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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

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Juan Gabriel Vasquez, "La forma delle rovine"

28 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

La forma delle rovine

Juan Gabriel Vasquez

 

La Feltrinelli, 2016

 

"Cosa accade... quando la disputa con il mondo è un riflesso o una trasfigurazione dello scontro sotterraneo ma costante che abbiamo con noi stessi? Allora si scrive un libro, come quello che sto scrivendo ora, e si nutre la cieca speranza che il libro abbia un significato anche per qualcun altro".

Questo romanzo, che non è nemmeno un romanzo, è più un approccio romanzato alla Storia della Colombia - Paese di cui si parla poco, si sa poco, escluso il nome di Pablo Escobar e una manciata di stereotipi che non si negano a nessuno - è forse riassunto al meglio da questa citazione. Il protagonista, che coincide con lo scrittore, immagina di venire a contatto con un "complottista", tale Carlo Carballo con cui rileggerà due fatti fondamentali della storia del suo Paese, che Vasquez ha davvero abbandonato per 16 anni per vivere a Barcellona, essendo tornato recentemente a vivere a Bogotà. L'antipatico e imbarazzante Carballo, che pare uscito dalla peggiore pagina Facebook di complottari, si rivela inaspettatamente un modo per osservare la "terza faccia della medaglia" di due omicidi politici illustri avvenuti nel centro di Bogotà: l'assassinio di Gaitàn nel '48, paragonato a quello di Kennedy a Dallas per le conseguenze e l’eco avuta nel Paese, e quello di Uribe nel '14. In entrambi i casi gli assassini sono stati presi, nel primo caso linciato dalla folla, nel secondo regolarmente imprigionati. Ma.

 Ma.

Da qualunque punto si osservino le vicende alcuni dettagli non tornano. Proiettili sparati di cui non si trova traccia nel corpo della vittima, ferite incompatibili con le armi del delitto. E se state pensando di esservi invischiati in un noiosissimo e terribile pseudo-saggio di medicina legale con tanto di fotografie dell'epoca (uno dei punti di forza del libro), scordatevelo, non è assolutamente così, le minuziose descrizioni dei fatti storici, l'accuratezza nel riportare documenti e dati, sono tutti funzionali ad un discorso molto più ampio e superiore sulla Letteratura. Vasquez infatti si rende conto del fatto che la Colombia, esattamente come l'Italia, e questo non può non rappresentare per un connazionale una spinta inarrestabile a proseguire senza sosta la lettura, ha una storia frastagliata, costellata di eventi ufficialmente risolti ma che nascondono inquietanti e numerose zone d'ombra, un Paese in cui si può quasi parlare di una "strategia della tensione" che ha consentito per un secolo di governare, pur con tutte le contraddizioni e le piaghe sociali che conosciamo. Ciò che rende questo libro davvero gustoso è che inizia come un giallo a ritroso, partendo da un fatto apparentemente banale, un uomo che viene arrestato per avere cercato di rubare una reliquia in un museo, il cui responsabile è proprio il Carballo che impareremo a conoscere nelle pagine successive, con il protagonista- scrittore che rievoca l'intera vicenda nell'arco degli anni insieme alle sue bellissime riflessioni sulla Verità, sia essa ufficiale o reale, sulla Letteratura, vista come mezzo per recuperare una Verità storica incompleta (e non siamo certo gli unici due Paesi a vantare omicidi insoluti o risolti in maniera approssimativa), ma non facendo semplicemente da "tappabuchi" intervenendo a colmare con la fantasia le mancanze di inquirenti corrotti o svogliati, bensì come strumento per "dare forma alle rovine" intese come un passato pesante, inquieto, problematico, irrisolto da tramandare alle generazioni successive. Non accontentarsi delle spiegazioni ufficiali, accertare coincidenze pur non dando loro il peso di una prova, cercare di ricostruire percorsi alternativi di indagine è forse tutto ciò che ci resta davanti al secolo più tumultuoso che la Storia dell'Umanità abbia mai visto e che ormai è alle nostre spalle con tutte le macerie storiche, politiche, economiche, criminologiche che spesso non trovano un'adeguata collocazione nei cassetti mentali della logica e della coerenza. Un discorso e un inno alla Letteratura originale e impegnato come mai mi era capitato di leggere e che fa di questo romanzo uno dei più bei libri letti quest'anno.

 

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Stefano Corbetta, "Le coccinelle non hanno paura"

26 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Le coccinelle non hanno paura

Stefano Corbetta

Morellini, 2017

 

Se dovessi definire la scrittura di questo libro direi semplicemente che è scritto con grazia. E lo dico nonostante il mio pregiudizio iniziale quando lessi il soggetto del libro che mi allontanò dalla sua lettura istintivamente appena ne sentii parlare. Ma, come mi ha giustamente risposto lo stesso Stefano Corbetta, l'argomento era quello e non si poteva fare diversamente. E ha ragione. Perché la vita stessa è così, ti impone un soggetto e tu non puoi cambiarlo solo perché a te non garba. Per cui capita che sposi un violento buono a nulla e poi conosci l'amore della tua vita un fine settimana in trasferta per perderlo per sempre, o pensi di avere una vita soddisfacente per poi scoprire che non ti è mai appartenuta e decidi di piantarla così di punto in bianco per andare a fare l'eremita. Oppure come a Teo, il protagonista, che proprio quando scopre di avere ancora tanto da fare, da dire, da dare al mondo scopre anche di avere poche settimane di vita: le restanti gliele ha vinte a testa o croce un tumore al cervello inattaccabile e incontrastabile. Così è la vita. E allora che fai? Te la togli tu prima per non darle soddisfazione? Ti rinchiudi in una campana di vetro, ti metti a piangere con tutti quelli che ti conoscono, speri nel miracolo? Sono tutte risposte possibili ma nessuna viene attuata da Teo. Una delle caratteristiche di questo romanzo che mi ha colpito favorevolmente è proprio la sua mancanza di risposte falsamente consolatorie. Teo continua a vivere come sa fare, come ha sempre fatto, non spera nel colpo di scena, la fine è nota, nonostante tutto lui continua a registrare le scene di vita che maggiormente lo colpiscono come se fossero scatti fotografici e archiviarli nel suo cervello come un hard disk che nessuno visionerà mai. Eppure in un contesto apparentemente così statico e inerte Teo vivrà la sua ultima avventura incrociando il destino di due persone e avendo come unico indizio una fotografia, la grande passione della sua vita. Alla fine la nostra vita si risolve in un'unica ricetta: portare a compimento delle cose prima di morire, nel bene e nel male, senza che da queste scaturisca chissà quale significato universale o un senso recondito. E qui occorre il coraggio delle coccinelle, come gli spiega un giovanissimo fotografo: non avere paura di nulla, nemmeno della vita che sta per finire e perseverare. Il finale non è né banale né scontato e tantomeno melenso e questo è un'ulteriore nota di merito allo scrittore. È a suo modo un finale aperto ma ... io vi suggerisco di buttare un occhio al parabrezza di Luca. Così come suggerisco caldamente di leggere questo sorprendente esordio.

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Helen Humphreys, "Cani selvaggi"

24 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Cani Selvaggi

Helen Humpreys

2007

Siamo dalle parti del Nord America rurale, quella provincia profonda e abbandonata a se stessa, vittima principale di questa crisi globale, di cui poco si parla. La prima metà del libro, quella che mi ha convinto meno, è lasciata al racconto di Alice sotto forma di un lungo monologo a “Tu”, il cui nome, Rachel, viene svelato nella seconda metà del romanzo, la biologa con cui ha intrecciato una relazione sentimentale ed erotica molto sensuale e appassionata. Alice e Rachel, insieme a Jamie, Lily, Walter e Malcolm, si incontrano a margine del bosco ogni sera per cercare di rintracciare i loro cani, più il lupo di Rachel, che sono misteriosamente fuggiti e vivono come animali selvatici. E’ accaduto così, di punto in bianco, e l’inizio della storia in medias res non ci fornisce una valida spiegazione. Da un punto di vista prettamente razionale l’intreccio così come è non regge: la fuga dei cani rappresenta qualcosa di metaforico e la scrittrice ce lo rivela nella prima pagina: “L’amore è come quei cani selvaggi. Se ti salta addosso, non molla la presa. E quello che non puoi mai sapere all’inizio è con quale intensità e quanto a lungo amerai; in quali modi un amore finito ti darà la caccia, un salto dopo l’altro come fuoco misterioso che ti scorre nelle vene. I cani selvaggi esistono davvero. Sono lì fuori, oltre la sicurezza delle strade e delle case, oltre le luci della città. E uno di questi è il mio.” Questo è stato il primo motivo di perplessità: a mio parere uno scrittore dovrebbe lasciare al lettore il piacere di immaginare e scegliere sottotesti e simbolismi secondo la propria sensibilità, e non il contrario. La metafora cani/amore peraltro non mi è sembrata aderire perfettamente a quanto poi accade nella storia, personalmente l’ho associata più alla vita non vissuta, ai desideri abbandonati e alle aspirazioni non seguite, considerato che i sei narratori che si avvicendano sono tutte persone con una vita al limite del disagio economico, sociale e psichico. La prima parte in cui ad Alice spetta il compito di raccontarci la storia per intero dal suo punto di vista è stata per me gravata da questo intollerabile amore ossessivo e intrusivo per Rachel, sottolineato da una serie di immagini erotiche patinate di corpi che si uniscono, gemiti, sussurri, palmi di mani sudati che si appoggiano su incavi interscapolari, adornate e adombrate dai di lei dubbi sulla vera natura di questo rapporto: “Tu”, futura Rachel, sembra avere un atteggiamento ambiguo, a tratti manipolatore e bugiardo, come se nascondesse qualcosa. Nella seconda parte la medesima storia viene lasciata al punto di vista degli altri cinque partecipanti alle ronde notturne e qui si disvela la penna della Humphreys che, con poche pagine a disposizione per ogni personaggio, riesce a fare emergere intere vite allo sbando, esistenze apparentemente adeguate ma che nascondono, come le cicatrici sotto una maglia, storie di malattia psichiatrica mal curata, sofferenza fisica, violenza e incomprensioni familiari, vecchiaia nella solitudine dei propri affetti più cari. La storia a mio parere è più distesa, il lirismo della scrittura della Humphreys, anche poetessa, si amalgama meglio col registro narrativo del romanzo e ci conduce al finale che non chiude le porte alla speranza ricordandoci che “Il cuore è una creatura selvaggia e in fuga. Il cuore è un cane che torna a casa.”. A noi la scelta.

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"Fondamenta degli incurabili" di Josif Brodskij

22 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Nel 1989, su invito del Consorzio Venezia Nuova, Josif Brodskij, Premio Nobel per la Letteratura 1987, scrisse Fondamenta degli incurabili, libro difficilmente catalogabile, a mio personale avviso una lunga dichiarazione d’amore a Venezia sicuramente, ma anche una serie di riflessioni sulla vita, il desiderio, l’amore, nonché un’occasione per raccontare delle drammatiche esperienze dell’autore come cittadino russo esiliato dopo la condanna per “parassitismo” (credo dovuta al fatto di essere un artista e come tale inutile alla società e non produttivo).  Il libro rigurgita di immagini poetiche che si incidono nella memoria e si fondono indissolubilmente con la Venezia che abbiamo visto o che, dopo il libro desidereremo ardentemente visitare almeno una volta. Venezia, città visitata ogni inverno per 17 anni dal poeta, che da città d’arte diventa luogo metafisico, si trasforma sotto i nostri occhi, di volta in volta in un servizio di porcellana “con tutte le sue cupole di zinco che somigliano a teiere, o tazzine capovolte”, in uno spartito musicale poggiato sui ponti e dispiegato sui canali, testimonianza eterna della più intima essenza umana che si manifesta secondo Brodskij proprio con i nostri manufatti. Domina il senso della vista, quale strumento principale per percepire la bellezza che Venezia ci regala in ogni angolo, con  frasi indimenticabili come “In questa città l’occhio acquista un’autonomia simile a quella di una lacrima. (….) il corpo comincia a considerarsi semplicemente un veicolo dell’occhio, quasi un sottomarino rispetto al suo periscopio che ora si dilata e si contrae” o brani che ci riportano nelle malinconiche situazioni in cui presenziano gli specchi, opachi per l’anonimato dei troppi corpi riflessi negli alberghi della città, stanchi delle promiscuità dei visitatori tanto da rifiutarsi di restituire loro un’identità,  “riluttanti per avarizia o impotenza”. E in questo bellissimo poema trova lo spazio per una punta di sarcasmo su quanto Venezia sia inusitatamente cara, la narrazione diventa prosa vera e propria nella descrizione di un pomeriggio imbarazzante con Susan Sontag e la moglie di Ezra Pound, la quale come un disco rotto si affanna a convincere gli intellettuali che incontra dell’estraneità del marito alle accuse di fascismo. Subito dopo torna all’elogio della città al tramonto, perché tutte le città al tramonto sono meravigliose ma alcune lo sono più di altre, della sua luce invernale che rende l’occhio ancora più sensibile alla percezione e noi ci lasciamo cullare dalla dolcezza crepuscolare di una città unica al mondo, certamente malinconica e decadente ma anche musa ispiratrice di opere mirabili ed eterno scrigno di bellezza.

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"Il mulino sulla Floss" di George Eliot

20 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Quando studiammo letteratura inglese dell'800 al liceo chissà perché glissammo su questa autrice e i suoi romanzi. Si, perché George Eliot era solo lo pseudonimo che Mary Ann Evans usava per farsi pubblicare (come le sorelle Brönte, George Sand ecc.) essendo lei una donna dell’epoca vittoriana. Diciamo che questo romanzo potremmo anche liquidarlo scopiazzando da Wikipedia e dicendo che è uno scritto che rappresenta molto bene l'immobilità della società inglese dell'epoca (è stato scritto nel 1860), a suo modo critica ferocemente l'ipocrisia che imperava in quella medesima società, e rispecchia certamente la tumultuosa vita sentimentale della scrittrice, che per una ventina di anni convisse con un uomo sposato come amante ufficiale con una discreta accettazione da parte di chi sapeva (tutti), ma paradossalmente fu linciata viva quando alla di lui morte, ormai donna matura, si sposò con un uomo di 20 anni più giovane (i toy boy già c'erano, non si è inventato nulla come al solito) e celibe, a proposito di ipocrisia. Ma per me c'è qualcosa di più. Tanto per iniziare mi ha colpito che alcune fonti lo inseriscano tra i romanzi di formazione, etichetta che stride col fatto che Maggie, la protagonista, non impara un bel nulla da tutte le sue disavventure e persevera in quel suo assurdo e aberrante bisogno di amare senza riserve ed essere amata, con la differenza che, mentre la prima cosa le riesce fin troppo bene con tutte le nefaste conseguenze che le procura, la seconda resta, ahimè, una chimera: Maggie non verrà mai realmente riamata se non dal padre ma al modo di un padre vittoriano, ovvero con obblighi, costrizioni e rinunce. La brama di Maggie di avere conferme su se stessa soverchierà anche la sua fantasia sfrenata, il suo volere andare contro le convenzioni e il suo amore per i libri sorretto da un'intelligenza vivace: è una ragazza in epoca vittoriana, il suo destino è già scritto e non contiene il verbo "studiare", nonostante suo fratello Tom, amato alla follia, sia un somaro a cui il diritto allo studio sia garantito. La nostra fanciulla così "selvaggia" sarà vittima prima di un amore tenero e sincero a cui dovrà rinunciare per motivi di famiglia e poi sarà vittima di un uomo disonesto, già impegnato con la cugina, che la trascinerà in un vortice scandaloso grazie ad una innocua gita che si tramuta ben presto in motivo di disonore per la ragazza, poi allontanata definitivamente dalla famiglia. Ciò che di questo romanzo mi ha lasciato un retrogusto amaro è stata una riflessione proprio su Maggie, personaggio perfettamente calato nella sua realtà vittoriana, fatta di abnegazione alla famiglia, a certi doveri di facciata, a delle regole che, pur non appartenendole, deve rispettare non avendo altra scelta. Ma esistono ancora delle Maggie al giorno d'oggi? Esistono ancora donne che sacrificano le loro passioni in nome di codici di una società non troppo evoluta, che pensano che l'unico scopo di vivere sia essere amate o comunque provarci elargendo quantità di amore ininterrotto anche su chi non lo merita nella speranza di essere considerate "brave ragazze" o comunque "integrate", "a posto"? L'angoscia che mi è venuta da questa lettura scaturisce dalla risposta secondo cui sì, ne esistono ancora, e non è un numero esiguo. A conferma che un classico è un libro che non hai mai finito da dire ciò che ha da dire.

 

 

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Spiderman - homecoming

25 Luglio 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #cinema

 

 

 

 

 

Sono una fan dei fumetti Marvel e l'Uomo Ragno l'ho conosciuto proprio con gli albi degli anni '60, il cui spirito ho poi piacevolmente ritrovato nei film di Sam Raimi. Ma squadra che invecchia, pur vincente, si cambia, e Spiderman non fa eccezione all'operazione di "ringiovanimento" dei granitici miti di noi 40-50enni che sono a quanto pare gli unici veri eroi che resistono alla corrosione dei decenni che passano (Alien, Star Wars, Star Trek, Predator e Terminator addirittura!), visto che quelli dei millennials evaporano con grande facilità. Ma bisogna farli digerire ad una popolazione di adolescenti e ventenni che, secondo Hollywood, non sono forse in grado di apprezzare troppa tensione morale, troppi conflitti psicologici che erano la cifra stilistica dei personaggi inventati da Stan Lee: "da grandi poteri derivano grandi responsabilità" è un messaggio che in questo film passa in maniera molto sfumata e da un personaggio da cui non ci si aspetterebbe, il Tony Stark che con il padre ha avuto un rapporto conflittuale e cerca di fare meglio come "padre spirituale" del giovane Peter Parker. L'adolescente Tom Holland, che aveva dato buona prova di sè in "The impossible" salvando la madre da uno tsunam,i torna con il faccino smarrito da quindicenne preso solo dai problemi dei suoi coetanei: prima cotta, primo ballo, lezioni. Nessun senso di colpa per avere cagionato indirettamente la morte dello zio, nessuna responsabilità verso la zia, del resto zia May ha perso le sembianze da Nonna Papera antropomorfa con crocchia argentea sul capo per essere sostituita da una Marisa Tomei inguainata in pantaloni attillatissimi e canotte che la rendono una vedova molto allegra e certamente più capace di badare a se stessa di Peter. La prima metà del film passa così con una superficialità imbarazzante tra dialoghi cacofonici infarciti da "fico" e "zio" che in un contesto scolastico statunitense mi fa rabbrividire, tanto che viene da chiedersi se non siamo finiti in un mondo parallelo con un altro Peter Parker che NON si umilia per quel giornalaccio da quattro soldi pur di sostentare la zia, che non si rende conto di quanto la vita sia complicata ancora di più dai suoi poteri, che addirittura gode di poteri ipertecnologici forniti dalla Stark&co anche se questo, pur trovandolo subito irritante, trova una sua ragion d'essere in seguito. Il boato di sdegno giunge a metà della pellicola quando Peter con la sua stupidità mette a repentaglio la vita di un intero traghetto carico di passeggeri per sventare un passaggio di armi da fuoco, cosa che lo Spiderman di Lee mai avrebbe fatto, tanto che mi ha lasciato l'amaro in bocca vedere lo zio Stan partecipare ad un simpatico cameo a mo' di timbro apposto a certificazione della qualità del "nostro amichevole spiderman di quartiere". Poi nella seconda metà tutto cambia. La mia teoria è che la prima parte è lo zucchero con cui si è dovuta farcire la pillola di un personaggio molto più complesso e combattuto per farla andare giù agli spettatori più giovani. Dal flop del traghetto il film prende un'impennata che per mezz'ora vale da sola la visione. Finalmente tutta la tensione morale che conoscevamo in Peter emerge insieme a quella del cattivo di grande caratura interpretato da un Michael Keaton che si mangia tutto il resto del cast a colazione (escluso Downey Jr ma lui recita sopra le righe e non fa testo). Il conflitto riflette la situazione già vista in passato con altri personaggi e il colpo di scena arriva inaspettatamente dopo un anticlimax gestito bene e si intravede solo due secondi prima che accada, il tempo che passa tra il suono di un campanello e l'apertura di un uscio. Finalmente ritroviamo Spiderman con tutti i suoi dubbi e le sue domande a cui non è possibile dare una riposta netta e un cattivo che è solo confuso e arrabbiato ma che conosce il codice d'onore. A tale proposito vi avverto: non alzatevi dopo la sequenza a cartone animato. L'ultimo inaspettato colpo di scena arriva lì ed è un piccolo colpo al cuore che fa venire la pelle d'oca. In sintesi: prodotto confezionato per piacere soprattutto ai più giovani che solo nella seconda parte ricalca il vero spirito del fumetto.

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Claudia Schreiber, "La felicità di Emma"

23 Luglio 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

La felicità di Emma

Claudia Schreiber

Edizioni Keller, 2010 

 

Un libro irritante, tanto più che inizia illudendo il lettore di trovarsi di fronte ad un racconto con personaggi fuori dagli schemi e un intreccio originale. I protagonisti vengono descritti nei primi capitoli e sono davvero ben riusciti: Emma, trentenne lercia, trasandata e disordinata un po' come i maiali che ama a modo suo, coccolandoli fino a poco prima di accopparli e trasformarli in prosciutti e salamelle; Max, ossessivo - compulsivo rupofobico, verosimilmente vergine non in senso zodiacale alla tenera età di 40 anni, che aspetta il momento giusto di vivere la sua vita e scopre che ha solo sei mesi per farlo grazie ad un tumoraccio dei peggiori; Hans, "migliore amico" di Max, che è in realtà un truffaldino da due soldi, un faccendiere di quarta categoria che nulla sa fare se non piccole truffe assicurative, tanto  alla parte dei conti ci pensa Max, e rifilare auto usate a cinquantenni incrostate di fondotinta e arroganza piccolo borghese. Un trio perfetto, un inizio spumeggiante con l'incontro dei tre che con questi presupposti può dare solo una cascata di trovate esilaranti, innovative, magari politicamente scorrette, perché no? Ripeto: PERCHÉ NO? Perché invece dopo la prima metà la scrittrice opta per immettere la storia nei binari del normale, del falsamente consolatorio e bugiardo, ipocrita e prevedibile, distruggendo l'originalità iniziale e scrivendo svogliatamente un romanzetto rosa dei più beceri, in cui TUTTI si ravvedono e si raggruppano al centro della gaussiana dove si posizionano le persone cosiddette "normali"? Dove Emma da sudiciona diventa Mary Poppins, Hans un filantropo e Max strumento per la "felicità di Emma". E quale sarebbe cotanta agognata felicità? Il sogno piccolo borghese della nostra società micragnosa e consumistica, soldi e famiglia, ci mancava la casetta col giardino e il cagnetto yorkshire, ma immagino che un paradiso tropicale con gli albatros possa fare da succedaneo in assenza delle ultime due. Pollice verso.

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THE WAR – IL PIANETA DELLE SCIMMIE

21 Luglio 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #cinema, #fantascienza

 

 

 

Regia di Matt Reeves

Premetto che sono alquanto allergica alle trilogie soprattutto se me le diluiscono in 6 anni perché tendo a dimenticare gli episodi precedenti. A costo di attirarmi pomodori marci e altre amenità, inoltre, ritengo il film del '68 con Charlton Heston tutto fuorché un capolavoro, più nel dettaglio la trovo una bellissima idea distopica messa giù in maniera imbarazzante (un esempio su tutti: prendi una navicella, atterri su un altro pianeta e trovi scimmie che parlano inglese perfettamente come te e non ti viene un dubbio? No, dico, passi il confine col Messico e non capisci nulla più quando la gente apre bocca ma su un altro pianeta parlano la lingua di Shakespeare, cioè, un astronauta qualche domandina dovrebbe porsela, ma vabbè, diciamo che occorre sospensione dell'incredulità). Veniamo però al terzo e ultimo capitolo della saga che ho visto recentemente. Non ci metterei la mano sul fuoco per i vaghi ricordi che ho degli altri due ma direi che qui l'approfondimento psicologico ha avuto la meglio sull'intreccio. La guerra più che tra due popoli è tra due capi: Cesare e il Colonnello. I due però superano la visione manichea di buono e cattivo offrendo personaggi spigolosi, pieni di contraddizioni, difetti, personaggi confusi, che cedono troppo all'emotività (Cesare) o alla razionalità (Colonnello). Ognuno di loro ha la sua personale idea di come salvare il proprio popolo e vincere la guerra e, ovviamente, entrambe si riveleranno assai difettose. Ho apprezzato l'introduzione nella sceneggiatura di uno snodo che finalmente risolve una domanda lasciata in sospeso dal primo film con Heston (che cronologicamente segue) ovvero: perché i primati parlano ma gli umani no?!?!! Grazie a questa idea si spiega l'anomalia del film del '68. Apprezzabile anche l'idea di introdurre Nova, una bambina che fa da ponte tra le due specie ma che purtroppo resta lettera morta non essendo questa figura presente nel fim originale. Mi lascia perplessa l'omaggio evidentissimo all'altro Colonnello di coppoliana memoria, Kurtz, tanto che, se mai avessimo dubbi sulla citazione, ci viene suggerito con il gioco di parole "ape - pocalypse now" scritto in un tunnel. Sarà pure che nei decenni ormai è diventato un archetipo ma mi sembra che venga citato un po’ troppo negli ultimi tempi e non sempre a proposito.

Sottotracce: evidente quella ecologica, palesemente enunciata da Harrelson, della Natura che si rivolta all'uomo che cerca di dominarla. Meno evidente quella politica (sempre che non me la sia sognata) del "non vi combattiamo per odio ma perché siete più numerosi e intelligenti e se vi lasciamo ci sopraffate". In ogni caso la fine è nota per cui se davvero quest’ultima è presente è il regista non la vede bene per gli americani e l'Occidente in genere.

In complesso fantascienza buona con spunti etici ma sono altri quelli che mi fanno impazzire.

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