Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Cerca risultati per “Aldo Dalla Vecchia Vita da giornalaia”

PREGHIERA DI NATALE

22 Dicembre 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

 

 

 
Alzo le braccia, mi arrendo, lo ammetto, anche se non sarà una gravissima colpa, vi confesso che… non vado mai in chiesa e, quando accade il contrario, succede a causa di cerimonie tristi oppure felici, quindi, in queste occasioni, varcando la porta con in fondo l’altare, il mio sguardo rimane, prima di tutto, attratto dai finti marmi delle colonne, dagli affreschi alle pareti e dalle vetrate legate a piombo, per il resto mi interesso poco alla liturgia. Ma non mi fraintendete, ho comunque il massimo rispetto per la fede e per i fedeli, rimane il fatto che in chiesa, però, non vado mai, non prego e forse neanche ricordo le preghiere.
Vi state chiedendo tutto questo che centra? Il fatto è che ci avviciniamo a Natale e la notte del 24 molti si recheranno in chiesa, io probabilmente non reggerò la mezzanotte e andrò a dormire ma, se con la fantasia quella notte sognassi di entrare in chiesa, mi inginocchierei, e a capo chino, a mani giunte, chiudendo gli occhi è così che pregherei.
 
 
Padre nostro che sei nei cieli, lo devi ammette pure te che qua è 'n gran casino, c’è chi la vo cotta, chi la vo cruda, chi fa er dritto e er prepotente, chi è buciardo e 'nfàme, chi è debbole e 'mpàurito, chi spenne e spanne e chi de fame se mòre. Te cjai raggione, a noi su sta tera hai lassato 'a libertà de fa come ce pare e, proprio pe questo, semo tutti tanto stronzi che stamo a rovinà er mejo pianeta della galassia co l’umanità 'ntera. Cjò paura che semo talmente 'ncasinati che te stamo a fa rode er c… Vabbè se semo capiti e, dopotutto, è giusto che se meriteremmo er castigo tuo, 'nzomma, Padreterno, io che nun prego mai, oggi vojo ditte sta preghiera, te che stai lassù, pe favore mettece na pezza, nun devi fa tutto 'nzieme, magara fallo 'npo’ alla vorta, giorno pe giorno manna quarche angelo dar cielo a mette a posto sta baracca, forze allora se faremo tutti 'n esame de coscienza e ce meriteremo veramente sto paradiso 'n tera, ecco questa è la preghiera mia de Natale pe te, accontentate che è veramente sincera, ma adesso, dato che grazzie a te, m’hai fatto regalo de la fantasia, vojo approfittà e chiedete l’urtima raccomandazzione, a Camerino c’è na Marchiciana, na brava madre de famja che se la passa male, poveraccia nun è la sola, dopo che la tera ha tremato de brutto, da quelle parti a tutta la gente la vita jé cambiata, nun è stata corpa loro e mo stanno a strigne la cinta e i denti, 'a testa je sbomballa e cjanno er core afflitto, ecco Padreterno mio, te prego ascortame, a chi è stato terremotato, daje armeno na speranza che la vita loro presto aritornerà come prima, questa è la preghiera mia de Natale e Bon Natàle anche a te… che faccio (co la fantasia) te la porto na fetta de pandoro o preferisci er panettone?
 
Mostra altro

"Una rosa blu" di Stefano Simone

10 Dicembre 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #recensioni

 

 

 

 

Una rosa blu (2018)
di Stefano Simone


Regia: Stefano Simone. Origine: Italia. Durata: 20'. Musica: Luca Auriemma. Soggetto e Sceneggiatura: Sabrina Gonzatto. Distribuzione: X-Movie Internazional (Amazon Prime Video). Interpreti: Veronica Cataraga, Davide Frea, Giulio Fraglia.

Stefano Simone è un regista pugliese che conosco da tempo, ho potuto apprezzare l’intera produzione sia di video clip che di lungometraggi, collaborando con lui per alcuni progetti legati al cinema noir (Gli scacchi della vita, Cattive storie di provincia …) e due documentari letterari (Il cielo sopra Piombino, Litania su Piombino). In questa sede analizziamo un breve video girato a Torino che potrete trovare in distribuzione su Amazon Prime Video, in Italia e Stati Uniti, grazie a X-Movie Internazional. Stefano Simone ama occuparsi di problemi sociali, dalla piaga del bullismo (Fuoco e fumo, 2017) al degrado provinciale, passando per il disagio giovanile, il divorzio e la bigenitorialità (L’accordo, 2018). Una rosa blu parla di pedofilia e di rapporti amorosi estorti ma anche del ruolo che scuola e società possono giocare nella normalizzazione di situazioni pericolose. La storia vede protagonista una ragazzina che frequenta un istituto tecnico, figlia unica di una madre che da un po’ di tempo ha un nuovo compagno, purtroppo interessato anche a lei in modo malsano. Un preside che sa ascoltare e un vero amore da parte di un coetaneo faranno il miracolo di far venire alla luce il problema e di affrontare alla radice quel che non va nel cuore della ragazzina. 

Stefano Simone gira un corto molto teatrale, quasi tutto ambientato in interni, gestendo bene campi e controcampi, alternando brevi quanto riuscite sequenze di esterni che immortalano Torino, tra angoli periferici, parchi cittadini e montagne innevate che fanno da cornice. Gli attori sono tutti non professionisti, quindi si perdonano alcune incertezze e una recitazione troppo impostata, ma il regista è bravo a gestire i lunghi dialoghi e un argomento complesso. Notevole il simbolo della rosa blu tatuata, importante per la ragazzina, ma che finisce per ricordare soltanto un’esperienza negativa. La forza del breve filmato sta nelle scene girate in esterno, rapide e concitate, in una fotografia livida e spettrale, nei brevi flash che immortalano gesti dei protagonisti e in una macchina da presa che non si lascia mai andare a movimenti banali e riprese scontate. Il film ha scopi didattici, ma è un lavoro educativo - morale, capace di raccontare una storia d’amore toccante e un riscatto consapevole da una situazione di vita disperata. Ottimo il sottofinale con i personaggi che si alternano sulla scena mentre una visione di Torino dall’alto simboleggia speranza e fiducia nel futuro. L’amore trionfa, la ragazzina prende coscienza di sé, abbandona il nero per colori sgargianti, non ha paura di osare e di vivere una vera storia d’amore. Scritto da Sabrina Gonzatto. Consigliata la visione ai giovani.

Mostra altro

Un fante lassù. Uomini e vicende sul fronte italiano della grande guerra

17 Febbraio 2020 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

Il libro di Gino Cornali (Tarka edizioni) è il memoriale di un ventenne che come molti coetanei allo scoppio della guerra del 1915 sente l'impulso di partire volontario. Le sirene del patriottismo suonano fortissime anche per lui che come altri universitari si presenta subito in caserma per combattere contro l'Austria. Divenuto ufficiale di complemento, combatte nei momenti più delicati sugli altipiani e sul Carso; è a Passo Buole durante la Strafexpedition, poi sul Carso come tenente comanda una compagnia. Pur nel dolore della vita di trincea e pur non mancando molti screzi con ufficiali più insipienti che capaci, permane in lui la convinzione di aver fatto la scelta giusta. Vive il trauma di Caporetto che ci consegna con immagini efficaci; provenendo da un periodo nelle retrovie, il suo viaggio di ritorno verso il fronte gli fa incontrare migliaia di uomini in disarmo, senza guida, incamminati lungo i binari, frammischiati ai civili, convinti di dover solo scappare.

Due sono gli aspetti che in generale restano impressi; innanzitutto la fratellanza con gli altri ufficiali mentre con i subalterni c'è spesso un rapporto di stima reciproca. È questo mondo di relazioni cameratesche che l'autore sente purtroppo di perdere quando arriva il congedo, mentre si trova a Lubiana a guerra ampiamente terminata. Le paure per l'avvenire, i dubbi sulla vita da civile, il timore di aver perso tempo al fronte mentre i furbi si imboscavano nei posti migliori, l'angoscia di perdere gli amici veri emergono in modo struggente. È la fine di un mondo per un giovane che dopo quattro anni in divisa sente di dover ricominciare tutto da capo, come se non avesse fatto nulla nei suoi  anni migliori, aggravato dal fardello della trincea che poco servirà lontano dalle armi. C'è lo smarrire un'identità, costruita nei pericoli della guerra che aveva creato rapporti intensissimi tra uomini che dovevano contare gli uni sugli altri, correndo gli stessi rischi. Relazioni irripetibili, quindi.

L'altro aspetto attiene al dopoguerra e alle prevedibili difficoltà di inserimento, già messe in conto da chi prevedeva disordini sociali e quindi bisogno di guide forti. Come gli spiega infatti un suo superiore, ci vuole un dittatore che costringa all'obbedienza un popolo capace di perdersi, pronto a reclamare concessioni sproporzionate: "Vinceremo senza dubbio gli austriaci; ma bisogna poi vincere anche noi stessi. Vincere la pace, dopo aver vinto la guerra; e non tradire i morti col frustrare la vittoria. Sarà necessario un governo forte che non abbia paura del sangue e delle barricate (..) meglio un dittatore".

Non resterà in effetti, a molti tornati dal fronte, che buttarsi tra le braccia di chi era pronto a valorizzare la generazione dei reduci, pieni di ferite fisiche e morali e soprattutto timorosi di non vedere un adeguato riconoscimento dopo il sacrificio compiuto per vincere. Il memoriale, edito nel 1934, termina non a caso inneggiando "al Fante dello Javorkec e di quota 144, colui che aveva guarito le nostre malinconie", ossia al Duce. Così l'ex studente volontario di guerra contro l'autoritarismo degli Imperi Centrali, finì come tanti altri, nella complessa situazione storica del tempo, per appoggiare il regime autoritario che esaltava il grande sacrificio compiuto al fronte.

Resta un'opera intensa, con molte pagine liriche, scritta da un ventenne che portò la divisa dal 1915 fino al settembre 1919, quando fu congedato col grado di capitano dopo che il conflitto era terminato da quasi un anno.

Mostra altro

Fëdor Dostoevskij, "Due suicidi"

11 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Fëdor Dostoevskij, "Due suicidi"

Due suicidi

Fëdor Dostoevskij

Traduzione di Chiara Munerato

Damocle Edizioni, 2015

pp 21

5,00

Nel 1873, Fëdor Dostoevskij (1821-1881) assume la direzione della rivista Graždanin (Il cittadino) dove pubblica “Il diario di uno scrittore”, opera che contiene una serie di articoli, diffusi settimanalmente e poi raccolti in volumi. Gli scritti vertono su temi di cultura e attualità, come eventi di cronaca nera, antisemitismo, materialismo.

Quello pubblicato dalla Damocle Edizioni è un estratto denominato “Due suicidi”, scritto nel mese di ottobre del 1876. Prende spunto da due fatti di cronaca, le morti per suicidio di due giovani donne, l’una accompagnata da un cinico biglietto, l’altra da una preghiera e da un’icona stretta fra le mani. Due morti simili eppure opposte, l’una dettata dalla noia, l’altra dal bisogno, l’una figlia della disillusione, l’altra della disperazione.

Fine vita e suicidio sono due temi molto sentiti dall’autore, specialmente dopo che gli fu revocata la condanna a morte sul patibolo, esperienza che lo segnò per tutta la vita. Sia ne “L’Idiota” che in “Delitto e castigo”, afferma che vivere, anche in condizioni precarie, anche per soli altri cinque minuti, è l’unico desiderio di chi è vicino alla morte.

L’intelletto è il nemico dell’uomo, è ciò che tormenta perché tenderebbe a dare ordine alla natura e agli accadimenti. Ma il caos si oppone (non a caso Dostoevskij è chiamato “artista del caos”), impedisce alla mente di dare forma alle cose, di placarsi. L’intelligenza tortura, non fa vivere rilassati come animali, fa capire che, se l’anima è destinata a morire col corpo, allora non ha senso coltivare ideali e battersi per essi.

La prima ragazza si è suicidata respirando cloroformio. Apparteneva a una casa di pensatori, d’illuministi. Ella credeva ciecamente in ciò che le avevano istillato ed è morta di noia, di una “sofferenza animalesca ed irrazionale”. È morta di “linearità”, di semplicità, anelando a qualcosa di più complicato, di meno logico, di più spirituale.

La seconda ragazza, una povera sartina senza lavoro, si è gettata dalla finestra con un santino fra le mani. È morta per necessità, con umiltà, affidando la sua anima a Dio dopo aver pregato.

Alla fine ci sono solo due strade: il nichilismo di Nietzsche oppure la spiritualità, la religione, il bisogno di credere nell’immortalità dell’anima. Due sono le creature, due i tormenti, due i suicidi.

Anche questo piccolo testo fa parte della collana dedicata ai classici russi con testo a fronte, diretta e tradotta da Chiara Munerato.

Mostra altro

Andrea Biscaro, "Sangue d'ansonaco"

6 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Andrea Biscaro, "Sangue d'ansonaco"

Sangue d’ansonaco

Andrea Biscaro

Edizioni Effegi, 2015

pp 127

12, 00

Rispetto a Il vicino, Sangue d’ansonaco, il nuovo thriller di Andrea Biscaro, manca delle atmosfere progressivamente agghiaccianti, dell’incalzare dell’orrore, della paura che ti stringe alla gola e, nello steso tempo, non ti fa staccare dalla storia, che ci avevano colpito nel precedente romanzo. Qui sembra che l’autore sia indeciso sul taglio da dare alla storia: avventura? Giallo paranormale? Spot pubblicitario per una bellissima isola dell’arcipelago toscano e per la sua produzione vinicola?

Abbiamo uno scrittore di nome Antonio Brando, già protagonista d’un precedente romanzo di Biscaro, che, come accade in molte fiction, film e quant’altro, eredita una casa all’Isola del Giglio da un parente sconosciuto. Qui s’imbatte in una cantina misteriosa, in un vino prodigioso, in avventure terrificanti quanto improbabili. Il finale rimane aperto e non lo sveliamo, ma le interpretazioni possono essere molteplici.

Quello che preme far notare, è che la parte migliore del libro non è la strana vicenda in cui incappa il protagonista, ma l’ambientazione. Ritroviamo tutto il rigoglio dell’isola a primavera, fra rose canine e ginestre in fiore, la Torre a guardia della mezzaluna di sabbia rosata, i tramonti quieti ed infuocati del Campese.

l’arco della baia è molto ampio. Una calda luce arancione fa brillare la grana grossa di granito. Mi chino, afferro una manciata di sabbia e mi soffermo ad osservarne il colore e la brillantezza. Minuscoli quarzi scintillano elettrici in mezzo al granito.” (pag 29)

I primi capitoli scorrono con dolcezza e viene voglia di andare avanti, viene voglia che, su quell’isola, il protagonista non incontri la bizzarra memoria di uno zio pericoloso ma, piuttosto, l’amore e una nuova vita.

All’isola e alla trama è legato l’ansonaco, o ansonico, un vino liquoroso, ad alta gradazione alcolica, prodotto in loco. Forse tutto il romanzo è solo una metafora degli effetti dell’alcol, un invito a non cadere in troppe tentazioni nocive, a gustare la vita a piccoli morsi e a piccoli sorsi.

Il protagonista poi, dobbiamo notare, è uno scrittore in crisi (pure questo un cliché della narrativa di genere e non) e anche qui ci chiediamo se i suoi problemi non derivino da qualche colpa, qualche cedimento passato in cui si torna ad indulgere.

“e invece sei fermo da ormai sette anni, se non sbaglio! Ehi, brando, non credi ch la vacanza possa ormai ritenersi conclusa? Che ne dici, ci riusciresti ancora a scrivere un romanzo di successo? O anche solo un romanzo? O anche solo una pagina?” (pag 12)

Come già avveniva ne Il vicino, verità e immaginazione hanno confini labili, sovrapponibili, il sogno si mescola alla realtà e persino alla finzione romanzesca, creando un effetto metanarrativo spiazzante.

Mostra altro

UN RACCONTO di BORIS PAHOR

22 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

UN RACCONTO di BORIS PAHOR

Boris Pahor, nato a Trieste nel 1913 e noto principalmente per Necropoli che ricorda la sua esperienza nei lager, scrisse anche i racconti che compongono la raccolta Il rogo nel porto. I testi in generale riportano il dramma della popolazione slovena di Trieste (fin dal passaggio all’Italia della città nel 1918), ma sono anche un tributo alla sofferenza delle persone semplici.

Uno dei più intensi racconti è Nuove fibre. Tre ex internati nel maggio 1945 giungono a Lille, stanchi, laceri, ma salvi. Hanno ancora la divisa zebrata. C’è la voglia, almeno da parte di uno di loro, di sensibilizzare le persone su quanto hanno subito nei lager: “Dovremo però fare di tutto perché il mondo non tiri un frego dimenticando quanto successo”.

Ma c’è il piacere di rivedere la normalità. Si muovono goffamente, desiderosi di visitare dopo tanto tempo una città e allora si addentrano verso il centro. Si fermano davanti alle vetrine con un misto di incredulità e curiosità; dovranno reimparare ogni cosa, anche gli aspetti più banali e quotidiani. Cercano di riscoprire la vita nelle viuzze dove le case si stringono tra loro come se fossero bisognose di solidarietà, aspetto etico che sembrava ormai tramontato.

Il terzetto subisce le reazioni dei passanti, ora solidali, ora imbarazzati davanti al loro abbigliamento. Un barbiere li fa entrare nella sua bottega; si offre di raderli gratuitamente ricordando la sua prigionia in Germania nella Grande Guerra. Ma i lager hitleriani furono ben peggiori e questo è un aspetto ben difficilmente spiegabile; emerge già la difficoltà a comunicare un dramma inaudito di proporzioni enormi.

Un tassista si ferma bruscamente davanti ai tre ex prigionieri; li fa salire e poi offre dei vestiti, sollecitando il gruppetto a dismettere le tenute zebrate.

La sua insistenza è particolarmente forte. Il loro aspetto crea disagio e un po’ di insofferenza; esprimono una diversità non del tutto accettata. Si deve voltare pagina, questa è la volontà delle persone, anche se la guerra non è ancora conclusa; giungono via radio notizie dalla Germania e dall’Italia sugli ultimi drammatici fatti. Intanto le violenze subite tornano alla memoria dei tre sancendo tutta la difficoltà di assaggiare di nuovo la vita che i dittatori hanno avvelenato, creando le basi per rivalse e ulteriori violenze. Uno di loro alla fine vorrebbe avere nuove fibre per rinnovare il proprio tessuto cellulare; non basta infatti un nuovo abito per ripresentarsi sulla scena del mondo dopo la violenza dei regimi che aveva piagato i corpi, le anime e le menti delle vittime.

Aleggiano nell’aria le parole amaramente ironiche dei tre compagni di sventura, dopo le insistenze del tassista che li invitava a cambiare la divisa. Meglio metterla da parte, tenerla nell’armadio, “così la prossima volta (…) sarà a portata di mano”.

Mostra altro

Abbiamo bisogno di sognare

21 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #lettera

Abbiamo bisogno di sognare

Mi conforta il tuo ricordo, l'intimità dell'ultima confidenza, il sollievo dell'intima fiducia. Mi conforta evocarti per sentirti vicina, il pensiero di rivederti un dì e continuare colloqui mai finiti.

Cara amica mia un altro anno si è aperto con mille dubbi, in più sarà bisestile e chissà se il detto che lo vuole funesto troverà riscontro. Continua l’instabilità, sia economica che politica, in Italia e nel mondo sorgono problemi con i fedeli di altre religioni, la crisi che strozza le attività sembra non voler finire e tutto sfocia spesso in tragedie che ci lasciano un senso di impotenza tale da soffocare ogni ottimismo. La mattina apro i quotidiani in cerca di una buona notizia, nella speranza di poter vedere ripartire da una piccola scintilla il fuoco della speranza e nel mentre mi accarezzo il cuore. Con la famiglia, i libri, i dischi, le mie piccole passioni e tutti gli amici che conservano nei loro occhi stupore e smarrimento, vado avanti.

Eppure io sono contenta, felice per aver raggiunto tanti piccoli traguardi nella mia vita. Ho svolto una professione difficile, ho una bella famiglia e tante soddisfazioni, allora penso a chi nella sua vita non si è mai sentito dire bravo. A chi non ha realizzato nemmeno uno dei suoi sogni, a chi deve fare i conti quotidianamente con una realtà così difficile, ardua a volte, insidiosa, sconfortante, misera e deludente. Come si può ovviare al disagio di giornate grigie, tutte uguali e senza speranza per il futuro? Come si può continuare a lottare per poi ritrovarsi con un pugno di mosche in mano? Abbiamo bisogno di sognare, penso a tutte le persone lontane che amo e che ho amato.

Non è un discorso socio-politico, sto solo scrivendo a te, a un'amica che non c'è più da un po' e voglio informarti, farti sentire come se fossi qui. Il tempo che passa finisce col far dimenticare gli abbracci, le risate, i film strappalacrime visti sempre insieme, le chiacchiere del sabato pomeriggio nelle vie del centro davanti a vetrine sempre più inavvicinabili. Ma quando arriva il tramonto di un giorno qualunque e fai l’appello, l'amica di sempre c’è e ti sorride dalla fotografia ingiallita che vi vede diciottenni coi pantaloni a zampa d'elefante e il vitino di vespa.

Penso, ricordo e in sottofondo c’è una musica, per questi pensieri serve la musica giusta, una canzone che mi tocchi l’anima. A me, lo sai, piacciono i cantautori italiani e, mentre nell'aria riecheggiano le note di Battisti, ripenso a “un bosco di braccia tese”, alla storia che mi piace tanto leggere e studiare, ma anche alle tante storie recenti di eroismi riguardanti la sopravvivenza quotidiana.

In questo mondo “globalizzato”, dove i nemici si annidano ovunque, spesso proprio fra chi dovrebbe ispirare fiducia, i tradimenti peggiori arrivano da chi si dovrebbe prendere cura di noi e le persone care sono spesso lontane o non ci sono più; gli unici verso cui provo ancora interesse appartengono a una razza in via di estinzione: gentiluomini dotati di cappa e spada, guidati da un codice etico di onore e rispetto, così vado avanti coi sogni …questo mi resta mentre aspetto di vederti arrivare un giorno ancora giovane e bella che mi saluti e mi prendi per mano.

Mostra altro

Luca Raimondi, "Se avessi previsto tutto questo"

22 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Luca Raimondi, "Se avessi previsto tutto questo"

Se avessi previsto tutto questo

Luca Raimondi

Edizioni Il Foglio, 2013

pp 233

15,00

Questo genere di romanzi suscita interesse non per la trama e nemmeno per lo stile che, pur corretto, è originale solo nell’alternanza fra colloquiale e scolastico. Semmai come specchio, più che di una generazione – Se avessi previsto tutto questo, di Luca Raimondi, è ambientato negli anni novanta, a raccontarcelo ci sono tanti piccoli particolari e la colonna sonora musicale – piuttosto di un clima, di un’atmosfera, riconducibile a quella odierna, di giovani immersi in un precariato che non è solo lavorativo ma si estende a tutti gli aspetti della vita, dallo studio, all’etica, ai sentimenti. È un precariato morale, di valori, di interessi, di cultura, di passioni. Una generazione che va dagli anni novanta fino al 2016, che ingloba diciottenni e quarantenni e si caratterizza per un assenza di centro, di riferimenti, di coinvolgimento reale. Una generazione che galleggia nel vuoto, con una depressione strisciante e un’assenza totale di scopo o direzione.

Il lavoro non c’è e nemmeno si cerca. Lo studio non piace, si resta parcheggiati in università per darsi un tono e perché si pensa di meritare “qualcosa di più" di una occupazione manuale. Le giornate consistono in un ciondolare qua e là, fingendo di fare, pronti ad interrompersi al minimo richiamo e a rimandare gli impegni. Il tempo si srotola inutile fino a sera, quando si parte alla ricerca di compagnia, che non è mai amicizia vera, e di alcol, di droga, di sesso. In cima a tutto c’è il mito dell’amore ma, in realtà, l’impegno spaventa.

Carlo Piras, il protagonista di questo romanzo, è un personaggio tutto sommato sgradevole, pronto a tradire i suoi amici cercando di soffiar loro la ragazza. La sua mancanza di scrupoli ci sembra troppo dichiarata e sincera, ci pone di fronte a zone della nostra umanità che preferiremmo non vedere. Chi di noi non ha mai spiato il partner o la partner di un'amica o un amico, sperando che quegli occhi si posassero su di noi invece che sul fidanzato o la fidanzata legittimi?

Carlo Piras non è innamorato, ha solo bisogno di uscire dalla sua condizione di timido gregario, asociale e fuori posto ovunque.

"Carlo prova ancora una volta la sensazione di trovasi da solo in mezzo alla folla, di essere un'anima che cerca qualche raccordo con il mondo ma non lo trova, forse perché non lo desidera abbastanza ." (pag 48)

Paradossalmente, ottiene status e dignità solo alla fine, quando dà il peggio di sé ma lo fa senza vergogna o finte remore, dichiarando apertamente le sue brame. L’ironia con cui l’autore lo guarda non basta, però, a rendercelo simpatico.

La parte migliore del romanzo è data dalla poetica della nostalgia, onnipresente e trasversale nella scrittura di questo inizio millennio, dove tutto finisce troppo in fretta e la paura di perdere quel poco che abbiamo avuto o siamo stati accomuna giovani e vecchi. Mentre la vita ancora ha da prender forma, la nostalgia, la bestia che ci azzanna e non ci molla mai, è già in agguato.

"I suoi ex compagni appartengono a un'epoca scandita da rituali che non sono più in vigore: la campanella delle otto e trenta, le interrogazioni dei prof, le discussioni durante i dieci minuti dell'intervallo, le ore di educazione fisica trascorse a passeggiare al centro sportivo parlando del più e del meno. Momenti, attimi, che non si ripresenteranno più. E ora che i loro destini sono, al di là dell'attuale apparenza, divergenti, non si riesce a ricreare l'atmosfera di una volta e non rimane che il triste e un po' patetico tentativo di retrocedee all'atmosfera di quei cinque anni trascorsi assieme." (pag 168)

Mostra altro

Federica Cabras, "I segreti di una culla vuota"

29 Maggio 2020 , Scritto da Patrizia Poli

 

 

I segreti di una culla vuota

Federica Cabras

 

Officina Milena, 2020

pp 240

15,00

 

Un thriller, I segreti di una culla vuota, ma non solo, come sempre quando si parla delle opere di Federica Cabras. Beatrice Angelica Farris e Lorenzo Serra hanno una vita invidiabile e sono felici. Sono giovani, belli, benestanti e rampanti. Più di ogni altra cosa, l’uno ha l’altro. Sposati, si amano di un amore immenso, tutto sembra filare per il meglio. Ma Lorenzo muore in un incidente. Quelle cose che succedono, così, all’improvviso, e ti ritrovi a tornare in una casa dove l’altro non rientrerà più, dove ci sono ancora gli oggetti come li ha lasciati prima di uscire.  La normalità sparisce in un istante, la vita di Beatrice e di Lorenzo non esiste più.

La vedova affranta e inconsolabile scoprirà che la realtà non era come sembrava, che nell’esistenza del suo impeccabile e meraviglioso marito c’erano delle falle, e un segreto inconfessabile emergerà pian piano dal buio. Suo marito ha qualcosa a che fare con la morte di un bambino di tre anni, avvenuta tempo prima, Giorgio Marcialis, rapito in un centro commerciale e barbaramente ucciso.  

Beatrice dovrà lottare per tornare a galla dalla depressione in cui è precipitata, per capire cosa sia effettivamente successo a suo marito, e chi altro sia implicato in quest’orribile vicenda. Attorno a lei si muovono vari personaggi. Il giornalista Samuele, che la aiuterà e le farà ritrovare un po’ di voglia di vivere, la madre con cui non ha mai avuto un buon rapporto, il collega e amico fraterno di suo marito, la madre del piccolo Giorgio, distrutta e abbrutita dal dolore.

Thriller, dicevamo, con colpi di scena, inseguimenti, sparatorie e un intreccio da dipanare e svelare. Ma anche qualcos’altro, qualcosa che deriva dall’anima profonda e dolente dell’autrice: uno studio sulla perdita, sull’elaborazione del lutto.

La parte preponderante del romanzo – che qualcuno appassionato solo di storie di genere può addirittura ritenere eccessiva ma io, invece, prediligo – è dedicata alla vedovanza, ai ricordi struggenti che ti colgono all’improvviso e ti sbilanciano, che ti trafiggono lasciandoti senza fiato. Beatrice perde in un istante il centro del suo mondo, vede spalancarsi l’abisso attorno a sé. Ci vorrà molto tempo per uscire dal baratro, per ricostruirsi un’identità. Questo lungo e difficile percorso è descritto molto bene, senza fretta, con i dovuti approfondimenti, che forse, sì, rallentano lo sviluppo rapido della trama, ma danno prova di sottigliezza psicologica, di analisi approfondita, di scavo interiore. Sentiamo tutto il dolore di una moglie che ha perso l’uomo che adorava, sentiamo la mancanza come fosse nostra, avvertiamo quel senso di vuoto incommensurabile, infinito.

Scrittrice brava e con molte anime Federica Cabras. Ha una vena allegra, frizzante, giovanile, quella di Un sogno un amore un equivoco. Ne ha un’altra macabra, primordiale, quasi deleddiana nel suo legame con l’isola natale. Ha anche una fascinazione morbosa per la morte. Ma, soprattutto, ha una grande sensibilità e conoscenza dell’animo umano, descritto attraverso gesti, dialoghi e oggetti di uso comune.

Uno stile tutto suo, personalissimo, fatto di echi, di motivi ripresi, di flash back, di sofferenza e di ironia. Uno stile che è come l’onda, come la risacca che lambisce la battigia per tornare indietro lasciando sul bagnasciuga sempre qualcosa: un granello di sabbia spostato o una conchiglia che prima non c’era.

Mostra altro

Pietro Vigo

23 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Pietro Vigo (1818 - 1889) era figlio di un tipografo editore molto conosciuto a Livorno, fu scrittore, critico letterario e professore. Insegnò con alterne vicende soprattutto all'Accademia Navale, almeno fino a quando essa contemplò anche l'istruzione umanistica nei programmi. Non insegnava volentieri, tuttavia, parendogli gli studenti maleducati e svogliati. Si ritrovò anche alle prese con il fallimento dell'attività ereditata dal padre e mal gestita dal fratello e questo, più altre fobie, lo indusse in depressione. Negli ultimi anni della sua vita non fu lontano dall'uscire di senno. Profondamente religioso, fu terziario francescano.

La sua attività principale, la più amata era, però, quella di storico. Occuparsi di storia, per lui, significava arrestare il tempo, riportare in vita il passato, schierare gli anni morti "di nuovo in battaglia". Si dedicò gratuitamente alla costruzione dell'archivio storico cittadino, raccogliendo in due stanze preziosi documenti un tempo sparsi in varie sedi.

La sua guida di Montenero, dove Vigo villeggiava spesso, è una fonte pregiata, e una lettura gustosa che ricrea il mondo ottocentesco, raccontandoci paesaggio, cenni storici, aneddoti, itinerari, personalità in visita, e tutto ciò che caratterizzava, allora come adesso, quello che Vigo stesso definisce "il ridentissimo colle".

louisstott.wordpress.com

Pietro Vigo, Montenero in www.infolio.it

mercantilivornesi.wordpress.com

Pietro Vigo (1818 - 1889) was the son of a well-known publisher and typographer in Livorno, he was a writer, literary critic and professor. He taught with ups and downs especially at the Naval Academy, at least until it also included humanistic education in the programs. He did not willingly teach, however, tos rude and listless students. He also found himself grappling with the failure of the business inherited from his father and badly managed by his brother and this, plus other phobias, led him into depression. In the last years of his life he was not far from going out of his mind. Deeply religious, he was a Franciscan tertiary.

His main activity, the most loved, however, was that of a historian. For him, dealing with history meant stopping time, bringing the past back to life, deploying the dead years "again in battle". He devoted himself free of charge to the construction of the city's historical archive, collecting precious documents once scattered in various locations in two rooms.

His guide of Montenero, where Vigo often vacationed, is a valuable source, and a tasty reading that recreates the nineteenth-century world, telling us about the landscape, historical notes, anecdotes, itineraries, visiting personalities, and everything that characterized, then as now, what Vigo himself defines "the delightful hill".

Mostra altro