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federica cabras

Southpaw, L’ultima sfida: l’amore, il dolore, la morte in un film strappalacrime

26 Gennaio 2018 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #cinema

 

 

 

 

Southpaw, l'ultima sfida

Antoine Fuqua

2015 

 

Billy Hope è un campione della boxe. Batte tutti, vince sempre. Certo, torna sempre a casa con il viso malconcio, tumefatto, con i begli occhi chiari circondati dal viola del livido; tuttavia, gli piace quella vita.

È cresciuto in un orfanotrofio, ora ha una grande casa con una piscina dall’acqua limpida. E con grandi stanze eleganti. E un giardino enorme.

La prima cosa che salta agli occhi è l’amore che nutre per sua moglie.

Maureen, che lui ha incontrato quando erano poco più che bambini in orfanotrofio, gli è stata vicina sempre, anche quando le acque delle loro vite erano torbide e un po’ tumultuose. Adesso, si gode l’agiatezza con lui. Il loro è un amore forte, travolgente, senza confini. Si nutrono l’uno degli occhi dell’altra. È preoccupata, la vista del viso gonfio e dolorante dell’uomo che ama le spezza il cuore.

Leila, la loro bambina, è un bocciolo d’amore, l’orgoglio dei due genitori.

Billy non si è dimenticato nemmeno dei suoi amici, gli amici che resero la sua permanenza all’Istituto meno dura. È circondato dagli amici di una volta, gli stessi che lo amano e che gli stanno vicini per orgoglio e per affetto.

Un giorno, però, il destino di Billy complotta alle sue spalle, lo butta al tappeto.

Durante un party per beneficenza, Escobar – astro nascente della boxe – lo provoca. Vorrebbe un incontro, non perde occasione per dirglielo. Questa volta, esagera.

La bella Maureen rimane vittima di uno sparo. Il sangue è dappertutto, la donna prova a parlare ma è grave, troppo grave. Chiede all’uomo, stravolta dal dolore e dalla paura, di essere portata a casa. Lui la esorta a tenere gli occhi aperti. La ama, le lacrime che scendono sono solo il preludio di un futuro senza di lei. Di un futuro senza la sua luce. Di un futuro cupo e buio senza l’amore della sua vita.

Poi Maureen – prima che Billy sia pronto a dirle addio – chiude gli occhi. Si abbandona alla morte che, inesorabile, la sta strappando a quella vita finalmente buona, finalmente ricca, finalmente giusta.

E a Billy non rimane altro che rimettere a posto i cocci. Nel giro di poco tempo, devastato dal dolore, si lascia andare alla depressione e inizia un percorso fatto di alcol, di droga, di armi. Perde tutti i suoi averi, compresa la casa. Inoltre, in poco tempo Leila viene portata via dai servizi sociali.

Ora non rimane che riprendere in mano la propria vita. C’è solo un modo: battere Escobar, la causa di tutti i suoi mali.

Un film che si guarda con le lacrime agli occhi. Che fa pensare. Che fa commuovere.

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Intervista ad Andrea D’Alia, autore di “Un ramo isolato proteso verso il cielo”

1 Gennaio 2018 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #interviste

 

 

 

 

Il siciliano Andrea D’Alia, autore della Book Sprint Edizioni, ha un’infanzia complicata. Decide di raccontare, senza remore né freni alcuni, il suo passato; lo fa servendosi di un libro che risulta quasi un diario, un lungo racconto di quello che è il suo trascorso.

Nella prima parte, quattro generazioni raccontate. Fulcro della storia, appare Dorina. Ci perdiamo in questa giovane sfortunata, nella sua voglia di costruire una famiglia più grande – voglia mai divenuta realtà – e in un’esistenza che pare contare molti ostacoli. Interessante è la minuzia di particolari con i quali è descritto un periodo ricco di fermenti, di cambiamenti, di evoluzioni.

Poi però si comprende: il vero protagonista è Alejandro, il figlio della donna. Tutta sua, la seconda parte del romanzo. Alejandro si scontrerà con una vita dura, diversa da quella che aveva immaginato – dopo un inizio speranzoso e carico di aspettative rosee –.

Si torna sempre alle origini, questo Alejandro lo sa bene, ecco perché dopo una batosta amorosa e la comprensione della tristezza della società – una società malata – torna nel paese della madre Dorina. Si butta in una ricerca solitaria – di felicità, libertà o amore –, e tenta di trovare così la sua strada.

 

 

Buongiorno, Andrea. Ci può raccontare come è nata l’idea di scrivere un libro sul suo passato? Quanto ha impiegato per la stesura?

Una costante rielaborazione delle vicende vissute accompagnata da altrettanto rigida, profonda e attenta autoanalisi mi ha indotto a stendere un prolungato racconto non solo del mio passato, ma anche delle ultime generazioni che mi hanno preceduto. Ho impiegato circa due anni per la stesura soltanto della bozza e cinque anni per la definizione di tutta l’opera.

 

Molti scrittori hanno delle abitudini, come scrivere la notte o evitare questa o quella particolare stagione. Lei ha dei particolari rituali? È stato un percorso doloroso?

L’ispirazione mi può venire anche di notte; infatti ho steso alcune pagine una volta per tutta la notte. Gli orari preferiti generalmente sono in tarda mattinata o nel tardo pomeriggio verso il crepuscolo. Non ho particolari rituali. Comunque mi soffermo su tutto quello che scrivo e lo rileggo più volte quasi sempre alla fine di ogni periodo o addirittura semplice frase.

 

A chi ha fatto leggere la prima bozza della sua storia?

La prima bozza l’ho fatta leggere a mio cugino ingegnere appassionato anche di lettere. Come tutti i percorsi della mia vita è stato un percorso molto travagliato.

 

Andrea D’Alia bambino sognava già di scrivere?

Sì, anche da bambino ogni tanto scrivevo qualche bozzetto di romanzo o film ispirandomi a qualche storia letta a scuola o appresa tramite altri mezzi.

 

Che libro ha sul comodino, in questo momento?

L’ultimo libro letto è Quando tutto inizia di Fabio Volo.

 

Quali sono i suoi riferimenti letterari?

I miei riferimenti letterari sono preferibilmente classici: Alessandro Manzoni, Victor Hugo, William Shakespeare, Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo, Francesco Petrarca, Mario Luzi, Antonio Fogazzaro.

 

Ha in cantiere qualche nuovo progetto?

Per il momento non ho nessun nuovo progetto ma ho alcune idee che mi fermentano sempre nel cervello.

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Il delitto di Perugia spiegato da Luciano Garofano in “Assassini per caso”: l’omicidio della bella Meredith

2 Dicembre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

 

Assassini per caso

Luciano Garofano

Rizzoli, 2010

 

«Persino privo di vita il suo corpo è bello, bruno e sinuoso. Sembra che si sia appena risvegliata da un sonno profondo. I suoi occhi verdi hanno la tonalità più simile al colore della seta indiana che allo smeraldo. Brillanti, addirittura radiosi, sono incorniciati da ciglia lunghe e appuntite che curvano dolcemente verso le tempie. Vividi, addirittura nello sguardo vitreo della morte. I capelli castani, che le ricadono disordinatamente sulle spalle, sono intrisi del sangue che, spinto dalla forza di gravità, è fuoriuscito scorrendo lungo il collo da una lesione sotto il mento. La ferita è ampia, e il peso della testa reclinata all’indietro la mantiene aperta, mentre la macchia di sangue intorno ad essa è striata dalle rughe e dalle piaghe della pelle. Il capo è rivolto a sinistra. Dallo stesso lato, la mano, quasi completamente insanguinata, sembra stia indicando la ferita.»

 

Assassini per caso. Luci e ombre del delitto di Perugia, il libro di Luciano Garofano (in collaborazione con Paul Russel e Graham Johnson), racconta di una vicenda tragica che ha colorato di rosso le cronache dei nostri giornali.

È il 1 novembre del 2007 quando Meredith Kercher, studentessa inglese in Erasmus a Perugia, muore. Sono le dieci, dieci e mezzo. Nessuno sa cosa sia accaduto, questo segreto la povera Mez (questo il soprannome con il quale era chiamata dagli amici) se lo porterà nella tomba. Il suo viso, così bello e sinuoso, non sorride più. In esso, solo la cupa freddezza della morte. Sul suo collo d’angelo, due lesioni da lama. Una più larga e meno profonda, l’altra meno vistosa ma letale.

Muore dissanguata, la ventiduenne. Tossisce e probabilmente affoga nel sangue che inonda i suoi stessi polmoni – ma questo si scoprirà solo dopo, con le indagini della scientifica. Chissà quanto terrore. Chissà le preghiere. Chissà la speranza. Nulla l’ha potuta salvare. La bella ragazza inglese, caparbia, studiosa e molto umile, smette di respirare la notte dopo Halloween.

Il suo corpo ormai freddo viene ritrovato la mattina del 2 novembre, parzialmente nudo ma coperto da un piumone chiaro.

Amanda Knox è una delle sue coinquiline. È lei che nota qualcosa di strano, in quella mattina colorata dal cupo presagio. Chiama il suo ragazzo, Raffaele Sollecito – non prima di essersi fatta una doccia, incurante delle tracce di sangue disseminate per il suo bagno –, e insieme allertano la polizia.

Sin da subito c’è qualcosa che non va. Nella camera di un’altra coinquilina c’è una finestra rotta, questo potrebbe sì indicare un tentativo di furto, ma le schegge di vetro sono disposte in un modo strano. Inoltre una fotocamera fa bella mostra di sé sopra un comodino. Che ladro dimentica una cosa così importante? È un tentativo maldestro di far sembrare qualcosa che non è, in effetti.

Le indagini partono, forsennate. Il laboratorio ha prove su prove, tutte catalogate e da analizzare. Tutti sono sulla lama di un rasoio, nessuno può fare errori.

Gli inquirenti si domandano da subito come mai la Knox, la studentessa americana dai capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare, non appaia scossa. Si bacia con Raffaele, ride, accusa persone a caso, distribuisce versioni strane e sempre diverse per la sera dell’omicidio. Addirittura un giorno fa la ruota in caserma, mentre i poliziotti interrogano il suo amante. Sa per certo come fosse disposto il cadavere, pur non avendo assistito al ritrovamento; dice con certezza all’amica che Meredith ha sofferto perché è morta dissanguata, benché certe cose la polizia non le abbia fatte trapelare. Sembra ci sia qualcosa di inquietante, in quei suoi occhi del color del cielo. Quei fanali allegri nascondono qualcosa di macabro. Anche Raffaele c’è dentro fino al collo.

Intanto, nella scena fa il suo ingresso un altro uomo. Guede.

I giornali impazziscono, la polizia è sull’orlo dell’esaurimento nervoso, gli esperti della scientifica si trovano a dover rimediare a grossi errori. Tutti parlano di questa storia. Nel mirino, Amanda. Perché tutti sanno che nel mondo esiste il male, ma non si può sopportare che esso abbia un volto così bello. Così allegro. Così dolce. Cosa nasconde Foxy Knoxy?

Solo di una cosa si può essere certi: la bella Meredith è morta. Per questo non c’è rimedio né soluzione.

Con dovizia di particolari, Garofano descrive tutte le tappe della faccenda. Mette in risalto i protagonisti, scava nelle loro vite. Ci dà un quadro completo di tutto. Con chiarezza, spiega, analizza, scandaglia. Viene fuori un libro accorato, minuzioso, preciso. Una cronaca del delitto di Perugia. Non tralascia l’elemento umano, il cuore che si deve mettere in una faccenda simile. Nel contempo, si concentra anche sui particolari tecnici.

Dopo averlo letto, siamo un po’ parte di tutta la vicenda.

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Io dopo di te: Jojo Moyes torna e ci racconta di Louisa dopo la morte di Will

6 Novembre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

Attesissimo sequel di Io prima di te, Jojo Moyes ci ha catapultati di nuovo nel magico mondo di Louisa Clark.

Sono passati diciotto mesi dalla morte di Will. Lui le ha insegnato a vivere a mille, a godere di ogni attimo, di ogni respiro, di ogni singolo evento. Ha cercato di smuoverla, di farle capire il suo valore. L’ha portata nel mondo di fuori, quel mondo che lui, seppur tetraplegico, aveva imparato a conoscere più di lei – paralizzata, invece, nell’anima, E Lou ha imparato, eccome se l’ha fatto.

Ogni singolo fiato di Will lo tiene nel cuore, ricorda alla perfezione ogni  insegnamento.

Però, ancora non si è ripresa dalla sua perdita. Ovunque, aleggia la sua presenza. La sua voce. Il suo modo di guardare. Il suo sorriso, sincero e penetrante. Dopo un breve periodo a Parigi, si è trasferita a Londra. Lavora nel bar di un aeroporto, alle dipendenze di un uomo che, fanatico e rigoroso, impone delle regole assurde. A cominciare dall’uniforme sintetica, da indossare in coordinato con una parrucca.

Ogni sera, senza un minimo di vivacità, si trascina nel suo appartamento spoglio e anonimo. Non vive, non respira, non ama più.

I sei mesi che ha passato con lui sono stati una scossa elettrica, un sogno, un tormento. Una scarica di adrenalina. Una liberazione – da tutto ciò che era stata fino ad allora e da ciò che sarebbe stata se non l’avesse incontrato. Ora lei non trova un motivo per vivere. Sopravvive, semplicemente.

Ma una notte, quando le stelle sembrano aver abbandonato la sua strada, torna un barlume di speranza. Sulla sua porta di casa, una ragazzina impaurita. Desiderosa di risposte. Affamata di passato.

È legata, anche se non in prima persona, a lei. Cosa fare? Si domanda Lou. Portarla dentro il suo salotto e dentro la sua esistenza oppure no? Affrontare la faccenda di petto oppure scappare – come d’altronde ha fatto negli ultimi tempi?

Intanto, c’è anche Sam. È diverso da Will, e questo la frena. Anche lui si porta dietro i suoi problemi. Anche lui è un po’ un’anima in pena.

Riuscirà Louisa a dimenticare? A ripartire da zero? A fare tesoro dei consigli del suo Will?

Sembra in effetti un racconto un po’ a sé. Will torna, sì, ma in modo diverso. È morto, quindi è più Louisa a presentarcelo, a ricordarcelo.

Però la magia è tornata.

Moyes è una certezza.

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Mistero di sangue, Alessandro Biagini: un thriller raccontato con uno stile particolare

28 Ottobre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

 

Mistero di sangue

Alessandro Biagini

Bibliotheca, 2017

 

 

Per le strade di Roma qualcuno gioca a uccidere. Ha una personalità malata, toglie la vita alle persone senza rimpianti né compassione. Lascia, dietro di sé, un po’ di zucchero e delle formiche senza testa. Si prende qualcosa, qualcosa di loro. Un trofeo di carne e dolore.

Ho conservato la lingua della paziente senza nome perché nella mia vita tutti prima o poi hanno bisogno di cominciare una collezione. Figurine. Macchine. Scatole di fiammiferi. Cadaveri. Poi è toccato al bulbo oculare di Gianni il barbone. Al dito di Stefania la ragazza dell’università. Al piede di Kay la turista. All’orecchio del disegnatore senza nome. Alla mano del passante senza nome. Al naso di Juana. Ma il problema è che la mia scultura di carne morta non ha ancora preso forma. Forse manca qualcosa. Forse manchi tu.”

Patrick, è questo il suo nome, è un sociopatico, un individuo ai margini della società. Sapeva che avrebbe ucciso, lo sapeva fin da bambino; la sensazione di rubare un ultimo soffio vitale lo eccita, lo rende felice, lo fa sentire vivo.

Si muove quatto come un gatto, silenzioso e letale come una tarantola. Non c’è pace per chi lo trova nel suo cammino.

Le autorità non lo trovano; Roma è messa in ginocchio dall’apprensione. Tutti si chiedono, tremanti, chi sia il mostro della notte. A chi toccherà?

Qualcuno sa. Sa chi è il killer, certo, ma conosce anche il suo segreto. Lo conosce perché lo condivide.

Basta andare indietro nel tempo per capire, per unire i fili. Due bambini, una passione. Una devianza li fa pedalare nella stessa direzione. La stessa malsana voglia di uccidere. Lo stesso innato desiderio di morte. La stessa sete di sangue.

E cosa accade quando un killer è nelle tracce di un altro?

Il thriller di Alessandro Biagini è unico nel suo genere. Il suo stile, fatto di frasi spezzate, di paratassi, di concetti espressi in modo breve, conciso, in alcuni punti rende la lettura un po’ più pesante – paradossalmente – ma è valido.

Certo, chi ama i lunghi periodi – quelli dove quasi è necessario riprendere fiato ogni tanto – si troverà un po’ spaesato, tuttavia è un modo di scrivere giornalistico e chiaro.

Inoltre si tratta di qualcosa di nuovo – e questo non guasta mai, quasi mai.

 

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Virginia Bramati, "Tutta colpa della mia impazienza" (e di un fiore appena sbocciato)

17 Ottobre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

Tutta colpa della mia impazienza (e di un fiore appena sbocciato)

 Virginia Bramati

Edizioni Giunti, 2017

 

Agnese Treves ha diciannove anni e si sta preparando per gli esami di maturità.

La sua vita, nell’ultimo anno, ha subito una brusca virata. La mamma, insegnante di scuola superiore, è morta lasciando nel cuore della ragazza e del dottor Treves – suo padre, ricercatore medico capace e conosciuto – un grande vuoto. Dal centro di Milano, i due si sono trasferiti in una zona di provincia, in una zolla di terra sita quasi in piena campagna. Treves senior ha preso, infatti, una decisione importante: da rampante scienziato di città a medico condotto lontano dallo scintillante ambiente milanese. Forse, per una sorta di espiazione, sapere di essersi relegato in un angolo della Terra lo rende meno schiavo del dolore. In tutto ciò, però, non ha tenuto in considerazione la figlia.

Agnese, negli ultimi mesi, ha fatto l’abitudine alla solitudine, agli amici persi, al lungo tragitto da fare per la scuola (ha deciso di continuare nello stesso istituto che frequentava prima di trasferirsi, quindi ha imparato a conoscere le gioie dell’essere pendolari); adesso, però, gran parte dei sacrifici sta per terminare.

Adelchi la aiuta a superare questo periodo un po’ strano, certamente difficile. Anche lui ha perso un genitore, li unisce quindi un legame particolare: i due ragazzi sanno cosa vuol dire soffrire, sanno quanto la vita può essere ingiusta. Lo sanno e si tengono compagnia.

Agnese è un po’ confusa, comunque il suo caratterino le permette di affrontare tutto ciò che accade di petto.

Ma suo padre non ha finito con le sorprese. Pochi giorni prima degli orali, si trasferisce per eseguire alcuni studi. Al suo posto arriva un uomo sui trentacinque anni, Marco Aleardi. È bello come il sole ad agosto ma è inavvicinabile; segreti oscuri minano il suo sorriso.

Agnese è coraggiosa, tenace. Ha il fuoco, in quel suo corpo minuto, esile. Difende ciò in cui crede con le unghie e con i denti. Marco rimane subito stregato da quella ragazzina. Anche Agnese lo guarda con fin troppo interesse. Entrambi sono testardi, non cedono presto.

Questa è una grande storia d’amore. Una grande storia d’amore che cresce piano, matura con calma.

Una storia d’amore che ha anche un po’ di nero, un risvolto oscuro. Una storia d’amore che non terminerà.

Virginia Bramati è un’ottima narratrice, è attenta ai dettagli e molto scrupolosa. Ci permette di entrare nel suo mondo, nella sua mente. Ce lo permette e noi ne siamo ben felici.

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True story, il film con James Franco e Jonah Hill

13 Ottobre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #cinema

 

 

 

 

 

True story è un film del 2015. Siamo nella sede del New York Times e Michael Finkel è un giovane giornalista da urlo. Ha già totalizzato numerose prime pagine, e il suo nome è associato a professionalità, serietà e correttezza. Fino a oggi, almeno. Ha scritto un pezzo ambientato in Africa, un pezzo sulle pessime condizioni di lavoro nelle piantagioni; un articolo forte, quindi, che vuole muovere le coscienze. Ma ha dimenticato una cosa fondamentale: la verità. Non ha verificato le fonti apposta o per sbaglio? Comunque arriva prontamente una segnalazione in redazione. Viene – con tono grave – chiamato in sala riunioni e gli viene chiesto il motivo di quell’errore. Lui balbetta, tenta di spiegare ma non riesce. Si capisce una cosa: abbagliato dal potenziale successo di un articolo così succoso, be’, ha glissato sui dati reali. Il New York Times non è Il giornaletto di nonna Papera e a lui viene dato un gran calcio nel sedere. Poco male, giusto? È troppo sicuro di sé, troppo saccente. Non puoi dare tutto così per scontato. Comunque, il nostro Michael (Jonah Hill) abbandona il suo ufficio. Tipica scenetta da film americano: prende una scatola con i suoi averi recuperati dalla scrivania e si avvia verso l’uscita. Fine. Che poi, il Times è una miniera d’oro per chi vuole fare quel mestiere, quindi ben si può immaginare il suo stato d’animo. Abbattuto e amareggiato, torna a casa. Una bellissima moglie lo aspetta. Nel frattempo, chiama per qualche altro impiego. Deluso, scopre che nessuno lo vuole. Fino a che gli fanno una telefonata: un killer ha fatto il suo nome. Christian Longo ha ucciso sua moglie e i suoi figli piccoli, poi è scappato. Durante la sua latitanza, ha detto di essere Michael Finkel. Il giornalista non se lo fa ripetere due volte. Ha un’altra possibilità!

Christian Longo è il tipico bello tenebroso (James Franco, bello come il sole, ci incanta dalla tv facendoci dimenticare il ruolo che deve ricoprire), completamente opposto a Michael – classico topo di biblioteca assetato di successo.

Inizia così un lungo periodo di colloqui, di lettere. Una corrispondenza fitta, quella di Christian e Michael. Segreti, rivelazioni.

Hai ucciso o non hai ucciso la tua famiglia, Christian?

Un po’ lento nella narrazione – ebbene sì, mi sono addormentata per cinque minuti, e questo nonostante James Franco – ma valido. Alla fine poi lascia un velo di inquietudine.  

La cosa assurda, che poi lascia a bocca aperta, è il fatto che sia una storia vera – benché un po’ romanzata.

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Chiara Parenti, "Con un poco di zucchero"

13 Settembre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

 

Con un poco di zucchero

Chiara Parenti

 

Rizzoli

 

Matteo Gallo ha trent’anni ed è molto, molto amareggiato. La sua carriera da giornalista è sfumata per colpa di un tradimento e di una buona dose di impetuosità e il suo nuovo romanzo è fermo; la vista di quella pagina bianca come la neve gli provoca spasmi di ansia. Blocco dello scrittore, si suppone. O sarà che è costretto ad abitare insieme alla sorella Beatrice – avvocato penalista, cinica e dura – e alla sua prole? I due ragazzini, Gabriele e Rachele, sono la quintessenza della malvagità e dell’iperattività; nemmeno le tate più forti, quelle con il pugno di ferro, sanno resistere: tutte scappano, e a gambe levate, per giunta. Matteo li chiama “loro” o “gli hobbit”; mai per nome – come se fossero creature tanto diverse da lui da non poter essere chiamate con un appellativo umano –. Quando l’ennesima babysitter scompare, ne arriva una nuova. Matteo le apre alla porta, dopodiché la guarda con occhi sgranati. Katie Baker è bionda e bella, sì, ma ha qualcosa di strano. Eccessivamente entusiasta per ogni cosa, si muove con leggiadria, saltando ed emettendo gridolini per ogni cosa. Non parla quando sale le scale – non può, confessa, perché mentre sale conta i gradini – e i colori che porta indosso sono vivi, accesi. È una specie di fata buona dell’allegria, insomma. Tiene un blog; in esso racconta di mondi incantati e vicende fatate. I bambini si affezionano, Beatrice la adora. Matteo invece – così insoddisfatto della sua vita triste e grigia – la odia. E allora cos’è quella sensazione? Ma sì, intendo quella sensazione che gli attanaglia le viscere quando pensa al suo fidanzato, che lo porta a pensare a lei con il sorriso, che gli fa saltare un battito del cuore quando lei lo osserva… cos’è? Lei ha gli occhi grandi come fanali, luminosi e vivi; quando lui la guarda, tutte le tessere del puzzle tornano al proprio posto. Lei è un respiro d’aria fresca in un tunnel di fumo. Lei è la Con un poco di zucchero felicità. Lei è la libertà.

Chiara Parenti tesse una tela che, complice l’ironia con cui è capace di impreziosire ogni frase, resta impressa; la storia d’amore tra Matteo e Katie è un vulcano di energia, di emozione. Humor e quotidianità troneggiano sempre, nei suoi romanzi; inoltre un occhio di riguardo è sempre dato alla crisi che attanaglia i ragazzi di oggi costringendoli a una strenua ricerca di un proprio posto nel mondo. Un romanzo per giovani, che parla di giovani con linguaggio da giovani.

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"Il giardino dei fiori segreti" di Cristina Caboni: un viaggio floreale nel mondo delle due gemelle

21 Agosto 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

 

Il giardino dei fiori segreti

Cristina Caboni

 

Garzanti, 2016

 

Creato insieme dall’uomo e dalla natura, il giardino è un luogo affascinante sul quale si è scritto fin dalle epoche più remote, e continua ancora oggi a essere fonte di meraviglia, riflessione, scoperta. Ma per chi lo coltiva o lo frequenta è ben più che un luogo: è un compagno, un amante fedele, un amico sincero.”

 

Iris abita ad Amsterdam e lavora per un giornale che si occupa di giardinaggio, di fiori – suo grande amore. Determinata e tenace, sta ancora cercando il suo posto nel mondo. L’unica cosa di cui si ritiene certa – senza alcun dubbio – è che la sua carriera deve ruotare intorno a piante e fiori: sono la sua vita, il senso per ogni sua giornata e per ogni suo sorriso. Quando il suo capo le offre un posto a tempo indeterminato in cambio di un articolo, lei non si lascia pregare; tempo di fare il biglietto ed è a Londra: la mostra floreale più grande del mondo la attende. Non avvisa nemmeno suo papà della partenza: così presa da agitazione ed eccitazione, non vede l’ora di vedere quel pezzo sul giornale e il contratto sulla sua scrivania.

Viola è forte, un po’ chiusa. Certamente riservata. Abita con la madre. I suoi successi accademici sono impareggiabili e la sua mente è sempre, perennemente in subbuglio. Sente che qualcosa, nel suo passato, non torna: la madre non ama parlare del tempo che fu, non vuole immergersi nei ricordi; lei, dal canto suo, non insiste. Rimane così, a metà tra l’essere confusa e l’essere incompleta. Ad attendere. Ama i fiori, le composizioni le vengono naturali. Preda di sentimenti forti e emozioni incontenibili, è dipendente da quei colori e quei profumi. Anche lei va alla grande mostra floreale londinese.

Si incontrano. Si perdono di nuovo. Tuttavia, malgrado si vedano solo per un secondo, capiscono.

Capiscono tanto e in poco tempo... capiscono che qualcosa nel loro passato è stato celato, che i silenzi vissuti hanno un significato, che gli errori vengono fatti soprattutto da chi non ha scelta, da chi si sente in gabbia. E capiscono anche molto di più: sono due Donati, il loro destino è già scritto.

 

“«Perché è quello che abbiamo sempre fatto noi Donati. Giardini, aiuole, composizioni. Strappavano sospiri, riempivano di emozione e di gioia. Erano famosi ovunque, i fiori dei Donati. In un modo o in un altro ci siamo avvicinati istintivamente alla terra, e l’abbiamo nutrita, coltivata, servita.»”

 

Iris e Viola infatti sono gemelle. Omozigote. Hanno gli stessi occhi, le stesse labbra. La stessa forma del naso. E lo stesso grande, immenso amore per i fiori e le piante.

Divise da bambine, riunite da adulte. Ci vuole il destino perché talvolta tutti i pezzi del puzzle tornino al proprio posto, perché tutto abbia un senso, finalmente. E il destino di Viola e Iris le mette dinanzi alla verità in modo secco, senza chiedere tempo – perché la verità non chiede sconti né rimandi.

Hanno comunque molta strada da fare, per giungere al perdono.

Questa è la storia di un giardino magico, in una grande villa. È un giardino speciale, e ha bisogno delle gemelle per rifiorire.

Questa è la storia di un segreto tenuto nascosto per lunghi anni. Quanto è difficile rivelare qualcosa dopo vent’anni? Quanto è complicato mostrarsi senza maschere, senza inganni?

Questa è una storia di una morte ingiusta – quando mai la morte è giusta? – e di un dovere fatto affinché almeno il ricordo non muoia, non venga contaminato.

Questa è una storia d’amore e di odio, di bugie e di verità. Di anime messe a morte e di cuori infranti. Di fiori e colori ma anche di nero – il nero del dolore profondo, del lutto, del senso di perdita.

Ma, soprattutto, è una storia che racconta di una magia, la magia dell’amore.

 

Era amore, quello che vedeva. Quel dare con speranza e fiducia, quel donarsi completamente e prendersi cura senza pretese era una forma d’amore.”

 

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L’amore idealizzato e vagheggiato della Agus in Mal di pietre

11 Agosto 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

Mal di Pietre

Milena Agus

 

Nottetempo, 2016

 

 

Una ragazza trova un quadernetto con i bordi rossi. Appartiene alla nonna. Lì la donna si è confidata, mettendo nero su bianco desideri e timori ma soprattutto voglia... voglia di amore carnale, di mani intrecciate e sudore sulla pelle.

Si torna quindi indietro nel tempo. Come scenario, la Sardegna della seconda guerra mondiale; come narratore – un narratore che risulta essere attento e scrupoloso –, la nipote della donna. La donna – viene chiamata per tutto il testo nonna, mai un nome né un riferimento più preciso – è poco equilibrata, un po’ inquieta. Giunta a un’età in cui è normale esibire un marito – pena la compassione di tutti – non riesce a farsi chiedere in moglie. È una bella donna, non le mancano di certo i pretendenti. Ma lei, quando qualcuno si mostra interessato, gli scrive poesie bollenti, piene di sentimento e di desiderio. Ha frequentato solo le prime classi delle elementari, tuttavia scrive da sempre – malgrado debba farlo da sola, di nascosto, con il quadernetto tra le gambe e i sensi all’erta perché non entri nessuno –, è il suo modo per sfogare quell’inquietudine. Loro però non capiscono, fuggono dinnanzi a quell’arte, a quel sentimento. Quando i suoi decidono di farla convolare a nozze con un uomo rimasto da poco vedovo, lei rimane interdetta. Non c’è amore, grida a gran voce. Quando lui però fa notare che l’amore non sia necessario, le cose vanno veloci. La narratrice/nipote chiama nonno quell’uomo pratico e non interessato alle dicerie, alle cattiverie gratuite di chi considera la sua futura moglie una pazza da rinchiudere in manicomio.

All’inizio è un legame tiepido. Sono coinquilini. Lei è un’artista, in tutti i sensi. Per come vive la sua vita, sì, ma anche per le sue qualità di poetessa, di scrittrice. È un po’ in aria, nel senso buono dell’espressione. Non si conforma alla società, alle sue assurde e banali regole. Poi, la svolta. Non è proprio amore, il loro, ma diventa un legame fatto di rispetto, normalità e sesso. Sesso senza remore né paure. Sesso senza religione e senza timori. Senza tabù. 

Quando va alle terme per trovare un rimedio ai calcoli renali – Mal di pietre è un calco dal sardo che indica proprio i calcoli renali –, conosce un uomo distinto. Il Reduce. Menomato dalla guerra, attraente e colto. Se ne invaghisce. Finito il problema, fa ritorno alla sua vecchia vita. Rimane tutta la vita divisa tra due fuochi, amando sì il marito ma bramando anche il Reduce.

È un amore vagheggiato, idealizzato, quello che si trova nell’opera di Milena Agus. Un amore fatto di stranezza ma anche di normalità – perché chi è strano e chi è normale, in questo nostro mondo?

Un libro che tratta di amore – perché l’amore ha infinite sfumature –, di diversità, di pregiudizi, di vite particolari vissute in modo particolare. Un libro che si legge in un pomeriggio ma che regala tanto, che stupisce tanto. Un libro che è diverso da qualunque altro si sia letto in precedenza, con uno stile talmente particolare che  si potrebbe riconoscere una pagina scritta dalla Agus tra mille. Un libro dall’immenso valore.

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