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Cerca risultati per “Aldo Dalla Vecchia Vita da giornalaia”

Tornando a casa

3 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #racconto, #luoghi da conoscere



Tornando da Milano rivaluto la mia bistrattata Piombino, piccola città di mare abbandonata tra sentore d'acciaio e profumo di scogliere. Percorro vecchie strade senza sosta, alla ricerca del mare, quel mare che tanto mi manca nella distanza e che do per scontato quando lo trovo a portata di mano, d'olfatto, di vista. Rivedo angoli di tetti sporgenti tra le scogliere, cadenti ricordi d'archeologia industriale, pinete che protendono rami nel cielo, braccia ritorte piangendo preghiere. Sogno un bambino che corre tra prati d'illusione, memoria d'un passato che si fa ricordo, mentre intorno fiorisce una parvenza di primavera. Penso che fino a ieri tutto era neve e dolore, ghiaccio e disperazione, freddo e timore. Scorgo il volo d'un gabbiano, a volte ho odiato la sua altera presenza, ma adesso provo un senso di pace, mi conforta vederlo, mi basta quel profilo imponente sul tetto d'una casa di mare, ché solo a Piombino ho visto condomini sulle scogliere, unica città al mondo edificata a misura d'operaio. Rivedo lo chalet sul mare, il bar nella piazza ai caduti, dove al mattino giardinieri svogliati compongono la scritta Salivoli con piante grasse. È il bar dove ho bevuto l'ultimo caffè con mio padre, prima che se ne andasse, il bar dove ogni tanto lo rivedo sorridente davanti alla tazzina di caffè. E poi dicono che non esistono i fantasmi. Non vi fate ingannare. Certo che esistono, invece. Sono dentro di noi, accompagnano una vita raminga, provvisoria, sono la nostra guida, per noi che non siamo Dante ma non possiamo restare orfani di Virgilio. Il vento di scirocco mi penetra i sensi impregnato di salmastro. D'un tratto comprendo l'angoscia di Cabrera Infante, le ultime ore in un letto d'ospedale, lontano dalla sua terra, al termine d'un esilio che supera i confini della vita. Povero Guillermo, che quando scriveva di cinema si faceva chiamare Caín, quanta tristezza morire a Londra sognando il lungomare dell'Avana, i ragazzini bagnati dagli schizzi dell'oceano, i venditori di rum, i froci, le puttane, le case cadenti, i cabaret sulle scogliere, gli alberghi di undici piani che scoprono un cielo stellato. Quanta tristezza.

Piombino, 2 marzo 2013

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Lorenzo Barbieri, "Mariella"

24 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #lorenzo barbieri, #recensioni

 

 

 

 

 

Mariella

Lorenzo Barbieri

 

ilmiolibro.it, 2016

 

Argomento scabroso, quello trattato in Mariella di Lorenzo Barbieri: l’amore proibito fra un adolescente e una bambina di dieci anni.

Matteo è un ragazzo malato, figlio di genitori ricchi e assenti. Il padre è sempre lontano per lavoro, la madre lo ha abbandonato in un vecchio casale in decadenza, insieme a due coppie di servitori che lo crescono come un parente e mentono dicendogli che lei è morta. Matteo è una sorta di “giovane favoloso”, un ragazzo sensibile e malaticcio, dall’animo teso e turbato. L’incontro con Mariella, bambina precoce, smaliziata e lolita, lo indirizza sulla via dei sensi ma anche sulla strada del risveglio alla vita, alla salute e alla scoperta delle proprie potenzialità. Grazie alla nuova energia infusagli da Mariella, Matteo prenderà in mano le redini del casale e dell'esistenza di tutti i suoi occupanti. Ridimensionerà il ruolo dei servitori, riportandoli al loro posto ma concedendo loro l’affetto che meritano, riconquisterà l’attenzione del padre e rimetterà in sesto la tenuta. Avremo un lieto fine, quando finalmente i due cresceranno e ciò che era proibito non lo sarà più.

La struttura della storia mostra alcune lacune, soprattutto c’è il vicolo cieco della malattia di Mariella. La scoperta che la ragazzina è gravemente ammalata di cuore sembra presagire sviluppi futuri che non si manifestano. Da notare che la radice della parola “morbo” è la stessa di “morboso” e di morbosità nella storia ce n’è parecchia. La cardiopatia di Mariella fa da contraltare a quella di Matteo. I due giovani si riconoscono nella stessa patologia, nella bambina il protagonista trova una compagna di solitudine, di giochi, di sensibilità e anche di sofferenza fisica.   

Alcune tematiche sono simili a quelle presenti nell’altro romanzo di Barbieri, La buona vita: la scoperta della realtà agreste da parte di un ragazzo solitario, i primi turbamenti erotici, il contatto con persone semplici ma genuine. Qui, però, l’attenzione si focalizza sull’erotismo torbido che Mariella, nella sua ingenua impudicizia, è capace di scatenare. Ma l’eros, come abbiamo detto, non è una pulsione negativa, se ben incanalata e indirizzata.

Purtroppo lo stile non è all’altezza del contenuto.  

 

 

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Gino Pitaro, "Benzine"

29 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Gino Pitaro, "Benzine"

Benzine

Gino Pitaro

Ensemble, 2015

pp 146

12,00

Benzine, di Gino Pitaro, sembra diviso in due. Non in due parti, due sezioni o due capitoli, proprio due microclimi. Uno è personale, narrato con atteggiamento più da blogger che da letterato, l’altro si configura come romanzo d’azione.

Il protagonista, Luigi, è la rivisitazione in chiave attuale del vecchio travet, ossia l’ormai onnipresente dottorando precario, che lavora al call center e si divide fra impegno politico, vissuto con ritrosia, e tempo trascorso con gli amici. È un pendolare, si sposta in una periferia multietnica postpasoliniana, descritta con lucidità e senza sconti, un ambiente degradato che l’autore si limita a riprodurre. È una Roma da non giudicare, da non amare, da non giustificare ma neanche rifiutare, semplicemente da accettare così com’è perché non si può fare altrimenti.

Nonostante la banalità della sua esistenza, Luigi è coinvolto in una vicenda più grande di lui, basata sulla sparizione di Natalia, una bella ragazza dell’est. Le due parti stridono volutamente.

Senza scomodare Il padrone di Parise, la vita al call center è descritta con minuzia documentaristica e con ironia fredda.

Eh no, caro prof, avrei voluto dirgli, in futuro si dovrà parlare di una filologia sul call center, dei romanzi sul call center, sul precariato, sull’università, fare esegesi su quell’altro libro, su quell’altro ebook, sul file ePub. Il precariato secondo tizio, il precariato secondo caio, il call center al sud, il call center al nord.” (pag 107)

L’alienazione e la reificazione non lasciano scampo ai personaggi, i quali, però, si riscattano mostrando inaspettati risvolti pulp e avventurosi. Questo salto nel buio, questo substrato rischioso, ci fa intuire che, sotto le vite più trite e monotone, può celarsi qualcosa di marcio ma anche di buono, comunque d’imprevedibile. Cosa dire, infatti, degli omicidi che ogni giorno i media ci propinano, compiuti da gente che più qualunque di così non potrebbe essere, insegnanti, studenti, zii, cugini, padri, madri, figli?

È stata una porta che si è aperta in modo brutale e in qualche modo mi ha rivelato i pericoli che si possono annidare in situazioni ritenute normali. Cosa sappiamo in effetti della vita degli altri? Di una gran parte di persone che frequentiamo ma di cui in fondo non possediamo nulla.” (pag 137)

Che piaccia o annoi, è un fatto che, dopo i Cannibali degli anni novanta, ora abbiamo la nuova generazione dei romanzi sul precariato, la letteratura post industriale 2.0.

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Antonio Messina, "Come una nuvola dentro un cortile"

21 Gennaio 2021 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Antonio Messina e la poesia del tempo perduto

Come una nuvola dentro un cortile
Nulladie Edizioni - pagine 55 – Euro 11

 

Antonio Messina è un autore che conosco e apprezzo da quasi vent’anni per aver pubblicato buona parte della sua produzione fantasy e per ragazzi con Il Foglio Letterario Edizioni, romanzi e racconti premiati dal consenso del pubblico e della critica, scritti con uno stile sopraffino, lontani dalla poetica del best-seller quanto vicini a quella della letteratura.

La poesia di Messina traccia una linea di demarcazione netta con la sua narrativa, perché meno solare e fantastica, più introspettiva e densa di contenuti nostalgici. Come una nuvola dentro il cortile sorprende per freschezza d’immagini e poetica del ricordo fuse in un intenso afflato lirico che prende per mano il lettore esortandolo a condividere identiche emozioni. La Sicilia è la terra natia del poeta, il luogo dove tornare con la mente e con il cuore, come il vecchio professore de Il posto delle fragole di Bergman si fermava a rivedere la casa paterna rivivendo il passato con intensi flashback immaginari. La lirica diventa canto di un esule volontario che ripensa cortili, arenili, rocce, mulattiere, strade di paese, padri che rientrano stanchi dal lavoro dei campi, figure materne lontane e perdute. Il poeta è convinto che siamo come le nuvole / passioni nell’istante / frammenti di altrui pensieri …, in fondo non altro che piccoli uomini d’aria che si abbandonano alla vita. Uomini perduti, in attesa della morte, uomini che fluttuano in un cielo di stelle, che un tempo sono stati bambini, per brevi istanti vivono ancora un’infanzia immaginaria, piccoli esseri di latta, dentro le madri, in una notte eterna piena di stelle.

Antonio Messina compone un’opera unitaria, elegiaca e sognante, un maturo casellario di ricordi, legato al sapore del tempo perduto di proustiana memoria. Racconta la terra natia abbandonata e gli affetti presenti, sente che piove tra le rovine della sua vita, sa che non potrà attendere la figlia, perché non ne avrà il tempo. Spera che resti un posto nell’angolo sperduto del suo cuore, per lui che è solo pietra nell’infinito in attesa della morte, piccolo uomo fatto di vento, figlio distratto, smarrito in un sogno.

Come una nuova dentro il cortile è una raccolta preziosa, intrisa di immagini suadenti, persino struggenti, pervasa da un flebile ottimismo, perché tornerà l’estate, prima o poi, non dobbiamo disperare, anche se il poeta preferisce continuare a coltivare la solitudine immerso in una dimensione di sogno, perché in fondo sognare è meglio che pensare.

 

Per comprare il libro 

 

Gordiano Lupi
www.ilfoglioletterario.it

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Emilio Guardavilla marinaio, scrittore arenato a Piombino

9 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

Emilio Guardavilla marinaio, scrittore arenato a Piombino

Emilio Guardavilla vive e lavora a Piombino anche se è nato nel cuore della Maremma. Attualmente, dopo vent'anni di mare, oltre la metà come Commissario di Bordo, conduce una vita regolare sostentata da un lavoro sedentario nell'ambito della siderurgia e allietata dai suoi due passatempi preferiti: scrittura e cucina. Collabora con la rivista Costa Etrusca dove scrive articoli di cronaca, attualità e recensioni. Ha pubblicato due libri: Il lessico della Talassa - Mille voci da un popolo di navigatori, santi e poeti (Graus 2009) e Uomo a mare (Del Bucchia, 2012). In questo racconto - poetico ed evocativo - Emilio Guardavilla tratteggia un dialogo tra due persone, a tratti surreale, a tratti concreto, un colloquio tra un ascoltatore e un affabulatore. Non è difficile intravedere nel secondo ruolo l'autore del racconto, per molti anni lontano dalla sua terra, che ricorda il tempo passato navigando sul mare, incontrando uomini, donne, ricette e nuovi paesaggi. Nelle parole del personaggio c'è la narrazione incantata di un'esistenza, vissuta con il desiderio del ritorno, adesso realizzato, con la tazzina di caffè tra mani, al tavolo di un bar, davanti a un vecchio amico, mentre osserva il mare, antico amore della sua vita. (Gordiano Lupi)

Dov'eri quando non c'eri?

- Dov'eri quando non c'eri?

- Ero via da qui. Ero via da te. Ero via da tutto. Ero dove tutto è via. Lontano da dove sono nato, lontano da dove sono stato. Molto lontano da come sono sempre stato. Sono stato giovane, adulto e vecchio quando ero là. Poi sono diventato io, quello di ora, un vecchio ragazzo, anziano con il cuore giovane; e non sono più cresciuto. Assomiglio poco tanto a mio padre quanto a mio figlio; loro due si assomigliano di più. Io sono in più. Io sono più vecchio del primo e più giovane del secondo; meno adulto di entrambi, più triste e più felice di entrambi. Dove ero io ero sempre solo; insieme a me c'ero solo io. Non c'era né mio padre né mio figlio, nemmeno quando pensavo che fossero lì con me. Né quelli che non ho più, quelli che sono stati sempre insieme a me da quando se ne sono andati. Con me non c'erano né vivi né morti. Dove ero io c'erano persone che respiravano e che gli batteva il cuore però non erano vivi. Dove ero io i padri e figli non si distinguono perché fanno tutti le stesse cose e dicono tutti le stesse parole. I padri lavorano con i figli degli altri e i figli parlano con i padri degli altri come se fossero davvero padri e figli. Io sono stato padre di figli che non parlavano neanche la mia lingua e allo stesso tempo sono stato figlio di padri che non parlavano per niente. Ho imparato a rispondere ai loro silenzi con frasi sempre più corte, con sempre meno parole e parole con sempre meno sillabe. Dove ero io i padri e i figli facevano finta di non essere tristi e la domenica mattina si sorridevano anche. Invece erano tutti in un mare di guai, brutto e grosso come quello che avevano sotto il letto dove non dormivano mai. Dove ero io il mare era attaccato al cielo e non si capiva dove finiva uno e cominciava l'altro perché erano sempre dello stesso colore. Erano di un colore che non era mai blu. Tutti avevano paura delle paure che li avevano fatti andare via da casa. Tutti avevano paura del mare e del cielo e anche io ma loro sembrava che ne avessero meno di me. Lo soffrivano anche loro ma ne soffrivano meno di me e non ne parlavano mai. Neanche io ne parlavo mai ma avevo tanta voglia di parlarne con qualcuno però nessuno voleva. Io ho paura del mare anche ora che lo vedo da lontano. E quando penso che il mare è lontano ho paura lo stesso.

Certe notti me lo sogno e quando lo sogno non è mai brutto ma nel sogno ho paura lo stesso perché penso che possa diventare brutto. Dove ero io non ho mai sognato un sogno. Dove ero io, quando dormivo, non ho mai sognato niente, nemmeno di non essere lì. Dove ero io dormivo vestito per non perdere il tempo della veglia e con il salvagente come cuscino per non perdere il tempo del sonno. Dove ero io il sonno non avvertiva, arrivava all'improvviso senza farsene accorgere e poi mi scaraventava così lontano che quando mi svegliavo non mi sembrava nemmeno di aver dormito. E la mattina che seguiva era piena di buongiorno incerti e senza speranza fino al pomeriggio e anche di sera perché dove ero io a qualsiasi ora c'era qualcuno che si era appena svegliato. Prima di prendere sonno pensavo sempre a qualcosa da mangiare anche se non avevo fame. Dove ero io si mangiava bene, si mangiava e si beveva tutto con lo stesso sapore. Quel sapore non lo so che sapore era però era un sapore che mi piaceva e allora ne mangiavo tanto e ne bevevo tanto. Però non sono ingrassato, forse ho perso qualche chilo e ho sviluppato i muscoli di sopra; forse anche quelli delle gambe, non lo so. Ero in forma. Quando ero lì sono fatto i crescere i baffi per sembrare più grande. Mi sono fatto i crescere i baffi per sembrarmi più grande. Mi guardavo allo specchio e con i baffi credevo di più a quello che mi dicevo e a quello che facevo perché me lo diceva uno con l'aspetto da grande. Dove ero io la barba me la facevo col sole alto perché prima non volevano che me la facessi. Forse perché portava male o perché non stava bene agli occhi di loro. Io facevo come dicevano loro, come dicevano quelli più anziani di me. Poi piangevo. Dove ero io, quando non lavoravo e ero da solo, molte volte piangevo. Ora piango molto meno ma appena posso lo faccio anche qui. Dove ero io piangere era più facile, avevo più tempo e un posto tutto per me dove poterlo fare. Lo decidevo io quando piangere o quando ridere; ero padrone di piangere e ridere quando volevo io ma di ridere mi succedeva sempre di meno. Ridevo di cose che non facevano ridere nessuno. Piangevo per cose che non facevano piangere nessuno. Piangevo perché piangendo ero veramente io e non quello che vedevano gli altri. Mi sentivo meglio perché mi riconoscevo e tornavo a essere io anche se per poco; anche con questi baffi che non mi fanno sembrare me per niente. Non lo so se gli altri piangevano, secondo me piangevano anche loro ma non so se piangevano per dolore o per gioia. Io piango per gioia e per dolore anche se non so ancora riconoscere quando piango per una cosa o per l'altra. Dove ero io c'erano anche donne, tutte senza età e senza sorriso. Le donne che c'erano dove ero io sorridevano solo con la bocca, non le ho mai viste sorridere con gli occhi. Erano donne senza malinconia, belle e brutte ma senza malinconia. Donne belle e brutte col sorriso e con gli occhi muti. Erano donne con lo sguardo in bianco e nero come il pavimento di quella terrazza sul mare laggiù.

- Per me un caffè.

- Per me un caffè basso.

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Gordiano Lupi, "Il ragazzo del Cobre", Virgilio Piñera, "L'inferno e altri racconti brevi"

18 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

Gordiano Lupi, "Il ragazzo del Cobre", Virgilio Piñera, "L'inferno e altri racconti brevi"

Il ragazzo del Cobre

Gordiano Lupi

L’inferno e altri racconti brevi

Virgilio Piñera

Edizioni Il Foglio letterario, 2013

pp 104

4,90

Da sempre le hanno insegnato che non si deve programmare il futuro, perché sono i giorni a scegliere la successione degli eventi. Vivere la vita momento per momento è la medicina migliore per sconfiggere la malinconia”. (pag 62)

La neonata collana Demian de Il Foglio letterario, diretta da Sacha Naspini e Federico Guerri, ha caratteristiche molto particolari. Il motto è “Il tentativo di una vita, l’accenno di un sentiero” (H. Hesse), la collana ospita 2 racconti per libro ed è organizzata in stagioni – ogni numero un episodio, con una antologia ogni dieci episodi. L’argomento esplorato è l’adolescenza.

L’episodio 7 raccoglie un bel racconto di Gordiano Lupi, “Il ragazzo del Cobre”, e uno speciale dedicato ad alcuni testi di Virgilio Piñera (1912 – 1979), scrittore cubano “dimenticato” dal regime castrista perché omosessuale, in un paese che considera l’omosessualità un vizio borghese, individualista e decadente.

Protagonista de “Il ragazzo del Cobre” è una famiglia che vive negli alagados, i quartieri costruiti su palafitte alla foce del fiume, a Salvador de Bahia. Gli abitanti del Cobre sono così poveri da trovarsi, nella scala sociale, addirittura sotto a quelli delle favelas. Padre, madre, un nonno, due figlie adolescenti, un ragazzino che gioca al calcio, un’altra bambina in arrivo, la lotta per portare a casa il pane ogni giorno con mezzi leciti e illeciti, la rassegnazione allo sfruttamento e al turismo sessuale, la speranza che non muore mai.

Ci sarà un riscatto, alla fine, ma sarà solo al prezzo di una vita, quella della giovane Anabel, uccisa mentre vende il suo corpo acerbo “alla luce della luna”. Sono gli stessi spiriti del Candoblè, intuiamo, a esigere questo sacrificio. Anabel muore e rinasce nella piccola che porterà il suo nome e i suoi occhi, cosicché la secondogenita, Maria, non faccia la sua fine, ma trovi un bravo ragazzo italiano disposto a toglierla dalla strada e offrirle una nuova esistenza in quel di Piombino, cosicché Juanito, a furia di tirar calci al pallone, venga notato dai procuratori sportivi ed entri a far parte di una squadra importante, allontanandosi – ma non con il cuore – dagli alagados, realizzando il suo sogno e ottenendo la possibilità di aiutare tutta la famiglia.

“I ragazzi saranno felici. Solo di questo è sicuro.

Nessuno dovrà più fare la loro vita.

Nessuno dovrà più lottare per non morire.” (pag 69)

Quella di Lupi non è una denuncia sociale ma una dichiarazione d’amore: per le notti tropicali, per le creole dalla pelle ambrata e i corpi sinuosi, per il calcio povero, quello dei campetti sterrati, che crea campioni come Pelé e Ronaldo.

La sonorità del titolo si trasmette tutta al testo. La lingua è asciutta, ci sono echi di Santiago de Il Vecchio e il mare ma lo stile vira decisamente al poetico, al nostalgico, al reiterato con strascichi da ritornello di ballata.

Per quanto riguarda i racconti di Piñera, alcuni possono essere ascritti ad una vena avanguardista da teatro dell’assurdo. Piñera precorre Ionesco. Ne è un esempio il racconto “L’interrogatorio”, illogico e kafkiano nelle atmosfere.

La novella che più ci colpisce è, però, “Il secchio”, col cerchio della vita rappresentato, appunto, dal secchio pieno di tamponi insanguinati, con il bisogno del protagonista di aggrapparsi a un ruolo, a una funzione, di trovare quello che Vasco Rossi chiamerebbe “il senso a una vita”, la quale di per sé “non ha importanza”, se non per la funzione sociale che svolge.

“Dopo il 1985”, ci viene spiegato nell’appendice, "a Cuba comincia il processo di rettificazione degli errori, le figure letterarie di Lezama Lima e Virgilio Piñera vengono rivalutate e valorizzate, omettendo tutte le persecuzioni che hanno dovuto subire.” (pag 102)

Si spera che tale opera continui anche in Italia, dove di Piñera esiste solo un romanzo, “La carne di Renè”, pubblicato da un piccolo editore e ormai fuori catalogo.

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Intervista all'artista: GUSTAV KLIMT

13 Gennaio 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #pittura, #le interviste pazze di walter fest

 

 

 
 
 
Amici lettori della signoradeifiltri, il blog che ha aperto questo 2020 con nuove pagine di cultura quotidiana, per il piacere di strapparvi sorrisi e consensi, sono di nuovo con voi per parlarvi d’arte, oggi avremo nostro ospite un grande artista che ho intervistato a bordo della mia fuoriserie preferita, ecco la cronaca registrata in diretta dell’incontro.
Sono a bordo della mia 500 e ho appuntamento con l’artista Gustav Klimt, la macchina del caffè è pronta (per chi non lo ricordasse questa 500 è dotata di una vera moka pronta all'uso) mi dispiace per voi, le attuali automobiline futuriste ne sono sprovviste, avete in compenso una moltitudine di pulsantini, sensori, marchingegni elettronici, vocine parlanti. Queste nuove invenzioni possono anche guidarsi da sole senza toccare il volante, che possiamo farci, questi sono tempi moderni. Ma ecco, lo vedo arrivare, è lui, l’artista viennese, non è piccolo di statura, speriamo entri nell'abitacolo senza problemi, per l’occasione e per rendere onore al nostro ospite ho cambiato colore alla carrozzeria, che ora è per metà verde e per l’altra metà color oro.
 
- Buongiorno signor Klimt, è un piacere incontrarla.
 
- Walter, saltiamo i convenevoli e diamoci del “tu”.
 
- Ah, molto bene, la ringrazio.
 
- Walter, ti dispiace se apriamo il tettino? Sai, mi sento un po’ stretto.
 
- Certamente.
 
Clack… Con un semplice gesto della mano apriamo il tettino e una folata di vento spettina l’artista che, ridendo, ammira sopra la sua testa il cielo blu.
Gustav Klimt, per volere del destino, è nato in una casa dove l’arte era il linguaggio primario, una famiglia di artisti legati fra loro oltre che dall’affetto famigliare anche dall’amore per l’arte, che era il loro scopo di vita, il loro motivo per alzarsi la mattina dal letto pensando a nuove forme decorative, con la colonna sonora fatta di note musicali. Tutto questo e nulla più importava a questa famiglia, finché il fato non arriva a rompere i colori sulla tavolozza della vita, perché Klimt, in un momento costruttivo della sua esistenza, perderà, nel giro di pochi mesi, il padre e un fratello, e, per lui che amava con fervida passione la vita, questi due lutti lo segneranno nel profondo.
 
- Maestro…
 
-E’ meglio che mi chiami Gustav.
 
 'Azzo! Mi mette quasi timore, mica è Pollock!
 
- Gustav, ce lo prendiamo un caffè?
 
- Adesso mi piaci! Vedi, “la vita è bella” è un affermazione quasi banale, ovvia, io ho avuto la fortuna di nascere artista, chi meglio di un artista può rappresentare questa cazzo di esistenza?
 
Amici lettori… ha detto proprio così…
 
- Chi può dare una immagine concreta della vita? Chi può farlo? Forse quel tizio che guida l’autobus? Quel vigile urbano? Quello studente in bicicletta che consegna pranzi a domicilio? Vedi, intorno a te, quante immagini umane ma anche quanta automazione c’è? Siamo circondati e stiamo per essere sopraffatti dalla tecnologia!
 
- In effetti è il prezzo da pagare al progresso.
 
- Eh già, begli stronzi che siete! E allora il lavoro dell’artista non è servito a nulla? Ogni artista che si è succeduto ha lottato contro l’appiattimento, la barbarie umanoide, le consuetudini classicheggianti. Ogni nuovo movimento artistico ha rivoluzionato il vecchio stato delle cose. Un nuovo progresso, se così volete chiamarlo, inteso a far prevalere l’essere umano fatto di cuore, testa e cervello, un'umanità diretta a saper vivere oltre l’egoismo.
 
- Egoismo?
 
- Sì, gli esseri umani sono stati, in tutte le epoche, assolutamente e inconcepibilmente egoisti, e l’arte, quindi l'amore per la vita, è sempre stata un baluardo contro il lato peggiore dell’umanità e, per fortuna, essendo l’arte parte intrinseca dell’esistenza, pertanto, non morirà mai.
 
- Gustav, allora che possiamo fare?
 
- Una cosa molto facile, amare la vita, un concetto semplice. Vedi ragazzo, è un po’ come questa tua automobile, questa 500 è piccola ma bella ed è un piacere fare questa passeggiata.
 
- Gustav, prenda il caffè.
 
- Ah! Già! E’ tutta colpa tua che mi fai incazzare! Però! Bono sto caffè!
 
 Dice proprio così….
 
- Mi piace l’Italia, un paese così ricco, un paese che dovrebbe essere una forza trainante per tutto il resto del mondo.
 
- Grazie Gustav.
 
- Vuoi scommettere che stai per chiedermi di parlare di una mia opera?
 
- Possiamo?
 
- Parliamo del bacio?
 
- Mi hai letto nel pensiero?
 
- Mortacci vostra, grazie al mio bacio, chi sa quanta gente ha fatto XXXXX!
 
 Dice ancora ed espressamente così.
 
- Nella mia opera, hai notato che ci sono al centro, su una linea verticale, due masse rosse che staccano cromaticamente dagli altri colori?
 
- Sì.
 
- Sono di forma circolare, tutto ruota su di esse, sono il segno positivo e negativo, l’off e l’on, i poli estremi dai quali si accende il dinamismo universale, sono della stessa tonalità della bocca della donna, dalla quale nasce la vita, un bacio, l’amore, l’amore per la stessa vita che ci regala emozioni ogni giorno, tutto deve ruotare intorno all’amore. Puoi girare, capovolgere, travalicare, stressarti di azioni, eppure, se vuoi sentirti vivo e felice di esistere, devi amare.
 
- Possiamo essere ottimisti?
 
- Dovete esserlo, ma state lontani, se potete, dalla disumanità… Posso avere altro caffè?
 
Riaccompagno Gustav Klimt nell’aerospazio della fantasia. Se vi è sembrato un po’ burbero posso tranquillizzarvi, nella realtà è stato un artista che per il suo temperamento ha fortemente amato la vita e gli siamo grati per averci lasciato una grande testimonianza.
 
Amici lettori, ci rivediamo presto per una nuova intervista, e amate anche voi la vita come se fosse un'opera d’arte.
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"Baci e abbracci" tra gli struzzi in Val di Cecina

28 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Baci e abbracci (Italia - Commedia - 1999).

Regia: Paolo Virzì. Produzione: Rita e Vittorio Cecchi Gori. Soggetto e sceneggiatura: Francesco Bruni e Paolo Virzì. Direttore di produzione: Elisabetta Olmi. Aiuto regista: Gianluca Greco. Suono in presa diretta: Tullio Morganti. Scenografia: Lorenzo Baraldi. Costumi: Francesca Sartori. Fotografia: Alessandro Pesci. Montaggio: Jacopo Quadri. Operatori: Fabrizio Vicari, Giovanni Gebbia e Salvatore Anversa. Musiche originali: Gli Snaporaz. Produttore esecutivo: Alessandro Calosci. Supervisione: Lierka Rusic.

Interpreti: Francesco Paolantoni (Mario), Massimo Gambacciani (Renato), Piero Gremigni (Luciano), Paola Tiziana Cruciani (Tatiana), Daniela Morozzi (Ivana), Isabella Cecchi (Annalisa), Emanuele Barresi (Ennio), Rosanna Mazzi (Stefania), Samuele Marzi (Matteo), Emiliano Cappello (Gabriele), Maria Grazia Taddei (Bruna), Martino Cecconi (Nelusco), Sara Mannucci (Margherita), Edo Gabbriellini (Alessio) e il gruppo degli Snaporaz (Carlo Virzì - Stefanino - Toto Barbato - Poncino - Valerio Fantozzi - Chico - Gianluca Ferrara - Barsimpson - Matteo Pastorelli - Gigiballa - Geppo Gemini - Vustok - sono gli Amaranto Posse).

Dopo il trionfo di Ovosodo Paolo Virzì raduna ancora una volta un cast di dilettanti per girare una commedia all'italiana vecchio stile che entusiasma pubblico e critica. Il film a nostro avviso è riuscito solo in parte ed è il peggiore tra quelli realizzati da Virzì, soprattutto per la storia (di solito punto di forza dell'autore livornese) che a tratti zoppica e risulta frammentaria. Ma in definitiva resta un buon film.

Al centro della vicenda emerge la figura di Mario, un salernitano separato dalla moglie che vive a Cecina dove è proprietario di un ristorante in via di fallimento. Accanto a lui ci sono Renato, Luciano e Tatiana, tre ex operai livornesi che per sfuggire alla disoccupazione hanno deciso di aprire un allevamento di struzzi nelle colline tra Cecina e Volterra. I tre sono immersi in un mare di debiti e soltanto un assessore regionale dell'Ulivo potrebbe garantire una boccata d'ossigeno alla disastrata impresa elargendo un generoso contributo. La storia prende corpo da un equivoco. Il presunto assessore è Mario e i tre imprenditori lo trattano con ogni riguardo, addirittura gli mettono in braccio la procace Annalisa (amante di Renato) purché firmi il contributo. La trama pare uscita dal romanzo di Gogol "Il revisore" o dal vecchio film "Anni ruggenti" di Luigi Zampa, opere presenti a livello di ispirazione e in sede di stesura del soggetto. In mezzo a questi problemi e avvenimenti si inseriscono i giovani e incoscienti "Amaranto Posse" che si installano nel podere per provare la loro musica e fare un po' di pulizia. Il finale resta aperto a mille soluzioni. Mario viene scoperto, Renato dà in escandescenze, l'azienda pare andare a rotoli, però dalle ceneri del fallimento scaturisce una nuova idea, quella di aprire un ristorante nel vecchio casale di campagna. Il pranzo di Natale viene cucinato da Mario, chef d'eccezione, e l'atmosfera si stempera in una dolcezza quasi romantica. Dalle tragedie della vita ci si può risollevare, sembrano dire Virzì e Bruni, che utilizzano i vecchi schemi della commedia all'italiana per costruire un film corale a metà strada tra favola e racconto sociale.

Quando la vita è cattiva è bello sentirsi tutti più buoni, recitava la pubblicità del film, pure se la bontà è finalizzata alla concessione di un contributo ed è causata da un tragico sbaglio di persona. In ogni caso i buoni sentimenti trionfano lo stesso, perché una volta chiarito l'equivoco i protagonisti della storia si trovano riuniti davanti a una tavola imbandita. Virzì disegna un racconto corale vero, personaggi credibili, con esigenze sentimenti, emozioni palpabili, lavora sul dialetto e sulla recitazione spontanea di ottimi attori non professionisti. L'eccezione alla regola è Francesco Paolantoni che abbandona le macchiette televisive e ci consegna un'interpretazione da manuale di un fallito, un uomo che ha distrutto la sua famiglia e che non ha più un lavoro, disperato, sull'orlo del suicidio. Una figura malinconica e candida quella di Mario, così come Renato è un personaggio vulcanico e pieno di idee, ben tratteggiato dall'avvocato (nella vita di tutti i giorni) Massimo Gambacciani.

Il film conferma il talento di Virzì e la bravura di Bruni nello scrivere e sceneggiare storie tratte dalla vita quotidiana, nel condirle con quel gusto dolce-amaro che le rende simili a favole fantastiche.

Molte le scene da ricordare di una pellicola che presenta il solo difetto della frammentarietà. Si fa un po' fatica a stare dietro a tutto il concatenarsi di eventi e il disegno corale quasi da soap-opera realizzato dagli autori fatica a prendere corpo.

La prima scena è tragicomica. Si sottolinea la disperazione di Renato che telefona per chiedere una proroga ai termini di pagamento di duecento milioni di finanziamento e lo accompagna una musica da marcia funebre. Uno struzzo divora il suo cellulare e questo fatto è alla base dello scambio di persona perché il vero assessore non riesce a mettersi in contatto con loro. "Digeriscono tutto quelle bestie", dirà poi Renato. La televisione locale (Tele Granducato) si occupa dei neo imprenditori e quando viene sera la famiglia riunita davanti al televisore fa a gara nel rivedersi (scena già vista ne La bella vita). Virzì sa descrivere la vita di provincia dei ceti poveri e medi, per lui pregi e difetti non sono un mistero, indugia volentieri nel raccontare macchiette umoristiche e scene estrapolate dalla vita di tutti i giorni.

La macchina da presa passa dal dramma dei tre nuovi imprenditori in mezzo ai debiti a quello di Mario, sempre più solo in un ristorante che nessuno frequenta, a parte gli ufficiali giudiziari che cominciano a portare via roba. La tragedia di Mario è pure familiare, con una moglie che l'ha abbandonato, un figlio indifferente ai regali di Natale, che per giunta non sa fare, visto che compra la maglia di Ronaldo per un ragazzo juventino. Mario beve e tenta il suicidio dopo un mancato prestito in banca, il regista descrive bene quest'uomo provato dalle troppe delusioni e segnato da un tragico destino. I tentativi di suicidio rappresentano nuovi fallimenti che spingono a sorridere ancora su un uomo incapace persino di morire. In mezzo a questi piccoli drammi quotidiani si inseriscono gli Snaporaz capitanati da Carlo, fratello di Paolo Virzì, e la loro incoscienza giovanile. Nella finzione scenica sono gli "Amaranto Posse" e insieme a loro c'è Alessio, il fratello di Renato, interpretato dal bravo Edo Gabbriellini che recita una parte secondaria rispetto a quel che aveva fatto in Ovosodo. C'è pure la tresca destinata a essere scoperta, tra Renato e la procace Annalisa, spacciata per segretaria con il presunto onorevole e per la donna di Luciano con la moglie. Poi ha inizio la commedia degli equivoci quando Renato e Luciano scambiano Mario per l'onorevole e lo portano al vecchio casolare. Pensare che Mario era alla stazione solo per suicidarsi. Accade di tutto e il povero Mario viene scorrazzato per l'allevamento a vedere struzzi, uova che si stanno per schiudere e incubatrici. Mario non è indifferente alla bellezza di Annalisa e i tre soci gliela gettano tra le braccia, ma il sentimento che nasce tra i due è sincero. Di nuovo Virzì insiste nel dire che dalle cose negative può nascere qualcosa di buono. Resta lo spazio per un minimo di critica politica e sociale che non manca mai nei film di Virzì, qualche stoccata alla nuova sinistra che non si sa bene cosa sia diventata. "E se è dell'Ulivo ma non è comunista? Tipo del PPP, PPC o roba così…", fa Luciano parlando dell'assessore. E infatti poco dopo si mettono tutti a pregare prima di mangiare, equivocando su un gesto di Mario, ma nessuno sa recitare il Padre Nostro. Apprezziamo richiami a Tangentopoli, al fatto che tutti più o meno rubavano, c'era poco da fare. Non è qualunquismo, si descrive il sentimento dell'uomo della strada, le cose che ragionando al bar o tra amici tutti dicevamo. Altri drammi particolari si uniscono alla tragedia generale, Annalisa si confida con Mario sulla storia di uno zio che da piccina la toccava, racconta pure di Renato, afferma che con lui non sarà mai felice. Mario confessa che è separato e che soffre molto. Tutto molto bello. Proseguono gli equivoci con le battute sul ristorante di Mario che "era caro appestato", il regalo di Natale inatteso e Mario che dice: "Questo è il più bel Natale della mia vita", per poi scoppiare in un pianto nervoso. Mario è un bel personaggio, a tratti patetico, ben disegnato dalla penna di Bruni e Virzì, ben interpretato da Paolantoni. Sdrammatizzano gli Snaporaz con un "Non si soffre più!" intonato in coro. Bella pure la fotografia lunare e la nevicata improvvisa che chiude la pellicola.

Ottimo il personaggio di Luciano reso da Piero Gremigni con flemma da tontacchione di provincia. Brava anche la solita Paola Tiziana Cruciani nella parte di Tatiana, l'unica che sospetta, la prima a capire che Mario non è un assessore ma un disgraziato come loro. Pure i bambini hanno un ruolo. Uno è ipertecnologico e distruttivo, un'altra ama leggere fiabe e romanzi e addormenta il padre Luciano con una storia intitolata Matilde. Da ricordare pure una parte onirica con Mario che sogna il matrimonio finito male per un suo tradimento. Nell'incubo il bambino indossa la maglia della Juventus.

Il finale da buona commedia all'italiana risolve tutti i fili disseminati nel corso della storia e gli equivoci si dipanano. Mario è maltrattato da Renato che esplode in una collera irrefrenabile, ma in fondo la bontà del gruppo e l'atmosfera natalizia trionfano. Tutti si ritrovano davanti a una mensa imbandita a festeggiare il Natale proprio mentre le prime uova di struzzo si stanno schiudendo. Particolare il finale che ricorda una chiusura di un vecchio film di Francesco Nuti (Tutta colpa del Paradiso - 1985) con una componente degli "Amaranto Posse" che mette una mano davanti alla telecamera e interrompe la visione.

Baci e abbracci si doveva intitolare Struzzi e forse il titolo sarebbe stato più calzante, perché ispirato a una storia di provincia che si dipana in uno dei tanti allevamenti di struzzi che sono sorti nella zona di Guardistallo (dove si fa addirittura una sagra dello struzzo). Ma nello stesso periodo di uscita saltò fuori una commedia con lo stesso titolo e c'era il timore di fare pubblicità o di avere problemi di copyright. La storia si svolge in mezzo a una varia umanità di umili e ingenui operai ed ex operai, vinti di verghiana memoria, gente presa a schiaffi dalla vita che però si risolleva ed è capace di lottare. Un film buonista e di buoni sentimenti, certo, mai melenso e stucchevole, al contrario vero e profondo, che sa dare una luce di speranza allo spettatore. Il cinema di Virzì è cinema d'autore che racconta bene le sue storie e che ha per teatro sempre la provincia, vista come luogo che mantiene caratteristiche profonde di diversità.

A parte Francesco Paolantoni, che per la prima volta recita qualcosa di diverso da una macchietta comica, e Paola Tiziana Cruciani (molto brava), sono tutti dilettanti. Ma che dilettanti! Diretti con bravura da Virzì i terribili attori per passione ci lasciano un'interpretazione memorabile. Massimo Gambacciani, di professione avvocato, Isabella Cecchi, barista, Daniela Morozzi, attrice per l'hobby, Piero Gremigni è veterinario, Sara Mannucci è una studentessa, poi ci sono i bambini e c'è pure Edoardo Gabbriellini che dopo Ovosodo si può dire quasi un veterano. Infine gli Snaporaz di Carlo Virzì che compongono e suonano in presa diretta la colonna sonora e recitano la parte di loro stessi. Un film garbato, scanzonato, poetico, a tratti pure malinconico, un'opera delicata che si muove tra la fiaba e la farsa, dipingendo con efficacia luoghi e caratteri, sentimenti e solitudini, verità e bugie.

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Come se fosse l'ultima

11 Agosto 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

Come se fosse l'ultima

Vivo questa estate come se fosse l’ultima. Non pensate a cose eclatanti o a incontri mondani. Niente aperitivi etc. etc. Sto solamente rispolverando tutte le vecchie, personali tradizioni, tutti i riti collegati alla bella stagione che ho accumulato negli anni. Visti da fuori non hanno nessuna attrattiva e, in parte, molti li avevo anche accantonati. Ora li riesumo, come quegli abiti che non hai il coraggio di buttare perché hanno il profumo dei ricordi più cari.

Parlo di un pomeriggio sonnolento in Fortezza, sui pratini sterrati; parlo di camminare la notte per le strade del centro, sentendo l’asfalto che ribolle sotto la gomma delle infradito e i cassonetti che esalano odori forti; parlo di un frate del mercato, gonfio e bollente, che ti lascia tutta la bocca sporca di zucchero; parlo di una pizza da Ughino, quando finisce Effetto Venezia e ci si riappropria dei Fossi.

Poi ci aggiungo altre consuetudini, altri “mi piace” legati ai nuovi spazi, alla nuova vita di adesso, come leggere un libro di ritorno dal mare, con l’usciale del terrazzo aperto e il vento leggero a rinfrescarmi prima di cena.

E, intanto, penso alle vacanze, a che mettere in valigia. Di certo quasi tutti gli ultimi acquisti: c’è chi porta in viaggio le cose più vecchie e consumate, per quello ho già me stessa e allora incigno.

A proposito di questi termini, usciale, incignare, ribollire sono parole che usiamo dalle mie parti dove il sì suona, e suona talmente bene che non sbaglia mai. Andate sul dizionario e vedrete che il toscano, al quale, invecchiando, sempre più mi lego - la bella lingua di mia nonna e della mia prozia - è italiano purissimo e primigenio.

E ora le novità nel guardaroba.

Il top con le maniche scese sulle spalle, sembrava dovesse essere la moda di quest’anno ma in giro, a dire il vero, se ne vedono pochi, quindi l’ho preso più come pezzo originale che di tendenza. A proposito, queste canotte lunghe dovrebbero essere portate, come fanno le giovani, con pantaloncini corti alla stessa altezza: il risultato è una frotta di ragazzine tutte uguali che girano con apparentemente indosso solo la maglia. Io che sono nonna mi sono inventata una maniera per coniugare l’età con la moda: le abbino a pantaloni oppure a gonne sotto il ginocchio delle quali resta visibile solo una striscia.

La canotta celeste semplicissima, appena un poco più corta davanti, che sta bene col denim.

La canotta bianca, in tessuto simile all’organza ma sintetico, un classico che risolve tanti problemi.

E… infine… scarpe scarpe scarpe!!! La mia passione, la passione di tutte noi. Due sandali caratterizzati da un minimo di zeppa, che avrei preferito con meno lustrini ma mi sono dovuta adattare a quello che ho trovato.

Speriamo di non risentirci tanto presto, perché non è proprio il caso che io compri altra roba almeno per ora. Ciao!

Come se fosse l'ultima
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Lucia

5 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

 Lucia


Quando agli inizi nacque il complesso Lucia non c'era. E non c'era nemmeno quello che poi diverrà suo marito, Virgilio Savona, la mente eccelsa del gruppo, di quella formazione musicale che stette sull'onda del successo per tutti gli anni cinquanta sessanta e settanta.
Il primo complesso si chiamava Quartetto Egie, ma ebbe breve durata, ché cambiò presto nome, per assumere solo più tardi quello definitivo di Quartetto Cetra, prendendo il nome della casa discografica che li sponsorizzava; c'era soloTata (Giovanni) Giacobetti, che deve considerarsi quindi il primo socio fondatore, romano de Roma; e con lui un altro romano, quell'Enrico De Angelis che lasciò il posto, preso - era l'anno 1947 -da Lucia Mannucci, la dolce Cia tanto amata dai suoi compagni di lavoro.
A Giacobetti e De Angelis si aggiunsero quasi subito il siciliano Virginio Savona e un altro laziale, nato a Fondi, una cittadina in provincia di Latina, il pelato Felice Chiusano.

Lucia era nata a Bologna, nel 1920, e quindi era giovane - e graziosa -, con una voce calda e bene impostata; aveva 27 anni (nel 1944 sposò Virgilio Savona), e nel complesso venne a lavorare accanto a compagni eccezionali: Tata, che di anni ne aveva 25, Virgilio, suo coetaneo, Felice anche lui venticinquenne.

Da Bologna si era portata a Milano per sottoporsi a una audizione della Rai, che allora ancora si chiamava EIAR, aveva appena 21 anni, e passò l'esame. Assunta, stette a disposizione delle orchestre proprie della radio, come cantante solista. E in questa veste fece diversi spettacoli in giro per l'Italia, esibendosi col maestro Gorni Kramer, e insieme a compagni già affermati, come ad esempio il grande Natalino Otto.
Lucia conobbe Virgilio, si innamorarono - e innamorati lo furono per tutta la vita, un amore che durò ben sessantacinque anni - prima ancora che ella entrasse nel Quartetto; bisognò aspettare tre anni, e ciò poté avvenire allorché De Angelis, per mettersi a fare l'imprenditore, abbandonò il gruppo.
Visse - sola - fino dalla morte del suo amato Virgilio, (gli altri compagni di avventura e di vita li avevano lasciati andandosene uno alla volta, e da allora Virgilio e Cia non avevano più calcato i palcoscenici e frequentato gli studi radio-televisivi.)
Lucia aveva vissuto una vita stupenda, facendo il mestiere che amava più di ogni altra cosa, vicina ad amici e compagni eccezionali per bontà, per simpatia, per altruismo; aveva raggiunto la bella età di novantadue anni.
Ritiratasi dalle scene, essendo rimasta sola, dopo la dipartita di suo marito, pure se con la sua voce dolcissima da solista, come solista appariva talvolta nelle interpretazioni del complesso, poteva benissimo continuare a conquistare successi e applausi; del resto era amatissima dal pubblico radiofonico televisivo e teatrale.
Non starò qui a elencare le più belle canzoni del loro repertorio, porte al pubblico con garbo sempre, con ironia talvolta, e quindi anche di Lucia, in alcune delle quali era una sofisticata e bravissima solista, ché sarebbe inutile e tedioso. Ma le mamme di oggi ai loro bambini comprano ancora i cd che contengono anche la canzone nella vecchia fattoria, dove la voce della cantante era contornata dal coro, sempre sommesso eppure essenziale, dei suoi compagni di volo.
E quando i miei nipotini inseriscono talvolta il cd della canzoni per bambini nel mio apparecchio, mi girano intorno cantando insieme a Lucia Mannucci nella vecchia fattoria.. ia.. ia... aaaaaaaaa... eppoi tutti insieme

c'era il gatto... miao miao
c'era il cane... bau bau
nella vecchia fattoria i
a.. ia.. aaaaaa...

Come ho avuto modo di dire, era una dolce signora, sorridente, briosa, musicalmente preparatissima e sempre disponibile.
Era un complesso, Il Quartetto, ben amalgamato, con voci così compatibili e affiatate che la canzone che eseguivano sembrava quasi cantata da una sola voce; sulla quale emergeva - a dare un senso di grazia e di armonia - quella di Lucia. Furono sempre uniti, per più di quarant'anni.
Quante, quante canzoni non abbiamo cantato insieme a loro! La gran parte era anche opera loro, infatti erano state scritte da Virgilio Savona e da Tata Giacobetti; canzoncine allegre, eseguite con un fare sempre elegante.
Lucia spiccava tra quei tre mattacchioni come una vera dama, faceva, quando toccava a lei, un leggero passo avanti e - talvolta - mentre cantava sceneggiava la storia che essi raccontavano volando sulle note musicali, e dolcemente accennava brevi mosse come di danza. Oppure recitava, immedesimandosi in scene d'altri tempi, come quando narrava di quella storia nata in un vecchio palco della scala, scritta per loro da Pietro Garinei, Sandro Giovannini e musicata da quel grande fisarmonicista e direttore d'orchestra che fu il maestro Gorni Kramer.

In un vecchio palco della Scala,
nel gennaio del novantatre,
spettacolo di gala,
signore in decoltée,
discese da un romantico coupée.

Quanta e quanta gente nella sala,
c'e tutta Milano in gran soiree
per ascoltar Tamagno,
la Bellincion
i, Stagno,
in un vecchio palco della Scala

Dopo che Tata Giacobetti, nel 1988, li lasciò soli e sconsolati, Lucia, Virgilio e Felice capirono che non era il caso di continuare, come qualche altro complesso ha fatto sostituendo l'elemento perso per strada, o con un numero ridotto di persone. Decisero di chiudere un'avventura musicale che ha dell'incredibile. Lo dichiararò la stessa Lucia, quando per l'ennesima volta un impresario chiese ai due coniugi della canzone di tornare sulle scene. Si era intorno all'anno duemila, e Lucia disse: abbiamo chiuso, carissimo (aveva conosciuto tutti i più grandi impresari di spettacolo, e adesso conosceva quelli della sua età ancora viventi, e i nuovi), cerca di capire... non c'è più Tata... non c'è più Felice... e noi due poverini, che possiamo ancora dare...
Passava il suo tempo, ora che era rimasta sola, orfana anche di Virgilio, davanti alla televisione: solo buoni film, magari quelli di una volta, i classici, per intenderci, e basta; del resto aveva una cattiva opinione dei cosiddetti varietà, lei che ne aveva recitati e cantati tanti insieme ai suoi compagni di lavoro; quelli di oggi non potevano stare al passo con quelli del loro tempo...
A Sanremo una volta parteciparono con quella stupenda canzone che presentarono insieme con la loro amica Vittoria Mongardi, canzone scritta da quel grande autore della musica leggera italiana che rispondeva al nome di Mario Panseri; che ha al suo attivo una cinquantina di grandi grandissimi successi (grazie dei fior, io tu e le rose, nessuno mi può giudicare, casetta in canadà, papaveri e papere, come prima).
Era l'anno 1954, la canzone raccontava la storia della bella gigogin, che morì annegata; per il dolore si uccise anche il fidanzato. Faceva così, forse la ricorderete, almeno la ricorderanno quelli della mia età:

Nelle sere fredde e scure
presso il fuoco del camino,
quante storie, quante fiabe
raccontava il mio nonnino.

La più bella ch'io ricordo
è la storia di un amore,
di un amore appassionato
che felice non finì.

Ed il cuore di un poeta
a tal punto intenerì
che la storia di quei tempi
mise in musica così:

Aveva un bavero color zafferano
e la marsina color ciclamino,
veniva a piedi da Lodi a Milano
per incontrare la bella Gigogin.

Passeggiando per la via
le cantava "Mio dolce amor,
Gigogin speranza mia
coi tuoi baci mi rubi il cuor."

(Parlato)
E la storia continua:
Lui fu mandato soldatino in Piemonte
ed ogni mattina le inviava un fiore
sull'acqua di una roggia
che passava per Milano.
Finché un giorno:

Lui, saputo che il ritorno
finalmente era vicino,
sopra l'acqua un fior d'arancio
depone
va un bel mattino.

Lei, vedendo e indovinando
la ragione di quel fiore,
per raccoglierlo si spinse
tanto tanto che cascò.

Sopra l'acqua, con quel fiore,
verso il mare se ne andò,
e anche lui, per il dolore,
dal Piemonte non to
rnò.

Aveva un bavero color zafferano
e la marsina color ciclamino,
veniva a piedi da Lodi a Milano
per incontrare la bella Gigogin.

Lei lo attese nella via
fra le stelle stringendo un fior
e in un sogno d
i poesia
si trovarono uniti ancor.

Ho voluto riportarlo per intero il testo della canzone, perché, grazie all'interpretazione di Lucia Mannucci e dei suoi compagni del Quartetto Cetra, la storia disgraziata di questi due innamorati divenne un piccolo grande capolavoro; la canzone conquistò l'animo di tutti gli ascoltatori della radio e i telespettatori, ogni volta che il gruppo si presentava sulla scena interpreti o ospiti di programmi televisivi.

I due coniugi Lucia e Virginio - ma questa è solo una notizia di cronaca - alla rispettabile età di ottantasette anni, incisero il loro ultimo disco dal titolo Capricci.
.

marcello de santis

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