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Cerca risultati per “Aldo Dalla Vecchia Vita da giornalaia”

Valerie Perrin, "Cambiare l'acqua ai fiori"

1 Aprile 2020 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 
 
 
 
Cambiare l'acqua ai fiori
Valerie Perrin
 
Edizioni E/O, 2018
 
 
"Il tempo è magnifico quando qualcuno ci ama" recita una delle frasi che precede ogni capitolo del libro. Ma è magnifico anche quando amiamo, pazienza se il sentimento è a fondo perduto, nessun amore è mai inutile, anche se non ricambiato ci insegna sempre qualcosa su di noi. E Violette ama. La sua fiammella vitale, nonostante le tragedie e le ingiustizie che l'hanno segnata, e che man mano ci vengono disvelate, non si è mai spenta. Ma la tiene al sicuro, ormai sfiduciata e spaventata che qualcuno possa spegnerla. Perciò ha una cameretta color pastello al piano superiore ma riceve solo nello spoglio soggiorno monocromatico. Perciò ha un armadio di vestiti colorati e fioriti che rigorosamente indossa sotto pastrani e soprabiti neri o blu scuro. Nessuno deve conoscere il lumicino che ancora rabbioso e cocciuto arde dentro di lei. Preferisce raccontarsi di essere morta, come gli ospiti del cimitero di cui fa la guardiana, occupandosi di mille piccole cose che non le spettano, perché, lo dice lei stessa, se dovessimo fare solo ciò che rientra nelle nostre mansioni, solo ciò che ci si attende da noi, che noia sarebbe la vita? Ha deciso così, Violette, di traghettare quel barlume di linfa vitale fino al comune destino di tutti noi in un silenzio ornato da alcune bugie. Nessuno deve sapere. Troppo dolore. Ma il destino con i suoi fili lunghissimi, e dalle imprevedibili reti, inizia a intessere una delicata trappola che scatterà 37 anni dopo e che le farà capire che la vita non può stare troppo a lungo celata, deve esplodere, ardere, come la gioia, come l'amore. La vita trova sempre una fessura da cui filtrare e inseminare noi stessi e chi ci circonda. Quella vita che ci mette di fronte a prove apparentemente insormontabili ma che ci dà sempre la forza per superarle, quella vita che ci insegna che non sempre la verità ci rende liberi, a volte è meglio speculare nel dubbio e scegliere la soluzione più pacificatoria per noi, perché certe verità sono una condanna a vita. Quella vita con un senso dell'umorismo crudele che ti toglie in maniera assurda una famiglia per restituirtela fuori tempo massimo, quando ormai non ci credevi più, quando dicevi che non era più roba per te. Quella vita che lega la tua esistenza a una anziana coppia clandestina che pare uscita da un film e ti fa capire che il caso, come il male, è amorale, segue un binario il cui senso possiamo distinguere solo al capolinea, se riusciamo. Quella vita che ci sorprende dimostrandoci che i giudizi sulle persone, anche quando ponderati dopo anni di conoscenza, possono essere semplicemente sbagliati, perché tutti siamo feriti, fragili, ammaccati, e tutti a modo nostro ci difendiamo, a volte attaccando. Ma magari siamo troppo insicuri per ammetterlo.
La Perrin, fotografa e scenografa, compagna di Lelouche, scrive un libro semplice, che non ci racconta nulla di nuovo, ma lo fa con dolcezza, garbo, luminosità, senza mai scadere nello smielato o nello scontato, con dei colpi emotivi ad effetto sfruttando il solo costrutto narrativo.  I personaggi ben delineati, sono vivi e plastici, umanissimi e dolenti. Un romanzo che con delicatezza ci ricorda che ogni punto di fine corrisponde a un nuovo inizio, e anche in un piccolo cimitero di campagna possono rinascere la vita e la redenzione.
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Soprassediamo!

29 Luglio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Soprassediamo!

IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI

Associazione Culturale

Editoria di qualità dal 1999

Sito internet: www.ilfoglioletterario.it

29 LUGLIO 2015

PIOMBINO - Località Cittadella

Ore 21 e 30 - CINEMA IN VILLA

SARA' PROIETTATO IL FILM

COME INGUAIAMMO IL CINEMA ITALIANO (2004)

di Ciprì e Maresco

PRESENTAZIONE di SOPRASSEDIAMO! - Franco & Ciccio Story

a cura di FABIO CANESSA e GORDIANO LUPI

Soprassediamo! Franco & Ciccio Story – Il cinema comico-parodistico di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia – Il Foglio, 2014 – Pag. 530 – Euro 18 - Contributi di Matteo Mancini e Giacomo Di Nicolò

Franco e Ciccio sono due clown amati dal pubblico e disprezzati dalla critica, forse proprio perché la loro comicità è legata a un genere poco capito come la parodia. I due siciliani non interpretano parodie perché vanno di moda e garantiscono incassi sicuri, ma perché è il loro modo di essere attori, la loro comicità si forma su quel tipo di cultura popolare. Il cinema italiano conosce la parodia grazie a Totò, Erminio Macario, Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi, Walter Chiari, ma l'arrivo sul grande schermo di Franco e Ciccio sconvolge gli schemi e imposta il discorso parodistico in termini ben più radicali. La critica non li comprende, massacra ogni pellicola con attacchi virulenti, ai limiti dell'offensivo, definendo la loro comicità stupida e volgare, non rendendosi conto di offendere anche il pubblico che affolla le sale e rifiutando di capire i motivi del successo. Franco e Ciccio pagano la stagione dell'’impegno politico, l’'eredità del neorealismo e l’'assurdo intellettualismo di certa critica che, come diceva Fulci, “deve vedere mondine e partigiani per apprezzare un film”, ma che uccide lentamente il cinema popolare.

DISTRIBUITO DA PDE DISTRIBUZIONE - Via Forlanini, 36 – 50019 Sesto Fiorentino (FI) – Magazzino catalogo: Piazzale Giorgio Ambrosoli snc – 27015 Landriano (PV) – www.epde.it. – Promotore: Massimo Roccaforte – ex NDA - via Pascoli, 32 – 47853 Cerasolo Ausa di Coriano (RN) - Tel 0541682186 - fax 0541683556 – i libri fuori dai libri <ilibrifuoridailibri@gmail.com>.

IN TOSCANA da Libro Co. Italia s.r.l. - Via Borromeo, 48 – 50026 SAN CASCIANO inVal di Pesa (FI) - P.IVA 00527630479 - Tel. 055-8228461 Fax 055-8228462 - Email : libroco@libroco.it - www.libroco.it

IN SICILIA da PROMOLIBRI DI LUIGI ZANGARA & C. SAS - VIA AQUILEIA 84 90144 PALERMO - TEL 091/6702413 - FAX 091/6703633 –www.sicilybooks.com

La Cineteca di Caino è una nuova collana dedicata al cinema che si affianca al già presente supplemento aperiodico cartaceo dell’'omonimo blog:http://cinetecadicaino.blogspot.it/. Se il primo numero della fanzine a diffusione gratuita è dedicato a Nando Cicero ed è intitolato W la foca!, il primo libro della collana non poteva che essere riservato a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, due comici che hanno dominato il mio immaginario di bambino. Il blog La Cineteca di Caino è stato inaugurato il 6 maggio 2011 con questo breve post:

“Inauguro questo spazio dedicato al cinema spiegando le ragioni del titolo. Il cinema è da sempre una delle mie passioni, come lo è Cuba e la sua cultura (anche il cinema cubano, che farà parte di questo spazio). Per questo motivo voglio citare uno scrittore cubano a me caro: Guillermo Cabrera Infante, che scriveva di cinema sotto lo pseudonimo di G. Cain (la sceneggiatura di Vanishing Point è firmata così). Ecco perché La Cineteca di Caino: nel mio spazio, come un piccolissimo Cabrera Infante, voglio parlare del cinema che amo, alto o basso non importa, non sono definizioni che interessano, basta che sia un cinema fatto con il cuore. Parlerò del cinema trascurato dalla critica ma amato dal pubblico, di un cinema che la critica importante ha sempre stroncato”. Nel blog trovate articoli sui vari generi e sottogeneri del cinema italiano: commedia sexy, nazi-erotico, women in prison, tonaca-movie, horror, esorcistico, decamerotico, noir, splatter, gore, cannibalico, mondo-movie e chi più ne ha più ne metta. Trovate persino una breve Storia del Cinema Italiano (molto sintetica) a puntate; molti post sono dedicati a Franco & Ciccio, Gloria Guida, Edwige Fenech, Tomas Milian, Joe D’Amato, Ruggero Deodato, Ferdinando di Leo, Luigi Cozzi, Bruno Mattei… attori, attrici e registi simboli d’un cinema da non dimenticare.

I libri della nuova collana si propongono di approfondire il discorso su identiche tematiche con volumi agili e tascabili, ma anche con ponderose monografie.

Gordiano Lupi
Direttore Editoriale
Il Foglio Letterario
0565.45098
www.ilfoglioletterario.it
www.infol.it/lupi

Come inguaiammo il cinema italiano

La vera storia di Franco e Ciccio

di Ciprì e Maresco (2004)

Regia: Daniele Ciprì e Franco Maresco. Interpreti: Gregorio Napoli, Francesco Puma, Tatti Sanguineti, Fana Benenato, Ina Benenato, Maria Letizia Benenato, Rosaria Calì Ingrassia, Giampiero Ingrassia, Gaetano Andronico, Goffredo Fofi, Tullio Kezich, Pippo Baudo, Bernardo Bertolucci e Pino Caruso.

Ciprì e Maresco in questo eccellente documentario non si ripropongono tanto di rivalutare la comicità di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, quanto di ricordare il modo di ridere di un tempo che rispecchia la giovinezza di alcune generazioni. Le immagini scorrono tra spezzoni di film con Franco e Ciccio, vecchi critici che parlano malissimo dei loro lavori, nuovi commentatori che apprezzano la comicità da avanspettacolo, parenti che narrano la vita, amici e colleghi che ricordano aneddoti, testimonianze di una carriera lunga e ricca di successi. Tra tutti sarebbero da malmenare (a puro scopo correttivo, senza troppa violenza) gente come Goffredo Fofi, Tullio Kezich e Bernardo Bertolucci. Basterebbe andarsi a rileggere cosa scrivevano e dicevano di Franco e Ciccio quando erano in vita.

Franco e Ciccio sono stati due attori geniali, la presenza in scena bastava a scatenare l’ilarità del pubblico, i loro giochi di parole e la comicità gestuale e clownesca sono proverbiali (Soprassediamo!), così come è rimasta negli annali la stupidità della nostra critica colta che stroncava per partito preso ogni loro lavoro.

Franco e Ciccio debuttano come coppia comica nel 1954, al Cinema Teatro Capitol di Castelvetrano.

Ciccio Ingrassia nasce a Palermo nel 1922 (certi testi indicano date e luoghi di nascita errati, ma voi fidatevi ché questi sono giusti), ultimo di cinque figli, da padre muratore e madre casalinga. Come primo lavoro è intagliatore di tomaie (in pratica fa le scarpe), ma frequenta l’avanspettacolo insieme al grande amico Enzo Andronico, che diventerà presenza fissa e spalla comica al cinema. Ciccio Ingrassia fa parte del Trio Sgambetta, insieme a Ciampo e Andronico, ma i tre comici non riscuotono successo, al punto che non riescono neppure a pagare i debiti.

Franco Franchi - che si chiama Francesco Benenato - nasce a Palermo, nel quartiere popolare della Vucciria, in una situazione di totale indigenza. Padre muratore, madre impiegata in una manifattura di tabacchi, non abbiamo certezze sul numero dei fratelli, visto che spesso lui ha parlato di 18 e a volte si è corretto dicendo che erano sopravvissuti solo 9. Franco a vent’anni fa il comico di strada, conosce Ciccio al Bar degli Artisti a Palermo, i due si piacciono e decidono di fare qualcosa insieme a teatro.

Core ingrato è il loro primo numero che replicheranno all’infinito, al cinema e in televisione. Negli anni Cinquanta molti teatri ospitano le loro gag, ma il primo film importante sarà I due della legione (1962) di Lucio Fulci. Ciccio Ingrassia sposa Rosaria Calì nel 1960, dopo averla conosciuta a Milano. Da lei avrà solo un figlio: Giampiero. Irene Gallina, invece, è la moglie di Franco, che gli darà due figli. Nel 1959 la coppia comica incontra a Catania Domenico Modugno che li scrittura e li fa debuttare in Appuntamento a Ischia (1961) di Mario Mattoli, dove una loro breve apparizione contribuisce ad aumentarne la popolarità. L’onorata società di Riccardo Pazzaglia è un altro lavoro del 1961, che insieme a tanto teatro e commedie musicali (Rinaldo in campo) fa compiere passi in avanti al duo comico. “Pazzaglia era troppo intellettuale per noi”, dirà Ciccio Ingrassia, anche se alcuni anni dopo interpreteranno il suo Farfallon (1974). Domenico Modugno comincia a essere geloso di Franco e Ciccio, non vorrebbe lasciarli andare per la loro strada, ma Franchi taglia il rapporto. “Tu ti sei fatto la villa? Bene, noi no. Vorremmo farcela”, dice. Nel 1962 - 63 la coppia comica siciliana interpreta ben 12 film. Logico che non siano capolavori, spesso esiste solo una abbozzo di sceneggiatura, si scrive “Adesso entrano Franco e Ciccio” e si lasciano liberi di impostare gag da avanspettacolo. Tra le cose migliori citiamo Il giudizio universale (1961) di Vittorio De Sica e tutti i film diretti da Lucio Fulci che è il primo a intuire che l’aggressivo deve essere Ciccio Ingrassia, mentre il ruolo di mamo spetta a Franco Franchi. Nel periodo 1962 - 67 escono 13 film di Fulci interpretati da Franco e Ciccio, tutti molto curati, pur se girati ognuno in non più di quattro settimane. Nel 1964 debutta con loro il vecchio amico pugliese Pasquale Zagaria (in arte Lino Banfi), ancora con i capelli, ne I due evasi di Sing Sing e successivamente ne I due parà (1965), dove Fulci si permette di ironizzare prima di Woody Allen sulla figura mitica di Fidel Castro. Franco e Ciccio fanno tanto cinema, ma anche radio, televisione e non si scordano del teatro che frequentano con Eduardo De Filippo. I film che li vedono protagonisti sono girati in fretta, peccano di ingenuità, sono dedicati a un pubblico popolare, ma funzionano. Il cinema di serie A non sopporta Franco e Ciccio, ma loro incassano molto, hanno un pubblico composto di ragazzini e dal proletariato di un’Italia ormai scomparsa. I due comici ricordano la farsa di Plauto, mai sboccata, sempre dentro le righe, surreale, irrazionale, ma non volgare. Ricordiamo cose divertenti come I due mafiosi di Giorgio Simonelli e Due marines e un generale (1965) con Buster Keaton. Cominciano i primi contrasti all’interno della coppia, perché Ciccio vorrebbe fare cose più alte e sperimentare strade diverse, mentre Franco accetta tutte le proposte. In questa situazione vediamo la coppia comica nel cast di Che cosa sono le nuvole (1967), un grande film di Pier Paolo Pasolini, dove recitano niente meno che con il mitico Totò. Franco Franchi e Ciccio Ingrassia portano nei loro film alcuni amici con i quali lavorano dagli esordi: Enzo Andronico, Umberto D’Orsi, Lino Banfi, Ignazio Leone, Nino Terzo e Tano Cimarosa. Quando comincia il periodo della commedia sexy entrambi si trovano a disagio, perché la loro comicità è per tutti, mai volgare, dedicata ai ragazzi e ai bambini. Mariano Laurenti continua a fidarsi dei comici siciliani e li vuole come interpreti de I due maghi del pallone (1970), ma in questo periodo giunge anche la chiamata di Luigi Comencini per vestire i panni de il gatto e la volpe nel Pinocchio televisivo. I due attori cominciano a litigare e lavorano separati, si sentono troppo legati e vogliono essere liberi di fare il loro gioco. Per Ciccio si aprono le porte del cinema drammatico con un piccolo ruolo ne La violenza: quinto potere di Florestano Vancini, con la grande interpretazione dello zio matto in Amarcord (1973) di Federico Fellini e con il complesso prete di Todo modo (1976) di Elio Petri. Franco Franchi interpreta Ultimo tango a Zagarol (1973) di Nando Cicero, geniale parodia di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Si sentirà sempre a disagio per questo lavoro, perché la pellicola esce con un divieto ai minori di anni quattordici mentre lui è sempre stato un attore per bambini. Franchi vive il film come un tradimento nei confronti del suo pubblico. I due comici tornano insieme per Farfallon di Riccardo Pazzaglia, ma anche per due film dove Franco Franchi è attore e Ciccio Ingrassia regista: Paolo il freddo e L’esorciccio. La casa di produzione di Ciccio finisce male per malintesi e soprattutto a causa di soldi trafugati da un collaboratore, così l’esperienza alla regia finisce ed è un peccato perché i due lavori girati erano buoni. In questo periodo assistiamo a un susseguirsi di rotture e di riappacificazioni, anche se i due comici resteranno amici per tutta la vita, pure tra numerosi litigi a causa di caratteri diversi. Negli anni Ottanta fanno molta televisione e le loro cose peggiori vengono proprio da questo media che vede proliferare canali privati ed emittenti commerciali. Tra le cose belle ricordiamo Kaos dei Fratelli Taviani, la messa in scena cinematografica de La giara di Pirandello. Crema, cioccolata e… paprika di Michele Massimo Tarantini è il peggior film in assoluto che interpretano con un ruolo marginale. Protagonisti di questa tarda commedia sexy sono Barbara Bouchet e Massimo Montagnani, ma il problema è la presenza del figlio del boss mafioso Michele Greco, che porta guai giudiziari a Franco Franchi. Nel 1989 Franchi e Merola vengono accusati di mafia da un pentito e vengono fuori frequentazioni sospette con la famiglia dei Greco. Il procedimento penale viene archiviato, ma la vicenda distrugge moralmente e fisicamente Franchi che si ammala in maniera grave e muore l’11 dicembre del 1992, dopo aver partecipato all’ultima puntata di Avanspettacolo, strappando a tutti un applauso commosso. Ciccio Ingrassia, privato del più caro amico, del collega che considerava un fratello, gli sopravive per oltre vent’anni, ma lo vediamo solo in poche dimenticabili partecipazioni. Muore nel 2003, stanco e malato.

Grazie Ciprì e Maresco di averci ricordato due campioni della risata, due uomini che hanno segnato la nostra infanzia, l’adolescenza e la prima sofferta maturità. È merito anche vostro e di questo emozionante documentario se non riusciremo mai a dimenticarli.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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“EVA SE VA”

7 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

“EVA SE VA”

Quella che vorrei scrivere non è l'ennesima biografia di Eva Duarte Peron, troppe ce ne sono e tutti, a grandi linee, sappiamo chi fu e come divenne la donna più amata di Argentina. Ciò che vorrei riuscire brevemente a raccontare è, invece, l'essenza di Evita, moglie che amò il suo uomo, madre che amò il suo popolo, che si dedicò alla gente comune, ai diseredati, donna che è rimasta nel cuore dell'Argentina e a cui il tempo e la storia non hanno offuscato il prestigio conquistato, né tolto l'amore di un'intera nazione. Eva scrisse nella sua autobiografia “Razòn de mi vida”: “Ho scoperto nel mio cuore un sentimento fondamentale che mi domina completamente lo spirito e la volontà: questo sentimento è l’indignazione dinanzi all’ingiustizia. Da che io lo ricordi, ogni ingiustizia mi fa dolere l’anima come se mi conficcassero dentro qualcosa. Di ogni età conservo il ricordo di qualche ingiustizia che mi fece indignare, dilaniando il mio intimo”.

Evita si portò dentro gli stenti e la miseria che conobbe fin da bambina, i sacrifici le forgiarono un carattere forte e volitivo e seppe non arrendersi mai, le sue origini illegittime e modeste la portarono ad affrontare i pregiudizi dei paesani prima, dell'alta borghesia argentina poi, e a schierarsi sempre dalla parte delle classi meno abbienti.

Eva era una bambina piccola di statura, una brunetta pallida e magrolina, i capelli castano scuri erano tagliati corti, aveva gli occhi nocciola e le labbra rosse. Di carnagione scura, ma con una venatura pallida e una pelle trasparente del colore e della dolcezza della magnolia, era l'immagine stessa dell'innocenza, soffriva della sua povertà, ma si riteneva fortunata rispetto a qualcuno che era ancora più povero di lei: gli indios ad esempio. Erano pochi quelli rimasti dopo le varie “epurazioni “ susseguitesi nel corso del tempo e qualcuno si era stabilito nella pampa. Facevano i carrettieri per vivere, erano Coliqueo originari del Cile e a scuola lei non aveva mai sentito parlare della loro storia, dei villaggi distrutti, i libri di testo sorvolavano su questi argomenti e liquidavano la partita con poche parole sulle tradizionali decorazioni del loro vasellame. Solo gli occhi di una bambina sensibile come Evita potevano notarli per le strade, ignorati da tutti, e scorgere disegnata sui loro corpi la fame, gli stenti, la stessa miseria che più tardi seppe scorgere nella gente del suo popolo e che cercò in ogni modo di lenire.

Intorno al 1930 l'Argentina era cambiata, dicono i biografi Navarro e Fraser ché, una distesa di terra vasta come il Belgio, la Svizzera e i Paesi Bassi messi insieme, si trovava nelle mani di 1804 proprietari soltanto, terre che avevano ricevuto in eredità dai loro antenati. Arrivate per successione da quei conquistatori che le avevano sottratte agli indios o guadagnate nel corso di guerre civili. Così per diritto di nascita quei 1804 oligarchi vivevano agiatamente fra Argentina e Europa arricchendosi con la vendita della carne. Gli altri argentini, quelli che non possedevano la terra, vagavano in cerca di lavoro, di cibo, transumanti , emigranti nella loro stessa patria ed erano poverissimi e affamati, così per la maggior parte si concentrarono lungo la costa e intorno a Buenos Aires dove si trovavano i primi insediamenti industriali. Eva stessa scriverà, ancora, nella “Razòn de mi vida”: “La ricchezza della nostra terra non è che una vecchia menzogna per i suoi figli. Durante un secolo nelle campagne e nelle città argentine sono state seminate la miseria e la povertà. Il grano argentino non serviva che ad appagare i desideri di pochi privilegiati … ma i peones che seminavano e raccoglievano questo grano non avevano pane per i loro figli”.

Eva crescendo cercò riscatto dalla miseria della sua infanzia nel mondo dello spettacolo e non si arrese alle prime difficoltà, studiò recitazione e dizione e ottenne qualche particina a teatro. Furono anni duri, di sacrifici e ancora privazioni, ma lei resisteva e viveva al ritmo del suo cuore fiero e testardo. I suoi progressi in ambito artistico furono determinati dal suo grande impegno personale e da un orgoglio fuori dal comune e col tempo riuscì a ottenere un po' di successo. Era divenuta la voce della radio, conosciuta e amata dagli ascoltatori che la chiamavano “senorita radio”. Recitava con voce acuta e rotta, dolorosa e candida, senza affettazione, una voce qualunque, simile a quella delle donne che l'ascoltavano rapite. Nella vita tutto è già segnato e predisposto dal destino, tutto è come un'eco che risponde: i suoni, la luce, i profumi, i colori e anche gli amori, fu poco dopo che Eva conobbe l'uomo della sua vita. Quando nel gennaio del 1944 un forte e terribile terremoto distrusse la città di San Juan, causando oltre diecimila vittime, l'Associazione radiofonica argentina promosse un festival per raccogliere fondi a favore dei senzatetto. Gli attori, per organizzare la raccolta delle offerte, si riunirono nell'ufficio del colonnello Juan Domingo Peron, segretario del Lavoro e degli affari sociali, lui stringeva la mano e sorrideva a ognuno di loro. Le spalle larghe, il passo elastico, quando Evita se lo vide venire incontro si sentì colpita dal calore del suo sguardo e sentì scorrere nel palmo della sua mano la vibrazione di un'energia che sembrava essere diretta a lei soltanto. Era alto, massiccio, vitale. Indossava l'uniforme bianca con berretto e stivali neri. Quando si tolse per un attimo il cappello, lei potè scorgere una folta chioma di capelli neri cosparsi di brillantina che li teneva perfettamente in ordine. Il suo sorriso era smagliante, aperto come il suo cuore e illuminava un viso rude e virile. Eva vide da subito in lui l'uomo argentino per eccellenza: muscoloso, dal portamento fiero, un uomo chiaro, onesto, facile da capire. Un uomo vero. Ammaliata dai suoi modi e dal suo discorso rispose alla sua stretta di mano dicendogli “Se è vostro desiderio il bene del popolo io vi starò accanto fino alla morte” profetiche parole. Evita si innamorò dell'affascinante colonnello, vedovo, aveva 48 anni, era dunque molto più grande di lei in età che ne aveva appena compiuti 26, ma da allora si schierò al suo fianco in ogni battaglia, in ogni situazione. Anche Peron aveva notato quella bella ragazza pallida ed emozionata e più tardi ebbe a raccontare nella sua biografia “aveva la pelle bianca, ma quando parlava il volto le si infiammava, le mani diventavano rosse a furia di intrecciarsi le dita. Quella donna aveva del nerbo...non era stato il suo fisico ad attrarmi ma la sua bontà.” La stessa sera, al festival, Evita si trovò seduta vicina a Peron e da quel momento tutti poterono constatare che il colonnello non si interessò minimamente allo spettacolo in scena, sembrava rapito dallo sguardo dalla donna che gli stava accanto e gli parlava. Eva evidentemente parlò al suo cuore e cosa disse per far sì che Peron socchiudesse quella porta cigolante, dai cardini arrugginiti non ci è dato saperlo, però da quella sera non si lasciarono più. Fu amore travolgente dal primo istante, Eva indossava un vestito nero, guanti neri lunghi fino al gomito e un cappello nero con la piuma bianca, Peron ne fu ammaliato, dopo la festa disertò l'invito degli organizzatori del festival e se ne andò con lei verso un destino che non ha ancora finito di far parlare e sognare.

Insieme hanno formato una coppia felice e affiatata. Peron rideva con Eva, si divertiva, è conosciuto l'episodio in cui, quando abitarono al palazzo dei presidenti, Peron e la moglie scesero il maestoso scalone scivolando e ridendo ciascuno sulla sua ringhiera come bambini. Evita lo aveva conquistato col suo carattere irruente e focoso, lo aspettava sotto casa di notte, lo riempiva di sfuriate ed era molto gelosa. Una volta, durante una tournée elettorale, abbandonò impettita la sala gremita di gente, perchè un gruppo musicale cantava davanti a Peron la samba preferita dalla sua povera moglie defunta. Lui non temeva le sue esplosioni di collera, perchè poi nell'intimità Evita ritornava a essere docile e innamorata. L'amò perché al di là delle carezze che sapeva fargli, faceva assegnamento su di lei, Eva possedeva un'esperienza umana che al colonnello, vissuto sempre nel bozzolo dell'esercito, mancava. Eva conosceva la gente, la capiva e sapeva sempre dirgli a chi credere e a chi no. Si fidò di lei, della sua tenerezza, della sua lealtà e del suo fiuto politico. Lei lo amava sopra ogni cosa, in maniera estrema, e Peron ricambiava pienamente l'amore di Evita, per lei affrontò il peggiore degli scandali, quello di portarla in pubblico, di non trattarla come un'amante clandestina e l'esercito, che non era mai riuscito a digerirla, gli si rivoltò contro. L' 8 ottobre 1945, proprio il giorno del suo cinquantesimo compleanno, in una riunione tenutasi al ministero, nel corso di confuse trattative che nascondevano losche manovre, a Peron vennero revocati i mandati e fu praticamente costretto a dimettersi e poco dopo venne arrestato con il progetto di ucciderlo. In quei giorni pioveva, così come pioverà in ogni attimo triste della loro vita. Eva pianse, piangeva singhiozzando, senza curarsi dei presenti e quando glielo portano via gli si aggrappò a un braccio finché un poliziotto non la staccò con la forza. Evita non potè vedere Peron pregare il suo accompagnatore di prendersi cura di lei, non poté nemmeno vedere il marinaio che scorgendolo salire a bordo della cannoniera Independencia pianse a sua volta come un bambino, perché tutti avrebbe voluto sapere imprigionato ma non il leader del popolo. Terminate le lacrime, Eva tirò fuori di nuovo la sua grinta e si dedicò anima e corpo a parlare con il popolo per le strade e la gente l'ascoltava, scendeva nelle piazze a protestare e il coro delle voci acclamanti Peron aumentava: “Oligarcas a otra parte viva el macho de Eva Duarte”. Eva stava diventando lo stendardo della rivolta. In realtà lei scrisse poi nella “Razon de mi vida” come in quei giorni si fosse sentita “ben piccola cosa”, lei voleva con tutto il cuore salvare soltanto la vita del suo uomo e non aveva intenzioni velleitarie. Ciononostante il 17 ottobre fin dal mattino presto attraversò in macchina i quartieri popolari chiamando gli operai allo sciopero e verso mezzogiorno non si contavano più le migliaia di lavoratori che si aggiravano per la città, al porto, alla Casa Rosada, all'ospedale a cercare Peron. Era piena di vita, di forza, trasmetteva coraggio a chi la ascoltava. Non si era mai visto un simile assembramento in tutta la storia dell'Argentina. Un mare umano o meglio un Rio de la Plata che dilagava per le strade: tutti gli operai, ma proprio tutti, erano scesi in strada dalla capitale e dalla periferia, alcuni suonavano dei tamburi dando al corteo un ritmo inquietante. Faceva caldo e i dimostranti si erano tolti le camicie, fu così che il giornale “La Prensa” per descriverli coniò il termine dispregiativo “descamisados” ma che da quel giorno servì a designare in maniera inequivocabile il popolo peronista e in quel mare di corpi Evita nasceva come la venere di Peron e Peron aveva vinto, fu rilasciato e si candidò alle elezioni.

Pochissimo tempo dopo si sposarono e, terminata la campagna elettorale, Peron fu eletto presidente ed Evita divenne la sua ombra. Due passi sempre dietro di lui, discreta ma determinante, iniziò l'opera che la rese la madonna dei poveri. Timida nei gesti e nelle parole ascoltava e, quando aveva capito, all'improvviso suggeriva una soluzione inaspettata, piccola, concreta ed efficace a cui semplicemente nessuno aveva pensato. Eva si rivelò un'ottima intermediaria tra gli operai e il presidente, le richieste dei sindacati arrivavano a lui attraverso lei di cui si fidavano e da cui ottenevano risultati che andavano ben oltre le loro aspettative. Occupò il posto che era stato del marito alla Secretaria del Lavoro e contribuì in modo determinante alla linea politica del marito, gestendone l’immagine e con la sua stessa attività verso la classe operaia e il mondo femminile. Nel 1947, grazie anche alla sua mediazione, in Argentina il voto fu esteso alle donne . Tradizionalmente, alla moglie del presidente era riservata la gestione della “Sociedad de beneficencia”, l’oligarchia borghese si rifiutò di concederle il ruolo di presidentessa con la giustificazione che fosse troppo giovane e inesperta. L'ente fu chiuso con un atto governativo e venne istituita, nel 1948, la “ Fundación María Eva Duarte de Perón”. La Fondazione distribuiva ogni anno enormi quantità di macchine per cucire, per favorire l’occupazione femminile, memore della madre che cuciva i vestiti per la sua famiglia Eva volle rendere ogni donna capace di pensare ai propri figli e all'uopo fece istituire scuole professionali di taglio e cucito. L'attività principale della Fondazione fu quella di sostenere le famiglie più bisognose, trovare e creare alloggi per anziani e donne, ospitare nelle case-scuola moltissimi bambini che venivano tolti dalla strada. Le casse traboccavano di donazioni e i lavoratori stessi si autotassavano volentieri rinunciando a un giorno di paga l'anno ben sapendo che i loro soldi nelle mani di Evita avrebbero portato il bene alla nazione. In meno di due anni furono spesi per opere sociali oltre 50 milioni di dollari. Evita si occupava di tutto in prima persona, riceveva e ascoltava chiunque si rivolgesse a lei, fece costruire scuole, ospedali, asili per l'infanzia, case di riposo, e alloggi per i lavoratori con affitto basso nelle vicinanze dei siti industriali. Nel 1948 nacque Evita city: 4000 abitazioni furono messe a disposizione delle famiglie più povere, persone abituate a vivere in tuguri malsani, incredule, si videro assegnare alloggi nuovi, completamente arredati, tavoli, letti, scarpe, medicine, vestiario e tutto quanto necessitasse loro. Evita non era più soltanto la voce gentile delle trasmissioni radiofoniche, diventò la signora dei miracoli, la “madona de america”. Riceveva in media dodicimila lettere al giorno, venivano lette e classificate dai suoi assistenti che avrebbero potuto anche rispondere, ma lei si interessava personalmente di ogni richiesta e convocava chi le aveva scritto. A volte, addirittura, per compiacere una bambina che le aveva richiesto semplicemente una bambola si recava direttamente a casa, bussava alla porta e consegnando il pacco, contenente il biondo oggetto dei desideri, diceva sorridendo “buongiorno signorina, è questo che mi hai chiesto?” Iniziava a lavorare alle sette del mattino e i primi a essere convocati erano i ministri, i funzionari, per costringerli ad alzarsi e spesso li aveva lasciati solo poche ore prima. Lavorava per giornate intere senza risparmiarsi, non si muoveva dalla sua scrivania, riceveva centinaia, migliaia di persone, venute da lontano che puzzavano per il viaggio, ognuno aveva l'odore della sua terra, odore di bestiame, di vino, di sudore di sporcizia, di malattia. Nella sua stanza c'erano sempre pronti bollitori con biberon pieni di latte per i bambini. Niente cipria, niente trucco per gli occhi che brillavano di emozione o di gioia mentre ascoltava i racconti e le richieste dei suoi poveri. Costretta dentro i suoi semplici tailleurs, Eva attraversava l'ufficio con passo rapido e sicuro, risplendeva di una luce irradiata dai suoi capelli, dal pallore del suo viso ogni giorno più magro, non aveva bisogno di nulla per apparire, perché finalmente era se stessa e si sentiva certa di essere al suo posto, di stare facendo il suo lavoro e ogni gesto le veniva spontaneo. Nelle fotografie non la si vede mai in posa, è sempre con lo sguardo diretto all'interlocutore, ma i bambini no, loro la guardano con occhi spalancati e vedono una donna giovane che alle tre del pomeriggio ancora non ha pranzato che dimentica di bere il bicchiere di latte che le hanno posato sulla scrivania, una donna stanca ma che non una volta si è alzata dalla sedia per andare in bagno, ci dovrà andare più spesso solo quando sarà costretta dalle perdite di sangue abbondanti segno della sua malattia oramai avanzata. E le donne venute dalla pampa la vedevano dimagrire, impallidire e si domandavano perché di tanto in tanto si alzasse dalla sedia, e, poggiandovi un ginocchio sopra, si piegasse in due Si guardavano incredule ”si ammazza di lavoro, si direbbe che soffra” dicevano. Lei non si dava tregua e trascurava la sua salute. Eva rispondeva a ogni richiesta donando sempre di più, sapeva bene che i poveri chiedono meno di ciò che abbisogna loro e non lo faceva semplicemente per farsi amare, ma perché guidata dalla sua profonda sensibilità. Era in grado di cogliere al volo una situazione, una reale necessità e cercava di risolvere una vicenda umana nel suo complesso: se una donna chiedeva un letto, si informava di quanti figli avesse e donava anche per loro, se una moglie chiedeva lavoro per il marito e la vedeva circondata di cinque sei figli, voleva sapere dove abitassero e le prometteva una casa popolare e proprio mentre la donna se ne andava contenta, pensando che finalmente non avrebbero più dormito in una capanna, la fermava e le diceva “ma ce li hai i soldi per l'autobus?” una preoccupazione che solo chi si è trovato senza soldi per tornare a casa può avere e così Evita rivelava la sua antica povertà. Molti bambini malati di scabbia venivano ricoverati nella casa presidenziale ricca di stanze e di bagni per una notte o per qualche giorno, il tempo necessario affinchè il medico potesse provvedere a farli lavare, disinfettare e potesse curarli. Entravano cenciosi e malaticci e uscivano curati e profumati con la certezza che migliorare la propria condizione si può e si deve lottare per questo. La Fondazione continuerà a lavorare e a distribuire aiuti ai poveri anche quando Evita non ci sarà più. Una donna addetta alla liquidazione della fondazione, Adela Caprile, racconterà di aver visto montagne di masserizie accatastate su scaffali alti fino al soffitto, pentole e tegami ma anche pantaloni per bambini, scarpe e medicinali. E dichiarerà ”Mai si è potuto imputare a Eva di essersi intascata un solo peso. Mi piacerebbe poter dire la stessa cosa delle persone che con me hanno collaborato alla liquidazione di quell'organismo.” Hanno provato in tanti a criticare l'opera di Evita, a strumentalizzarla per demonizzare il peronismo, ad additarla negativamente di fare della politica un uso demagogico allo scopo di asservire il popolo. In realtà anche i peggiori detrattori non sono riusciti a distruggere il valore umano e sociale delle opere di Eva Peron. Hanno dovuto ammettere che, se è vero che la Fondazione ha stretto un grande numero di argentini attorno a Evita,e di conseguenza a Peron, è altrettanto vero che innumerevoli furono le famiglie argentine sottratte alla miseria, all'ignoranza, alla fame, alla malvivenza, dalla bionda ragazzina venuta pochi anni prima da un piccolo paese di provincia.

Quando finalmente, nel 1951, Evita avrebbe potuto raccogliere i frutti del suo lavoro, acclamata dal popolo, dalle donne che avevano costituito un partito e candidarsi alla vice presidenza per sedersi a fianco al marito, ben altri furono i problemi reali da affrontare. Evita aveva trascurato molto la sua salute per dedicarsi anima e corpo alla Fondazione, aveva ignorato i dolori sempre più forti di cui soffriva all'addome, segnali che il suo corpo le aveva inviato, oramai occhiaie profonde le cerchiavano gli occhi, era vistosamente dimagrita così quando decise di farsi visitare, la diagnosi fu terribile, aveva un cancro che non le lasciava speranze di vita. Ancora una volta però Eva non si arrese e la malattia, anche se ormai in uno stadio avanzato, non le impedì di essere a fianco al marito durante la campagna elettorale con la stessa passione e l'impegno di sempre fino a crollare esausta fra le sue braccia durante un comizio. Evita votò per il marito dal suo letto di malattia e quando Peron, grazie a un plebiscito popolare, fu proclamato presidente per un secondo mandato riuscì con un ultimo immane sforzo fisico a essergli accanto il giorno della nomina e si sedette per una volta nella poltrona del vice presidente che avrebbe dovuto essere sua come richiesto a furor di popolo. Volle anche partecipare alla sfilata della vittoria: una folla oceanica fece ala al corteo che attraversava le vie di Buenos Aires verso la Casa Rosada, i lavoratori, gli emarginati in festa che l'acclamavano non potevano immaginare che non l'avrebbero mai più rivista viva. Era il suo addio, sorrideva e mandava baci ai suoi descamidsados dalla macchina, la malattia aveva avuto il sopravvento, il 26 luglio 1952 Evita morì, all'età di 33 anni. Chiuse gli occhi per sempre e non potè vedere l'immenso dolore dell'intera Argentina. Un dolore autentico, vera disperazione, per le strade la povera gente sentiva di aver perso la sua madona de america, non si trovava un fiore per tutta Buenos Aires, la camera ardente allestita al Ministero del lavoro dove lei era solita ricevere i suoi poveri, fu inondata e sommersa di mazzi colorati, la folla afflitta e silenziosa in una processione che raggiunse i tre km, per 13 giorni continuò a sfilare sotto una pioggia incessante , quella stessa solita pioggia dei loro giorni più tristi. Davanti alla bara donne, uomini e bambini in lacrime, si straziavano rappresentando la sofferenza di un'intera nazione. L'Argentina era stata colpita al cuore e faticava a riprendersi. La morte di Evita ebbe ripercussioni anche sul potere di Peron che di lì a poco fu costretto da un colpo di stato a lasciare il paese. La salma imbalsamata di Eva venne portata in Italia e, per diverso tempo, riposò sotto falso nome in un cimitero di Milano. Solo dopo vent'anni il suo corpo fece ritorno in Argentina, ma il dolore del popolo era ancora vivo e ora riposa finalmente nella sua terra, fra la sua gente nel cimitero della Recoleta. Il peronismo però non morì con lei, visse ancora per molto tempo, negli anni 70 i militari furono costretti a richiamare Peron e oggi a distanza di tanto tempo, di nuovo una peronista è al governo, per un secondo mandato.

Onesta, diretta, dal cuore ardente, Evita è la donna più importante nella storia del secolo scorso, era stata peronista molto prima dello stesso Peron per una questione di sentimenti, di sensibilità e per il profondo rifiuto verso le ingiustizie sociali. Durante l'ultimo accorato appello fatto dal balcone della Casa Rosada al suo popolo aveva chiesto “prendetevi cura del generale”, così nel suo ultimo colloquio privato col marito aveva chiesto “ non dimenticarti degli umili”e ancora le sue ultime parole furono per la madre” pobre vieja... Eva se va” non un pensiero per se se stessa, pensò sempre agli altri fino all'ultimo dei suoi respiri. “Eva se va” …. Eva ora appartiene alla storia.

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Basilea: città culturale per eccellenza

6 Gennaio 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Basilea: città culturale per eccellenza

Musei, Fondazioni, Gallerie d’Arte, Monumenti, Feste tradizionali rendono la città un vero e proprio gioiello dove l’antico e il moderno si fondono armoniosamente.

Basilea, città abitata da 200 mila persone, può essere definita “città culturale” per eccellenza. In soli 37 Km quadrati, infatti, si contano ben 40 musei, cosa impensabile nella nostra Italia. Ci sono Musei di ogni genere che spaziano da quello della cultura a quello della Storia della Farmacia; dal Museo della Caricatura e dei Cartoni Animati al Museo della Musica; dalle Antichità (con la Collezione Ludwig) al Museo delle Bambole; dal Museo Storico al Vitra Design Museum, dal Museo Svizzero di Architettura allo Steinenberg; dalla Fondazione Beyeler al Museo Tinguely, tanto per citarne alcuni.

Ma oltre ai Musei esistono numerose gallerie d’arte, Teatri e locali dove si può assistere a session di Jazz o Concerti dal vivo. Basilea è anche una città industriale di rilevanza mondiale grazie alle case farmaceutiche che vi sono ma, nel contempo, è una città di rilevanza storica e ricca di antichi monumenti.

Qui, infatti, sorse nel 1460 la prima Università svizzera, vi fu lo sviluppo della stampa e della produzione della carta all’epoca di Erasmo da Rotterdam; vi si svolse, il 23 luglio del 1431, il concilio convocato da Martino V.

Nella città si svolgono numerosi eventi legati alle tradizioni e allo sport. I primi di novembre, ad esempio, si svolge la Fiera del vino che dura 15 giorni, che richiama tanti turisti.

La Fiera si svolge in cinque zone della città, che si trasformano in un enorme luna park, con giochi per bambini, e si riempie di bancarelle dove trovare ogni genere di merce o prodotti gastronomici.

Sono ancora visibili monumenti storici quali la Casa Blu, che era una fabbrica di passamaneria e nastrini di seta, trasformata in seguito in fabbrica chimica e, infine in farmacia.

Una leggenda narra che nella Casa Blu, di proprietà di Jakob Sarasin, fu ospitato il conte Cagliostro che ne avrebbe guarito in modo misterioso la moglie, all’epoca in fin di vita. C’è poi la Casa Bianca, che si trova a fianco della Blu e che apparteneva ai due fratelli francesi, Sarazine, che erano proprietari di fabbriche e palazzi.

Basilea si presenta come una città molto ordinata, con palazzi, case basse, ville a schiera, negozi eleganti, ristoranti e numerosi parchi che, in autunno, sono molto spettacolari per gli alberi dai colori rossi e gialli che sono un vero godimento per gli occhi.

Il centro, soprattutto, è costituito da molti vicoli caratteristici con le tipiche case dai tetti spioventi o dai palazzi di epoca

Non esiste una metropolitana, non ce n’è bisogno. Un eccezionale sistema di tram e autobus, ne rendono inutile la costruzione così come il prendere l’automobile per gli spostamenti.

La città è divisa in due parti: la grande Basilea e la piccola Basilea ed è famosa per il Carnevale, che dura 3 giorni, ma la popolazione si prepara all’evento per tutto il resto dell’anno.

Incomincia il lunedì successivo al mercoledì delle Ceneri e, come da leggenda, la mattina del lunedì la gente si sveglia quando dai campanili rintoccano le quattro.

Tutte le luci della città vengono spente e la Regina Fasnacht (Carnevale) prende il comando della città e…la gioia e un po’ di follia s’impossessano degli abitanti.

Nei vicoli e nelle strade risuona la melodia tradizionale e arcaica del “Morgenstraich”, proveniente dal suono di migliaia di pifferi e tamburi.

Le sole luci sono quelle delle grandiose lanterne trascinate dal corteo indossate dalle maschere sulle quali viene rappresentato, in chiave ironica, un evento dell’anno precedente.

Nei pomeriggi di lunedì e mercoledì, i gruppi partecipanti, denominati “clique”, seguono un percorso fisso lungo le strade cittadine, il “Cortege”.

Durante la serata i partecipanti si muovono da un locale all’altro per commentare l’anno passato cantando versetti e caricature.

Il martedì, invece, è il carnevale dei bambini, che dividendosi in vari gruppi, ripropongono la tradizione cittadina. La sera, invece, numerosi gruppi musicali, detti “Guggenmusik”, diventano i ‘padroni ‘ della città, trasformando in luoghi di allegria ogni angolo della città.

Ci sono alcune leggende legate ad alcuni luoghi o monumenti cittadini. E’ interessante quella che riguarda la Spesshof, che si trova al numero 7 di via Heuberg. Sembra che la casa sia infestata dal fantasma di David Joris, nel 1500 un capo della setta degli anabattisti, all’epoca proibita.

Solo quando morì, la popolazione di Basilea venne a conoscenza delle sue origini e della sua religione.

Riesumarono la salma, la decapitarono e bruciarono i suoi resti assieme ai suoi libri.

Si dice che ancora oggi il suo fantasma – che tiene la testa fra le braccia ed è accompagnato da due cani di razza alana – vaghi nei dintorni della sua ultima casa. Un po’ macabra la leggenda, ma molto affascinante come tutto ciò che riguarda il mistero e l’occulto.

Alla Fontana del Basilisco, risalente al Rinascimento, è invece legata un’altra storia. La Fontana raffigura la storia del basilisco, che tiene lo stemma della città: una pastorale stilizzata di colore nero su fondo bianco.

Il basilisco, che è un animale leggendario composto da un gallo, un drago e un serpente, nasce da un uovo che viene deposto sul letame e viene covato da un rospo.

Chiunque viene colpito dal suo sguardo cattivo rimane pietrificato.

La “favola” racconta che l’unico modo per salvarsi è utilizzare uno specchio che riflette il suo sguardo.

Perché è importante questa leggenda? Perché il basilisco è la creatura che sta a guardia della città di Basilea!

C’è ancora un ultimo racconto fantastico che riguarda un Albergo molto noto in città “Les Trois Rois”.

Si narra che le reliquie dei tre re magi si siano fermate a Basilea durante un pellegrinaggio da Milano a Colonia e poi nel 1026, in questo hotel si sono fermati l’Imperatore Conrad II, suo figlio Heinrich III e l’ultimo re dei Burgundi, Rudolf III. Il re non aveva eredi, così decise di lasciare all’Imperatore e a suo figlio la città di Basilea.

Lasciamo le storie fantastiche, ma fascinose che riguardano il passato di questa città, e torniamo ai giorni nostri.

Basilea, è il centro congressuale e fieristico più importante della Svizzera ed ospita due Fiere Internazionali: Baselworld, fiera di orologeria e gioielleria, e quella d’arte “Art Basel”.

Entrambe richiamano numerosi appassionati e acquirenti da ogni parte del mondo.

La sera, infine, la città diventa un enorme “palcoscenico” brulicante di vita dove giovani e meno giovani “vivono” Basilea stando per la strada, nei locali dove si balla o si beve, nei ristoranti adatti ad ogni tipo di esigenza.

E allora, come si può definire questa bella città svizzera?

Sicuramente come una metropoli ricca di fascino che non deluderà, di certo, i turisti in cerca di mete culturali ma anche di divertimento.

E’ una città di frontiera, sdraiata su un’ansa del Reno, vicina alla Francia e alla Germania. Il centro storico, conservato magnificamente e fra i più belli d’Europa, fra palazzi del XV° secolo e moderni, regala fascino ai visitatori.

E’ come tornare al passato per riscoprire la genuinità, i colori, l’incantesimo d’altri tempi.

Basilea è una città che fa sognare, dimenticare lo stress e vivere in una dimensione diversa, sicuramente più a misura d’uomo.

La visita è facile e piacevole, tanto da consentire al forestiero di sentirsi a proprio agio, grazie all’organizzazione turistica che ha “disegnato” cinque itinerari, ciascuno con il proprio fascino, grazie al riferimento a personaggi legati alla storia ed all’arte.

I supporti audovisivi che descrivono questi itinerari possono essere prenotati presso gli sportelli Tourist Information di Basilea Turismo che si trovano allo Stadt-Casino e presso la stazione Bahnhof SBB. Il noleggio è di 15 CHF per 4 ore e 22 CHF per tutto il giorno.a v

Completano l’assistenza ai turisti gli uffici di Informazioni turistiche e alberghiere presso lo Stadt-Casino a Barfüsserplatz, Steinenberg 14 CH-4010 Basilea info@basel.com, www.basel.com Tel. +41 (0)61 268 68 68, Fax +41 (0)61 268 68 70. Orario: Lunedì-venerdì 8.00-18.30 Sabato, 9.00-17.00 Domenica/festivi 10.00-16.00

I cinque itinerari partono da Marktplatz (piazza del Mercato) per terminare tutti nello stesso punto, all’angolo di Sattelgasse (grande vicolo). I percorsi organizzati per assicurare la massima semplicità al turista nuovo della città.

Sono cinque itinerari, ciascuno dedicato ad un famoso personaggio della città. Basta seguire i cartelli segnaletici su cui è raffigurata l’immagine della personalità alla quale è dedicata la passeggiata prescelta.

Per facilitare il turista , ogni percorso è distinto da un colore diverso.

Il primo “Itinerario Erasmo – il cuore storico della città” è dedicato a Erasmo da Rotterdam (1469-1536). Umanista che visse e insegnò a Basilea dal 1521 al 1535. L’itinerario (durata circa 30 minuti), percorribile con passeggini e sedie a rotelle, è contrassegnato da cartelli segnaletici color rosso su sfondo blu.

Si passeggia per il Rheinsprung , via che costeggia il corso del Reno e porta alMünsterhügel (piazza della Cattedrale), scenario degli avvenimenti principali della storia basilese.

Qui Celti e Romani costruirono gli insediamenti, dei quali sono visibili interessanti reperti archeologici. Sempre qui dimorò papa Felice V, fu eletto nel Concilio di Basilea del 1440.

Anche il principe Vescovo dimorò sul colle della Cattedrale fino alla Grande Riforma del 1529. La zona, quartiere residenziale e centro amministrativo, ospita interessanti musei.

La piazza della Cattedrale, tra le più belle d’Europa, è sede ideale di numerose manifestazioni: dal cinema alla fiera d’autunno e ai concerti. Dalla vicina terrazza dello Pfalz (Palatinato), è possibile godere di un magico panorama sulla città, l’ansa del Reno e i monti della Foresta Nera e dei Vosgi. E’ sempre stata

meta di turisti di ogni tempo, compresi autorevoli personaggi, quali re e papi.

La Cattedrale merita certamente una visita. L’architettura romanica è ben conservata. Nelle navate sono sepolti Erasmo da Rotterdam e personaggi famosi. Affascinante anche il chiostro dove si trovano le tombe di rinomate famiglie basilesi. Sulla strada del ritorno verso la vivaceMarktplatz (piazza del Mercato) si passeggia sulla Freie Strasse, la più famosa arteria commerciale della città.

Il secondo itinerario , contrassegnato da cartelli celeste su sfondo blu è dedicato a Jacob Burckhardt (1818-1897) “Un ponte tra passato e presente”. Professore a Basilea, storico della civiltà e storico d’arte. Cartelli segnaletici: celeste. Durata: 45 minuti circa.

Accessibile a passeggini e sedie a rotelle. Si parte dalla Marktplatz in direzione della Freie Strasse, una delle arterie principali e più famose della città. Passando per il retro della Barfüsserkirche (chiesa degli Scalzi) si arriva alla Theaterplatz (piazza del Teatro). Questo posto è caratterizzato dal forte contrasto tra l’edificio moderno che ospita il teatro e l’Elisabethenkirche (chiesa di Santa

Opera di Tinguely

Elisabetta) in stile neogotico.

La fontana dell’artista Tinguely affascina per i suoi giochi d’acqua ed è un punto di ritrovo in ogni stagione per i giovani di Basilea. A pochi passi di distanza c’è il giardino del ristorante della Kunsthalle (galleria d’arte) di Basilea. La Barfüsserplatz (piazza degli Scalzi) è uno dei centri della vita cittadina.

La piazza antistante la chiesa medievale è anche sede di manifestazioni e mercatini. All’interno della chiesa c’è un museo storico molto interessante. Dalla piazza, chiamata anche «Barfi» si prosegue lungo le stradine medievali dell’Heuberge dello Spalenberg che ospitano eleganti alberghi e tanti piccoli negozietti e boutique esclusive

Opera di Tinguely e d Eva Aeppli

C’è, poi, l’Itinerario dedicato a Thomas Platter (1499-1582) “Artigianato e Università”, studioso basilese e direttore della Münsterschule (scuola della Cattedrale). I cartelli segnaletici sono di colore giallo su sfondo blu e il giro dura 45 minuti circa. Anche questo itinerario è accessibile a passeggini e sedie a rotelle.

Dopo aver lasciato la parte bassa della città, si sale sulla sinistra lungo lo Spalenberg. Arrivati in alto, abbandonato il centro storico e superato il Petersgraben, l’antico fossato delle fortificazioni si raggiunge lo Spalentor, porta monumentale della città risalente al secolo XIV e tra le più belle della Svizzera.

L’antico fossato esterno conduce all’Università più antica della Svizzera (fondata nel 1460) in cui anche Thomas Platter studiò e insegnò. Accanto all’università c’è la Petersplatz(piazza di San Pietro). Qui, ogni sabato, si tiene

Foto di Tinguely

un colorito e interessante “mercatino delle pulci”.

Passando per la Peterskirche (chiesa di San Pietro) in stile gotico, la passeggiata riporta alla vivace piazza del Mercato, dove, nei giorni feriali, trionfano coloratissimi banchi di vendita di frutta e verdura fresca.

Antica medicina? Basta percorrere l’Itinerario dedicato a Paracelso (Vero nome Theophrastus da Hohenheim; 1493-1541) “Vie Medievali”. Dal 1527 al 1528 esercitò la scienza della medicina e del guaritore a Basilea. I cartelli segnaletici sono in grigio su sfondo blu. La durata del percorso, tra scalinate e strade ripide, è di circa un’ora

Roland Wetzel direttore Museo Tinguely

La passeggiata si snoda tra le due sponde del fiume Birsig conducendo dapprima verso la Martins- Kirchplatz (piazza della chiesa di San Martino), scenario di molte manifestazioni.

La Martins- kirche (chiesa di San Martino) dove si svolgono frequentemente manifestazioni ufficiali. Le facciate del grande municipio sono una testimonianza della ricchezza della Basilea antica. Lo splendido edificio è in arenaria rossa ed è arricchito da affreschi, trompe-l’oeil e dalla maestosa torre.

Dopo aver sceso i gradini «Stapfle» nel dialetto basilese), camminando per i vicoli stretti, ci si ritrova a valle.

Percorrendo la Falknerstrasse si attraversa senza accorgersene il fiume Birsig, che da oltre cento anni scorre sotterraneo da Heuwaage a Schifflände fino a terminare il suo percorso nel Reno.

A questo punto incomincia la salita dall’altra parte del fondovalle e si passa per

Paolo Lunardi, Marketing Services di Svizzera Turismo - Roma

le vecchie vie dedicate all’artigianato. Si arriva, così, a la Leonhardskirche (chiesa di San Leonardo) e al Lohnhof.

Quest’ultimo fu la sede dell’amministrazione dei lavori pubblici e delle finanze e poi trasformato in carcere preventivo.

Oggi, invece, ospita appartamenti privati, il museo della musica ed un piccolo albergo con ristorante.

Si prosegue per le vie medievali e, ritornando verso la Markplatz, si passa davanti al Pharmaziehistorisches Museum (museo della Storia della Farmacia) nel quale è possibile osservare gli strumenti utilizzati ai tempi di Paracelso.

L’ultimo itinerario, “Sulle due sponde del Reno”, è dedicato ad Hans Holbein il Giovane (1497-1543 circa), maestro dell’arte figurativa. Cartelli segnaletici verde su sfondo blu ha una durata di circa un’ora e mezza. Può essere percorso con passeggini e sedie a rotelle.

Questo itinerario attraversa i quartieri nobili del centro storico fino alla piazza della Cattedrale.

Qui si possono rimirare le abitazioni dove hanno vissuto, in passato, celebrità religiose e personaggi di fama mondiale.

E’ possibile ammirare l’esposizione delle lanterne artisticamente dipinte in occasione del Carnevale di Basilea e alcune attrazioni legate alla tradizionale “Fiera d’autunno”.

Le dimore patrizie della Rittergasse (via dei Cavalieri) indicano il tracciato verso l’antico fossato interno della città e al raffinato ed artistico quartiere residenziale della zona.

Lungo il percorso è possibile ammirare il Museo d’arte che ospita una collezione di opere di grandi artisti, tra cui molti dipinti di Hans Holbein.

Passando per il Karikatur & Cartoon Museum (museo della caricatura e dei fumetti) si arriva alla chiesa di Sant’Albano, antico convento medievale il cui cortile ha una parte delle mura esterne ancora perfettamente conservata.

La St. Alban-Tal (valle di Sant’Albano) ospita il Museum für Gegenwartskunst (museo d’arte contemporanea) e il Papier- mühle (museo della carta). Vale la pena visitarli. Da qui è possibile imbarcarsi sul traghetto per attraversare il Reno passando dalla Grande Basilea alla Piccola Basilea.

Tutt’intorno e dentro le case del Medioevo c’è un quartiere multiculturale che rappresenta l’anima della città.

Attraversando il ponte Mittlere Brücke il percorso prevede il passaggio davanti al “Lallekonig”, il re che tira fuori la lingua (in poche parole, fa la linguaccia) alla Piccola Basilea.

Come per tutti gli altri itinerari, alla fine si fa ritorno alla Markplatz (la piazza del Mercato).

Questi sono gli itinerari che permettono di avere una visione a 360 gradi della città, ma non dobbiamo dimenticare le visite agli interessanti Musei che sono a Basilea.

Di certo sarà impossibile visitarli tutti e 40, però ce ne sono alcuni che non possono non essere visitati.

Uno dei più interessanti è l’armonioso è il Museo Tinguely, costruito a ridosso del fiume Reno dal noto architetto ticinese Mario Botta e dedicato ad uno degli artisti più geniali della Svizzera “Jean Tinguely”, un estroso artista, nato a Friburgo, vissuto dal 1925 al 1991, che ha introdotto il movimento e le macchine nelle sperimentazioni artistiche.

Il Museo è stato inaugurato nel 1996. L’esposizione è permanente e conserva

René Magritte "L'Empire des Lumiers"

quadri, sculture e macchinari che risalgono a tutti i suoi periodi di creatività, oltre a documenti, fotografie, lettere e disegni.

Artista dalla vita piuttosto “movimentata” e irrequieta, Tinguely visse tra Parigi e la Svizzera.

Nel 1960 fece parte del gruppo “Manifesto del nuovo realismo” che, nato a Parigi si prefiggeva di trovare nuovi approcci percettivi al reale.

La sua fama si consolida nel 1961 e continuerà ad aumentare con il passare degli anni (e varcherà anche l’Oceano) attraverso mostre e opere che “lasciano il segno”. Il nuovo realismo di Tinguely si esprimerà soprattutto in opere anche dalle grandissime dimensioni ma sempre con il concetto del movimento.

Lavori tridimensionali, oggetti in ferro, parti di giocattoli, di automobili,teschi di animali, materiali corrosi dal fuoco sono la sua materia “principe” per la

Salvador Dalì " L'enigme du desire"

creazione di opere incentrate sul sogno, sul fantastico, sul misterioso, sul drammatico o sul giocoso.

I visitatori del Museo sono circa 120 mila l’anno e il 25 per cento sono bambini, attratti da quei macchinari strani ma che possono essere anche “vissuti” dai piccoli, che riescono ad interagire con alcune delle opere esposte.

E’ il magico mondo di Tinguely, fatto di suoni, composizioni che si muovono, ruote, oggetti d’uso quotidiano, strumenti musicali, tamburi, macchine che fanno arte perché dipingono.

Tinguely amava molto le auto da corsa e le gare di formula 1. Le collezionava,

Scultura "Il ragno" di Louise Bourgeois

aveva anche una Ferrari, ed era amico di molti piloti, alcuni dei quali erano morti. Amava tenere nella sua camera da letto l’auto – che aveva acquistato – di suo amico pilota deceduto, Jean Clark. Mi piace ricordare nel Museo un’opera molto particolare e che riguarda questa storia.

C’è quest’auto da corsa e dietro ci sono le figure di donne, a grandezza naturale e vestite a lutto, che rappresentano le mogli dei piloti morti. L’opera è della prima moglie dell’artista, Eva Maria Aeppli e mostra la visione diversa che hanno gli uomini e le donne su questo tipo “sport”. Per uno è la vita, per la donna è la morte.

Ogni oggetto può “rivivere”, avere una vita nuova, può avere un suo movimento, non è statico, ha una sua “anima”, una sua “voce” gioiosa o tragica. Ogni cosa, insomma, non può morire. Questo è il mio pensiero sulle opere di Tinguely, opere da “toccare”, da ammirare e restarne affascinati per la grande fantasia e bellezza creativa.

Nel Museo vengono organizzate delle mostre temporanee di artisti moderni e contemporanei di Tinguely. Fino al 29 gennaio 2012 è possibile ammirare le opere di Robert Breer.

Altro museo da non perdere è la Fondazione Beyeler, casa d’arte progettata dall’architetto italiano Renzo Piano e inaugurata nel 1997. Un’estensione del Museo è stata creata nel 2000. La struttura, creata da Renzo Piano “per servire l’arte e non il contrario”, è moderna, funzionale e, finalmente, con le luci ‘giuste’ per poter ammirare appieno le opere esposte che sono 230 suddivise fra quadri e sculture.

La Fondazione prende il nome dai proprietari della collezione, Hildy ed Ernst Beyeler, ed è caratterizzata dall’arte del ventesimo secolo. Ci sono opere di grandi artisti quali Picasso, Dalì, Cezanne, Rousseau, Klee, Mondrian, Ernst, Matisse, Newman, Bacon, Dubuffet, Baselitz, Picabia, De Chirico, Magritte, Mirò, Tanguy e sculture di Alberto Giacometti, oltre ad oggetti provenienti da Africa, Alaska e Oceania.

Fino al 29 gennaio 2012 è possibile visitare l’importante mostra “Dalì, Magritte, Mirò -Surrealismo a Parigi e fino all’8 gennaio 2012 “A l’infini” con le opere di Louise Bourgeois, famosa scultrice francese che, nel 1938 si trasferì a New York e iniziò il suo percorso artistico influenzato dal surrealismo e poi alla lavorazione del metallo.

Una delle sue opere più famose, e che è situata al pian terreno della Mori Tower, a Tokyo, è un’enorme scultura a forma di ragno gigante, esposta in questo momento al Beyeler.

Basilea elegante e colta, quindi, ma che si fa apprezzare anche per la sua cucina e per i prodotti enogastronomici. Se si vuole fare una bella figura e si vuole mangiare bene e in maniera diversa dal solito, è da consigliare l’elegante e

I cuochi del Ristorante Teufelhof: Holland Ingo, Baader Michael, Jojo Hachimure

raffinato ristorante “Teufelhof Bel Etage”, che è anche un centro culturale, ed è stato insignito di 16 punti GaultMillau (tipo le stelle Michelin).

Per i golosi di dolci, non si può rientrare in Italia senza aver acquistato la celebre cioccolata svizzera dai mille gusti (stracciatella, arancia, caramello ecc…, oltre alla classica “Toblerone”, e i ghiotti biscotti “Basler Lackertli”.

Per dormire, l’hotel Victoria, un quattro stelle situato vicino alla stazione centrale, è l’ideale per il comfort che offre, per l’abbondante colazione e per la vicinanza al centro storico, dove si può arrivare a piedi con molta tranquillità.

Ma ci sono molte altre strutture ricettive che vanno dagli hotel a 2 stelle fino a quelli di lusso.

Come arrivarci? Naturalmente da Roma con Swiss Airlines, dove c’è 1 collegamento al giorno. Oppure da Milano, Venezia e Firenze passando via Zurigo.

Basilea, dunque, è la città ideale per un long week-end, o per una settimana, se si vuole fare un tuffo un po’ più completo nella cultura e per apprezzarne meglio la storia, l’enogastronomia e le bellezze che sa offrire ai visitatori, anche i più esigenti.

Liliana Comandè

Basilea: città culturale per eccellenza
Basilea: città culturale per eccellenza
Basilea: città culturale per eccellenza
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Una vecchia che balla

12 Settembre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

 

Mi faceva veramente molta fatica fotografare i vestiti e caricarli sul blog, per questo ho interrotto i post sull’argomento “nuovi acquisti nel guardaroba”. Ma la moda, insieme a tante altre cose, rimane uno dei miei interessi, quindi da oggi ne parlerò senza fotografie. Ne parlerò come se parlassi a me stessa, cosa che, in effetti, faccio sempre mentre scrivo.

L’altro giorno la mia nipotina di cinque anni mi guarda scuotendo la testa: “Una vecchia che si mette i jeans”, dice. Ebbene sì, che piaccia o no alle nuove leve, metterò i jeans fino all’ultimo dei miei giorni, specialmente quelli elasticizzati che sono tanto comodi e modellano anche un po’ le trippe debordanti.

Sì, perché, dall’ultimo post di moda, ho guadagnato altri chili, in questa escalation che non finisce mai. Ora mi sento molto elefantessa gonfia, balena spiaggiata. Comprare vestiti è ormai un gesto compulsivo, non me li vedo neppure addosso, evito lo specchio come la peste.

Anche perché sono sempre di corsa. “Eh, ma tu non lavori più, quindi non hai niente da fare” mi dicono. Io sospiro e sto zitta. Una casa, un marito, un cane, quattro gatti (anche i felini si moltiplicano come i chili), due nipoti, una mamma anziana, le lezioni di agility dog, la palestra, un blog collettivo e la scrittura. Infatti, niente.

Allora, i jeans. Quest’anno usano carinissimi, con ricami sul fondo o bande laterali, con applicazioni e gli immancabili strappi. Con una scarpa giusta e una camicetta un po’ lunga sarete a posto giorno e sera. Non vi sovraccaricate di monili se i calzoni sono già lavorati, scegliete forme adatte al vostro corpo, vestitevi con una taglia in più, in modo scivolato e morbido, non comprate pantaloni skinny o slim bensì regular.

Ah, ho saputo che il blu sarà il colore dell’inverno e sarà chic abbinarlo al nero che lo illumina e lo raffina. A bientôt.

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Ottima direi, è cera Grey

20 Ottobre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Anni sessanta, un po’ Stanlio e Ollio de noialtri, tanto umorismo mai volgare per grandi e piccini. Due grandi comici, Ciccio e Franco, al servizio della pubblicità della Cera Grey.

Malgrado tutto, hai ancora una bella cera. Ottima direi, è Cera Grey.

Darei qualsiasi cosa per risentire quell’odore di cera sulla graniglia. Aiutavo mia madre a togliere la vecchia con l’acqua calda, poi stendevamo uno strato nuovo e passavamo la lucidatrice, sentendoci tanto moderne, tanto diverse da nonna che ancora strofinava sull’impiantito un vecchio panno di lana.

Noi che ci sorbivamo il morbillo, la varicella e la rosolia, noi che andavamo a letto dopo Carosello, noi che facevamo merenda col Buondì, con la Girella o col Ciocorì, m anche con pane burro e zucchero o pane vino e zucchero, per poi avvitare alle scarpe i pattini con tremende chiavette simili a quelle che servivano per aprire la carne in scatola.

Eravamo orgogliosi di ciò che possedevamo, della moka Bialetti, della pentola Lagostina, della coperta di Somma, persino dei bruttissimi sandali con gli occhi. Da una parte le cose erano fatte per bene, in Italia e non in Cina, senza superficialità e con l’intento di durare. Dall’altra ci bastava poco per essere felici: poter leggere un libro, magari in edizione condensata o in riduzione per bambini, tenere in bella mostra sugli scaffali le enciclopedie a fascicoli simbolo di alfabetizzazione e cultura a portata di mano, cantare le canzoni di Rita Pavone, Little Tony o Patty Pravo, dimenandoci come le ragazze più grandi davanti al Juke box dei bagni, con in mano un Piper da leccare dopo averlo spinto in su col bastoncino.

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Ora viene Natale

18 Dicembre 2018 , Scritto da Nando Con tag #nando, #poesia, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

 

 

 

 

 

Ora viene Natale e tutti quanti andiamo per strada a comprare i regali

fermiamoci un momento a ragionare

siamo sicuri che Natale è fatto per comprare?

 

Io per esempio ho nostalgia di quando ero piccolo e con zia Sofia

facevamo l'albero e pure il Presepe

coi pastori avanti e i Re Magi dietro

 

la sera della vigilia cantavamo

tu scendi dalle stelle e piano piano

il Santo Bambinello mettevamo

 

scusate se vi parlo dei tempi antichi

ora c'è il progresso l'abbondanza

ma abbiamo perso la buona creanza

 

prima di tutto veniva l'educazione

se eri maleducato, uno schiaffone e

“ora stai zitto e fai il buono”

 

ora basta a scrivere e parlare il dialetto

mi sono stancato di pensare

forse perché sono stanco

forse perché sono vecchio

 

AUGURI A TUTTI E BUONA NOTTE AL SECCHIO

 

 

Mo ve' Natal e tutt quant iam pe strad a cumpra' i regal.

Fermamc nu mument a raggiuna'

sem sucur che Natal è fatto pe cumpra'?

I Per esempio teng nostalgia di quand ero piccolo e ch zia Sofia,

facevam l'albero e pur lu Presepe

ch li pastur annanz e li Re Magi arret.

 

La sera della vigiglia cantavam

Tu scendi dalle stell e pian pian,

lu Sant Banbnell mettavam.

 

Scusat se vi parl di li temp antic,

mo ch ci sta' lu prugress e l' abbundannz

però avem pers lu cor e la crianz.

Prim di tutt veniva leducazion

e se er scusumat nu schiaffaton, e

"mo zitt e mosc e pensa a fa lu bon "

Mo abbast a scriv e a parla' in dialett

mi so stufat di pensa',

fors perché so stracc

forse perché so vecchio

 

 

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Livorno nella guida Treves

14 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Livorno nella guida Treves

Da pagina 260 a pagina 263 della Guida dedicata all'Italia centrale, pubblicata nel 1902 dai fratelli Treves, si parla di Livorno.

C'è un'introduzione dalla quale veniamo a sapere che gli abitanti sono 96937. Si passa poi a elencare gli alberghi, i ristoranti, i caffè, i tramways, i teatri etc.

In particolare sono citati i Bagni di Mare. I più rinomati, si legge, sono i Pancaldi ai quali "è annesso uno stabilimento idroterapico con sala d'inalazione e polverizzazione dell'acqua."

Ed eccoci alla descrizione della città di cui riportiamo alcuni brevi stralci non collegati fra loro e presi a caso dal testo.

Livorno, si legge, "è, dopo Genova, la piazza più commerciale del Regno d'Italia nel Mediterraneo."

"Da piazza Carlo Alberto si segue la strada principale di Livorno che traversa tutta la città, il lungo corso Vittorio Emanuele, dove sono bellissimi negozi."

"Via del Tempio conduce al bellissimo Tempio Israelitico."

"Il celebre Faro antico è fra il molo vecchio ed il nuovo e fu chiamato uno dei più belli del mondo. Venne eretto nel 1303 dai Pisani. È interessantissima una visita al Cantiere Orlandi."

"Allo sbocco del Corso Vittorio Emanuele, verso il Porto Vecchio, vedesi la statua del Granduca Ferdinando I, di G. Bandini dell'Opera, di Firenze, raffigurato come gran maestro dell'ordine di Santo Stefano. Sotto a lui sono quattro corsari in catene, di Pietro Tacca, allievo di Gian Bologna."

"Si giunge in piazza Cavour contornata da eleganti edifici moderni. Nel mezzo: statua di Cavour , di Vincenzo Cerri di Livorno. Al sud est della Piazza sono la chiesa e il cimitero Inglese, ricco di monumenti."

"La città è intersecata da canali e comunica coll'Arno mediante un canale navigabile. Nel 1792 fu costruito un acquedotto che conduce l'acqua in città da Colognole a 20 chilometri di lontananza. Presso ai giardini pubblici (dopo via Lardarel) l'acqua è raccolta in una grande e bella vasca detta Il Cisternone."

"A sud della città vi è la Porta a Mare, dalla quale si stacca il viale Margherita che fiancheggia varii Stabilimenti di Bagni e conduce alla bellissima passeggiata dell'Ardenza, dove si trova un caffè ristoratore nel Giardino dei Bagni."

Per concludere, nelle pagine iniziali e finali della guida, insieme a rèclame di bagni termali, alberghi e riviste di moda, ci piace segnalare anche la pubblicità delle opere di Gabriele D'Annunzio e di Edmondo De Amicis, nonché alcune precauzioni sanitarie per i viaggiatori:

"Per le lombaggini è indicato l'Opodeldoc (spirito canforato). Per i bruciori allo stomaco, bicarbonato di soda. Per dolori di stomaco, bismuto. Guardarsi dalle correnti d'aria in vagone."

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#unasettimanamagica Buon Natale signor lupo!

27 Dicembre 2013 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #racconto, #fantasy

<<Ciao Signor Lupo!>>

Il bambino che tenevo sulle ginocchia mi guardava con uno sguardo che non riuscivo ad interpretare...divertito?...incuriosito?...basito?...insomma aveva una bella faccia di culo! Maledetto bambino!

Maledetto bambino...maledette luci troppo forti per i miei occhi attuali...maledetto centro commerciale del cazzo...maledette feste! Maledetto spirito natalizio! Ma soprattutto: "Stramalidetto me!"...stra-"malidetto"...non "maledetto".

"Stramalidettooooo!"

Accedenti a me, alla disoccupazione, alla crisi, al lavoro che non avevo...a parte questo ridicolo surrogato: fare il "Babbo Natale" al centro commerciale alle porte della città.

Il che voleva dire fare il coglione (e non sarebbe stato un dramma...è una vita che lo faccio!) vestito di rosso ed imbottito di gomma piuma e pellicce varie, per 12 ore al giorno dal 10 dicembre alla sera del 24.

Sotto riflettori nucleari a 40 gradi fahrenheit, peggio che a Fukushima durante l'esplosione del reattore.

A prendere in braccio una moltitudine di bambini sognanti, in realtà odorosi di bagnoschiuma-cacca-dolciallozenzero-torrone-libriscolastici-latte-mamma-nylon, che volevano a tutti i costi vedere Babbo Natale e chiedergli personalmente cosa avrebbero desiderato sotto l'albero...

Ovvero cosa "volevano" sotto l'albero, il condizionale nel mondo capitalistico dove vige la regola del consumismo a tutti i costi non esiste...Loro "volevano", "esigevano" quello che mi chiedevano. Nessun rispetto per la mia figura (benché decisamente ridicola), nessuna concessione alla tradizione, nessuna remora morale nel vedere Babbo Natale dal vivo...

Io non l'avevo mai visto Babbo Natale da piccolo, e neanche l'avrei voluto vedere! Era troppo bello sentire cosa asseriva di vedere dalla finestra la nonna, quando la mattina del 25 entrava nella mia cameretta sostenendo che "là fuori" c'era Babbo Natale...che stava partendo verso chissà dove dopo avermi lasciato i regali che mi meritavo...Che bellezza! Che tempi! Ero un bambino vero, non una piccola jena golosa di tutto, come questi qui.

...ero un bambino...

<<No bimbo...non sono il Signor Lupo! Sono Babbo Natale! Non vedi?>>

<<Ciao Signor Lupo!>> continuava l'infante...stupido cazzone! Sul fondo del mio cuore nero speravo che non arrivasse all'età della riproduzione.

<<Va bene bimbo...Allora se mi hai chiesto tutto quello che vuoi per stanotte, lascia venire qualche tuo compagnuccio che si è fatto tardi! Oh-oh-ooooooooh!>>

Non mi era venuto molto bene l' "Oh-oh-ooooooooh!"...Merda. Era uscito come un ruggito strozzato! Infatti l'infante non aveva più quella faccetta di culo, ora era un po' perplesso...Perplesso ma anche spaventato. Il bordo dei suoi occhietti stava già cadendo verso il basso, spinto da lacrime che volevano uscire ma erano ancora un po' ritrose...Tornando dai suoi genitori teneva la faccia rivolta verso di me, come se temesse che lo seguissi...o gli balzassi addosso mentre era girato...

"Bene! Così impara a rompermi le palle mentre lavoro! Con queste luci stroboscopiche che mi entrano nel cervello...Bene! Buon Natale di terrore moccolone! E vaffanculo!"

Ero contento mentre pensavo tutto ciò. Un po' di sollievo per le mie membra scosse e fluide di dolore sordo e incontrollabile e la mia mente sempre più annebbiata via via che la notte si avvicinava...

Ero contento, ma già il rompimento di coglioni stava per prendere di nuovo il sopravvento. Rompimento di coglioni di nome Flavio...o Fulvio...o Livio...non l'avevo ancora capito...

Lui, il responsabile del settore giocattoli, tittirillò legati col filo e cazzi a molla natalizi mi stava guardando tra lo sfavato e il disperato oltre la cerchia dei genitori e dei bambini in attesa del loro turno col "Babbo".

Ed ecco che ora si stava avvicinando...<<Scusate signori e signore. Scusate bambini. Il centro commerciale sta per chiudere e, oltretutto, Babbo Natale si dovrà mettere in viaggio per soddisfare tutte le vostre richieste e quelle di tutti gli altri bambini del mondo...Quindi vi pregherei di avviarvi verso l'uscita. Magari i piccoli che non hanno parlato col "Babbo" imbuchino le letterine con i regali che vogliono nella cassetta rossa lì...sì proprio quella signora...>>, qualche mugugno si stava sollevando tra i genitori...qualche bambino aveva cominciato a piangere...Anche quello che avevo avuto sulle ginocchia per ultimo! Che bello!

<<...e te levati di culo. Adesso!...ma tu guarda che rintronato...>>, la gentilezza di Flavio-Fulvio-Livio era proprio in linea con la notte Santa che stava per giungere...

<<...ma...capo ho ancora mezzora da fare...>>

<<Togliti dalla mia vista ho detto!...ma non ti sei accorto dell'espressione e della voce che avevi con l'ultimo marmocchio??!! Sembrava che te lo volessi mangiare! Trana via che mi hai rotto!>>

<<Mi scusi capo, è che magari sono un po' stanco...accaldato...con 'sto costume...>>

<<Sei Babbo Natale, ritardato! Volevi venire in bermuda e camicia hawaiana??!!...guarda...levati da qui...tra un mese ti arriveranno i soldi...Forse prima, ma togliti-dalle-palle-subito! Mi mandi via i clienti sennò!...coglione...ma tu guarda chi mi dovevo ritrovare sul groppone...VAI VIAAA!!!>>

<<Va bene capo...si calmi...e...Buon Natale...>>

<<VAFFANCULO ALTRO CHE BUON NATALE!!>>

L'ignoranza della gente è veramente senza fondo, stavo pensando mentre mi ritiravo nei magazzini per sfilarmi lo stupido costume...lo stavo pensando ma ero anche contento. Perché, e Flavio-Fulvio-Livio aveva ragione, stavo veramente arrivando al limite. Non ce la facevo più.

D'altronde, come pensavo prima..."Stramalidetto me!"...Tra tutti i lavori che potevo trovarmi nel periodo natalizio (non molti in realtà...sapete...la crisi...) proprio Babbo Natale il 24 dicembre, luna piena, mi ero ritrovato a fare...

Sì, perché...io mi chiamo Juri...e sono un lupo mannaro...un lupo mannaro ma anche un disoccupato! E dovevo lavorare almeno sotto queste feste! Ché pagano bene!...è che mi ero completamente scordato della luna piena il 24 notte. Puttanaeva! Non casca mai di Natale! Proprio quest'anno!...lupo mannaro, disoccupato e con la merda addosso se posso aggiungere...

Era da due giorni che la "bestia" aveva cominciato a scorrermi sotto la pelle. Sempre di più. Sia chiaro, non è mai una sensazione piacevole...ma vestito da Babbo Natale per 12 ore vi posso assicurare che i preliminari della "muta" sono proprio insopportabili!...le vampate...la tachicardia...l'insensibilità agli arti, alle mani soprattutto...l'impressione dei peli che sembrano urlare sotto pelle...gli artigli e le fauci "fantasma" (cioè mi sembra di averli ma non li ho...ancora...)...la voce che, come prima col fottuto bimbetto, esce roca o un po' troppo animale...ed il fatto che, a volte, qualcuno se ne accorge...bambini piccoli, cani (che mi stimano tantissimo!), gatti (che mi odiano a distanza...), qualche adulto matto (o considerato tale)...E allora sono contorcimenti mentali e sforzi fisici per apparire solo un po' eccitato o affaticato...non sull'orlo di un cambio morfologico così estremo!

Insomma...era Natale, quasi. Luna piena alle 23.20. Stanotte sarei "mutato" e avrei mangiato. Avrei mangiato a sazietà. D'altronde la notte Santa si fa il cenone...o no?!

Solo che una leggera inquietudine mi stava prendendo: troppa gente in giro, troppe luci, troppo movimento. Io di solito ci stavo attento a queste cose. Mi preparavo bene. Sceglievo posti isolati. Zone buie. Prede ben fruibili senza far tanta confusione...stanotte sarebbe stato impossibile, ma "o così o pomì!"...

La Fame, in aggiunta alla smania da "cambiamento", mi stava letteralmente dilaniando. Era un bisogno di una fisicità incomprensibile nella forma umana, di una "realtà" e "presenza" terrificante da quanto era concreta. Niente di paragonabile alle nostre sensazioni, alla nostra sensibilità di scimmie evolute...che tutto basavano sulla vista, sulla luce, sui colori. L'uomo mangia con gli occhi! Io mangiavo con tutto il mio corpo...

Divoravo persone.

E con esse divoravo menti...pensieri...presenti e futuri. Divoravo mondi che poi rivivevano dentro di me. La mia pancia piena come una galassia in continua trasformazione, che si ingigantiva mese dopo mese...ad ogni luna, dopo ogni caccia. Si ingigantiva per poi implodere su se stessa...come se un buco nero si formasse dopo una supernova...Tutte le volte. Tutti i santi mesi lunari...

Il centro commerciale dove avevo lavorato fino a pochi minuti fa era alla periferia est della città, distava circa cinque chilometri dal centro. Non avevo un mezzo di locomozione (sapete...la crisi...), quindi mi avviai a piedi. Camminare per me non era davvero un problema, potevo farlo per giorni. Soprattutto ora che il Lupo dentro stava diventando dominante.

Il problema sarebbe stato invece trovare un posto al riparo da occhi indiscreti per mutare. E teoricamente non sarebbe stato semplice, in una città di duecentomila abitanti!...ma in realtà un'idea ce l'avevo...nel centro storico ancora qualche palazzo in rovina e diroccato dai tempi dei bombardamenti c'era....In particolare avevo pensato ad un fazzoletto di terreno incolto, una specie di "giungla urbana" con erbe alte un metro e cespugli di rovi, situato dietro l'abside di una vecchia chiesa sconsacrata. Tra la chiesa e un antico magazzino usato fino al secolo scorso per stoccare grosse giare di terracotta contenenti olio, scaricate dalle navi del porto. Un palazzotto di un piano che, secondo le buone intenzioni di molte amministrazioni comunali, doveva diventare sede di mostre permanenti...museo navale...pinacoteca...polo di arti figurative...ambasciata del Burgighistan...e che invece era rimasto umile palazzotto fatiscente. Sede di popolate riunioni di condominio per numerose generazioni di ratti...

In genere non ero così sprovveduto da mutare e cenare in città. Era rischioso. E poi oltre la statale, alla periferia orientale, c'erano campi che continuavano per chilometri, fino a basse colline coperte dalla macchia, che si estendevano per migliaia di ettari. E lì c'erano poderi isolati e roulotte di barboni, campi nomadi e campi scout, il carcere, la discarica, varie bettole frequentate da cacciatori e bracconieri, appostamenti fissi dispersi nel bosco, un'azienda faunistico-venatoria (con ottimi cervi e daini...in mancanza di meglio...) ed alcuni paesotti di poche centinaia di abitanti...fare sparire una o due persone, ai margini di questa "società sparsa", ogni tre-quattro mesi, era un rischio controllato. Nessuno mai si era allarmato o accorto di niente. E poi alternavo le cacce in loco con quelle che organizzavo anche in posti molto distanti, fuori regione e addirittura oltre confine. Un lupo mannaro nel nuovo millennio deve stare attento! Si fa presto a finire sul web o in qualche ridicola trasmissione televisiva per via di un piccolo errore...una ripresa fatta da un cellulare o da una foto trappola non era più un evento così improbabile! Siamo tutti sotto controllo per la miseria! E ci piace controllarci a vicenda e farci i cazzi degli altri! Che razza di mondo...

Con la Fame che mi ottenebrava la mente e la bestia che mi schizzava fuori da tutti i pori della pelle, per fortuna il freddo umido e pungente portato da una brezza marina mi stava tenendo nel "me stesso" umano ancora abbastanza saldamente.

Erano le 23.00 ed ero ormai arrivato nel luogo che avevo prescelto per "cambiarmi". Sarebbe stata la seconda volta stasera: prima avevo dismesso i panni del "Babbo ciccione ridicolo Natale Oh-oh-oh vaffanculo", panni che tenevo ancora in un sacchetto di cartone e che avrei volentieri bruciato (forse...domani...)...e adesso avrei indossato i molto onorevoli e poco ortodossi panni del lupus hominarius, rappresentante solitario di un'antica razza ormai ridotta al lumicino...troppo schiettamente sincera per una società che stava perdendo ogni umanità, per quanto bestiale essa fosse...

Ore 23.15: la "trasformazione" è un processo insospettabilmente veloce e indolore, rispetto alla fastidiosa "smania" che la precede ed a dispetto della profonda riorganizzazione scheletrica e muscolare dell'organismo che la subisce...alle 23.20 ero già Lupo. Un bel Lupo alto e slanciato, con un vello setoloso grigio e folto, muscoli guizzanti sotto di esso, uno stomaco vuoto e urlante e un paio di fauci desiderose di nutrirlo! Perfetto! Bellissimo!

Da Lupo, anche se si perdono molte caratteristiche mentali dell'uomo e si diviene un po' più istintuali e governati dalla "pancia"; anche se non si riesce a parlare correttamente e se i pensieri sono a volte un po' faticosi, di solito non si abbandonano certe caratteristiche personali. Ad esempio io sono, a ragione o a torto, ritenuto dagli altri un tipo molto brillante e simpatico, pronto alla risata ed alla battuta sarcastica...quindi, in ottemperanza, ma anche come parodia rispetto allo spirito natalizio che pervadeva quella notte...mi cambiai per la terza volta rimettendomi il costume del Babbo! L'operazione risultò un po' complessa per l'assenza di "mani" ben funzionanti, sostituite da zampe artigliate poco adatte a manovre così fini, ma alla fine riuscii a re-infilarmi l'abito rosso ed il cappello d'ordinanza...e il completo non mi stava neanche tanto stretto, perché pensato per un vecchio panzone petomane, semmai un po' corto...Babbo Natale doveva essere una gran mezza sega, ma io facevo la mia porca figura!

Così fantasiosamente agghindato salii velocemente (e quanto velocemente potevo muovermi non potete capirlo!) sul tetto del palazzotto-magazzino e da lì, con pochi precisi balzi, su quello della casa più vicina.

Il panorama della mia città, da tale inconsueto punto di vista, aveva una sua decadente bellezza: ad ovest il fanale pulsante del porto, le gru, le navi "container", i silos ed i transatlantici che parevano alberi addobbati galleggianti, il tutto a precedere l'immensità scura in continuo movimento del mare.

A nord le fiamme malate delle torri di combustione a indicare la landa desolata dalla raffineria di petrolio.

A sud e ad est lei...una piccola grande città...con le tante chiese che si andavano colmando di gente in attesa della messa.

Le fortezze, macchie buie come tumori della notte.

Le case, gli stabili, i caseggiati, i grattacieli, dimore moderne o antiche, punteggiate da lumi...fiochi fari...fuochi fatui a segnalare famiglie, donne o uomini, piccoli universi isolati, pur così vicini tra loro...

Stanotte una di quelle famiglie avrebbe ricevuto una visita inconsueta. Una visita sicuramente da raccontare negli anni a venire...ma di anni a venire sfortunatamente non ce ne sarebbero stati più.

La Fame mi dette l'ultimo avvertimento come con una coltellata al centro degli occhi...mi riscossi dal poetico intorpidimento, che mal si addiceva al mio stato, e mi avviai verso uno dei palazzi più antichi del quartiere, una casa nobiliare del '600 caratterizzata da una bella facciata, con un terrazzo sorretto da due colonne doriche d'arenaria. Lì viveva un unico nucleo famigliare, il resto erano tutti appartamenti in attesa da anni di essere affittati...e che non lo sarebbero mai stati viste le folli pigioni richieste...Mi calai lungo la grondaia d'angolo fino allo "scalo", ovvero fino ad una delle strade che fiancheggiavano i canali d'acqua marina che rendevano particolare quel quartiere, e costituivano una rete di comunicazione usata fino al secolo scorso per il trasporto delle merci dal porto.

Volevo entrare dalla porta principale dell'appartamento suonando il campanello, non intrufolandomi di nascosto come un qualsiasi ladruncolo! Entrai nell'ampio atrio a terreno (il portone era aperto, come avevo previsto) e rasentando il muro mi mossi verso il pianerottolo del secondo piano, dove risiedeva la famiglia Paglieri: padre e madre di mezza età e due figli piccoli, forse troppo per loro.

Come vedete, in quanto carnivoro "puntuale" benché generalista, anch'io facevo le mie indagini per individuare le prede che fossero più accessibili, fruibili e "convenienti". Era già da un po' che pensavo ai Paglieri, ma non avevo mai voluto affrontare il rischio di una "cacciarella" in piena città...gli eventi dell'ultimo mese mi avevano però messo alle strette! Se volevo arrivare sano di mente alla prossima luna dovevo metabolizzare mooolte proteine in breve tempo.

Una famiglia di quattro persone era perfetta...

Arrivai silenziosamente all'appartamento e, senza fare calcoli (...non ne ero molto in grado in realtà...), suonai il campanello con il mio pseudo dito della mia mano-zampa...mi accostai all'uscio, munito di spioncino, per impedire la mostruosa visuale che, mio malgrado, rappresentavo.

<<Chi è?>>, la voce era femminile.

<<Buon Natale...un pacco per il signor Paglieri...>>, recitai questa semplice formuletta con una voce cavernosa e quasi incomprensibile per le mie sensibilissime orecchie...ma evidentemente il timbro non destò nessun sospetto, forse aspettavano un pacco veramente...forse avevano amici con voci arrochite dall'alcol...Che culo una volta tanto! Tant'è che la porta venne aperta quasi subito...Mi voltai...

Davanti a me si presentò la famiglia al completo: il padre, un signore sulla cinquantina pelato e grassottello, con un cappello come il mio sulle ventitré; la madre, bella donna con capelli lunghi legati a crocchia e falsamente biondi...magrolina purtroppo; i due bambini, sotto i dieci anni, un maschio ed una femmina entrambi piuttosto in carne...

Tutti e quattro evidentemente rimasero piuttosto stupiti nel vedere un Lupo di due metri e mezzo vestito da Babbo Natale.

Il maschietto aveva anche un mezzo sorriso sulle labbra...che faceva? Pigliava per il culo?

La femmina, di poco più grande, aveva gli occhi più che sgranati, forse erano già sporgenti in condizioni normali, ma adesso parevano volerle schizzare dalle orbite.

La madre, con un grembiule a scacchi rossi e bianchi e un mestolo di legno in mano, aveva la bocca abbondantemente impiastricciata con un fastidioso rossetto carminio e la teneva aperta tanto, da sembrare una bambola gonfiabile in carne ed ossa.

Il padre era l'unico che sembrava non aver colto la stranezza della situazione e la bizzarria dell'avventore di quella sera: i suoi occhi erano spenti e velati, non so se da ignoranza, stupidità, vino frizzante o overdose di televisione. Le spalle erano cadenti e l'aspetto generale flaccido. In una situazione fisiologica migliore forse l'avrei scartato, ma quella sera non era il caso di fare i difficili.

Eravamo lì, alle 23.55 della notte di Natale. Tra cinque minuti tutte le campane della città avrebbero annunciato la nascita del redentore: "...pace in terra ed agli uomini di buona volontà...". Eravamo lì: io, e la famiglia Paglieri. I loro occhi umani, dove percepivo sentimenti disparati e molta incredulità, nei miei occhi bestiali, ardenti di Fame e con ormai un limitato raziocinio. Non so se pensassero ad uno scherzo, magari era un reality show o una trasmissione speciale di Teleregione...o se cominciassero a rendersi conto di essere veramente in un film dell'orrore, come comparse...in quanto il protagonista era un altro e loro sarebbero usciti di scena da lì a poco...

Era la notte Santa...forse volete che vi dica che li lasciai stare. Dopotutto a Natale siamo tutti più buoni! Forse volete che vi dica che alzai il muso al soffitto e cacciai fuori un bell'ululato spettacolare e scenico, poi mi lanciai dalla finestra del pianerottolo e dopo mi eclissai nella notte...

Forse volete che vi dica che quella notte cenai con cefali pescati a mano nei canali, con un pollo e mezzo quarto di bue alienati da una macelleria, con dieci panettoni artigianali trafugati dalla migliore pasticceria del centro. So che volete sentirvelo dire...

Invece non andò così.

Perché li mangiai. Li divorai tutti.

Durante la notte di Natale, prima che le campane smettessero di suonare per richiamare le ultime pecorelle, sbranai tutta la famiglia Paglieri. Ma non temete, dopo pochi secondi erano tutti morti. Forse non ebbero neanche il tempo di capire fino in fondo cosa stava succedendo...almeno, il padre non lo capì. Ne sono sicuro!

Alla fine del pasto mi trovai da solo (ovviamente) in una casa semi distrutta (le uccisioni di massa sono forse eventi un po' traumatici e caotici...ma così è...)...ed ancora con una Fame terribile! Ma come?! Avevo ingurgitato carne di quattro persone di cui tre sovrappeso...Doveva bastarmi per venti giorni a regola! Avevo ingoiato tutte le interiora disponibili! Avevo anche triturato alcune ossa, quelle più ricche di midollo...ma, porca puttana, avevo ancora un drago nello stomaco...Un drago che sputava fuoco!

Smanioso e insoddisfatto cominciai a girare per casa...dopo poco individuai la cucina: in ogni armadio, a cui strappavo le ante dalla foga, trovai roba da mangiare...merendine, scatolette di tonno carne fagioli, cracker, grissini, dolci natalizi di tutti i tipi, cioccolata, brick di zuppe precotte, buste di preparati liofilizzati e indefiniti....ma chi se ne importava dopo tutto? Mi ficcai ogni cosa in gola senza stare ad aprire o scartare...ingollai tutto...

Nonostante la mente ottenebrata trovai anche il frigo. Dilaniai a zampate anche quello e mi gettai su forme congelate imprecisate: carni, pesci, capponi, tacchini, insalate di mare, di terra, crostini, crostoni, bruschette, panini, tramezzini...

Ansante mi buttai sul divano...la grossa testa gettata all'indietro, lo sguardo ferale puntato sul soffitto...e lo stomaco dolorante...ma non per i troiai che mi ero ficcato dentro negli ultimi dieci minuti, non per i 200 chili di carne fresca dell'abbuffata precedente...ma ancora per un insopportabile languore!

Ancora Fame! E' Natale! Dovevo mangiare ancora! Tirai su il muso e me lo leccai per inumidirlo, annusando l'aria percepii un odore dolciastro...In fondo alla sala dove mi trovavo, nel casino impressionante della scena del (mio) crimine l'albero adornato e illuminato pulsava di colori gialli-rossi...gialli-rossi...gialli-rossi...l'odore veniva da lì...Gli addobbi erano di cioccolata!

Come se l'albero avesse provato a fuggire mi ci buttai sopra e...lo sbranai! Anche lui! Lo ingollai quasi intero: dal puntale al vaso pieno di terriccio (la famiglia Paglieri amava le tradizioni: l'albero era un vero abete rosso dell'Appennino settentrionale).

Alla fine mi cadde lo sguardo anche sui regali che erano stati amorevolmente collocati dai Paglieri sotto l'albero: delle belle scatole di tutte le dimensioni impacchettate con una deliziosa carta rossa e bianca, con fiocchi argentati...Mi si smosse ancora un qualcosa dentro...allora mangiai anche quelli, uno a uno, tirandomeli tra le fauci come noccioline...

E poi la Fame, così come era diventata un pena insopportabile, sparì del tutto. Come se non ci fosse mai stata. "Ci riaggiorniamo tra venti giorni bello..." mi sembrò di sentirla dire...

Ma ora ero veramente spossato dalla mia stessa foga bulimica e potevo percepire tutto ciò che avevo ingurgitato tintinnare nello stomaco...perché molto di quello che avevo mangiato faceva esattamente quel suono: tintinnava!

La scarsa lucidità che contraddistingue noi lupi mannari durante l'attività predatoria, diventa ancora più evidente quando siamo nella fase della digestione. Ed io ero nel pieno di essa, ma dovevo lo stesso muovermi. Non potevo rimanere lì fino all'alba, quando ci sarebbe stata la "contro-muta" ed avrei riassunto i miei consueti "panni" umani...

Cercai di riscuotermi e velocemente uscii dal palazzo. Una certa luce nel cielo indicava la seconda parte della notte, quella precedente il sorgere del sole. Scivolando da un angolo in ombra all'altro, sfiorando muri, sfruttando il buio degli scarsi giardini pubblici, mi spostai verso la periferia nuovamente. Mi liberai del costume di "Babbo serial killer Natale" in un cassonetto e, nudo, mi sentii meglio e più a mio agio.

La digestione procedeva imperterrita e dovevo già evacuare parte del cenone...sarebbe stata una cosa dolorosa probabilmente, ma era necessaria prima che tornassi uomo.

Non avrei potuto farlo in piena città: la prevedibile stranezza di una deposizione fecale come quella che mi aspettavo (ossa e peli umani, frammenti di palline di vetro e plastica, aghi di abete rosso, brandelli di cappone, scatolette di alluminio accartocciate, domopack con tracce di zuppe pre-cotte...) avrebbe allarmato le autorità e interessato oltremodo quei maledetti ficcanaso dei ricercatori! Ce ne erano alcuni anche qui: gente che si faceva chiamare "scienziato" e che si divertiva e tramestare nella merda delle bestie per vedere cosa avevano mangiato! Pensate che roba! Alcuni addirittura facevano delle analisi genetiche per accertare "nome e cognome" della povera bestia in questione! Vi immaginate che stupore nel ricercatore che avesse analizzato il mio DNA? E che casino sarebbe successo dopo?! Purtroppo il mondo per noi lupi mannari è diventato un posto pericoloso...non si può più neanche cacare in pace!

Con questi pensieri, sempre più chiari nella mia mente a causa dell'uomo che si faceva strada dentro ogni pelo del mio mantello, uscii dalla zona urbana che stava albeggiando. Oltre la statale, attraversata passando dentro una tubazione di scolo delle acque piovane, si estendevano alcuni campi a riposo. Su una lieve altura sorgeva un vecchio cascinale diroccato e disabitato; altre volte avevo atteso la "contro-muta" là dentro, era un posto sicuro.

Ormai al limite della condizione umana entrai fra quelle mura di un'epoca imprecisata e, prima di riacquistare le sembianze dell'altro "me stesso", liberai le mie budella...

Fu bello e selvaggio e sincero.

<<Buon Natale Signor Lupo!>>

M.

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Nicaragua: terra dei sorrisi e della natura incontaminata

4 Ottobre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Nicaragua: terra dei sorrisi e della natura incontaminata

Testo e foto di Liliana Comandè.

C’è un angolo del mondo dove sembra che il tempo si sia fermato e i colori della natura splendono come i volti delle persone, semplici, luminosi, genuini.

C’è un paese “antico” che si sta aprendo alla modernità preservando, però, i grandi valori, quelli della natura, dell’ambiente e dello spirito. Un paese, che rappresenta un angolo di Eden, e si contrappone al degrado del terzo millennio. E’ il Nicaragua, posto al centro del Continente americano. Bagnato dalle acque dell’Oceano Pacifico e del Mar dei Caraibi, il suo nome lo deve all’antica lingua della cultura Nàhuatl, significa “Qui, unito all’acqua” (Aqui junto al agua). Nicaragua, territorio ricco di storia e di una bellezza naturale tanto inaspettata così come la generosità e la cordialità dei suoi abitanti. Laghi, lagune, fiumi, foreste, cascate, vulcani, spiagge bianche e incontaminate, splendide città coloniali, villaggi caratteristici, una flora e fauna ricchissima, rendono il Paese un prezioso “universo turistico” ancora tutto da scoprire e apprezzare per le forti emozioni che riesce a trasmettere a chi ha la fortuna di visitarlo.

E’ così ‘vergine’ ed esuberante nella sua natura che nel piccolo Paese esistono più di 70 ecosistemi diversi. Questa particolarità lo fa riconoscere – fra gli altri unici sette paesi al mondo – come nazione dotata di una megadiversità biologica. Nelle strade e nei paesi e nelle piccole cittadine si respira un’aria di serenità, di tranquillità, di voglia di vivere gioiosamente, nonostante il Nicaragua non sia una nazione economicamente ricca, anzi, è fra le più povere della terra. Ma la vera ricchezza l’ha nel grande cuore della sua gente e dal suo sincero senso di ospitalità, che ti conquista immediatamente.

Conserva il fascino di un paese che mantiene ancora intatte le sue tradizioni, la sua cultura, la sua musica e lo splendido ambiente che la natura gli ha generosamente regalato.

Il Paese è ricco di campagne coltivate con banani, palmitos (specie di banani i cui frutti, però, vengono solo cucinati – sottili come patatine fritte o a rondelle e mangiate al posto del pane- buonissimi!), papaia, mango e ottimo caffè, rigorosamente biologico. Sicuramente non è un posto per chi ama i villaggi turistici perché in Nicaragua ci si va per conoscere un mondo nel quale si deve abbandonare lo stress quotidiano per assorbire un po’ lo scorrere lento del tempo, senza nessun affanno. E’ un Paese estraneo al turismo di massa nel quale si concentra cultura, architettura coloniale, grande varietà di ecosistemi, bellezze naturali e gente straordinaria. E’ ideale per il viaggiatore che è alla ricerca di autentiche emozioni.

Sulle strade di campagna è facile incontrare mucche, cavalli, galline, maiali che, con molta indolenza e a malincuore, le lasciano per far passare le automobili e gli autobus. C’è un’aria permeata di magia, la cui maggioranza è di religione cattolica e festeggia i Santi con Feste e processioni. I tramonti sono molto suggestivi ovunque ci si trovi e il cielo è talmente terso che la sera le stelle sono lì, a portata di mano, e si possono distinguere perfettamente tutte le costellazioni. La mezza luna è messa in orizzontale e non in verticale, come la vediamo qui da noi. Nel paese ci sono ben 57 vulcani, verdi montagne e tanti giardini tropicali. Possiede, quindi, uno dei patrimoni più importanti della terra: quello naturalistico e, inoltre, l’intelligenza di essere consapevole di volerlo mantenere così com’è.

Ora il Nicaragua ha capito che può condividere questo suo patrimonio con il resto del mondo, quello che, però, ne può rispettare il suo ecosistema e, attraverso una nuova politica di promozione in Europa, portata avanti dal Ministro del Turismo, Mario Salinas, già s’iniziano a vedere i primi risultati. C’è un incremento del turismo europeo nel Paese, costituito soprattutto da tedeschi, spagnoli e inglesi, i quali hanno iniziato ad apprezzare “le tradizioni, la cultura autentica e originale ma, soprattutto, la gente. Il popolo nicaraguense, infatti, è fra le nostre più importanti bellezze” – come ha affermato il Ministro nel corso di una conferenza stampa con i pochi giornalisti e operatori italiani invitati dal Governo a conoscere il suo Paese. “Il Nicaragua è un paese diverso e si avverte. Vorremmo, pertanto, che in Europa se ne accorgessero. Il nostro intento è quello di far conoscere ciò che di meglio ha da offrire il nostro Paese e ci rendiamo anche conto che la componente turismo si sta convertendo in una ricchezza per il Paese. Il Nicaragua è una nazione dove la fantasia non ha frontiere e dove c’è un realismo fantastico”. Ha concluso il Ministro Salinas.

Io mi sento di aggiungere che esistono altre potenzialità turistiche quali l’artigianato, la gastronomia, le attività sportive come il trekking, andare a cavallo, fare birdwatching, quelle acquatiche quali il surf e lo snorkeling, la pesca d’altura, l’antica cultura, l’architettura coloniale, l’aspetto religioso popolare, oltre a quanto già detto prima.

Di sicuro c’è che lo sviluppo delle attività turistiche, coinvolgendo le comunità e gli operatori locali, non può che far bene al Paese perché è un mezzo di crescita economica che genera anche lavoro e migliora la qualità della vita della popolazione. Il tutto, però, nell’ottica della preservazione del patrimonio identitario, ambientale e culturale.

In questo mio diario di viaggio vorrei poter trasmettere le emozioni vissute in 9 giorni trascorsi nel piccolo Stato nel quale vivono 5milioni e 800mila abitanti, dei quali 1milione e mezzo sono nella capitale Managua. Una piccola curiosità, nel Paese non esistono i numeri civici né i nomi delle vie, ma solo punti di riferimento, perciò, se dovete andarci da soli, attenzione a non ritrovarvi a… vagare come tanti Fantozzi alla ricerca del vostro hotel!

Diario di Viaggio

Primo giorno: Managua

Arriviamo in Nicaragua dal Venezuela, dove abbiamo trascorso già trascorso un press tour di 8 giorni e del quale racconterò in un altro momento. Partiamo la mattina molto presto da Caracas e arriviamo a Managua, la capitale, dopo aver fatto scalo anche a Panamà. Spostiamo ancora una volta le lancette dell’orologio e torniamo indietro con il fuso orario. Ora abbiamo 7 ore di differenza con l’Italia. Gli incaricati del Ministero ci prendono in aeroporto per accompagnarci in albergo. Ammiriamo lungo il tragitto un mosaico di vita rurale e di case moderne. Managua, infatti, fu rasa al suolo nel 1972 da un terremoto ed ora, per sua sfortuna, non possiede una vera e propria identità. Non ha un centro storico ma tante strade e molti viali.

C’è una nuova Cattedrale, il Teatro intitolato al suo più importante poeta: Ruben Dario, centri commerciali, ottimi hotel e Il 27 per cento della popolazione è Nica. Allontanandosi dalla città si entra in quello che può sembrare un centro rurale composto da case basse. E’ strano, ma subito avverto un’aria familiare, merito, forse, della simpatia delle persone che ci hanno portato in Hotel. L’albergo è molto bello e dotato di ogni comfort, una gradevolissima sorpresa. Si chiama Seminole, come gli indigeni originari di qui e alcuni – li vedi dai tratti caratteristici somatici – vi lavorano. Abbiamo qualche ora a disposizione prima di incontrare il Ministro del Turismo che cenerà con noi nel nostro albergo. Non so cosa fanno i miei compagni di viaggio e così, da sola, e senza alcun timore, mi avvio a piedi nel centro commerciale più vicino all’hotel per dare un’occhiata e per fare qualche acquisto che, probabilmente, non avrò più il tempo di fare quando ci muoveremo da Managua. Assomiglia ai nostri centri commerciali, ma è un po’ più piccolo.

La prima cosa che mi colpisce è che a Managua fa un gran caldo, ma a meno di 2 mesi dal Natale, i negozianti stanno già addobbando i loro esercizi con alberi e decorazioni varie! Entro in un grande negozio di abbigliamento e mi piace immediatamente la cordialità delle commesse che si mettono a mia disposizione. Resto lì dentro quasi un paio di ore perché mi sono ‘incaponita’ su una maglietta particolare che, purtroppo, non ha più il codice a barre e non può essere venduta. La commessa parla con la direzione fino a che non riesce a trovare un articolo simile che ha lo stesso codice e così, alla fine riesco a comprare la sospirata maglietta! Ma nel frattempo, un’altra commessa mi ha portato una sedia per farmi stare più comoda nell’attesa e anche lei si dà da fare per trovare una soluzione. E’ ormai buio fuori, e sono entrata che c’era il sole. Le commesse mi salutano con abbracci e baci, felici… per la mia felicità! Questa esperienza mi fa già capire il carattere della gente e mi sono detta subito che quel paese mi sarebbe sicuramente piaciuto! Torno in albergo giusto in tempo per fare una doccia e prepararmi per la cena con il Ministro. Non sono per niente in agitazione per la sua presenza perché ho già avuto modo di incontrarlo a Roma, nell’Ambasciata del Nicaragua, e mi è subito piaciuta la sua semplicità e la capacità di essere “normale”. Arriva senza scorta e vestito in maniera comoda (completo e nessuna cravatta). Parla anche un perfetto italiano ed è contento di rivederci e stare con noi. Non si dà le arie dei nostri politici e, soprattutto, Ministri, e nessuno si “scappella” quando arriva in albergo – il pensiero va immediatamente al nostro servilismo e al nostro mettere sul piedistallo chi arriva a quel grado – mi assale subito un senso di nausea comparando i nostri 2 popoli. Il Ministro è informale (nel senso di normale) e la cena diventa un pasto serale tra amici. Ad un tratto Il Ministro Salinas ci fa notare che, seduta in un altro tavolo del ristorante c’è una persona speciale. Ci giriamo e ci dice che la Signora è Rigoberta Menchù Tum, guatemalteca e Premio Nobel per la Pace nel 1992. Il Premio le è stato conferito quale riconoscimento dei suoi sforzi a favore della giustizia sociale e la riconciliazione etnoculturale fondata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene. Siamo, chiaramente, emozionati e ci alziamo per parlare con lei che si dimostra contenta di vederci e di spiegarci quali sono i progetti che sta portando avanti nel suo Paese. Ci illustra i progetti turistici comunitari che porta avanti con la comunità indigena e di 2 centri intorno al lago Atitlan che vorrebbe fossero affidati alle popolazioni indigene per renderle autonome attraverso le entrate economiche. Ci dice che si augura di trovare turisti responsabili che partecipino alla vita comunitaria in modo da assaporare veramente la vita dei locali. Ci spiega anche che il nostro tenore Luciano Pavarotti ha donato alla comunità un centro che porta ancora il suo nome.

Il Ministro Salinas ci comunica che anche in Nicaragua sta nascendo una cooperativa agricola che l’anno prossimo sarà già in grado di ricevere i primi turisti. Ci salutiamo con abbracci e baci e… una foto ricordo con lei. E’ il mio secondo Premio Nobel che incontro, dopo Rita Levi Montalcini, e tutto avrei immaginato fuorché di incontrarne un altro, anzi, un’altra, in un Paese così lontano! Due donne semplici ma meritevoli del prestigioso Premio.

Secondo giorno: Salinas Grandes-Leon

Oggi ci attende una giornata impegnativa e molto emozionante. Siamo diretti a Salinas Grandes, villaggio vicino all’Oceano Pacifico dove avremo modo di visitare la comunità di Salinas. Ma prima ci rechiamo al piccolissimo hotel Grace March Lodge Somar, situato direttamente su una larga e lunga spiaggia dove è previsto il pranzo La proprietaria, Grace March, è la titolare anche di un Tour Operator locale ed è dotata di grande energia e cuore . Ci fa visitare i lodge, semplici e rustici ma dotati di ogni comfort e interamente costruiti in maniera artigianale, dai mobili alle sculture, dai lampadari agli elementi che compongono anche le docce (alcune cose sono veramente geniali). Grace aiuta le persone che si trovano nella comunità acquistando il pane che preparano e facendo lavorare all’interno del suo hotel alcune donne che preparano braccialetti fatti con le conchiglie oppure altri oggetti che vendono poi ai turisti, oppure vanno a Leon. I ragazzi, invece, sono impegnati nell’organizzazione delle escursioni alle isole con le barche. Inoltre, i giovani sono coinvolti nella conservazione dell’ambiente, puliscono le spiagge, raccolgono la spazzatura portata dal mare con la quale creano opere d’arte che vengono premiate (la più bella) e collocate all’interno delle camere dei Lodge. Ci rechiamo nella comunità, e qui, ci rendiamo conto che c’è tanto da fare per il prossimo e di quanto egoismo c’è fra noi che ci lamentiamo per il “troppo di ogni cosa che abbiamo”, mentre in questo Centro (ma ce ne sono tanti altri come questo), c’è gente che ha bisogno di aiuto e cerca di vivere dignitosamente ‘inventandosi’ il lavoro. La Comunità è composta da persone di ogni età e alcune hanno degli handicap motori, fisici o mentali, ma è straordinario vedere quanto aiuto ricevano da chi si sente più fortunato solo perché è normale. Senza il sostegno di una ONG italiana, di organizzazioni internazionali, di una delegazione nicaraguense e di donazioni private, la comunità non potrebbe andare avanti così come i bambini con handicap non potrebbero andare nella capitale per essere curati. Ma all’interno la Comunità, di cui fanno parte anche 22 bambini, si aiutano allevando maiali e galline, vendendo il pane, vivendo di pesca, di una piccola fabbrica di sale e creando oggetti artigianali. I giovani hanno fondato 4 anni fa un Gruppo Culturale Giovanile e oggi prepara attività ricreative per altre 12 Comunità, ma non solo. Si occupa di insegnare a parlare a chi ha difficoltà nel farlo, insegna a scrivere, a leggere e a dipingere. Ben 64 ragazzi provenienti dalle Comunità hanno ottenuto delle borse di studi grazie al lavoro di questi giovani “fortunati”.

Il loro scopo è quello di occuparsi che il benessere dei bambini sia sempre protetto e che possano avvalersi anche delle tecnologie che li aiutino ad andare avanti, progredire e creare alternative. Straordinaria e benedetta gioventù che si dà da fare per gli altri! Ma noi siamo lì per prendere atto di ciò che si fa nel centro e per scattare fotografie per illustre meglio la comunità. Fotografo qualche bambina, ma poi non riesco più a scattare fotografie a gente così sfortunata. Mi sembra quasi di profanare la loro intimità. Mi isolo dal gruppo ed esco e, ad un tratto, sento una piccola mano che mi tocca il braccio all’altezza del gomito per poi scendere a stringermi la mano. Mi giro e un visetto serio mi guarda e accenna un timido sorriso. E’ Luisa, la prima bambina che ho fotografato appena sono entrata nella Comunità e ancora non sapevo ciò che avrei trovato. La sua piccola mano mi stringe ogni volta che vuole che io la guardi e le sorrida. I suoi occhi sono tristi nonostante mi sorrida. Sento che ha bisogno di un contatto fisico e così l’abbraccio. E’ contenta. Mi si è posta accanto e non si è più staccata da me. Mi sono sentita assalire da una tenerezza infinita nei confronti della bambina e di tutta la gente che era nella Comunità. Non ho più retto all’emozione di stare lì e di guardare quei tanti occhi tristi puntati verso di noi che sembravamo i “nababbi” fra i poveri o quelli che andavano lì solo per vedere un posto come un altro. Ho provato vergogna per l’egoismo e l’indifferenza che ognuno di noi, da sempre, mostra verso gli altri veramente sfortunati e mi sono sentita inerte, priva di una bacchetta magica che può cambiare lo stato di vita di tutta quella gente. Un pianto di sconforto e di pena è arrivato all’improvviso e solo un operatore del gruppo, Roberto, se n’è accorto ed ha capito perché piangessi. Mi ha cinto le spalle con il suo braccio e mi ha fatto capire maggiormente il significato della nostra visita in quella Comunità. Il viaggio non è soltanto gioia di visitare nuovi paesi ma è capire come il mondo può insegnarci che la solidarietà è essenziale per poterci definire essere umani e fare qualcosa di concreto per gli altri, non solo per noi stessi. L’egoismo non porta mai nulla di buono. E… quelle persone le avrò negli occhi e avranno sempre un posto speciale nel mio cuore. Ma siamo qui per lavorare e, salutati i ragazzi della comunità siamo tornati al Somar Lodge dove abbiamo pranzato in maniera eccellente, anche delle Tortillas preparate da noi. Ma siamo in ritardo perché la prossima tappa è la città di Leon e non vorremmo arrivare troppo tardi.

Leon, ex capitale del Nicaragua, è la seconda città più popolata del Paese con 300mila abitanti. La parte più antica della città è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità in quanto un disastroso terremoto del 1610 la distrusse quasi completamente. Leon è considerata oggi la capitale culturale e religiosa del Paese e ci accoglie quasi al tramonto con le sue belle case in stile coloniale sempre molto colorate e caratteristiche. Però non abbiamo molto tempo per visitarla e, quindi, ci rechiamo subito nella piazza principale dove si trova la bellissima Cattedrale. Saliamo sul campanile e la veduta è sorprendente! E’ tutto lì, sotto di noi, e possiamo ammirare la città a 360°. Dalla sommità vediamo i patii delle abitazioni, ricche di palme, che spiccano fra le tegole dei tetti. Le grosse campane, che ancora sono suonate a mano, sono lì a farci da ornamento in questo momento molto particolare e speciale. Saltiamo e camminiamo sui tetti della Cattedrale, fra pinnacoli, cupole e balaustre, alla ricerca del posto migliore per scattare foto. Ma la piazza ci attrae e scendiamo a curiosare fra le persone che passeggiano, mangiano, lavorano. C’è aria di festa e un gruppo di bambini sta suonando con alcuni tamburi una musica cadenzata. Due di loro sono mascherati come 2 personaggi tradizionali e folcloristici del Nicaragua. Uno è la ‘Gigantona’, che balla e si gira in continuazione, mentre l’altro è ‘l’Enano Cabezon’. I bambini, oltre a suonare, scrivono delle filastrocche per le persone che vogliono godere della loro compagnia. Ci sono tante belle persone: famiglie con bambini che ci sorridono con simpatia e gente che vende del cibo a noi sconosciuto. Ci sono anche delle persone che praticano dei mestieri che da noi sono scomparsi, come quello del lustrascarpe. C’è molta dignità in questa gente ed è contenta di essere fotografata e di riguardarsi nelle nostre macchine reflex. Ci ringrazia anche per essere stato/a prescelto/a da noi! Quanta semplicità e quanta serenità nei loro sguardi, anche quando sono intenti nei loro lavori più faticosi. Peccato non avere il tempo visitare le altre belle chiese di Leon come quella di S. Francisco, una delle più antiche (è del 1639), e quella della Mercedes. Pazienza! Faccio ancora un giro nei dintorni, ma è ormai ora di andare nel nostro hotel “El Convento”. Il nome non è casuale perché prima era un Convento francescano. All’interno ha conservato molti degli oggetti che vi erano quando era un centro religioso: statue, quadri, un bellissimo mobile ligneo dorato e molto grande che sembra un altare. C’è anche una splendida collezione di vecchie bilance. Un bel giardino è situato proprio al centro della costruzione.

Terzo giorno: Vulcano Cerro Negro e Matagalpa

Di primo mattino, abbiamo effettuato un giro interessante nel colorato mercato della città. Mi piace sempre visitarne uno ovunque mi trovi perché rispecchiano i gusti alimentari delle popolazioni e le produzioni delle loro terre. A Leon c’è n’è uno coperto ed uno scoperto e, quest’ultimo, è situato in uno dei lati della Cattedrale. La vivacità cromatica della frutta fa bella mostra di sé sui banchi dei venditori e, così, ci attardiamo a fotografare tutto e tutti e a chiedere il nome di alcuni prodotti che non conosciamo. Sui banconi, tutta la merce è disposta in maniera molto ordinata e, nonostante ci sia già un gran fermento fra venditori e acquirenti, anche qui riceviamo sorrisi e disponibilità a rispondere alle nostre domande e a farsi fotografare. Ci dispiace lasciare il mercato, per noi indubbiamente caratteristico e singolare, ma questa è la giornata nella quale andremo a fare trekking sul vulcano Cerro Negro, per poi ridiscendere facendo una specie i snowboard. Purtroppo la giornata piovosa non ci faceva presagire nulla di buono per l’escursione al vulcano, ma questo era il programma stabilito per noi e questo si doveva fare.

Saliamo a bordo di un camion tipo militare con i sedili in verticale, sul quale sale anche un gruppo di americani piuttosto ‘caciaroni’ come si dice a Roma.

Non capiamo il perché di questo tipo di mezzo di trasporto, ma lo abbiamo compreso immediatamente appena siamo usciti dalla città. Avete presente il Camel Trophy o la Parigi Dakar? Ecco, il viaggio è stato proprio simile a quello delle note manifestazioni sportive. Percorsi non asfaltati, pieni di buche e di acqua, ci facevano sballottare da una parte all’altra, ci facevano saltare dal sedile quando c’erano avvallamenti, il tutto in mezzo ad una natura rigogliosa… sotto l’acqua. Ma quando siamo arrivati davanti al vulcano, la cui sommità era coperta da una grossa nuvola nera mentre tutto attorno era circondato da una fitta nebbia, ci è preso un po’ di sconforto perché pensavamo di non poter salire sulla sua cima. All’improvviso, per fortuna, la pioggia è cessata e, caricate le tavole, gli zaini in spalla, e un sacco con la tuta da indossare per la discesa, ci siamo avviati in fila indiana verso le pendici del vulcano le cui fumose caldarole spargevano nell’aria un vago odore di zolfo e davano l’impressione che da un momento all’altro la montagna si dovesse risvegliare. .. Alto poco più di 800 metri, è il più giovane vulcano di tutto il Nicaragua e 3 anni fa ha avuto l’ultima eruzione, quindi, l’idea di una ripresa non era poi così campata in aria!

Incominciamo a salire. Il nero della lava e il fumo che esce dalle fenditure della montagna, rende il panorama irreale ma molto spettacolare. Il cielo è sempre cupo e la nebbia non ne vuole sapere di diradarsi. Alla nostra destra, però, incominciamo a vedere che il cielo si apre e il sole che filtra attraverso l’apertura ci mostra lo spettacolo bellissimo di un territorio ricoperto da verdi piante L’aria, nonostante il caldo, è diventata gradevole. Con i nostri pesi addosso, procediamo abbastanza speditamente, tranne gli operatori che sono carichi di attrezzatura bella pesante. Finalmente arriviamo alla meta: la cima del vulcano, e subito a qualcuno viene la tentazione di tornare indietro.

La parte dove si deve scendere con la tavola è coperta dalla nebbia e la pendenza è di ben 41°. Ma ormai siamo là e dobbiamo scendere alla meno peggio. Ci infiliamo le tute color arancione e gli occhiali da mare (quelli per lo snorkeling, per intenderci, ma piuttosto scheggiati) – per proteggere gli occhi dai sassi di lava che si alzano mentre si effettua la discesa. Nebbia più occhiali rovinati non era un binomio che dava sicurezza, ma molti scendono con più o meno difficoltà ed io, in quel caso non ci faccio una gran bella figura perché mi sono dovuta fermare varie volte per vuotare la tavola dai sassi che si erano accumulati e per sollevare gli occhiali per vedere dove stavo andando! Ma ciò che disse Gesù, “gli ultimi saranno i più fortunati”, si è verificato per gli ultimi che sono scesi: la nebbia era scomparsa e il sole era apparso nel cielo. Vince Roberto, che scende più velocemente degli altri.

Risaliamo sul camion e facciamo il percorso all’inverso, ma stavolta sembra ancora più accidentato e fra grandi risate e urla per gli scossoni nel camion, torniamo a Leon giusto per mangiare qualcosa e partire per Matagalpa, dove arriveremo in tarda serata. Ceniamo con il Sindaco del luogo e andiamo a dormire in un luogo chiamato Selva Negra.

Quarto Giorno: Selva Negra – Granada

Il risveglio è quanto mai da fiaba! Selva Negra, infatti, è un posto assolutamente incredibile esteso ben 850 ettari e fondata nel 1881 da immigrati tedeschi che vi impiantarono la prima industria del caffè in Nicaragua. Selva Negra si trova a nord di Matagalpa, a 2.200 metri di altezza, ed è una riserva naturale con una foresta nebulosa, vergine e lussureggiante, meta di studenti che vengono a visitarla, ma anche di turisti che soggiornano nel bel Resort. All’interno c’è un Resort molto accogliente e funzionale, la cui architettura non stona in quest’area protetta. C’è, inoltre, un ristorante, un piccolo museo, una chiesa, una piccola piantagione di caffè, un lago con ninfee e cigni, una piccola piantagione di orchidee, cavalli e..tante scimmie sugli alberi.

Alcuni tetti degli chalet sono ricoperti di bromeliacee, soprattutto di colore ciclamino. L’attuale proprietario, anche lui tedesco: Eddy Kuhl Arauz, ha acquistato questo paradiso terrestre, ricco di flora e di fauna, nel 1975 ed ha scritto vari libri, compreso quello che narra la storia di questo luogo incantato. Nella zona di Matagalpa si coltiva il caffè, definito il migliore al mondo per il gusto e l’aroma, e che viene esportato anche in Italia. E’ certificato arabico al 100 per cento ed è coltivato solo in maniera biologica. Quando il chicco è maturo assume un colo rosso e per preservare le piante dagli insetti, si mette una bottiglia di plastica con un prodotto organico per allontanarli.

Il Signor Eddy mi prende in simpatia e incomincia a farmi visitare la riserva. Mi dice di amare molto l’Italia, soprattutto Firenze e il Palazzo degli Uffizi e le canzoni liriche, che ogni tanto accenna a cantare. Gli descrivo, però, le bellezze di altre città come Venezia e Roma e ne rimane estasiato. Mi fa entrare nel giardino delle orchidee, ma non ci sono solo questi fiori, ci sono vari tipi di alberi, di piante, anche di caffè dal frutto acerbo o maturo e tanti banani.

E’ un posto incantevole questo, dove si sente il canto degli uccelli. Riesco a vedere anche un colibrì che sta picchiando su un albero. All’improvviso si odono suoni diversi, gutturali, mentre le fronde degli alberi più alti incominciano a muoversi. Eddy mi spiega che ci sono le scimmie. Le vedo, sono intere famiglie che saltano da un albero all’altro e mi emoziono per il privilegio che ho di stare in quel posto incantato. Cerco di fotografarle, ma sono troppo alte e non ci batte il sole, sicuramente non riuscirò ad ottenere dei buoni scatti. Eddy è contento della mia attenzione e meraviglia su ciò che vedo e mi chiama in continuazione per farmi notare ogni cosa. Incomincia a chiamarmi “Pura Vida” anziché Liliana, mentre io lo definisco un uomo da invidiare perché è riuscito a crearsi un ambiente unico al mondo per viverci.

Mi vuole far cavalcare uno dei suoi cavalli e me ne fa sellare uno per farmi scoprire la Selva. Herique, l’uomo che si occupa dei cavalli mi accompagna in questo giro fantastico dove gli unici rumori sono quelli degli zoccoli dei cavalli. Quanta pace! Che posto incredibile e unico è questo!

Ci sono persino dei piccoli ruscelli che attraversano i giardini che portano agli chalet. Ma in questo paradiso Eddy ha pensato anche ai bambini e per i piccoli ospiti c’è anche un parco giochi situato dietro il ristorante.

Mi dispiace lasciare questo posto e penso che la mattina, appena ho aperto la porta dello chalet, mi sono trovata a 3 metri di distanza dal lago con le oche che passeggiavano quasi davanti alla mia porta! Eddy viene a salutarmi e mi dice ancora “Tu eres pura vida” (tu sei pura vita. Y cuando tu quiere estar aquí esta es tu casa”(tu sei pura vita e quando vuoi venire qui, questa è la tua casa), e queste parole mi rimangono impresse nella mente e nel cuore.

Io lo ringrazio, invece, per aver preservato questo angolo di mondo e consentire a chi vuole conoscerlo di venire qui e condividere con lui le tante meraviglie di Selva Negra.

Sulla macchina che ci porta a Matagalpa rifletto sul fatto che il Nicaragua mi sta sorprendendo ogni giorno di più e mi sta facendo provare emozioni che recano beneficio al mio spirito. Arrivati nel bel Paese, che conserva ancora un’aria un po’ antica, assaggiamo un eccellente caffè nel locale più noto del luogo e poi di nuovo per la strada per scattare fotografie alle persone che ci sembrano più particolari o più interessanti da fotografare.

Non c’è che l’imbarazzo della scelta: Ragazze e bambini bellissimi si mettono tranquillamente in posa tranne i più timidi e, a volte, questo ci fa vergognare per la nostra veemenza nel chieder loro di essere ripresi.

Lasciamo Matagalpa e ci dirigiamo a Granada, dove arriveremo dopo 3 ore di macchina. Nel piccolo pullman dormono quasi tutti.

Io non posso, non ce la faccio. Come sempre devo vedere il paese nelle parti più vere come la campagna, con la quotidianità della vita contadina. Osservo le semplici case con il classico recinto per i maiali, le mucche allo stato libero che mangiano l’erba dei campi, la gente che si riposa sulle amache, gli animali domestici come i cani che mai ti molestano o abbaiano contro chi non conoscono. Attraversiamo località con piccoli laghi, piccoli cimiteri e piccole colline. Notiamo tanti bambini che giocano con poco o fra loro, bucato steso sui fili ad asciugare, il consueto verde degli alberi e delle piante e i rapaci che volano in cielo.

Arriviamo a Granada nell’ora migliore per poterla osservare nella parte più alta della Cattedrale. Che spettacolo vista dall’alto! Anche questa città è molto bella e interessante e sempre con le case in stile coloniale, molte delle quali restaurate. Ammiriamo le caratteristiche abitazioni costruite attorno ad un patio centrale sempre ricco di piante tipiche locali e dagli immancabili banani. Che bella che è questa città. Arriviamo giusto in tempo per assistere ad una piccola processione che termina il suo percorso dentro la Cattedrale.

La guida ci spiega che Granada è una delle città più importanti del Nicaragua e fra le più belle città coloniali dell’America centrale.

E’ la rivale di Leon, anche se è più piccola ed ha appena 160mila abitanti, ma è molto monumentale e aristocratica. Si trova a sud di Managua, dalla quale dista solo 40 chilometri, 90 dalla Costa Rica e 50 dalle più belle spiagge dell’Oceano Pacifico.

Al centro della città c’è il Parco Centrale, che è presente in ogni città piccola o grande del Nicaragua. Facciamo in tempo a fare i classici due passi intorno alla Cattedrale, ma anche qui è arrivata l’ora di andare nel nostro nuovo hotel e di cenare con le autorità locali.

L’Albergo è il Gran Francia, bellissimo esempio di stile coloniale spagnolo, che si pensa possa risalire addirittura al 1.524. Completamente restaurato, sono molte le leggende su questo storico edificio.

Quinto giorno:

Granada- Las Isletas-San Juan del Sur

Questa mattina sarà dedicata alla visita di Granada a bordo di un calesse. Ne apprezziamo l’armoniosità delle costruzioni, molto belle e ben conservate, il grande Parco centrale, la bella Cattedrale e il Municipio.

Poco distante dalla Piazza centrale c’è il classico mercato affollato di venditori di ogni genere di merce alimentare, compresa la frutta tropicale che non abbiamo mai visto. Infine, ci troviamo in un piccolo ma interessante museo che conserva reperti molto belli di vasellame risalenti al periodo precolombiano, ma anche al 500 a.c. All’interno del Museo c’è un patio ed un bel parco pieno di piante e alte palme.

In mezzo ad un albero, mimetizzato nei colori, osserviamo un grosso gufo imperturbabile ai nostri commenti di stupore!

Oggi il Museo è affollato di studenti, tutti ben ordinati in fila e con il grembiule – come si usa in ogni parte del mondo, tranne che nel nostro Paese! Sempre in calesse attraversiamo strade piene di colore. Le case coloniali sono un piacere per i nostri occhi – e gli obiettivi – e i bambini sono pronti a salutarci.

Ci dirigiamo verso il porto Cesar, a sud di Granada, e ci imbarchiamo su una moderna lancia per scoprire un altro posto di grande fascino, il lago Cocibolca, detto anche “La Mar Dulce”, perché è vastissimo – secondo al mondo solo dopo il Titicaca –. Il nostro programma prevede la visita alle numerose ‘Isletas’ che “sbucano” dalle acque di questo lago. Questa mattina c’è anche il sole, il cielo ha un bel colore azzurro e la temperatura è molto piacevole: finalmente ci gusteremo il panorama con più allegria e felicità. Partiamo e… restiamo letteralmente sedotti dallo spettacolo che ci presenta davanti agli occhi.

Come al solito, non c’è niente che non si vorrebbe fotografare, ma i circa 365 isolotti disseminati nell’arcipelago sono troppo belli per non essere fissati per sempre negli obiettivi.

Las Isletas sono di varia grandezza e tutti ricoperti da una fitta vegetazione tanto che gli uccelli le hanno elette propria dimora. : aironi, cormorani, caracara (una specie di aquila, ma più piccola e con più bianco nel corpo, praticamente è un’aquila pescatrice), Ibis e tanti altri tipi di uccelli volano sulle nostre teste e poi si posano sull’acqua o sulle piante. Ci sono anche tante iguane che prendono il sole su alcune rocce e tartarughe che nuotano pigramente!

Qui c’è il loro Paradiso, come lo è per i pescatori che incontriamo mentre ritirano velocemente a bordo delle loro strette e colorate barche le proprie piccole, e strane per noi, reti sempre piene di pesci.

E’ magnifico trovarsi lì ed osservare questo stupendo miracolo della natura. Gli isolotti sono per lo più disabitati, alcune sono di proprietà di privati, ma in alcuni vi dimorano gli stessi pescatori in semplici case, dove fa bella mostra di sé il solito bucato messo ad asciugare, ma sempre in perfetto ordine.

In questo arcipelago, c’è un’isola, Zapatera, dichiarata Parco Naturale e sulla quale c’è uno dei siti archeologici più importanti per ciò che riguarda statue e caverne risalenti all’età precolombiana, più l’isola di San Pablo, sulla quale si erge una fortificazione del XIX° secolo, ed un’altra che è di proprietà di una …colonia di scimmie curiose, tanto abituate alla presenza umana che vengono a curiosare appena ci fermiamo davanti ad alcuni alberi.

Visitiamo anche un isolotto molto speciale: è quello dove è situato un piccolo Resort molto particolare, il Jicaro Hotel, tutto rigorosamente ecocompatibile con una Spa ecologica. Gli chalet sono tutti costruiti con legno certificato e gli arredamenti sono costruiti con prodotti naturali, così come la biancheria da letto e da bagno. Niente televisione ma solo relax totale, è questo il concetto del Jicaro Hotel. I

n sostanza, è un paradiso nel paradiso! Terminata con molto dispiacere la piacevole gita, ritorniamo a Granada per pranzare. Come sempre, il cibo non ci delude mai, soprattutto il pesce e la carne hanno un sapore eccellente, ben diverso da quello al quale siamo abituati noi.

La loro cucina è sana, gustosa e mai grassa e l’unico problema è che è talmente buona che mangiamo sempre troppo! Ma è ora di riprendere il cammino e, ci rimettiamo in macchina in direzione di San Juan Del Sur, un posto di mare molto noto in Nicaragua, non molto distante dalla Costa Rica. Durante il tragitto incomincia a piovere. I miei compagni di viaggio ne approfittano per dormire, mentre io continuo ad osservare il paesaggio che scorre interno a noi.

La campagna qui è un po’ diversa dalle altre che abbiamo visto nel Paese. Ci sono molti allevamenti di bovini e le solite estese piantagioni di banani. Si capisce che in queste zone c’è più benessere rispetto a quelle dove siamo passati ieri. Ogni tanto si incontrano agglomerati di case, bar-caffè, piccole industrie, motociclette, automobili, camion, autobus colorati, moto-taxi tradizionali – che poi non sono altro che una specie di baracchino coperto con una moto avanti, ma ci sono anche i taxi moderni. Si ha sempre l’impressione di un Paese in bilico fra l’antico e il moderno e, forse, questo mix costituisce uno dei suoi fascini. In lontananza si intravedono i vulcani più belli e noti del Nicaragua e che si trovano sull’isola di Ometepe.

Finalmente arriviamo a destinazione e pur essendo un posto di mare, all’improvviso l’umidità sembra sparita, anzi, tira un’arietta gradevole e inaspettata. Prima di entrare nell’hotel, ci fermiamo ad ammirare il tramonto.

In mezzo alle nuvole, che sembrano cariche di pioggia, si fa largo una “macchia” rossastra e questo ci fa sperare in un’apertura del cielo. Sotto di noi, una larga e lunga spiaggia sulla quale alcuni ragazzi improvvisano una partita di pallone.

Nel mare, non troppo distante dalla riva, tante piccole barche sono ancorate pronte per prendere il largo per una battuta di pesca della popolazione locale. San Juan è una bella cittadina, nota per i suoi numerosi ristoranti dove è possibile gustare crostacei e pesce vario, per le sue discoteche e per le onde, a volte piuttosto alte, ideali per chi pratica il surf.

Ci sono anche tanti negozi e tanto fermento di gioventù. La nostra interprete Emmanuelle, ha qui un’amica triestina, che si è trasferita da oltre 11 anni in questa parte del mondo così lontana dal suo Paese, perché si è innamorata della gente e della particolarissima casa, che ha comprato e nella quale vive ormai da sola. Sia la storia della signora, sia la casa mi mettono curiosità e vengo invitata per un aperitivo.

La casa è in quella che viene definita la “zona bene” di Isla del Sur, ma descriverne la bellezza e la unicità è molto difficile. E’ una delle ultime case del luogo costruite interamente in legno e al suo interno, nell’immenso salone, ha addirittura dei tronchi di alberi dalla forma irregolare che sostengono le amache e decorano l’ambiente.

La signora affitta da qualche tempo le 3 camere da letto disponibili, e così, oltre a guadagnare qualcosa, può parlare ancora italiano. Il personaggio e la sua storia di vita mi affascinano, ma il ristorante ci aspetta per una cena a base di aragoste e pesci dal sapore molto speciale, così ci avviamo in Hotel per cambiarci. Anche questo hotel, il Vittoriano, è molto bello e caratteristico e dotato di ogni comfort, compresa la piscina con Jacuzzi. Il letto è comodo e confortevole. Meno male, domani avremo una giornata piuttosto impegnativa.

Sesto giorno: San Juan del Sur

Ci alziamo con un bel sole e la giornata promette molto bene. L’hotel è di fronte al mare, calmo, e mentre faccio colazione già noto un gran movimento sulla spiaggia. Ma noi dobbiamo andare in un’altra parte del paese dove si può fare surf.

Saliamo a bordo di alcuni fuoristrada e arriviamo quasi al confine con il Costa Rica attraversando alcuni centri abitati e tanta campagna. Il verde è sempre preponderante e rigoglioso. In alcuni tratti il percorso è nuovamente da trasmissioni come “Overland”, ma è divertente ed eccitante.

Arriviamo ad una spiaggia, ma le onde non sono quelle giuste per lo sport e così ci rispostiamo nuovamente fino a quando arriviamo in un luogo che ci trasporta sul set del film “Un mercoledì da leoni”. La spiaggia, anche questa larga e lunghissima, è piena di giovani, soprattutto americani, che cavalcano le onde. Arrivano con i Pick up, scaricano il loro surf e si avviano sicuri fra le onde del mare. Sulla spiaggia ci sono alcune “collinette” ricoperte completamente da alberi di alto fusto, fiori e piante tropicali. Fra questa vegetazione, quasi nascoste dagli alberi e dagli occhi indiscreti delle persone, un paio di invidiabili case dominano tutta la spiaggia. Penso che non sarebbe male possedere una casa qui!

Finisce il divertimento sulle tavole dei surf e ci rechiamo a pranzare nel Resort Morgans Rock, una splendida struttura i cui chalet sono nascosti dalla vegetazione e, anche questi sono costruiti nel pieno rispetto della salvaguardia ambientale. Mi piace molto questo posto! Dal tavolo del ristorante la vista è meravigliosa. Sono le 14 e 20, sotto di noi una bellissima piscina mentre, un po’ più in basso, il mare “luccica” sotto il sole, è calmo, sembra color argento. Sull’acqua c’è solo un peschereccio, mentre il piccolo lato di una verde collina si staglia sulla nostra destra. Il silenzio del luogo è piacevole e il solo rumore che arriva alle nostre orecchie è solo quello delle onde che si infrangono sulla battigia. E’ molto bello e naturale questo luogo con l’hotel totalmente ecologico dotato di soli 15 bungalow. La proprietà, vanta 1800 ettari, di cui solo l’hotel ne occupa 600, ha una spiaggia privata. Gli chalet si raggiungono attraversando un ponte sulla jungla e, all’improvviso, mentre ci stiamo passando sopra, fra gli alberi notiamo un certo movimento.

Capiamo che anche qui ci sono delle scimmie e incominciamo ad osservarne i movimenti e a fotografarle. La direttrice del Resort ci spiega che qui è possibile praticare escursioni a cavallo, in kayak, pescare, osservare i vari animali che ci sono nella zona come le scimmie – tra le quali il bradipo – e poi cerbiatti, volpi, scoiattoli.

Anche qui è tutto rigorosamente naturale e costruito per il relax delle persone: niente televisione, niente telefono, ma si può collegare il PC.

Incomincia ad imbrunire ed è ora di ritornare a San Juan del Sur giusto in tempo per goderci il bel tramonto e i fuochi d’artificio che stanno illuminando una parte di cielo.

Questa è l’ultima notte che trascorreremo qui perché domani saremo in un posto stupendo e irreale: Ometepe.

Settimo giorno: Ometepe

Anche oggi il sole è dalla nostra parte e, prima di lasciare l’hotel, faccio una passeggiata sul lungomare per scattare nuove fotografie. Sono le 7, è presto, ma spero sempre di trovare qualche volto interessante o scene di vita quotidiana locale. San Juan del Sur, oltre ad essere un luogo di villeggiatura è un piccolo porticciolo e a quest’ora trovo i pescatori intenti a restaurare le proprie barche.

Alcuni bambini giocano con la sabbia e lacune donne sono già pronte per vendere la propria merce esposta in piccoli banchi.

Ma una cosa attrae la mia attenzione: vicino alla riva c’è un gruppo di persone, che si tiene per mano e, cantando, entra completamente vestita nell’acqua. Alcune persone si immergono totalmente, altre restano in piedi, bagnati fino a metà del corpo. Sono troppo lontana perché capisca cosa stiano facendo, così le fotografo sperando di capire più tardi il significato di quella che sembra una cerimonia religiosa. E così è, infatti. Scendo in spiaggia e chiedo cosa stia accadendo. Mi viene detto che sono state appena battezzate 2 giovani ragazze – completamente bagnate e infreddolite – che appartengono alla Chiesa Evangelista e che il gruppo partecipa all’evento con canti e preghiere.

Mi allontano contenta per aver appreso qualcosa di nuovo e ancora una volta siamo in auto per arrivare al porto dove prenderemo il traghetto che ci porterà all’isola lacustre più grande del mondo: Ometepe. Anche quest’isola è all’interno del vasto lago Cocibolca (La Mar Dulce, grande quanto l’Umbria), nel quale si trovava l’unica specie di squalo di acqua dolce, ed è formata da 2 grandi vulcani : il Conception – ancora attivo – e il Madera – ormai spento. Il lago, oggi, è molto agitato e l’acqua è color marrone.

Non sarà una traversata tranquilla, ma lo spettacolo dei 2 vulcani, che sono sullo sfondo, è veramente appagante. Soprattutto il più alto, Conception, ha una forma conica perfetta e una bianca nuvoletta le ricopre proprio la cima e le pendici totalmente prive di vegetazione, mentre Madera, è ricoperto da una verde foresta, in quanto non più attivo. Questi 2 vulcani sono stati inseriti fra le nuove 7 meraviglie del mondo e sono poche le persone straniere che hanno avuto il privilegio di ammirarli. Mi ritengo fortunata per essere stata prescelta per questo viaggio stampa e felice di aver visto un paese che riserva splendide sorprese in continuazione e apprezzarlo ogni giorno di più. Per non sentire troppo il movimento delle onde vado a sedermi proprio in basso dove ci sono gli oblò a pelo d’acqua e dove l’acqua si infrange contro il vetro con una bella violenza.

Ma arriviamo a Ometepe (che vista dall’alto sembra un grande numero 8 e il cui nome deriva dall’atzeco Ome=due + Tepelth= colline), e ci avviamo verso il Museo del Ceibo che, però, è chiuso. Lungo la strada noto che, di nuovo, la vegetazione è differente dal resto del Paese. Ci sono meno palme e sono anche più basse.

Ci sono molte piantagioni di Palmitos e di banani, tante piccole case – sempre con il bucato messo ad asciugare al sole, ma anche tanti fiori molto colorati e bouganvillee. Notiamo campi dove si sta giocando a baseball e la guida ci spiega che in Nicaragua è lo sport nazionale. In alcuni posti notiamo secchiper la raccolta differenziata.

La nostra prima tappa è presso una vasta piscina termale, ricca di minerali curativi, dove troviamo un centro ben attrezzato e pieno di stranieri e locali. La piscina è divisa in due da un passaggio dal quale i bambini si tuffano e giocano.

Non è piastrellata, ma sul fondo ci sono sassi e pietre vulcaniche. Una leggenda narra che chiunque s’immerge nell’acqua alle ore 12 del Venerdì Santo, cambierà sesso! Peccato non aver portato il costume, l’acqua è veramente invitante e anche tiepida!

La piscina è circondata da piante e alberi e ci sono tante grandi farfalle colorate che svolazzano in mezzo alla gente. Usciamo e ci rechiamo in un sito archeologico nel quale sono state ritrovate pietre incise che risalgono al periodo precolombiano e chi lo ha scoperto è stato non un archeologo, ma un biologo. Nel sito c’è anche “La Finca Magdalena”, un piccolo Resort per giovani. Una specie di ostello della gioventù.

In queste terre c’erano i Seminole che offrivano agli dei offerte che consistevano anche in sacrifici umani. Nell’antichità gli uomini volevano essere più vicini al cielo, e per i Seminole quest’isola era l’ideale per la presenza dei vulcani così alti.

E’ di nuovo buio e dobbiamo andare ancora nel nostro hotel. Molte strade non sono asfaltate e ci mettiamo più tempo per arrivare a destinazione. Siamo un po’ stanchi e il “Camel Trophy” questa sera ci rende impazienti. Dopo un lungo tragitto (o tale c’è sembrato per il tipo di strada che abbiamo percorso e per gli animali che tranquillamente passeggiavano per le strade),

Attraverso un guado, formatosi per le insistenti piogge dei giorni precedenti – arriviamo finalmente nel Resort Sal Juan de la Isla.

Prima di vedere il Resort, però. Notiamo un’estesa piantagione di Platanos e nessuna luce artificiale, ma sentiamo il rumore dell’acqua che va a sbattere su una battigia o rocce. Appena scendiamo dalle auto, veniamo quasi assaliti da nugoli di “Chalules”, specie di moscerini che fortunatamente non pizzicano. Il Resort ha pochissimi chalet quasi tutti dislocati vicino al ristorante. Le stanze sono semplici ma essenziali con aria condizionata e ventola. E’ situato proprio vicino al lago ed è in mezzo ad un ambiente naturale di rara bellezza. Ceniamo con la famiglia del Direttore del Museo locale, che c’invita per il giorno dopo a visitarlo, accompagnati dal canto degli uccelli.

Il cielo è pieno di stelle e promette bene per il giorno dopo.

La curiosità di veder bene in quale altro paradiso ci siamo fermati è molto grande!

Ottavo giorno: Ometepe

Come sempre sono in piedi abbastanza presto da poter scattare foto con la giusta luce o per avere l’opportunità di vedere particolari, strane, inusuali. Mi guardo attorno e tutto ciò che ieri sera era quasi inquietante per il buio, oggi è idilliaco.

Fiori e piante sono ovunque e avanti ad ogni bungalow ci sono le amache colorate. Scatto foto a destra e a manca, ma sono attratta dal rumore dell’acqua e percorro i 50 metri che mi separano dal lago.

La scena che ho davanti mi riporta indietro nel tempo, a quando in Italia non c’era il benessere e non si avevano gli elettrodomestici in casa.

Due donne, madre e figlia, stanno lavando il bucato nel lago, una su una piccola base di cemento, l’altra su una grossa pietra lavica. Sono incuranti delle onde che si abbattono con violenza su di loro. Sono completamente fradice, ma hanno per me un dolce sorriso e l’augurio di un “buen dia”. Rimango ad osservarle per un bel po’ pensando che qui siamo proprio in un’altra dimensione, sia umana sia di preservazione dell’ambiente.

Le due donne mi guardano spesso con il sorriso sulle labbra ed io quasi mi vergogno di essere lì a fotografarle che se fossero delle “marziane”.

Ma a me, abituata alla maleducazione della gente delle nostre città, sentirmi chiedere “permiso” ogni volta che ingombro il marciapiede per scattare qualche foto oppure essere ringraziata per averli scelti come soggetto stesso delle foto, questa cosa commuove e mi fa rimpiangere il tempo in cui anche in Italia c’era il rispetto per gli altri e non si sgomitava o ti dava spinte per sedersi prima di te in un autobus o in metro! Qui, invece, è ancora così. Non conta il solo io, ma anche gli altri.

Non ho più il tempo di fare considerazioni perché è l’ora di recarci ad Altagracia per visitare il paese e il Museo. Iniziamo con la visita della Chiesa principale, già in pieno fermento. La chiesa risale al 1700 circa ed è divisa in 2 parti: quella vecchia e l’altra nuova. In quest’ultima è stata spostato l’antico altare tutto in legno lavorato.

All’esterno della chiesa ci sono alcune statue in pietra risalenti all’800 d.c. Intorno a noi una musica di soli tamburi e un coro si stanno preparando per la festa del Santo locale: “San Diego”, che cade il 16 novembre.

Anche qui i ragazzi che vanno a scuola hanno i turni e, così, è facile incontrarne tanti che vanno o tornano a casa. La gioventù costituisce il 60% della popolazione e, quindi, si può affermare che il futuro nel Nicaragua sarà in mano a questi ragazzi e ragazze.

Al mattino ci eravamo fermati in una piccola hacienda nella quale molte persone erano in attesa di far pulire dalla pellicola esterna il proprio riso, portato con sacchi piuttosto grandi e pesanti. Mi aveva colpito la serenità e la pazienza con la quale ognuno attendeva il proprio turno! In giro, notiamo che davanti ad alcune case, ingenti quantità di riso sono poste ad asciugare su un grande telo di plastica. E poi, lungo il percorso, ancora verde, tanta selva tropicale, tanta gente intenta a lavorare i campi e le donne impegnate ad accudire la casa e… tanta aria pulita priva di ogni inquinamento.

Ricordo che ieri sera, mentre ero seduta sull’amaca posta davanti al mio chalet, osservavo il cielo e le stelle che sembravano molto più grandi e lucenti del solito. Avevo alzato le braccia e mi era sembrato di poter quasi arrivare a toccarle con le mani! Che cosa meravigliosa sentirsi così vicini al cielo e alle sue costellazioni, non capita spesso da noi! Ma la guida ci chiama per andare a visitare il piccolo ma interessante museo che conserva reperti antichissimi come vasellame – ancora ottimamente conservato – oggetti in oro e statue di pietra, che assomigliano tanto a quelli che per noi sono dei Totem.

Non solo quest’isola possiede una varietà di specie di animali di interesse internazionale e di vegetazione lussureggiante, ma anche 2 piccoli Musei dove si può comprendere meglio la storia del luogo e del suo popolo. Torniamo al Resort ed abbiamo una sorpresa: oltre al cibo locale avremo anche quello.

Un giornalista del gruppo, infatti, molto bravo ai fornelli, ha preparato per la gioia di tutti 2 tipi di pasta cucinata in maniera differente. Dopo il lauto pasto, siamo i protagonisti di una caccia al tesoro organizzata all’interno del Resort e, così, ognuno di noi è contento di aver ricevuto un premio. E’ ancora presto, ma domani dobbiamo tornare a Managua e ne approfittiamo per goderci un po’ di relax. Cena e poi…tutti a dormire!

Nono giorno: Masaya-Managua

Dopo la prima colazione del bel patio del ristorante, ritorniamo nelle jeep per recarci al porto. Le acque del lago sono più calme, ma il nostro traghetto è in ritardo.

Però non c’è tempo per annoiarsi! Intorno a noi uccelli colorati e farfalle sembrano darci l’arrivederci, mentre un airone bianco, incurante del chiasso che c’è intorno a lui – siamo pur sempre in un porticciolo – passeggia tranquillamente su una base di cemento posta nell’acqua. Nel porto fervono le attività di ogni giorno: imbarco e sbarco di passeggeri, piccoli negozi aperti, bambini che giocano nel cortile delle loro case, uomini seduti al bar a chiacchierare e sorseggiare succhi di frutta.

Finalmente arriva il Ferry e in 45 minuti siamo nuovamente nella penisola in direzione di Masaya, dove visiteremo un mercato artigianale famoso in tutto il Nicaragua.

Il mercato è circondato da bellissime mura e, all’interno di esso, si trovano oggetti come amache, tessuti, cuoio, sigari e ceramiche, oltre a piccoli ristoranti. Ma io, più che agli oggetti, sono interessata dalla gente normale ed esco alla ricerca di qualche scena di vita reale.

Una signora è davanti ad un grande pentolone, e un buon profumo di minestra si sparge nell’aria. Mi avvicino e le chiedo cosa stia cucinando. Mi risponde che quello è il piatto tipico del Nicaragua ed è preparato con yucca, carne e patate e mi chiede se mi piacerebbe assaggiarlo. Come rispondere negativamente davanti ad un sorriso e a quel buon cibo?

Ne mangio un piatto e mi allontano per fotografare un bambino che sta preparando dei grilli con le foglie morbide della pianta del cocco. Ha un’aria molto vispa e sveglia e mi chiede per quale squadra di calcio io tifo.

Rimango sorpresa (come lui per il fatto che io non segua il calcio), ma rispondo che non ho una squadra del cuore, mentre lui, invece, tifa per il Milan perché “son fortes”. E’ simpatico ed ha una bella faccia. Mi chiede se voglio provare a fare qualcosa con le foglie di cocco. Accetto ed inizio a lavorare senza sapere cosa mi stia facendo eseguire: Nel frattempo, sono arrivati altri ragazzini e, sotto i loro occhi divertiti, incomincio ad eseguire quello che il ragazzo vispo mi dice di fare. Ad un certo punto mi dice di tirare un piccolo bastoncino che era nel centro del lavoro e…mi ritrovo nelle mani un fiore che mi regala dandomi un bacio sulla guancia.

Come sempre mi commuovo di fronte a queste espressioni di gentilezza e generosità e, nel lasciarlo, gli chiedo cosa gli piacerebbe fare nella vita. Mi risponde di voler studiare turismo e mi rallegro per lui. Questo paese ha molto da offrire ai turisti e serviranno persone sveglie come lui. Ma oggi siamo in ritardo sulla tabella di marcia e dobbiamo arrivare in tempo in Hotel per renderci un po’ più presentabili di come siamo ora.

Fra non molto dovremo recarci al Ministero del Turismo per la conferenza stampa finale.

Il Ministro è puntualissimo, molto informale e non la “tira per le lunghe”, come normalmente fanno i nostri politici, anche quando non hanno nulla di interessante da dire. E’ simpatico, semplice, conciso e concreto e ci ringrazia per aver accettato il suo invito di visitare il Nicaragua – mentre dovremmo essere noi a farlo – e ci dà appuntamento per una cena di arrivederci.

Il locale prescelto è caratteristico. Ci tiene compagnia un gruppo di musicisti e una cantante molto noti nel paese, che ci allietano con i loro brani e canzoni. Noi donne, come al solito, siamo sempre “in tiro”, mentre gli uomini, come al silo anche loro, sono vestiti in modo casual, Ministro compreso.

Trascorriamo una bella serata, fra canti e balli e senza alcun imbarazzo per la presenza del Ministro che, anzi, balla e canta con noi.

E’ strano, ma ad un tratto mi viene un po’ di tristezza perché domani lasceremo questa terra, ora non più sconosciuta o solo un nome su una carta geografica.

Mi piace questo Paese che ha saputo regalarmi tante intense emozioni e ringrazio il Ministro Mario Salinas per l’opportunità che mi ha concesso di visitarlo e di innamorarmene immediatamente.

Il viaggio è stato un crescendo di stupore e di meraviglie e penso che il Nicaragua andrebbe visitato nella maniera più corretta e da turisti “giusti”, quelli che hanno rispetto e amore per l’ambiente, lo stesso che ha il popolo nicaraguense per la sua terra ricca di bellezze, certo, ma, soprattutto, di tanto calore umano.

Arrivederci Nicaragua, paradiso naturalistico che affascina per le emozioni che sa offrire e per i paesaggi incontaminati, selvaggi e pieni di suggestione.

Nicaragua, terra di contrasti e quasi sconosciuta turisticamente, ma unica nel suo genere!

Liliana Comandè

Nicaragua: terra dei sorrisi e della natura incontaminata
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