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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

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Ota Pavel, "Come ho incontrato i pesci"

25 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Come ho incontrato i pesci

Ota Pavel

Keller, 2017

 

Cento volte avrei voluto ammazzarmi, quando non ce la facevo più, ma non l’avevo mai fatto. Forse nell’inconscio desideravo baciare ancora una volta il fiume sulle labbra e prendere i pesci argentati. Era stata la pesca che mi aveva insegnato la pazienza e i ricordi mi aiutavano a vivere”.

In questo explicit è racchiuso tanto del senso del libro e della vita di Pavel, scrittore soprattutto di pezzi sportivi, ammalatosi ancora giovane di una malattia psichiatrica che lo segnò per diversi anni. La pesca è il filtro attraverso cui, con questo insieme di racconti, a tratti memoir, che formano un romanzo leggero, ilare in alcuni punti, struggente e malinconico in altri, Ota Pavel narra alcuni aneddoti della sua vita. Da bambino, quando il padre (un personaggio spassosissimo) quasi lo fa annegare per pescare qualche pesce in quanto lui non sa nuotare, al vuoto percepibile lasciato dalla narrazione durante la Seconda Guerra Mondiale, un vuoto causato dall’assenza della pesca, attività negata alla famiglia dello scrittore. La vita, la morte, la solidarietà, la crudeltà, l’allegria, il nonsense si nascondono dietro una scrittura stralunata e giocosa, affollata di nomi di pesci mai sentiti, aneddoti per cui è impossibile non ridere (come quello della gita in barca durante la quale, a causa della pioggia, invadono la tenda di due campeggiatori fidanzati e l’amico li fa cacciare perché, cercando spudoratamente di palpeggiare la donna, tocca le rotondità dell’uomo che non gradisce). Un libriccino che si legge con un unico, permanente sorriso sulle labbra, a volte un po’ più amaro, rivolto in parte anche a noi che pensavamo che mai avremmo letto con tanto piacere un libro che parla solo di racconti di pesca. 

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Nicola Ravera Rafaele, "Il senso della lotta"

23 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Il senso della lotta

Nicola Ravera Rafaele

Fandango, 2017

 

Correre a giorni alterni, cuffiette alle orecchie, per stare soli con il proprio mondo interiore. Lo abbiamo fatto o lo facciamo in tanti, magari per tenerci in forma. Tommaso lo dichiara fin dalle prime righe del romanzo, lo fa per uscire dal suo stordimento quotidiano. Perché da 35 anni vive senza sapere nulla dei suoi genitori, appartenenti alle BR ed esuli a Parigi, che lo lasciarono ancora bambino dagli zii materni. Poi sono morti e a lui sono rimaste solo un sacco di domande inutili e senza risposta a cui pensa negli intervalli di una vita fatta di precariato lavorativo, affettivo e sociale. Ma un malore, che lo coglie a poche pagine dall’incipit, gli fa incontrare un medico che per il suo cognome, forse per i tratti del viso, gli rovescia addosso un macigno rivelandogli di avere conosciuto i genitori a Grenoble nel 1984. Peccato che i genitori siano ufficialmente morti, con tanto di certificato, l’anno prima.  Tommaso, giornalista a contratto, non troppo convinto del suo lavoro, della sua donna, dei suoi genitori, e in definitiva di tutta la sua vita, inizia a lottare per realizzare il desiderio che ha sempre dovuto mettere da parte, conoscere la verità sulla sua famiglia biologica. E la trova nella seconda metà del libro. La trova non come la immaginavamo né noi lettori né lui, la trova triste, malinconica, rattoppata e crudele. La trova districandosi in una storia recente e ancora controversa dell’Italia, la trova tra le macerie di chi ha combattuto per la causa giusta ma nel modo sbagliato e adesso ha solo un grumo di rimpianti e rivendicazioni velenose da sputare in faccia a chi è venuto dopo e non ha voluto capire il baratro in cui saremmo sprofondati, la trova e non sa cosa farsene. Perché non ne trova il senso, perché anche se non ce l’aspettavamo così alla fine è uguale ad altre cento, mille storie già sentite di chi combatte per la giusta causa e poi la rigetta, la tradisce pur di salvare la pellaccia a cui teniamo tanto, perché è sempre così, combattono e rischiano quelli che ci credono davvero, i pesci piccoli, quelli che poi hanno tutto da perdere. Il senso lo ha trovato forse chi, tempo prima, aveva scritto un mediocre romanzetto noir in cui avevano trovato posto, tra le pieghe della finzione romanzesca, nomi e fatti troppo simili alla storia dei genitori di Tommaso. Perché come dice la Atwood, citata in esergo, una storia diventa tale quando la racconti a te stesso o a qualcun altro.

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Silvia Greco, "Un'imprecisa cosa felice"

14 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Un'imprecisa cosa felice

Silvia Greco

Hacca, 2017

 

"Perché la morte di quelli a cui vuoi bene già di per sè è una gran brutta bestia che ti afferra alla gola e ti sbrana fin nelle viscere, ti dimezza il respiro e ti porta giù fino all'inferno degli abbandonati. Figuriamoci se chi muore lo fa in un modo ridicolo, grottesco, assurdo come dovrebbe succedere solo nei cartoni animati, dove poi nessuno muore davvero".

Questo viene detto nel prologo dopo la poesia di Pessoa da cui proviene il titolo del romanzo. Difficile ravvisare la felicità, per quanto imprecisa e sfocata con premesse simili. Infatti in questo romanzo, una favola delicata e tenera dove ci sono giornate in cui "il cielo era uno spettacolo di azzurro e di cotone, l'aria faceva il solletico al naso e il mondo fuori sapeva di promesse", non è un inno alla gioia, un elogio della speranza. No. E' la storia di Marta e Nino, due ragazzi a cui la morte ha strappato due affetti in maniera abbastanza ridicola, degna dei Darwin Award, tanto che rievocare gli incidenti è alquanto imbarazzante e sulle loro spalle, oltre al dolore del lutto mai del tutto superato, sono rimaste sul groppone due famiglie discretamente disfunzionali e dei comportamenti un po' bizzarri, vuoi perché Marta è una piccola ribelle, vuoi perché Nino non ha un grande quoziente intellettivo. I due cercheranno di dare una svolta alle loro vite in modo da imporre loro una direzione e risolvere i problemi quotidiani e, esattamente come un lettore NON si aspetterebbe, niente va come dovrebbe. Nulla di tragico accade, o meglio nulla di più tragico di quanto già non sia accaduto, semplicemente la vita fa ciò che fa con tutti noi, va per la sua strada senza perdere troppo tempo a chiederci il permesso o se ci sta deludendo o scombinando i nostri piani. Eppure nessuno di questi imprevisti o fallimenti è davvero triste o doloroso: la poesia di questo piccolo romanzo è proprio la leggerezza con cui tutto viene accolto, dai protagonisti e dal lettore, perché la vita è una teoria di eventi tragicomici, a volte si ride, altre si piange, il problema è che quando entriamo nella seconda fase ci dimentichiamo completamente della prima e perseveriamo scioccamente a percorrere tunnel bui e lacrimosi. Invece esiste sempre una persona, un'idea o un fatterello che può far sbocciare di nuovo un sorriso, che sia una signora attempata e dagli amori facili, un lavoro da reinventare o delle casse di derrate alimentari lasciate incustodite. Questo libro è come quel raggio di luce solitaria che filtra la mattina e che ti regala in un attimo la forza di alzarti e affrontare una giornata densa di impegni. Menzione al nome del cane, il più geniale dopo quello del film "Il Grande Cocomero". Consigliato davvero a tutti

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Paul Auster, "4321"

12 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

4321

Paul Auster

 

Einaudi, 20117

 

"…e sempre, fin dall’inizio della sua vita consapevole, con la sensazione costante che i bivi e le parallele delle strade prese e non prese fossero tutti percorsi dalle stesse persone nello stesso momento, le persone visibili e le persone ombra, che il mondo effettivo fosse solo una piccola parte di mondo, poiché la realtà consisteva anche in quello che sarebbe potuto succedere ma non era successo, che una strada non fosse né meglio né peggio di un’altra, ma il tormento di vivere in un solo corpo stava nel fatto che dovevi essere sempre su una strada soltanto, anche se avresti potuto essere su un’altra, in viaggio verso un posto completamente diverso”.

Ma fortunatamente per Auster e per noi immaginazione e scrittura sono due mezzi efficaci per lenire tale tormento. Partendo da una barzelletta dell’ebreo migrante che viene ribattezzato Ferguson da un’espressione yiddish, Auster immagina che dal momento della nascita, il protagonista Archie (Ferguson, appunto, nipote dell’avo rinominato) prenda ben 4 strade diverse per percorrere la propria vita. Le storie si svolgono in parallelo, con una struttura che può apparire irritante, ma fa parte del divertimento della lettura alla fin fine, con ogni capitolo suddiviso in 4 sottosezioni. La numerazione consente a chi lo desiderasse di leggere le storie una per una in sequenza, ma credo si perderebbe la struttura a suo modo armonica che permette di osservare non tanto le differenze tra le diverse vita, quanto le ricorrenze: lo sport, sotto forma di pallacanestro o baseball, la passione per la Francia e Parigi, l’ossessione per la scrittura, sia essa narrativa, traduzione o giornalistica, la presenza di Amy, amante, amica, sorellastra con cui vivere un rapporto casto e a volte conflittuale, ricorrono in tutte le vite dei 4 Ferguson. Perché? A ognuno la sua interpretazione, forse un riferimento al fato, alla predestinazione per ognuno di noi ad amare in ogni universo parallelo sempre la stessa persona, fare sempre gli stessi errori o dedicarsi sempre alle stesse passioni. Come dire: non rimpiangere la tua attuale esistenza perché non è detto che sarebbe cambiata molto e comunque non sempre in meglio? Forse.

Solo una cosa era certa. Uno alla volta, i Ferguson immaginari sarebbero morti, proprio come Artie Federman, ma solo quando avesse imparato ad amarli come se fossero veri, solo quando il pensiero di vederli morire gli fosse diventato insopportabile, e poi sarebbe stato di nuovo solo con se stesso, l’ultimo sopravvissuto

e con questa frase torna un tema già sperimentato da Auster nella Trilogia del protagonista a sua volta scrittore dello stesso libro che si sta leggendo. Il risultato di questo esperimento (non credo del tutto originale) è un libro che parzialmente si perde nella quinta parte quando gli eventi storici, in particolare le proteste alla Columbia, prendono il sopravvento sulla vita di Archie, diluendo ancora di più le 3 esistenze (sì, a quel punto di Ferguson ne sono già rimasti solo 3) e vanificando la bravura di Auster nel richiamare ogni volta il filo narrativo del Ferguson “giusto” mediante la citazione di eventi  o persone del medesimo universo parallelo. Il libro riprende vigore nell’ultima parte ma, oggettivament, avrebbe potuto essere sfoltito (non tanto). P.S. A mio parere il migliore resta F3 con la sua vita terribilmente scombinata, luttuosa ma anche fuori dalle regole e ricca di amore e soddisfazione.

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Pierluigi Cappello, "Questa Libertà"

5 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Questa libertà

Pierluigi Cappello

Rizzoli, 2013

 

Frammenti di una vita spezzata in due. Al momento del fatto che stravolgerà la sua esistenza terminano, assemblati in una autobiografia parziale in cui Cappello spiega, col suo stile poetico e preciso, il suo amore per la lettura, la necessità della scrittura, una vita trascorsa in un mondo ormai antico in cui la fatica era il legame visibile tra le generazioni e tra gli uomini e la terra. Partendo dalla sua visuale di persona permanentemente seduta, citando di striscio Leopardi, il poeta prestato alla prosa ci conduce nella sua infanzia crollata dopo il terremoto del Friuli e, ricordando personaggi come Silvio, l'anziano che intrecciava gerle o la professoressa Algozer, che insegnava che la matematica era precisa sennò sarebbe diventata poesia, ci immerge nel suo mondo fatto di vocaboli accuratamente scelti, soppesati e intrecciati: come le gerle aiutano a trasportare i pesi da valle alla montagna, così le parole possono aiutare a contenere il dolore, che può arrivare a fermarsi in prossimità del cuore come un proiettile che nessun chirurgo può estrarre, e allora occorre contenerlo, comprenderlo, nel senso di conoscerlo, e affrontare il continente ignoto di una vita spezzata, proprio come la sua colonna, lasciando indietro le navi bruciate, novello Cortez dalla conquista di una nuova vita. 

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It

2 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #cinema

 
 

 

 
 
It
 
Andres Muschietti, 2017
 
 
 
Premessa numero 1: mi è piaciuto 
Premessa numero 2: lessi il libro 24 anni fa e ricordo molto bene che, oltre alla mia solita paura del mostro sotto il letto (sì, a 16 anni come oggi controllo sempre sotto il letto e se dormo in uno di quei letti senza i piedi controllo nell'armadio, ché mica sono fessa, lo so che si va a nascondere lì di ripiego), per un mesetto ebbi la fobia degli scarichi e prima di appoggiare i glutei su una tazza di gabinetto esploravo per interminabili minuti che nulla uscisse per azzannare le mie rosee rotondità. Questo per dire che non potrei fare un confronto col libro nemmeno sotto ipnosi. Me lo sono gustata come un film che speravo mi spaventasse e non sono delusa, i colpi di scena sono pochi ma fatti bene, la tecnologia ha permesso a IT di potersi trasformare fluidamente nelle diverse incarnazioni, anche se il pagliaccio in sé non l'ho trovato così inquietante. Bravi i piccoli attori, Bev pare uscita da un quadro di Rossetti e anche gli altri sono fisicamente azzeccati. Hanno reso bene i bulli e soprattutto quello più squilibrato, non sono mancati i cenni alla storia di Derry con le sue "disgrazie", ma ci sono anche dei difetti, come chi ha giustamente notato che se soffri di asma  ti attacchi al Ventolin anche nel primo tempo e non solo nella seconda metà del film. Forse troppo abbozzata la figura di Mike che si spera acquisti spessore nella seconda parte "adulta". Sì, perch, se non ricordo male, il libro procedeva per flashback, qui invece si è saggiamente deciso di narrare la storia in maniera cronologica: lo scontro da bambini e, immagino, quello da adulti nella seconda parte. Tutto sommato una discreta trasposizione che ovviamente non eguaglierà mai il libro. Una nota infantile: capisco che la stessa frase sia presente nel libro ma a sentire una voce che dalle fogne dice "NOI QUI GALLEGGIAMO TUTTI, VIENI A GALLEGGIARE ANCHE TU?", io mi sono messa a sghignazzare per il doppio senso. Abbiate pietà. Il film invece ha come effetto far (ri)prendere in mano il tomo di King. Buona visione!
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"L'uomo di Neve"

25 Ottobre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #cinema

 

 

 

 

L'uomo di neve

Tomas Alfredson, 2017

 

Trarre un film da un libro di un autore che vende milioni di copie in tutto il mondo pensando che automaticamente sia un bel film è come pensare di diventare gnocca semplicemente indossando un abito da pret-á-porter. Non funziona. Al netto della solita premessa dei linguaggi differenti utilizzati da cinema e letteratura e anzi, proprio per quello, un regista dovrebbe capire cosa funziona su carta di quella storia, e cosa su celluloide. Nesbø è un gran prestigiatore, infila personaggi, sottotrame spesso incompiute da continuare nel romanzo successivo, cadaveri da morte truculenta, sesso esplicito e quasi mai romantico, spostando l'attenzione e i sospetti da uno all'altro, in modo che anche il lettore più scafato e gradasso alzi le mani in segno di resa al momento fatidico del disvelamento. In questo film, fatto di un cast tutto americano e europeo, abbiamo solo un guazzabuglio di attori bravi ma prigionieri di una sceneggiatura e di dialoghi al limite del ridicolo che gestiscono come possono. Il protagonista Hole si dovrebbe capire che è un alcolista cronico da due svenimenti sulla neve e dal fatto che indossi per tutto il film un parka più economico di quello che ho preso io da Zara, visto che beve a stento un goccio durante tutto il film. La Gainsbourg con l'età ha perso il morso inverso e per tutto il film è costretta a queste faccine tra disperazione e stupore che non le rendono giustizia. Val Kilmer se non avessi letto il suo nome nei titoli di testa mai lo avrei associato alla faccia vistosamente deformata da una plastica chirurgica finita male per eccesso di botox o cortisone. J. K. Simmons ha una parte piccolissima e vergognosamente non approfondita per la sua bravura. Il regista butta tutto nella trama senza un minimo di spessore, delitti collegati a pene di segugio, colpevoli che hanno ammazzato in mezza Norvegia non si sa bene né come né quando, tutto resta appiccicato alla bell'e meglio. Oslo, che fa sui 650.000 abitanti e che è una capitale che non offre poi tante attrazioni da visitare, pare scintillante quanto Manhattan, inoltre sembra che tutti i norvegesi per andare a casa o a fare la spesa usino la spettacolare strada atlantica, come dire, piazziamo scenari da cartolina gratuiti così non si accorgono che il film fa acqua (anzi, neve) da tutte le parti. Pietoso il finale con Hole ferito in maglione sulla neve che psicanalizza in 10 secondi 10 il colpevole, il quale muore nella maniera più idiota e scontata che si potesse immaginare. E c'è di peggio: dal finale si teme un sequel. Prepariamoci.

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Andrea Vivaldo, "Moby Prince, la notte dei fuochi"

15 Ottobre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #il mondo intorno a noi, #vignette e illustrazioni

 

 

 

 

Moby Prince la notte dei fuochi

Andrea Vivaldo

Becco Giallo, 2010

 

Primo saggio-inchiesta a fumetti in cui mi imbatto e che segnalo con molto piacere. Basato sul libro di Fedrighini che nel 2006 fece riaprire dopo 25 anni di silenzio e sentenze indegne il caso del Moby Prince, che non è uno tra i tanti incidenti marittimi della cronaca, bensì il più grande disastro della Marina Civile italiana ma soprattutto entra di diritto insieme ad Ustica nel novero dei "misteri italiani". La notte del 10 aprile 1991 il Moby Prince salpa dal porto di Livorno, rotta per Olbia. Ancora in rada urta la petroliera Agip Abruzzo che le riversa addosso cascate di petrolio (o nafta? Una delle tante cose mai chiarite) incendiandola. Da subito i soccorsi si muovono solo per la petroliera il cui equipaggio verrà tratto in salvo mentre i 140 tra passeggeri ed equipaggio del traghetto moriranno carbonizzati o asfissiati da ore di esalazione di monossido di carbonio. L'inchiesta chiusa frettolosamente in 11 giorni dirà che la nebbia e la negligenza del Comandante Chessa, che guardava la Juve in TV invece che pilotare il traghetto, hanno causato la tragedia. In realtà, a parte che filmati d'epoca mostrano una notte tersa, vi saranno in successione una serie di depistaggi e strani incidenti: scompare la scatola nera del Moby Prince, brucia a tre giorni dall'incidente il registro di bordo dell'Agip Abruzzo, non si conoscerà mai con esattezza il ruolo e il numero delle navi in rada quella notte né il ruolo della base americana di Camp Darby lì vicino. L'unico superstite, il mozzo, non darà mai una chiara versione dei fatti, è l'unica VHS integra di un passeggero ritrovata verrà manomessa. E su una di quelle navi indagava Ilaria Alpi che 3 anni dopo avrebbe trovato la morte in un attentato col collega Hrovatin in Somalia. Cosa è davvero successo quella notte e che connessioni ha con altri "misteri d'Italia"? Non lo sapremo mai temo, ma opere come questa servono soprattutto, oltre che a divulgare, a "tappare i buchi" di una giustizia e uno Stato assenti per troppo tempo.

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J E. Douglas, Mark Olshaker, "Mindhunter"

12 Ottobre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

 

Mindhunter

John E. Douglas Mark Olshaker

Longanesi, 2017

 

Saggio autobiografico che racconta vita ma soprattutto professione di John E. Douglas, uno dei primi “profiler” del FBI insieme a Robert Ressler. Alle loro figure si sono ispirati per serial quali “Mindhunter” o “Criminal minds” in quanto hanno letteralmente rivoluzionato il BAU (Behavioral Analysis Unit) da loro diretto per anni. Il libro si divide nettamente in due parti: la prima di 50-60 pagine, evitabilissima, che descrive la vita di Douglas prima di giungere al Bureau e che è però interessante per capire i meccanismi del mondo di lavoro americani, in quanto il più famoso Agente Speciale dei suoi tempi non si è mai laureato in psicologia o materie affini, è stato assunto solo perché aveva buone doti d'introspezione nelle menti altrui, e la seconda con la descrizione del suo lavoro e relativi casi di cronaca. Questo è il primo punto nevralgico che viene toccato da Douglas: egli infatti ammette che le sue doti, che gli consentono d'immedesimarsi in menti patologiche, sono le stesse che gli consentirebbero di fare del male se lo volesse. Il bene e il male sono spesso separati da una linea sottilissima ma soprattutto chi esercita il male a qualunque livello lo fa consapevolmente perché non può ignorare che le sue azioni procurano danno al prossimo. Da qui una visione molto “radicale” della punizione dei criminali favorevole alla pena di morte. Douglas ispirò anche la figura del capo di Clarice Starling ne Il silenzio degli innocenti e lui stesso narra che l’attore che doveva interpretarlo, Scott Glenn, democratico e contrario alla pena capitale, cambiò idea quando Douglas gli fece ascoltare il nastro di un’adolescente registrata dai suoi torturatori mentre la seviziavano con pinze e martello. L’audio pare sia la prova del nove per capire quanto una giovane recluta sia adatta a sopportare il lavoro. Il libro, pur non crogiolandosi nella crudezza e nella pornografia della violenza, dà una sconcertante e agghiacciante panoramica di ciò che certi individui sono stati in grado di fare ad altri esseri umani nel corso dei decenni e questo è un altro suo punto forte: se il lettore non lo aveva fatto prima, con certe descrizioni perde definitivamente l’innocenza. Esistono là fuori un mucchio di persone che traggono piacere dal controllare altri esseri umani, psicologicamente o fisicamente, fino a ridurli a veri o propri schiavi o ad ucciderli o mutilarli nel copro o nell’animo. E la maggior parte di loro sono ovviamente insospettabili, sennò non farebbero tante vittime. Se leggere il libro e cercare sui motori di ricerca i casi descritti è straziante, è assai disturbante fare la conta del numero di casi mai risolto e degli assassini attualmente a piede libero in mezzo mondo. Poco per cui stare allegri. Altro punto a favore del libro è che Douglas accumulò così tanta conoscenza sui serial killer grazie alla brillante idea di andare ad intervistare coloro che ancora marcivano nelle prigioni di Stato in attesa della morte, naturale o procurata dal Governo. Insomma, costui è andato a sciropparsi ore e ore di crudeltà, efferatezze, ragionamenti da sociopatico, in alcuni casi vanterie da parte di questi individui che egli definisce sempre e solo in un modo: NULLITA’. Individui che nel nostro immaginario collettivo sono assurti al rango di mostri che turbano le nostre notti per gli scempi che hanno fatto delle vite umane che hanno troncato, uno su tutti Charles Manson le cui “gesta” ancora si ricordano, vengono definiti come nullità, in quanto se fossero qualcosa, se avessero una vita degna di essere vissuta, una dote, un talento, un briciolo di qualsiasi cosa li avvicini ad essere umani, non ricorrerebbero alla distruzione di vite altrui. Chi è crea, chi non è, distrugge, insomma. E’ consolatorio? Per me molto. Fa rivalutare anche il dolore che ci hanno inflitto piccoli esseri meschini che abbiamo incontrato nella nostra circoscritta realtà: paradossalmente loro cercano di annientare chi “è”, per cui occorre un ribaltamento di prospettiva sull’importanza che si dà a questi individui. In conclusione è un saggio che mi sento di consigliare solo a chi è davvero appassionato al tema delle scienze comportamentali, alla criminologia e ha abbastanza pelo sullo stomaco per tollerare le storie descritte, purtroppo tutte vere, anche quando paiono al limite dell’incredibile, non dimentichiamolo mai.

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Alain Deneault, "La mediocrazia"

9 Ottobre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #saggi

 

 

 

La mediocrazia

Alain Deneault

Neri Pozza, 2017

 

Un filosofo canadese espone, attraverso una serie di articoli precedentemente pubblicati su riviste e riuniti in questo saggio, la sue teoria di come i “mediocri” abbiano silenziosamente ma indubitabilmente preso il potere nel mondo cosiddetto civilizzato nell’ultimo secolo. I mediocri, beninteso, non sono coloro che stiracchiavano la sufficienza a scuola, sono invece coloro che mirano ad avere una società letteralmente “piallata” nelle esigenze e nelle competenze, in cui la cosiddetta gaussiana sia ridotta ad una curva a spillo in cui tutti ci ammassiamo volenti o nolenti. Burattini, fatti in serie, programmati, annullamento delle peculiarità, dei desideri, delle idiosincrasie o delle attitudini personali: questo richiede oggi il mondo, sia dello studio universitario, sia del lavoro. E per ottenerlo occorre ovviamente una collaborazione della politica che, osservando soprattutto i recenti risultati delle votazioni in tutto il globo, non ci offre un panorama confortante in merito a coloro che decidono per noi. Non siamo più persone, bensì’ “massa”, una specie di blob informe che deve adattarsi al recipiente in cui viene stipato. Essendo il libro una raccolta di articoli, ognuno potrà trovare il campo in cui ha potuto sperimentare la mediocrazia sulla propria pelle: chi ha cercato recentemente di inserirsi nel mondo del lavoro si sarà reso conto che anche ad un misero impiegato del catasto viene chiesta “alta competitività” (ma per cosa?), “capacità di lavorare in squadra” (fortuna che lo chiedono, sia mai che il chirurgo decida di iniziare l’intervento prima che arrivi l’anestesista), “ottime capacità relazionali” (anche qui, che ti aspettavi? Che sfanculassi tutti i clienti?). Se sei onesto, cooperativo in senso umano oltre che produttivo (e chi ha lavorato in ambienti numerosi sa quanto la competitività stronchi il lavoro rendendo l’ufficio un inferno) non gliene può fregare di meno a nessuno. E fino a qui credo che molti possano trovarsi d’accordo, non sono nemmeno novità, vengono solamente evidenziate molto bene. Purtroppo il saggio di Denault qui raggiunge il suo apice e anche la sua morte perché la sua “analisi”, basata fondamentalmente su fatti politici e di cronaca canadesi e francesi e quindi relativamente poco conosciuti, si arena mostrando tre fondamentali e macroscopici difetti.

1 Critica ferocemente il ‘900 in quanto secolo che ha permesso ai mediocri di prendere il potere, ma non solo non spiega bene “come” ma sembra dimenticarsi che quello stesso secolo è stato il calderone da cui sono scaturiti le più importanti conquiste sociali per l’uomo: suffragio universale, diritto di uguaglianza tra sessi e etnie. Non mi pare poco.

2 Le motivazioni di Denault, consapevolmente o meno, scorrono sul filo del complottismo: BigPharma, poteri forti nell’ombra, Premier “spinti” da oscure entità finanziarie e bancarie. Una mente un po’ troppo fervida potrebbe interpretare in maniera disastrosa certe affermazioni, senza porsi i dubbi del caso.

3 Quali soluzioni allo sfascio imminente? E non è una domanda retorica, chiedo perché Denault si dimentica proprio di proporne, eccetto un generico “sta al singolo opporsi al sistema”. Ah beh. Se poi il singolo soccombe e resta magari senza lavoro per essersi opposto pazienza, sarà una vittima sacrificabile. Un po’ “mediocre come ragionamento”

In definitiva un’idea interessante che arranca sia per la struttura stessa del libro, slegata e frammentaria, con troppi riferimenti ad una politica nazionale (quella canadese), sia per i motivi sopraelencati. Aggiungo che per un cittadino italiano medio è francamente incomprensibile come uno dei Paesi più vivibili al mondo quale è il Canada possa essere descritto come mediocre, noioso o asservito a delle logiche economiche o politiche al limite della sopportazione. Sarà pur vero, ma per sicurezza inviterei Monsieur Denault a vivere un anno in Italia, magari il prossimo libro sarà “La Pessimocrazia”.

 

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