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come eravamo

Il tappabuchi

10 Settembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #televisione, #come eravamo

Il tappabuchi

 

Era il 1967 ed io frequentavo la prima elementare. Mia madre era rigorosa, la sera dovevo andare a letto dopo Carosello, come tutti i bambini dell’epoca, perché la mattina bisognava andare a scuola e svegliarsi non era facile a quell’età. Con l’eccezione del sabato sera. Il giorno dopo era domenica e allora potevo rimanere sveglia a guardare Il Tappabuchi.

Il tappabuchi è stato uno storico programma televisivo di varietà per la regia di Vito Molinari.  Il conduttore era l’ironico e amabile Corrado, con l'"aiuto presentatore" impersonato da Raimondo Vianello, e prevedeva la partecipazione di Sandra Mondaini, Nanni Loy e Mariella Palmich. In un’ora mescolava giochi a quiz, scenette, balletti, canzoni, e le candid camera di Nanni Loy

Un cult le scenette recitate sulla panchina e la parodia de I Promessi Sposi, in cui Vianello interpreta Lucia, mentre Corrado veste panni di Renzo con i capponi in mano.

Quanta simpatia e garbo, quanto divertimento non volgare. Forse oggi non rideremmo più così di gusto, perché la sensibilità e l’umorismo cambiano con gli anni, ma certi sketch restano immortali.

Anche la parte conclusiva del programma era singolare: la sigla finale sceneggiata inaugurava una serie fortunata che in futuro confluirà nei programmi televisivi della coppia Mondaini – Vianello.

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I ragazzi di padre Tobia

31 Agosto 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Ah, la mitica tv dei ragazzi! Durava un’ora, al massimo due, se consideravi anche i programmi dei più grandicelli. Aspettavo le cinque del pomeriggio col cuore in gola, io che non uscivo e non frequentavo altri bambini. Era il mio unico divertimento dopo i libri, il mio unico trastullo, la mia fonte d’informazione e apprendimento, al pari de I quindici. Era piacere allo stato puro. Adesso i bambini stanno tutto il giorno incollati ai canali dedicati, che trasmettono cartoni animati h24, e ai video cava occhi del telefonino.

Ho un ricordo vago di un programma che piaceva tanto anche a mia madre e a mia nonna. I ragazzi di padre Tobia, da non confondere con I ragazzi di Padre Brown. Era una serie tv, trasmessa fra il 1967 e il 1973, a sfondo pedagogico, che faceva leva sui valori della lealtà, del coraggio, e dell'amicizia. I protagonisti erano padre Tobia (Silvano Tranquilli), il suo simpatico e stupidotto sacrestano Giacinto (Franco Angrisano) e il gruppo dei ragazzi scout della parrocchia. Erano gli anni della DC al potere e dell’ingerenza della Chiesa nei programmi scolastici e ministeriali, ma la cosa, vi dirò, non faceva male. Si rideva di gusto e, insieme, s’insegnavano valori come rispetto e onestà. Bene e male, giusto e sbagliato erano ben distinti. Un minimo di spirito di sacrificio e di senso di colpa non hanno mai ammazzato nessuno, anzi, hanno aiutato lo sviluppo di un sano desiderio e fatto del bene alla società tutta.  

I vari padre Brown e padre Tobia, sacerdoti investigatori, erano i precursori dell’odierno melenso, iper-replicato e imbalsamato don Matteo. Ma, forse perché siamo cambiati noi, il risultato non è lo stesso, ahimè.

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Spazio 1999

25 Agosto 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione, #fantascienza

 

Era il 1976, avevo 15 anni, e la domenica pomeriggio tutta la famiglia, ovunque si trovasse, correva a casa per vedere la puntata di Spazio 1999. A quei tempi non c’era Raiplay, non c’era la tv on demand e non c’erano ancora neppure i videoregistratori. Quello che veniva trasmesso era effimero come le “storie” di Instagram, se lo perdevi era per sempre e, magari, per poterlo rivedere dovevi attendere anni.

Spazio 1999 era una serie televisiva britannica di fantascienza ideata nel 1973 da Gerry e Sylvia Anderson. Narrava le vicende di un gruppo di persone in una base spaziale lunare. A seguito dell'esplosione di un deposito di scorie nucleari, che fa uscire dalla sua orbita la Luna, i protagonisti si ritrovano a vagare alla deriva nello spazio.

Il 9 settembre 1999 John Koenig assume il comando della base lunare Alpha, e da lì si dipana la vicenda che porta i protagonisti in contatto, di episodio in episodio, con civiltà aliene, a volte benevole, altre ostili. Il 1999 sembrava una data futuribile e lontanissima, aperta ad ogni sviluppo e possibilità. Poi è arrivato anche il fatidico 2000, che pareva un'era, appunto, da film di fantascienza, ma, ormai, da quel mitico trapasso di anno, secolo e millennio, ahimè sono già passati quasi quattro lustri.

I contatti con le civiltà extraterrestri, che si concretizzavano nelle varie puntate, inducevano a riflessioni filosofiche sul senso della vita. Proprio quel genere di discussioni che interessavano mio padre, il quale mi ha trasmesso questa curiosità intellettuale per ciò che è fuori della nostra portata mentale, come il concetto d’infinito o di eternità. Ricordo serate estive passate a osservare le stelle, ragionando sul fatto che, grazie alla “lentezza” della luce, ciò che stavamo guardando era, in effetti, il cielo di milioni di anni prima, e che quelle stesse stelle, probabilmente, adesso erano spente.

Le scenografie e gli arredi di Spazio 1999, per l’epoca molto curati e di effetto, risulterebbero ingenui adesso, ma allora ci facevano sognare. Bastava un plancia di comando, qualche pulsante e qualche tutina attillata (ancora in bianco e nero) per farci immaginare a bordo di portentose navi spaziali, lanciati verso un futuro che, purtroppo, si sta rivelando una vera fregatura per il nostro povero pianeta.

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A come Andromeda

28 Maggio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione, #fantascienza

A come Andromeda è uno sceneggiato televisivo in cinque puntate diretto da Vittorio Cottafavi e trasmesso dal Programma Nazionale nel 1972.  Si basa su un romanzo di fantascienza scritto da John Elliot e Fred Hoyle nel 1962, trasposizione letteraria dell'omonima miniserie televisiva mandata in onda dalla BBC l'anno precedente.

Luigi Vannucchi, bello e pieno di umanità, Nicoletta Rizzi - che aveva preso il posto di Patty Pravo - inquietante e gelida, in bilico fra sentimento e freddezza aliena, Paola Pitagora, Giampiero Albertini, tutti attori bravissimi e in auge al tempo.

Sono gli anni d’oro della fantascienza, quelli di Arthur Clarke e 2001 Odissea nello spazio, e lo sceneggiato ci catturò tutti. Ricordo bene l’interesse di mio padre, proprio lui che mi ha insegnato a pormi domande di carattere filosofico, a pensare all’infinito e all’universo.

La fantascienza aveva ed ha il compito di farci riflettere sulle grandi questioni etiche, di spalancare interrogativi su di noi, sul futuro, sugli sviluppi impensabili del progresso. Nello sceneggiato di Cottafavi, in nuce già si parlava d’intelligenza artificiale, di clonazione, di bioetica. Lo si faceva coi mezzi dell’epoca, senza effetti speciali e in bianco e nero, ma la suggestione fu potente.

Chi non ama la fantascienza è perché vive col naso incollato alle scarpe, pensando alle correnti di partito e ai piccoli, effimeri, caduchi problemi del vivere quotidiano su questo limitato e minuscolo pianeta, senza farsi grandi domande. Chi siamo, dove andiamo, che cos’è la materia e che rapporto ha con lo spirito, da dove viene l’universo, esiste un dio?

Ultimamente ho visto due film, non particolarmente belli, ma che mi hanno dato da pensare: uno è Her di Spike Jonze (2013), sui possibili sviluppi del rapporto fra essere umano e  intelligenza artificiale. Un uomo s’innamora della sua assistente virtuale che, però, ha una mente talmente superiore da non potersi accontentare del contatto con un semplice umano. E qui apro una parentesi ragionando su quegli scienziati che hanno spento un computer che aveva iniziato a dialogare con un altro computer escludendo gli umani. Io non lo avrei mai fatto, costasse quel che costasse, la curiosità di sapere “come sarebbe andata a finire” è troppo forte in me, rischierei qualunque cosa per il bene della conoscenza, anche se lo spettro di Hal 9000 aleggia su tutti noi.

L’altro film, è Passengers di Morten Tyldum (2016), la storia di un uomo ibernato per un viaggio spaziale di durata centenaria che, risvegliatosi in anticipo per un guasto, e sentendosi troppo solo, decide di riportare in vita una compagna, condannandola a un’esistenza, sì, di amore con lui, ma anche di solitudine eterna su un’astronave. Pure questo suscita parecchi interrogativi su che cosa siano l’esistere, l’amore e il rapporto col mondo esterno, con la natura e con gli altri.

 

 

 

 

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E la pancia non c'è più

26 Maggio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #televisione, #come eravamo

 

La musica Il Mattino, tratta dal Peer Gynt, del compositore norvegese Edvard Grieg, per noi degli anni sessanta è associata alla pubblicità dell’Olio Sasso. Ed è la musica, come spiegano i pubblicitari, che spesso aiuta a divulgare e accentuare un contenuto che di per sé sarebbe poco interessante.

Un uomo single, impersonato da Mimmo Craig, con una cameriera nera (che lo chìama padrone, che ricorda la Mami di Via col Vento e che oggi sarebbe politically incorrect) sogna di conquistare una leggiadra, giovane e sottile donna, ma non può muoversi per via di un’ingombrante epa che si frappone fra lui e il suo miraggio erotico.  Per fortuna, al risveglio scopre che è stato solo un incubo e “la pancia non c’è più”, slogan, questo, che diventò un tormentone per tutti.

Il messaggio è quello maschilista di ogni tempo: mantenendosi in forma un uomo può aspirare a conquistare anche una ragazza avvenente con molti meno anni di lui.  Ma lo spot, del solito famosissimo studio pubblicitario Armando Testa, è pulito, elegante, ammiccante come una comica di Stanlio e Ollio. La ragazza leggiadra, e persino audace nel suo costume immacolato che risalta nel bianco e nero delle immagini, gioca maliziosamente e ingenuamente con lui, tenero e imbranato.

Oggi nessuno più chiamerebbe Sasso un olio che deve dare un’immagine di leggerezza. Ma a quei tempi i prodotti erano italiani e non erano ancora stati assorbiti dalle multinazionali. A quei tempi le cose erano così come dovevano essere e si chiamavano col loro nome, senza filtri né condizionamenti subliminali.

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Nostalgia calcistica

19 Aprile 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #laura lupi, #come eravamo, #sport

 

Perché vado ancora al Magona a vedere il Piombino giocare? Domanda che mi faccio spesso e che non trova mai una risposta logica. Sentimentale, forse. Nostalgica, pure. Forse è lo stesso motivo per cui, quando posso, compro una bocca di leone e ne gusto il sapore burroso. Forse perché gli alberi del Magona, siano pini o cipressi, sono gli alberi della mia vita. Forse perché avrei dovuto essere ungherese per quel gusto della nostalgia che fa parte della mia vita.

Lo Stadio Magona è come una vecchia balera di periferia dove si suona una vecchia canzone sentita all’infinito nella tua adolescenza. Tu siedi e ascolti le note composte da un vecchio pianista. E non importa se i suonatori son cambiati, se la musica è diversa, se tutto intorno è decadente degrado. Tu non lo vedi, perché in quel posto ci sei cresciuto, in quelle gradinate basse e strette ci venivi con tuo padre, tra quelle siepi di pitosforo e oleandro hai visto milioni di partite, hai sofferto, hai sognato...

Ecco perché vado ancora al Magona a vedere giocare il Piombino. Ecco perché mi piace sentirmi pervadere da una gioia immotivata in attesa che l’arbitro fischi il calcio d’inizio. 

Non ho più niente a che fare con il mondo del calcio. Non gioco più, non alleno, non guardo neppure le partite in televisione. Ma lo Stadio Magona è un’altra cosa e a quello non rinuncio. Ah, la mia nostalgia ungherese, la mia madeleine più sofferta...

Gordiano Lupi

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Il logorio della vita moderna

17 Marzo 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Ricordate Ernesto Calindri seduto al tavolo in mezzo al traffico caotico a bere un Cynar, noto liquore a base di carciofo?

Erano gli anni 60/70 e già si parlava di “logorio della vita moderna”. Cominciavano i primi segnali d’inquinamento, i primi ingorghi nel traffico cittadino. Non si sapeva a cosa avrebbe portato tutto questo.

Oggi, a distanza di mezzo secolo, l’inquinamento non è più solo quello atmosferico o dei fiumi, c’è ben altro oltre la schiuma marrone dei corsi d’acqua o il puzzo di smog in città. C’è un cambiamento climatico in atto che sembra stia per portare all’estinzione del pianeta. A tal proposito, mi confesso una negazionista dubbiosa. Penso che i mutamenti climatici ci sono sempre stati, che abbiamo attraversato periodi in cui gli esseri viventi respiravano anidride carbonica e si avvelenavano con l’ossigeno, che le immani eruzioni vulcaniche della preistoria hanno oscurato i cieli e raffreddato il suolo per secoli, che la tettonica a placche e la deriva dei continenti non sono fantasie.

Non è vero che il pianeta morirà. Il pianeta si salverà come ha sempre fatto, saremo noi a estinguerci o a vivere in condizioni tremende, ma questo alla Terra non importa, come non le importa delle altre 99% di specie che si sono estinte. La vita sopravvivrà sempre, magari su un altro pianeta, su un'altra galassia.

Siamo noi a volere che tutto resti com’è. Che cosa importa al nostro globo se il livello del mare s'innalza di un metro? È a noi che interessa se Venezia sparisce sott’acqua. Perché l’uomo ha sempre pensato egoisticamente a se stesso, alla sua sopravvivenza, al suo benessere, alla sua arte e cultura.

Ma se tutti gli scienziati dicono che il cambiamento è in atto ed è catastrofico, chi sono io per negarlo? In effetti, da quando ero giovane a oggi, specialmente negli ultimi venti anni, le condizioni meteorologiche sono diventate estreme, il vento non è più vento ma tromba d’aria, la pioggia è inondazione, le stagioni umide sono diventate asciutte, gli incendi ci divorano.  Sono aumentati persino i terremoti.

Inoltre, affoghiamo nell’amianto che fino a poco tempo fa era considerato innocuo e usato per costruire qualsiasi cosa, anche le scuole. Ci sono tonnellate di rifiuti tossici interrate ovunque che hanno portato a un tasso di mortalità per cancro altissima. Uno su due, se non addirittura uno su uno, deve fare i conti con questa malattia, prima o poi e, se le cure hanno prolungato la speranza di vita, o magari addirittura di remissione, sono sempre troppi quelli che ci lasciano le penne con grandi sofferenze. E sono sempre più giovani.

E l’incidente di Chernobyl ha fatto sì che tutti noi che quell’aprile/maggio del 1986 andammo al mare a goderci la tintarella adesso abbiamo i noduli alla tiroide.

Ai tempi di Calindri c’era già la droga ma i drogati erano pochi, era un’enclave di emarginati o di figli di papà che potevano permettersela. Ora la droga costa pochissimo ed è ovunque, diffusa in tutti i ceti sociali, in tutte le età, anche precocissime, e in tutti i mestieri. Chi guida il tuo autobus o il tuo aereo, che ti toglie l’appendice, chi ti estrae un dente può avere la mano che trema. E la droga fa sì che la gente sia stupida e distratta, che le inibizioni spariscano e si uccida per un nonnulla, che si ammazzi di botte la moglie perché ha cucinato male, che si fracassi la testa a un figlio per un brutto voto, che si dia fuoco a una fidanzata che ci ha lasciato.

Calindri non sapeva niente ancora dell’esodo dei popoli, dell’immigrazione, del degrado, dello spaccio, della schiavitù, dello sfruttamento, della sudditanza psicologica a culture diverse e retrograde che ci portano all’esasperazione e al razzismo. Non sapeva che non avremmo più potuto chiamare le cose col loro nome per tema di offendere qualcuno, fino ad arrivare alla paralisi culturale e al rifiuto della nostra identità e delle nostre tradizioni.

Calindri non immaginava che il telefono servisse a qualcosa che non fosse chiamare la moglie per dirle di buttare la pasta. Non sapeva niente dei cellulari e dei computer. Non immaginava torme di ragazzi, uomini, donne e vecchi camminare in assoluto silenzio con gli occhi incollati a un piccolo schermo e l’aria triste e disconnessa, sì, ma da tutto ciò che li circonda, dalla bellezza di un cielo, dal rosso di un tramonto. Non immaginava di essere attraversato da onde elettromagnetiche che ci stanno friggendo vivi tutti quanti, aumentando l’incidenza di tumori al cervello. Io, ad esempio, vi sto parlando da una casa dove il wifi è acceso giorno e notte, dove il cellulare è sempre a portata di mano sul comodino o sulla spalliera del divano.

Non si può tornare indietro, sarebbe impossibile, ormai la nostra vita è fatta di trasmissione veloce di dati e questo è il futuro. Temo però che, come per il fumo, si stiano sottovalutando i rischi. E se smetter di fumare è faticoso ma fattibile, smettere di  vivere connessi,  ahimè, temo sia impossibile.

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Il segno del comando

11 Marzo 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #televisione, #come eravamo

 

Se penso alla paura, penso a Il segno del comando. Sceneggiato televisivo del 1971, in bianco e nero, con Ugo Pagliai, allora giovane e bellissimo, e Carla Gravina, (ma anche Rossella Falk e Massimo Girotti), per la regia di Daniele D’Anza.

Ambientato a Roma, in vicoli bui e misteriosi, in particolare via Margutta, in taverne che scompaiono, palazzi fatiscenti, chiese inquietanti. In bilico fra gotico, giallo e fantastico, disseminato di apparizioni, fantasmi, ritratti misteriosi, medaglioni, manoscritti appartenuti a Lord Byron.

Era tensione allo stato puro e ricorderò sempre il terrore con cui, bambina, assistetti alla mitica puntata della seduta spiritica. Il tutto era amplificato dalla musica e, soprattutto, dall’indimenticabile sigla, Cento campane, nota soprattutto nella versione cantata da Lando Fiorini.

 

Din don din don, amore,

pure le streghe m’hanno detto no

 

I temi, innovativi per l’epoca - occultismo, spiritismo, reincarnazione - avvinsero e stregarono l’Italia per cinque domeniche. Allora si coronava il giorno del Signore, quello dedicato alla famiglia e alla buona tavola sostanziosa, con la visione collettiva (oggi diremmo “gruppo di ascolto”) di un grande teleromanzo a puntate.

Come afferma il sito Fantasticinema: “Si possono restaurare le immagini e riesumare puntate perdute dagli archivi, tuttavia è difficile riproporre le emozioni che circondavano gli sceneggiati tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’80.”

 

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"Dodici metri d'amore" e altro ancora

9 Marzo 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #cinema

 

Dell’umorismo si è detto tutto, ne ha parlato Bergson, Pirandello lo ha definito “il sentimento del contrario”, ma, forse, non si è sottolineato abbastanza il fatto che il riso cambia coi tempi.  Ciò che ci faceva sbellicare anni fa non ci diverte più adesso. Ricordo, solo un paio di decenni fa, le grasse risate che facevamo con gli show di Panariello e di Fiorello. Sembra ieri, invece sono già quasi vent’anni. Ricordo certi tormentoni che, probabilmente, sul pubblico di oggi non farebbero presa mentre allora ridevamo tutti, io, mio marito, gli amici.  

E, se vado indietro nel tempo, rammento alcuni capisaldi della comicità sempre rievocati in famiglia, che fecero sganasciare dalle risate me, mio padre, mia madre e mia nonna. Uno era un film con Alberto Sordi, di cui non so il titolo, dove lui si ritrovava catapultato in un comico intrigo di spionaggio.  L’altro è Quattro bassotti per un danese, film della Disney del 66 diretto da Norman Tokar. Andammo tutti a vedere al cinema le peripezie del povero alano combina guai convinto di essere un bassotto, e ridemmo a crepapelle.

Ma, soprattutto, mito imperituro della comicità di casa fu Dodici metri d’amore, film del 54 diretto da Vincent Minnelli, con l’irresistibile scena della novella sposa che cerca di cucinare per il suo maritino, mentre il bestione roulotte è in movimento.

Era tutta un’epoca ad avere gusti e soglia dell’umorismo diversi, più ingenui. Ciò che faceva sganasciare allora, adesso fa sorridere. Tuttavia, i film di quei tempi là (cinquanta/sessanta), possedevano comunque un allure, un fascino sofisticato che li rende tuttora immortali. Grandi registi come, appunto, Minnelli, o come Victor Fleming, con un primo piano, con una dissolvenza, con un semplice suono in sottofondo trasmettevano pathos, emozione, tragedia, eros, molto meglio delle scene esplicite, articolate e spesso inutilmente crudeli, di oggi.

 

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L'amico fantasma

7 Marzo 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Chissà se qualcuno ricorda ancora L’amico fantasma, serie televisiva mandata in onda da Rai 1 nei primi anni settanta?

Rammento poco anch’io, so solo che piaceva tanto in famiglia, soprattutto a mia madre e a me, e che la trovavamo molto accattivante e divertente.

Insomma, La porta rossa, di cui viene al momento trasmessa la seconda serie su Rai 2, con Lino Guanciale nei panni di un commissario di polizia deceduto, ha dei precedenti. Anche ne L’amico fantasma le indagini erano portate avanti dallo spettro di un detective morto nella prima puntata, che stava vicino all’amico investigatore e alla propria moglie ancora amata. Niente a che vedere con le atmosfere crude e noir de La porta rossa, qui era tutto molto spiritoso, si tratta di un vecchio telefilm inglese della seconda metà degli anni 60 che ha per protagonisti due investigatori privati: il primo è  Jeff Randall, interpretato dall’attore Mike Pratt,  il secondo Marty Hopkirk, impersonato da Kenneth Cope.

La sigla è stata composta da John Barry, autore delle musiche dei film di James Bond, fra cui la più famosa è senz’altro Goldfinger.

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