia alla notizia della vittoria.

Per i militari al fronte furono corvée, fatiche, marce, servizi, ma non solo, fu anche e soprattutto l’esecuzione di ordini che conducevano al massacro. Come ho già ribadito, la grande guerra impose armi innovative usate con vecchie mentalità e tattiche militari superate, che erano alla base della formazione di gran parte dei generali, primo fra tutti Luigi Cadorna, un personaggio senza dubbio carismatico ma anche molto discutibile. Sono pochi i giudizi positivi espressi a favore del generalissimo, ma qui vorrei ricordare un episodio che lo vide protagonista e dove dimostrò la sua partecipazione alle sofferenze dei soldati e delle loro famiglie.

La storia è quella dei fratelli Pasquale di origine calabrese. Allo scoppio della guerra lasciarono la madre vedova, gli studi, il lavoro e partirono per compiere il loro dovere tutti e tre pieni di ardore e slancio verso la Patria.

Amedeo Pasquale morì in combattimento, si legge nella motivazione della medaglia d’oro al valor militare “tre o quattro volte conduce all’assalto i suoi soldati fedeli e prodi, finché conquista il trincerone, ne fuga i difensori e vi pianta le sue mitragliatrici che li fulminano. La ferita che gli sanguina non lo turba, egli incita i suoi soldati a resistere ad un ritorno offensivo degli austriaci, redire non est necesse, come il tribuno romano, cade ma si sorregge ancora per tenere ferma la vittoria, quando una nuova palla gli spegne per sempre i battiti del nobile cuore.

Il fratello Vincenzo morì invece sul Rombon colpito da un proiettile in fronte, e venne insignito di medaglia d’argento al valor militare.

Fu così che il terzo fratello Giuseppe, come un antesignano soldato Ryan, mentre stava combattendo sul Carso venne convocato dal generale Cadorna. Il generale abbracciandolo, come un figlio, lo congedò dicendo “Vada a fare compagnia alla degna sua mamma, alla quale tanto dobbiamo.

La guerra dei prodigi. Una “corvée” degli Alpini a tremila metri
Mostra altro

In giro per il Molise con Flaviano Testa

27 Febbraio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per il Molise con Flaviano Testa


Flaviano Testa ha scattato per noi alcune fotografie a Civitacampomarano, un piccolo centro in provincia di Campobasso. Come sempre nelle sue passeggiate fra i paesi molisani riesce a raccogliere scatti che immortalano luoghi e tempo. Il bianco e nero scelto per le immagini valorizza gli scorci panoramici immutati nei secoli e rende vivi i luoghi come se potessimo respirare gli odori e cogliere i rumori dei vicoli e dei muri segnati dal tempo.
Civitacampomarano è piccolo e antichissimo, oggi pensate non conta 600 abitanti. Il territorio comunale si estende con altezze che variano dai 930 metri di Monte Andrea ai 300 del vallone Grande. E' situato nella regione che fu dei Sanniti, antica e fiera popolazione italica dei primi secoli avanti Cristo.
Circondato da una natura incontaminata, dalla sommità dei suoi rilievi è possibile godere la vista di un panorama unico. A Nord-Est spicca la Maiella al confine con l' Abruzzo, a Est si scorgono le Isole Tremiti emergenti dal Mare Adriatico, a Sud le colline degradano verso i fiumi Biferno e Fortore, mentre a Ovest si innalza il Matese. Il territorio è ricco di boschi di cerro, roverella, carpino, orniello, aceri, noccioli e piante officinali che, per gli appassionati di passeggiate ed escursioni, rappresentano una vera oasi di pace. Il sottobosco offre incantevoli delizie quali tartufi, funghi e fragoline. Dall’alto i numerosi rapaci presenti (Il Falco Pecchiaiolo, il Nibbio Reale, il Falco di Palude) con i loro voli maestosi, sembrano essere gli unici custodi dei luoghi.
Il curioso nome di questo paese pare derivi da un’antica cittadella sannitica preesistente: la mitica “Maronea”, distrutta dai Romani forse nel corso della guerra civile dell’83 a.C., allorchè i Sanniti si schierarono a fianco di Mario (Campusmarianus) e subirono la feroce repressione del vincitore Silla.
Nella parte più alta dell'abitato si erge superba la mole del castello, uno dei più importanti e meglio conservati del Molise, probabilmente costruito intorno al XIV secolo d.C., sotto la dominazione angioina (Carlo I d’Angiò), su un masso di arenaria che si erge prorompente tra i torrenti Mordale e Vallone Grande. La fortezza, che un tempo sorgeva isolata nei suoi fossati nella parte alta del centro abitato e a cui non si poteva accedere quando era chiusa la porta di cinta, oggi si trova al centro del paese e si può visitare anche all'interno.
Tra i tanti vicoli del borgo antico, è facile scorgere preziose testimonianze architettoniche del passato, tra esse la Casa del Mercante, ormai parzialmente crollata. La costruzione, risale al XVIII secolo, come indica la data 1732 incisa su di una pietra a forma di cuore murata sulla facciata.
Questo piccolo centro è sicuramente un delizioso e per lo più sconosciuto angolo del territorio molisano ricco di storia, tradizioni, cultura che ha dato i natali a personaggi illustri.
Vincenzo Cuoco: Storico, giurista, economista, saggista e politico, nacque a Civitacampomarano nel 1770. Nell’opera “Rapporto e progetto di decreto della pubblica istruzione”, Cuoco sosteneva il principio dell’istruzione elementare gratuita e obbligatoria anche per le donne. Oggi la sua casa ristrutturata, proprietà del Comune, aperta alle visite, funge anche da centro di ricerca per Fondazioni, Enti, Università.
Gabriele Pepe: Personalità di spicco dell’ala più liberale e illuminata della borghesia molisana, contribuì a creare quel filone storico filosofico del riformismo meridionale. Si arruolò giovanissimo come alfiere di cavalleria nel reggimento napoletano, abbracciò la causa repubblicana dei moti rivoluzionari parteneopei del 1799. Con la restaurazione borbonica, subì l’arresto e il successivo esilio. A Firenze si legò al gruppo “Antologia” e si distinse per le sue doti letterarie e poetiche. Fu membro del Circolo Viesseux e dell’Accademia dei Georgofili. Promulgò le idee e la filosofia vichiana negli ambienti fiorentini frequentati tra gli altri da Leopardi, Manzoni, Foscolo.
Oggi il Borgo di Civitacampomarano conserva i caratteristici vicoli che attraversano il centro storico, un tempo luogo di scambi commerciali e di botteghe artigiane. È difficile oramai “assaporare” la fragranza dei cibi genuini che costituivano le specialità del posto. Si possono ancora trovare cucinati secondo l'antica tradizione salumi, biscotti, ma difficilmente avrete il piacere di assaggiare le specialità che solo qualche vecchietta ospitale potrebbe cucinare per voi come “fasciuol cuott ca pgnat” (fagioli cotti con la pignata di creta posta sui carboni del focolare), “queccett chi patan” (testina di agnello con le patate, cotti alla coppa) , “pizz e foglie”, una pizza di granturco e olio, cotta nel focolare , “i maccarun ca miglic”, cioè spaghetti conditi con mollica di pane abbrustolito, olio di oliva, “acqua sala fredd”, pane duro fatto a pezzettini, bagnato in acqua e condito con olio di oliva, origano, aglio e pomodoro fresco a pezzi. Sarete fortunati se capiterete a Civitacampomarano il 13 agosto di ogni anno quando durante “la sagra dei cavatelli “ viene distribuito ai visitatori il piatto considerato re della cucina molisana “cavatiell cu suc”, fatti in casa con farina e uova e conditi con un sugo misto di carni di maiale, agnello, vitello.

In giro per il Molise con Flaviano Testa
In giro per il Molise con Flaviano Testa
In giro per il Molise con Flaviano Testa
In giro per il Molise con Flaviano Testa
In giro per il Molise con Flaviano Testa
In giro per il Molise con Flaviano Testa
In giro per il Molise con Flaviano Testa
Mostra altro

La drammatica avventura di un alpino

20 Febbraio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La drammatica avventura di un alpino

C’è un alpino, un eroe, che tutti conoscono il suo nome è Cesare Battisti e, contemporaneamente, ce ne fu un altro che rimane sconosciuto ai più e di cui parlerò più sotto.

Cesare Battisti era nato a Trento nel 1875, terminati gli studi nella sua città si era iscritto all’università di Graz e di Vienna, ma si laureò in lettere in Italia e precisamente a Firenze, dove successivamente conseguì anche la laurea in geografia.

A vent’anni aveva già fondato un giornale, la Rivista Popolare Trentina, di pensiero socialista, rivista tenuta sotto osservazione e sequestrata dalle autorità austriache fin dal primo numero. Si dedicò all’attività irredentistica, anche in ambiente universitario, sostenendo con passione l’identità italiana della regione del Trentino e la giusta indipendenza dal Tirolo. Nel 1900 fondò e diresse il quotidiano Il Popolo e quattro anni dopo fu incarcerato per la sua attività sovversiva. Uscito dal carcere si impegnò politicamente e venne eletto deputato alla camera di Vienna nel 1911, dove non perse occasione per criticare apertamente le autorità austriache.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il 2 agosto 1914, varcò il confine e si stabilì a Milano per poi arruolarsi nel 5°alpini come soldato semplice (prima nel btg Edolo, poi in un reparto sciatori al passo del Tonale), dove si distinse per il suo coraggio in diverse operazioni di guerra durante le quali guadagnò una medaglia di bronzo al valor militare.

Promosso tenente, il 10 luglio 1916 durante una sfortunata azione sul monte Corno, per non ritirarsi, difendendo fino all’ultimo la sua postazione, cadde prigioniero degli Austriaci, che dopo un processo sommario, lo giustiziarono per impiccagione insieme a Fabio Filzi nel castello del Buon Consiglio a Trento il successivo 12 luglio. Affrontando il capestro con dignità e fierezza, morì da eroe gridando “Viva Trento Italiana, Viva l’Italia”.

Ora la seconda storia: è quella di un altro alpino che, arruolatosi giovanissimo, era già nel 1913 allievo ufficiale e nel 1915 al comando del 3º plotone della cinquantesima compagnia del Battaglione Alpini Edolo e partecipò alle operazioni di guerra sui monti del Tonale. Tra i suoi commilitoni strinse un cordiale rapporto di amicizia con Cesare Battisti che lo soprannominò “Muscoletti” per la sua perfetta forma fisica, anche se era di bassa statura.

Il 25 maggio 1915, incaricato di effettuare una ricognizione sull’Albiolo, si fece onore respingendo da solo un’azione nemica, dopo essersi avvicinato sospeso nel vuoto, alle postazioni austriache.

Nel luglio 1915, quando a causa del disgelo, diventava difficile per gli alpini tenere la posizione, il Comando di Divisione ordinò l’occupazione di una cresta antistante Punta Albiolo da cui si sarebbero meglio controllate le postazioni austriache sottostanti. Si trattava di un’audace azione di guerriglia dove la velocità e la sorpresa erano fondamentali, “Muscoletti”, al comando di sette sottoposti, si lanciò di corsa e saltando di roccia in roccia come avrebbe fatto uno stambecco, sotto i fischi delle pallottole austriache, riuscì a raggiungere la cima del Torrione, stanò il nemico, e tenne la posizione fino all’arrivo dell’altro plotone di cui faceva parte Cesare Battisti.

Questa azione, dove mise in mostra le sue doti di coraggio al limite della spavalderia, gli valsero la prima medaglia d’argento al valor militare.

Una seconda medaglia d’argento gli venne riconosciuta per il suo contributo determinante nella conquista della Cresta Croce, l’11 aprile 1916 e una terza per la conquista della quota 2432 della Cresta dei Monticelli, il 28 maggio 1918. Un valoroso eroe misconosciuto, come ce ne furono tanti, un alpino le cui gesta vennero immortalate da Beltrame nella vignetta qui riportata.

Il suo nome era Gennaro Sora classe 1892.

La drammatica avventura di un alpino
Mostra altro
<< < 10 11 12 13 14 15 16 17 > >>