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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

come eravamo

Le enciclopedie a fascicoli e i libri di Selezione del Reader's Digest

22 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo

 

 

 

Ancora e sempre gli anni sessanta. Quelli del boom economico e della speranza nel modernismo e nel progresso. Progresso che voleva dire anche civiltà e cultura perciò, dopo che il maestro Manzi ebbe alfabetizzato la popolazione, ecco che ognuno di noi si mise in casa le fatidiche enciclopedie a fascicoli.

Mio padre le comprava in edicola e poi venivano fatte amorosamente rilegare, volume dopo volume. Noi avevamo, innanzi tutto, La Motta, una sorta di Wikipedia ante litteram, grossa, pesante e marrone. In essa era conservato tutto lo scibile umano. Poi quelle più specifiche: Le Muse, sulle arti (pittura, scultura, musica etc), un’enciclopedia della scienza e della tecnica di cui non ricordo il nome, La storia della civiltà di Will Durant (che arrivò per ultima) e per me, ovviamente, i mitici Quindici. Il livello di qualità era altissimo.

Sempre nello spirito della cultura veloce per tutti, andavano di moda anche le riduzioni dei classici per l’infanzia e persino i famosi libri di Selezione del Reader’s Digest, ovvero i best seller mondiali del momento condensati in poche pagine.

Divoravo letteralmente quei volumi marroni con dentro tre o quattro romanzi alla volta. Ne ricordo bene uno ambientato in Scozia, in una fumosa distilleria di whisky, e il famoso Kim, un dono da Vietnam, storia vera e commovente di una bambina adottata. Libri letti e riletti mille volte, quando, annoiata, sola e affamata di libri, giravo per casa rivoltando la libreria dei miei a caccia di qualcosa da leggere.

Quante ore raggomitolata sul divano tenendo sulle ginocchia volumi di tutti i generi, qualunque cosa riuscissi a scovare in casa, dalle fiabe a Maupassant, da Liala a Scerbanenco, da Verne a Salgari. E quanti pomeriggi d’estate in terrazza, in attesa che mia madre tornasse dal lavoro, con una bibita e un libro da finire entro la giornata, i gomiti accarezzati dal sole che piano piano si abbassava, sorda ai rumori della strada, delle cinquecento che passavano, dei ragazzi che ancora rincorrevano la palla sotto i marciapiedi. Io, dall’alto, potevo solo guardarli, curiosa e timida, per poi tonare a tuffarmi nelle mie storie. Che cosa sarebbe stata la mia vita senza la lettura? Non so nemmeno immaginarlo.

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Viva la pappa col pomodoro

20 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Avevo solo tre anni ma non mi perdevo una puntata de Il giornalino di Gianburrasca, sceneggiato televisivo andato in onda nel 1864/65, tratto dal libro di Vamba, per la regia di Lina Wertmüller. Ricordo di averlo seguito con la stessa attenzione e comprensione di adesso e che la visione coinvolgeva tutta la famiglia, soprattutto mia madre e mia nonna ne andavano pazze quanto me. Ci piaceva tantissimo la giovane Rita Pavone nei panni del terribile Giannino Stoppani, lei era una di noi, con la faccia semplice e pulita. Non ricordo se anch’io fui una di quelle bambine che s’innamoravano di Giannino rimanendoci poi male quando scoprivano che era una femmina.

Mi divertivano anche gli altri personaggi, soprattutto la terribile direttrice interpretata da Bice Valori che, si dice, recitasse in ginocchio per sembrare nana. La musica era di Nino Rota, e, ovviamente, quella più famosa, La pappa col pomodoro, divenne una hit. Avevo il disco e lo suonavo in continuazione. Era una straordinaria canzone di protesta, così come la scena dove Giannino scappa dal collegio, che all’epoca fu ritenuta diseducativa. Ma io so solo che il motivetto non l’ho mai scordato e lo canto anche oggi alle mie nipotine.

 

La storia del passato

Ormai ce l´ha insegnato

Che un popolo affamato

Fa la rivoluzion

Ragion per cui affamati

Abbiamo combattuto

Perciò "buon appetito"

Facciamo colazion

 

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Il chewing gum

12 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo

 

 

 

 

Chewing gum, gomma da masticare, ciccingomma. Adesso tutti, più o meno, ogni tanto ne teniamo una in bocca per sentire un sapore zuccherino o rinfrescarci l’alito. Ma, forse, nessuno ricorda che cos’era il chewing gum negli anni 70/80.

Dunque, noi ci alzavamo al mattino, ci preparavamo per andare a scuola, ci stendevamo sul letto e i nostri padri con le pinze (giuro!) ci tiravano su i jeans attillatissimi, che avevamo passato ore a grattare con la spazzola nel bagno per farli diventare delavè e, trattenendo il fiato impossibilitate a respirare, mettevamo in bocca il primo chewing gum della giornata. In media durava fino verso le 11, quando un’amica provvidenziale ce ne offriva un altro più saporito, che sputavamo solo per pranzare, salvo rimetterne subito uno in bocca fino all’ora di cena. Guai ad essere fuori casa senza un chewing gum in bocca, guai a non averne sempre una confezione nuova in tasca, guai a parlare con un’amica senza stare facendo bolle.

Ce ne’erano di tutti i gusti, dalla gettonata classica barretta Brooklyn, alle palline colorate, al più ambito: un grosso, succulento Big Bubble profumato alla fragola, col quale fare in continuazione bolle e scoppietti (clack!), pure davanti ai professori che, poveretti, subivano questo nostro vizio come un male necessario.

Se proprio non si poteva fare a meno di togliersi l’ingombro di bocca, qualcuno appiccicava la gomma sotto il banco, ma questa è un’altra infelice storia.  

Si ruminava come mucche per tutto il giorno, fino a farci venire il mal di testa per il troppo muovere le ganasce, fino a riempirci lo stomaco di acido per l’eccessiva salivazione. E, più il chewing gum era ciucciato, stopposo e insapore, più era reduce da ore d’ininterrotta masticazione, meglio era.

Perché lo facevamo, mi chiedo adesso? Non lo so, forse per mettere una barriera fra noi e il mondo, forse per darci un tono usando un mezzo meno nocivo delle sigarette. Chissà? Certo è che se i giovani, e meno giovani, d'oggi, invece di farsi di eroina, cocaina o pasticche, subissero il fascino d'una bella masticata di chewing gum con gran bolla finale, sarebbe un vantaggio per tutti.

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L'agenda

5 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo

 

 

 

Che ne sanno le ragazze di oggi dell’agenda anni 70/80? E non parlo della Smemoranda o del Moleskine o di qualche libercolo multicolore su cui le giovani d'oggi annotano pensieri o appuntamenti, ammesso che qualcuna ancora non usi il cellulare. Parlo del concetto “agenda” anni 70/80.

Ce n’erano di varie marche, ad esempio quella tenera dell’Holly Hobbie, ma, per lo più, si trattava di comuni rubriche dall’aspetto poco accattivante dentro le quali, però, costruivi un mondo. Più spazio privo di figure o scritte offrivano, meglio era.

La funzione originale sarebbe stata quella di annotare i compiti di scuola ma, in realtà, ci scrivevamo di tutto. In primo luogo il diario segreto che, come  vedrete, segreto poi non era. Quindi frasi, motti, testi di canzoni, bigliettini, figurine, ritagli di foto di attori e cantanti. Guai a dire bugie, l’agenda era lo specchio magico al quale ognuna di noi affidava la propria anima e la propria esistenza, vera, forte e incontaminata! Era, insomma, in parte simile a, e in parte molto più di, un profilo social.

E l’agenda, pian piano, giorno dopo giorno, si colorava, cresceva, straboccava, gonfia di biglietti di treni, concerti, cinema e teatri, di canzoni e poesie, fra Leopardi e Renato Zero, di figure umane che a rileggere si rianimano e riprendono vita: il professore d’italiano buonanima, la prof di latino, la terribile insegnante d’inglese, l’insulso e donnaiolo professore di filosofia. E poi compagni e compagne, feste, amicizie, amori, primi baci, delusioni, litigi e riappacificazioni.

L’agenda veniva sempre con noi, a casa degli amici, in vacanza, al mare, a scuola. Durante le ore di lezione le agende venivano scambiate sotto il banco, in modo da poter leggere cosa aveva scritto la compagna e poterci inserire sotto un pezzo nostro, l’equivalente di un odierno commento a un post. Era un modo per comunicare, per far sapere all’amica del cuore quella cosa che non si era riuscite a dirle a voce, per chiedere scusa, per ribadire un affetto o confessare un amore o un peccato d’invidia o gelosia.

Io, lo ammetto, non ho mai smesso. Ho ancora il vizio. Ho cominciato a scrivere l’agenda quando avevo diciassette anni e – con solo brevi interruzioni in periodi di particolare depressione (e qui si capisce il valore terapeutico dell’agenda stessa ) - ho continuato fino a oggi. In cantina ne ho scatoloni pieni, divisi per annate, una quarantina di volumi che qualcuno un giorno, dopo la mia dipartita, butterà via senza nemmeno aprirli.

Adesso mi limito ad annotare le cose che accadono e che faccio. Lo stile è piatto e ragionieristico in confronto alla vivacità di quelle prime rubriche degli anni di scuola. Durante l’adolescenza si è creativi, s’inventano soprannomi e battute fulminanti, si coniano espressioni e neologismi, un gergo da condividere solo con gli amici più stretti. È la differenza fra avere vent’anni e averne sessanta, è la differenza fra ribollire di vita - mantenendo un occhio aperto, compassionevole e commosso - e capire, invece, che tutti i giochi ormai sono fatti, che la vita la si può solo subire e non plasmare.

Che emozione l’agenda! Era un modo per dire “io esisto, sono qui e ho un’anima”, era conforto e rifugio, sfogo e divertimento, pianto e riso.

Quegli anni, quell’entusiasmo, quella sensazione che tutto fosse ancora possibile, non torneranno più. Adesso bisogna saper fare buon viso a cattivo gioco, sentirsi parte della vita così com’è, apprezzandone la bellezza e godendo delle piccole cose. (Magari pure annotandole sull’agenda, perché no?)

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Pongo e Das

25 Gennaio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo

Pongo e DasPongo e DasPongo e Das

 

Sfido qualsiasi nonno stia plasmando il Didò insieme al nipote a non chiamarlo Pongo.

Il Pongo era un tipo di plastilina della Adica Pongo, in voga ai miei tempi. Era come l’attuale Didò, colorato e morbido, facile da modellare, delizia di tutti i bambini.

Poi c’era il Das, (acronimo del suo produttore Dario Sala che lo brevettò nel 1962), maggiormente ambito se eri più grandicello. Consisteva in un blocco pastoso e compatto di argilla grigia, simile alla creta, che non necessitava di cottura in forno, proprio come quella modellata dagli scultori veri, e potevi farci cose da grandi, persino un vero vaso (come quello della mitica scena di Ghost per capirci). E c’era anche il Vernidas, una vernice da stenderci sopra per vetrificarlo e farlo brillare.

Mia madre mi diceva sempre di usarne poco “se no si seccava”, ed io, dispiaciuta e frustrata, mi limitavo fino a che, ahimè, la pasta seccava davvero senza che ne avessi potuto usufruire. E bisognava stare attenti, perché al minimo forellino della confezione si prosciugava davvero tutto e diventava inservibile.

In seguito si è saputo che il Das conteneva amianto, che tutti noi bimbi degli anni sessanta lo abbiamo maneggiato inconsapevoli e beati, ma vuoi mettere il piacere di usare gli strumenti appositi per tagliare il blocco e cercare di modellarlo? Vuoi mettere aprire la confezione e sentirsi fra le mani quel bel pezzo di creta che si appiccicava al palmo e ti lasciava le mani ruvide e secche? Vuoi mettere le infinite possibilità che si aprivano, nonostante la mia scarsissima manualità? Vuoi mettere la gioia di provare a colorare l’informe manufatto con gli acquerelli e, infine, lucidare il tutto col prodigioso (per quei tempi ingenui e romantici) Vernidas?

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Click clack

19 Gennaio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo

Click clack

 

Anni settanta, estate, la mia terrazza sui tetti dove camminavano torme di gatti che mia nonna sfamava a furia di pane e pollo.  Le gru del cantiere in controluce, l’odore di mare che, anche se da lì non si vedeva, era proprio dietro l’angolo.

E le palline click clack sempre in mano da mattina a sera. Click clack click clack… sbattute su e giù per farle rimbalzare in cima e in fondo al cerchio. Click clack click clack taaaa… L’ultimo rumore era quello che facevano percuotendo il polso, procurandoci un dolore incredibile che tutti noi ragazzi sopportavamo stoicamente. Erano ferite sul campo di cui andavamo orgogliosi, si narrava anche di ricoveri per fratture, addirittura di morti.

Il rumore delle palline si sentiva ovunque, ci giocavano tutti, ci provavano persino i genitori, scuotendo però la testa, dicendoci “attento che ti fai male”.

Ma noi niente, imperterriti, click clack, click clak, senza sentire il caldo, le zanzare o il richiamo del mare, preda notte e dì di un gioco ossessivo, alienante e surreale che ci aveva, chissà come, stregati tutti.

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I biscotti al Plasmon

17 Gennaio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #come eravamo, #televisione

 

Che delusione scoprire che l’uomo della pubblicità Plasmon degli anni sessanta, lo statuario semidio che incideva su un capitello il marchio dei biscotti - al secolo Fioravante Palestrini - è diventato un criminale trafficante di droga, con vent’anni di carcere scontati in Egitto. Per me resterà sempre giovane, scultoreo e bello, legato a quelle scatole di cartone rossiccio che contenevano i famosi biscotti.

Avevano un sapore un po’ incerto ma si scioglievano come burro in quei tè che a volte mamma mi preparava nei bui e corti pomeriggi d’inverno. Lei parlava con mia nonna, entrambe sedute sul divano, io guardavo Giocagiò in televisione. E il sapore del tè si mescolava con quello dell’immancabile raffreddore che mi accompagnava per tutto l’inverno, con la sensazione del fazzoletto stretto in mano, dei giochi con cui mi trastullavo. Ricordo in particolare un cartoncino contenente delle piccolissime siepi coi fiori di plastica. Per me diventavano giardini, foreste, giungle.

Una bambina sempre sola, sempre raggomitolata sul divano a leggere, capace di svilupparsi una fantasia febbrile e fervida che l’avrebbe accompagnata – e forse sostenuta – per tutta la vita.

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Sibila il vento la notte si appresta

11 Gennaio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Ho un’immagine di me in prima elementare. Giro fra i banchi insieme ai miei compagni tenendo un righello fra i denti. Ma per me non è un righello, è un pugnale, e quei bimbi col grembiulino  sono rudi banditi, mentre le mura della mia classe racchiudono i cupi e frondosi alberi della foresta inglese.

Sto parlando de “lo sceneggiato degli sceneggiati”, in onda nel 1968, per la regia di Anton Giulio Maiano, La freccia nera, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Louis Stevenson. Mai fiction televisiva mi è rimasta nel cuore quanto questa. Seguirla, puntata dopo puntata, nel tenebroso bianco e nero tanto evocativo, era emozione allo stato puro.

Ogni bambina giocava a essere Loretta Goggi nei panni della deliziosa e temeraria Joan Sedley, ed era innamorata del bellissimo, coraggiosissimo e dolcissimo Dick Shelton, al secolo Aldo Reggiani.

Amore romantico, una ragazza che si finge uomo, ma anche agguati, battaglie, tradimenti, cavalli e arcieri nella foresta.

Bellissima la sigla finale, con quel fischio di freccia a ritmare una musica di Riz Ortolani da far battere il cuore.

 

Sibila il vento la notte si appresta

e la cupa foresta minacciosa si fa

passa ma trema se senti un fruscio

forse è un segno d'addio

che la vita ti dà

lascia la spada se il cuor non ti regge

perché questa è la strada

che da noi fuorilegge ti porterà

La freccia nera fischiando si scaglia

è la sporca canaglia che il saluto ti dà

vieni fratello è questa la gente

che val meno di niente

perché niente non ha

ma se il destino rovescia il suo gioco

nascerà nel mattino una freccia di fuoco

la libertà

 

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Il telefono allunga la vita

2 Gennaio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #televisone, #come eravamo

 

Sembra passato un secolo dallo spot del 1993 con Massimo Lopez, “Il telefono ti allunga la vita”: lui, in un fortino nel deserto, pronto per essere fucilato da soldati della legione straniera, chiede una telefonata come ultimo desiderio, e non la finisce più di parlare.

Ricordo che ci interrogammo su che senso avesse fare la pubblicità al telefono. Ridicolo, pensammo, la gente telefona comunque, non c’è bisogno d’incoraggiarla. Che ingenui. Stava per scoppiare il mercato delle liberalizzazioni, erano prossimi l’entrata scena delle compagnie  private e l'avvento della telefonia mobile. La mitica Sip stava per diventare Telecom.

Per tornare allo spot, la simpatia di Lopez mette garbatamente in evidenza quanto siano banali certe comunicazioni di circostanza, quanto ognuno di noi spesso chiacchieri a vuoto, infarcendo il discorso di banalità e luoghi comuni, del tipo “nella carbonara l’aglio ci va? “e “non ci sono più le mezze stagioni”.

Ma le stagioni ci sono ancora, eccome, il tempo vola, il passato diventa trapassato remoto. Sono trascorsi venticinque anni da allora. A livello personale mi sembra ieri ma, se ci penso, ero un’altra persona con un’altra esistenza.

E il telefono oggi, più che allungarci la vita, ce l’ha invasa.

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Cessata attività

19 Novembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #le suggestioni di franca, #il mondo intorno a noi, #come eravamo

 

 

 

 

Ieri pomeriggio sono andata al mio paese, ci torno sempre quando ho voglia di ritrovarmi. C’è una merceria all’angolo della piazza, un piccolo negozio dove mia nonna comprava il lino per cucire il corredo ai figli, dove mia madre si fece confezionare l’abito di matrimonio e dove, mi raccontava spesso, passando là davanti vide per la prima volta un paio di calze di nylon. C’è un negozio all’angolo della piazza del paese dove anch’io, nei miei anni di peregrina in giro per l'Itala, andavo quando tornavo a casa. Acquistare qualcosa lì,  era come portare con me un po’ della mia terra, un pezzo di tradizione, un centrotavola fatto all'uncinetto, una tovaglia ricamata a mano, un golf di pura lana confezionato ai ferri, un articolo artigianale, spesso unico, da regalare a un'amica o da conservare in ricordo. Adesso lo gestisce Valentina, la nipote dell’anziana proprietaria che conoscevo, è una ragazza che ha l’età di mia figlia, ha dedicato tutte le sue energie a rinnovare il negozio di famiglia e ne ha fatto un ambiente confortevole, caratteristico, dove si respira un'atmosfera di calda intimità, una “bomboniera”. E’ accogliente, fresco, pieno di articoli nuovi, di classe, tessuti di qualità accostati al caldo legno degli scaffali e dell’antico bancone: è di buon gusto.  C’è un piccolo negozio all’angolo della piazza del paese, o forse dovrei dire c’era, perché quella ragazza mi ha informata che, strozzata dalla crisi, dalle tasse, dalla concorrenza dei grandi centri commerciali, degli outlet sorti come funghi a pochi km di distanza, a fine anno cesserà l’attività, che era stata di sua madre e prima ancora di sua nonna e indietro per generazioni fino a che si ricordi. “Questo è uno di quei giorni che vorresti non arrivassero mai, ma che arrivano e ti portano via con la furia di un uragano”, mi ha detto salutandomi con le lacrime agli occhi. C’era un piccolo negozio all’angolo della piazza, memoria storica di un’epoca che non c’è più, ha resistito con testardaggine e attaccamento alle tradizioni fino a che ha potuto. Oggi si è dovuta arrendere e sarà un’altra saracinesca chiusa, un altro pezzo di storia del mio paese che se ne va sotto lo sguardo indifferente degli amministratori, per far largo ai negozi cinesi con la loro puzza di plastica, di colori chimici, le loro chincaglierie a buon mercato e alle bancarelle di ambulanti pakistani e marocchini coi loro articoli dai colori sgargianti, che accontentano una clientela sempre più grezza, sempre più povera.

L'emorragia di attività di vicinato non si ferma, tornando a casa riflettevo. Edicole, librerie indipendenti, salumerie, piccoli alimentari, macellerie, calzolai, erboristerie, pescherie, pelletterie.  La crisi dei piccoli negozi è un cancro che congiunge il Paese da nord a sud, senza far sconti a nessuno. La Confesercenti ha dichiarato che nel 2017 hanno chiuso senza essere sostituite circa diecimila imprese del commercio al dettaglio in sede fissa, al ritmo di un negozio sparito ogni ora.

E a sparire sono  soprattutto i negozi tradizionali, unici, come quello di Valentina.

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