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L'oroscopo di dicembre e le strenne di Natale

2 Dicembre 2019 , Scritto da Loredana Galiano Con tag #loredana galiano, #astrologia, #walter fest, #pittura, #unasettimanamagica

Disegno di Walter Fest

Disegno di Walter Fest

 

 

Lunedì 2 dicembre GIOVE entra nel segno del CAPRICORNO e ci resta tutto il prossimo anno:  Giove ci fa amare le cose semplici, ci fa odiare lo spreco, ci insegna a rammendare ciò che è rovinato e a riparare un oggetto rotto, portandoci a prediligere l'essenziale, a cogliere il nocciolo delle cose senza tanti giri.

Ci fa odiare l’inutilità e le perdite di tempo, ci aiuta ad affrontare con un sano egoismo le tempeste sentimentali, emotive e professionali rendendoci più forti e rigidi.

E, inoltre, Giove in Capricorno ci abitua allo schema rigido delle regole, a rispettare norme e regolamenti con serietà e affidabilità, ci educa a essere più riservati e discreti, rispettando il silenzio e gli spazi altrui.

In questo mese festeggiamo il Santo Natale, l’occasione migliore per regalare e regalarsi libri. Ebbene sì, i libri aiutano a crescere, lo sostengono da sempre pediatri, psicologi ed insegnanti. La lettura di fiabe, storie, racconti, ma anche libri illustrati e libri tattili, sviluppa nei piccoli lettori il pensiero creativo e l’immaginazione. E l’adulto? È un momento di relax, di sogni e di fantasie, di un distacco dalla realtà per tuffarsi nelle pagine di un romanzo.

 

ARIETE: 21/3 – 20/4: più serietà e meno impulsività

Lo stellium di pianeti nel segno del Capricorno t’invita a indossare un abito grigio e marrone, togliersi le scarpe da running e indossare quei mocassini che sono chiusi nell’armadio da diverso tempo. Ora la tua azienda ha bisogno di un look nuovo e tu ne rappresenti il meglio.

Un romanzo: “Una gran voglia di vivere” di Fabio Volo. Nel nuovo libro lo scrittore racconta una coppia in crisi che affronta il viaggio fisico e interiore per ritrovarsi.

 

TORO:  21/4 – 20/5:  io vado lontano

Urano davvero vi spinge lontano già da un po’ e finalmente trova la complicità di Giove, Saturno, Plutone e Sole per aiutarvi a preparare la valigia e andare anche nell’Universo. Avete voglia di esplorare nuove terre lontane e d’incontrare persone straniere imparando nuove lingue e diventare cittadini del mondo.

Un romanzo: “Peccati immortali” di Aldo Cazzullo – Fabrizio Roncone. Il romanzo giallo di Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone ci porta negli abissi di Roma e dell’animo umano.

 

GEMELLI: 21/5 – 21/6:  una grande rinascita!

Intelligenti e curiosi vi addentrate in sentieri oscuri e paludosi, dove tutto è mollo e viscido. Nulla vi spaventa nemmeno i pipistrelli e i topi di fogna. La curiosità è il vostro motore per scoprire il mondo a tutto tondo, non v’importa di sbagliare, di scoprire nuovi segreti, l’importante è che se ne parli e che il vostro sapere sia soddisfatto, perché nulla è scontato.

Un romanzo: “Perché l’Italia diventò fascista” di Bruno Vespa. Il nuovo libro dello scrittore e giornalista dedicato ad un periodo cruciale della storia italiana.

 

CANCRO:  22/6 – 22/7:  punta alla Luna e conoscila per davvero

Amate conoscere ciò che volete davvero, puntate con decisione e fermezza a raggiungere vostri obiettivi e fare in modo che si realizzino. Non esiste un solo modo per farlo o un’unica destinazione, ma potrebbe essere necessario vagare prima di arrivare alla meta, il che non significa che ci siamo persi.

Un romanzo: “Antica madre” di Valerio Massimo Manfredi. Una protagonista memorabile, due civiltà in conflitto, un’avventura esemplare del potere di cambiare il mondo.

 

LEONE: 2377 – 23/8:  dite tutto quello che intendete veramente!

Mercurio nel segno del Sagittario vi suggerisce tutto quello che dovete dire al vostro partner, ai vostri amici e colleghi, al vostro vicino di casa, al vostro corriere di fiducia e al vostro dentista. Esprimete chiaramente le vostre intenzioni, dite quello che volete dire veramente con molto rispetto del prossimo e di chi avete di fronte a voi.

Un romanzo: “La mattina dopo” di Mario Calabresi. Un libro che racconta il vuoto e il nuovo inizio che tutti viviamo quando la vita cambia improvvisamente corso.

 

VERGINE:  24/8 – 22/9:  sognate cose impossibili

Con un favoloso stellium nel segno del Capricorno e il lungo transito di Urano nel segno del Toro potete permettervi di sognare cose impossibili. Sognare grandi cose non è una colpa, stabilire obiettivi elevati e sforzarsi di soddisfare è qualcosa che chiunque potrebbe e dovrebbe fare. L’importante è che nessuno vi dica che è impossibile per voi.

Un romanzo: “La vita gioca con me” di David Grossman. Il ritorno di uno dei più grandi autori della letteratura contemporanea. Un romanzo di intensità straordinaria.

 

BILANCIA: 23/9 – 22/10: la vostra vita la scegliete voi

Siete il segno delle grandi scelte e delle decisioni. Invece di pensare alle cose negative, alle conseguenze di una vostra azione che sono successe in passato, ricordatevi che voi stessi siete il cambiamento che volete vedere. Ciò che succede oggi non è la stessa cosa di domani: è il pensiero positivo di un Giove appassionante che v’invita ad agire con più determinazione e fiducia in se stessi.   

Un romanzo: “Siamo Palermo” di Hornby – Cuticchio. Palermo raccontata nella sua bellezza e nelle sue contraddizioni, con uno sguardo al futuro e all’Europa.

 

SCORPIONE: 23/10 – 22/11: cosa volete fare con un Urano contro?

Urano è contrario già da diverse settimane e sta davvero rivoluzionando la vostra vita anche senza il vostro consenso. Non vi dispiace per nulla, dovete solo assecondate i grandi cambiamenti che stanno avvenendo con diplomazia e fiducia in se stessi. Alla fine, non temete nulla, vi piacciono i rischi e le grandi sfide. Niente è noioso, si abbattono vecchie abitudini e si comincia a respirare aria nuova.

Un romanzo: “Il passo del vento” di Corona – Righetto. Due grandi scrittori danno voce a ciò che per loro la montagna rappresenta, attingendo a esperienze personali.

 

SAGITTARIO: 23/11 – 21/12:  voglia di evasione

Il transito di Mercurio nel vostro cielo v’invita a prenotare un volo e partire per gli Stati Uniti d’America e investire tutto quello che Giove vi ha lasciato: benessere, ottimismo, gioia di vivere e un proficuo conto in banca. Avete proprio voglia di variare le cose, di cambiare abitudini e chissà, anche lavoro!

Un romanzo: “Morgana” di Murgia- Tagliaferri. Storia di 10 ragazze controcorrente, esagerate, difficili da collocare, che tua madre non approverebbe.

 

CAPRICORNO: 22/12 – 20/1:  affermate la vostra identità

Il portentoso stellium, nella vostra prima casa, accende i riflettori sulla vostra identità, sui vostri ruoli nella società, sulle vostre ambizioni personali e sulla vostra crescita. Assumete atteggiamenti diversi ogni volta che vi trovate in posti diversi: lavoro, famiglia, società, chiesa. Puntate in alto sui vostri sogni, allargate gli orizzonti con le esperienze di vita e soprattutto inseguite i vostri sogni, passo dopo passo.

Un romanzo: “L’avvocato degli innocenti” di John Grisham. Il nuovo thriller che sorprende perché ricco di suspense.

 

AQUARIO: 21/1 – 19/2:  vi piace la frase: “siamo tutti matti”

Affermate sempre che le proprie caratteristiche rendono uniche e speciali le persone, nessuno è normale, è solo unico, con una propria realtà. Adorate quest’aforisma, vi si addice molto, giustificando il modo di come siete. Tutti cercano la vostra compagnia, fuori dal comune, rispettando tutto ciò che non è convenzionale, ma amando sempre il diverso.

Un romanzo: “I love shopping a Natale” di Kinsella. Bechy è pronta per lo shopping di Natale, questa volta da casa con un clic!

 

PESCI:  20/2 – 20/3:  travolti dall’onda di Nettuno!

Una frase del Buddismo recita così: “Non puoi convincere nessuno, ma puoi ispirarlo!” e chi meglio di voi? Con questo transito di Nettuno a casa vostra ne avete d’ispirazione, di creatività, di sospiri e d’illusioni. Per fortuna che lo stellium nel segno del Capricorno mette gli scarponi pesanti ai vostri sogni, costringendovi a volare basso, a rendere concreti le vostre opere d’arte.

Un romanzo: “Ti regalo le stelle” di Jojo Moyes. Un inno all’amicizia, alla solidarietà femminile e alla libertà. La vera storia di cinque donne indimenticabili.

 

 

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Sergio Corazzini

19 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #personaggi da conoscere

Sergio Corazzini


Sergio CORAZZINI
(1886-1907)



Non vorrei morire… non ancora…
Mio Dio! Mi trema la mano, e la penna riesce solo a graffiare questo foglio ancora bianco, con fatica, senza niente scrivere… Il mio petto è in fiamme, questo male al polmone mi soffoca, mi sfianca, mi strazia ogni giorno di più. Non mi riesce non solo di scrivere, ma anche soltanto di pensare.
Voglio lasciare questo ospedale. M'hanno detto i medici che l'aria di questo mare verde di Nettuno mi gioverà senz'altro, ma io non sento alcun beneficio. Non voglio chiudere i miei vent'anni in sanatorio, non voglio, no! Non voglio.
Desidero tornare a Roma, a casa mia; se deve succedere l'irreparabile, che avvenga a casa mia, tra i miei libri, tra le mie cose, tra i miei versi.
Ho appena fatto in tempo a respirare l'aria del nuovo secolo, e già debbo salutare la vita…
Vorrei farlo senza piangere… ne sarò capace?
Caro Fausto Maria Martini abbi cura della mia memoria, e i versi che lascio e che tanto amo, leggili… Leggeteli tutti, e fatelo spesso, nei vostri lunghi silenzi; le mie Dolcezze siano le vostre, cari amici, Le piccole foglie morte vi facciano compagnia; il Libro inutile, fate che non sia inutile; se non per me che non ci sarò più.
E, nell'attesa, L'amaro calice sia amaro solo per me.
Amici, salutatemi tutti, mandate un grazie per la loro dolcezza nei miei riguardi ai grandi Palazzeschi e Govoni, - vedete, li nomino coi loro cognomi, i cari Aldo e Corrado, - ché loro sono già grandi poeti.

(Nell'anno 1906, Sergio ha solo vent'anni, la malattia del giovane poeta si aggrava, e allora a casa si decide di ricoveralo e curarlo presso l'ospedale Fatebenefratelli di Nettuno. I sanitari della casa di cura fanno tutto il possibile per lui, ma non cè niente da fare. La tisi allora era un male incurabile, ed era molto espansa per ogni e dove.
Fu qui che Sergio Corazzini prende a corrispondere con i poeti già noti Aldo Palazzeschi e Corrado Govoni.
Corrado Govoni, che il poeta aveva conosciuto e frequentato seppure per breve tempo, a Roma al Caffè Sartoris, così lo ricorda dopo la sua morte:

Il povero indimenticabile Sergio lo vedo sempre come a vent'anni, con quella sua andatura incerta, a corto respiro come il volo dell'allodola prima di prendere quota, o come quella di una bella ragazza troppo ammirata: con quella sua bella faccia un po' reclina, gli occhi sorridenti, e la voce così soave e calda in quella bocca sensuale.)

La mia anima è triste, la mia anima è dolce.
Bene mi hanno fatto, specie in questi ultimi tempi, le parole di conforto di Corrado Govoni; le sue Fiale sono gemme preziose da tenere in uno scrigno d'oro. E la presenza epistolare del caro Aldo Palazzeschi è stata una delle più belle esperienze della mia breve vita. Ho i suoi Cavalli bianchi, qui, sul comodino. E di tanto in tanto leggo qualcuna delle sue galoppate senza suoni.
Caro Aldo, caro Corrado, vogliatemi bene anche quando non ci sarò più. Abbiate nel cuore, come io ho le vostre, le mie modeste raccolte di versi.
Ho risolto il dubbio dell'amico Jammes, il caro Francis Jammes. Gli scrivevo: Io non sono un poeta, io non sono che un piccolo fanciullo che piange… Caro Francis Jammes! T'ho letto, studiato, amato; e ti ho riposto dentro la mia anima. Le tue cose… le tue cose tristi e dolci, la tua chère douceur de tes elegies, sono diventate cose mie; e non poteva essere altrimenti, tanto mi sento a te simile.
Lascerò, spero, anch'io un piccolo segno in questo nostro mondo letterario che va lentamente cambiando; un piccolissimo segno.Che resti!Non sarò stato inutile, allora…

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ha che le lag
rime da offrire
al Silenzio.

Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia
di morire.

Sono stanco, stanco di soffrire; il mio cuore è in affanno; non attendo che l'alba, ormai… Ieri ho scritto un'ultima esile poesia, esile come lo sono io in questo momento, ma penso che dia un ritratto di quello che sono e di ciò che mi sento.

Il mio cuore è una rossa/ macchia di sangue dove
io bagno senza possa/ la penna a dolci prove
eternamente mossa.
E la penna si move/ e la carta s'arrossa
sempre a passioni nove.
Giorno verrà, lo so/ che questo sangue ardente
a un tratto mancherà/ ché la mia penna avrà

uno schianto stridente…/ e allora morirà…

E' il mio testamento letterario, abbiatelo caro…

marcello de santis

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Presentazione a Piombino

12 Febbraio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi

Presentazione a Piombino

IL FOGLIO LETTERARIO & EDIZIONI IL FOGLIO

Editoria di qualità dal 1999

Sito internet: www.ilfoglioletterario.it

Venerdì 13 febbraio ore 17 a Piombino

Palazzo Appiani - Piazza Bovio - Sala Conferenze

Fabio Canessa e Gordiano Lupi

presentano

CALCIO E ACCIAIO - Dimenticare Piombino

PIOMBINO IN GIALLO a cura di Emilio Guardavilla

Si parlerà anche del progetto PIOMBINOIR

Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino racconta con amore e nostalgia una storia ambientata in un suggestivo spaccato maremmano. “Aldo Agroppi era amico di sua madre, viveva in via Pisa, un quartiere di famiglie operaie, case bombardate durante la Seconda Guerra Mondiale, tragiche ferite di dolore, macerie ancora da assorbire. Giovanni ricorda una foto di Agroppi che indossa la maglia della Nazionale, autografata con un pennarello nero. Era stato proprio Agroppi in persona a dargliela, all’angolo tra corso Italia e via Gaeta, in un giorno di primavera di tanti anni fa, dove la madre del calciatore gestiva una trattoria, un posto d’altri tempi, dove si mangiava con poca spesa. Giovanni era un bambino innamorato dei campioni, giocava su un campo di calcio delimitato dalla sua fantasia, imitava le serpentine di rombo di tuono Gigi Riva, i virtuosismi di Sandro Mazzola, le bordate di Roberto Boninsegna, le finte dell’abatino Gianni Rivera e la vita da mediano di Aldo Agroppi, cominciata a Piombino e conclusa a Torino”.

A PIOMBINO LO TROVI: LIBRERIA TORNESE - VIA LOMBROSO (davanti al Cinema Odeon)

CAPITOLO DUE

Giovanni si dirige verso lo Stadio Magona, percorre a passi lenti viale Regina Margherita, e pensa a suo padre, operaio delle Acciaierie, morto quando lui giocava le ultime stagioni nella squadra della sua città. Si chiamava Antonio, era un uomo abituato al caldo soffocante dell’altoforno, un lavoro fatto di gesti ripetuti alla catena di montaggio. Una giornata di fatica per un salario appena sufficiente a pagare l’affitto di un appartamento popolare in un condominio annerito dai fumi della ferriera e a imbandire una mensa che poteva permettersi carne solo nei giorni di festa. Alimentava una macchina infernale che divorava carbone per restituire fumo e prodotto grezzo composto di acciaio. Antonio aveva le mani callose indurite dal lavoro e pensava alla terra lontana, agli olivi abbandonati, alla madre che lo attendeva sulla porta di casa di un paese alle pendici di un monte. Rammentava la sua festa preferita mentre lavorava in ferriera, una festa che anche Giovanni aveva amato da bambino, quella sagra delle ciliegie nei giorni di maggio, quando il colore rosso invadeva il borgo e apriva le porte ad antichi sapori. Giovanni ricorda quando le sue agili gambe di bambino correvano insieme ai ragazzi per rubare ciliegie a grappoli, sporcandosi la bocca e il viso, attaccando i piccoli frutti alle orecchie come fossero campanelle. Antonio coltivava i campi insieme al padre, che un tempo aveva fatto la spola a piedi per tutta la vallata, da Sinalunga a Montalcino, passando per Pienza e San Quirico, con un ciuco carico di legna per il camino di casa, una casa sempre viva, con lui e il fratello che giocavano a nascondersi irritando la madre, mentre la nonna sgranava il rosario seduta sulla sedia a dondolo in canna di bambù. Antonio aveva estirpato le sue radici montanare per avventurarsi lungo strade polverose fatte di fatica e privazioni. La giovinezza e le sue gambe che correvano leste per le strade del mondo lo avevano spinto ad abbandonare il borgo per un lavoro lontano che appagasse il desiderio d’una vita tranquilla. Il nonno aveva avuto una vita avventurosa. Terracina e il golfo di Gaeta erano le fotografie del passato, i pini marittimi sul lungomare di Formia custodivano i ricordi dei primi baci d’amore. Giovanni ripensa spesso ai racconti del nonno, ascoltati da fanciullo prima di andare a dormire e custoditi dai ricordi paterni. Un grande amore lasciato sul lungomare e via verso il futuro. Un sogno chiamato America non poteva attendere, era il miraggio del povero emigrante in cerca d’una vita migliore. “Francesco, perché devi lasciarmi? Non possiamo costruirlo insieme questo futuro?”, aveva detto Caterina al suo uomo in fuga, ormai deciso a salpare sul battello che lo avrebbe portato lontano. Francesco aveva scosso la testa e intonato una canzone provando a chiedere perdono a quel cuore in pena. Il nonno aveva avuto molte donne, ma Caterina affiorava spesso dai ricordi del passato: aveva le spalle minute, il portamento fiero e una vita perduta giovane. Silvia era il sogno dal sapore acre della terra d’Aspromonte, una voglia di vivere che proveniva da antenati abituati a scavalcare montagne per condurre animali al pascolo, al riparo dai venti. Le altre non le rammentava, non ne parlava mai, erano misteriosi sentimenti nascosti dalle ombre della sera, raffiche di tramontana che nascondevano barlumi di memoria. Il nonno di Giovanni era stato in America a cercare fortuna, come i disperati che in quei giorni approdavano lungo le coste siciliane, a Lampedusa, ricacciati in mare, deportati in lager recintati da filo spinato, cacciati via come figli di nessuno. La sua nave aveva alzato l’ancora e acceso i motori, con lui passeggero di terza classe compagno di topi e valigie ammucchiate in una stiva polverosa. Francesco partiva insieme a tanta povera gente, con la testa zeppa di impossibili sogni a stelle e strisce. L’Atlantico diventava una fuga dagli amori e dal lavoro come cameriere nel ristorante sul porto. L’America aveva aperto le braccia al nonno, gli aveva insegnato la sua lingua, un nuovo modo di esprimersi fatto di gesti e di larghi sorrisi. Il sudore della fronte e il lavoro non erano diversi dalla sua terra, ma questo non lo spaventava. Francesco aveva lavorato in una filanda, mentre le prime auto percorrevano le strade di New York, aveva rubato amore nei postriboli notturni e mangiato nei retrobottega di ristoranti dove lavava piatti per arrotondare un magro stipendio. Incontrava italiani emigranti, proprio come lui, seduti ai tavoli dei bar, parlavano d’una terra lontana, di speranze mai abbandonate. Proprio come gli emigranti di oggi che affrontano viaggi da disperati, pensa Giovanni. Uno di loro ha cominciato da pochi mesi ad allenarsi con il Piombino, viene dal Marocco, è un ottimo attaccante, rapido e guizzante, un vero incubo per le difese avversarie. Giovanni crede in quel ragazzo, punta su di lui per la prossima partita di campionato, quando la sua squadra dovrà affrontare il derby del canale contro l’Isola d’Elba. Tarik è il nome del giovane marocchino in cui Giovanni si rivede, rivede le sue serpentine verso la porta avversaria, rivede la stessa voglia di sfondare nel mondo del calcio.

“Se riuscissi a far carriera nel calcio potrei comprare una casa per la mia famiglia, in Marocco”, mormora. Giovanni sorride. “Non correre troppo. Pensa alla partita di domenica, intanto”. Emigranti. Pure noi siamo stati un popolo di emigranti. Sembra che nessuno se ne ricordi. Il nonno di Giovanni aveva disegnato santini e angeli per biglietti di auguri, volti di donne lontane per cartoline d’amore, cavalli dalle briglie sciolte che prendevano il volo verso patrie dimenticate. Non aveva mai smesso di coltivare un’abitudine appresa in terre lontane, scriveva lunghe frasi in inglese che abbandonava sulle panchine, sgrammaticate, zeppe di errori, ma era la lingua del popolo, imparata per sopravvivere. Povera gente andata al di là del mare, a bordo di inaffondabili Titanic, per fare fortuna, anche se spesso la fortuna restava un fiore non colto. Francesco diceva sempre di averla trovata quella fortuna, il viaggio aveva dato un senso alla sua vita, aveva conosciuto mondi nuovi ed era riuscito a superare difficoltà insormontabili. A quel tempo eravamo gli italiani mafiosi, mangiaspaghetti, banditi e traditori, brutti, sporchi e cattivi, come in un vecchio film di Ettore Scola. Il nonno aveva attraversato strade polverose, conosciuto paesi dei quali non ricordava i nomi, amato donne dai sorrisi misteriosi, nascosto malinconie quando si sentiva disprezzato e rifiutato. Non era americano, tanto bastava… Tarik fugge dal Marocco, dalla miseria e dalla disperazione. A Piombino fa il manovale in una ditta edile, mentre per una piccola squadra di calcio è lo straniero che segna gol a raffica e risolve problemi d’attacco. Giovanni crede in lui. Ha modificato l’assetto tattico in funzione delle sue rapide serpentine che aggirano le difese avversarie. Vede nella sua espressione assente, che spesso si fa cupa e ombrosa, la nostalgia dei suoi avi emigrati in paesi lontani sperando di tornare. Francesco era rientrato in Italia per combattere, assaporando il gusto acre della polvere da sparo, in trincea, per poi finire in un campo di concentramento austriaco e scappare da un condotto di scarico. Anni di sofferenza, di fame, di paura nascosta agli occhi degli altri, lettere alla madre lontana, rifugiata in una collina a cogliere ciliegie nel mese di giugno, covare speranze, cuocere castagne d’inverno in padelle forate e spremere olive per fare l’olio più buono del mondo. Giovanni ricorda il profumo del succo d’oliva e il suo sapore sul pane, quando era bambino. Sapori e profumi che non ritornano, come soldati uccisi in battaglia da colpi di fucile. Francesco era lontano e la madre attendeva con il cuore in pena nella piazza del piccolo paese. Le raffiche della mitraglia, i cannoni, la guerra fatta di piccoli passi, di buche da scavare, i nascondigli, la neve, la melma, le scarpe sfondate, la fame dei giorni passati a pensare ai giorni futuri, i tramonti dietro le sbarre, i campi di lavoro, infine la fuga, i monti percorsi correndo e sperando di poter ancora parlare italiano. Giovanni ha sentito raccontare così tante volte l’abbraccio tra il nonno e la madre che gli sembra d’averlo vissuto. La guerra era finita e ai morti si aggiungevano nuovi nomi su lapidi di marmo. Antonio era nato da un uomo che aveva percorso il mondo con un fardello di speranze e le valigie di cartone legate con lo spago. Non poteva spaventarlo il lavoro in altoforno, anche se il mostro minaccioso sembrava osservarlo scuotendo la testa di fumo. Antonio era figlio d’un uomo che aveva sognato l’America per tutta la vita, ma che dopo tante avventure aveva accettato la provincia italiana come approdo. Il gigantesco altoforno aveva segnato il destino di un’intera famiglia, anche Giovanni aveva sempre portato con sé l’odore dello spolverino misto a sentori di salmastro che si sente entrando in città, un profumo di ricordi che diventava nostalgia dopo tanta lontananza. Francesco aveva un figlio da crescere, lo osservava ogni giorno tra le braccia della madre nella povera casa di via Gaeta, vicino all’altoforno, così diversa dalla casa di montagna dei suoi avi, resa scura dai fumi dell’acciaieria, un mostro che rappresentava il pane, unico motivo per andare avanti. Il sorriso della moglie riassumeva tutti i sorrisi delle donne che avevano attraversato la sua esistenza. Il figlio avrebbe fatto la sua stessa vita, scandita dalla sirena della fabbrica, come un grido di dolore nella sera, come un richiamo per un popolo di operai che si tramanda un mestiere di generazione in generazione. L’altoforno come un altare pagano dove sacrificare l’esistenza e sognare un futuro migliore. Giovanni ce l’ha fatta a non finire in fabbrica, grazie al calcio, ma soprattutto a suo padre. La vita di Antonio era stata di sudore e lavoro dentro il mostro d’acciaio, quell’uomo così silenzioso e scontroso una volta aveva pronunciato una frase che al figlio piaceva ricordare: “Il giorno più bello della mia vita è stato quando mi hai chiamato babbo per la prima volta”, disse. “Anche quando ti ho visto debuttare a San Siro è stato bello. Ma quella è un’altra cosa”, aggiunse con un sorriso. I cancelli dello Stadio Magona sono spalancati, enormi fauci aperte a divorare la sera, colorati di verde, corrosi dalla ruggine e screpolati dal salmastro. Mattoncini rossi uno sopra l’altro, marmo bianco poroso, colonnine di tufo, finestroni enormi alle biglietterie. Giovanni varca i cancelli come quando giocava al centro dell’attacco o da battitore libero, la borsa sportiva come un calciatore, i ricordi che si rincorrono nel pomeriggio mentre il pensiero corre verso la prossima partita. Soffia un vento di scirocco che scompiglia capelli e pensieri.

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Palazzeschi e i Pancaldi

23 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere

Palazzeschi e i Pancaldi

Aldo Palazzeschi (1885 – 1974) ha dedicato ai nostri bagni Pancaldi un pezzo memorabile, pubblicato in Stampe dell'Ottocento, F.lli Treves, Milano, 1936
È davvero una stampa la sua, descritta con gli occhi stupiti di un bambino che, il primo d’Agosto, in una giornata torrida, sudato fradicio, viaggiando in carrozza e in vagone ferroviario insieme ai genitori e alla donna di servizio, giunge alla “porta a mare” di Livorno, dove vede per la prima volta la distesa azzurra, spumeggiante, le creste bianche delle onde.
Durante il viaggio sua madre ha chiacchierato tutto il tempo con una dama vistosa, la quale ha descritto nei minimi particolari la vita che si svolgerà sullo stabilimento mondano e lussuoso, luogo “di tutte le delizie e le primizie”, spettegolando sulle signore che lo frequentano, sul numero dei vestiti, delle scarpe e dei cappelli di questa e quella.
Non è difficile immaginare l’aria calda e salmastra, il sole rovente dal quale le signore si proteggevano con l’ombrellino, le tende gonfie di vento dello stabilimento balneare, le marchese, le contesse, le attrici, le cantanti ingioiellate che, passeggiando, sfoggiavano ogni giorno una toelette nuova - in primis una principessa che arrivava addirittura con ventotto bauli, cento vestiti e duecento paia di scarpe. All’alba si facevano duelli segreti e, dopo, se ne parlava con un brivido d’emozione.
Oltre e sopra tutto, indifferente, il mare.

“Il mare era calmissimo, profondamente azzurro, e pareva adagiato vittoriosamente dopo una gara col cielo a chi lo fosse di più; nel cielo non era che il sole e riempiva tutto col suo calore, e nel mare un gruppettino di vele bianche in fondo, cinque o sei, e certe spumettine candide verso la riva, fiocchetti di cotone, che apparivano e sparivano come dalle fessure di una veste.”

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Sono tutte stupende le mie amiche (2012) di Roger A. Fratter

12 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)  di Roger A. Fratter

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)

di Roger A. Fratter

Regia: Roger Fratter. Soggetto e Sceneggiatura: Roger Fratter. Fotografia: Lorenzo Rogan. Effetti Speciali: Elisabetta Mandelli. Operatori: Stefano Ravanelli, Omar Fratter. Musiche: Massimo Numa, con la collaborazione di Valerio Ragazzini. Edizioni Musicali e Distribuzione: Beat Records Company (Roma). Durata. 96’. Genere: Commedia erotica. Brani Musicali: Lasciando la scia (Numa - Mosconi, canta Liana Volpi), Pensami domani (Aldo Lundari), Silenzi (Ena Rota, canta Enamira), Together (Todesco - Bonzanni, canta One Use), Freckless, One night in Dalmen, Terry (Alessandro Fabiani), Aperto (Antonio Musciumarra). Esterni: Scanzorosciate (Bergamo). Interpreti: Liana Volpi (Cristiana), Roger A. Fratter (Dario), William Carrera (Cristiano), Flavia Zanini (Donatella), Ingrid Brauner (Ingrid), Fabrizia Fassi (Fabiana), Marco Locatelli (Carmelo Malanima), Juri Cerasa, Fabrizia Fassi, Beata Walewska, Anna Palco, Giulia Marzulli, Francesca Caruso, Matteo Maffeis, Sandra Parks, Natalia Glijn, Mapuja Fiscina, Silvia Capossela, Federica Spalletta, Steve Brooks, Linda Gilda Capossela, Jean Lenders, Giuseppe Cardella, Barbara Ghisletti, Tiziana Giusti, Mauro Breviario, Nunzio Giarratana, Oliviero Passera, Delia Salvi, Aldo Fasanelli, Giovanni Pesticcio, Vittorina Canova, Elena Salvi, Sofia Locatelli, Giuseppe Passera. Tarcisio Sorte, Fabio Longo, Hernan Brando, Claudia D’Ulisse, Stefano Brizzi, Roberto Aciuffi, Jean Pierre Rodriguez, Max Human, Mike Hudson, Marco Paciolla, Giorgio Dolci, Salvatore Guzzardo, Sonia Iannuso, David Cassidy, John Grimes.

Roger A. Fratter, firma uno dei suoi lavori più riusciti degli ultimi anni, da quando ha abbandonato il cinema di genere per dedicarsi a pellicole più introspettive e problematiche. Sono tutte stupende le mie amiche è una commedia erotica, a metà strada tra il grottesco e il realistico, metacinematografica, caratterizzata dalla coesistenza di più generi, ben oliata in un meccanismo da terrorista dei generi tanto caro a Joe D’Amato e Lucio Fulci.

Cristiana (Volpi) e Dario (Fratter) mandano avanti da quando sono adolescenti uno strano rapporto di amore - odio, basato su reciproche seduzioni, tradimenti, complicità, consigli su partner, rimproveri e incomprensioni. Cristiana ha un fidanzato che vorrebbe consolidare il loro rapporto, ma lei sfugge, frequenta molti uomini, vede Dario e finisce per raccomandare una serie di amiche che lui prova a frequentare. “Sono tutte stupende le mie amiche!”, afferma con sicurezza. In realtà la sola cosa certa è che sono piuttosto strane. Dario deve vedersela con una modella tedesca fredda e algida, una polacca nevrotica, una tipa volgare che mangia e sputa noccioli, un’africana che pensa solo al denaro. Lui cerca normalità, ma né Cristiana né le folli amiche possono dargliela, quindi si rifugia da Donatella (Zanini), ma tutto finisce quando Cristiana mostra alla ragazza un loro vecchio video erotico. Dario e Cristiana non possono fare a meno l’uno dell’altra, ma al tempo stesso non riescono a capire che cosa vogliono dal loro rapporto, a parte mandare avanti un perverso gioco di seduzione. La trama da commedia è corroborata dalle indagini per catturare uno stupratore seriale che sconvolge la pace di Vallechiara. Il criminale viene acciuffato dalla polizia al termine di una scena ricca di suspense che modifica improvvisamente la commedia in thriller grottesco. Ottima la figura dell’opinionista televisivo misogino, tratteggiato dal bravo Marco Locatelli grazie a una recitazione sopra le righe.

Sono tutte stupende le mie amiche presenta molteplici motivi d’interesse, a partire dalla tecnica del racconto, per flashback, narrato con le parole dei due protagonisti, con il regista che riavvolge rapidamente la bobina per narrare i fatti dal principio. Scomodiamo Ingmar Bergman - con i debiti riguardi - per l’idea dell’attrice che guarda dritto nella macchina da presa e si rivolge allo spettatore: “Non so chi sono io e neppure chi siete voi. So solo che sono vera”. Inizia la commedia sentimentale che vede alla base il rapporto uomo - donna, con incursioni grottesche dell’opinionista gay che dagli schermi televisivi teorizza il diritto naturale allo stupro. “L’uomo comune è un mostro!”, dirà il critico arrogante, citando Pasolini. Ottima la colonna sonora di Massimo Numa, a metà strada tra swing e musica moderna, con Liana Volpi molto brava - oltre che come attrice - anche come interprete del brano guida Lasciando la scia. Audio in presa diretta con i rumori di fondo lasciati ad arricchire il realismo dei dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi. Il tono dei dialoghi è scanzonato e ironico, cambia registro dal realistico al grottesco, passando per assurdo e paradossale. Sempre efficace, comunque, come è priva di pecche la recitazione dei protagonisti, con una sensuale Liana Volpi e un attento Roger Fratter, ben calati nei rispettivi ruoli. La protagonista femminile è una cantante (scusa idonea per far cantare la Volpi) ma è anche un’appassionata di cinema che gestisce il club delle locandine (altra scusa per mostrare una collezione di Nocturno, i flani di Zombi 2, Macabro e Buio Omega). Il protagonista è un compassato professore che prova ad andare a letto con un sacco di donne ma alla fine si ritrova irretito in un gioco di seduzione irrinunciabile. I personaggi sono volutamente caricaturali, estremi, eccessivi, così come sono trasgressive e conturbanti certe situazioni erotiche (il guardone che spia, il rapporto mancato sotto la doccia, il balletto sexy, la seduzione in babydoll…). Fratter cita la commedia sexy, l’erotismo tout-court, il thriller (la caccia allo stupratore), il cinema surreale, il grottesco, ma di fatto realizza un’opera originale e complessa, tra le più riuscite del suo cinema. Pedro Almodovar è il riferimento obbligato per molti caratteri femminili, folli e complessi, ma proprio per questo veri. L’erotismo è quasi sempre sottinteso, ma quando il regista pigia sull’acceleratore delle sequenze hot sembra di assistere a un porno tagliato. L’occhio dell’uomo che osserva le scene erotiche è parte integrante della commedia sexy ed è lo sguardo compiaciuto e complice dello spettatore. Un film psicologico, una commedia provocante e maliziosa, che indaga il rapporto uomo - donna, la complessità dell’animo femminile, da un po’ di tempo a questa parte nel mirino del regista bergamasco. Geniale il triplice finale. Ancora una volta la protagonista in primo piano, sguardo rivolto alla macchina da presa, per criticare la conclusione da thriller grottesco scelta dal regista (i due rivali che si uccidono a vicenda). Metacinema puro. Altri possibili finali: restare con il fidanzato, dare vita a un rapporto a tre, ma in realtà il vero finale è che tutto resta come prima, un eterno gioco di seduzione che vede protagonisti un uomo e un donna. Citazioni d’arte contemporanea per i quadri di Oliviero Passera, che fa una piccola apparizione. Da non perdere. Cercatelo da Beat Records Company, perché non è reperibile nei normali circuiti cinematografici.

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)  di Roger A. Fratter
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Delusione

6 Ottobre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #poesia

 

 

 

 

 

DELUSIONE

 

 

 

Delusione

 

 

La bravura simbiotica delle rime a incastro.

 

Il sogno è un conservante,

l’additivo artistico

per rimodernare

ambizioni letterarie,

o speranze, sopite ad honorem.

 

Comunque il sole

non è bello come prima.

Adesso mi pare una vecchia fotografia.

Il particolare, anzi,

di una vecchia fotografia

... ritagliato via

dall’alone di un sorriso.

 

 

 

Pirandelliana

 

 

Vecchio! La vita?

Ti piaceva…

«Sissì… Beh

in fondo vivevo

solo per ricordare me stesso:

per non avere rimpianti

o rimorsi».

E la seguivi, allora.

La seguivi!

«Sissì…

Magari non per nobiltà

o entusiasmo

o speranza. Nonnò…

 

Per una ragione, invece,

molto più romantica:

perché non mi scacciava…

 

Ma sì! Poi l’eco di uno sguardo,

l’eco di uno sguardo

s’infrange nel cuore:

e tutto quello che resta da vedere

è il desiderio di guardare».

 

 

Il nulla

 

 

I miei sogni leggeri, scanalati

fra ombre creole di tenera luce

e foglie di facciata

(ovvero blande

come ballerine

morse dal vento).

 

E quando l’incubo arriva

il nulla esce dal suo fuori

per annuire agli occhi del presente;

«io sono» – dice –

«un barbaglio di notti camuse

e la pioggia di quel che verrà:

del futuro mi rivelo

l’unica, insomma,

l(’)abile traccia!».

 

 

 

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Sibila il vento la notte si appresta

11 Gennaio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Ho un’immagine di me in prima elementare. Giro fra i banchi insieme ai miei compagni tenendo un righello fra i denti. Ma per me non è un righello, è un pugnale, e quei bimbi col grembiulino  sono rudi banditi, mentre le mura della mia classe racchiudono i cupi e frondosi alberi della foresta inglese.

Sto parlando de “lo sceneggiato degli sceneggiati”, in onda nel 1968, per la regia di Anton Giulio Maiano, La freccia nera, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Louis Stevenson. Mai fiction televisiva mi è rimasta nel cuore quanto questa. Seguirla, puntata dopo puntata, nel tenebroso bianco e nero tanto evocativo, era emozione allo stato puro.

Ogni bambina giocava a essere Loretta Goggi nei panni della deliziosa e temeraria Joan Sedley, ed era innamorata del bellissimo, coraggiosissimo e dolcissimo Dick Shelton, al secolo Aldo Reggiani.

Amore romantico, una ragazza che si finge uomo, ma anche agguati, battaglie, tradimenti, cavalli e arcieri nella foresta.

Bellissima la sigla finale, con quel fischio di freccia a ritmare una musica di Riz Ortolani da far battere il cuore.

 

Sibila il vento la notte si appresta

e la cupa foresta minacciosa si fa

passa ma trema se senti un fruscio

forse è un segno d'addio

che la vita ti dà

lascia la spada se il cuor non ti regge

perché questa è la strada

che da noi fuorilegge ti porterà

La freccia nera fischiando si scaglia

è la sporca canaglia che il saluto ti dà

vieni fratello è questa la gente

che val meno di niente

perché niente non ha

ma se il destino rovescia il suo gioco

nascerà nel mattino una freccia di fuoco

la libertà

 

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Palazzeschi e i Pancaldi

11 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Palazzeschi e i Pancaldi

Aldo Palazzeschi (1885 – 1974) ha dedicato ai bagni Pancaldi un pezzo memorabile, pubblicato in Stampe dell'Ottocento, F.lli Treves, Milano, 1936

È davvero una stampa la sua, descritta con gli occhi stupiti di un bambino che, il primo d’Agosto, in una giornata torrida, sudato fradicio, viaggiando in carrozza e in vagone ferroviario insieme ai genitori e alla donna di servizio, giunge alla “porta a mare” di Livorno, dove vede per la prima volta la distesa azzurra, spumeggiante, le creste bianche delle onde.

Durante il viaggio sua madre ha chiacchierato tutto il tempo con una dama vistosa, la quale ha descritto nei minimi particolari la vita che si svolgerà sullo stabilimento mondano e lussuoso, luogo “di tutte le delizie e le primizie”, spettegolando sulle signore che lo frequentano, sul numero dei vestiti, delle scarpe e dei cappelli di questa e quella.

Non è difficile immaginare l’aria calda e salmastra, il sole rovente dal quale le signore si proteggevano con l’ombrellino, le tende gonfie di vento dello stabilimento balneare, le marchese, le contesse, le attrici, le cantanti ingioiellate che, passeggiando, sfoggiavano ogni giorno una toelette nuova - in primis una principessa che arrivava addirittura con ventotto bauli, cento vestiti e duecento paia di scarpe. All’alba si facevano duelli segreti e, dopo, se ne parlava con un brivido d’emozione.

Oltre e sopra tutto, indifferente, il mare.

Il mare era calmissimo, profondamente azzurro, e pareva adagiato vittoriosamente dopo una gara col cielo a chi lo fosse di più; nel cielo non era che il sole e riempiva tutto col suo calore, e nel mare un gruppettino di vele bianche in fondo, cinque o sei, e certe spumettine candide verso la riva, fiocchetti di cotone, che apparivano e sparivano come dalle fessure di una veste.”

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Quand'ero scemo

1 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

1° premio Guerrazzi 1991

Pubblicato su Il foglio Letterario

Accidenti al professor Zimmergaut. Chi glielo aveva chiesto di farmi quel buco nel cervello? A dire le cose come stanno, la colpa è di mia madre. Sì, d’accordo, ma io? Si sono informati se mi stava bene? “Ma tu non eri in grado d’intendere e di volere”, direbbero loro. Loro sono la mia famiglia. “E stavo meglio!” risponderei io, anzi, rispondo io, perché da quattro mesi a questa parte, non faccio che ripeterlo a tutti. Per la precisione, quattro mesi meno venti giorni. I primi cinque li ho passati a riprendere conoscenza, gli altri quindici ad assestarmi un po’. La vera tragedia è cominciata dopo.
Quando a mia madre consegnarono un fagotto sanguinolento nelle braccia, una ventina d’anni fa, mica se n’accorse subito che ero mongoloide. Down, come dicono ora, anzi, Zimmergaut, dopo l’operazione. Le venne in mente il giorno dopo, quando sentì le altre dire ch’ero un disgraziato. La più gentile mi chiamò mostro.
Voleva buttarmi via, sul momento, poi ci ripensò e mi portò a casa. I primi tempi fu come con gli altri tre che aveva avuto: poppata, pipì, bava. Tutto come da copione, che quasi le sembrava impossibile che non fossi normale. Voglio dire, lei un bambino ce l’aveva, lo annusava, gli ciucciava le manine, gli ficcava in bocca la tetta e quelle cose lì.
Fu quando cominciai a ballonzolare di qua e di là sui miei piedi, che si accorse della differenza. Capire capivo anch’io, beninteso, ma come capisce un cane. Vieni qui, bada lì, hai fame? Però ero brutto, e peggioravo ogni mese. Bavetta alla bocca, nuca spiaccicata, mani grosse sempre ficcate fra i denti, occhi da cinese ma da cinese scemo. Di dire mamma non se ne parlò per anni, ed anche quando Zimmergaut mi ha trapanato il cranio, ancora non mi veniva. I fratelli avevano paura di me. La mamma mi voleva bene. Però piangeva tutti i giorni.
Ma questi erano problemi della mamma, non miei. Io ero a posto. Passavo i pomeriggi a smontare le bambole di mia sorella Irene. Lei urlava ed io ridevo, in quel modo bavoso in cui ridevo io, e poi accendevo la tivù. Tutto, dai cartoni animati al detersivo contro l’unto, era pieno di colori, suoni, luci, persone carine che sorridevano. Niente a che vedere con quello che fanno adesso in televisione.
E pensare che mi sono fatto vent’anni così! Mica passava il tempo allora, ero io che c’ero in mezzo. Per vent’anni ci sono stato dentro e non mi ha dato noia. No, noia era una parola che non conoscevo. Ero come un neonato nella culla. Mi guardavo le mani e le mani bastavano. Succhiavo il pollice e nel pollice c’era tutto. Una bellezza.
Anche quando mia sorella Irene affogò nella vasca dei pesci rossi al giardino pubblico (perché io ce l’avevo spinta mentre ma’ parlava con la giornalaia) rimasi lì tutto beato a guardare i pesci che le addentavano le ciocche color carota.
Non sapevo ancora che da qualche parte c’era un maledetto professor Zimmergaut che già faceva esperimenti con le scimmie nell’attesa di aver sotto mano me.
Fu il fratellone a dire a ma’ che in Austria questo cervello pieno di birra operava quelli come il sottoscritto. Sostenne che ero senza speranza, che non mi si poteva più tenere in casa, che prima o poi avrei fatto fuori tutta la famiglia.
Povera mamma, mi sbatté subito sul primo treno per Vienna. Non mi voleva abbandonare, ci teneva a me, e, sotto sotto, covava pure la speranza che l’imbecille di famiglia le diventasse il primo della classe. Magari le prendeva anche la laurea.
Mi visitano, mi punzecchiano, mi passano ai raggi x in tutte le posizioni, come una braciola sulla gratella e poi via, in sala operatoria.
Mi sono svegliato quattro mesi fa e la prima cosa che ho visto è stata una vecchiaccia che russava sulla sedia accanto. Tale vecchiaccia poi risultò essere mia madre. Posto che era impossibile che nei cinque giorni della mia operazione fosse invecchiata di trent’anni, dovetti ammettere che forse era sempre stata così, solo che prima non me n’ero accorto. Io l’avevo sempre vista bella, con i capelli rossi come quelli dell’Irene, e giovane. Ma si sa, prima ero scemo.
Quando mi riportarono a casa, barcollai in qua ed in là senza riconoscere niente. I muri erano più piccoli di come li ricordavo, il soffitto più basso, mia sorella più sgraziata, la cucina più sporca, il cane spelacchiato e vecchio.
Scoprii, inoltre, di non possedere un padre. Quando chiesi notizia di una bambinella coi riccioli rossi e le ginocchia sempre sbucciate, mi comunicarono che l’avevo affogata tredici anni prima.
Lo specchio, di cui non m’ero mai curato, se non quel tanto per sorridere ad un altro bambino come me, mi rimandava ora l’immagine di un essere d’irrimediabile bruttezza, dai lineamenti alieni e grottescamente orientali. Una specie d’incrocio fra un tartaro ed E.T. Sinceramente, non trovavo di gran conforto che adesso, come fece notare padre Lattanzio, “il mio volto risplendesse dell’eccelsa luce dell’intelletto”.
Nei giorni che seguirono, scoprii che Dio non esiste e nemmeno Babbo Natale, scoprii che mio fratello mi odiava e mia sorella aveva paura di me. Scoprii che i vicini avevano smesso d’avere pietà, e volentieri mi avrebbero dato in pasto al cane. Mi accorsi che quelli che avevo sempre creduto giganteschi fiori di cartapesta erano cartelloni pubblicitari; appresi che si possono comprare tre fustini al prezzo di due e che i clacson non sono canne d’organo.
Anche oggi, che lavoro come aiuto di un barista, non capisco perché la città m’appaia così laida quando la sera me ne torno a casa lungo Corso Garibaldi illuminato dai lampioni. Stacco alle sei, raccolgo gli avanzi per il cane, poi mi fermo a chiacchierare coi barboni di Ponte S. Giovanni. Persino ma’ ha smesso d’aspettarmi alla finestra ormai.
Però forse non tutto è perduto. Ieri, al bar, mi è capitato sott’occhio un annuncio. Sembra che ci sia un professore, a Milano, uno in gamba che aiuta gli zimmergaut.
Mi ci vorranno almeno dieci anni di risparmi per mettere da parte la cifra che mi hanno spiattellato stamani per telefono. Ma ce la farò. Risparmierò sul cinema e sui giornali, farò gli straordinari ed alla fine riuscirò a tornare come prima.

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Filippo Tommaso Marinetti

15 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere

Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini.
Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini.

Filippo Tommaso MARINETTI
(1876-1944)



Accademico d'Italia, alfine!
A cinquantasei anni questo riconoscimento viene a premiare la mia rivoluzionaria attività rivolta a cambiare la vecchia letteratura, la vecchia poesia. In una esplosione di versi mai tentata ed ottenuta da alcuno. Quanto tempo è passato da quel primo "manifesto" del 1909!
Questa data passerà alla storia della letteratura e delle arti mondiali per aver fatto sussultare e ribaltare dalle fondamenta il mondo letterario arcaico, vecchio, consunto, un mondo letterario che ci stava affossando tutti.
Ho bruciato - veramente - i vecchi musei zeppi di scartoffie ammuffite, fitte di sdolcinature e di marciume.
Ho distrutto definitivamente gli antichi e barbuti professori, rimbambiti, che si parlavano addosso; e si scrivevano addosso tutto l'ottocentume imperante.
Ho sepolto poeti, scrittori, attori, musicisti sedicenti tali, che stavano naufragando da tempo immemorabile in un mare di idee inaridite e sciocche; idee non più pensabili, non più sopportabili.
Io! Io ho generato un nuovo universo letterario!
Io! Io sono l'artefice del rinnovamento artistico!
E al mio fianco hanno combattuto - è proprio il caso di usare questa parola, ché le nostre indimenticabili "serate futuriste" a Roma, al teatro Costanzi, a Trieste, a Milano al Lirico, e dovunque ci siamo proiettati, si sono chiuse con vere e proprie battaglie tra noi e un pubblico sbigottito e giornalisti increduli…
E tutti noi, là sul palco, tanti amici poeti e pittori e musici
Ah, le nostre poesie urlate al vento della follia!
Paolo Buzzi, con i suoi "Aeroplani", Giampiero Lucini con le sue "Revolverate".
E Palazzeschi, che ha appiccato il fuoco ai fondali velati di sonni e crepuscoli, con il suo imperituro L'incendiario.
Come era buono, il caro Aldo Palazzeschi! Così fine, così timido, tanto che sul palco non riusciva a far sentire la sua flebile voce, tremolante, fioca; neppure un terzo dei suoi versi meravigliosi e rivoluzionari riuscivano ad arrivare alla platea ,si perdeva infatti nel boato degli urli e dei fischi degli spettatori. Che non se ne accorgevano, ma così facendo partecipavano in prima persona - da attori!- alle esplosioni letterarie del futurismo.
Che variazioni di atmosfera, che emozioni! Che fantastiche novità nei versi più o meno liberi dei nostri grandi poeti, che splendide sensazioni si ricavavano dai colori di Umberto Boccioni, e di Giacomo Balla; colori sbattuti sulle tele a ricercare velocità, fughe in avanti.
Quale terremoto nei ghirigori della musica di Russolo!
Un manipolo di portenti, di artisti con la "A" maiuscola; tutti dietro di me, tutti a seguirmi con la spada sguainata a colpire le stelle; e la luna! Quante volte abbiamo gridato quell'esclamazione diventata celebre Uccidiamo il chiaro di luna!
Il nostro vento di follia cosciente ha attecchito, ha dato i suoi frutti, vicino e lontano.
Era nato "il futuro"!
I tempi erano maturi, e noi l'avevamo capito prima degli altri.
Il novecento era come un monello di appena una decina d'anni, ma era già pronto a correre, a galoppare!
Ma per spingerlo a questo genere di galoppo ci voleva qualcuno che ne strigliasse bene i cavalli.
Arrivammo noi!
Che botte per le strade!
Quanta frutta, quanti ortaggi, quanti cespi di verdura volavano intorno alle nostre figure, a noi che imperterriti combattevamo rispondendo con le poesie, con i racconti, con la musica, nuovi! Rispondevamo a colpi di letteratura futura!
I nostri proclami declamati a gran voce (tranne quella del malcapitato Palazzeschi, come ho detto) in tutti i principali teatri d'Italia! Abbiamo distrutto la sintassi, abbiamo creato "parole in libertà", abbiamo gettato alle ortiche la metrica classica, le rime, le assonanze; avevamo creato nuovi versi, versi liberi di volare…

E sulle tele i colori nuovi in movimento, a rincorrersi, scandito il tempo da musiche nuove.
Eppoi i manifesti, per quelli lontani, per coloro che non potevano seguirci da vicino: a Londra Mosca Madrid Parigi.
I manifesti!
Della danza, della pittura, della letteratura, della musica. E ancora, del teatro, della moda, della cucina… e tanti tanti altri, tanti che quasi non li ricordo più tutti.
Il mondo era nostro; il mondo ci capiva, il mondo… capiva che era giunto il momento di scrollarsi di dosso tutto il vecchio e il decrepito che si portava ancora appresso. E lo ha fatto con un coraggio degno della nostra forza e della nostra lucida follia.
Dopo di me, il vuoto… l'arte andrà avanti…
… e non si volerà indietro…

marcello de santis

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