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Hector German Oesterheld e Francisco Solano, "L'eternauta" e "L'eternauta il ritorno"

7 Ottobre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #vignette e illustrazioni

 

 

 

 

L'eternauta e L'eternauta il ritorno

Hector German Oesterhel e Francisco Solano Lopez

Edizione originale 1957-59

 

Settima rilettura per il primo da 12 anni a questa parte e prima del sequel. L'Eternauta è un capolavoro e non del fumetto, ma della Letteratura mondiale. Attraverso una storia che solo superficialmente può essere incasellata nella fantascienza, narra un futuro distopico per il 1957 (anno dell'inizio della pubblicazione a puntate) ma che sarebbe divenuto realtà il 24 marzo 1976 con l'inizio della sanguinosa dittatura Argentina e che l'anno successivo vide il nome di Oesterheld tra quelli dei desaparecidos e quelli di quasi tutta la sua famiglia, figlie e nipoti compresi, nel lungo elenco dei morti assassinati dal regime o dei minori sottratti alle famiglie e affidati altrove. L'Eternauta compare una sera di agosto sulla sedia dello studio di Oesterheld, ritratto ma mai chiamato col suo nome, e narra gli eventi che, nel 1963, anno ancora a venire, ha già vissuto. Un'invasione aliena, cominciata con una neve letale al solo tocco che ha devastato Buenos Aires, costringe lui e i suoi amici da una vita ad unirsi alle milizie per combattere gli spietati invasori, i "loro". In realtà "loro" vengono sempre e solo nominati ma mai graficamente rappresentati: chi distrugge, uccide e organizza la guerriglia sono i "mano" (kor nell'altra traduzione) che comandano a distanza i giganteschi gurbos e i famelici cascarudos. I mano, popolo amante della bellezza, sono stati sottomessi dai Loro che ne hanno distrutto il pianeta e si definiscono gli schiavi peggiori perché dominati dalla paura, la quale può ucciderli nel momento in cui tentano di ribellarsi ai loro dominatori. I protagonisti incontrano nemici e avventure di ogni tipo, la grandezza della storia risiede proprio nell'incrollabile speranza che resta sempre accesa nei loro cuori nonostante ogni azione degli umani si riveli un fallimento, speranza che consente loro di perseverare e combattere per la salvezza umana. Metafora di una situazione politica tesa che portava già ai tempi della scrittura del fumetto i semi velenosi che sarebbero germogliati 15 anni più tardi, eppure dopo 60 anni l'Eternauta ancora stupisce per come ha "predetto" non solo il golpe, non solo il raccapricciante metodo di rastrellamento delle persone negli stadi, ma anche per come ha colto una certa involuzione dell'umanità che oggi vediamo chiaramente, fatta di manipolazione da parte dei mass-media, scarsa cooperazione tra esseri umani (concetto poi ripreso mirabilmente da Watchmen) per il mantenimento di un buon livello di vita per tutti e della conservazione del pianeta, diffidenza tra gli oppressi, entità che tendono a controllarci e annientarci nell'oscurità tramite loro emanazioni. Grande delusione invece per il secondo capitolo che perde quasi tutto il fascino della storia originale, trasformata a mio parere in un vero fumettone di avventura con non poche incongruenze, salti logici e una durezza e amoralita del protagonista che francamente stride con il capitolo precedente.

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Don Robertson, "L'uomo autentico"

1 Ottobre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

L'uomo autentico

Don Robertson

Nutrimenti, 2016

 

 

Più che dalle parti della periferia americana qui siamo ai confini dell'umanitá come coordinate. Tutti abbiamo presenti quelle dolci vecchine con la crocchia grigio-violetta e le rosee gote che trascorrono interi pomeriggi a sfornare crostate ai mirtilli e gli anziani che a tutto possono rinunciare fuorché alla salutare corsetta mattutina per tenersi in forma. In questo libro però non ci sono. I protagonisti sono tutti vecchi ma discretamente decrepiti, pieni di acciacchi i cui sintomi vengono descritti in tutta la loro miseria. Inoltre fanno un sacco di sesso, cosa che destabilizza non poco la visione edulcorata e patinata della terza età di cui noi ingenui occidentali ci facciamo spesso latori, visione secondo cui anziani e bimbi sono come gli angeli. In questo romanzo i vecchi non fanno manco sesso bensì scopano, chiavano, fottono, magari con cinquantenni discinte che si fanno fare sveltine in un vano lavanderia, o si fanno masturbare da ottuagenarie amanti dei film porno. È già abbastanza nauseante, sì? Allora non proseguite. Perché il fulcro della storia è Hermann, settantenne con la prostata a pezzi, che attende che sua moglie Edna,  ridotta ad un cranio a palla di biliardo con le vene in evidenza, si faccia portare via dal cancro o dalla chemio, purché la sua agonia cessi. Prima che ciò accada la donna gli svela un segreto: Billy, l'unico figlio che hanno avuto, morto adolescente dopo anni di stenti causati dalla meningite spinale, non era suo figlio biologico. Mentre lui tradiva la moglie, nel rispetto dello stereotipo del camionista, con chiunque, lei lo ha fatto solo con un altro uomo, partorendo poi il frutto dell'atto immorale. Quando la moglie spira, Hermann si rende conto che della sua vita prossima alla fine gli resta solo un pugno di giorni di cui non sa nemmeno bene cosa fare. Tutto ciò che ricorda, per cui ha vissuto, pianto o gioito erano menzogne o illusioni. Ripercorrendo la propria vita con i ricordi si rende conto della sua totale insensatezza. Ma ha un'illuminazione: non è la vita ad essere priva di senso, siamo noi che non abbiamo il libro delle istruzioni. Decide quindi di scriverlo lui, usando il piombo al posto dell'inchiostro e la pelle umana al posto della carta. Si spalancano quindi le ultime inattese 30 pagine che fanno capire al lettore perché questo scrittore sia tanto amato da King che lo ritiene il migliore in assoluto. Prosa scarna, linguaggio infarcito di volgarità e similitudini scatologiche rendono questo romanzo non adatto a tutti, soprattutto per l'inevitabile senso di vuoto e inutilità che si percepiscono lungo l'intera narrazione. Si può non condividere il punto di vista ma occorre arrendersi alla verosimiglianza della storia.

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Hakan Gunday, "A con zeta"

5 Settembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

A con zeta

Hakan Gunday

Markos y Markos, 2015

 

Quando questo libro uscì due anni fa ricordo ancora alcuni commenti entusiasti: “libro doloroso”, “libro commovente”, “quanto male fa ma va letto”ecc. Ora l’ho letto. In effetti le prime 30 pagine del libro danno ragione ai commenti di cui sopra: in apparenza si denuncia la situazione delle donne in certe regioni della Turchia dove la religione ha un peso elevatissimo sulla società, per cui fin da bambine anche solo il fatto che non restino analfabete può costituire un ostacolo al matrimonio, spesso con uomini con il triplo dei loro anni. Le stesse donne colte, quali le insegnanti, non godono di buona salute mentale. Nel momento in cui Derda, la protagonista femminile, va in sposa ad un criminale turco emigrato a Londra che la tiene segregata in casa e ne abusa sessualmente e fisicamente, la storia vira inaspettatamente verso un genere che potrei definire grottesco, in cui è richiesta al lettore una sospensione dell’incredulità eccessiva per giustificare come la giovane si salvi dal suo aguzzino: peccato che appaia troppo forzato che una sedicenne che non parla una parola di inglese, nella Londra con milioni di abitanti, finisca per incontrare 3-4 persone, guarda caso tutte correlate tra di loro, pur in momenti e posti diversi, con delle coincidenze davvero irritanti. Derda andrà incontro a peripezie degne di un’eroina ottocentesca che si risolveranno nel lieto fine. Ma qui inizia la seconda parte del libro in cui si parla di Derda maschio, orfano turco che si arrabatta a guadagnare pochi spiccioli pulendo tombe al cimitero di Istanbul. Questa storia invece inizia sotto il segno dell’humor nero, la satira e l’ironia verso certa società turca, i suoi problemi politici sono qui più evidenti e resi meglio rispetto alla storia della Derda femmina: il giovane infatti cresce da analfabeta finché non incontra in una stamperia clandestina il libro di Oguz Atay, un romanziere turco poco noto all’estero ma poco ricordato anche in Patria, e in nome di costui, travisando la storia dello scrittore, inizia ad attuare scorribande e omicidi finendo giovanissimo in prigione. Che la fine preveda l’incontro dei due Derda nemmeno lo dico perché pare scontato, le modalità sono abbastanza sgangherate e al limite del ridicolo, come mi pare lo sia stato tutto l’intreccio del libro. A parte l’utilizzo di una lingua semplice, la povertà di descrizioni con un interesse prevalente per le azioni e il loro susseguirsi in maniera meccanicistica, con dialoghi essenziali e di contenuto elementare, forse dovuta al fatto che i due protagonisti sono scarsamente scolarizzati, non solo non mi ha coinvolto ma l’ho trovato stancante alla lunga come stile. Il continuo deviare bruscamente da un genere all’altro non mi ha permesso di capire cosa volesse dire lo scrittore: denuncia sociale? Satira sociale? Dichiarazione d’amore per le letteratura con suo inevitabile ruolo salvifico? Semplice romanzo di intrattenimento che ogni tanto strizza l’occhio come per dire “Ehi, non è solo questo?”. Insomma nel complesso un libro che non ho apprezzato. Votato Miglior Romanzo Turco del 2011.

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Paolo Zardi, "XXI secolo"

3 Settembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

XXI secolo

Paolo Zardi

Neo, 2015

 

Ingegnere con la passione per la scrittura, che ha espresso in diversi romanzi e racconti precedenti a questo, candidato Strega per il 2015, Zardi ci propone un romanzo distopico ambientato in un anno imprecisato della prima metà del XXI secolo. L’Italia, ma più in generale l’Europa, attraversano una fase di declino sociale, economico e politico, non descritta nei dettagli ma che si evince facilmente da frammenti di notiziari in cui a dominare la scena internazionale sono Paesi asiatici e sudamericani, da un mondo del lavoro sempre più spietato e precario, dalle descrizioni del paesaggio grigio, fatto di casermoni popolari periferici, case e quartieri degradati, centri commerciali come oasi nel deserto, il lavoro del protagonista che piazza depuratori per l’acqua a famiglie, che devono accendere onerosi mutui per permetterseli, con la pervicacia e ostinazione di un adepto che cerca di fare proseliti per una nuova religione. L’incipit ci getta subito nel mezzo della storia: la moglie, presumibilmente una quarantenne come il personaggio principale, va in coma (in parallelo col mondo in declino quindi in una allegoria abbastanza semplice da individuare) a seguito di un imprevedibile e raro evento cerebrovascolare, lasciandolo solo con i due figli ancora non adolescenti e un dubbio scaturito da un mazzo di chiavi abbandonato a lui sconosciuto, che dopo poche ricerche si materializza in una prova schiacciante data dalla foto del viso della moglie troppo vicino ad un’appendice maschile che non è la sua. Insomma, l’amatissima moglie per cui lui passa intere giornate a macinare kilometri piazzando inutili aggeggi in casa di gente che non può permetterseli con la fantasia di un saltimbanco, va a fare fellatio ad uno sconosciuto di cui lui non sa nulla mentre lui porta il pane a casa. Brutto colpo, eh? A differenza però del protagonista di Caos Calmo, il protagonista di Zardi decide di andare al fondo della questione e interroga le amiche o pseudo-tali della moglie, e in questo percorso investigativo si rende conto che della moglie conosceva molto poco, ignorava i nomi delle amiche, tanto da confondere due omonime, ignorava che avesse un avvocato, e la professionista una volta rivelatasi nemmeno gli dice per quale motivo avesse l’incarico. Per cercare di capire giunge persino a fare un viaggio in Austria a casa della moglie e dove tuttora vive la suocera ormai demente, alla ricerca di un indizio, una parola, una password. Invece troverà solo una domanda: “Era da quando aveva dieci anni che sentiva la storia degli eschimesi e delle loro venti parole per indicare i diversi tipi di neve, ma nessuno pareva stupirsi del fatto che per l’amore, in fondo ne esistesse solo una. Quale era la parola esatta che definiva l’amore di Eleonore con le sue svariate declinazioni? Venti parole sarebbero bastate a definirlo nella sua interezza? La voglia che ogni tanto le prendeva di succhiargli il cazzo fino al midollo (all’amante, inteso), sotto quale sfumatura dell’amore rientrava?”. Quesito tagliente a cui si ha paura di dare una risposta. Lui ne tenterà una con un finale che però non mi ha convinto, forse perché l’ho trovato stridente con la storia, che lascia in sospeso parecchio, col protagonista, che si avverte molto più cinico di quanto poi non si riveli, con una soluzione che forse io stessa non approvo (magari in questo periodo, tra 5 anni penserò il contrario) perché avrei forse agito diversamente, forse sarei cambiata come persona se avessi vissuto un trauma simile. Del resto, come ha detto qualcuno più in gamba di me, un libro è buono quando lascia delle domande a cui devi ancora cercare di rispondere dopo che lo hai terminato, quindi lo consiglio.

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Simona Lo Iacono, "Le streghe di Lenzavacche"

1 Settembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Le streghe di lenzavacche

Simona Lo Iacono

Edizioni E/O, 2016

 

 

Il magistrato Lo Iacono, scrittrice attiva sia in campo culturale che sociale, confeziona con questo suo romanzo, candidato al Premio Strega 2016, un vero e proprio inno alle donne che osano ribellarsi alla società che le vuole rigidamente segregate in una categoria da sempre troppo angusta. Scritto sotto forma di fiaba apparentemente nera, con una donna discendente da una famiglia di streghe, intese non come esseri dotati di poteri soprannaturali, bensì come donne libere, colte e soprattutto coese tra di loro a costo delle loro stesse vite, con un bambino nato affetto da una patologia che lo rende tetraplegico e muto, vista come chiaro segno della maledizione che sul piccolo incombe, essendo figlio di un rapporto clandestino nonchè nipote di nonna Tilde, nota “strega” che conosce le segrete arti della guarigione con le erbe. Come in una vera fiaba troviamo molti elementi tipici di quelle tradizionali: il protagonista e cavaliere è incredibilmente proprio il piccolo Felice, che già col nome di battesimo dato dalla madre Rosalba dal primo fiato di vita si oppone ad un destino atroce fatto di scherno, superstizione e disprezzo da parte dei compaesani. Ad aiutarlo nel suo percorso di ricerca il farmacista del paese, donnaiolo e vulcanico, con un cuore grande solo quanto la sua epa, la nonna che consulta indefessamente un misterioso libro (lo strumento magico fiabesco) e ovviamente la madre, donna coraggiosa e sensuale che ha per il figlio un solo desiderio: che possa essere felice non solo di nome. La strada di Felice e dei suoi bislacchi scudieri interseca quella del maestro Alfredo, le cui lettere occupano ogni metà dei capitoli della prima parte del libro, giovane insegnante non prono alla retorica del Fascio e che vorrebbe formare poeti e non soldati nel piccolo paese di Lenzavacche. La seconda parte del libro disvela invece il contenuto del libro di Tilde, scritto in italiano volgare del XVII secolo e in cui si narra la natura delle streghe di Lenzavacche. L’ultima, brevissima parte, si limita a esporre  le conclusioni di tutta la storia e offrire al lettore la soddisfazione di sapere cosa è successo ai tanto amati protagonisti: “Al che ho capito che ogni volta che una donna sarà madre a dispetto del mondo, e racconterà storie vincendo la morte, le streghe torneranno cara zia, ancora e ancora, con tenacia e compassione”. Una nota vorrei dedicarla alla scrittura evocativa e per immagini che utilizza parole desuete come “scoscendere” o onomatopeiche come “gloglottare” e che fa con piacere aprire il dizionario non tanto frequentemente ma nella misura giusta per apprezzare un uso sapiente della lingua italiana.

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Claudio Volpe, "La traiettoria dell'amore"

30 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

La traiettoria dell'amore

Claudio Volpe

 

Laurana, 2017

 

La prima cosa che mi ha colpito di questo libro è la capacità linguistica dello scrittore, giovane eppure già al suo terzo libro. Notevole, variegata, mai barocca o leziosa. La seconda è stato il mix di cultura classica (Antigone) e pop (le frasi di chiusura e apertura del serial "Grey's anatomy") che si alternano in una interessante contaminazione, oggi si dice così, e che in principio provocano un effetto originale ma che a lungo andare a mio parere cedono troppo al lato pop abbassando il livello stilistico con contenuti che avrebbero richiesto più profondità. La narrazione è in prima persona, a farla è la protagonista Andrea, donna che si definisce lesbica pur essendo bisessuale e che a mio parere è un altro lato debole del libro in quanto personaggio troppo ingombrante. Andrea si parla addosso, spesso conducendo il racconto ad avvitarsi su se stesso con le sue elucubrazioni sull'amore e la sua potenza salvifica che, però, a lungo andare perdono di nerbo e vigore, diventando quasi uno sfoggio forse un po' compiaciuto di capacità linguistica, nel comporre un numero a tratti eccessivo di metafore e similitudini che spezzano il filo dell'intreccio, già di per sé poco omogeneo, con una fuga che abortisce dopo l'introduzione dei due personaggi di paese che avrei conosciuto meglio. Giuseppe e Sara da comprimari diventano due sagome sullo sfondo, schiacciati dalla personalità quasi dispotica con cui Andrea domina la scena, decide, narra, sviscera. In più non ho colto bene l'esigenza narrativa delle numerose scene erotiche, mai volgari, in cui viene ostentata una sessualità ricca e legata al sentimento ma appunto anche questa alla fine prepotente nell'occupare spazio che avrei concesso ad altro. Insomma ho trovato questo romanzo squilibrato nelle sue componenti.

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Juan Gabriel Vasquez, "La forma delle rovine"

28 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

La forma delle rovine

Juan Gabriel Vasquez

 

La Feltrinelli, 2016

 

"Cosa accade... quando la disputa con il mondo è un riflesso o una trasfigurazione dello scontro sotterraneo ma costante che abbiamo con noi stessi? Allora si scrive un libro, come quello che sto scrivendo ora, e si nutre la cieca speranza che il libro abbia un significato anche per qualcun altro".

Questo romanzo, che non è nemmeno un romanzo, è più un approccio romanzato alla Storia della Colombia - Paese di cui si parla poco, si sa poco, escluso il nome di Pablo Escobar e una manciata di stereotipi che non si negano a nessuno - è forse riassunto al meglio da questa citazione. Il protagonista, che coincide con lo scrittore, immagina di venire a contatto con un "complottista", tale Carlo Carballo con cui rileggerà due fatti fondamentali della storia del suo Paese, che Vasquez ha davvero abbandonato per 16 anni per vivere a Barcellona, essendo tornato recentemente a vivere a Bogotà. L'antipatico e imbarazzante Carballo, che pare uscito dalla peggiore pagina Facebook di complottari, si rivela inaspettatamente un modo per osservare la "terza faccia della medaglia" di due omicidi politici illustri avvenuti nel centro di Bogotà: l'assassinio di Gaitàn nel '48, paragonato a quello di Kennedy a Dallas per le conseguenze e l’eco avuta nel Paese, e quello di Uribe nel '14. In entrambi i casi gli assassini sono stati presi, nel primo caso linciato dalla folla, nel secondo regolarmente imprigionati. Ma.

 Ma.

Da qualunque punto si osservino le vicende alcuni dettagli non tornano. Proiettili sparati di cui non si trova traccia nel corpo della vittima, ferite incompatibili con le armi del delitto. E se state pensando di esservi invischiati in un noiosissimo e terribile pseudo-saggio di medicina legale con tanto di fotografie dell'epoca (uno dei punti di forza del libro), scordatevelo, non è assolutamente così, le minuziose descrizioni dei fatti storici, l'accuratezza nel riportare documenti e dati, sono tutti funzionali ad un discorso molto più ampio e superiore sulla Letteratura. Vasquez infatti si rende conto del fatto che la Colombia, esattamente come l'Italia, e questo non può non rappresentare per un connazionale una spinta inarrestabile a proseguire senza sosta la lettura, ha una storia frastagliata, costellata di eventi ufficialmente risolti ma che nascondono inquietanti e numerose zone d'ombra, un Paese in cui si può quasi parlare di una "strategia della tensione" che ha consentito per un secolo di governare, pur con tutte le contraddizioni e le piaghe sociali che conosciamo. Ciò che rende questo libro davvero gustoso è che inizia come un giallo a ritroso, partendo da un fatto apparentemente banale, un uomo che viene arrestato per avere cercato di rubare una reliquia in un museo, il cui responsabile è proprio il Carballo che impareremo a conoscere nelle pagine successive, con il protagonista- scrittore che rievoca l'intera vicenda nell'arco degli anni insieme alle sue bellissime riflessioni sulla Verità, sia essa ufficiale o reale, sulla Letteratura, vista come mezzo per recuperare una Verità storica incompleta (e non siamo certo gli unici due Paesi a vantare omicidi insoluti o risolti in maniera approssimativa), ma non facendo semplicemente da "tappabuchi" intervenendo a colmare con la fantasia le mancanze di inquirenti corrotti o svogliati, bensì come strumento per "dare forma alle rovine" intese come un passato pesante, inquieto, problematico, irrisolto da tramandare alle generazioni successive. Non accontentarsi delle spiegazioni ufficiali, accertare coincidenze pur non dando loro il peso di una prova, cercare di ricostruire percorsi alternativi di indagine è forse tutto ciò che ci resta davanti al secolo più tumultuoso che la Storia dell'Umanità abbia mai visto e che ormai è alle nostre spalle con tutte le macerie storiche, politiche, economiche, criminologiche che spesso non trovano un'adeguata collocazione nei cassetti mentali della logica e della coerenza. Un discorso e un inno alla Letteratura originale e impegnato come mai mi era capitato di leggere e che fa di questo romanzo uno dei più bei libri letti quest'anno.

 

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Stefano Corbetta, "Le coccinelle non hanno paura"

26 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Le coccinelle non hanno paura

Stefano Corbetta

Morellini, 2017

 

Se dovessi definire la scrittura di questo libro direi semplicemente che è scritto con grazia. E lo dico nonostante il mio pregiudizio iniziale quando lessi il soggetto del libro che mi allontanò dalla sua lettura istintivamente appena ne sentii parlare. Ma, come mi ha giustamente risposto lo stesso Stefano Corbetta, l'argomento era quello e non si poteva fare diversamente. E ha ragione. Perché la vita stessa è così, ti impone un soggetto e tu non puoi cambiarlo solo perché a te non garba. Per cui capita che sposi un violento buono a nulla e poi conosci l'amore della tua vita un fine settimana in trasferta per perderlo per sempre, o pensi di avere una vita soddisfacente per poi scoprire che non ti è mai appartenuta e decidi di piantarla così di punto in bianco per andare a fare l'eremita. Oppure come a Teo, il protagonista, che proprio quando scopre di avere ancora tanto da fare, da dire, da dare al mondo scopre anche di avere poche settimane di vita: le restanti gliele ha vinte a testa o croce un tumore al cervello inattaccabile e incontrastabile. Così è la vita. E allora che fai? Te la togli tu prima per non darle soddisfazione? Ti rinchiudi in una campana di vetro, ti metti a piangere con tutti quelli che ti conoscono, speri nel miracolo? Sono tutte risposte possibili ma nessuna viene attuata da Teo. Una delle caratteristiche di questo romanzo che mi ha colpito favorevolmente è proprio la sua mancanza di risposte falsamente consolatorie. Teo continua a vivere come sa fare, come ha sempre fatto, non spera nel colpo di scena, la fine è nota, nonostante tutto lui continua a registrare le scene di vita che maggiormente lo colpiscono come se fossero scatti fotografici e archiviarli nel suo cervello come un hard disk che nessuno visionerà mai. Eppure in un contesto apparentemente così statico e inerte Teo vivrà la sua ultima avventura incrociando il destino di due persone e avendo come unico indizio una fotografia, la grande passione della sua vita. Alla fine la nostra vita si risolve in un'unica ricetta: portare a compimento delle cose prima di morire, nel bene e nel male, senza che da queste scaturisca chissà quale significato universale o un senso recondito. E qui occorre il coraggio delle coccinelle, come gli spiega un giovanissimo fotografo: non avere paura di nulla, nemmeno della vita che sta per finire e perseverare. Il finale non è né banale né scontato e tantomeno melenso e questo è un'ulteriore nota di merito allo scrittore. È a suo modo un finale aperto ma ... io vi suggerisco di buttare un occhio al parabrezza di Luca. Così come suggerisco caldamente di leggere questo sorprendente esordio.

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Helen Humphreys, "Cani selvaggi"

24 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Cani Selvaggi

Helen Humpreys

2007

Siamo dalle parti del Nord America rurale, quella provincia profonda e abbandonata a se stessa, vittima principale di questa crisi globale, di cui poco si parla. La prima metà del libro, quella che mi ha convinto meno, è lasciata al racconto di Alice sotto forma di un lungo monologo a “Tu”, il cui nome, Rachel, viene svelato nella seconda metà del romanzo, la biologa con cui ha intrecciato una relazione sentimentale ed erotica molto sensuale e appassionata. Alice e Rachel, insieme a Jamie, Lily, Walter e Malcolm, si incontrano a margine del bosco ogni sera per cercare di rintracciare i loro cani, più il lupo di Rachel, che sono misteriosamente fuggiti e vivono come animali selvatici. E’ accaduto così, di punto in bianco, e l’inizio della storia in medias res non ci fornisce una valida spiegazione. Da un punto di vista prettamente razionale l’intreccio così come è non regge: la fuga dei cani rappresenta qualcosa di metaforico e la scrittrice ce lo rivela nella prima pagina: “L’amore è come quei cani selvaggi. Se ti salta addosso, non molla la presa. E quello che non puoi mai sapere all’inizio è con quale intensità e quanto a lungo amerai; in quali modi un amore finito ti darà la caccia, un salto dopo l’altro come fuoco misterioso che ti scorre nelle vene. I cani selvaggi esistono davvero. Sono lì fuori, oltre la sicurezza delle strade e delle case, oltre le luci della città. E uno di questi è il mio.” Questo è stato il primo motivo di perplessità: a mio parere uno scrittore dovrebbe lasciare al lettore il piacere di immaginare e scegliere sottotesti e simbolismi secondo la propria sensibilità, e non il contrario. La metafora cani/amore peraltro non mi è sembrata aderire perfettamente a quanto poi accade nella storia, personalmente l’ho associata più alla vita non vissuta, ai desideri abbandonati e alle aspirazioni non seguite, considerato che i sei narratori che si avvicendano sono tutte persone con una vita al limite del disagio economico, sociale e psichico. La prima parte in cui ad Alice spetta il compito di raccontarci la storia per intero dal suo punto di vista è stata per me gravata da questo intollerabile amore ossessivo e intrusivo per Rachel, sottolineato da una serie di immagini erotiche patinate di corpi che si uniscono, gemiti, sussurri, palmi di mani sudati che si appoggiano su incavi interscapolari, adornate e adombrate dai di lei dubbi sulla vera natura di questo rapporto: “Tu”, futura Rachel, sembra avere un atteggiamento ambiguo, a tratti manipolatore e bugiardo, come se nascondesse qualcosa. Nella seconda parte la medesima storia viene lasciata al punto di vista degli altri cinque partecipanti alle ronde notturne e qui si disvela la penna della Humphreys che, con poche pagine a disposizione per ogni personaggio, riesce a fare emergere intere vite allo sbando, esistenze apparentemente adeguate ma che nascondono, come le cicatrici sotto una maglia, storie di malattia psichiatrica mal curata, sofferenza fisica, violenza e incomprensioni familiari, vecchiaia nella solitudine dei propri affetti più cari. La storia a mio parere è più distesa, il lirismo della scrittura della Humphreys, anche poetessa, si amalgama meglio col registro narrativo del romanzo e ci conduce al finale che non chiude le porte alla speranza ricordandoci che “Il cuore è una creatura selvaggia e in fuga. Il cuore è un cane che torna a casa.”. A noi la scelta.

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"Fondamenta degli incurabili" di Josif Brodskij

22 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Nel 1989, su invito del Consorzio Venezia Nuova, Josif Brodskij, Premio Nobel per la Letteratura 1987, scrisse Fondamenta degli incurabili, libro difficilmente catalogabile, a mio personale avviso una lunga dichiarazione d’amore a Venezia sicuramente, ma anche una serie di riflessioni sulla vita, il desiderio, l’amore, nonché un’occasione per raccontare delle drammatiche esperienze dell’autore come cittadino russo esiliato dopo la condanna per “parassitismo” (credo dovuta al fatto di essere un artista e come tale inutile alla società e non produttivo).  Il libro rigurgita di immagini poetiche che si incidono nella memoria e si fondono indissolubilmente con la Venezia che abbiamo visto o che, dopo il libro desidereremo ardentemente visitare almeno una volta. Venezia, città visitata ogni inverno per 17 anni dal poeta, che da città d’arte diventa luogo metafisico, si trasforma sotto i nostri occhi, di volta in volta in un servizio di porcellana “con tutte le sue cupole di zinco che somigliano a teiere, o tazzine capovolte”, in uno spartito musicale poggiato sui ponti e dispiegato sui canali, testimonianza eterna della più intima essenza umana che si manifesta secondo Brodskij proprio con i nostri manufatti. Domina il senso della vista, quale strumento principale per percepire la bellezza che Venezia ci regala in ogni angolo, con  frasi indimenticabili come “In questa città l’occhio acquista un’autonomia simile a quella di una lacrima. (….) il corpo comincia a considerarsi semplicemente un veicolo dell’occhio, quasi un sottomarino rispetto al suo periscopio che ora si dilata e si contrae” o brani che ci riportano nelle malinconiche situazioni in cui presenziano gli specchi, opachi per l’anonimato dei troppi corpi riflessi negli alberghi della città, stanchi delle promiscuità dei visitatori tanto da rifiutarsi di restituire loro un’identità,  “riluttanti per avarizia o impotenza”. E in questo bellissimo poema trova lo spazio per una punta di sarcasmo su quanto Venezia sia inusitatamente cara, la narrazione diventa prosa vera e propria nella descrizione di un pomeriggio imbarazzante con Susan Sontag e la moglie di Ezra Pound, la quale come un disco rotto si affanna a convincere gli intellettuali che incontra dell’estraneità del marito alle accuse di fascismo. Subito dopo torna all’elogio della città al tramonto, perché tutte le città al tramonto sono meravigliose ma alcune lo sono più di altre, della sua luce invernale che rende l’occhio ancora più sensibile alla percezione e noi ci lasciamo cullare dalla dolcezza crepuscolare di una città unica al mondo, certamente malinconica e decadente ma anche musa ispiratrice di opere mirabili ed eterno scrigno di bellezza.

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