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fabio strinati

Intervista a Fabio Strinati

4 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #interviste, #fabio strinati

 

 

Fabio Strinati è un giovane musicista e poeta (classe 1983), che vive a Esanatoglia, in provincia di Macerata. Abbiamo recensito su questo blog Pensieri nello scrigno e Dal proprio nido alla vita, entrambi pubblicati con Il Foglio Letterario. Fabio ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande.

 

Ciao, Fabio. Parlaci un po’ di te e della tua scrittura. Ti senti più musicista, più poeta o più contadino?

 

Attraverso la scrittura cerco di esprimermi per come sono. Ammetto di essere una persona molto complessa, una persona non proprio semplice. Quindi penso che anche la mia scrittura, in qualche modo, sia abbastanza complessa. Detto questo, sono una persona in continua evoluzione. Non amo fossilizzarmi, amo sperimentare, conoscere, vedere, sentire. Quindi, quando dico che la mia scrittura è complessa, non la identifico come difficile, ma come una scrittura in continuo movimento. Io, sinceramente, mi sento prima contadino e poi poeta e musicista. Sono cresciuto in campagna, con la vigna, gli alberi da frutto, e tutto questo mi ha aiutato a saper vedere la natura con gli occhi giusti.

 

In Pensieri nello scrigno si notava una specie di desiderio inconfessato di lasciarti andare a un eloquio poetico più piano, meno ermetico. Mi sembra che nell’ultimo poemetto, intitolato Dal proprio nido alla vita, tu abbia compiuto proprio questa operazione. È così?

 

Sono due libri completamente diversi. Il primo è una raccolta di poesie, mentre il secondo è un poemetto, anche se non mi piace identificarlo così. Il termine poemetto è pericoloso, molto poetico, molto ricco di linfa e di significato. Per questo sostengo che Dal proprio nido alla vita non sia un poemetto, ma un libro di semi-prosa poetica. Poi la differenza sta soprattutto nel fatto che Dal proprio nido alla vita è un libro influenzato da una lettura di un altro libro, che è Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi. Mentre Pensieri nello scrigno viaggia su frequenze del tutto differenti. Si tratta del mio primo libro, a cui sono molto affezionato, anche se all’inizio non è stato così facile farmelo piacere. Rispondendo alla tua domanda, credo che Dal proprio nido alla vita sia un libro molto profondo che si esprime attraverso una scrittura gradevole. Pensieri nello scrigno è un libro molto profondo, particolare, che si esprime attraverso una scrittura nebulosa.

 

Il fatto di scrivere poesie, suonare e vivere una vita di natura artistica, oltre che pratica, ti ha mai creato sensi di colpa? Voglio dire, hai mai dovuto giustificarti, con la famiglia, con gli amici, con la società per queste tue passioni?

 

Io ho trentaquattro anni, ma scrivo da circa quattro anni. Ho lavorato in fabbrica per ben quindici anni, ho fatto il militare, lavoro la campagna, ho lavorato in una azienda agricola, quindi, sensi di colpa non ne ho mai avuti. Ma in maniera del tutto onesta ti dico che, anche se avessi sempre scritto fin dall’infanzia, non me ne sarei affatto vergognato. Tutto ciò che conta per me è essere una brava persona. Non voglio essere ricordato come un poeta, uno scrittore, o cose del genere, ma voglio essere ricordato come una brava persona.

 

Ti senti risolto come persona, quello che fai ti appaga o sei ancora alla ricerca della tua identità?

 

Tutto quello che faccio mi appaga moltissimo e sento un’energia fortissima ogni volta che scrivo una frase, un verso. Ogni volta che mi metto al pianoforte è sempre come se fosse la prima volta, e mi piace così tanto suonare che il mio corpo vibra ogni volta che suono. Realizzato come persona sicuramente sì, ma come persona a 360°. Tutto ciò che mi circonda mi fa stare bene. La mia famiglia, la mia fidanzata, i luoghi che tocco, che respiro. Mi sento bene con me stesso.

 

Nell’ultimo lavoro è descritto un momento di crisi e di depressione. Puoi raccontarci qualcosa? 

 

Come ho detto in precedenza, sono una persona complessa. Nel poemetto è descritto un periodo ben preciso della vita di una persona, che è l’adolescenza. Si tratta di un periodo molto delicato della vita, un momento di passaggio, di trasformazione. Un periodo dove molto spesso non veniamo capiti, e non vogliamo neanche noi capire. Il mondo ci sembra molto piccolo, ma in realtà, poi, scopriamo che è molto grande. La crisi di cui parlo nel libro fa riferimento a una situazione di smarrimento. E quella situazione, quando si è sensibili e complessi, viene metabolizzata in maniera forte e disordinata.

 

Da agosto purtroppo sei alle prese con la devastante esperienza del terremoto, ha un senso la scrittura quando ci si scontra così duramente con la crudezza della vita?

 

Credo che la scrittura abbia ancora più senso durante questi momenti così duri. Io, attraverso la scrittura, mi sto tutelando la salute. Se non avessi scritto sarei impazzito già dal 25 di agosto. Ho vissuto e sto vivendo il terremoto in maniera drammatica, nonostante non abbia avuto grossi problemi. Dormo in camper per paura, non per inagibilità. Ma è proprio in questi momenti che l’uomo deve tirar fuori la sua parte solida e combattiva. Io ci sto provando, e la mia cura, la mia terapia, è scrivere.

 

Pensi che la poesia oggi abbia valore solo introspettivo e consolatorio?

 

La poesia ha un valore che va oltre la poesia stessa, oggi come in passato. Poi, che stiamo vivendo in un periodo storico molto molto complicato è sotto gli occhi di tutti, ma la poesia trova e troverà sempre lo spazio dove intrufolarsi. Non riesco proprio a vedere un mondo senza la poesia.

 

Cosa vorresti che un lettore provasse leggendoti?

 

Un libro deve farti compagnia, quindi penso che i miei lettori, leggendomi, provino questa sensazione di compagnia. Io quando scrivo ci metto l’anima, e spero che questa mia anima possa toccare il cuore dei miei lettori, che ringrazio moltissimo. E poi, se vuoi essere letto, devi leggere. È vero che scrivo molto, ma è anche vero che leggo moltissimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fabio Strinati, "Dal proprio nido alla vita"

3 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #recensioni, #gordiano lupi, #fabio strinati

 

Dal proprio nido alla vita

Fabio Strinati

 

Edizioni Il Foglio, 2016

pp 54

8.00

 

Una montagna scura,

tenebrosa, fredda ed ostile, luoghi di fantasmi

e di leggende, che cantano le loro messe

tra gli alberi sudati dalla pioggia, e i funghi velenosi

cresciuti sulle rocce scorticate dai venti con le unghie. (pag 38)

 

Avendo letto Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi e anche il precedente libro di poesie di Fabio Strinati, Pensieri nello scrigno, mi sono molto incuriosita che Strinati abbia scritto un poemetto, intitolato Dal proprio nido alla vita, interamente dedicato al romanzo dell’autore toscano.

In effetti, anche in questo componimento si parla di adolescenza, di spiccare il volo dal proprio nido, di memoria e nostalgia, di voglia di crescere e, insieme, di non farlo. Nel caso di Lupi la metafora è il gabbiano, qui la rondine.

Ciò che diversifica, secondo me, i due autori, è l’età. La nostalgia di Lupi è l’autentico strazio dell’uomo sulla via del tramonto, quella di Strinati sarebbe frutto solo di malinconia giovanile se non fosse che, negli ultimi tempi, egli ha dovuto fare i conti col terremoto e allora il rimpianto è divenuto perdita concreta.

Una Piombino dei ricordi da una parte, le Marche martoriate e aspre dall’altra, rese, però, negli elementi primigeni di boschi e montagne. Il monte Corsegno diventa “scoglio” di montagna, proprio per uniformarsi al testo marino di Lupi, e la rondine è anche gabbiano, ugualmente solitaria, ugualmente alla ricerca di un sé più compiuto, maturo e soddisfatto.

La maturità è ciò che ci permette di soffocare i nostri ricordi. Infatti, per non morire di nostalgia, per crescere, occorre lasciar andare il passato, anche quello recente, e guardare avanti. La maturità è il luogo dove tutto ha un nome, dove le cose sono definite, nette, e perciò hanno già perduto molto del loro fascino e molte delle possibilità. E, tuttavia, è così che deve essere.

Il poemetto è scandito dalle stagioni, narra una crisi esistenziale: non avevo nulla, non sentivo nulla, l’indecisione di un ragazzo che non ha ancora la forza di affrontare la vita, preda di un’inerzia che somiglia alla depressione.

 

Un vento di tramontana che ti entrava dentro le ossa,

che gelava, non soltanto quelle pochissime

parole che non avrei mai detto, ma persino i miei non pensieri (pag 39)

 

Un ragazzo che non riesce a non essere poeta, a integrarsi nel sistema.

Solo la natura, seppure matrigna e squassata da tremende forze telluriche, gli permette di esprimersi, ha un effetto consolatorio, offre speranza di diventare, forse, una di quelle rondini che sanno affrontare la vita.

Rispetto alla precedente silloge c’è il ritorno a un versificare meno ermetico. L’autore abbandona la ricerca lessicale e musicale che lo caratterizzava e ricomincia a chiamare le cose col loro nome. La lingua diventa più colloquiale, a volte troppo, con cadute di stile, (ficcante), altre di sapore ottocentesco (fu candido di sassi e di tovaglie). Le virgole spezzano le frasi, gli enjambement le allungano nel verso successivo. Della poesia resta poco, c’è solo prosa poetica ma forse non è un male.

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Fabio Strinati, "Pensieri nello scrigno"

15 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia, #fabio strinati

Pensieri nello scrigno

Fabio Strinati

Edizioni Il foglio, 2014

pp 121

12, 00

I rintocchi di un metronomo paiono accompagnare “Pensieri nello scrigno”, raccolta d’esordio di Fabio Strinati, edita dalle edizioni Il Foglio, nella collana di poesia curata da Cinzia Demi.

A metà fra classicismo e avanguardia, non sono versi di facile lettura, potrebbero quasi far pensare a parole messe l’una accanto all’altra, se non ci fosse quella specie di ritmo - appunto musicale, ma d’una musica non troppo orecchiabile – a percorrerle e unificarle, se non s’intuisse, al contrario, uno sforzo di scarnificazione totale. Si capisce che l’autore ha letto molta poesia, ha cercato di comprenderla senza riuscirci sempre, ha prodotto qualcosa che chiede a noi lo stesso sforzo e anche la medesima fiducia. Il poeta è ormai “svestito di poesia”, e pure con una certa nostalgia, il suo è un “brado gergo, “privo di rime assai palese intralcio”. Il suo è tutto un limare, togliere, decantare, incanalare, quasi temendo che le emozioni possano debordare, dirompere in romanticismo. Meglio tenerle a bada con un lessico chirurgico, e, allo stesso tempo, onirico e siderale, un lessico che si connota per il suo contenuto ma, soprattutto, per il suono.

I temi sembrano essere quelli cari a ogni poeta e a ogni animo sensibile: la notte, la solitudine, l'amore, la morte, il dolore, l’amarezza, anzi, “l’amaritudine”, che nei giovani è, a volte, molto più agra che negli anziani, il cui dolore è intriso di rassegnazione.

Due cani un batter d’ali

un’amaritudine squarcia il petto

quel suo dolore caldo

La punteggiatura è poco usata, a tratti si sente che la ricerca stilistica è ancora in fieri, com’è giusto e auspicabile che sia, ed il tecnicismo risulta, sì virtuoso, ma anche ostico, ermetico, cacofonico: “subsannatamente egloga”, “tralatizia trasmigrano”.

Ma ci sono pure bagliori già perfettamente maturi e felici, come “Scremato è il grecale”, “il passato del becchino gentiluomo”, “il configgersi d’un raggio”.

Siamo sicuri che tutta questa investigazione retorica, alla fine, soddisfi l’autore? Siamo certi che egli non provi rimpianto per rime più “aperte e chiare”? Non è forse un’involontaria confessione quel “vorrei poter chiamare il flauto per nome?”

Vorrei poter chiamare il flauto per nome,

benedette contagiose bocche

l’ipocrita pugnale il derelitto ceppo

di appassiti fiori una e più corone

E su questa falsariga concludiamo, riportando una delle poesie meno criptiche, e per questo più gradita al nostro palato.

HO INCONTRATO IL POETA

Ho incontrato il poeta svestito di poesia

del candelabro un’abatjour silente

del pettirosso un lessico vitreo

quantunque la sola pena

il sopito fischio

del nespolo l’eterno

sulla soglia il fico

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