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#mannaggialaprostata: Se avete coraggio dite la verità

3 Gennaio 2021 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #racconto, #luoghi da conoscere

 

 

 
 
 
Amici lettori della signoradeifiltri, sono ben felice di aprire il 2021 nuovamente insieme a voi, con la storia a puntate che in futuro potrebbe essere un best seller marziano.
Allora, siete pronti ad affrontare il nuovo anno? Forza, saltate sui sedili di questa nostra macchina della fantasia, per 365 giorni vi scorrazzerò e vi entusiasmerò con la mia cultura astratta e demenziale e oggi… MANNAGGIA LA PROSTATA, SE AVETE CORAGGIO DITE LA VERITA’.
 
 
La notte, quella notte stava per concludersi, Tony, dopo l’amore infuocato, si era intrattenuto con Eleanor, cliente del mercoledì e, per sbollire i bollenti spiriti  (sbolliamo i bollenti spiriti addolcendo dolci),  le aveva offerto chiacchierando giù per su del tiramisù (o tiramigiù?) al maraschino.
 
- Bella, dobbiamo lasciarci, devo assolutamente andare a dormire.
 
- E se invece facessimo un extra?
 
- Sei pazza? Domani mattina ho appuntamento con Mario, se faccio tardi, si incazza.
 
- Non sapevo che lavorassi anche con gli uomini.
 
- Ma che hai capito? Mario è un mio vecchio amico, ogni settimana andiamo a spasso per Roma alla ricerca di posti culturalmente interessanti da vedere, devo essere vispo e sveglio, senza uno sbadiglio.
 
- Fiuuu, meno male! Allora che facciamo?
 
- E’ facile, ci lasciamo e andiamo a nanna.
 
- Quando ci rivediamo?
 
- Ti metto in lista per la prossima settimana, con sottofondo i Santana, ma adesso smamma, che mi devo mettere il pigiama.
 
E così, Tony Mal, con indosso il pigiama di Paperino, si infilò ridendo da solo sotto le lenzuola. L'indomani mattina lo aspettava Mario er benzinaro, per una nuova visita a sorpresa. Naturalmente avrebbe tardato ma, fortunatamente (io ci aggiungerei altri tre o quattro avverbi tutti rigorasaMENTE col suffisso MENTE), Mario, a bordo della 500, avrebbe già preparato un caffè bollente da risvegliare anche i frati della chiesa di via Veneto, ve li ricordate?
 
- Tony, sbrigati che dove andiamo forse troviamo la fila.
 
- Perdonami, ieri sera abbiamo finito in bellezza con il tiramisù al maraschino. Dove andiamo?
 
- Andiamo a vedere la  "bocca della verità”
 
Di fronte a Lungo Tevere, di fianco al Circo Massimo, e di spalle all'isola Tiberina, c’è la chiesa di Santa Maria in Cosmedin. 
Entrando, subito all'ingresso (e dove volete entrare se non dall'ingresso?) troverete sulla parete la “bocca della verità”, un enorme mascherone marmoreo di quasi due metri di diametro. Risale al periodo dell’antica Roma e, con molta probabilità, si tratta di un tombino nel quale, attraverso le aperture degli occhi, del naso e della bocca, di quella che è stata l’immagine di un dio delle acque, tutti i liquidi venivano diretti alla cloaca massima.
La scultura si è prestata nei secoli a molte leggende. La principale, quella che da sempre ne ha decretato la popolarità, narra che, chiunque vi infili la mano, in caso di innocenza la avrà salva, in caso di colpa gli verrà morsa dalla divinità.
Ai giorni nostri è stata co-protagonista nella famosissima scena da Oscar con gli attori Audrey Hepburn e Gregory Peck, nel film Vacanze romane. Da quel momento, simbolicamente, tutti gli sposi si giurano amore eterno infilando le mani nella bocca di questo dio delle acque.
 
- Tony, prendi il caffè così ti svegli, hai mai pensato di cambiare lavoro?
 
- Di questi tempi è l’unica possibilità, non ti ricordi tutti i lavori precedenti finiti male? Anzi,  posso dirti che sono anche preoccupato.
 
-Di ché?
 
- Mi preoccupano i robot, ogni giorno che passa sembra che alla gente piacciano sempre di più, ormai li trovi dappertutto e, sessualmente parlando, stanno diventando molto fashion.
 
- E di che ti preoccupi?
 
- Di cosa? Di rimanere senza lavoro un'altra volta. Questi robot stanno rivoluzionando le abitudini sessuali, ormai li trovi disponibili per tutti i gusti, c’è perfino un florido mercato dell’usato. Mario, che ne dici? Tornerò disoccupato?
 
- Tony, dobbiamo adattarci a tutti i cambiamenti. Comunque, salta chi zompa (Bo? Lo diranno dalle sue parti?), tranquillo, vedrai che tutta questa modernità non potrà cancellare la nostra intima essenza umana: l’amore, la passione, il calore dei rapporti umani, sono sentimenti eterni che nessuno ci può togliere.
 
- Mario, a proposito, cos'è quel bozzo che tieni lì? Come hai fatto a diventare super dotato?
 
- Hai paura che ti faccia concorrenza, eh?! Ma no, dopo ti spiego, è solo uno sbomballamento, (sbomballamento non si trova in nessun dizionario, perciò niente esegesi della parola, mi dispiace per voi, chiedete a lui cosa voleva dire).  Dai, siamo arrivati, vedi che di fuori c’è già la fila?
 
- Mi sorge un sospetto.
 
Tony Mal e Mario parcheggiano la 500 sulla piazza, e si mettono in fila fra i turisti. Al loro turno si pongono davanti al mascherone della bocca della verità e chiedono a una giapponese di scattare loro qualche foto. Si fanno le foto con le facce buffe e tutti ridono. Unico dettaglio, Mario si mette sempre di fianco.
 
- Ehi, Mario, mi hai portato qui perché ti scappa e per caso vuoi farla dentro la bocca del monumento?
 
-  Ma che sei pazzo?
 
- Da te mi aspetto tutto.
 
- No, tranquillo, per quello che pensi tu mi sono organizzato.
 
- Non ci posso credere, andiamo via, mi stai facendo paura.
 
 
E una volta in auto...
 
- Mario mi dici cosa è quella sporgenza?
 
- Tony. ho inventato un cosa straordinaria, il salva pisello!
 
- E in che consiste?
 
- Ho preso una bella bottiglietta del succo di frutta, ho legato due elastici a una cinta, me lo sono infilato lì e me lo sono legato sotto la pancia. Dopo aver evacuato (beh, evacuato si riferisce ad altra sostanza ben più consistente dell'urina, forse voleva dire pisciato), devo solo svuotarlo e così ho risolto il problema. Certo alla mia età chi notasse la protuberanza dei pantaloni lo troverebbe un po’ strano, ma devo dirti che, con la vita fantascientifica di oggi, nessuno fa caso a me.
 
- Beh, sì, almeno in questo modo non hai fatto la figuraccia di quella volta sul bus, quando ti sei letteralmente pisciato addosso.
 
-E che non me lo ricordo? E’ stata proprio una brutta sensazione, stavo seduto sull'autobus e me la sentivo colare sulle gambe fino a dentro le scarpe. Per fortuna siamo scesi alla prima fermata. Ma che ci potevo fare? Mica è stata colpa mia, e poi io sono vecchio!
 
- A parte il fatto che essere anziani è normale e non è discriminatorio, devi solo deciderti a farti visitare da un urologo.
 
- Ma con le mie invenzioni ho risolto il problema.
 
- Sei proprio un personaggio comico! Dove andiamo domani?
 
- Ci penso questa notte.
 
- Se ti fai visitare da un urologo, invece di stare sveglio di notte, ti faccio lavorare con me.
 
- Così glielo facciamo vedere noi ai robot chi siamo!
 
- Vuoi che ti accompagno?
 
- Dove?
 
- Dal dottore.
 
- Dai, scendi, ne riparliamo un'altra volta. Di queste cose bisogna parlare con calma filosofica e democratica.
 
- Ciao Mario.
 
- Ciao Tony.
 
I due si accomiatano con uno sguardo di sfida, chi vincerà?
 
E così, amici lettori del blog che scalda i vostri animi anche se siamo in inverno, tutti noi vi auguriamo un fantastico 2021 e ci rivediamo alle prossime puntate. Non cambiate canale, da noi si balla con la musica culturale più glamour della galassia.
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La schiava che il sultano amò

1 Febbraio 2021 , Scritto da Gustavo Vitali Con tag #gustavo vitali, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

Quella di Rosselana è una storia di schiavitù, passione, amore, intrighi, potere, sangue e poesia.

Donna di nation Rossa, giovane non bella ma grassiada”, aveva scritto di lei Pietro Bragadin in un rapporto diplomatico al governo di Venezia.

Sulle origini di questa donna tra verità e leggenda c’era solo l’imbarazzo della scelta, tutte ben confuse a partire dal nome: Roxolana, Roksa, Roksolana e in occidente Roxelana o “la Rosselana” per i suoi capelli rossi. Infine Hürrem Haseki Sulṭān o Khurrem Sulṭān, in turco la sultana ridente. Il suo vero nome pare fosse stato Alexandra Anastasia Lisowska, almeno prima di finire nell’harem di Costantinopoli.

Oltre che nativa della Russia, che allora neppure esisteva, una terra chamata Moscovia semmai, era stata avallata anche come ucraina, polacca, persiana, perfino come un’improbabile contessa italiana. Verosimilmente era ucraina, figlia di di Hawryło Lisowski, un prete ortodosso, nata a Rohatyn forse tra il 1502 e il 1506, quando gran parte dell’Ucraina faceva parte del Granducato di Lituania, confluito poi nella confederazione con la Polonia.

Confuse pure le notizie su come Rosselana fosse finita nell’harem di Costantinopoli: rapita dai tartari, venduta a mercanti genovesi e portata al mercato di schiavi della capitale turca, secondo la più probabile. Pare l’abbia poi comprata l’albanese Ibrahim Pascià, gran visir e cognato di Solimano il Magnifico e donata al vecchio Selim I, padre di Solimano. Costui, ormai troppo anziano per certe prestazioni, l’avrebbe ceduta al figlio quando la schiava aveva circa quindici anni. Insomma, nomi, paesi d’origine e rotte commerciali non aiutano a fare chiarezza.

Fatto sta che Solimano è attratto dalla sorridente Roksolana: i due diventano intimi, confidenti, infine amanti. Lui, quando è lontano da corte perché impegnato nelle frequenti campagne militari, si fida solo delle notizie da palazzo ricevute da lei. Non è solo amore, ma anche convenienza: ha bisogno di qualcuno di affidabile che gli fornisca informazioni sulla situazione a palazzo e sceglie l’amata.

Dell’harem in occidente si aveva, e ancora si ha, uno stereotipo lontano dal vero, vale a dire un luogo di perdizione con schiave licenziose e discinte pronte a soddisfare i sollazzi di sultani debosciati. Invece l’harem era per molti versi tutt’altro: si faceva politica, si pianificava il futuro, si intrigava, oltre che tutto il resto. Era governato dalle madri e dalle mogli dei sultani e le concubine educavano i propri figli progettando per loro un avvenire migliore, cosa che poteva accadere. Nell’impero ottomano perfino uno schiavetto genovese, prediletto di un sultano, da uomo diventerà capo della flotta turca, come la schiava ucraina diventerà sultana.

Un giorno scoppia un incendio nell’harem ubicato nel cosiddetto Palazzo Vecchio, una costruzione staccata dal Topkapi, letteralmente “Porta del Cannone”, che era invece quello da cui si governava l’impero. Rosselana si trasferisce al Topkapi in attesa che la struttura venga ripristinata, ma nell’harem non farà più ritorno. È diventata una “haseki”, cioè la concubina preferita del sultano, scalzando ogni altra donna dal suo cuore.

Solimano aveva già avuto chissà quanti figli, di sicuro il primogenito Sehzade Mustafà designato quale erede legittimo, figlio della sua prima moglie, Mahi Debran Gulbahar, chiamata anche Gyulbahar, o Mahidevran. Per ironia della sorte e per sottolineare una pratica consolidata, anche questa proveniva dal mercato degli schiavi di Costantinopoli, ma è il solo aspetto che le due donne hanno in comune.

Mahidevran è rosa dalla gelosia per l’ascesa della rivale dai capelli rossi. Tra loro scoppia un alterco, vengono alle mani e Rosselana ha la peggio. Interviene Solimano con il quale la ex schiava gioca d’astuzia e dapprima si rifiuta di mostrare le ferite; Solimano insiste e lei cede solo dopo una lunga manfrina. Mahidevran viene immediatamente allontanata da corte e lui prende Rosselana come moglie ufficiale forse nel 1534. La corte ottomana è contraria al matrimonio, ma il sultano fa quello che vuole.

In verità la tradizione voleva che le preferite dei sultani avessero sostanzialmente due ruoli mai sovrapposti: amante e madre dell’erede al trono. Dopo aver dato alla luce il maschio, cessavano di essere le favorite e dovevano andarsene da palazzo con il figlio per allevarlo fino a quando avrebbe preso il posto del padre. Non sarà così per Roksolana che resterà a corte nonostante sei maternità, prima a rompere la tradizione e con grande scandalo dei dignitari della Sublime Porta, ma non sono loro a comandare.

Come Hürrem Haseki Sulṭān, Rosselana si è insediata nel centro del potere dove intrighi e complotti non finiscono mai. Tra leggende e verità, sempre ben confuse, in Occidente sulla sua fama ci si atteneva al peggio, cioè più o meno quanta ne godeva pure tra i suoi. Era dipinta come spregiudicata, assetata di potere, dedita a ogni genere d’intrallazzo. Al contrario, altre fonti ne parlano come una persona impegnata in opere di bene, protettrice degli studiosi e della religione, una delle donne più istruite e colte del tempo: riceveva ambasciatori, intratteneva corrispondenze con sovrani, nobili e artisti di tutto il mondo. Un personaggio controverso, esattamente come la sua storia.

Secondo i nemici tra le sue vittime c’era stato Ibrāhīm Pascià, gran visir nominato da Solimano: era stato ucciso e le sue proprietà confiscate. Pare che Hürrem mal tollerasse l'influenza di Ibrahim sul sovrano e il suo appoggio per la successione al trono di Sehzade Mustafa, a sua volta messo a morte con l’aiuto di un altro gran visir, Rustem Pascià. Secondo voci più benevole, invece, Rosselana avrebbe scoperto un complotto di Mustafà contro il padre e il sultano non ci aveva pensato due volte a farlo strangolare, salvo poi vegliarne il corpo per giorni impedendo a chiunque di toccarlo. In realtà Solimano amava i figli tanto quanto la moglie, ma la questione della successione alla Sublime Porta, con eredi che tentavano di prendere anzitempo il posto dei padri ammazzandoli, stava diventando una situazione imbarazzante per la monarchia ottomana e qualcosa andava fatto. Decise per le spicce.

Per altro, in assenza di norme precise per regolare la successione, la legge del fratricidio inserita nel Kanunname, in pratica il codice delle leggi, sanciva che, con l’assenso dei dottori garanti della legge coranica, detti Ulema, il sultano potesse uccidere i propri parenti in modo da sbarazzarsi di possibili pretendenti. Insomma, pare valesse il detto nostrano “poca brigata, vita beata”.

Solimano e Rosselana violeranno un’altra legge della corte ottomana: la concubina, infatti, non avrebbe potuto avere più di un figlio maschio, ma Hürrem ne avrà ben cinque, più una femminuccia. Incapaci di spiegare come possa aver raggiunto tanto potere, i suoi contemporanei l'accuseranno addirittura di aver stregato il sultano.

Tristissima la sorte dei figli: l’ultimo maschio, Cihangir, muore di dolore per la sorte toccata al fratellastro Mustafà al quale evidentemente era molto legato; Mehmet di vaiolo, Abdallah e la piccola Mihrimah in tenera età. Rimangono Selim e Bayezid.

Quest’ultimo si comporta come se fosse già sul trono scavalcando il padre, dispone, comanda, riceve ambasciatori come se il sultano vero non contasse nulla. Ma la goccia che fa traboccare il vaso è quando tenta di far fuori il fratello Selim, l’ultimo nato e, pare, prediletto da Roksolana. Il tentativo fallisce e Bayezid con dodicimila armati si rifugia in Persia, un traditore per i suoi, a quel tempo in guerra con i persiani. Per lui le cose volgono presto al peggio perché i due imperi firmano la pace e Solimano impone come condizione che gli uomini di Bayezid vengano tutti uccisi. Lui e i suoi cinque figli gli sono invece consegnati e sarà il sultano in persona a ordinare l’esecuzione dell’intera famiglia nel 1561. Costo dell’operazione quattromila monete d’oro che lo shah persiano Tahmasp incassa a lavoro ultimato.

Nel frattempo Rosselana si è ammalata. Solimano non si allontana un solo giorno dal suo capezzale, ordina perfino il rogo di tutti gli strumenti musicali di corte per non disturbare la sua quiete, ma la sposa spira tra le sue braccia il 18 aprile del 1558. Viene inumata in un mausoleo decorato con scene del Paradiso Terrestre. Poco distante sarà eretto quello del marito ed entrambi annessi alla moschea che porterà il suo nome.

Dopo la morte di Roksolana, Solimano il Magnifico, che qualche pecca se l’era dovuta pur riconoscere, vivrà il resto dei suoi giorni distrutto dal dolore, in solitudine, triste, sempre più lontano dalla gestione del potere. Scriverà poesie dedicate all’amata. Morirà il 6 settembre 1566 durante l’assedio di Szigetvár in Ungheria. Aveva annunciato che quella sarebbe stata la sua ultima campagna militare e che non sarebbe tornato. Sarà di parola.

Nei secoli soprattutto l’aspetto amoroso di questa storia ha ispirato scrittori e artisti e pure lo scrivente, che artista non è mai stato e come scrittore è solo un dilettante, ha pensato di accennarne nel suo libro Il Signore di Notte, un giallo ambientato a Venezia nel 1605.

 

 

Gustavo Vitali

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Il Respiro del Fiume capitolo primo

13 Gennaio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Il Respiro del Fiume capitolo primo

Benars. Settembre 1981.

Alle quattro del mattino, la luce è già sufficiente a Benares per attraversare la città e raggiungere uno dei cento ghat[1] sul Gange.

Avvolta in un sari scolorito, una figurina sottile, con i capelli annodati, una lunga treccia saltellante e i piedi nudi, sguscia fuori casa e corre per i vicoli della città vecchia. Non presta attenzione agli escrementi di vacca e al sudiciume che insozza le strade, com’è sua abitudine in giorni più sereni. Passa come il vento in mezzo ai bimbi seminudi, ai lebbrosi, ai mendicati storpi, ai vecchi seduti sul marciapiede che giocano a centrare la sputacchiera.

Non bada neppure al lugubre tempietto del dio scimmia Hanuman, macchiato di polvere rossa come sangue. Supera le oscure botteghine di oggetti sacri, nel cuore del chowk, la fitta rete di vicoli alle spalle dei ghat immersa nell’odore pungente dell’incenso alla rosa e delle collane votive di gelsomini. Ansimando, s’accoda alla fila di pellegrini che scende verso il Manikarnika Ghat. Sull’ultimo gradino, appena sopra il livello delle acque, sosta per riprendere fiato.

Si guarda intorno.

Maestoso, surya[2] sta sorgendo, ed illumina ad est uno spazio immenso, desertico. Sulla riva dove si trova lei, invece, si stendono sette chilometri di scalinate, bastioni, templi e palazzi di maharaja. Lungo i sacri scalini, la folla più misera del mondo compie le abluzioni rituali, prega, beve l’acqua infetta. Dalle pire funebri, il fumo continua a levarsi, acido, denso.

Nell’ora più santa del giorno, anche la ragazzina entra nel fiume e s’immerge fino alla vita. Spruzza l’acqua sul palmo delle mani, rivolta verso il sole, poi accende un lumicino di olio di canfora, lo depone sopra una foglia e lo affida al Gange. Tutto intorno, sant’uomini con le vesti color zafferano lasciano scivolare nel fiume le loro offerte che simboleggiano la luce che disperde l’ignoranza. Un’isola di fiammelle è catturata dalla corrente e fluttua verso l’Oceano Indiano. “Ganga mai ki jai! Sia lode alla Madre Ganga!”.

Anche la bambina prega: “Madre Ganga accogli la mia offerta.”

Quando tutte le preghiere che conosce sono esaurite, è ormai giorno fatto, il sole brucia e la gente cerca riparo sotto gli ombrelloni di paglia. I sannyasi[3] restano immobili, in estasi, in comunicazione col sole.

In mezzo al fiume scivolano barconi carichi di turisti che scattano fotografie dei santoni in preghiera, della gente che si lava e delle cataste di legna coi morti che bruciano all’aperto.

La bambina torna sui propri passi, scosta una tenda scolorita ed entra in casa. Provenendo dal ghat luminoso ed affollato, la stanza le appare ancora più tetra e buia. Oltre una fila di stracci appesi ad asciugare, Urda, la vicina che aiuta sua madre, l’apostrofa con la bocca piena di betel, “ah, sei qui, non dovevi andartene proprio ora.” E’ una donna magra, di età indefinibile, con i capelli arruffati, priva di un incisivo. Glielo ha staccato suo marito con un pugno, prima di farle il dispetto di renderla vedova. Dal foro, proprio in mezzo alle labbra, cola giù il sugo rosso del paan[4].

La ragazzina si avvicina timorosa al letto dove sua madre, Auda, giace in una pozza di sudore sul lenzuolo sporco. Il volto olivastro è irriconoscibile, gli occhi, prima grandi, scuri ed umidi, appaiono come le orbite vuote di un teschio. Il respiro è un rantolo aspro che sa di vomito.

“Urdabhai?”

“Mmm...”

“Perché mia madre fa cosi?”

“Tua madre sta solo cercando di respirare.”

“Urdabhai?”

“Mmm...”

“Mia madre sta morendo?”

La vicina si limita a sospirare. Sputa sul pavimento un getto di saliva rossa.

“Urdabhai?”

“Mmm...”

“Mia madre guarirà?”

“Ti pare che possa guarire? E’ meglio se stai con lei, ora.”

La bambina si accoccola vicino al charpoi. Con una piccola mano incerta, tocca appena la spalla della madre. “Amma[5]...

La malata apre le palpebre che sembrano diventate di carta, cerca di muovere la testa in direzione della voce ma può soltanto fissare il soffitto. “Han...?[6]

“Mi senti, amma?”

“Urmilla...”

Amma...

“Urmilla, dove sei?”

“Qui, sono qui, amma. Non mi vedi?”

“No, non ti vedo… Non c’è luce, è notte.”

“No, amma, non è notte, é mattina! Sono le cinque e sono stata a pregare.”

“Hai fatto bene. Io non posso andarci, sono stanca. E poi, con questo buio. E’ così buio, oggi.”

Amma! Non è vero! Non è buio! Non è...”

“Sai, Urmilla, ho visto il tuo baba. E’ venuto a trovarmi...” Un colpo di tosse la interrompe. Urda si accosta e le bagna la fronte con una pezza. “Eh, povera anima, sta delirando.”

Un altro accesso di tosse convulsa lascia la malata senza respiro. All’improvviso s’irrigidisce, digrigna i denti, strabuzza gli occhi e afferra il sari della figlia. “Urmilla!”

Amma, per favore!”

Ansimante, spossata, il petto magro che si solleva in lunghi sospiri faticosi, Auda tace, lottando per respirare, poi parla di nuovo e questa volta le sue parole suonano meno frenetiche, più lucide. “Urmilla, la vita non è stata bella per me, ma tu sei una brava figlia.” Tace ancora, pare assopirsi.

Forse non muore. Oh, Shiva! Oh, Signore del mondo! Fa’ che non muoia! Fa’ che la mia mamma non muoia!

Passano alcuni minuti silenziosi, il respiro della malata si fa ogni istante più aspro. Attorno al charpoi ronzano le mosche, insistenti. Urda si muove nella stanza, strascicando i piedi. Sposta un oggetto, apre un mobile, lo richiude, sputa sul pavimento. Dalla strada provengono i suoni di tutte le mattine: vocio di bambini, richiami di madri esasperate, pianti di neonati, grida di venditori di caldo channa, di arrotini, di portatori di tè.

Mezz’ora dopo, le labbra di Auda si muovono ancora: “Sei così bello, Ahmed...”

La bambina si china sulla madre, terrorizzata dal suo corpo rigido, dal fiato rancido, dal rantolo che è ormai diventato il suo respiro. “Amma!

La bocca di Auda si schiude, il naso si fa affilato, sibilante: “Ahmed...”

Amma! Amma!”

“Sì, janum, sì, Ahmed, anima mia...”

La barella, intrecciata con sette pezzi di canna di bambù, è pronta. La bambina ha passato la notte a costruirla, vegliando il cadavere di sua madre. Con l’aiuto di Urda, ha lavato e rasato il corpo freddo di Auda, le ha segnato la fronte con polvere di sandalo, le ha unto i capelli con l’olio, le ha intrecciato indosso collane di fiori e strofinato denti e labbra con ramoscelli profumati. Infine, l’ha vestita col suo sari più bello, quello che Auda usava solo per Diwhali[7].

Manca poco all’alba, ormai. Urda russa in un angolo con in braccio il più piccolo dei suoi nipoti, un bimbo magro, rapato a zero, vestito appena di una cintura e di un mazzo di cavigliere. Con occhi sgranati, lucidi di kajal, il piccolo fruga la stanza in penombra.

Anche la testa della bambina ciondola sul petto. Le sue mani, però, stringono ancora un piede della madre. Per ore l’ha massaggiato. Ne conosce tutte le pieghe, tutte le asperità, dal piccolo indurimento sotto l’alluce, al rinforzo calloso del calcagno, dovuto all’abitudine di camminare scalza.

La testa della bambina cade in avanti ed ella si riscuote, sobbalzando. Riprende a massaggiare i piedi del cadavere, affannosamente, come se fossero ancora sensibili.

Urda apre prima un occhio, poi l’altro, quindi sbadiglia. “Smettila, adesso, bambina. Fra un’ora sarà bruciata, a che le servono i tuoi massaggi?”

“Tutte le figlie massaggiano i piedi delle madri.”

“Sì, ma delle madri vive.”

Il nipotino tende una mano verso la donna morta sul letto. “Auda!” chiama.

“Auda dorme, lasciala in pace”, lo rimprovera la nonna. Il piccolo alza il capo, fa bolle di saliva con le labbra increspate. Di tanto in tanto getta occhiate perplesse al corpo immobile. La vecchia si agita, impaziente. “Su, Urmilla, è quasi ora. Dobbiamo metterla sulla barella.”

“Aspetta, Urda. Solo un altro poco.”

“Guarda che ho da fare! Non posso stare qua tutto il giorno! I miei nipoti hanno fame.”

“Solo cinque minuti, Urda.”

“Va bene, ma fai presto. Si comincia a sentire l’odore.”

“Non è vero! Non c’è nessun odore, sono solo i fiori!” Urmilla si china a baciare i piedi di sua madre, poi le mani, poi il capo. Intinge l’indice nella polvere rossa e ripassa la tilak[8] sulla fronte, là dove le proprie labbra l’hanno un poco scolorita. Accomoda meglio le collane di gelsomini e sparge ancora margherite sul telo rosso che avvolge il corpo.

“Non hai badato a spese”, commenta Urda, schiacciando meccanicamente un pidocchio sulla testa del nipote.

“Mia madre aveva messo via i soldi per il suo funerale. Erano dentro una scatola.”

“E’ una fortuna che i topi non se li siano mangiati. Però hai fatto bene a prendere le cose migliori per la cremazione di tua madre. Si vive da cani, che almeno si muoia con dignità! Solo che ci vorrebbe un figlio maschio. E se non c’è un figlio maschio dovrebbe farlo un parente e se non c’è un parente...”

“Il parente c’è, Urda.”

“Lascia stare, sai come stanno le cose.”

“No, non lo so e andrò da lui perché voglio parlargli, ma prima devo cremare mia madre.”

“Non è una buon’idea.”

“Questo devo deciderlo io, non tu.”

“Ah, certo! Certo! Dicevo così, tanto per darti un consiglio. Ma tu i consigli non li ascolti mai! Ma ora farai come dico io. Ti porterò alla missione.”

“Non ci voglio andare. Mia madre non approverebbe.”

“Eh, figliola mia, dovrai imparare ad adattarti d’ora in avanti. La vita è quello che è. Tua madre viveva di poesie, di fiori, di preghiere. E cosa ci ha guadagnato? Guardala un po’ ora! Morta stecchita!”

Il nipotino allunga una mano verso Auda, emette bollicine di soddisfazione. “E’ morta, è morta!”

“Ti ho detto che dorme! Ah, bambina mia, le poesie e le preghiere non riempiono la pancia, mendicare riempie la pancia, prostituirsi riempie la pancia, cercare roba lungo la ferrovia riempie la pancia! Ma Auda no. No! Lei non si poteva abbassare. Credimi, era una sognatrice, una con la testa zeppa d’idiozie da casta superiore, di scemenze brahmaniche.”

La bambina strilla: “Lascia stare mia madre!”

“D’accordo, d’accordo, non ti arrabbiare, dicevo solo per aiutarti. In fondo vi volevo bene, a tutte e due. Tu non sei un maschio ma sei ugualmente una brava ragazza. Adesso, però, muoviti, che è tardi.”

Urda allontana di peso la bambina ed a fatica solleva il cadavere. Lo lascia cadere sulla lettiga con un tonfo sordo. Insieme, legano Auda alla barella e cominciano ad ungere di ghee e olio di canfora ogni parte del suo corpo, del sudario e delle canne di bambù.

“Ecco fatto”, dice Urda, “così le fiamme saliranno subito al cielo.”

Trascinano fuori la lettiga. La luce rosa dell’alba ferisce gli occhi della bambina, che per tutta la notte hanno pianto e vegliato nell’oscurità.

Prima di issare la barella, il carrettiere, che è in attesa, vuole vedere i soldi. Urmilla apre la mano e mostra un rotolo di rupie. L’uomo fa un segno d’assenso e prende a bordo il carico.

“Allora, bambina”, comincia Urda, poi s’interrompe. Nella sua voce s’indovina un’ombra di commozione. “Dì, sei sicura di farcela?” domanda infine.

La bambina fa segno di sì, poi si arrampica sul carretto, di fianco alla salma di sua madre avvolta nel drappo rosso. Urda saluta, raccoglie il nipote, poi attraversa il cortile.

Il carrettiere colpisce col bastone il muso del bue, la bestia s’incammina lenta, scuotendo ad ogni passo le corna dipinte ed il collo inghirlandato. La bambina, con una mano sul petto di sua madre, è seduta rigida sul carretto traballante che percorre tutta la Madampura Road, fino all’Harishandra Ghat.

Alla sommità del ghat c’è uno spazio di cemento destinato ai roghi, con paraventi per proteggere le persone dalle folate di calore. La bambina domanda al becchino il prezzo del legno e degli aromi poi estrae dal seno il suo rotolo di rupie, assottigliato dopo il pagamento del carrettiere.

L’uomo vi punta due occhi rapaci. “Femmine!”, ripete sputando a terra un getto di paan che per poco non colpisce la bambina in pieno petto. “Femmine! Dove andremo a finire!” Afferra tutti i soldi ed indica un mucchio di legna di poco valore.

“E’ legnaccia!” s’indigna la bambina.

“Sentila, la signora! Con quei quattro soldi non pretenderai una catasta di legno di sandalo come i ricchi?!”

La bambina s’impunta. “Ti ho dato tutte le rupie che avevo; tutte quelle che mia madre aveva messo da parte per il suo funerale! Mia madre si merita il meglio, era una brahmani, lei!”

“Sì, e io sono Rama!”

Senza dargli retta, la bambina si lancia verso un mucchio di legno pregiato.

Il becchino cerca di fermarla. “Ehi! Che fai?!”

“Voglio un pezzo di sandalo da mettere in bocca a mia madre!”

La bambina sceglie con cura un piccolo pezzo di legno, scosta il sudario dal volto di Auda e forza i denti serrati dal rigor mortis. Introduce il legno nella bocca e la richiude. “Ecco, amma, così.”

Auda sembra una statua di cera. La bambina pensa che è davvero l’ultima volta che vede il volto di sua madre e qualcosa la prende allo stomaco. Le lacrime sono spille brucianti che bucano gli occhi. Si sforza per trattenerle.

Il becchino solleva la salma e scende verso il fiume, subito seguito da una mucca, pronta ad inghiottire i fiori che cadono dal corpo. Auda viene immersa nell’acqua purificatrice, unta di ghee[9] e issata sulla pira.

La bambina compie cinque giri attorno alla catasta, sparge acqua da un recipiente che poi spezza, mentre il becchino aspetta impaziente e la gente intorno guarda sconcertata. Sul cemento del ghat sono scritti i nomi di quelli che vi sono stati cremati. La bambina evita di guardarli perché sono davvero troppi.

Il becchino le porge una torcia. “Dove andremo a finire”, ripete, “dove andremo a finire se ora mandano le bambine ai funerali e le fanno girare intorno alle pire come fossero maschi. Sai almeno cosa devi fare?”

La bambina fa segno di sì.

“E credi di poterlo fare da sola?”

Ancora la bambina conferma, ma trema un po’. Fa del suo meglio per appiccare il fuoco ai quattro angoli della pira. Il legno unto prende subito fuoco, le fiamme lambiscono il sudario, poi lo avvolgono. Il corpo s’accende, crepita, s’inarca, sembra levarsi a sedere. La bambina guarda con gli occhi sbarrati. Si ritira in un angolo, come un animale impaurito, e si accovaccia sul cemento del ghat. Rimane tutto il tempo a guardare mentre sua madre arde.

Le hanno insegnato che non si deve piangere per chi muore, perché la morte fa parte della vita e chi ha vissuto senza colpa rinasce più puro. Eppure ha un groppo duro in gola, e le lacrime ora traboccano. Tira su col naso, sente sapore di sale e di moccio.

Il becchino la guarda, storcendo la bocca, scuotendo la testa, biascicando ingiurie contro chi permette alle femmine di comportarsi da maschi invece di stare in casa e pensare a sposarsi. Perciò quelle lacrime vanno ricacciate indietro proprio come farebbe un maschio. Per non piangere, la bambina si sforza di pensare a com’era sua madre quando stava bene, al suo sorriso mesto, ai suoi occhi gravi, ai suoi piedi nudi che scivolavano indifferenti sul fango della vita. Auda non vorrebbe le sue lacrime. Auda, davanti ad ogni cosa, metteva la dignità.

Però, ora, Auda è là sotto, che si accartoccia e scoppia sulla pira, in quel lezzo d’ossa bruciate e fumo, mescolato all’odore forte ed umido del fiume. E lei non la vedrà più, non le racconterà più cosa hanno detto le altre bambine alla fontana, non udrà più la sua voce roca che dice che non bisogna mai aver paura.

Ha paura, invece, e la paura è un buco nero dentro la pancia, come quando ti fa male qualcosa che hai mangiato. No, di più, molto di più.

Alcune ore dopo, armato di pinze di ferro, un inserviente raccoglie le ossa carbonizzate in un vaso di terracotta. Le fa cenno di avvicinarsi. Lei si costringe ad alzarsi, a muovere le ginocchia intorpidite dall’immobilità. Si accosta tremando alla pira fumante.

L’uomo le mostra qual è il teschio. Lei lo guarda, spaventata, affascinata, senza più un filo di saliva nella bocca. Quella cosa nera, rovente, raggrinzita, è quel che resta della bella faccia di sua madre.

“Ti muovi? Ho altri quattro funerali stamattina.”

Il punteruolo di bambù non è pesante, ma lei deve tenerlo con entrambe le mani, da quanto tremano. Stringe le nocche attorno al legno fino a sbiancarsele, fino a farsi male. Si concentra, prende la mira.

Colpisce.

E’ un colpo debole, la testa carbonizzata si sposta appena, il punteruolo scivola di lato.

La bambina ci riprova, colpisce più forte, tanto da ferirsi le mani. Questa volta la testa annerita sobbalza, ma niente di più.

He, Ram! Vuoi ridurla in polpette?! Vuoi farci il macinato?”

La bambina inghiottisce lacrime di vergogna. “Mi dispiace”, si scusa, “io non...”

“Da’ qua!” L’uomo le strappa di mano il punteruolo. Con due colpi secchi fracassa il cranio di Auda e libera la sua anima.

Più tardi, con il vaso delle ceneri stretto al petto, la bambina scende l’ultimo scalino del ghat, per raggiungere la barca che la porterà al centro del fiume, dove potrà spargerle nell’acqua. I suoi occhi sono asciutti, adesso, e tiene alta la testa.

Stringe con forza il vaso sul cuore.

[1] Scalinata

[2] Sole

[3] Rinunzianti che si pongono al di fuori della società per riunirsi, attraverso l’ascesi, con l’Assoluto.

[4] Pasta di noce di betel avvolta in una foglia, da masticare.

[5] Mamma.

[6] “Sì?”

[7] Festa delle luci.

[8] Segno rosso sulla fronte.

[9] Burro cotto e liquefatto.

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Patrizia Poli: "Una casa di vento"

24 Aprile 2020 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni, #saggi

 

 

Una casa di vento è la storia di Francesco e Michela,  i genitori di Loris,  un ragazzino gravemente ammalato. Nella vita di questa coppia fanno improvvisamente irruzione delle lettere trovate per caso, provenienti da un lontano passato. Quelle lettere ritrovate generano la scintilla di una trasformazione che finirà per contagiare tutti i personaggi e per cambiare il corso delle loro vite.

A questo punto, continuare a parlare  del libro non è facile. Chi parla di un testo ha il compito analizzare i personaggi, di mettere in luce la scrittura, di stabilire analogie e differenze con altri libri e altre storie.  A differenza di Signora dei filtri (che ho avuto il piacere e l’onore di presentare), dove la storia di Medea era nota a tutti,  per Una casa di vento a questo compito non facile si aggiunge  l’onere di non togliere a chi legge il piacere di entrare da soli nella storia, di farsi sorprendere e turbare, di appassionarsi alle vicende dei personaggi e di restare col fiato sospeso fino alla fine.

Alla fine ho pensato di iniziare dal titolo.

La casa di vento si trova  ad Antignano, un antico quartiere di Livorno. Forse il suo nome deriva da ante ignem (prima dei fuochi) perché stava prima dei fuochi di segnalazione per le navi dirette al Porto Pisano.  La splendida scogliera, la spiaggetta di sassi, il piccolo porto per le barche ne fanno un luogo incantevole.

Quella  del libro è “una” casa di vento, non “la” casa di vento. Non è unica, particolare, irripetibile questa casa (e così la sua storia e quella dei suoi abitanti), è una casa come tante, una storia come tante, fatta di vento. Quale vento? Di certo vento di mare perché Livorno è una città di mare e il mare – come dice Francesco - a Livorno fa da padrone, insieme al vento. 

 

Vento, vento, sempre vento, da ogni parte, ovunque: grecale da est, freddo e prepotente, libeccio da sud che solleva cavalloni e li rovescia sulla strada, scirocco sfacciato, maestrale che dà sollievo nei giorni d’afa. È una casa di vento, questa, aperta su tre lati, esposta come una nave in tempesta, sventrata come la sua anima, come il suo corpo dopo l’incontro col ragazzo.

 

È Michela che descrive così la casa dove è andata a vivere col marito e il figlio, ed è lei a darle il nome. Dopo un lungo percorso, tornerà a parlare di questa casa che  la rappresenta e le rimanda la nuova immagine di se stessa:

 

… la sua casa… è come la tolda di una nave spazzata dal vento. Lei sta imparando a convivere col vento, come con tutte le parti di se stessa che ancora le fanno paura, come la parte che è stata di Luca. Ora sa riconoscere lo scirocco e il libeccio che soffiano nella camera di Loris, il grecale che irrompe nel bagno, la tramontana che ghiaccia la cucina; sta imparando quale finestra deve chiudere e quale, invece, tenere aperta, dove stendere i panni, dove appoggiare i vasi dei gerani. Sta imparando a piegarsi, a puntellare, a contenere.

 

Le descrizioni di Una casa si vento sono soprattutto descrizioni di Livorno, mai nominata ma onnipresente. Livorno -“città” (vie, palazzi, quartieri) e Livorno -“natura” (mare e vento). Due “Livorno” molto diverse fra loro, due mondi paralleli incastrati l’uno nell’altro, ma sempre raccontati con maestria, usando le parole con audacia e rigore, esplorando tutte le potenzialità delle personificazioni, delle similitudini, delle  metafore, delle  sinestesie...

Se Livorno non è mai nominata direttamente, i suoi “luoghi” hanno sempre un nome preciso e una caratteristica comune. Nel caso di Livorno – città, ciò che li accomuna è il degrado, lo stesso che si è insinuato nell’anima dei protagonisti della storia:

via San Carlo, un budello di  case umide e sudice, Villa Fabbricotti, un posto pieno di statue senza braccia mangiate dal muschio, una stupida grotta rococò piccola e sudicia, via Grande con le colonne di marmo sudicio, piazza Mazzini e la pizzeria con il tavolino vicino ai gabinetti, Stagno dove non si respira dal puzzo, i Fossi con le spallette bruciate dal sole, dove le erbacce spaccano l’asfalto , la Terrazza con le lunghe panche sbreccate

Livorno-natura, è potente, dura e splendida insieme. Mare e vento fanno da sfondo alle vicende dei personaggi, entrano in sintonia con loro: lo stesso mare e lo stesso vento, diversi e opposti a seconda degli occhi che li guardano, rivelano in modo netto, a volte impietoso, sentimenti e segreti.

C’è il mare di Ida, col vento del ricordo e della lontananza  … Bella l’aria di mare, fresca, chiara… già lì da Colline mi arrivava il vento di mare. Ricordavo i tuoi capelli agitati dal libeccio, la mano intrecciata alla mia nella tasca del paltò.

C’è il mare di Michela, un mare amaro, dove anche il vento è solo un’illusione … perché l’amore è evaporato come acqua di mare rimasta fra gli scogli. Quando l’acqua se ne va, rimangono cristalli aguzzi e amari, rimangono denti di cane che, se ti ci siedi sopra, strappano il costume, rimangono erbe marine che bucano, forse non sono erbe ma bestie con le chele, rimane il sale, proprio preciso a quello che lasciano le lacrime sulla pelle.

C’è il mare di Loris, un mare bello e amico che… ha un colore diverso per ogni alito di vento che lo agita, per ogni nuvola che ci passa sopra. Gli piace quando suo padre lo prende in braccio e lo bagna nell’acqua bassa e calda. Si sente normale, leggero, forte come gli altri

C’è il mare di Francesco, meraviglioso e struggente, che solo lui vede dalla terrazza della casa di vento e che non riesce a condividere … Le ha mostrato la bella vista dal terrazzo, le tamerici scosse dal maestrale, la scalinata che porta giù all’acqua limpida, ha indicato col braccio gli scogli che affiorano uno ad uno, mentre il mare si ritira nei giorni di luna piena, lasciando esposti denti di cane, padelle, ghiozzi imprigionati nelle buche. Ma non lo vedi, le ha detto, il celeste delle mattine belle, non li vedi certi tramonti? Quella striscia alta, prepotente, a tingere di porpora tutto l’orizzonte, non capisci quanto è benedetta, quanto è incredibile

Livorno raccontata da Patrizia è essa stessa un personaggio, una figura mitica, una divinità potente. Se dovessi raffigurarla userei l’immagine della Madonna della misericordia di Piero della Francesca che fa parte del polittico custodito nel Museo Civico di Sansepolcro. È una madonna solida, forte e severa, con i piedi poggiati sulla terra, come tutte le madonne di questo grande artista; è una regina che porta con fierezza la sua pesante corona; è una madre che indossa una veste senza ornamenti stretta da un cordone monacale; il grande mantello scuro è aperto, pronto a diventare un rifugio per tutti: uomini, donne, bambini, vescovi, papi… e per gli “abitanti” della casa di vento .

Gli abitanti della casa – cioè i protagonisti della storia – li troviamo elencati nell’indice, che merita un’osservazione più approfondita, anche perché, come si sa, delinea  l’impianto della storia. È  un indice davvero particolare: 3 stagioni (Inverno, Estate, Autunno, manca la primavera); nelle prime due (Inverno e Estate) un elenco di nomi che si ripetono (Francesco, Michela, Rosanna) con due “intrusioni” (Loris in Inverno, Luca in Estate) e infine un solo nome (Francesco) in Autunno. Perché solo lui? E che fine ha fatto la primavera?

A questo punto davanti a me (a noi) si aprono due strade: chiedere all’autrice oppure entrare nel “bosco narrativo” della casa di vento e, da bravi lettori, fare la nostra parte. Come dice Umberto Eco “il testo è una macchina pigra che chiede al lettore di fare parte del proprio lavoro. Guai se un testo dicesse tutto quello che il suo destinatario dovrebbe capire …”. Ma per far bene la sua parte il lettore (il lettore modello) deve stare al gioco dell’autore, seguirlo e assecondarlo  nelle “operazioni interpretative che gli chiede di compiere: considerare, guardare, osservare, trovare parentele e somiglianze”. Così ho pensato di compiere con voi  alcune di queste “operazioni” sulle stagioni elencate nell’indice, a partire dal loro nome.

La primavera, come dice l’etimo, è la stagione che precede l’estate, il tempo della rinascita, dell’inizio; per molto tempo in molti luoghi (per esempio a Pisa) l’anno iniziava a marzo, con la primavera.

Inverno deriva dalla radice sanscrita him- (freddo), che ritroviamo nel latino hiems (inverno). Perciò il suo significato è “tempo che  appartiene al freddo, stagione  gelida”. Però è anche il tempo in cui la terra riposa e custodisce i semi del grano che spunterà a primavera.

La parola estate ha sempre a che fare col sanscrito e si riconduce alla radice idh- o aidh- che esprime l'idea di ardere, infiammare, accendere. In latino diventa aestas, calore ardente.

Niente di nuovo, quindi.

Invece l’autunno - la stagione di Francesco potremmo dire,  visto che in questo capitolo figura solo il suo nome -  mi ha riservato una sorpresa. Contrariamente a quanto  pensavo,  il significato etimologico non ha a che fare con il tramonto, la fine, la preparazione all’inverno.
Autunno è da ricollegarsi al verbo latino augere, che vuol dire aumentare, arricchire e andando ancor di più alle origini, rintracciamo ancora una radice sanscrita av- o au- che esprime l'idea del saziarsi, del godere. Perciò l’autunno è la stagione che succede all’estate, una stagione ricca di frutti che la natura e il lavoro dell’uomo hanno preparato.

E se prendiamo le distanze dai luoghi comuni, ci rendiamo conto che non esiste una stagione più colorata dell’autunno. Il rosso e il giallo sono ovunque, e la cosa ancora più affascinante è l’origine di questo “oro”. Il giallo e il rosso in realtà sono già presenti nelle foglie, sono sostanze  indispensabili alla vita che stanno nascoste sotto il verde della clorofilla. Quando la luce solare diminuisce e la clorofilla non può riprodursi, il rosso e il giallo emergono: le foglie, anche se sono perfettamente sane, diventano “zavorra” e devono essere allontanate dalla pianta perché possa mantenersi viva fino al ritorno della buona stagione, sbarazzandosi anche dei parassiti e degli agenti nocivi. Insomma: purificarsi, risparmiare energie, allontanare da sé ciò che è ormai passato, che ha finito il suo ciclo. E farlo nella bellezza, nel calore del rosso e dell’oro. È lo splendido fenomeno del “foliage”. Questo è l’autunno. La primavera non c’è perché ancora le foglie devono cadere per ripulire la pianta che ha bruciato di passione e gelato nel disamore. Ma le foglie rosso e oro stanno lavorando … Francesco, si può dire, è l’autunno, la stagione piena di frutti che anche quando “perde” in realtà arricchisce, “aumenta”, prepara la rinascita.

Perché l’autunno è la stagione di Francesco? Perché è da lui che parte la scintilla della trasformazione, accesa dalle parole nascoste in vecchie lettere, prima vissute come foglie morte, inopportune e fastidiose, poi come riappropriazione e purificazione, infine come rigenerazione e rinascita. Forse per questo i due anziani non compaiono nell’indice, come il giallo e il rosso non si vedono sotto la clorofilla, ma ci sono, nutrono la pianta e l’aiuteranno a purificarsi, in vista del sonno dell’inverno e del risveglio in primavera.

Inverno e estate sono stagioni estreme, come spiega il loro etimo. Quando Dante inizia il suo viaggio, Caronte descrive l’inferno come il luogo degli estremi dove si sta “nelle tenebre etterne, in caldo e in gelo”. In effetti in queste due stagioni i personaggi vivono così, nel gelo dei sentimenti e nel torrido delle loro passioni. I nomi che ricorrono nell’indice, oltre a Francesco – sempre presente come "seme”  da cui tutto deve rinascere - sono pieni di donne. Le donne sono una componente forte delle storie di Patrizia, esplorate in tutti i loro aspetti. Spose e madri, “dure” e “stremate” dal matrimonio prima sognato e poi subito; giovani donne candide e gentili, travolte dalla loro innocenza e gentilezza (Glauce, la giovane moglie di Giasone e ora Ida); donne adulte che vivono con coraggio e forza le difficoltà, si confrontano con la loro diversità (Medea è la “strana”, la straniera), l’accettano e decidono di viverla perché non vogliono perdere se stesse e diventare come le loro madri. I nomi di queste madri a cui si ha paura di somigliare non compaiono nell’indice, come se agissero dall’interno - anime inquiete delle loro figlie -  e questa “non presenza” le rende forse ancora più potenti. Le trasgressioni violente e crudeli (verso se stesse e verso gli altri) di Michela e Rosanna (come di Medea) nascono anche dal rifiuto istintivo, incontrollabile di diventare come le proprie madri, dal bisogno di “spezzare la catena” del destino femminile, il cordone ombelicale che ancora lega e nega l’evoluzione. E se il cordone ombelicale viene reciso in età adulta, non è più la separazione benefica che segna la fine del travaglio, ma la lacerazione dolorosa e violenta che spesso ne segna l’inizio.

In queste due stagioni sono presenti anche due “bambini”: Loris nell’inverno e Luca nell’estate. I bambini, come le donne, sono figure centrali nelle storie di Patrizia, simbolo della fragilità della condizione umana e della difficoltà di darle un senso. Bambini esposti alle intemperie della vita e ai limiti di adulti troppo spesso inadeguati a proteggerli, inadeguati al loro ruolo o anche oggettivamente e drammaticamente impossibilitati a svolgerlo, come nel caso dei genitori di Loris. Loris, aldilà della sua età,  è un bambino “vero” capace di guardare il mondo con occhi buoni e di leggere nelle persone oltre le apparenze : non si vede bene che col cuore insegna la volpe al Piccolo principe, l’essenziale è invisibile agli occhi. Loris ama teneramente Amedeo, il nonno speciale (nonno era nonno, era speciale e nessuno potrà mai prendere il suo posto) che gli ha insegnato parole magiche, la formula con cui allontanare la paura e il dolore

Com’è che diceva il nonno? “Chiocciola chiocciola marinella, tira fuori le tue cornella”. Ripete tre o quattro volte la frase come un incantesimo di protezione, una preghiera

Loris, che tutti compiangono e commiserano, in realtà è una creatura forte e intera, l’unico capace di riconoscere nel nonno tenerissimo che gli dà i pizzicotti sul naso anche l’uomo, il nonno nascosto; e con la riservatezza, il pudore, il pensiero del cuore proprio dei bambini, non giudica, ma si limita a “vedere”, a “sapere” a “comprendere.

 

Non sa chi sia la donna di cui ragionano, però sa che suo nonno non era solo quello che conoscevano loro, suo nonno era anche i foglietti che gli passava di nascosto, timidamente, un po’ rosso in faccia, con quelle poesie lunghe, piene di parole sul cielo, sulle stelle, sulla morte. Ne ricorda una che parlava di una donna dai capelli morbidi e ondulati, bella come una regina, diceva, con la gonna sotto il ginocchio e le braccia piene di fiori. Ora capisce che non l’aveva scritta per la nonna Gina. La nonna è morta quando lui era ancora piccolo, anche nelle foto gli è sempre sembrata vecchia, persino in quella del matrimonio col nonno (...) Lui sa che c’era anche un altro nonno, un nonno nascosto, giovane dentro. Vorrebbe dirlo ma non gli escono le parole, preferisce far finta di non aver sentito nulla.

 

E poi c’è l’altro “bambino”, Luca, un  uomo giovane che agisce solo d’istinto, stupito per primo da ciò che sente e che lo muove

 

«Mi piaci un sacco».

Il ragazzo ha allungato una mano e le sta stringendo il polso, ha mani callose ma non da operaio, la barba ispida, un accenno di herpes sul labbro superiore. (...)

«Mi piaci, non mi mandare via, fammi parlare, fammi stare qui con te».

Lei tira per liberare la mano, alla fine ci riesce ma si graffia con l’orologio di lui: «Smettila, non dire scemenze, sono vecchia per te e sono sposata».

«Farei qualsiasi cosa...»

«Lasciami in pace, non ti conosco, non so chi sei».

«Io sì, invece, ti conosco, so tutto di te. (...) 

«Ti ho seguita, ti seguo da mesi, ti conosco, conosco la tua casa, la tua famiglia… no, aspetta, non ti spaventare… lasciami spiegare.» (...)

«Io non sono matto, non sono uno stalker, io… credo di essere innamorato.»

Luca è un bambino “cattivo” e affamato, vuole e prende  senza porsi limiti

Pensa a Luca. Avrà trent’anni, magro che gli si contano le ossa, gli occhi azzurri col bianco un po’ ingiallito, lo sguardo affamato ma di cosa lei non lo ha capito. Siamo tutti affamati di qualcosa che manca, che ci riempirebbe ma non c’è mai.

Ma è anche un musicista (sono un musicista, suono il violino) e vuole bene a Buck: gli vuole bene, è il suo cane, l’unico che lo accetta per quello che è, che non lo giudica e non gli fa domande.

Come  Bingo, il gatto di Francesco, anche Buck è una creatura saggia e intera che vede per quelle che sono le follie umane, le comprende e le sopporta per istintivo amore. Bingo e Buck anche se (o forse proprio “perché”) umani non sono, nutrono sentimenti forti e generosi e fanno da contraltare dei loro padroni deboli e  chiusi in se stessi.

Buck sa che Luca è solo un bambino infelice che cerca invano di colmare i suoi vuoti, così infelice da invidiare Loris, amato nella sua sfortuna: voleva essere guardato, considerato, toccato, esattamente come quel ragazzo lì, quel ragazzo sfortunato. Voleva una madre che lo amasse pure a lui… Non a caso, mentre parte per allontanarsi da tutto, per non esserci, è proprio da un nuovo Loris che pensa di tornare un giorno, per dirgli che è suo padre.

Nell’elenco dei nomi che costituiscono l’indice ci sono due grandi assenti: Ida e Amedeo. Perché? Forse perché sono i “motori” della storia e non semplici personaggi? L’ellissi serve a rafforzare la presenza? Vediamoli più da vicino.

Ida è l’unica figura femminile  del libro a non essere madre, eppure è quella più capace di “generare”: la sua capacità di amare in modo assoluto e assolutamente semplice  la rende capace di accendere in Francesco la scintilla del cambiamento che piano piano contamina e trasforma tutti i componenti della storia. Ida, come Glauce, è una creatura primaverile, delicata e pura, ma non è fragile come l’infelice sposa di Giasone: la verità degli adulti, il loro ossequio alla conformità sconquassano la sua vita, ma non la spezzano, come invece fanno con Glauce. Ida si salva perché non rinuncia al suo amore, non lo lascia contaminare dalla mediocrità e dalla grettezza degli altri, Amedeo compreso, un altro giovane “eroe” bello e immaturo (come Giasone) che si fa travolgere dai doveri sociali o dalla “ragion di stato”, rinnegando l’amore. Nella lettera in cui ricorda il giorno del matrimonio di Amedeo con Gina (che diventerà la madre di Francesco), il dolore di Ida è lancinante. Quella volta l’amore e l’odio si mescolano e l’odio sembra prevalere sull’amore: eppure  lei riesce a descrivere con affetto Gina (pur con una punta di umanissimo orgoglio: la figlia della contadina sembrava lei, non io) una ragazzina con le guanciotte rosse, così diversa dalla donna che rivedrà anni dopo, descritta in un’altra lettera, una moglie  ingrassata, con un marito che le sta alle spalle e un figlio che le somiglia solo in qualcosa. Le due lettere raccontano la forza di Ida, la sua capacità di trasformare sempre il negativo in positivo, il rancore in compassione, l’odio in amore.

 

Si chiamava Gina, aveva qualche anno meno di te e una fonderia che avrebbe aiutato le finanze della tua famiglia. La figlia della contadina sembrava lei, non io, con le guanciotte rosse, i vestitini tirati sul petto e sui fianchi, la faccia tonda, i capelli da brava figliola. La vidi il giorno del fidanzamento, ché venne su con suo padre e sua madre, e poi un altro paio di volte.

Il mattino del vostro matrimonio sentii le campane dalla cucina di quella che, ancora per poco, sarebbe stata la mia casa. Non mi affacciai, continuai a pulire il pavimento, pensando che non stava accadendo. Amedeo è mio, mi dicevo, mio, solo mio, è mia la chiazza di sudore che il sole gli forma sotto le ascelle, è mia la frangia scompigliata dal libeccio, sono mie le dita intrecciate nella tasca del paltò. Amedeo è con me che vuole stare, nell’angolo di soffitta che è l’universo intero, noi soli, il fuoco in mezzo, e tutto il resto fuori. Mi dicevo no, dai, non è possibile, vedrai che ci ripensa, vedrai che te lo ritrovi sulla porta. Ma ti sposasti, successe, le campane alla fine smisero di suonare, il riso si posò sul sagrato e i piccioni scesero a beccarlo, le mie unghie si spezzarono sui commenti dei mattoni, i polpastrelli sanguinarono, io rimasi china a strofinare col bruschino, dando le spalle al mondo perché non mi vedesse piangere, rimasi sola a chiedermi com’era che respiravo ancora e se il freddo che sentivo dentro sarebbe cresciuto fino ad uccidermi. «Potessi io morire durante il tuo viaggio a Capri» mormoravo. Volevo chiudere gli occhi e stendermi in una bara, i capelli sciolti, un bel vestito addosso, i fiori fra le dita, come Ofelia impazzita per Amleto. Forse saresti venuto a vedermi, avresti pianto. «Che il mare t’inghiotta» ripetevo, «che ti uccida, che il traghetto si sfracelli sui Faraglioni, che tu sia maledetto. Spero che lei ti renda infelice, sì, spero che tu sia infelice per tutta la vita.»

 

Pensavano che non ti avessi più in mente perché ridevo e chiacchieravo con lei, con Paolina che m’era rimasta amica, con mio cognato Natale, invece non c’era giorno che non ricordassi l’odore di sale e di barche, specialmente quando il fine settimana venivo in città a trovare mia sorella e già lì da Colline mi arrivava il vento di mare. Ricordavo la chiazza che il sole ti formava sotto le ascelle, mentre camminavi con la giacca di traverso sulle spalle ed io, intanto, gettavo intorno sguardi per paura che ci vedessero. Ricordavo i tuoi capelli agitati dal libeccio, la mano intrecciata alla mia nella tasca del paltò. Sono immagini che continuo a ripeterti perché mi si sono conficcate dentro, anche ora che tante cose non le rammento più come vorrei. Per me eri sempre come ti avevo conosciuto io, con la camicia alla moda di prima, con la zazzera che ancora ti cadeva liscia e nera sull’occhio, e con lo stesso odore di sole sulle mani; il tempo si era fermato a quando eravamo giovani, a quando c’incontravamo per le scale e all’angolo della strada.

Invece il tempo passava, passavano i giorni, i mesi, gli anni, io cucivo, affondavo le mani e gli occhi nei punti e mi mancavi quanto manca il sole fra le gole buie delle montagne, ma non lo dicevo a nessuno e fingevo di essere felice di tutto, della casetta, del lavoro, della nipote che mia sorella aveva partorito. Volevo scappare dalle colline e tornare in centro, come aveva fatto mia madre tanto tempo prima, correre sotto casa tua e buttarti giù dal letto dove dormivi con tua moglie.

Poi, una mattina ch’ero scesa in città con la corriera, ti vidi al mercato. Eri con tua moglie e con tuo figlio. Tua moglie era ingrassata ancora, tu cominciavi a spiazzarti sulla fronte. La frangia non c’era più, per compensare portavi i capelli un po’ lunghi dietro ma erano radi. Stavi alle spalle di tua moglie mentre lei sollevava oggetti dal banco per guardarli meglio. Tenevi per mano tuo figlio senza parlargli, avevi lo sguardo insofferente. Io ero all’incrocio fra i barroccini, volevo incedere sdegnosa davanti a te, come quando mi vestivo per le signore e attraversavo lo stanzone di Rosachiara con tutti gli occhi puntati addosso, invece mi nascosi dietro le tovaglie appese, calai i capelli sugli occhi, rialzai il bavero del soprabito.

Tuo figlio ti somigliava ma aveva preso qualcosa anche da sua madre. Lo tenevi per mano come se ti aggrappassi a un salvagente, come se  il padre fosse lui e tu un bambino o un vecchio, non l’Amedeo che conoscevo io, ma uno misero, grigio, rassegnato. Tornai a casa e cercai il tuo numero sull’elenco. Non lo avevo mai fatto prima.

 

Diversamente da Glauce, Ida non si lascia “uccidere” da Giasone ma, diversamente da Medea, neppure lo uccide dentro di sé o cerca di punirlo, non si lascia agire dall’odio: lei continua ad amarlo, ad amare e così salva se stessa, lui e tutto ciò con cui viene in contatto. Rosanna, la sorella di Michela, ricorda Ida in questa capacità di amare che la porta a superare i propri limiti, a dominare la paura per essere finalmente madre e persona.

 

Ha paura, ancora la stessa maledetta paura di sempre, ha paura di tutto ciò che può accadere e persino di ciò che è già accaduto. Ha paura di essere figlia e di essere madre, ha paura di somigliare a Neda e a Michela, di non saper dimostrare l’amore che prova. Ma lo ama, ama questo bambino.

“Non so se sarò tua madre, non so se saprò esserlo fino in fondo. Ma ti amo, ti amo e  non m’interessa come sei nato, ti amo e basta. Stai sereno, bimbo mio, vedrai che tuo padre prima o poi torna. E vedrai che tua madre se la cava. Forse.

 

Amedeo entra in scena attraverso lo sguardo del figlio Francesco. Nel libro i personaggi vengono presentati da altri personaggi e Amedeo è quello descritto da più voci. La prima è  appunto quella di Francesco. Per lui Amedeo è un  padre  severo che gli metteva una mano sulla spalla solo per farsi fotografare e che non era mai contento dei voti che portava a casa, e un marito distante, che vive in una casa piena di silenzi. Ma da subito, proprio attraverso lo sguardo del figlio, si intuisce che Amedeo non è solo questo. Ci sono degli indizi. C’è un famoso materasso che suo padre insisteva per portare giù, nel fondo dove trascorreva tutte quelle ore di pomeriggio dopo il lavoro; c’è quella strana abitudine di farsi sempre la barba dopo mangiato; ci sono quelle scarpe di cuoio marrone che anche da vecchio, quando ormai non si sbarbava più, continua a tenere lustre, a lucidare con la ceretta. È ciò che rimane del ragazzo elegante e scanzonato, col soprabito color cammello, la cravatta un poco allentata, una zazzera di capelli neri più lunghi del dovuto che ha fatto innamorare Ida tanti anni prima. Per lei Amedeo è da subito l’Uomo, il suo uomo dalla voce forte e bella, che le punta in faccia due occhi neri ch’erano due fanali. Michela, invece, vede Amedeo  solo com’è diventato, un vecchio, un anziano come tanti ma non di quelli simpatici, chiuso nel suo ruolo di suocero, utile – solo utile – che si occupa del nipote, fa la spesa, paga le bollette e poi se ne torna a casa sua. E forse anche per Francesco gli indizi resterebbero solo indizi e il padre solo una figura severa e sbiadita se non ci fosse l’incontro con le lettere di Ida, che trova per caso mettendo a posto la casa di Amedeo dopo la sua morte.

 

Ecco un pacco di lettere, tutte simili, mantrugiate, sporche, evidentemente lette e rilette. Ne prende in mano una a caso, la prima che gli capita. Ha un vago sentore di cipria, di spigo stantio, di roba da donna vecchia. (...)

Ora ha in mano una pagina vergata con una calligrafia strana, che ricorda quella antica che hanno tutti i vecchi, ma pende verso destra e sembra scritta da qualcuno ubriaco o malato.

Non mi sono fatta più viva dall’ultima lettera, quella nella quale ti ho mandato la fotografia di me coi fiori, scattata quando ero giovane e ci siamo conosciuti, ma la mia mente se ne va e ti scrivo prima che si oscuri di nuovo e torni il buio. (...) amore mio, mio unico amore, e loro dicono che devo morire e io ho paura perché non so più chi sono e allora vado a imbucare la lettera prima di dimenticare dov’è la cassetta della posta.

 Tua Ida. Sì, è il mio nome, questo lo so, mi chiamo Ida.

 

Il primo istinto di Francesco è non andare oltre: “Ok”, pensa, “ Amedeo era mio padre. Ok, questa donna lo ha conosciuto e forse amato. Il passato è passato, certe cose stanno meglio sepolte”. Ma vuole sapere, ne ha bisogno…

Perciò decide di andare avanti. È il primo passo verso il cambiamento, l’inizio della trasformazione, segnato nella scrittura (la magistrale scrittura di Patrizia) da quel Ma collocato dopo il punto fermo, a segnare il distacco da ciò che precede e dal passato.

 Così Francesco continua a leggere, non per suo padre o per sua madre, per sé, perché in quelle lettere ha intravisto una scintilla … qualcosa che capisce di avere cercato da tanto tempo, qualcosa di cui ha bisogno e gli mancava. E  sente che ora ha qualcosa in mezzo al petto, qualcosa che fino a ieri non c’era: il padre ritrovato, il nonno nascosto di Loris, comincia ad “agire” e gli permette di “origliare se stesso”, come direbbe Bloom, cioè di ascoltare e riconoscere la propria voce interiore,  di  immaginare un se stesso possibile.

Ma chi tocca profondamente Francesco, più del padre, è Ida, una donna che lascia il segno, un’unghiata: di lei si sente quasi innamorato, è anche la sua Ida ormai. Così, leggendo il racconto dell’abbandono, sente il suo dolore e diventa insieme padre e figlio:

 

Il cuore di  Francesco sta battendo forte, vede Ida davanti alla porta, i capelli sciolti, le spalle che tremano. Sente il suo dolore. Vede anche suo padre … è giovane come nella foto, ha l’espressione sgomenta, lacerata, e sta scuotendo la testa. “No, babbo, no, non lo fare” vorrebbe gridargli “non dire no, c’è un’altra possibilità, diventa davvero Amedeo, diventa  quello che lei vuole, abbi coraggio, è la tua possibilità, ce l’hai ancora” Ora è lui Amedeo, e compirebbe senza alcun indugio o timore quel passo difficile – far entrare in casa Ida, chiuderla nelle sue braccia, baciala sui capelli morbidi, difenderla da chiunque. Ora è tutto semplice e possibile.

 

Ed è su questa apertura al “possibile” che, tempo dopo, dopo altre lettere e altre vicende, termina il lungo viaggio di Francesco. Ancora una volta la scrittura sottolinea con un Ma la trasformazione in atto, il cambiamento di prospettiva.

 

Magari, se un giorno riprenderemo a vivere insieme, Michela e io, torneremo a non vederci, a non ascoltarci … Ma c’è un sussurro ora nella sua voce che mi è caro, che raggiunge quella parte di me dove lei è ancora quella di un tempo.

Sono parole che echeggiano quelle dell’ultima lettera di Ida e che il destino e Francesco porteranno a compimento

 

Amore… ora non ricordo il tuo nome, sulla busta però l’ho scritto giusto, accanto all’indirizzo. (...) Amore… è quello che volevamo, no? Vedi, ci siamo riusciti a invecchiare insieme, a morire insieme. Mi guardavi negli occhi e dicevi insieme, sempre insieme, figli, nipoti, cane, sì, anche noi col cane, e poi seppelliti vicini. Ti amo, amore, non mi ricordo tutto per bene, non mi ricordo chi sei, non so più il tuo nome, però ti amo, ti ho sempre amato, ti amerò sempre.

 

Ci sarà questo nuovo inizio? Si potrà dire, con Andrea Chenier, “è dal dolore che a me venne l’amore”? Dopo la purificazione dell’autunno e il sonno dell’inverno, ci sarà finalmente una primavera? Sta a chi legge immaginare il seguito della storia, cercandone accenni e indizi nelle pagine del libro e nelle strategie testuali dell’autrice. Una cosa però mi sento di affermare a conclusione di questo viaggio tra il dire e il non dire, fra il mostrare e il nascondere, e cioè che tutte le storie narrate, drammatiche, intense, emozionanti, ma anche amare e impietose, sono tutte storie d’amore. Perché, secondo me, il vero protagonista di Una casa di vento è l’Amore, quello che, per dirla con Dante “muove il sole e l’altre stelle”. L’amore in tutti i suoi aspetti e sfumature, non certo solo l‘amore romantico o l’amore luminoso. L’amore di cui parla Patrizia è a volte durissimo e crudo. Del resto, per tirare in ballo ancora Dante, lui che inizia e conclude la sua Commedia parlando di Amore, ci ha fatto conoscere tutte le sue sfumature, da quello che redime dal male a quello che al male conduce e uccide l’anima e il corpo. Ed è l’Amore che trionfa alla fine del viaggio che l’ha fatto sprofondare nell’inferno e scalare la montagna del purgatorio prima di approdare alla luce. Un viaggio voluto da una donna che lo ama così tanto da lasciare il Cielo per dargli soccorso. Il viaggio di Dante è il viaggio di un credente sorretto da una fede senza dubbi, la fede granitica e intera del suo secolo. Per chi, come Francesco, Michela, Luca, Rosanna - come noi - vive in questo secolo “liquido”, credere nell’Amore che redime, nell’Amore come dio che vince la morte del corpo e dell’anima, non è semplice. Quello che Patrizia fa in questo libro è raccontarci un amore non perfetto, non luminoso, non divino, un amore squassato dal vento, terrestre e solo possibile, ma forse proprio per questo capace di farci da guida, perché tanto ci somiglia e perché, come dice Francesco “ Quando uno ha l’amore, babbo, se lo deve tenere stretto, perché non c’è altro, davvero non c’è altro, credimi”.

 

 

 

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David Marsili, biologo e musicista, a tempo perso scrittore

7 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

David Marsili, biologo e musicista, a tempo perso scrittore

Vi faccio conoscere un giovane scrittore livornese che posso vantarmi di aver scoperto, anche se - come diceva Franco Franchi - chi scopre per davvero è soltanto la levatrice. Ma a parte le contaminazioni cinematografiche di cui non riesco a fare a meno, voglio presentarvi David Marsili, classe 1973, un biologo che si occupa di sicurezza sul lavoro e di ambiente nel settore chimico. Musicista fallito (ha fondato alcune band locali dalla fine degli anni Ottanta senza molto successo), da alcuni anni si dedica alla narrativa. Nel titolo dico - scherzosamente - a tempo perso, ma in realtà lo fa in maniera professionale e con buon successo di critica. Autore che nasce con impostazione noir, riesce a descrivere i problemi del quotidiano usando e contaminando i generi letterari. Ha pubblicato i romanzi Viscere - L'indifferenza della notte (Il Foglio Letterario, 2008) e Uomo di Tungsteno (Il Foglio Letterario, 2011), ma anche diversi racconti in antologie livornesi (Siuski, 2009; Presenze di spiriti, 2010; Sassoscritto, 2012) per Edizioni Erasmo e un racconto con Perdisa Pop. Ricordiamo una sua breve novella vincitrice del concorso letterario bandito da Il Tirreno. Sta scrivendo un racconto di ambientazione piombinese per l'antologia Raccontare Piombino, in uscita per Il Foglio Letterario. I am the resurrection, in uscita per la nuova collana Demian de Il Foglio Letterario (in brossura ed e-book), è anche l'assaggio del terzo romanzo in lavorazione. Pubblichiamo due brevi racconti inediti.

La situazione in pugno

- Dottore, sono tutti in sala. La stanno aspettando.

L'Amministratore Delegato si allentò leggermente il cappio Burberry, e si diresse verso la finestra. La segretaria ne approfittò per sbirciare sul brogliaccio degli appunti del capo. Ghirigori e disegni senza senso.

- Vada pure, Sheila. Arrivo subito.

Sheila si morse leggermente il labbro superiore e si diresse verso la sala riunioni.

Nel discorso dell'AD, i problemi diventavano problematiche, i tempi tempistiche, i documenti documentazioni. Come se l'aumento sillabico rendesse più importanti e solenni gli argomenti, anzi le argomentazioni, per giustificare la scelta.

La scelta, disse ancora, era improcrastinabile. Ne andava del destino di tutti. E una volta presa, sarebbe stata irreversibile.

- Bene, è ora di decidere. Questa sarà la scelta che cambierà le vite di tutti noi, e non solo.

Dopo aver ricevuto occhiate d'approvazione da tutti i membri del consiglio, guardò la segretaria alla sua destra e prese a tamburellare sulla ventiquattrore di pelle, che la donna teneva in grembo.

- Sheila, tiri fuori i dadi.

- Vuole dire…i dati?!

- No, Sheila. Ha capito bene. Presto, non c'è altro tempo da perdere. Dio non gioca a dadi. Io sì.

Il piccolo cubo di legno fece eleganti moti di rivoluzione sul tavolo di vetro. Barcollò incerto, rimase sospeso su un vertice, poi riprese a piccoli giri e andò a fermarsi in un angolo buio, nero liquirizia, ai margini del piano. La mano dell'Amministratore era ancora sollevata a mezz'aria, fiera e responsabile della sua azione.

E tutti si sporsero in avanti, le cravatte afflosciate sul tavolo, a cercare di leggere il loro futuro sulla facciata superiore del dado, in piccoli dischetti d'avorio sbiadito.

Percorso archetipo del suicidio (presso Charleroi)

Siamo nel 2012, ma potremmo essere anche nel '56, almeno per come me l'hanno raccontato.

Poche cose sono cambiate, i mattoni delle case sono ancora anneriti dalla fuliggine, anche se le miniere di Marcinelle sono chiuse da tempo. Come sempre, il cielo si ferma ogni ora a pisciare.

Mi riparo sotto un portico, in una via deserta. La pioggia è aumentata e le mie scarpe estive imbarcano acqua. Mi viene da alzare lo sguardo verso le facciate. Attraverso una vetrata scorgo dettagli di una vita squallida. Solitudine e masturbazioni contro lo sfondo di carte da parati deprimenti. Corridoi angusti su terrazzini incompatibili con la vita, che trasmettono solo la voglia di gettarsi di sotto una volta per tutte.

Il Belgio è un paese che c'è sempre un momento in cui sei solo.

Uno squarcio di cielo. Riprendo a camminare e, visto il sole che di nuovo ha ripreso la scena, decido di fermarmi per una trappista al tavolino di un bar. Ne ordino una brune, mi siedo e aspetto. I piccioni occupano tavoli vuoti, mentre accanto a me una donna allegrotta e non troppo giovane ride, cinguetta e si contorce tra due individui unti e non meno ubriachi.

Poi una vecchia esce dal bar tutta trafelata e attraversa la strada; probabilmente non ha pagato il conto. Il cameriere che mi ha appena servito le corre dietro. Iniziano a urlare, a offendersi. Poi il cameriere le sputa addosso e torna indietro, con gesti e parole indirizzate al nulla.

Guardo con sospetto la mia birra.

La donna allegrotta e non troppo giovane ride. Assaggio la birra e mi dà una sensazione di annacquato. Due ragazze si siedono a un tavolo davanti a me, una di loro si lamenta dei piccioni. Fa un gesto di fastidio con la mano.

"Ho paura degli uccelli" dice alla sua amica.

"Anche di quelli di notte?" commenta ad alta voce la donna allegrotta e non troppo giovane. I due uomini unti se la ridono grassa.

Pago e mi allontano. Sento qualche risata alle mie spalle, ma non mi volto. Non voglio grane.

Salgo verso una strada che sembra promettere qualcosa di meglio. Sul cornicione di un supermercato, ragazzi suonano musica elettronica. La cosa mi piace, mi fa sentire meno solo. Il cielo della Vallonia, però, ha ancora voglia di pisciare. Lo scroscio arriva forte, i ragazzi staccano i cavi e spariscono in una finestra. La strada è di nuovo vuota. Ogni tanto passa qualcuno; gente brutta, grottesca. Denti erosi dall'acqua povera di calcio.

La piazza centrale è un acciottolato senza soluzione di continuità tra il marciapiede e la strada. Gli automobilisti sfrecciano in traiettorie improbabili; tra i cartelli non ce n'è uno a piombo.

Camminando per le vie periferiche, la costrizione al petto aumenta. Nelle vetrine, sporche e senza illuminazione, sono esposti oggetti casuali. Cose rotte, scherzi di carnevale fuori stagione e oggetti con riferimenti sessuali fuori da qualsiasi stagione. Oltre i vetri di quelle botteghe sinistre, non ti stupiresti di trovare bambine legate e nude e denutrite. Forse è per questo che non ci sono negozi di giocattoli, in giro. Una forma di pudore verso le Marcinelle note e quelle mai conosciute dalla stampa.

Immagino le vie d'uscita da una nascita in questa città. Diventare pedofilo, serial killer o, ancora peggio, farsi rasare a zero facendosi lasciare solo un disco di capelli in cima al cranio da uno di questi parrucchieri marocchini di periferia. Oppure studiare economia o chimica e fuggire.

Invece, in questo strano percorso di vita, io ci sono arrivato ora, e il fatto è che ci devo stare almeno due anni. Senza una donna, senza un amico, e con il fardello che mi porto addosso. Inizio a meditare seriamente per una quarta via d'uscita.

Scendo di nuovo verso la stazione. Sulle vetrate della cupola vedo la scritta: CHARLEROI SUD. Poi cambia ancora la luce. Arriva un nuovo scroscio, questa volta più forte. Charleroi abSUrDe, penso io. Tentenno un attimo: attraversare la Sambre o cercare un riparo?

Corro verso la tenda di un bar. Mi fermo al riparo dell'acqua. Una nuova tristezza mi assale. I calzini inzuppati m'imprigionano i piedi. Entro nel bar per riscaldarmi un po'.

L'atmosfera è strana: le luci sono deboli, i tavoli distanti, divisi da separé di legno scuro. Mi chiedo quale sia la costante. Ecco, sono tutti uomini. Ora realizzo i due sulla porta. Uno abbraccia l'altro, un tipo sinistro con il capo coperto dal cappuccio di una felpa e vistosi herpes intorno alla bocca.

Ci mancava anche un bar di finocchi.

Niente di personale, ma preferisco uscire nella pioggia. Me la prendo tutta in faccia, nei vestiti, nelle scarpe. Attraverso il ponte sul fiume che sembra un canale industriale. Mi aggrappo alla ringhiera, mi sporgo fuori con tutto il busto. La pioggia mi passa sul collo, sulla schiena, entra nei vestiti, ovunque. Penetra in me e mi diluisce. Sono tutt'uno con il fiume. Basta solo un gesto.

Un pianto leggero. Un pigolio. E' un segnale debole, ma è quello che mi riporta allo stato solido. Ruoto la testa verso destra. C'è una figura scura: una donna avvolta in un mantello impermeabile, seduta su un grosso trolley nero opaco. Non riesco a vederle la faccia. E' piegata in avanti, la donna. Sembra che pianga.

Mi avvicino. Mi abbasso per farmi vedere. Ha capelli corvini, quasi blu, e il trucco sfatto; sembra una bella donna. Appena mi vede la sua espressione cambia. Allarga le braccia e mi stringe a sé.

"Gerard, oh Gerard."

"Signora… Io non."

"Zitto Gerard. Non dire niente. È stata tutta colpa mia."

Mi prende il viso con le mani e poi mi infila la lingua in gola. Sa di liquirizia. Provo ancora a staccarmi ma il suo corpo ora aderisce perfettamente al mio. Mi prende una mano e la porta sulla sua coscia. Sento la scanalatura di un autoreggente.

Non dico niente, è vero, è solo colpa sua e sto al gioco, non è poi così male essere questo Gerard. Gettarsi nel nero di quella donna invece che in quello della Sambre, per farsi mangiare gli occhi da pesci incommestibili e farsi ritrovare in qualche fosso di provincia ancora più triste.

Senza contare, infine, che ha anche smesso di piovere.

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Angeli

21 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                             

 

 

 

Ragazzi, ormai siete con noi da abbastanza tempo per conoscere quali sono le nostre finalità. Stando insieme abbiamo imparato il valore della solidarietà, del prodigarsi verso i più deboli. Aiutare gli altri rende l’animo più leggero e vedere spuntare il sorriso sul volto dei diseredati, di quelli che soffrono o hanno bisogno di aiuto, ripaga di tutte gli sforzi che andiamo a compiere. Voi siete ancora piccoli, ma con noi ci sono anche ragazzi più grandi che hanno fatto tesoro degli insegnamenti su come ci si deve comportare. Il nostro intento è cercare di infondere in voi tutti il seme della solidarietà. La storia che andrò a raccontarvi parla proprio di questo, di uno dei nostri ragazzi che ha lasciato il gruppo perché ormai grande e troppo impegnato con la famiglia. Loro hanno bisogno di lui e lui è felice di stare con i suoi e aiutarli, ma nello stesso tempo si prodiga anche verso gli altri. Questa è la sua storia e spero vi sia d’esempio morale e pratico. Quello che si fa non deve essere sbandierato come un trofeo, l’amore verso il prossimo non deve essere motivo di gloria per chi lo offre, ma deve essere donato in silenzio.  

 

Marco era un ragazzo di montagna, taciturno, scontroso e abituato ai grandi silenzi delle alte vette. La sua vita quotidiana era improntata alla massima semplicità, la coltivazione di un appezzamento di terra, proprietà della famiglia, che richiedeva solo tanta fatica e scarsi  ricavati e le interminabili giornate sugli alpeggi al seguito della mandria. Era un giovanotto alto un metro e novanta e pesava più di un quintale.  Era un vero gigante, robusto e allenato alla fatica. Come tutte le persone della sua stazza, aveva un carattere gioviale e bonario, sempre disponibile con tutti. Il suo sorriso e una innata bontà lo rendevano ben accetto da tutti. Non c’era abitante in tutta la valle che non conosceva la sua mole e la consueta generosità verso il prossimo.

Ringraziava il Signore che gli aveva dato quella corporatura da gigante, diceva che, così, poteva essere più facilmente d'aiuto ai più deboli. Non contento di quanto già faceva, decise di creare una sorta di associazione laica. Da buon friulano non desiderava aggregarsi a nessuna bandiera, a nessuna parrocchia. Non amava le chiacchiere, la pubblicità fine a se stessa. Se c’era bisogno, lui era presente, senza dare nell’occhio, lavorava lontano dai riflettori.

Dopo vari tentativi, alla fine, riuscì a mettere insieme una squadra, formata da lui, due suoi cugini e una coppia di fidanzati, giovani che facevano parte di un altro gruppo di volontari, ma che ne erano usciti perché non soddisfatti del comportamento dei colleghi nei momenti di crisi.

I cugini, valenti meccanici, riuscirono, dopo mesi di lavoro, a modificare un vecchio pulmino scolastico che il comune aveva mandato in rottamazione. Gli rifecero il motore. Chiusero tutti i finestrini lasciandone solo uno per lato, per arieggiare in caso di necessità. Due persone davanti, il guidatore e uno al fianco, altri tre subito dietro.  Tutto il resto dello spazio fu utilizzato per una sorta di magazzino, con tutto il materiale che poteva servire. Una specie d'unità di crisi che si attivava laddove ce ne fosse bisogno. Nel recente autunno appena trascorso, Genova era stata la località più flagellata dal cattivo tempo e il gruppo di Marco fu uno dei primi ad intervenire. Scelsero di proposito luoghi lontano dal centro, dove c’era più bisogno, ma nessuno ci andava perché scomodo arrivarci e poi erano poco visibili dai media. Il logo che avevano scelto da mettere sul furgone, completamente bianco erano due mani che si stringevano come in un saluto e sotto la scritta “Angeli". Dormivano sempre all’interno del furgone, non erano d’impiccio a nessuno. Arrivavano, lavoravano e ripartivano, in silenzio, a loro bastavano gli sguardi di gratitudine della gente che riuscivano a trarre d’impaccio. Marco era infaticabile, quando gli amici prendevano una pausa, lui continuava da solo, si giustificava dicendo che quel lavoro per lui non era niente di faticoso, era abituato a ben altro lassù sui suoi monti.

Rimasero a Genova una settimana, spalando fango, svuotando locali dall’acqua fetida, l'odore della morte aveva impregnato la vita di molte persone. Ripartirono con ancora nelle orecchie il grazie di quanti avevano aiutato. Furono anche i primi ad accorrere dopo il terremoto in Abruzzo, là rimasero molto tempo e lavorare fino all’esaurimento. Ci furono diverse calamità che richiesero la loro presenza e in tutte queste occasioni molti furono quelli che videro il furgone bianco degli Angeli. Il loro nome cominciò a circolare e se ne parlava anche in televisione. Quattro ragazzi autonomi che senza dare nell’occhio si rimboccavano le maniche e si davano da fare.

Ritornarono ancora una volta a Genova per l’ennesimo allagamento. Erano intenti al lavoro, quando arrivò un furgoncino con le antenne, dal quale scesero due persone, una ragazza e un uomo fornito di telecamera

  • Buongiorno ragazzi, finalmente vi ho trovati! Siete irraggiungibili, non state mai fermi! Abbiamo ricevuto molte segnalazioni su di voi, sul vostro lodevole impegno, potete fermarvi un attimo, vorrei farvi delle domande

Marco fu il primo a rispondere, mettendosi davanti alla telecamera, ma di spalle e continuando a spalare.

  • Avete sbagliato strada e anche persone, qui stiamo lavorando, se vi levate davanti forse faremo prima, senza voi che intralciate
  •  
  • Scusa, - rispose indispettita la ragazza -  io devo fare il mio lavoro, la gente vuole sapere chi sono questi angeli che stanno facendo un ottimo servizio per la popolazione. 
  •  
  • Senti, rispose Marco, prima mi devi illustrare per bene quale sarebbe questo tuo lavoro, poi, se vuoi fare un servizio alla comunità, posa quel microfono e mettiti a spalare, tu e il tuo amico, più siamo, più presto faremo, ora cerca di andar via che ci fai perdere tempo. Andate nel centro là ci sono tanti altri gruppi di volontari, vai da loro.
  •  
  • Lo sai che sei uno scorbutico scostumato, io devo intervistarvi, è il mio lavoro, non puoi impedirmi di farlo.
  •  
  • Di grazia, quale sarebbe questo lavoro, quello di importunare la gente che lavora sul serio?  Il tuo cosiddetto lavoro non serve a nessuno. Non è utile! Dire in televisione un nome, non cambia niente, come mi chiamo io, a chi importa? Quello che stiamo facendo si vede, che tipo di domanda cretina vuoi fare? Tu, piuttosto, se ti riesce, cerca di cambiarlo questo lavoro, fai qualcosa di utile per te e per gli altri, non perdere tempo in cose futili. Chi ha perso la casa, il suo lavoro, le tracce della sua vita, non ha né interesse, né voglia di stare lì a guardare una come te che parla di cose che non capisce, se proprio non lo trovi un altro impiego, vieni a trovarmi su in montagna, qualcosa da fare per i tipi come te c’è sempre. Ora scusa, ma devo proprio andare avanti. Tu non vuoi che io impedisca il tuo lavoro, però vuoi ostacolare il mio.

Così dicendo, avanzò di qualche passo davanti all’interdetta ragazza. Nello spalare Marco si girò per buttare il fango di lato, ma buona parte del contenuto della pala finì addosso al cameraman e alla donna con il microfono in mano. Li lasciò lì ad imprecare e avanzò ancora verso l’uscio di un’abitazione, dal quale una donna anziana, che aveva assistito alla scena, stava applaudendo ai giovani e a quel gigante dal sorriso buono.

A fine di giornata, quando si ritirarono nel furgone per la solita frugale cena, pane, caciotta e soppressata, annaffiata da un fiasco di vino, si divertirono a riparlare della scena di quei due imbrattati di fango dalla testa ai piedi.

 

- Sei stato grande, Marco, dissero gli amici – ci voleva proprio. Quei due damerini pensavano di fare i galletti sulle fatiche degli altri, vengono, fanno quattro domande cretine, fanno vedere qualche immagine ed è tutto lì, il loro cosiddetto lavoro.  

Noi facciamo quello che riteniamo giusto, perché vogliamo farlo, non certo perché vogliamo andare in televisione. Ognuno si comporta secondo la propria coscienza, quella gente lì è schiava della pubblicità, dell’ignoranza, dei finti valori, sono figli di una carità pelosa, che deve essere vista, spiattellata in piazza, dibattuta da altri parassiti che, pagati più dei loro meriti, se ne stanno seduti comodamente nelle poltrone e parlano, sparlano e sentenziano a sproposito, su argomenti di cui, non sanno niente. Qualcuno lo sa, ma si guarda bene dal mettersi in gioco   

Noi, fortunatamente, siamo diversi, aiutiamo il prossimo, siamo “ Angeli”.

Sì rispose ridendo Marco:  angeli senza ali!

 

 

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In occasione della morte del lider maximo

27 Novembre 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

RISTAMPA AGGIORNATA DI ALMENO IL PANE, FIDEL! NEL DECENNALE DELLA SUA USCITA

2006 - 2016

Almeno il pane, Fidel! - Cuba quotidiana, il periodo speciale, il potere a Raúl

Historica, 2016 - Pag. 250 - Euro 14.

Seconda edizione riveduta e ampliata di Almeno il pane Fidel!, guida alternativa alla Cuba turistica, da cartolina, che tanto piace al regime. Un libro che rappresenta una sincera analisi di un paese allo sbando che ha abbandonato da tempo il sogno della Rivoluzione Socialista, con un Fidel Castro ormai ridotto al ruolo di mummia da esporre in televisione. Il volume si apre con un reportage di viaggio datato 2005, l’ultimo prima che Gordiano Lupi venisse dichiarato dal regime persona non gradita, si avventura in una ricostruzione della storia cubana, traccia un quadro dei problemi quotidiani e racconta gli ultimi anni caratterizzati dalle riforme di Raúl Castro. Un capitolo finale scritto da Domenico Vecchioni dimostra come niente sia cambiato per il cubano medio nonostante un nuovo rapporto con gli Stati Uniti. Sono pochi gli elementi di novità per una Cuba che vorrebbe cambiare, per un popolo stanco, con il pensiero rivolto alla fuga, annichilito da cinquant’anni di dittatura, incapace persino di ribellarsi. UN articolo finale di Domenico Vecchioni.

IL VECCHIO STRILLO DI STAMPA ALTERNATIVA

Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana nel periodo speciale – Pagine 192 - euro 10,00 – Stampa alternativa – Viterbo, 2006 (esaurito)

Quella raccontata in questa anti-guida, non è la Cuba di cui parlano i cucador italiani a caccia di facili avventure erotiche, e nemmeno quella di cui parlano dai loro pulpiti i frequentatori delle stanze del potere e del comando castrista, da Gianni Minà fino a Diego Armando Maradona, fino ai marxisti nostrani da salotto televisivo. È invece Cuba quotidiana, quella del popolo che dovrebbe vivere con una manciata di dollari di stipendio al mese, mentre una lattina di Coca Cola (che, nonostante l’embargo, si trova a ogni angolo di strada) costa un dollaro. Una Cuba vera, reale, indispensabile da conoscere per chi davvero l’ama e intende visitarla, oppure già c’è stato. Gli argomenti: Il vero volto di Cuba - Appunti di viaggio (luglio 2005), I problemi quotidiani: La disillusione rivoluzionaria, La santería, più di una religione, La comida , Divertimenti e filosofia, La famiglia, I mezzi di trasporto e crisi energetica, La razza cubana, I rapporti tra sessi, L’omosessualità, La prostituzione, Le fughe, Le case cubane, La spiaggia, Il quotidiano, Giochi di strada, Le fiabe, Polizia e diritti umani, Superstizioni, La vita in campagna, La moda, La scuola, L’informazione. Intervista a una jinetera. Tra mito e realtà: La triste fine di Salvator Allende, Cuba libre? Solo una bevanda, Cuba si apre ai gay: l’ultima propaganda, Democrazia cubana e modello statunitense, La verità su Cuba, Notizie dalle carceri di Fidel Castro, Una Cuba post comunista, Fidel Castro tra cinema e realtà, Dissidenti e mistificazioni.

Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz: Machi di carta, Vita da jinetera, Cuba particular – Sesso all’Avana, Adiós Fidel, Il mio nome è Che Guevara, Mister Hyde all'Avana, Il canto di Natale di Fidel Castro, Caino contro Fidel – Guillermo Cabrera Infante, uno scrittore tra due isole. Lavori recenti di argomento cubano: Nero Tropicale, Cuba Magica – conversazioni con un santéro, Un’isola a passo di son - viaggio nel mondo della musica cubana, Orrori tropicali – storie di vudu, santeria e palo mayombe, Avana Killing, Mi Cuba, Sangue Habanero, Fame - Una terribile eredità, Fidel Castro – Biografia non autorizzata. Ha tradotto La ninfa incostante di Guillermo Cabrera Infante, La patria è un’arancia di Felix Luis Viera, Fuori dal gioco di Heberto Padilla (2011), Il peso di un’isola di Virgilio Piñera, Hasta siempre Comandante - Opera poetica di Nicolas Guillén. I suoi romanzi Calcio e acciaio - dimenticare Piombino (Acar) e Miracolo a Piombino - Storia di Marco e di un gabbiano (Historica) sono stati presentati al Premio Strega.. Sito internet: www.infol.it/lupi - mail: lupi@infol.it.

POSTFAZIONE PERSONALE

Perché scrivo poco di Cuba

Non mi occupo molto di Cuba da un po’ di tempo a questa parte. Qualcuno mi fa notare che è un male, che potrebbe essere interpretato come un segnale di un certo tipo. Bene. Mi fa piacere che qualcuno abbia a cuore le sorti di quel che dico e di quel che faccio, più di quanto le abbia a cuore io. Vorrei spiegare anche a me stesso il motivo per cui mi occupo meno di Cuba da un punto di vista politico, ma non smetto di leggere e tradurre letteratura cubana, né di vedere pellicole caraibiche, né di ascoltare buona musica che proviene dall’Isola. Vorrei spiegarmelo il motivo, ma non ci riesco, almeno non ci riesco in maniera convincente e definitiva.

Provo a buttare lì qualche argomento, ma si tratta solo di esempi.

In Italia vivono moltissimi cubani, quasi nessuno fa politica, pochi conoscono l’esistenza dei blogger indipendenti, la maggioranza dei cubani esuli pensa solo a mandare soldi a casa, cercando di avere meno problemi possibili con il regime. Parola d’ordine: “Non mi occupo di politica!”. Io, in compenso, per scrivere della loro terra, ho perso la possibilità di rientrare a Cuba.

I dissidenti cubani spesso non sono migliori di chi li governa (male), molto spesso raccontano balle degne di Fidel Castro (che almeno le sapeva dire), in tanti casi inventano di sana pianta, diffondono cattiva informazione, rendono incredibili persino le cose credibili. Per esempio, la stampa alternativa racconta la storia di un’attrice cubana picchiata a sangue da agenti in borghese perché colpevole di simpatie anticastriste. Come si fa a prendere la notizia per oro colato, visti i precedenti? Chi mi assicura che la verità stia nei racconti dei dissidenti e non nella versione ufficiale di una donna malmenata per una lite dai vicini di casa? Mi pare che una volta l’abbia scritto Leonardo Padura Fuentes (voce autorevole della cultura cubana): “Servirebbe una vera stampa libera e indipendente perché sia i giornali di regime che i periodici alternativi non sono affidabili”.

Aggiungiamo un’altra postilla.

Mi scrivono da una località italiana dove organizzano un festival di cinema che vorrebbero invitare Yoani Sánchez e proiettare Forbidden Voices, la blogger cubana dovrebbe parlare anche a nome della blogger cinese e di quella iraniana. Ora, a parte che io non sono l’agente di Yoani ma solo il traduttore, mi domando come potrebbe Yoani Sánchez parlare a nome di situazioni che non vive e che non conosce? Forbidden Voices è un buon film di cui per primo ho parlato in termini entusiastici, ma fin da subito ho sottolineato che tra un dissidente cubano e un cinese (o iraniano) corre una differenza abissale in termini di rischi e di sicurezza personale.

Concludiamo dicendo che ultimamente il blog di Yoani Sánchez non è che regali quelle perle di originalità, di realismo e di letteratura che in precedenza aveva elargito ai lettori. Crisi? Aggiungo: crisi sua o crisi mia? Non ho certezze, come vedete, ma solo tanti dubbi, che affiorano e che da un po’ di tempo a questa parte si sono fatti insistenti, inquietanti, opprimenti. E la cosa mi pesa, se non ne scrivo, con grande franchezza, come sono abituato a fare. Anche perché - a differenza di molti, schierati per interesse da una parte o dall’altra - non ho in ballo niente da tutelare, né il mio nome, né la mia credibilità, né un posto di potere, né una carriera costruita su menzogne e incantamenti.

In ogni caso, lontano da Cuba, ho riscoperto il cinema italiano del passato, le pellicole che ho sempre amato, mi sono dedicato a un’altra delle passioni della mia vita, la sola cosa che mi accomuna al grande Guillermo Cabrera Infante. E mi sono occupato della mia piccola Piombino, la mia città, riscoprendo la sua storia, le sue leggende, il suo passato. Sono andato alla ricerca del tempo perduto, consapevole che parte di questo tempo passa anche lungo le strade polverose di Cuba, nonostante tutto.

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C'era una volta la Romagna: “le mucche”

21 Marzo 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

 

 

Il nonno aveva una piccola stalla piena di mucche e ne era orgoglioso, le curava, le puliva, dava loro da mangiare e da bere, due volte al giorno mattina e sera, prendeva una piccola seggiola e si accostava per mungerle. Si sedeva nella posta, poggiava la testa contro il ventre della vacca che lo lasciava fare calma e paziente, poi iniziava a tirare le mammelle ora una, ora l'altra, fino a farne uscire un lungo schizzo di latte che finiva caldo e schiumoso dentro il secchio tenuto stretto fra le ginocchia. Lo schizzo colpiva l'alluminio del secchio con forza e provocava un suono metallico, schizzo dopo schizzo ne usciva una specie di musica che calava di intensità mano a mano che il secchio si riempiva.

Mi raccontava mia madre che durante i lunghi inverni di neve e gelo, ben prima dell'avvento della televisione, le stalle erano state per le famiglie contadine il punto di ritrovo serale. Si andava “a veglia” una sera da una famiglia e una sera dall'altra per stare tutti insieme e le stalle diventavano il centro della vita sociale e familiare. Fuori nel cielo sereno splendeva fredda la luna e dentro si sentiva il vento fischiare da un vetro rotto o dalla fessura di una porta, mentre le mucche, sdraiate, ruminavano piano, e ogni tanto qualcuna lasciava andare un rumoroso respiro che faceva compagnia. Con il caldo delle bestie e la luce di un lume a petrolio, le donne filavano la lana, la nonna era maestra nel far “prillare” il fuso, rammendavano, lavoravano ai ferri creando calzini, guanti e sciarpe, mentre gli uomini, aggiustavano gli attrezzi, intrecciavano ceste di vimini, facevano scope di saggina e quando era festa suonavano l'armonica e giocavano a carte.

A tenere banco però erano i racconti dei vecchi, una sorta di libro orale tramandato di padre in figlio, dal quale trarre favole che i contadini, molti dei quali analfabeti, pur non sapendo leggere, raccontavano benissimo. Le nonne narravano storie di morti che vagavano nella loro terra senza pace, di folletti e di spiritelli che popolavano le campagne e, durante la notte, si infilavano nelle stalle per fare dispetti, così la mattina facevano trovare le criniere dei cavalli annodate in piccole trecce.

La campagna era piena di luoghi dove dicevano che “ci si vedeva” e “ci si sentiva”, specialmente di notte lungo le strade fiancheggiate da siepi o nei pressi di mulini e sotto i ponti.

I bambini più grandicelli ascoltavano a bocca aperta, un pochino spaventati, tornando a casa, a passo svelto, non si allontanavano mai dai genitori e si guardavano intorno circospetti, tenendosi per mano, perché una volta in campagna la notte era veramente buio, un buio nero, avvolgente, che oggi non possiamo nemmeno immaginare.

Quando arrivava l'estate le mucche venivano portate all'aperto, lungo il dorsale della collina c'erano distese di terre non coltivate che, adibite a prato, servivano per il pascolo. Si usciva la mattina ben presto, dopo la prima mungitura, la strada era lunga ma le mucche pareva sapessero da sole dove andare. Il nonno per farsi aiutare addestrava dei cani da pastore. Li chiamava tutti Lupo, perché appena uno invecchiava un poco, aveva sempre un altro cucciolo che lo affiancava e imparava il mestiere. Lupo e Lupino, i comandi secchi, dati in dialetto, facevano scattare i cani che, di corsa, scodinzolanti, andavano davanti al branco e, abbaiando, radunavano le mucche per condurle dove l'erba era più fresca e soprattutto lontano dai campi coltivati a trifoglio, perché, anche se le bestie ne erano golosissime, le faceva gonfiare e stare male.

Ricordo un'estate, il cane era vecchio, si ritirava sotto un carro, dove trascorreva quasi tutta la giornata, raramente ne usciva, non voleva nemmeno mangiare, quasi sentisse di non poterselo più guadagnare. Il Lupo giovane la mattina gli andava vicino festoso, lo annusava e abbaiando lo invitava ad uscire per accompagnare le mucche al pascolo, lui si girava dall'altra parte con gli occhi umidi, le orecchie basse e il muso appoggiato per terra. Solo a sera, al ritorno del branco, si rizzava faticosamente e muoveva qualche passo. Quasi cieco, mezzo sordo, usciva da sotto il carro e aiutava, abbaiando stanco, a far rientrare le mucche nella stalla, poi con la coscienza di aver assolto al suo dovere, ritornava quieto sotto il carro. Una mattina andai a portargli la scodella del latte, ma Lupo non si muoveva, non alzò il suo “musone” triste per salutarmi. Chiamai urlando lo zio che, venuto, alzava le zampe una ad una e le lasciava cadere, “l'è mort” disse senza tante cerimonie e, presolo per la coda, lo tirò fuori da sotto il carro. Lo sollevò tra le braccia e tutti in fila, in silenzio, andammo a seppellirlo sotto una siepe di biancospino. Io faticavo a trattenere le lacrime, mia cugina raccolse alcuni fiori gialli dal campo e li posò sulla terra mossa.

A primavera quando improvvisamente la siepe fiorì, immaginai che fossero le chiazze bianche del pelo di Lupo ad aver ammantato i rovi. Ho imparato tanto nelle mie estati in campagna, le cose belle mi hanno insegnato ad amare la vita, le brutte invece ad affrontarla.

Spesso durante il giorno era nostro compito andare “dietro “ le mucche, il nonno ci diceva come e dove portarle e il Lupo di turno, bravissimo, faceva il resto. Noi in realtà giocavamo, facendo capriole nei prati e la sera quando calava il sole ci avviavamo verso casa, le mucche si fermavano al laghetto per abbeverarsi a lungo e durante l'ultimo tratto in salita io e mia cugina ci facevamo trainare attaccandoci a una coda. Arrivati sull'aia a noi spettava il bagno, e al cane la zuppa, a cui si avvicinava rigorosamente soltanto dopo essersi sincerato che ogni bestia fosse sistemata nella sua posta. Allora si sdraiava, esausto, al riparo da tutti e rosicchiava per ore il suo osso che teneva stretto tra le zampe anteriori. Gli piaceva farsi accarezzare dalla brezza serale, disteso vicino la stalla con la testa in ombra e la schiena verso il tramonto, la coda si agitava, spazzando la terra e sollevando la polvere, appena passava un bambino.

Una sera, ricordo, c'era fermento intorno alla stalla, una delle mucche doveva partorire e noi bambini curiosi ci eravamo precipitati all'interno dove, seduti in prima fila su una balla di fieno, guardavamo lo zio che fungeva da veterinario. Arrivò il nonno, arrabbiatissimo, guardandoci truce e agitando il cappello come faceva quando scacciava le mosche, ci mandò via in malo modo, perché “non erano spettacoli adatti ai bambini”. Ovviamente nessuno di noi pensò minimamente di ubbidire, troppa era la curiosità di vedere un parto in diretta. I più piccoli volevano sapere se avrebbero visto sant'Antonio Abate in persona portare il vitello, perché questa era la versione che raccontava loro la mamma ogni volta che al mattino trovavano un nuovo nato nella stalla. A spinte e gomitate ci sistemammo, assiepati fuori da un finestrone proprio di fronte alla posta dove giaceva la mucca con le doglie. Restammo colpiti a vedere lo zio che si accertava della salute dell'animale e la accarezzava con la stessa dolcezza che usava con noi bambini. La mucca era accovacciata al suolo e mandava muggiti sempre più forti e angoscianti. Una sacca d'acqua color giallastro pendeva da sotto la coda. Gli occhi attoniti, la bocca aperta, trattenevamo quasi il respiro, il momento era giunto, vedemmo prima comparire le zampe anteriori del vitello e subito dopo il naso. La vacca muggiva straziata per il dolore e faticava a fare uscire il suo piccolo, allora lo zio, svelto, accertatosi che fosse disposto in maniera corretta, legò i piedi con una corda e l'aiutò tirando forte. Fu questione di pochi secondi e sgusciò fuori il vitellino tutto ricoperto da una pellicola biancastra. Lo adagiarono vicino alla madre, che cominciò a leccarlo e pochi attimi dopo era asciutto, pulito e tentava di mettersi in piedi, cadendo goffamente sulle ginocchia. Ci abbracciammo, eravamo contenti, le gote rosse per l'emozione. Guardavamo il vitellino, in adorazione, come se fosse figlio nostro. Tra gli adulti spesso sentivamo esprimere grande ammirazione per qualcosa di naturale come una quercia secolare, un grosso toro o un'abbondante nevicata, era la natura a far da padrona in campagna. L'uomo lavorava la terra, la donna lo aiutava e reggeva la casa, le bestie servivano entrambi. C'era una sorta di mutua solidarietà fra uomini e animali e c'era gratitudine nella comune fatica. A ognuno il suo. Quella sera fu difficile addormentarci, la scena era stata eccitante e inconsapevolmente ci rendevamo conto di aver assistito allo spettacolo più bello che la natura possa offrire: il miracolo della vita.

C'era una volta la Romagna: “le mucche”
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Arte al bar: YVES KLEIN "Anthropometries"

3 Gennaio 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #arte al bar, #pittura, #personaggi da conoscere

"Anthropometrie" di Yves Klein e l'omaggio di Walter Fest"Anthropometrie" di Yves Klein e l'omaggio di Walter Fest

"Anthropometrie" di Yves Klein e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

 

 

 

Amici lettori della signoradeifiltri, Natale è passato ma nel nostro bar l'albero sarà ancora in bella mostra fino alla Befana, dopo S.Silvestro, la notte dei cin cin, del cotechino e lenticchie, e dei sogni ben auguranti sotto le stelle.

Oggi ho per voi la prima opera del nuovo anno e vi presenterò ancora un artista insolito, ancora un artista senza cavalletto e tavolozza, senza il tetto dello studio sopra la testa, e i pantaloni sporchi di colore, anzi, se proprio si è sporcato, lo ha fatto con un solo colore. Sto parlando di Yves Klein.
 

- Walter, questo Klein dove lo hai pescato?
 

- Giovanna, ancora per una casualità, proprio qualche giorno fa vidi una sua foto in un articolo di un vecchio magazine che non ricordo di cosa parlava, ma sotto la sua foto c'era scritto "Yves Klein pittore monocromo". A parte questo, il particolare che mi aveva incuriosito è stata la sua faccia da ragazzo, con gli occhi grandi da Pierino la peste, e la bombetta in testa alla Chaplin. Allora ho fatto una rapida ricerca e ho scoperto un artista fuori dall'ordinario.

Yves Klein (Nizza, 28 aprile 1928 – Parigi, 6 giugno 1962)
Procreato da entrambi i genitori pittori, l'arte divenne, per questo artista francese, un argomento di routine, eppure i suoi studi furono indirizzati altrove. Sopratutto attratto dall'Oriente e dalla pratica dello judo, sport di concentrazione, una disciplina fatta di filosofia, in equilibrio fra spirito e forza fisica, uno sport così lontano da quello più amato dai francesi dell'epoca, la bicicletta, cosa che la diceva lunga sulla personalità già ben definita del giovane.

Yves Klein iniziò a dipingere quasi per forza d'inerzia ma tappa obbligata per ogni adolescente fu farlo fuori dagli schemi. Dal 1948 al 1952 lui, ventenne con alle spalle il dramma della guerra, affamato di libertà e fantasia, iniziò a viaggiare, Italia, Inghilterra, Spagna, Giappone, ogni luogo una spremuta di apprendimento, sopratutto in Italia, dove, grazie a Giotto, scoprirà l'attrazione verso il monocromatismo, che diventerà per lui quasi un'ossessione creativa, la sperimentazione dell'utilizzo di un solo tono di colore, dove tuffarci dentro corpo e anima, talmente convinto da estraniarsi dalle critiche ricevute.

Ma sull'onda folle della magia artistica degli anni '50/'60, Yves Klein andò avanti per la sua strada, finché, a metà del 1960, inventò il suo colore perfetto, brevettato da lui, "international Klein blue". Il periodo "blue" era il suo linguaggio artistico prioritario, un eccezionale blu, blu come il cielo, come il mare, un qualcosa per andare oltre le forme e farsi attrarre dalla magia del colore, ne bastava uno solo e per lui era speciale.

Come tutte le cose belle, la sua arte, fra pittura, fotografia e contaminazione di tecniche, terminò presto perché, dopo soli 34 anni di vita, a causa di un infarto, partì per l'ultimo viaggio. In appena sette anni di attività lasciò oltre mille opere e una traccia profonda nel mondo dell'arte. Le sue sperimentazioni sarebbero diventate leggenda.
 

- Secondo me era un po' pazzo. (Giovanna.)
 

- Ma come si fa a chiamarla arte? Chiamatela come volete ma non capisco dove sia la vera arte. (Franco il gelataio.)
 

- Io dico che a scuola non glielo hanno insegnato. ( Peppino il pensionato.)
 

- Che cosa?
 

- A disegnare, ma scusa, secondo te Michelangelo, Raffaello e Leonardo erano stupidi a non usare un colore solo e a realizzare opere piene di forme e di tinte? (Peppino il pensionato.)
 

- E vabbè, però mica tutti parlano la stessa lingua, c'è chi parla inglese, francese, spagnolo, portoghese, arabo e cinese. (Roberta la scrittrice)
 

- E' giusto, noi per esempio non parliamo in romanesco. (Tonino il tassista)
 

- E allora? (Giovanna.)


- E allora ogni artista, fa l'arte che gli pare... Raccontaci un po' di quell'opera che vorresti descriverci... (Mimmo il giornalista.)


- Sarà un piacere, in pratica si tratta di una modella completamente nuda che, ricoperta su tutto il corpo del colore blu, doveva rotolarsi sul fondale bianco e lasciare la propria impronta, non più l'artista con in mano un pennello - uno strumento ritenuto da Klein, in questo caso, superfluo - ma un vero corpo umano a contatto e in fusione con la materia, un'azione che metteva in armonia l'essere umano con la natura artistica creando un'opera unica. Solitamente le opere si guardano ma non si toccano, in quel caso il corpo diventava la stessa opera d'arte e l'impronta lasciata ne era la traccia. Nell'azione artistica opera e fruitore dell'arte sono una cosa sola.
 

- Ma era tutta nuda? Però, bella questa idea! (Saverio il gommista.)
 

- E dai, pensi sempre a una cosa sola! Non devi pensare alla nudità come la intendi tu ma all'essere umano, in questa caso una donna, parte artistica dell'universo.
 

- Ma quella là, mica si può esporre con un chiodino alla parete! (Giovanna.)


- Però puoi sempre riconoscere l'originalità e poi considerare il fatto che l'arte ha tanti linguaggi quanti la fantasia di un artista possa inventarne, inoltre l'arte è un vero atto di fede verso la vita... uhhhh... a proposito di fede, sapete che quest'artista, in apparenza pazzo e ipereclettico, nella sua intima essenza deteneva anche una forma di rispetto verso la religione?
 

- Perché, prima di dipingere pregava? (Don Alfonso.)
 

- No, ma una volta, grazie a una casualità, si scoprì che nel 1958 Klein offrì in omaggio al santuario di Santa Rita da Cascia un suo monocromo blu, per poi fare ritorno al santuario della Santa nel 1961, questa volta portando in regalo un cofanetto in plexiglass, contenente, divisi in tre parti uguali, dei pigmenti rosa, blu e foglia d'oro, insieme a una preghiera scritta su sette foglietti di suo pugno, rivolgendosi con devozione alla Santa. Tutto ciò venne scoperto nel corso di lavori di ristrutturazione nel 1979 dagli artisti che dovevano restaurare la cupola affrescata da Luigi Montanarini. Chiesero alle suore se avessero dei pigmenti e della foglia d'oro per fare delle prove e, quando una monaca portò loro la scatolina dell'artista francese, scoprirono con grande stupore chi fosse stato l'autore dell'omaggio alla Santa.

Yves Klein non era solo un classico artista genio e sregolatezza creativa ma anche ricercatore di un legame con l'assoluto, e la fede che cosa non è se non un atto di amore? L'arte non è vi è uguale? Che cosa è l'arte? La realizzazione manuale di un'opera, studiata, immaginata, trascritta con grande amore, amore per la vita, sulla quale si possono avere dubbi e pareri contrastanti, ma rimane sempre il fatto che è l'amore che debba segnare tutta la nostra esistenza.
Nel bar tutti sono rimasti in silenzio, forse nessuno se lo aspettava. Nell'immaginario collettivo, un artista è visto come un visionario dal talento innato ma forse in realtà pare che sia invece vera la definizione di Madre Teresa di Calcutta che afferma che siamo tutti delle matite, delle piccole matite nelle mani di Dio.
Amici lettori della signoradeifiltri, vi lascio con questo articolo dedicato all'arte, il nuovo anno è iniziato ed io, insieme ai miei personaggi, alla redazione del blog più ganzo cultural del web, auguriamo a tutti voi un sereno, uno splendido, uno strepitoso anno.

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Impressioni sul 2 novembre, di Quirino Riccitelli.

6 Novembre 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini

Impressioni sul 2 novembre, di Quirino Riccitelli.

Riflessioni sul 2 novembre, appena trascorso, da parte di un giovane, Quirino Riccitelli, che anela alla verità e vorrebbe un mondo migliore fatto di uomini perbene. Lo dichiara attraverso la parola nuda, talora sfacciata, ma sempre sincera e coerente con la sua integrità morale. (Adriana Pedicini)

"E’ di nuovo domenica di sole, almeno così pare. Oggi però si commemorano i dipartiti deportati in terra consacrata, e nuvoli di addolorati s’accalcano fuori quel luogo sacro, dove lo scuro cancello all’ingresso porta una croce sulla sommità, e circonda tutto quel perimetro mistico. Questo si compone di un’alternanza di poche sontuose cappelle private e, soprattutto, di numerose sepolture umili. Strettoie, secchi per i gambi troppo lunghi da gettare e fontane, coi cipressi tutt’intorno, a tentare forse d’evadere, lecitamente, da tanta tristezza. Dappertutto lumini accesi e fiori nei pressi di lastre di marmo, ciascuna con scritte e date, rigorosamente in rilievo. Il 2 novembre si rinnovano fiori e preghiere, si salutano vecchi amici su lapidi attigue, e ci si aggiorna sui nuovi fallimenti raggiunti dall’ultimo incontro del quale si ha memoria, rammentando magari vecchie sconfitte comuni. Si ricorda sì, ma molti di questi ricordano i cari defunti solo oggi, fanno un po’ come quando mamma mi chiama per ricordarmi di fare gli auguri a zia. Anche oggi quella santa donna m’ha piazzato la camicia buona e ben piegata sul letto, sotto c’era l’unico paio scarpe avverso alla ginnastica, più sotto il pantalone in velluto. Prima le dicevo che alla cintura sulla stampella andrebbe fatto un nuovo buco, perché col forzato digiuno di stimoli nell’ultimo periodo ho perso, sempre sulla retta via e camminandoci nervoso, un altro paio di chili di sopportazione. Oggi io non andrò al cimitero! C’andranno sicuramente credenti, creduloni e pure i falsi eleganti, perché il vestito buono gli copre parte di quella mancata sensibilità e, soprattutto, rafforza la fottuta apparenza che vede i soli accorrenti odierni come devoti e “brave persone”. Fiorai s’arricchiscono in questa data, espandono esposizioni floreali e vendono a prezzi gonfiati la scorza, che vede il fiore come simbolo improprio del dolore provato. Andrò certo… ma, certo, non oggi! Lo farò quando sarà un giorno comune e sfollato. Starò a rinnovare l’intimità di un bel ricordo a mio zio, assorto, a confidare che quel mio pensiero riservato gli arrivi da qualche stramaledetta parte. Poggerò sotto un crisantemo secco e dimenticato l’arido, di quel vento che la scomparsa di mia nonna ha lasciato soffiare nei Natali vuoti, senza più averla quella figura così dannatamente importante. Abbasserò lo sguardo quando rispetterò un attimo eterno e giurerò ancora a quel tale di starci in pari con la coscienza. M’inginocchierò e farò l’inchino all’esempio che bagna di lacrime quegli sfocati e vecchi ricordi dei nonni. Darò le spalle al deserto intorno e porterò un secchio d’acqua, per innaffiarci un po’ della solitudine, scavata, in quella terra sterile, dalla loro mancanza. Camminerò tra i labirinti accesi di triste, troverò e accuserò un paio di amici per la loro sciocca debolezza; poi spenderò un paio di minuti intensi con quel tizio che incrociavo spesso sulle rive degli esempi e, infine, uscirò. La nostalgia la chiuderò a chiave dicendole “Amen”, dopo il segno della croce. Mi bacerò il dito più vicino alle labbra e, così, ne manderò uno sincero a tutti i familiari e conoscenti scomparsi, prematuramente e non. E’ questa la mia sola educazione, perché l’apparenza è maschera, ma è l’essere che veste; rende nudi e nitidi i profili dell’animo, ma non lo fa mai in date particolari. Talvolta ti manda un sogno a ravvivarti l’amore, e lo fa proprio quando lo metti in pausa col cuore. Architetta così trame incomprensibili, che t’imprimono addosso strane sensazioni a cui dare una spiegazione. Da decifrare perciò con una seguente visita sincera, sempre ed assolutamente anonima. Quello che si prova dentro, quando si dovrebbe dimostrare? Esiste un giorno? Del bene e dell’affetto, poi, si darebbe prova nel quotidiano, o forse no? Forse sì, forse un giorno il cuore deciderà al posto degli schemi logici che implicano le costrizioni di una razionalità becera, di quelle più spicciole, proprie del minimamente immaginabile. Lo spero davvero, e l’auspico nel breve quel giorno, nel quale ognuno sarà finalmente se stesso. In quel giorno, libertà sarà il dovere di viversi la vita che si è scelti. Si daranno pacche sulle spalle ai fallimenti e si strizzerà l’occhio al perdono, svincolato dai meri orgogli. L’aspetteranno tutti quell’alba, a preannunciare l’era benevola nascente e il sole, prepotentemente, darà vita a gemme e terre. Farà caldo e saremo spogli dell’essere così maledettamente vivi di vero. Godremo ingordi di quel sole, senza bisogno di protezione alcuna, o d’altro. Ciascuno avrà da bagnarsi i sogni in un mare d’opportunità, per rinfrescarsi da quel sublime senso di benessere, dato dal fulgido che, dentro, disinibito risplende e, incontrastato, s’atteggia di realizzazione. S’affogheranno le inquietudini, tra le stanze strette di castelli di sabbia i bambini rinchiuderanno corde e confini, così potranno crescere di sogni e talenti da esprimere in piena libertà. Non ci sarà la coda all’ombra del refrigerio, perché ognuno avrà la sua, garantita dalla stabilità di una piena soddisfazione. Tutti avranno sorrisi da concedere, consigli genuini, spassionatezza e calore umano, oggi stoccato nei periferici silos delle inopportune convenienze. Stoneranno immagini di guerra e i paesaggi saranno freddi, ma della sola poesia custodita dalla neve, nei magici Natali riservati a ciascuno. Buona domenica di speranza a tutti, con l’augurio sincero che quel giorno arrivi presto nel vostro domani!!!"

Quirino Riccitelli dice di sè:

Sono nato e cresciuto a Piedimonte Matese (CE), dove vivo da disoccupato da 29 anni. Mollai questo posto avaro per 7 anni, dal periodo che va dal diploma (come perito agrario) alla laurea triennale in agraria, conseguita nel febbraio del 2012. Da quella data ho iniziato a inviare curricula dappertutto, ma zero risposte. Oggi spendo fette d’esistenza e tempo per le uniche 2 passioni che ho nella vita: pesca e scrittura. Sogno di trovare un lavoro, ma rafforzo, giorno dopo giorno, quella consapevolezza che muta in convinzione d’emigrare altrove. Nacqui, sempre a Piedimonte, il 23 aprile del 1985 da 2 genitori fantastici, inviati sulla Terra dal Signore. Avevo già una sorella, ma ancora non lo sapevo. Nella culla avevo pure i suoi giochi da riciclare, e fu in quel periodo che iniziai ad esplorare il mondo. Credo di aver catturato il primo persico a 4 anni, fu amore a prima vista. La passione per la scrittura, invece, l’ho sempre avuta, ma me la facevano notare soprattutto gli altri, specialmente le professoresse, a ciascun livello d’istruzione. Vinsi un concorso alle superiori, basato su un tema sulla “Comunità Europea” ed ebbi la fortuna di godermi un viaggio gratuito a Bruxelles. Sfruttai poi quel talento, che gli altri osservavano, nell’iniziale attività di divulgazione, nell’ambito della pesca sportiva. Il mio primo articolo su una rivista cartacea di pesca, a tiratura nazionale, risale al 2007. Da quel momento iniziai ad intraprendere un soddisfacente percorso come articolista, su riviste di “carp fishing” cartacee e online. Periodicamente tengo conferenze su argomenti tecnici, attinenti alle pesca della carpa, durante le fiere di settore annuali. Continuo attualmente a pubblicare articoli e a rinnovare contratti (gratuiti) con sponsors, coi quali baratto prodotti in cambio di pubblicità. Scrivo di tutto, ma scrivere di pesca mi viene piuttosto facile. Nonostante ciò, mi cimento in riflessioni varie, in collezioni di stati d’animo su un foglio e resto schiavo di scrittura compulsiva, assolutamente indesiderata certe volte.

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