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federica cabras

Tre volte te, il terzo capitolo di Babi e Step

14 Maggio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Ci siamo innamorate di Step quando aveva il fascino del ribelle, del forte, del picchiatore. Quando era un po’ delinquente e un po’ scansafatiche. Quando passava le mattine a dormire e la notte a bere e a combinare guai. Ero ragazzina, ma il libro e il film fecero scalpore, cambiarono quella che era l’idea dell’amore per gli adolescenti. Era tenebroso quanto bastava per lasciare un alone di mistero, Step, ma il suo cuore non era impenetrabile. Io ho odiato Babi fin dal primo istante, però. Era snob e un po’ noiosetta, con quella sua mania di perfezione e quell’aria da ricca che traspariva da ogni sua frase.

In più di un’occasione mi ritrovai a pensare che no, non lo approvavo affatto questo amore – un amore dove lei scappava sempre – salvo poi innamorarmi anch’io dell’idea dell’amore che questo film promuoveva: malgrado le differenze ci si può innamorare follemente, senza respiro. La scritta sul ponte, le rose, la casa abbandonata in riva al mare… chi di noi non si è addormentato, a quindici anni, sognando tutto questo? Chi non ha immaginato un finale da favola?

Ricordo di aver letto il finale del libro con un nodo alla gola. Un amore che pareva non dover terminare mai, che sembrava più saldo di qualunque altra cosa nell’universo, che dava l’impressione di essere vero e puro e infinito… be’, terminò lo stesso. Lasciando l’amaro in bocca. E lei con un altro, e lui che soffriva.

Poi, con Ho voglia di te le cose sono mutate: lui è più grande. La ama ancora ma è stato fuori per tanto, troppo tempo. Si sa, il tempo lenisce i dolori. Un po’ è cambiato. Ha imparato a svegliarsi al mattino, a lavorare. Sa cosa vuole e si muove per averlo. Non è più un violento che passa le notti nei locali.

Tre volte te è il terzo capitolo, il capitolo conclusivo.

Se nel precedente la nostra mente si è dovuta abituare a uno Step più grande di due anni, più maturo, ora deve proprio impegnarsi: non pare rimasto nulla del primo Step, quello dei giubbotti in pelle, del tatuaggio e dello sguardo da duro. Oltre a essere cresciuto, è tollerante e dolce con chi incontra. Le vicissitudini della vita lo hanno portato a togliere quella corazza che faticosamente si era costruito da ragazzo, quella stessa corazza che allora lo aveva salvato.

Ma a che punto siamo? Be’, con Gin le cose vanno a gonfie vele tanto che i fiori d’arancio si possono toccare con le dita. È sereno, finalmente e dopo tanto tempo. La ama. Ha chiuso con il passato. Una bella casa, un impiego che frutta in televisione. Cosa si può desiderare di più?

Babi, però, l’ha dimenticata? Il primo amore si scorda mai? E se ricomparisse, proprio in questo momento che lui è in pace con se stesso?

Devo dire che in questo libro Babi mi piace di più. È umana, sa che nella sua vita ha fatto tanti errori e ne soffre. Piange, si dispera, capisce. Era quasi una cosa impossibile, per quella che credevo avesse il cuore di pietra. Abituati a vederla attaccata all’agio, ai soldi, ora si rende conto di quanto sia inutile una vita passata a rincorrere l’apparenza.

Non sopporto Gin, in compenso. Malgrado sia quasi inevitabile provare empatia per lei a causa di quello che le accade, questo suo modo di avere sempre ciò che vuole quando lo vuole è frustrante. Fastidioso. Antipatico. Lei dice A e vuole che A si avveri, nessuno le ha mai spiegato che una decisione va presa in due. Lei decide che ci si deve sposare, e guai se Step non arriva con la proposta. Lei decide che un figlio è una cosa meravigliosa, e guai se Step si permette di dire il contrario. Una ragazzina viziata, insomma.

Il cambiamento di Step è grande, immenso. È grande. Quasi tutti lo chiamano Stefano. È un grande, nel suo lavoro, è amato e rispettato. È cresciuto, ma è possibile cambiare così? Un amore finito può svegliare una persona al punto di cambiare totalmente il proprio essere?

Per tutto il testo ci chiederemo come finirà. Babi o Gin? Razionalità o cuore? La ragazza che lo fece innamorare la prima volta, lei così bimba e donna, oppure il suo chiodo scaccia chiodo (perché purtroppo Gin mi è sempre sembrata questo)?

Una ha dimostrato già una volta di non accontentarsi dell’amore, l’altra non lo lascerebbe per nulla al mondo.

Senza svelarvi nulla, vi dico solo che sarà un finale strappalacrime. E, in un certo senso, tutti verranno accontentati.

Il divario con Tre Metri Sopra il Cielo è evidente, però è anche vero che si cambia, ci si trasforma. Si cresce. Questi tre libri parlano di un amore infinito, è vero, ma sono anche testimoni di quella che è la crescita di un ragazzo che diventa uomo. Di una donna che capisce ciò che vale nella vita.

Ora attendiamo il film. Sperando ci sia Scamarcio, ovviamente.

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Fiore di fulmine: la storia della Roggeri che odora di morte, di leggenda e di Sardegna

11 Maggio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Siamo a Monte Narba, piccolo villaggio minerario, e corre l’anno 1899.

Luigia e Antonio hanno quattro figli, tre maschi e una femmina. I maschi sono molto diversi tra loro. C’è chi, più passionale ed estroverso, si lascia andare a manifestazioni d’affetto più marcate; chi, più grande e assennato, guarda le cose con razionalità e maturità; e ancora chi, introverso e ombroso, sta agli angoli, schivo e avvicinabile quanto un cane rabbioso. E poi c’è Nora, ultima della covata. Coccolata ma abituata a una vita fatta di dure rinunce, capisce il sapore della morte fin dalla tragedia che vede come protagonista – unico attore di uno spettacolo nel quale il sipario si chiude per sempre – il povero padre. Antonio è morto dentro la miniera, per colpa di un crollo, e Luigia non si dà pace, condannando a quello che è un lutto perpetuo i suoi figli. Ma Nora non perde quello che è il suo carattere. Arguta e brillante, coraggiosa e tenace, non cede a quelle che sono le spicce spiegazioni di una mamma devastata dal dolore; la sua marmorea convinzione che il padre sia nell’infinita distesa del cielo con gli angeli non si scalfisce nemmeno con le bieche parole di Luigia la quale, con un cinismo gelido e insensibile, le sbatte in faccia quella che è la sua realtà: il padre è morto inghiottito dalla terra della miniera. Avventata ma anche sognatrice, la bambina esplora e tocca con mano, complice un’irruenta curiosità, tutto ciò che risveglia la sua attenzione.

"Eppure la piccola Nora, se solo avesse potuto, non avrebbe esitato a calarsi in uno dei pozzi della miniera per scoprire quali tesori dovevano certamente celarsi sottoterra, o a salire in cima al picco più alto per vedere con i suoi occhi i confini del mondo."

Durante l’arrivo di una tempesta, Nora, incauta e impetuosa come solo lei sa essere, esce, portandosi dietro il maiale di casa e i suoi maialini.

Si trova non troppo vicino ma nemmeno troppo lontano da casa, quando la tragedia si consuma. Un fulmine colpisce quel corpo gioioso, lo alza con violenza inaudita e lo ridona alla fredda terra esanime. È gelida, Nora, e nel suo viso livido il pallore è un cupo presagio di morte. È il fratello a trovare quel corpicino inanimato, lo porta in braccio fino a casa ma le sue lacrime – e quelle della mamma Luigia, rotta in due da pianto e dolore al cuore – non la svegliano. Viene messa in una bara di legno, la piccola Nora, ed è pronta per il rituale del cenere alla cenere e polvere alla polvere. Ma poi qualcosa accade, qualcosa strappa quel germoglio dalla tristezza dell’aldilà per riadagiarla con dolcezza tra i vivi. Non è la stessa: è pallida e sempre un po’ fredda, più del normale, benché sia viva. Ha un’infiorescenza che si staglia nel suo corpo, un fiore di fulmine che le ricopre il lato sinistro del corpo, quello del cuore, dal collo alla caviglia. Il suo cuore batte, nelle sue vene scorre sangue. È comunque cambiata per sempre e alla sua famiglia tutto questo cambiamento appare chiaro come il sole in una sera che sa di tenebra.

 

«Sai che cosa penso?» continuò Teresa con occhi stretti.

«Cosa, Teresa?» domandò Luigia con un filo di voce.

«E se tua figlia fosse una di quelle che vedono i morti? Com’è che le chiamano?» Rimestò nei propri ricordi per alcuni istanti, poi schioccò le dita trionfante. «Ecco! Mia nonna le chiamava così: bidemortos», scandì con tutti i denti in bella mostra."

 

Nora è capace di vedere le persone che non ci sono più, le vede nitide come fossero composte di ossa e carne e sangue. Le vede ferme davanti al suo letto, prima di addormentarsi, una cupa riunione di anime il cui corpo giace decomposto sotto la nuda terra.

Cosa può esserne di lei in un villaggio dove un dono del genere mette paura anche a chi è dotato dello spirito più ardimentoso? La sua nuova dimora a quel punto diventa la Casa delle Figlie della Carità, un orfanotrofio per orfanelle sito a Cagliari.

La cosa che ama più di qualunque altra è il ricamo. Quando può perdersi tra stoffe e punti e disegni, il suo cuore trova pace, finalmente. Placa i pensieri, quella sua passione che fa sembrare le sue mani fatate, e quieta quella che è una profonda nostalgia di casa, di amore, di tenerezza. Nessuno la abbraccia, lì dentro, e lei vorrebbe poter stare anche solo per un secondo con la madre e i fratelli. Piano piano, la speranza muore.

 

"La punta delle dita tracciò sul tessuto un progetto segreto di linee e di forme, la pupilla seguì un sentiero fatto d’oro che alla viscontessa non era dato di percepire."

 

Il suo dono è ancora vivo, una benedizione e una maledizione insieme.

 

"I piedi di Nora però non si mossero, rimasero inchiodati come sull’orlo di un precipizio. L’improvvisa certezza che sua madre fosse morta la riempì di infelicità uccidendo ogni desiderio di correre dietro allo spettro tanto amato. La bambina avrebbe voluto piangere, ma gli occhi rimasero asciutti e i singhiozzi non giunsero a portarle sollievo. Fu così che, per la prima volta in vita sua, Nora Musa ebbe paura di affrontare l’oscurità.2

 

Un giorno, però, una ricca signora, donna Trinez, la nota e la vuole a casa sua. Così inizia quella che è la sua nuova vita.

 

"Dietro le spalle di Annica, che era mezza testa più alta di lei e copriva buona parte della visuale, Nora scorse donna Trinez incastonata come una perla nel piccolo salottino dorato che completava la camera privata della nobildonna e di suo marito. Era vestita con gonna e corpino in seta color avorio ornato di gale, una sorta di nuvola immacolata piena di grazia e compostezza."

 

Nell’abitazione dei ricchi signori, Nora si sente per la prima volta apprezzata. Ma non sa che donna Trinez l’ha notata per qualcosa di cui lei non parla mai.

In un crescendo di intensità e di suggestione, la Roggeri si insinua in ogni anfratto della nostra mente. Tesse una tela impareggiabile per precisione e bellezza, una tela che è preziosa e tetra allo stesso tempo. Un cupo mistero, un segreto che odora di perdita e di pianto, una scoperta che ghiaccia il sangue. La capacità degli umani di mentire, di ingannare, di fare del male. Volontariamente e senza scrupolo. Ma non si ferma certo solo a questo, Fiore di fulmine: è una storia di forza e coraggio, di morte e di vita. Di amore e di odio. Penetreremo nella mente della piccola Nora con le sue paure folli e le sue certezze granitiche, ma anche in quella dei personaggi secondari, tutti dipinti con maestria.

La Sardegna è presente, si sente. Si può annusare e toccare.

Un capolavoro.

 

SULL’AUTRICE

Vanessa Roggeri è nata e cresciuta a Cagliari, dove si è laureata in relazioni internazionali. Ama definirsi una sarda nuragica, innamorata della sua isola così aspra e coriacea ma anche fiera e indomita. questo è il suo secondo romanzo, dopo il successo de Il cuore selvatico del ginepro.

 

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Tredici: qualche parola sulla serie Netflix che parla in modo crudo di suicidio e bullismo

29 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #televisione

 

 

“13 Reasons Why” – meglio conosciuta come “Tredici” – è una delle ultime serie prodotte da Netflix.

Prima scena. Un comunissimo liceo americano. Tutto sembrerebbe normale – corridoi gremiti di studenti, zaini in spalla e professori dall’aria distinta – se non fosse che, in quell’infinita accozzaglia di alunni, appaia chiaro che manca un’anima. Clay Jensen si aggira per gli anditi con aria smarrita. È cordoglio, il suo, ma anche mancanza e tristezza. È sapore di perdita, più che altro; è la sensazione che manchi qualcosa unita all’amara certezza di non poter fare nulla al riguardo: ecco cosa colora i suoi occhi chiari mentre si volta verso un particolare armadietto. È addobbato, fiori e foto e lettere e disegnini. Hannah Baker. E allora gli sembra quasi di vederla, nella sua testa e in tutto quell’ambiente così familiare e così ostile insieme. Gli sorride, poi volta il viso, timida e un po’ impacciata. Poi si riprende da quell’allucinazione: lei è morta. E tutto torna grigio, amaro e terribile.

Tornato a casa, trova una scatola. Dentro, sette cassette. Ma sì, quelle che andavano in voga prima dei CD ROM. Appena mette la prima, lato A, in un vecchio lettore, capisce. O meglio, sa che capirà.

Hannah Baker, prima di suicidarsi, ha inciso tredici audio, in quelle sette cassette; una per lato. Un lato è rimasto vuoto.

«Ciao, sono Hannah. Hannah Baker. Esatto. Non smanettate sul… qualsiasi cosa stiate usando per ascoltare. Sono io. In diretta e stereo. Nessuna replica, nessun bis, e questa volta assolutamente nessuna richiesta. Mangia qualcosa e mettiti comodo, perché sto per raccontarti la storia della mia vita. Anzi, più esattamente, il motivo per cui è finita. E se tu hai queste cassette, è perché sei uno dei motivi.»

Clay non sa che fare, è paralizzato.

Scopre presto che ci sono dei colpevoli, per quella morte così ingiusta e piena di perché. Per la precisione, ogni lato è destinato a qualcuno che ha contribuito a ucciderla. La ragazza si esprime con chiarezza al riguardo: dopo averle sentite tutte, la persona che le ha ricevute deve passarle a chi è dopo di lei nella narrazione.

Non si può fare i furbi, no: qualcuno vi controlla, dice Hannah, controlla che voi ascoltiate tutto.

Allora anche Clay inizia. Mette Play.

Non riesce a sentirle tutte insieme. Si deve fermare spesso, occorre che si blocchi per non perdere il senno. La vede di fronte a lui, impazzisce attraverso la sua voce. Vive con lei tutto ciò che è accaduto. Gli amici-nemici, le menzogne, le voci, le foto. Molto di più. Cose terribili, abomini. Tutta quella sofferenza. Lui la amava, malgrado non fosse abbastanza coraggioso da dirglielo. La amava da morire, e quella certezza viene infranta da tutti quei segreti. Da quegli scheletri. Da quei muri. Se avessi detto, se avessi fatto. Ha le allucinazioni, Clay, non vede l’ora di arrivare alla sua parte. Non vede l’ora di scoprire come ha ucciso Hannah Baker, malgrado desiderasse solo poterle tenere le mani. Intanto cerca di punire i colpevoli. In un universo di silenzio – molti le hanno già ascoltate, seguendo le regole della ragazza, prima di passarle al successivo individuo – lui vuole gridare che delle colpe ci sono, ci sono eccome. Nonostante quegli sguardi innocenti, nonostante quelle belle parole, nonostante le lettere scritte… nonostante tutto questo, qualcuno l’ha portata a morire. Lentamente. Sola.

Sono molte le prove che Hannah deve sostenere; macigni troppo pesanti per quelle deboli spalle da ragazzina.

Ecco cos’è il bullismo. È emarginazione, è pesantezza. È voglia di fuggire, di finirla. È avere la luce spenta dentro, nel cuore.

Confesso di aver guardato la serie intera con un senso di inquietudine nel cuore. L’ho guardata sentendomi persa, triste. Quando l’ultima puntata è finita, ero come svuotata.

Avete presente quando guardate un film? Quando accade qualcosa di brutto ci si ripete, come fosse un mantra: «Va be’, è solo un film.»

Qui non riuscivo. Paralizzata dalla visione, mi sono domandata in che mondo siamo finiti. Queste cose accadono, accadono tutti i giorni e in tutti gli istituti scolastici. A sedici anni si è bravi a calpestare pur di arrivare più in alto. Gli adolescenti sono cattivi, ridono e puntano le dita gli uni verso gli altri. Sparlano, offendono. Non capiscono che molte volte basta poco per spezzare una vita. Ecco perché, per quanto cruda e un po’ macabra, consiglierei la visione di questa serie nelle scuole.

Nessun lieto fine, qui; nessun “E vissero felici e contenti”. C’è solo la morte, fredda e spenta, e qualcuno che ha pagato un prezzo troppo alto perché stanco. Stanco di sopportare, stanco di non sorridere, stanco di stare da una parte come un cane rabbioso.

“Tredici” non è solo una serie TV ma è quello che può accadere quando le cose precipitano.

Hannah Baker è vittima di una cultura maschilista che ci insegna che se una ragazza si mostra gentile verso un ragazzo, lui potrà fare quello che vuole. Sparlare, chiamarla cagna, inventare chissà quale scenario hot. Toccarla, tenerla, violentarla. D’altronde, tutte le ragazze sono facili, sono calde. No? Non è questo, quello che ci viene insegnato?

Hannah Baker è vittima di un mondo superficiale e materialista, dove basta un niente per togliere di torno chi è scomodo… un mondo dove si resta in disparte non di rado.

Hannah Baker è vittima di un ambiente scolastico che non sa ascoltare, che non sa domandarsi perché. Che non si occupa abbastanza dei suoi studenti.

Non vuole essere dolce, questa serie, e non vuole creare divertimento. Non si sorride e non si guarda a cuor leggero nessuna scena. È crudo, forte. Le prese in giro, il restare da soli, l’amarezza. La scena dello stupro è forte, quella del suicidio è terribile. Credo fosse proprio questo, l’intento. Creare disagio. Portare alla riflessione in modo pesante, certo non con leggerezza.

Perché la morte non è mai leggerezza, soprattutto quando si hanno diciassette anni.

Ed è importante vedere che anche qualcosa che non si fa – e non solo qualcosa che si fa – può contribuire a mettere la parola fine a un’esistenza.

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L’amore quando si hanno quindici anni e si leggono libri strappalacrime

20 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #psicologia

 

 

 

Ricordo quando ero ai primi anni delle superiori. Si sogna in grande, a quell’età. In tutti i campi… si è ambiziosi ed energici e si pensa di poter diventare tutto ciò che si vuole. Medici senza frontiere, astronauti, cantanti e attori. Nulla è precluso, nulla è troppo difficile o troppo lontano. Nulla è impossibile. Sì, tutto viene visto come ipotetico e distante, ma la frase “Non posso farlo” non esiste nel vocabolario mentale dei quindicenni. Grazie al cielo, aggiungerei – perché ci pensa l’età adulta a rompere molti sogni e smantellare gran parte delle certezze adolescenziali. Ma, benché questa voglia di arrivare in alto in ambito lavorativo sia tanto magica quanto preziosa, a quell’età il sogno più grande riguarda l’amore. Il cuore batte più forte, quando si hanno quindici anni, e tutto fa più male, tutto è più vivo e duole di più. Gli amori infiniti che poi terminano sempre lasciando un solco nell’anima; le lacrime davanti a un telefono; le uscite più o meno nascoste e un po’ temute; le bugie – perché non è amore, a quell’età, se non è condito da qualche menzogna – sussurrate a fior di labbra. I primi ti amo un po’ sofferti e un po’ lanciati al vento – quello stesso vento che poi li porta via e li disperde senza ritegno e senza conseguenze – e le prime cocenti delusioni. Un’altra che prende il tuo posto, quello che credevi fosse unico e speciale, e una nuova estate che nasce e che cresce. E finisce. Malgrado non si creda di poter aggiustare quel cuore, il futuro risana le ferite, sempre. Ecco a cosa penso, se cerco di ricordare quei tempi andati. Mi capita di sorridere, malinconica; tutto si viveva a mille, allora. Ora sarebbe impossibile buttarsi su qualcosa con quella foga, con quel bisogno. Perché è proprio questo che muove, a quell’età: foga e bisogno. Emozione. Passione.

Ieri, più di altre volte, mi è capitato di tornare indietro nel tempo. Navigando su Facebook, mi sono imbattuta nel nuovo romanzo di Federico Moccia, il seguito di “Tre metri sopra il cielo” e “Ho voglia di te”. Sono certa che la io di adesso non si perderà tra quelle righe. Sono cambiata e ho lasciato da parte sentimentalismi e cose affini. Non piango quasi più, sono molto pratica e molto poco romantica. Sono grande, insomma, e l’adolescenza è come un brutto sogno: sai che c’è stato e ne porti ancora addosso le conseguenze, ma non riesci più ad afferrarlo. So che Moccia non è King né Gazzola – i miei autori preferiti. So anche che le storie d’amore su carta stampata le sopporto poco. Troppi singhiozzi e troppi abbracci e troppi baci, ed è vero che nel mondo ne servirebbero sempre di più ma io ho bisogno di altro, di altre vette da esplorare e di altri stimoli che muovano la lettura. Lo so, conosco tutto questo, ma credo che lo leggerò comunque. Anche solo per capire se sono capace di essere un po’ come allora… di piangere e di ridere perché l’amore questo è, e lo è sia nella realtà che nella finzione di un libro.

Babi e Step mi fecero appunto piangere e ridere – soprattutto piangere, se non ricordo male – e muoio dalla voglia di capire se riesco ancora a innamorarmi di una scritta su un ponte. Di una fuga da una finestra. Di un mare che sa di cielo e di un cielo che sembra il mare. Di un dolce far pace… Un amore acerbo, breve ma forte come una tempesta. Un amore che non aveva senso di esistere e che quindi è morto con la fine dell’estate – che poi, chissà perché, le più belle storie iniziano quando il sole colora la pelle e tutt’intorno si sente profumo di mare. Un amore che è presente solo nei sogni più limpidi, quando si hanno i brufoli e si temono lunghe interrogazioni di latino.

Spero di sentirmi quindicenne per un attimo. E spero di piangere, almeno un po’. Se non altro per dimostrare a me stessa di non essere diventata troppo cinica da non riuscire a sognare.

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Evelino Loi, "Non l'ho fatto apposta"

8 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Posso dare solo un consiglio ai lettori: questo libro non vi annoierà, anzi, vi ricorderà di essere vivi, però ne sconsiglio vivamente la lettura ai bigotti, ai perbenisti, ai razzisti, agli omofobi, ma soprattutto ai deboli di cuore. Vi farà ridere, ma vi farà vedere il mondo da un’altra angolazione e vi suggerirà qualcosa su cui riflettere” dice lo scrittore Giulio Cesare Mameli, nell’introduzione all’opera, e non avrebbe potuto scrivere parole più adatte.

Ho incontrato Evelino Loi in un giorno di inizio aprile e, dandomi in dono questo libro, mi ha detto solo: «Mi raccomando, però, se appartieni a una delle categorie che nomina il signor Mameli nell’introduzione, non leggerlo nemmeno.»

Fin dalle prime pagine ci si rende conto che Evelino Loi, con tono disilluso e una punta di cinismo, ci sta dando in dono quella che è stata la sua vita senza addolcirla minimamente. Ne parla con ironia, a tratti, un’ironia sofferente che odora di ingiustizia, talvolta, ma anche di libertà.

È nudo e crudo, come si suol dire. Non ha paura di darci l’opportunità di entrare nella sua testa, anche quando il passato diviene torbido o scomodo.

Ci parla – in un modo che ricorda un racconto fatto davanti a un camino – della sua nascita, del fatto che pareva fosse nato morto e di come nessuno lo volesse battezzare.

Ci parla, come si fa ad amici d’infanzia, dell’alluvione del 1951 a Bari Sardo, del fratello che non mancava di punirlo e maltrattarlo, della mamma buona ma sfortunata, della prima partenza dall’amata isola.

Ci parla di quanto facesse male non avere un babbo accanto.

“[…] chiesi al padre che non avevo mai visto il perché non venisse mai a trovarmi. Perché? Mi comportavo male? Niente affatto. Andavo male a scuola? Non abbastanza da giustificare il suo comportamento.

Non ci viene difficile pensare al piccolo Evelino, triste per il fatto di non poter godere della vicinanza del babbo. Un bambino d’altri tempi, vivace e brillante, sveglio, scottato dalla vita ma ancora entusiasta. Gli manca suo padre, lo vede la notte, gli parla, gli domanda perché non sia lì a tendergli la mano ma non ottiene mai risposta. Suo padre è in una fredda cella per un reato poco grave ma che non gli ha lasciato scampo. Uscirà morto da quella prigione.

Non ci narra questi episodi chiedendo compassione, Evelino. Lo fa con risoluta fermezza, con tono canzonatorio. Si lascia andare a una narrazione burlesca, divertente. Durante la lettura ci capiterà spesso di sorridere; empaticamente, ci sentiremo un po’ amareggiati, un po’ abbattuti ma saremo anche dilettati dai toni disillusi e ironici con cui vengono farciti gli eventi.

Tuo babbo è in carcere, io con te non ci gioco. Ora, diciamoci la verità, avrei potuto staccare gli occhi dalla foglia, alzare il mento verso di lui, guardarlo negli occhi e dirgli Guarda che nessuno te lo ha chiesto. Oppure avrei potuto alzarmi, prenderlo per mano e dirgli Figlio mio, son cose che capitano, è giusto che a un uomo si dia una seconda possibilità, e poi noi chi siamo per poter giudicare gli altri? Lo avrei anche potuto ignorare. Invece fu una pompata di sangue improvvisa al cervello. […] Al primo calcio seguì il secondo, al secondo il terzo e mentre lui mi guardava come fossi indemoniato sentii improvvisamente la temperatura delle mie guance aumentare. Non era spuntato il sole. Era mia mamma bidella che mi stava prendendo a schiaffi e lo faceva con una sapienza e una maestria che non avevo mai visto prima. Di fronte a tutti.

Ci parla, poi, del suo viaggio alla volta della Capitale.

La sua è una partenza che sa di speranza e di sogni. Roma ai suoi occhi è perfetta, è il centro del mondo. Ci sarà spazio per quel ragazzino pieno di sogni nel cassetto, nella città che per lui è l’ombelico del mondo? Lasciando la propria bella isola, che comunque non smette di mancargli, almeno di tanto in tanto – “Raddrizzai la testa sul cuscino e pensai alla mia bella isola lontana, mi sembrava così vecchia e bella, soprattutto al mattino presto, quando il sole si stiracchiava dietro le colline” –, troverà quella pace che cerca?

“Stavo iniziando una nuova vita e non avevo voglia di condividerla con il passato.”

Ci parla della sua omosessualità liberamente, senza remore né problemi. I suoi amori, i suoi struggimenti, le sue passioni… tutto questo è nero su bianco, con una naturalezza che sa di giustizia, finalmente, di ragione, di libertà. Di amore universale… quello stesso amore universale che dovrebbe essere considerato sacro e che sarebbe bene difendere dagli attacchi di chi non è capace di vedere la bellezza nella varietà del mondo.

Poi arriva la prigione. Dura e senza scampo.

Avevo scagliato una pietra su un poliziotto, ferendolo. Questa era l’accusa. Io? Li guardai increduli.”

Chiuso in una cella, Evelino non sa che fare. Tutti i suoi sogni, tutti i suoi desideri, tutti i suoi pensieri devono rallentare, al ritmo cupo e lento di quella cella senza distrazioni.

Parte dalle prime detenzioni, quelle contraddistinte da una certa calma, da una certa tranquillità.

Felice, angosciato, stanco, stremato, speranzoso, giù di morale. Non aveva importanza, ero sempre lì, dentro quello spazio limitato.

L’idea di scrivere è sempre presente, come un mantello che lo copre e lo protegge. Quasi come fosse un bisogno. Quasi come fosse un obbligo. Vuole narrare al mondo intero quello che pensa, quello che vorrebbe fare e quello che fa realmente.

Il giorno dopo mi svegliai con l’idea di scrivere un libro sulle mie prigioni. Un’idea che mi era ronzata per la strada tutta la notte. Così di mattina presi carta e penna e quando Ettore mi chiese Cosa stai facendo?, glielo dissi chiaro e tondo. Orgoglioso. Scrivo un libro sulla mia detenzione. Mai lo avessi fatto. Quello iniziò a ridere come un cretino. Ma se hai fatto una settimana di carcere che cazzo devi scrivere? Rideva lui e faceva ridere pure gli altri. Neanche riusciva a respirare da quanto faceva lo spiritoso e io lo guardavo e speravo morisse da un momento all’altro così avrebbe smesso. Mi fecero passare tutta l’ispirazione.”

Ci parla di questo e di molto altro.

Delle sue avventure in Vaticano, della sua storia d’amore con un Monsignore, delle sue scalate di monumenti, coraggioso e senza freni.

Viene picchiato in carcere, fa a botte, manifesta per ideali precisi con forza e sentimento, si occupa di politica, lavora… non un attimo della sua vita è stato contraddistinto da quiete, da rassegnazione.

C’è sempre entusiasmo, voglia di mettersi in gioco.

C’è allegria – anche quando le cose non si mettono bene – e c’è realtà. C’è soprattutto realtà, traspira dalle pagine arrivando fino a noi.

 

 

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Urla nel silenzio, il thriller vincente di Angela Marsons

3 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Teresa Wyatt è tanto ricca quanto sola. Ha un segreto, e questo segreto si è insinuato nelle viscere della sua anima minandola, però non si è arresa né ha confessato. Lì, nella sua casa arredata con gusto e stile, attende la fine, la sua fine. Sapeva che sarebbe arrivata, non per questo la teme di meno. Ma non è la sola. Il passato ha fatto marcire il suo cuore e quello di altre quattro persone, tutte unite da una verità che non può essere nominata. Una verità che va chiusa in uno scrigno. Una verità che sa di crudeltà e di egoismo. Una verità che è destinata a venire a galla, a dispetto di tutto quel silenzio imposto alla vita con forza maniacale.

Basterebbe, per spaventarci, il prologo… un prologo che racconta di una sepoltura e di un sacrificio; solo quella scena è capace di turbarci, provocando un’ondata di sdegno e di terrore. Ma, come ogni buon thriller che si rispetti, continua. Sale di intensità, si evolve. Ciò che è accaduto quella notte è ancor più raccapricciante di ciò che avremmo mai immaginato.

Kim, detective arguto e donna brillante, è, senza ombra di dubbio, un personaggio che colpisce. Da subito abbiamo un rispetto reverenziale per quella donna che ha tanti problemi, tanti scheletri nel cassetto. Tanta forza. Tanto coraggio. Tanta voglia di stare fuori dalle righe.

Non rispetta il protocollo, è maleducata e impulsiva, si comporta da maschiaccio e incute paura in chi la incontra.

Attacca prima di essere attaccata, quasi fosse l’unico modo per difendere il suo onore, ma è sensibile e profonda, malgrado non lo dia a vedere.

È capace di sentimenti violenti, di commozione e di compassione.

È stata in un orfanotrofio – un’infanzia, la usa, che sa di sofferenza e sfortuna – ed è proprio per questo che quando nel quadro si inserisce Crestwood, istituto per bambine abbandonate, il suo cuore si rompe in mille pezzi.

Assistiamo, impotenti, a quello che è un abominio.

Chi ha ucciso tre ragazzine innocenti? Perché qualcuno che avrebbe dovuto proteggerle, amarle, rispettarle le ha date in pasto alla terra in un modo così crudo, così vigliacco?

Mentre queste morti si legano ad altre morti, in un lago di sangue che pare non volersi prosciugare mai, in noi nascono i primi dubbi, le prime congetture.

Molte volte la salvezza non è una vera e propria salvezza, e noi, da bravi esseri umani abituati allo schifo del mondo, lo sappiamo; tuttavia ci è impossibile abituarci alla malvagità più cruda, meno compassionevole.

Malgrado tutto, vincendo l’orrore, ci avviamo, passo dopo passo, alla risoluzione della faccenda.

Quando un romanzo di quasi 400 pagine ci ruba il sonno, quando ci porta a leggere senza chiedere il permesso alla nostra stessa testa, quando riesce a rapirci fino alla parola FINE malgrado gli impegni e i casini e gli sbattimenti di testa, be’, vale. Vale sì.

E poi, ad aggiungere interesse, è un thriller, un genere a me caro da sempre – malgrado ultimamente mi stia avvicinando a letture diverse da quelle usuali. Cosa non si farebbe per un buon thriller?

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Sull’educazione dei bambini: il meccanismo dell’imitazione

30 Marzo 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #educazione, #psicologia

 

 

Avete dei bambini? Quale tattica usate per farvi ascoltare?

Io non ho figli, ma ho una sorella più piccola alla quale ho sempre urlato molto, moltissimo. Nemmeno so contare le volte che mi sono ritirata in stanza con un gran mal di gola, senza nemmeno aver raggiunto quello che era il mio scopo originario.

Ora lei è una bellissima piccola donna che si prepara – fra pochi mesi, ahimè, prenderà il volo – alla prima superiore, ma quando era piccola si comportava, appunto, da piccola. E come biasimarla? Io però, nel frattempo, entravo in quel periodo della vita dove le energie sono a mille ma la pazienza scarseggia. Più lei ballava e cantava mentre io studiavo, più cercavo – con quelle che erano urla spacca timpani – di convincerla ad andare in un’altra stanza, eventualmente, per provare quelle coreografie degne di Amici e quegli acuti che sembravano quelli di Adele. Non ho mai capito – ora miriadi di studi chiariscono la questione – che urlare non serviva. Nemmeno un po’.

È bene che mi segni questa regola fondamentale, nel caso di eventuali figli: i bambini sono spugne, fanno tutto ciò che ci vedono fare. Ecco perché quelle urla erano sbagliate, dannose. Le hanno insegnato, probabilmente, ad urlare a sua volta.

La frase da usare?

“Fai come me.”

Possiamo usare questa frase ogni volta che vogliamo che il bambino in questione imiti il nostro comportamento.

Prendi come me la forchetta; leggi come sto facendo io; disegna come me.

È proprio tramite l’imitazione degli adulti che stanno loro accanto – dicono gli psicologi – che il bambino inizia quello che è il suo personale processo di crescita.

Per prima cosa, impariamo a modulare il tono. Deve essere deciso, sì, ma non troppo severo. Non si deve essere duri, occorre solo cercare di esortare il bambino a seguire con attenzione ciò che abbiamo da dirgli.

Poi, seconda cosa, i gesti: no a nervosismo o chiusura; sì a gioco, amorevolezza, dolcezza.

Serve tatto, affetto. Dobbiamo apparire disponibili.

Per i bambini, il processo di imitazione inizia presto: già intorno ai due mesi di vita – tramite il meccanismo pianto/riso – sembrano interessarsi alle nostre reazioni, poi affinano la tecnica. Si sentono grandi, quando cercano di emulare i comportamenti degli adulti.

Per far raccontare la loro giornata, quale modo migliore del raccontare noi la nostra?

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Sesso e amore e controllo maschile in libri da due milioni di copie: il caso di Meredith Wild

24 Marzo 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Anni e anni di lotte, di manifestazioni, di movimenti, di scioperi affinché la donna potesse giungere all’emancipazione. Affinché potesse avere il diritto di esistere senza che l’uomo avesse ruolo chiave in quella sua esistenza. Affinché potesse smettere di essere considerata inferiore, stupida, incapace.

Anni e anni di lotte affinché potesse cessare di essere considerata una lavastoviglie e un’incubatrice. Affinché potesse diventare un anello della catena lavorativa. Affinché potesse dimostrare il suo valore, competere con l’uomo, scalare vette mai raggiunte.

Anni e anni di lotte, ma non siamo ancora andati troppo lontano… la prova è in ciò che ci circonda.

In un mondo che la maltratta, che la umilia, che la uccide e che la stupra, la donna cerca a tentoni di dimostrare il suo valore, la sua forza. Anche quando viene accusata di aver cercato una violenza perché poco vestita; anche quando in un Parlamento Europeo viene tacciata di scarsa intelligenza; anche quando non viene assunta a lavoro perché, si sa, la donna non vale quanto l’uomo e a un certo punto le verrà voglia di mettere su famiglia; anche quando la sua morte non fa rumore.

Facciamo finta di essere diversi, di esserci emancipati, ma non è cambiato il succo.

L’uomo la vuole lì, in una cucina immacolata, a sfornare torte margherite per lui e a partorire i suoi figli – meglio maschi, eh –. Perché è questo il suo compito, no? Preparare spuntini per il suo uomo, accoglierlo in casa quando torna da lavoro e, remissivamente, porgergli tutto l’amore che prova in quel suo cuore dolce. Stamparsi su una faccia da “farei di tutto per te”, vestire una gonna con i quadrati al ginocchio, essere felice per ciò che la vita le ha concesso: un marito. E quando non lo fa, in certi casi muore; viene sfigurata; viene picchiata.

Be’, in questo mondo, signori, i libri che vendono, quelli che fanno soldi grossi, sono quelli dove l’uomo è ricco, bello, potente e ha bisogno del controllo. Quelli dove la donna rinuncia alla sua indipendenza – parzialmente o totalmente – dovendo riferire al suo boss ogni spostamento, ogni respiro, ogni conversazione.

Questi libri hanno qualcosa di insano, di perverso, di marcio e non certo per l’argomento amoroso o per le parti erotiche – che poi, di grazia, cento scene tutte uguali danno la nausea dopo un po’, o no?

Si parla sempre di Cinquanta Sfumature, ma anche Meredith Wild con la sua Saga non scherza.

Il secondo volume della saga è peggio del primo – che certo non mi aveva entusiasmata comunque – sotto più punti di vista.

Erica è follemente innamorata di Blake. Lui hackera il suo account, pretende che lei non faccia nulla senza il suo consenso, la segue. La domina. Lei un po’ si stranisce, ma quando lo vede tutto passa in secondo piano.

Blake aveva le sue belle contraddizioni. Un attimo era dolce di una tenerezza struggente, l’attimo dopo riusciva a mandarmi su tutte le furie con la sua mania di controllo compulsivo.”

Lui è stato un colpo di fulmine, una manna dal cielo, un meteorite. Ha bisogno di comandare ed Erica glielo concede. Come farebbe senza di lui? Le dà sicurezza nella vita quotidiana e le dona, fisicamente parlando, qualcosa che non sa nemmeno spiegare.

Soprattutto a letto, ha bisogno di sapere che lei farà tutto ciò che lui desidera. Dipende da lui. Da ogni sua parola. Da ogni suo gesto. La ribellione non è ammessa. Lei è una marionetta, una bambola. Lui è il capo.

“«Stenditi e non farmelo ripetere un’altra volta.»

Ripresi il respiro che avevo trattenuto, improvvisamente intimorita dal tono autoritario della sua voce. Il pensiero di protestare per quella semplice ma potente richiesta era lontano e fu subito travolto dal desiderio che lui prendesse il controllo del mio corpo per tutto il tempo che ritenesse opportuno. Obbedii e mi stesi sulla schiena. (…) Di nuovo il rumore di una busta e poi mi legò i polsi con una stoffa setosa e strinse il nodo, non lasciandomi alcuna possibilità di liberarmi.”

Si fa trattare come un oggetto sessuale per compiacerlo, si fa punire con la convinzione di aver meritato quel male. Soffoca il pianto e i sussulti. La sua anima intera, squarciata per l’umiliazione, trema. Poi, inaspettatamente, le piace. Il dolore la acceca, però nel frattempo freme di piacere. Ma che si è fumata, questa Wild?

“«Non ti sei comportata tanto bene mentre sono stato via, vero?» Scossi il capo più che potei. Il suo palmo si stampò duramente sul mio sedere. Sussultai per lo shock del dolore. (…) Era così severo che giurai fosse una vera punizione. Volevo che fosse così, e mi concessi di crederlo. Mi convinsi che Blake mi stesse punendo e glielo lasciai fare. Per aver scatenato la sua gelosia, per aver premesso a James di avvicinarsi tanto. (…) Tutto il mio corpo si irrigidiva a ogni colpo. Perché lo stai facendo? Le lacrime bruciavano gli occhi, la gola era chiusa dall’emozione repressa. Te lo meriti. L’hai voluto tu. Prenditele. Prenditele tutte.

Fa tutto quello che lui vuole che faccia, persino convincersi che quello sia un amore giusto, equo. Che sia un amore speciale, diverso, bello e puro. Quello dove lui dà ordini e lei si sottomette, insomma, è un miracolo.

“«No, aspetta, ti prego» Sospirai e mi premetti le tempie, infastidita da quello che stavo per ammettere. «C’è una parte di me… Anche quando mi sforzo di bloccare ogni passo che fai, c’è una parte di me che vorrebbe darti il controllo di ogni cosa. Sottomettersi per la vita.»”

Va avanti così, con scene di sesso miste a problemi; sono molti gli ostacoli che la coppia modello dimostra di saper affrontare, sempre mano nella mano e con un frustino per animali a tracolla.

Il padre di Erica – che conosce da una manciata di giorni, ricordiamolo – cerca di comandare la ragazza offrendole un accordo – probabilmente l’uomo è destinato a comandare, per l’autrice –; non si capiscono le motivazioni di questo sbattimento di testa da parte del politico rampante, né si comprende perché scelga proprio lei visto che è un pericolo farla entrare nella sua vita proprio in quel momento.

L’impressione è che serva un diversivo, un motivo perché Erica possa dimostrare appieno l’amore per il suo lui. Quale modo migliore, se non quello che rinunciare a lui per un ordine che arriva da un uomo senza scrupoli?

Ed ecco di nuovo, a ruota e senza che al lettore venga concesso un attimo di pietà, un vortice di bugie, gelosia, desiderio e colpa. E pianto e mezzi tradimenti e mezze comprensioni.

Come poteva mancare l’altro uomo?

James, bello da paura e dolce come un cannolo ripieno, le fa la corte. Lei quasi cede, poi però si ricorda di ciò che è Blake per lei. Non sia mai.

Alla fine Erica dimostra un po’ di spina dorsale. Però non con Blake, da lui continua a dipendere come una pianta dalla terra.

Contenta lei.

 

 

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Un tuffo nel passato

20 Marzo 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Quando da piccola la mia mamma mi metteva tra le mani un libro – per “leggere come lei”, malgrado fossi ancora troppo piccola per farlo – non aveva idea di ciò che la lettura sarebbe divenuta per me. Non sapevo ancora cosa quegli scarabocchi scuri significassero, badate bene, ma quel testo tra le mani mi dava sicurezza. Mettendolo al contrario, lo sfogliavo, percependo già il fascino nascosto e un po’ misterioso delle pagine ingiallite dal tempo e rovinate dall’uso. Guardavo, scandagliavo con attenzione. Cercavo di fare come lei, sfogliando ogni pagina con calma e cura maniacale e focalizzando la mia attenzione su dettagli che, di fatto, non ero in grado di percepire. Con ossessione. Con passione. Quando poi ho imparato a leggere, ho volto la mia attenzione verso la sua immensa libreria, e da lì è iniziato tutto.

La cosa bella è che ancor oggi sento un immenso amore per i libri antichi, quelli che hanno una storia, un passato, qualcosa da raccontare che sia di cornice a quella che è la vicenda narrata vera e propria. Ogni pieghetta e sottolineatura è un ornamento, un decoro. Ogni foglietto dimenticato – magari tra il capitolo 7 e l’8 – è una storia dentro la storia. Amo l’odore di vecchio che impregna le pagine, quell’odore che sa un po’ di muffa e un po’ di polvere. È diverso da quello dei libri nuovi, di quelli che se li metti sotto il naso senti la fragranza dell’inchiostro e di fogli vergini su cui tu per primo imprimerai la vita, la tua vita.

Ho letto di tutto, prendendo avidamente dalla sua collezione ogni testo che pensavo potesse darmi sollievo.

Ho letto Stephen King – che poi si è impossessato del mio cuore, rimanendo impresso come un tatuaggio –, ma anche Mary Higgins Clark, Ken Follett, Jeffery Deaver e molti altri. Amavo il thriller e il risvolto macabro già allora, quando per spaventarmi bastava uno spiffero e una finestra ballerina. Ho letto qualche romanzo rosa, all’epoca, ma poco capivo dell’amore e delle sue sfumature… Preferivo quelle del terrore, più comprensibili e a portata di mano.

Amavo stare sveglia – gli occhietti aperti, spalancati verso la porta e quel tremore alle mani che non andava via nemmeno con la camomilla della mamma –, in preda all’agitazione, malgrado non lo potessi ammettere nemmeno a me stessa. La sensazione di rendere un libro tanto vivo nella realtà da permettergli di condizionare la mia mente era la forma di legame più forte cui potessi dare luce. Bambina paurosa e un po’ chiusa, facevo di quegli incubi impressi su carta ragione di vita o di morte. Mi ci avvolgevo completamente; davo il cuore e l’anima.

Poi i miei interessi si sono differenziati e ho ampliato le mie letture. Ora leggo di tutto, insomma, ma allora, in quei giorni lontani nel tempo e nello spazio, quello che cercavo era proprio il brivido. Il brivido di non poter chiudere gli occhi; il brivido di sentire rumori e sussurri e rintocchi; il brivido di fare della fantasia realtà.

Le mie letture giovanili mi sono tornate in mente nei giorni scorsi.

Ho scovato, recentemente, una vecchia libreria e l’ho eletta a paese dei balocchi. Mentre rivolgevo il mio sguardo un po’ qua e un po’ là, mi sono imbattuta in un’enciclopedia. La biblioteca del brivido. Ho letto qualche titolo, qualche autore. Poi mi sono fermata.

Mary Higgins Clark, Nella notte un grido.

Mi sono ricordata de La culla vuota e del brivido che mi aveva percorso la schiena all’ultima pagina. Avevo sì e no dieci anni. Rimasi sveglia per qualche giorno, dopo averlo letto, impaurita e condizionata da quella trama forte, da quei personaggi enigmatici. Da quel mistero che sapeva di abominio.

Allora l’ho comprato.

L’ho letto con avidità e con interesse, quasi fossi tornata quella bambina che, a lume di un’abat-jour della Disney e avvolta dalle coperte degli Aristogatti, trovava i meandri della terra e ci si immergeva.

La bella protagonista, Jenny, è una donna che va avanti, nonostante tutto… nonostante due figlie, nonostante i problemi economici pressanti e nonostante un lavoro dove non viene valorizzata. Ogni sera torna a casa e non ha tempo di essere felice, di godersi i migliori anni della sua vita. Quando il bell’Erich, pittore di spicco schifosamente ricco, inizia a farle la corte, a lei non sembra nemmeno vero.

Ho affrontato, durante la lettura, le sue stesse paure e i suoi stessi dubbi. Ho amato quel bell’artista tenebroso, voglioso di sicurezza e tranquillità. Così come Jenny, ho avuto pena per lui, per la sua incapacità di lasciare indietro la morte e il passato. Poi ho avuto, proprio come lei, paura. Sono stata confusa, stranita.

Dimentica di ciò che la Higgins Clark era capace di provocare, mi sono donata alle sue parole.

Un tuffo nel passato, un salto nel vuoto.

Sono rimasta sveglia a lungo, dopo la parola fine.

Alla luce di un’abat-jour viola, da adulta, in un letto matrimoniale grigio-pallido sito in una camera sobria in legno chiaro, mi sono sentita un po’ come allora.

Poi mi sono girata, ho spento la luce e ho dormito. No, il passato è solo passato.

 

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Un mucchio di ossa per ritrovare l’equilibrio

6 Marzo 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Per un’inguaribile abitudinaria come me, i cambiamenti – sintomo, ahimè, del tempo che passa – sono fonte di terrore e di ansia. Malgrado mi renda conto che uscire dalla propria zona di comfort sia utile – come dicono gli specialisti? – a sentirsi vivi, io sto bene quando le cose sono stabili. Con una tazza di cioccolata bianca tra le gambe, una copertina in pile sulle ginocchia – la stessa da sempre –, il cane che sonnecchia ai miei piedi e un buon libro. Ecco perché mi capita, talvolta, di sentirmi indietro… rispetto a tutto. Capita mai anche a voi di aver voglia di fermare il tempo? Sì, quando tutto va veloce e non si riesce a dominare lo scorrere dei minuti, delle ore, dei giorni. Quando mi capita, be’, io leggo Mucchio d’ossa di Stephen King. È una storia un po’ d’amore e un po’ di morte – e chi mi conosce capirà perché mi piace così tanto – ma non è tanto la trama a rendermi così tranquilla, così certa che tutto andrà bene, mentre lo stringo tra le mani. Sarà che l’ho letto per la prima volta a dodici anni – quando l’unico cruccio era arrivare preparati all’interrogazione di storia – o sarà che King ha su di me lo stesso effetto che hanno le coccole nel collo sul mio cane, fatto sta che non saprei spiegare quel misto di dolce quiete che mi investe quando leggo di Mike Noonan e della sua bella, defunta Jo. Lui viene assalito, con la stessa potenza di un treno in corsa, dal senso di perdita. La ama alla follia, e di follia quasi muore quando la vede in sogno. Se c’è una cosa che è irreversibile, questa è certo la morte. Alla morte non si può trovare una ragione, una spiegazione. Quando qualcuno che amiamo muore, non ci resta che farcene una ragione… ed è proprio ciò che prova a fare Mike. Afflitto da un terribile blocco dello scrittore, si trasferisce nella casa del lago. Un’imponente dimora vecchio stile che domina uno specchio d’acqua salmastra: ecco dove lo scrittore dal cuore rotto cerca la pace. Ma qui c’è un segreto. Con la sua classica vena horror, King ci trasporta in un mondo che sa di presenze e di sussurri, di nomi sputati fuori dalle viscere della terra e di alberi che hanno un’aura strana. Di una casa che pare voler ingoiare chi c’è dentro. Di una maledizione che va avanti da anni e che pare non voler risparmiare nessuno. La morte aleggia, circonda tutto e minaccia tutto, fino a farci sentire la gola chiusa e il respiro mozzato. Vorremmo correre ma le nostre gambe, rese ferme dall’immaginazione che non può sfogarsi in modo totale, sono anch’esse fredde e rigide e cadaveriche. Alla fine crederemo più nell’amore, certo, ma anche nell’odio. Nella cattiveria. Nella estrema capacità dell’uomo di produrre male, di produrre abominio. E quella casa nel lago, triste testimone di un fatto aberrante, tornerà e tornerà e tornerà nei nostri pensieri.

Più volte mi sono ritrovata a parlare di questo libro con chi, come me, l’aveva letto. Ho notato, con rammarico, di essere la sola a trovarci tutto questo. Sì, è bello, come ogni capolavoro firmato S. K., ma nessuno vede tra quelle righe tutti i significati che io sono stata capace di fare miei. Nessuno lo legge per trovare se stesso. Nessuno ci basa la propria salvezza mentale.

Be’, avete presente il detto: “Il primo amore non si scorda mai”?

Mucchio d’ossa è il mio primo amore.

Chiudo con un passo del romanzo, un significativo passo che quasi ricordo a memoria:

“Seduto dalla sua parte del letto, reggendo in mano la sua polverosa edizione tascabile di La luna e sei soldi, piansi. Credo che fosse la sorpresa non meno del cordoglio; nonostante la salma che avevo visto e identificato su un monitor ad alta risoluzione, nonostante il funerale e Blessed Assurance cantata da Pete Breedlove con un’acuta e dolce voce tenorile, nonostante la funzione al cimitero con le sue ceneri alle ceneri e polvere alla polvere, in fondo io non ci avevo creduto. Quel paperback della Penguin suppliva a quello che la grande cassa grigia non era stata capace di fare: mi diceva senza mezzi termini che era morta.

Buffo ometto, disse Strickland.

Mi distesi sul nostro letto, incrociai gli avambracci sul volto e piansi tanto da assopirmi come capita ai bambini quando sono infelici. Feci un sogno orribile. In esso mi svegliavo, vedevo il tascabile di La luna e sei soldi ancora sul copriletto accanto a me e decidevo di rimetterlo sotto il letto dove l’avevo trovato. Sapete come sono confusi i sogni, dove la logica è come orologi di Dalì divenuti così flaccidi da poterli appendere come stracci ai rami degli alberi. Rinfilai la carta da gioco tra le pagine 102 e 103, a un giro d’indice da Buffo ometto, disse Strickland ora e per sempre, e mi girai sul fianco sporgendomi con la testa oltre la sponda del letto con l’intenzione di riporre il libro precisamente dove l’avevo trovato. Là sotto, tra i riccioli di polvere, era sdraiata Jo. Un lembo di ragnatela che pendeva dal fondo del materasso a molle le accarezzava la guancia come una piuma. I suoi capelli rossi erano opachi, ma i suoi occhi erano scuri e vigili e feroci nel bianco del viso. E quando parlò, capii subito che la morte l’aveva fatta impazzire.

«Dammelo» sibilò, «è il mio acchiappa polvere.»

Me lo strappò dalla mano prima che potessi offriglielo. Per un momento le nostre dita si toccarono e le sue erano fredde come ramoscelli dopo una gelata. Aprì il libro al segno, lasciando svolazzare fuori la carta da gioco, e si sistemò Somerset Maugham sul volto: un sudario di parole. Quando si incrociò le mani sul petto ridiventando immobile, mi accorsi che indossava il vestito blu con cui l’avevo seppellita. Era uscita dalla sua tomba per nascondersi sotto il nostro letto.”

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