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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

altea

Lars Kepler, "L'ipnotista"

2 Agosto 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

L'ipnotista

Lars Kepler

Longanesi, 2009

 
In questo periodo ho letto un paio di bei libri, tuttavia sento l'esigenza di prendermi dieci minuti per stroncare codesto romanzo, un immondo pastrocchio nato, immagino, sulla ormai mitologica scia dei "gialli scandinavi", scia quasi mai all'altezza di quei 4-5 meritevoli.
L'ho ascoltato come audiolibro, nulla da dire sull'interpretazione. Sulla storia invece sì. Parte col botto, ma quello è facile. Una famiglia sterminata in maniera truculenta apre le danze.  Violenza, sangue, ferocia e un pizzico di mistero: alla mortale orgia è sopravvissuto il figlio adolescente, un quindicenne in coma per le lesioni ricevute. Ed essendo anche l'unico testimone è un bel problema, perché non parla. L'ispettore Linna, un tipo un po' bizzarro e poco simpatico ma almeno originale nel suo essere sopra le righe, si avvale dell'aiuto di tale Erik Maria Bark, uno psichiatra che da anni non pratica più l'ipnotismo, tecnica che lo aveva condotto alla fama mondiale, in quanto era talmente esperto da riuscire a rievocare ricordi ormai sopiti in pazienti che avevano subito gravi traumi. Con grande cautela il ragazzo viene ipnotizzato e pare rivelare che la sorella maggiore, sopravvissuta anche lei in quanto residente altrove, l'avrebbe spinto a uccidere tutta la famiglia. E quindi via tutti a cercare questa donna. Ma prima non facciamoci mancare un po' di sfiga al povero Bark, che non solo ha una moglie che da dieci anni gli rinfaccia l'unica scappatella che lui ha avuto in stato di ebbrezza accusandolo di adulterio ogni volta che un'infermiera lo chiama per lavoro, ha un figlio malato dipendente da un farmaco che lui gli inietta personalmente ogni giorno e si becca pure una querela da un'associazione in difesa degli imputati di omicidio per avere ipnotizzato il ragazzo, che uno da una parte si solleva e pensa "vedi, non è solo in Italia che la giustizia è farraginosa, pure in Svezia stanno messi male", dall'altra però ti irriti perché non capisci come mai. Ma non fermiamoci qui, che il bello ha da venire. La sorella viene finalmente interrogata, pare una ragazza quasi normale, a parte che per poco non trancia a morsi la carotide di una poliziotta e poi si mette a ridere. Subito dopo il fratello, che era in coma, non dimentichiamolo, si stacca da solo cannule, catetere e flebo per poi rimettersele e non destare sospetti, (e qui chi ha visto cosa sono inizia a ridere a crepapelle per l'impossibilità della cosa da effettuarsi con una mano sola), si alza dal letto di ospedale, si libera nuovamente dai dispositivi medici, e nel tentativo di uscire accoppa con nonchalance un'infermiera che lo ostacola nel suo proposito, riuscendo a uscire dal nosocomio.
L'ispettore Linna capisce che il ragazzo poteva muoversi perché, quando ormai è a casa, si ricorda di avergli visto le piante dei piedi lerce, chiama per avvisare in reparto, perché sai, è solo un minore in rianimazione, mica le infermiere controllano se si muove, aspettano il primo ispettore sborone che passa lì; e però è troppo tardi. Il letto è vuoto. Dove sia finito il giovane non lo sapremo mai. Alla voce narrante che dice "capitolo 21" ho bloccato la narrazione, tolto l'audiolibro dal dispositivo e con una mossa degna del famoso meme "No Maria, io esco", sono sgusciata fuori da Audible. I colpi di scena sì, le cretinate furbe no, grazie. Per fortuna ho ancora 3 libri con Rocco Schiavone a consolarmi. 
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Paolo Trincia , "Veleno"

18 Luglio 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Veleno

Paolo Trincia 

Einaudi, 2019

 

Il libro-inchiesta di Trincia si apre con una ripresa in Africa, lui che riprende la morte di un bimbo per Ebola davanti al dolore del nonno e dei genitori che devono seppellirlo. Non prova assolutamente nulla, se non la soddisfazione per la riuscita del servizio. Una famiglia straziata per avere perduto un bimbo ma Trincia, padre di famiglia, non viene scosso, probabilmente perché sa che è un pericolo che non potrà mai incombere sui suoi cari, e si sa, spesso guardiamo con sollievo quando qualcosa di brutto accade agli altri e non a noi, quando magari sappiamo che certe tragedie non potranno mai nemmeno sfiorarci perché “viviamo nella parte giusta del mondo”. In compenso possono capitarne altre, più subdole e agghiaccianti perché perfettamente mascherate e protette dalle cosiddette istituzioni.

Il caso di Veleno, nato come podcast a fine 2017, ricostruisce le vicende dei “Diavoli della Bassa Modenese” in cui un “bambino zero”, Dario, proveniente da una famiglia disagiata, riferisce agli assistenti sociali che il fratello maggiore lo tocca sotto le coperte. Si scoprirà anni dopo che in realtà si tratta di banale solletico. Ma chi intervista Dario, e qui iniziano i fatti sconcertanti, è una giovane psicologa che ha alle proprie spalle solo alcuni anni di tirocinio. Il bambino, e con lui gli altri, verranno sempre interrogati senza una registrazione, per cui non sarà mai dato sapere se le risposte erano spontanee o indotte da chi interrogava. È già facile suggerire risposte in un adulto, figuriamoci in un bambino. Dario viene prima affidato a un istituto pubblico, poi ad una famiglia affidataria. Da qui in poi gli eventi si susseguiranno a cascata. Nelle conversazioni il bambino inizia a parlare di atti di pedofilia con i genitori, rapporti incestuosi in famiglia, orge e delitti nei cimiteri. Anche qui, tutto riferito dalle consulenze della psicologa, non un solo video. Verrà trasferito in altra scuola e, incredibilmente, i suoi racconti inizieranno a infarcirsi di pedofili tra maestre e direttrici, uomini in soprabito che lo minacciano fuori dalla scuola e che nessun altro vede. Insomma, questi pedofili satanisti sono una setta più ramificata della mafia, dato che in ogni scuola in cui lui andrà riferirà di avere incontrato adulti coinvolti in messe nere e atti sessuali violenti. Fatti peraltro avvenuti in paesini in cui chiunque sa tutto di tutti, eppure nessuno avrebbe visto questi nutriti gruppi di persone mascherate che la notte scavalcano il cimitero locale per sgozzare animali, bambini stranieri (sì, anche quelli), stuprarne altri e celebrare riti dediti al demonio.

Nei racconti sempre più deliranti di Dario (almeno per noi che leggiamo, gli avvocati, i giudici, gli assistenti sociali che vagliarono quelle testimonianze li trovarono plausibili) vengono coinvolti altri bambini che nemmeno conosceva, bambini che, saranno in tutto una ventina, verranno sottratti alle loro famiglie con la stessa modalità: irruzione in casa di solito all’alba, prelievo del minore senza spiegazioni, affidamento e, ciò che non trova nessuna spiegazione sul piano logico, affettivo e psicologico, separazione dei fratelli.

Le bambine verranno tutte sottoposte a visita dalla stessa ginecologa, la quale riscontrerà tracce di abusi atroci e continuativi di natura sessuale. Nelle foto delle parti intime scattate al momento della visita, anni dopo, in dibattimento, la Prof.ssa Cattaneo di Milano indicherà chiaramente la presenza di un imene intatto, fatto che esclude l’abuso sessuale cronico. Le diagnosi di questo tipo sulle bambine saranno diverse. Può una ginecologa diagnosticare per errore una violenza sessuale inesistente più di una volta? Inesperienza? Negligenza? Altro? Anche gli altri bambini affidati a istituti o famiglie inizieranno a snocciolare storie di orge, rituali satanici e pedofilia, tranne una, che negherà sempre, chiederà la presenza dei genitori e verrà etichettata come “oppositiva” e “omertosa”.

Gli esiti di questa caccia alla strega saranno diversi ma tutti angoscianti: dal suicidio, alla morte per una donna gravemente malata e incarcerata, all’esilio per un’altra rimasta nuovamente incinta del quinto figlio e che cercherà riparo all’estero per evitare la sottrazione del neonato, prevista dalla legge.

Anni dopo, Trincia cercherà quei genitori e quei bambini, dopo una sentenza di assoluzione per non avere commesso il fatto. Solo alcuni degli ex-minori, adesso adulti, parleranno di ricordi confusi, di interrogatori pressanti, di risposte date solo per fare finire quella tortura. In molti ammetteranno di non ricordare di avere fatto quelle cose terribili di cui hanno accusato genitori e parenti, addirittura il prete del paese che per il dispiacere fu stroncato da un infarto. In molti ammetteranno di non ricordare nemmeno i propri genitori, altri di non volerli proprio vedere nel dubbio che comunque quelle cose siano davvero accadute. I fratelli separati rifiuteranno di incontrarsi. Quasi tutti, in un modo o nell’altro, preferiranno dimenticare il passato, vero o falso che sia, e proseguire le loro nuove vite iniziate in un’alba di trambusto.

Al di là delle singole storie, tutte strazianti, ciò che lascia questa inchiesta è il dubbio strisciante che la giustizia, gioiellino di qualunque Paese civile, possa, nel nostro, trasformarsi in una mietitrebbia impazzita, che maciulla chiunque abbia la sventura di porglisi innanzi, protetta da un malinteso senso del garantismo e della protezione dei più deboli, a patto di capire chi siano i più deboli in queste vicende.  Pone questioni sulla qualità del personale che interagisce in un procedimento giudiziario, da ginecologi che diagnosticano abusi sessuali su minori mai avvenuti, psicologi che intervistano bambini in assenza di registrazioni e su storie assai fantasiose e mai comprovate costruiscono impalcature di accusa smembrando e distruggendo famiglie. Sorgono dubbi legittimi nel comune cittadino che si chiede come i consulenti psicologici, medici, legali vengano selezionati nei procedimenti civili e penali, per scoprire che basta conoscere un Giudice per essere nominato d’ufficio e niente per redigere una consulenza di parte, che nessuno chiede mai ai cosiddetti periti un curriculum, una giustificazione di come abbiano acquisito le loro competenze, delle referenze. E come in questa tristissima storia, si intuisce che il consulente che sbaglia, non paga.

Il falso in perizia, l’unico reato che si può commettere redigendone una, è paradossalmente molto difficile da dimostrare perché basta che il parere tecnico sia motivato, e tutto va bene. Nessuno indaga la scientificità o la plausibilità del motivo. Quasi tutte le persone coinvolte tra avvocati, psicologi e medici, negheranno a Trincia un’intervista con motivazioni non del tutto convincenti. E anche noi, come Trincia all’inizio del libro, un po’ siamo sollevati che questi fatti terribili non abbiano riguardato i nostri cari. Ma non è Ebola, non è l’Africa. È da noi, è la Cieca Giustizia, e può colpirci quando meno ce lo aspettiamo. 

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Donato Carrisi, "La ragazza nella nebbia"

15 Luglio 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

La ragazza nella nebbia 

Donato Carrisi

Longanesi, 2015

 

Primo mio approccio a uno scrittore di gialli molto apprezzato, la cui opera è stata trasposta cinematograficamente. Lo dico subito, per me è un “NI”. E la “N” del “NI” riguarda proprio la parte finale che, come in tutti i gialli del tipo “whodunit” è sempre la parte più scivolosa. Non è certamente semplice costruire una trama che tenga il lettore avvinghiato alle pagine del libro (o alle parole in questo caso, visto che ne ho usufruito in audiolibro), ma in questo Carrisi è bravissimo, complice la sua conoscenza del sistema giudiziario italiano, della cronaca italiana degli ultimi 20 anni e i suoi studi di criminologia.

La trama è molto semplice: Anna Lou, adolescente normalissima e di buona e bigotta famiglia, scompare da una valle sperduta tra le Alpi. Ad indagare viene inviato l’agente speciale Vogel, noto per il suo smisurato amore per i riflettori, che usa in maniera spregiudicata i mezzi di informazione pur di ottenere visibilità. In realtà Vogel è noto anche perché nell’ultimo caso su cui ha indagato con tanta devozione è giunto ad alterare le prove pur di fare finire in carcere il suo principale sospettato, il quale, rivelatosi poi innocente, ha richiesto un lauto risarcimento offuscando per un pezzo la fama del brillante agente speciale. La storia viene raccontata a due mesi dai fatti dal Dr. Flores, psichiatra, il quale interroga un Vogel sotto shock e sporco di sangue, cercando di ricostruire le sue ultime ore. Nel clima ambiguo prima descritto finisce nella lista dei sospettati il mite Prof. Martini, docente nella scuola di Anna Lou, uno che la vita pare subirla in tutti i suoi scossoni. Possibile che davvero un uomo così remissivo e tranquillo abbia rapito la giovane studentessa?

Carrisi riesce a tenere la tensione spostando la nostra opinione da innocentisti (ma dai, si è pure tenuto la moglie che lo ha cornificato nel letto di casa e che lo ha abbandonato al primo sospetto, ma cosa vuoi che combini questo sfigato?) a colpevolisti (epperò un alibi vero non lo ha, e ci sono tutti quei piccoli indizi che potrebbero…. E se fosse stato lui?) di volta in volta, giocando sia sugli elementi giudiziari sia sulla personalità di Vogel, antipatico, arrivista e calcolatore, e Martini, gentile, sfortunato e smarrito.  Questo gioco di equilibrio fa sì che noi siamo alla stregua dei telespettatori che seguono lo squallido circo mediatico che si verifica nel nostro Paese in casi di cronaca simili, dove lo spettacolo consta dei soliti numeri: il linciaggio della gente comune, l’aggressività dei giornalisti, lo scavo indegno nelle vite private dei sospettati, la telecronaca del declino delle vite private dei sospettati, processati e giudicati prima da vicini di casa e televisione che dal sistema.

In questa lunga parte, gestita assai bene da Carrisi, emerge la sua conoscenza della cronaca italiana, è facile infatti riconoscere il caso di Unabomber in quello dell’uomo ingiustamente accusato grazie a prove inquinate, o il caso di Cogne in quello della madre che esce di casa per 7 minuti e, tornando in casa, trova il suo bambino morto in circostanze mai chiarite. Il lettore tuttavia non ha ancora deciso bene per chi parteggiare, finché non giunge il falso colpo di scena, telefonato dall’inizio, costruito sapientemente nei capitoli precedenti, che fa propendere il lettore/spettatore per il verdetto finale.

E qui inizia il meno convincente ultimo quarto del libro. Quando tutto sembra essere stato deciso, arriva il primo ribaltone alla Nesbo: una giornalista dimenticata da tutti che tira fuori un vecchio caso di adolescenti rapite una trentina di anni prima. Caratteristica delle ragazze: tutte rosse con le lentiggini, proprio come Anna Lou. Che il serial killer sia ricomparso dopo un periodo di sopore così lungo? E poi perché tirare fuori questo “cold case” adesso che tutto sembrava quadrare perfettamente? Perché il rapitore stesso si è fatto vivo con un video che dimostra tutto, pur mantenendo lui nell’anonimato. Tutto da rifare? A quanto pare sì. E invece no. Perché Carrisi, che ha ormai poche pagine per elaborare un finale, lo fa nel peggiore dei modi, utilizzando l’escamotage del doppio ribaltone (e fin qui vabbè) ma stecchisce, manco sospende, l’incredulità, con uno spiegone da parte del colpevole stesso che ci rivela le sue doti divinatorie, in quanto il rapimento non è stato commesso per motivi passionali, o comunque direttamente connessi con la vittima, bensì in vista di una serie di eventi che egli aveva previsto con una sconcertante sicumera, roba che il Commissario Matthai de La Promessa si rivolterebbe nella tomba, al fine di ottenere vantaggi morali e materiali.

A parte l’impossibilità di una visione quasi scacchistica delle mosse dell’avversario applicata alla vita, anche da un punto di vista criminologico mi lascia perplessa un piano tanto arzigogolato da parte di un personaggio che ha una vita normalissima, priva di precedenti patologie psichiatriche. Vabbè, tanto ormai è finito il libro, no? E no. Perché l’ultimissimo, superfluo a questo punto, colpo di scena, una soluzione a cui lo scrittore ci conduce per pura serendipità, dopo avere forzato le leggi della logica giallistica, arriva nelle righe finali. Colpo di scena che superfluo non sarebbe stato in un romanzo concepito diversamente, in cui alla fine capisci che tutta l’impalcatura del romanzo era tesa a svelare non il colpevole dell’ultima sparizione, bensì il misterioso mostro che decenni prima aveva seminato il terrore tra le adolescenti della valle, con il preciso intento di disorientare continuamente il lettore. Che però, a forza di girare il capo manco stesse osservando una frenetica partita di ping pong, avrebbe preferito un po’ di mistero irrisolto in più a favore di un colpo di scena in meno. Consigliato a chi si accontenta di finali stiracchiati. 

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Nassim Nicholas Taleb

25 Giugno 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Il cigno nero

Nassim Nicholas Taleb

Il Saggiatore, 2007

 

Difficile scrivere di questo libro. Sono 370 pagine di carta che ho deciso di ascoltare diluite in oltre un mese, intervallandolo con altre letture più leggere. Non perché sia scritto in maniera difficile, anzi, l’autore fa di tutto per rendere gli argomenti accessibili anche ai profani, il problema risiede proprio nel “digerire” le tesi di Taleb. Egli infatti, ex trader, esperto di finanza e statistica, epistemologo e filosofo tenta, col suo libro, di mettere in crisi le nostre conoscenze in fatto di previsione del futuro. E con questo non si intende il futuro lontanissimo, ma, molto più banalmente, l’alba di domani.

Alla base di questo destabilizzante testo vi è la metafora del cigno nero: prima della scoperta dell’Australia, fin dai temi degli antichi Romani, si riteneva che il cigno fosse bianco per definizione. Fino alla scoperta della variante australiana nera. 2000 anni di certezze distrutte con un’unica osservazione. Uno dei temi che incontriamo per primi è proprio questo: il fatto che un evento si sia ripetuto finora in un certo modo non significa che continui a verificarsi seguendo le medesime modalità. Un esempio banale: oggi, come tutti gli altri giorni precedenti dal momento in cui siamo nati, ci siamo svegliati, vivi. Quindi questo significa che ci sveglieremo vivi ogni giorno da qui a seguire, immortali? No, i conti non tornano, perché sappiamo che la nostra vita, per quanto lunga, prima o poi avrà un termine. E se questo ragionamento vale per le nostre vite perché non può valere per il sorgere del sole, i grandi movimenti politici ed economici, i flussi migratori, il clima? Cosa sono quindi, i cigni neri? Eventi singoli e imprevedibili che stravolgono il mondo. Anche qui, vogliamo degli esempi? Le guerre mondiali, l’11 settembre, la crisi del ’29, ma anche la scoperta dei vaccini, delle Americhe, e così via.

I cigni sono “neri” ma non per la carica negativa, ma per quella destruente e rivoluzionaria. Perché accadono i cigni neri? Perché, semplicemente, la maggior parte del nostro mondo si trova ubicato in quello che Taleb chiama Estremistan, un non-luogo dominato dal caso e dal caos. Attenti, prima di dire che non vi sembra così. Taleb ha un armamentario di aneddoti, prove, calcoli statistici da fare vacillare ogni certezza. Il nostro mondo ha un andamento non lineare, con momenti di stagnazione e spinte in avanti causate da cigni neri. Tutto questo ci appare strano perché l’essere umano ha un cervello che elabora il mondo cercando di conferirgli un ordine che primariamente non possiede. L’essere umano da sempre cerca di catalogare, incasellare, elencare, stratificare, ridurre tutto ad una formula come quella della curva a campana, nota anche come “Gaussiana”, funzione matematica aborrita da Taleb, ammiratore della funzione mandelbrotiana, più rappresentativa di una realtà in cui la fisica quantistica ha un peso molto maggiore di quanto si possa pensare.

L’ultima parte del libro, invece, pone forse il quesito più interessante per il lettore ormai stravolto e trascinato nel caotico mondo dei cigni neri e degli eventi influenzati dalle particelle subatomiche, incontrollabile e imprevedibile. È possibile prevedere i cigni neri? O il nostro “osservare la vita come da uno specchietto retrovisore”, come la definisce in maniera ineccepibile l’autore, la nostra cecità al futuro, la nostra fallacia narrativa sono degli handicap insormontabili? Il problema non può essere risolto del tutto, ma, dice sempre Taleb, se non saremmo mai in grado di vedere in anticipo i cigni neri, potremmo almeno intuirli trasformandoli in grigi.

E a questo punto occorre tirare fuori penna e taccuino per annotare la teoria dell’antibiblioteca di Eco (dare più importanza a ciò che non conosciamo piuttosto che arroccarci nella supponenza di ciò che conosciamo, il problema è come conoscere ciò che non conosciamo, se, appunto, non sappiamo di doverlo conoscere?), i saggi di Montaigne, Russel e Poincaré, tutti filosofi che hanno anticipato e contribuito alle teorie del cigno nero.

In molti tra coloro che hanno letto questo saggio, lo hanno trovato nichilista e immobilista (oltreché noioso e antipatico per l’arroganza dello scrittore, che, va detto, non fa nulla per smentire l’impressione di tirarsela parecchio come antiaccademico e distruttore di schemi precostituiti): se infatti il futuro è imprevedibile e qualunque cosa facciamo, un cigno nero, in positivo o in negativo, potrebbe stravolgere i nostri piani, ha senso fare qualsiasi cosa? Ecco, io invece l’ho trovato un meraviglioso invito a rompere gli schemi, ampliare le nostre conoscenze, osare, cambiare, pensare lateralmente, usare tutti i mezzi a nostra disposizione per potere anche solo intravvedere la piuma dell’ala di un cigno nero profilarsi all’orizzonte. Perché se le regole del gioco le facciamo noi, è più difficile perdere. Perché alla fine, noi stessi, con la nostra unicità e imprevedibilità, con il nostro essere prodotto di una storia fatta di cigni neri, siamo noi stessi cigni neri.

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Kirsten Roupenian, "Cat person"

21 Maggio 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #racconto

 

 

Catperson

Kirsten Roupenian

Einaudi, 2017

 

Cat person è un libro di racconti scritto da Kirsten Roupenian che prende il titolo dal primo della raccolta, diventato famoso in quanto pubblicato sul New Yorker e leggibile in lingua originale gratuitamente qui. Personalmente ho letto solo questo racconto che mi ha suscitato parecchie riflessioni che vado a sviscerare. Non so se avvertire di eventuali “spoiler” in quanto il racconto è breve e si basa più sui dialoghi che sulle azioni, in ogni caso almeno lo scheletro della trama sono costretta a svelarlo.

Margot è una giovanissima studentessa universitaria che incontra Robert, uomo più maturo. Un sorriso, una battuta, ci scambiamo i numeri di telefono? Si, perché no? Messaggini, emoticon, cuoricini, battute, sciocchezze di quando un flirt inizia, come trasferire ciò che potrebbe nascere tra di loro sui loro gatti in una dimensione di invenzione che ha come scopo tastare la realtà dei loro sentimenti. Poi un giorno decidono di mangiare insieme, complice una scusa banale. Nulla di preordinato, solo per rompere il ghiaccio. E alla fine l’appuntamento. Un film, un bar fino alla conclusione totalmente deludente per lei, che decide di non vederlo più. Ma non finirà così. Un’ultima serie di messaggi sempre più sgrammaticati da parte di Robert, che culminano in una parola atroce e squallida, chiude il racconto e verosimilmente la relazione tra i due.

Ora, leggendo in giro commenti da parte di persone certamente più titolate ed esperte della sottoscritta, Catperson rappresenterebbe le modalità con cui oggi si instaurano relazioni di tipo sessuale/affettivo ai tempi dei social e di internet. Ed è questo che non mi ha convinto per nulla dopo averlo letto. Perché il racconto è scritto in maniera incredibilmente realistica, tanto che è facilmente intuibile come la scrittrice si rifaccia a un evento autobiografico, come lei stessa dichiara in una intervista, ma non è questo il punto. A me è parso che il problema principale tra Margot e Robert non sia WhatsApp ma proprio il modo in cui i due si relazionano tra di loro. La narrazione si svolge tutta dal punto di vista di lei, tanto che noi sappiamo su Robert esattamente ciò che conosce la ragazza e, come lei, ci facciamo un’idea che poi cambiamo, eventualmente, durante il racconto. Ciò che principalmente salta all’occhio è come Margot sia vittima di una educazione tipicamente femminile e sbagliata per cui i comportamenti di lui vengono misurati in base alle azioni di lei. Una smorfia bevendo, uno sbadiglio di troppo al cinema, l’ammissione di non essere maggiorenne (negli USA lo si è a 21 anni e lei ne ha uno di meno), un abbigliamento troppo casuale vengono messi immediatamente in relazione di causa-effetto con qualsiasi manifestazione di lui che potrebbe essere un segnale di non apprezzamento: un silenzio troppo prolungato, un sorriso a metà, una battuta infelice. E non solo. Nonostante lei si renda conto che lui è forse un po’ infantile per la sua età, che non sia delicato nelle manifestazioni fisiche e affettive, nonostante oscilli continuamente tra il timore che lui sia carino e affidabile o un potenziale serial killer, decide di far prendere alla serata una certa piega, e solo quando si rende conto che lui è brusco, forse poco esperto e vorrebbe ritirarsi, non lo fa. Perché? Perché non vuole sembrare una bambina forse. O perché non vuole offenderlo. Insomma, perché le hanno insegnato che una donna non può cambiare idea quando lancia il sasso, sennò “che figura ci fa?”. Pazienza se trascorre la durata di un amplesso penoso a ridere o sentirsi idiota per ciò che sta facendo. Lui poi è evidentemente un uomo sentimentalmente educato dalla pornografia: non viene detto esplicitamente ma le parole profferite, i gesti, la goffaggine fisica che provoca fastidio in chi la subisce, francamente ridicoli e inadeguati ad un primo appuntamento, lo svelano. Anche qui: internet può avere avuto un peso quando era un adolescente, ma non certo nella relazione con Margot. Il danno è stato già fatto. La decisione che prende poi Margot di “volatilizzarsi” (nel racconto originale viene usato il termine “ghosting”) non è certamente figlia dei nostri tempi. Dacché mondo è mondo gli amanti delusi se la sono data a gambe levate, fuggendo altrove o staccando telefoni fissi.

Se proprio vogliamo dirla tutta internet, i social, la messaggeria istantanea, hanno amplificato e reso più facile comportamenti tra esseri umani che esistevano prima. Premesso che affettività e sessualità sono ambiti personalissimi che ognuno ha il diritto di vivere come meglio crede, è pur vero che una superficialità nelle relazioni, una certa fretta nell’approfondire il lato intimo in assenza di una vera conoscenza, aumentano la probabilità di restare delusi. Applicare l’algoritmo “Ti provo, mi fai schifo, ti lascio” ha più a che fare con una modalità usa e getta e consumistica delle persone, viste più come un vestito che deve calzarti perfettamente da subito, altrimenti lo riponi nello scaffale, manco l’idea di fare un orlo o una modifica, come si faceva un tempo. No. Si è sostituibili al primo fallimento, punto.

Si ha una visione del sesso legata a modalità di tecniche e fruizioni legati a modelli irreali in cui uomini e donne sono oggetti di carne. Questo è il vero problema tra Margot e Robert e chissà quante coppie di esseri umani che si incontrano e ci provano. Vanno continuamente al fast food e poi ci restano male se non trovano la tartare di fassona. E certo il problema non può essere imputato al fatto che hanno prenotato via internet. Quello era solo un mezzo come tanti altri. Margot e Robert avrebbero pure potuto vedersi frettolosamente un paio di volte alla cassa dove lei vendeva Red Vines, scambiare ogni volta due battute informali e poi decidere di uscire senza veramente conoscersi. Noi stessi lettori non conosciamo veramente Robert ma non possiamo avere un’idea di lui da quegli ultimi farneticanti messaggi, quell’ultima durissima parola che le indirizza, intrisa di anaffettività, rabbia, delusione, cattiveria, perché, per come sono andate le cose, siamo sicuri che noi non avremmo reagito allo stesso modo?

Come sempre accade, dovremmo iniziare a rivedere non il mezzo in sé, ma le modalità con cui ne usufruiamo e riflettere sia sul fatto che le persone possono non essere sempre sincere, (per cui: diamoci tempo per conoscerle, sai che bellezza salire in macchina con uno ed esorcizzare tutto il tempo sul fatto che lui potrebbe essere un sadico stupratore con battutine sceme e risatine isteriche), sia sul fatto che occorre lavorare ancora parecchio sulla consapevolezza da parte di entrambi i sessi sulle modalità di rapportarsi, sulla consapevolezza di se stessi e delle conseguenze delle proprie azioni, che non possono affidarsi a stereotipi o pressioni sociali. Almeno, questo è ciò che io ho letto in questo racconto. 

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Christina Dalcher, "Vox"

9 Maggio 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Vox

Christina Dalcher

Editrice Nord, 2018

 

Vox di Christina Dalcher, laureata in linguistica con una tesi sul dialetto fiorentino e amante dell’Italia, dove trascorre parte della sua vita, è il paradigma di come avere un'idea originale e intrigante non significhi automaticamente saperla trasformare in una buona storia. Sapere scrivere significa non solo avere una ottima conoscenza della lingua ma, soprattutto, sapere sviluppare una trama in una maniera credibile e logica, elementi che dalla seconda metà del libro mancano totalmente. Il soggetto, pur evocando tematiche tornate recentemente alla ribalta, ovvero il ruolo subordinato della donna in distopie ambientate nell’epoca contemporanea, lo fa non esaltando solamente il ruolo anatomico e fisiologico del corpo femminile ma anche mutilandolo di una delle sue caratteristiche maggiormente vittima di stereotipo: la loquacità. Qualunque donna di qualsiasi età viene infatti dotata di un braccialetto che consente di pronunciare non più di 100 parole al giorno e per ogni “sgarro” provoca una scossa elettrica che aumenta d'intensità fino a diventare letale. Inutile dire che le donne di conseguenza perdono il lavoro, oltre alla dignità. E direi superfluo aggiungere che vengono resi illegali aborto, divorzio, contraccezione e persino la vendita di tecnologia e cancelleria alle donne, che devono ovviamente limitare in tutto e per tutto la comunicazione anche non verbale. Ciò che non può essere pronunciato, in definitiva, non esiste. La protagonista del libro è una neurolinguista che si stava occupando di un farmaco per combattere l’afasia di Wernicke, una disfunzione neurologica che fa pronunciare parole prive di senso a chi ne è affetto. Prima di perdere il lavoro in quanto donna, ovviamente. Ma accade qualcosa: viene richiamata d’urgenza dallo stesso Presidente degli Stati Uniti insieme al suo staff perché il di lui fratello, a seguito di un violento trauma cranico, è diventato afasico e Jeanne è l’unica che può terminare il progetto e guarirlo. E con questo “plot twist” il romanzo raggiunge il suo apice a cui segue uno stallo “rosa”, durante il quale compare un amante, moine e effusioni francamente evitabili che nulla apportano alla struttura del romanzo, e siccome la Dalcher non sembra volere riprendere possesso della cloche della narrazione, questa si avvita precipitando in un ultimo terzo del libro a dir poco grottesco, in cui complottismo, informazioni alla rinfusa buttate a caso e senza sviluppo (che senso aveva scoprire che il suo amante era vedovo della moglie?), personaggi facenti parte della storia remota della protagonista che dopo un esilio di anni ricompaiono come arma di ricatto (Christine, sei seria?) fino al momento trash per eccellenza in cui il marito, dall’inizio del libro descritto come un “cervellone senza palle” e profondamente disprezzato dalla moglie, le confessa che preferisce che lei scappi con l’amante pur di salvarsi e si sacrifica per il bene del Paese.  In tutto ciò si scopre nelle ultime pagine che il Governo aveva una quinta colonna della Resistenza al suo interno che in qualunque momento avrebbe potuto scombussolarne i piani e ribaltare la situazione, vanificando perciò tutta l’impalcatura del romanzo. Peccato davvero perché c’erano alcune tematiche interessanti come il rapporto tra uomini e donne (si può amare chi accetta che tu venga trattata come un essere inferiore? Si può amare un uomo che non lotta per te?), cosa sarebbe una società privata delle sue più grandi menti femminili, cosa può accadere a livello relazionale quando in una famiglia i figli vengono indottrinati talmente da accettare che madri e sorelle siano mutilate nella loro vita sociale e lavorativa. Ma perché perdere tempo in riflessioni che richiedevano risposte complesse e laceranti quando si poteva buttare tutto in caciara con una sveltina lì, una lacrimuccia qua, una scena di azione improbabile che non fa mai male? Non mi va di rispondere, solo di consigliarvi di stare alla larga da questo evitabile pastrocchio. 

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Nicky Persico, "La danza delle ombre"

9 Aprile 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

La danza delle ombre

Nicky Persico

Oakmond Publishing, 2018

 

Avevo letto da qualche parte che ogni personaggio che abita i nostri sogni da dormienti rappresenta una parte di noi, anche quando i protagonisti della produzione onirica siamo noi. E’ questa la chiave di lettura che do dell’ultimo libro di Nicky Persico, e che mi spiega l’avventura surreale di Asdrubale, l’uomo deluso, disilluso, triste e solitario, che decide di affrontare tutti gli eventi della vita come se fosse per l’ultima volta. Lasciata quindi l’inseparabile automobile in un parcheggio, acquista un bizzarro biglietto per “la destinazione più lontana che c’è”, e si ritrova nello scompartimento di un treno in compagnia di una comitiva accogliente e chiassosa ma soprattutto desiderosa di farlo partecipare al suo gioco solito: il racconto di una storia. Ogni aneddoto è metaforico e, a mio giudizio, tutti insieme costituiscono una sorta di seduta di psicoterapia per Asdrubale che, di volta in volta, si trova a riflettere su temi fondamentali quali il giudizio, la paura, il cambiamento, il potere salvifico dei libri e della fantasia.

I racconti sono brevissimi, lo stesso libro è in definitiva un racconto lungo, molto diverso da quanto avevo già letto in passato dello scrittore. La lingua di Nicky Persico è come sempre pulita, abbellita da qualche vocabolo desueto qua e là ed è come un tappeto volante che ci fa viaggiare insieme al protagonista e ci rende partecipi del suo percorso interiore. Impossibile non confrontarci noi stessi con le storie narrate e dare un significato alle metafore in esso contenute secondo le nostre esperienze e il nostro sentire. Riflessioni sul sentirsi integri o “a metà”, sui cambiamenti che spesso imprimiamo alla nostra vita solo per paura di eventi catastrofici che poi, magari, nemmeno si verificano. O che sono solo proiezioni, come un’allucinazione collettiva, delle nostre paure. Riflessioni su chi sono gli altri davvero, sul giudizio spesso errato che noi formuliamo su di loro e forse anche su di noi. Come Asdrubale, che ascolta silenzioso durante tutto il viaggio, dovremmo tenere il nostro ego in disparte, scendere dal treno e scoprire che la soluzione l’avevamo da sempre nella tasca, se solo l’avessimo ascoltata prima. Ma per potere sentire la voce dell’anima occorre un silenzio interiore che forse possiede solo chi pensa di avere perso tutto, per poi scoprire di avere ancora un infinito attimo davanti a sé tutto da vivere intensamente.

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Paola Barbato, "Non ti faccio niente"

4 Aprile 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Non ti faccio niente

Paola Barbato

 

Piemme, 2017

 

 

Conosco Paola Barbato da 20 anni, credo, da quando a pagina 4 di Dylan Dog gli autori annunciarono che avrebbero fatto un’eccezione all’utilizzo di sceneggiature inviate per il fumetto, (avvertivano chiaramente che i contenuti di quel genere sarebbero stati cestinati senza nemmeno aprirli per evitare spiacevoli ritorsioni legali da eventuali citazioni più o meno inconsce) proprio perché la giovane studentessa aveva inviato dei soggetti che era impossibile ignorare per la loro bellezza. In seguito l’ho sempre seguita da lontano, apprendendo che si era poi buttata nel genere del romanzo thriller, ma solo il mese scorso, complice Audible, ho deciso di ascoltare un suo romanzo, quello che peraltro aveva avuto tantissimi commenti positivi.

L’incipit del resto è intrigante a dir poco: in una ventina di anni una serie di bambini viene rapita in tutta Italia per 2-3 giorni da un uomo che li tratta bene, li lava, li veste, li fa giocare e poi li riporta a casa più felici che mai.  Il motivo va ricercato nelle famiglie dei sequestrati: sono tutti piccoli trascurati dai genitori in maniera più o meno grave e il rapitore sa che la loro assenza cambierà l’atteggiamento dei genitori verso di loro. Diciamo che già questo rovesciamento di prospettiva al primo capitolo è intrigante ma, al secondo, siamo ribaltati nuovamente, perché i figli di due dei ragazzini rapiti, ormai grandi e genitori a loro volta, vengono vigliaccamente uccisi. Che sia il primitivo rapitore a operare in questo modo, magari per punirli di qualcosa? No, perché lui ci viene introdotto al terzo capitolo, è un omone strano ma buono, non avrebbe mai fatto una cosa simile, anzi, quando si rende conto della sinistra coincidenza è il primo ad essere allarmato, perché intuisce che lo vogliono tirare in ballo affinché riveli la sua identità, o comunque si ponga in una situazione di pericolo.

E i bambini, direte voi, i bambini cresciuti, possibile che nessuno abbia fatto 2 + 2 e abbia intuito la doppia rete intessuta su quegli ormai storici rapimenti? Certo che si. Uno, particolarmente sveglio e senza figli, contatta altri suoi “fratelli”, come li chiama lui, sempre senza figli, che possano indagare. Perché, anche se non si sono riprodotti, forse non è il caso di stare troppo sereni, no? E la polizia, ora vi chiederete, la polizia che fa? Hanno tirato i fili, scorto le coincidenze, ricostruito gli avvenimenti, fatto supposizioni? Ma sì, ma sì, tranquilli, che hanno fatto tutto e ci stanno lavorando su. Anzi, le due poliziotte che sono costrette a lavorare insieme nonostante la scarsa reciproca simpatia, vengono descritte in maniera davvero spumeggiante con le loro storie, i loro tic, il rapporto conflittuale che viene messo da parte per lasciare spazio e respiro all'indagine.

Tutto questo ammasso di personaggi (bambini cresciuti, poliziotti nuovi sul caso, poliziotti vecchi che andarono, vecchio rapitore con compagna, nuovi bambini cresciuti con prole che viene puntualmente rapita e uccisa o narcotizzata) proseguono nel racconto come un’imponente falange macedone, cercando di non inciampare troppo nei colpi di scena e non rimanere avvolti nelle trame di un thriller che si fa sempre più complicato ma, ahimè, in questo la Barbato non riesce. Troppa, troppa carne al fuoco, non potendo uccidere tutti i personaggi che non ha più interesse a portare avanti, inizia a dimenticarli per strada, il dramma è che molla proprio le due poliziotte, a cui subentra un loro collega in pensione che aveva seguito il caso; nell'avvitamento totale a un certo punto dal cilindro deve sbucare un colpevole e, ovviamente, lo tira fuori ma proprio per il pelo, manco per le orecchie, la presa è poco salda e, infatti, rischia di sfuggirle via per tutto il tempo.

Alla fine ci troviamo di fronte una buona idea di base, sceneggiata in maniera troppo pesante e arzigogolata, e che perde di vista la credibilità nella svolta finale, troppo cervellotica e improbabile. Peccato, perché la scrittrice sa tenere benissimo la tensione. 

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"Parlami di te"

29 Marzo 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Parlami di te

Hervé Mimran, 2018

 

Brutta commedia pasticciata questa di Hervé Mimran, che spreca il buon Fabrice Luchini per raccontare non si sa bene cosa, pare la vera storia di Christian Streiff, ex CEO di Airbus e del gruppo PSA, il quale ha scritto un libro che è, come riporta Wikipedia, “un’autobiografia nel quale racconta la sua malattia e la lenta convalescenza”. LENTA. Perché riprendersi da due ictus susseguitisi in una manciata di ore senza soccorso medico richiede tempo, non certo il mesetto scarso mostrato nel film, in cui il protagonista, afflitto da afasia fluente a seguito della patologia (significa che produce frasi con ritmo e intonazione nella norma ma composte da parole disconnesse tra loro per significato e sintassi rendendo il discorso poco o non comprensibile), liquida la sua convalescenza con un paio di sketch basati su giochi di parole tradotti anche decentemente in italiano e poi, sulle sue gambe, torna a casa. E si limitasse a questo, potremmo anche accettarlo. La sospensione dell’incredulità decide di suicidarsi quando, sempre nel giro di pochissime settimane, con l’aiuto di un’ortofonista, sceglie di partecipare a un importante salone espositivo enunciando il suo discorso da CEO con grande successo. Partono gli applausi, le congratulazioni, le pacche sulle spalle e un bel licenziamento in tronco comunicato anche con fastidio perché le multinazionali sono tutte fatte da persone cattive e insensibili contro i disabili volenterosi. E poi è il karma, no? Dall’inizio mostravano Luchini come un animale da profitto e sfruttamento, che a malapena si occupava della figlia nonostante una moglie morta atrocemente, di cui conservano ancora il letto di morte come un mausoleo (anche questo, come si dirà in seguito, intuito da un’inquadratura mostrata un attimo senza un commento, un’interazione tra gli attori, una spiegazione, nulla), scontroso con tutti, che non dice mai grazie. E allora tiè, così impari. Francamente tra i manager e il regista non saprei dire chi è il più cinico. In tutto ciò Mimran pensa bene di buttare a casaccio la storia dell’ortofonista che ricerca la sua madre biologica, la sua storia d’amore con l’infermiere a metà tra il simpaticone e il ritardo mentale lieve e, ovviamente, di lasciarle mezzo in sospeso, con intermezzi di pochi minuti che dovrebbero farci intuire epiloghi scialbi e muti, senza un briciolo di introspezione psicologica, insoddisfacenti e francamente inutili nel contesto. L’ultimo terzo del film è semplicemente insopportabile per i dialoghi, lo sviluppo della trama, il mutare dei rapporti tra i protagonisti, indegni anche di una sceneggiatura di un cartone per bambini della materna. Il film, quindi, che in una scena pensa bene di strizzare l’occhio a Quasi amici rendendo ancora più evidente l’abisso tra i due film, sempre che ce ne fosse bisogno, è una banalizzazione quasi offensiva del percorso di riabilitazione psicologica e fisica di chiunque abbia subito un grave sconvolgimento della propria esistenza per motivi di salute. Nemmeno oso un accostamento con Lo scafandro e la farfalla, perché andrei nel penale. Comunque, alla fine il protagonista impara a dire “grazie”. Non lo avreste mai immaginato, eh?

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Jonathan Coe, "La pioggia prima che cada"

27 Marzo 2019 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 
 
 
La pioggia prima che cada
Jonathan Coe
Feltrinelli, 2013
 
Non so cosa Coe sappia di costellazioni familiari o psicoterapia transgenerazionale. Probabilmente nulla. O, magari, ha chiesto consiglio, come per il Valium con il whisky per sapere se può essere letale. In ogni caso bravo due volte, per questo e per avere reso in maniera assai credibile le storie di quattro generazioni di donne, tutte colpite dallo stesso primitivo trauma affettivo causato dalla bisnonna Ivy: la mancanza d'amore. Rosamund, anziana omosessuale da anni sola, decide di togliersi la vita e, prima di farlo, registra quattro nastri con i ricordi della saga familiare di Imogen, la nipote cieca a cui andrà parte dell'eredità. I nastri servono perché Imogen è introvabile da anni e, ascoltandoli, gli altri eredi avranno abbastanza indizi per trovarla. Essi contengono la descrizione di venti immagini che Imogen non ha mai potuto vedere e ricostruiscono la storia della sua famiglia, un susseguirsi di rapporti familiari anaffettivi, uomini inaffidabili o manipolatori, crudeltà e frustrazioni che conducono tutte le protagoniste a scelte errate o infelici. Ci saranno anche due eventi-presagio, uno che si presenterà nuovamente dopo cinquanta anni, a scandire l'inizio e la fine dell'era funesta tra le donne della famiglia. Perché nella vita pare esserci caos solo perché noi conosciamo una parte degli avvenimenti. Se noi sapessimo tutti i segreti - tutto ciò accade nel momento in cui accade e non magari quindici anni più tardi dalla lettera di una parente che non abbiamo mai conosciuto - se avessimo una visione d'insieme, sia verticale e storica che orizzontale nel senso della sincronicità, potremmo intuire l'ordine delle cose, la trama del destino, così come intuiamo la pioggia prima che cada dall'umidità e dall'elettricità nell'aria, in quell'attimo infinitesimale, frazione che abbiamo appena il tempo di cogliere con i sensi prima di poterla elaborare, perché poi arriva la pioggia a travolgerci, irruenta e scrosciante, proprio come i fatti della vita che ci inondano e ci distolgono dalla nostra percezione del filo conduttore che resta un disegno sfocato sullo sfondo di un quadro di Pollock. 
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