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Istantanee

19 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #fotografia, #personaggi da conoscere

Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)
Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)

Domenica delle Palme. Che si fa? Il tempo è splendido e, complice il primo giorno di ora legale, sembra che la giornata proprio non debba finire.

In giro, famigliole che spingono passeggini vuoti e stringono rami d’ulivo benedetto. I bambini, rigorosamente a piedi, cinque metri davanti ai genitori, si esibiscono in scatti degni di Mennea, giusto così, per testare la resistenza cardiaca di papà e mamma. I nonni al seguito urlacchiano e ondeggiano, cercando di afferrare quei diavoli, destinati a perpetuare la famiglia, prima che attraversino la strada congestionata dal traffico.

«Fermatevi, il semaforo è rosso!», sbraita scompostamente una signora di una certa età.

Macché, i nipotini si bloccano solo perché, accanto a loro, in attesa che scatti il verde, una bambina regge nella sinistra un cono sul quale svettano tre enormi palline frastagliate di coloratissimo gelato. A ogni secondo che passa, tutto quel ben di Dio sembra assumere un’inclinazione sempre più pericolosa. La nonna invita la nipotina a tenere il cono più dritto e le passa un cucchiaino di plastica. Scatta il verde. Chissà come andrà a finire.

All’incrocio, dieci metri più in là si è fermata un’ambulanza. È arrivata a sirene spiegate. C’è un uomo, seduto per terra, la schiena appoggiata al palo della luce. I soccorritori gli parlano. Lui si rialza infastidito e s’incammina, solo e ciondolante, nella direzione opposta da dove è venuta l’ambulanza. L’uomo gira l’angolo e scompare.

Più avanti, l’ingresso dello spazio espositivo. La curiosità prende il sopravvento e il passo rallenta, come per magia.

«Toh, guarda, c’è la mostra “Robert Capa in Italia, 1943 – 1944”. Settantotto immagini dell’Italia del Sud durante la guerra. Che facciamo? Entriamo a dare un’occhiata?»

Ma sì, che vuoi che sia. Ogni tanto, qualche sprazzo di cultura non fa male. E poi, vuoi mettere, domani in ufficio, raccontare ai colleghi che sei stato alla mostra di un fotografo ungherese che ha cambiato nome - «Perché Robert Capa non è il suo nome vero, e no, e no!», dirai, sicuro di te - e ha girato il mondo in lungo e in largo? E va bene che anche tu, fino a che non incollavi il naso al vetro dell’ingresso non sapevi nemmeno dell’esistenza di quel tizio, però, mica lo devi dire ai tuoi colleghi questo.

E poi, tutto sommato, una mostra fotografica la si può apprezzare anche se sai poco o niente di uno sconosciuto che per passione, e anche per mestiere, ha catturato momenti di quello che ora per noi è soltanto storia. Acqua passata, ti verrebbe da dire. Ma ti trattieni.

Davanti alla biglietteria c’è un po’ di coda. Un ragazzo si lamenta con la ragazza accanto a lui. Il biglietto d’ingresso costa esattamente la metà di quello che avrebbero speso in un locale non lontano da qui: «Risto-fusion cino-eurasiatico-oceanico. Formula “all you can eat”.», ci tiene a sottolineare enfatizzando la pronuncia inglese.

Con pochi Euro in più si sarebbero potuti rimpinzare fino al mal di pancia, altro che. Al termine del pranzo avrebbero persino ricevuto due birre omaggio. E invece no. Gli tocca la mostra.

«Che ci posso fare io se il prof ci ha consigliato di venirla a vedere? E poi così si accumulano più punti per l’esame, no?», gli risponde la sua amica, masticando rumorosamente una gomma americana. Universitari, dunque. «Annàmo bene!», penso io.

Finalmente staccano il biglietto e, dopo una rampa di scale, al primo piano, ecco il pannello che introduce il visitatore alle opere esposte. Una serie di fotografie, scattate dal 1943 al 1944 da Robert Capa, fotografo al seguito dell’esercito anglo-americano sbarcato in Italia. Immagini rigorosamente in bianco e nero. Con il passe-partout bianco che reca, in rilievo, colore sul colore, il nome svolazzante dell’autore. Chiaroscuri che sembrano voler scavalcare la cornice a tutti i costi, per prendere posto sui divanetti al centro della sala e iniziare a conversare con il pubblico.

Ma non si può. Perché nel primo spazio dedicato allo sbarco in Sicilia, una mamma si aggira zigzagando con il suo bimbetto - avrà sì e no un anno - che le trotterella accanto. Poi, di colpo, si blocca davanti a una serie di fotografie e lo prende in braccio, invitando la signora che lo accompagna (un’amica, una zia?) a farsi dare il cinque dal bambino.

«Sapessi come gli piace dare il cinque. Dài il cinque, dài, dài il cinque!» e il bambino, succhiottando il cucciotto si dimena, un po’ confuso. L’amica-zia ora si è messa a cantargli: «Batti batti le manine…»

Di Robert Capa manco l’ombra.

Seconda sala. Una donna si aggira chiedendo ad alta voce alla sua amica: «Dov’è la foto controversa? Dov’è? Non mi dire che non l’hanno esposta?», delusissima e contrariata, si dirige come un treno verso l’uscita.

La foto controversa. Quella del miliziano colto nel momento in cui viene colpito dal fuoco nemico. Scattata nel 1936. Durante la Guerra di Spagna. Da tempo oggetto di diatribe: è un fotomontaggio; il miliziano era in posa; non l’ha scattata Robert Capa…

Ma questa mostra espone le foto dell’Italia dal 1943 al 1944, non della Guerra Civile in Spagna.

Non esageriamo. Mica si vorrà studiare la storia per andare a una mostra che espone qualche foto inchiodata alla parete? Che approccio barboso e vetusto! Certo, ci fosse una “App” scaricabile sull’Iphone, magari un’occhiatina di tanto in tanto, tra una ricetta veloce e un consiglio da parte dell’avatar-personal trainer di bilanciamento corpo-mente… Ma così, così è da parrucconi! Pretendere che si sappia pure collocare immagini statiche in un contesto dinamico di “prima” e “dopo”.

Cerco di passare oltre.

Due giovani donne bloccano la visuale dei ritratti dei prigionieri di guerra tedeschi. Si stanno confidando. O meglio, una, quella con i capelli corti, parla come una mitraglietta dei suoi patimenti sentimentali.

«Sai, su WhatsApp io gli ho scritto come mai non si facesse vivo. Proprio così: “Perché non ti fai più vivo con me?” in modo che lo leggessero tutti.»

L’amica cerca di abbozzare, ma quella con i capelli corti non cede di un millimetro: «Perché sai, io i miei due anni di indipendenza mica me li gioco così, sai? E no, cara mia, ciascuno per la sua strada piuttosto, ma questi giochetti. Con me poi…»

Io inizio a rosicare. Come sempre, d’altronde, in queste occasioni. Rosico, rosico da matti, perché vorrei, in questo preciso istante, essere grande amica di Paolo Virzì o di Carlo Verdone. Poterli chiamare, subito, sui due piedi e dire loro, piena di entusiasmo: «Ho un soggetto meraviglioso per il tuo prossimo film! Ascolta qui…». Invece no.

(«Vedi di non montarti troppo la testa! Chi ti credi di essere?», starete pensando. Avete ragione, ma lasciatemi sognare per qualche secondo, non costa nulla…)

Più in là, una coppia di fidanzati fissa la foto di una camera operatoria in un ospedale da campo. I medici attorno al soldato ferito hanno facce serie, concentrate nell’emergenza. Vestono solo i pantaloni della divisa e i grembiuli operatori. Sotto quei rettangoli bianchi annodati con le fettucce, i torsi nudi e le schiene rivelano una magrezza bellica, da soldati ben nutriti e curati, certo, ma comunque al limite, dati i tempi.

«Che selvaggi! Guarda qui!», dice lei incredula, «Nemmeno i camici si mettevano. Ma come si fa?» e si allontana.

C’era la guerra, verrebbe da dirle. In un ospedale da campo arrivava di tutto. I medici operavano in condizioni d’urgenza proibitive. E non si potevano permettere il lusso di lavare anche le camicie e i camici operatori.

Non paga, la ragazza si avvicina a un’altra foto. Il funerale di alcuni liceali morti combattendo a fianco delle forze di resistenza napoletane. Le bare costruite alla bell’e meglio, inchiodate in modo precario e troppo piccole. I piedi dei giovani morti spuntano dal legno, fasciati. La ragazza scuote la testa. «Ma cos’è ‘sta roba?», chiede disgustata e se ne va.

Al termine del percorso, la sala raccolta e buia con il video delle più belle foto scattate in tutto il mondo da Robert Capa. Lo studente incontrato all’ingresso si accorge, con disappunto, che non c’è un solo posto libero.

«Adesso ci si deve pure mettere in fila per vedere il video!», sbuffa insofferente e inizia a chiacchierare con la ragazza che lo accompagna e un altro giovanotto che li ha raggiunti.

Un poco disturbano con la loro conversazione ad alta voce, ma nessuno dice niente. Così, tra brandelli di conversazione su Twitter, profilo Facebook e pettegolezzi (e meno male che non si sono scattati un selfie!), in sala scivolano chiaroscuri di una catena di storie del mondo.

L’universitario fa capolino di nuovo per capire se il video è al termine e se possono sperare di vederlo (ricordate il prof e i punti validi per l’esame?), proprio nel momento in cui i marines americani sbarcano in Normandia.

«Sono arrivati allo sbarco in Sicilia…», informa i suoi amici, «o in Normandia… insomma, tanto fa lo stesso. C’è il mare e quei cosi, lì, come si chiamano… ma sì dài…»

I suoi amici non capiscono.

«Ma dài, sì, quei cosi… quelle travi di ferro incrociate, quelle che inibiscono lo sbarco, che si usano anche per strada!»

La sua amica ride a crepapelle e ripete la definizione “inibitori di sbarchi”, manco fosse una barzelletta.

Il video scorre. E con lui uomini e donne in bianco e nero, assieme a Robert Capa dietro l’obiettivo.

Lo schermo sbiadisce. Si riaccende la luce. Dal pubblico in sala si alza un ragazzo che raggiunge gli universitari in attesa fuori.

«Ecco,», lo apostrofa il fan dei risto-fusion, «come si chiamano quelle travi di ferro incrociate che inibiscono gli sbarchi?»

Il suo interlocutore si concentra, prende fiato, gonfia il petto e da sotto la barba, con voce baritonale: «Croci di Sant’Andrea!», esclama sicuro con un (neanche tanto) malcelato rimprovero rivolto a quel poveretto che non sapeva come si chiamassero quegli aggeggi. I suoi amici ridacchiano per la brutta figura che ha appena rimediato il ragazzo. Non sapeva che si chiamano “Croci di Sant’Andrea!”… Ma come! Che ignorante!

Li sfioro per guadagnare l’uscita.

«Guardi che si chiamano “cavalli di Frisia”», mi verrebbe da dire loro.

Ma lascio perdere. A che serve? Anzi, niente niente rischio di sentirmi dire di farmi gli affari miei. Meglio preservare la salamoia nella quale siamo immersi, tutti gelosamente per conto nostro, senza spazio per le contaminazioni, senza possibili suggerimenti, senza aiutini, né giustificazioni.

Che poi, domani, al prof glielo si dice che si è stati alla mostra fotografica di Robert Capa (con tanto di esclamazione enfatica: «Eccezionale, prof, me-ra-vi-glio-sa!»), così ne tiene conto per i punti dell’esame.

Almeno quello, perché per il resto, quella mostra… sai che pizza! Molto meglio il risto-fusion cino-eurasiatico-oceanico con formula “all you can eat” e birre omaggio all’uscita.

Persino quello che aveva intenzione, il giorno dopo, di raccontare ai colleghi l’exploit culturale ci sta ripensando. Robert Capa, poveretto, perdere la vita a soli quarantun anni perché ha messo il piede su una mina antiuomo. Che sfiga! Anche se scattava foto non male, il tipo, persino senza Photoshop.

Però, domani ai colleghi in ufficio cosa racconterà? «Sono andato a vedere delle foto in bianco e nero»? Non erano state nemmeno ritoccate. Nemmeno un pochino. Questione di un click a casaccio e vai. Ma così son bravi tutti a fare foto.

…Se qualcuno tra voi avesse i recapiti di Paolo Virzì o Carlo Verdone, me li potrebbe fornire…?

Didascalia:

Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)

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La Cerca

26 Giugno 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #saggi

La Cerca

Esiste un elemento comune a ogni generazione, una trasposizione del rito di passaggio da bambino ad adulto in chiave moderna: il lavoro. È un'esperienza comune a tutti i giovani che, con la conclusione degli studi, escono dall'età dell'apprendistato ed entrano nell'età della produzione. Questo passaggio, per quanto costellato da difficoltà fisiologiche a ogni cambiamento di ruolo sociale, è rimasto fluido fino a qualche decennio fa. Ma negli anni '90 molto è cambiato.

«Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!»

Così declama Tyler Durden in mezzo ai cocci di una vetrina appena distrutta da un'esplosione in Fight Club, film diretto da David Fincher e tratto dall'omonimo romanzo di Chuck Palahniuk. Le arti in generale, e la scrittura in questo caso, sono la valvola di sfogo dei disagi sociali e culturali, non sorprende quindi che la letteratura sia uno dei canali attraverso cui viene fotografato il cambiamento .

La frase sopra citata è straordinaria nella sua forza espressiva, perfetta per riassumere la filosofia anarchica intorno alla quale è costruito l'intero racconto, ma le azioni del protagonista dimostrano il contrario, almeno nella prima parte. Non siamo il nostro lavoro, ma il lavoro è parte dell'identità di ogni individuo e proprio per questo il protagonista si scaglia con veemenza contro la sovrapposizione automatica che avviene tra il lavoro svolto e lo status sociale percepito dal resto del mondo. Più di ogni altra cosa, Tyler sa che l'uomo vive da sempre una tensione a migliorarsi, mentre l'esercito di impiegati, operai, baristi, tassisti, camerieri e così via da lui reclutati sono insoddisfatti del loro lavoro e dell'identità sociale che ne deriva.

Pensate a uno sconosciuto che vi viene presentato da amici. Conoscere la sua occupazione lavorativa condurrà a consolidati stereotipi ai quali fare riferimento, strumenti che permettono di pre-giudicare – in senso letterale, privo di qualsiasi accezione negativa – la persona o di rivalutarla, in peggio o in meglio, nel caso in cui l'informazione giunga dopo le presentazioni.

Fight Club viene pubblicato nel 1996 ma è solo un esempio della narrativa di quegli anni sul tema della dissoluzione dell'identità sociale. Gli anni '90 rappresentano il periodo in cui i primi figli della cosiddetta Generazione X entrano nel mondo del lavoro, «i figli di mezzo della storia, cresciuti dalla televisione a credere che un giorno saremo milionari e divi del cinema e rockstar», per citare ancora Palahniuk. Questa generazione doveva essere speciale, ma quando si è trovata a essere normale, rinchiusa in posizioni lavorative alienanti e costrittive, sono subentrate frustrazione e malcontento.

Come ha sostenuto recentemente il sociologo polacco Zygmunt Bauman a Gorizia nel corso del festival èStoria, una delle ragioni che hanno provocato il cambiamento è stata la mancanza di un'eredità paterna come base di una spinta propulsiva. Questa differenza è visibile già con i nomi creati dalla narrativa per generazioni, il passaggio da “baby boom” alla già citata Generazione X e successive. Bauman definisce le generazioni etichettate con una lettera “ignoti matematici che stanno a indicare proprio l'ignoto di un futuro che non risponde più alle potenzialità impiegate dai singoli individui”.

È la tensione verso il futuro a essere problematica, lo è sempre stato. Ogni agitazione, ogni movimento sociale o culturale, in particolare giovanile, ragiona sempre su un'analisi del presente e su una costruzione di un futuro, spesso utopistica nelle aspettative. Niente è più importante del lavoro nel futuro di un giovane. Il lavoro occuperà una parte consistente della sua vita e gli darà una definizione sociale, quindi la sua ricerca diventa anche un tentativo di costruire un'identità soddisfacente per sé stesso. Se questa ricerca dovesse concludersi in modo diverso da quello desiderato si andrà incontro a rabbia e frustrazione, generando una ribellione che, nella sua forma più estrema e violenta, Palahniuk descrive nel suo romanzo. Non è un caso se il protagonista fa spesso riferimento a una figura paterna inaffidabile, dando un involontario supporto alla teoria di Bauman.

Le persone impegnate a picchiarsi negli scantinati dei locali e a progettare attacchi terroristici all'interno delle città erano insoddisfatte, frustrate, ipercompetenti rispetto alle mansioni svolte, ma adulte.

Oggi? Oggi trovare un lavoro non è un rito di passaggio, è una Cerca epica.

La Cerca, per definizione, può essere completata solo da veri eroi e solo dopo il superamento di prove terribili. Il suo scopo è portare un dono al popolo capace di garantire una stabilità e una soddisfazione spirituale e materiale. Prendiamo come esempio uno dei miti che più ha influenzato l'immaginario occidentale, quello del Graal. Il Graal ha avuto un valore simbolico fondamentale: dal Calice dipende il benessere della terra e dalla terra quello del popolo, è il perno tra il piano spirituale e quello materiale, mentre a livello culturale è un simbolo precedente al Cristianesimo e riadattato alla religione in un secondo momento. L'anello di congiunzione perfetto tra una moltitudine di elementi in contrapposizione tra loro.

«Dobbiamo ritrovare ciò che è andato perduto... Il Graal... Solo il Graal può risanare le piante e i fiori … Solo il Graal può redimerci» balbetta un Re Artù morente nel film Excalibur (1981), diretto da John Boorman. Morgana si muove per distruggere la pace e la prosperità stabilitasi nel regno, ma i danni devono essere prima morali: Artù è legato alla terra e finché egli prospera il terreno continuerà a dare i suoi frutti. Morgana riesce, con l'inganno e approfittando di un momento di debolezza del re, a concepire un figlio con il fratellastro, macchiando la sua condizione di prescelto con l'incesto. La salute di Artù peggiora, punito per il suo peccato, e con la sua anche quella della terra che smette di dare frutti. Sarà una visione a mostrare il Sacro Calice, e anche nelle sue condizioni il Re sa che trovarlo è l'unica speranza di redenzione.

Nella versione scritta del mito su cui è basato il film, La morte di Artù di Thomas Malory, il Graal compare in diverse occasioni per compiere il suo miracolo, ma la cerca comincia dopo una visione giunta ai cavalieri riuniti intorno alla Tavola Rotonda e i testimoni della visione si mettono in cerca, noncuranti delle difficoltà. Lancillotto, modello di ogni cavaliere, sembra l'unico in grado di avere successo nell'impresa ma, macchiato dalla sua infedeltà con la regina e dalla superbia, deve superare un periodo di penitenza e purificazione prima di poter arrivare al luogo in cui è conservato il Graal. Il suo pentimento non è comunque sufficiente e non gli sarà permesso toccarlo, solo tre cavalieri saranno degni di partecipare al banchetto, gli unici cavalieri ad aver tenuto fede ai principi della Tavola Rotonda, come predetto da un sogno di Sir Gawaine e interpretato da un eremita. Il sogno mostrava centocinquanta tori «dal manto nero e pieni di orgoglio esclusi tre, due dei quali dal manto interamente bianco e l'altro con una piccola chiazza nera». Secondo l'interpretazione del religioso, «i tori vanno intesi come la compagnia della Tavola Rotonda, il cui manto è nero per i loro peccati e la loro immoralità. Il nero rappresenta la mancanza di azioni buone o virtuose. E i tre tori dal manto bianco salvo uno con una chiazza nera: i due bianchi rappresentano Sir Galahad e Sir Percivale, perché sono puri nella carne e nello spirito, e il terzo rappresenta Sir Bors de Ganis, che ha ceduto alle tentazioni solo una volta ma, in seguito, ha preservato tanto bene la sua castità che le sue colpe sono state perdonate». Poche ore dopo il banchetto a cui parteciperanno i tre prescelti il Graal abbandonerà il mondo mortale per sempre, come preannunciato a Galahad durante il pasto da Gesù Cristo, secondo il quale «[il Graal] non è servito e adorato come merita dagli abitanti di questi luoghi, poiché essi sono stati convertiti al male, per questo li priverò dell'onore che avevo fatto loro». Le difficoltà, i tranelli e le tentazioni a cui hanno dovuto resistere per arrivare al banchetto sono interminabili, gli altri cavalieri, che non godevano della condizioni di prescelti, hanno subito clamorose sconfitte e si sono macchiati di colpe terribili nel corso delle loro avventure.

Gli ostacoli sul percorso che porta al lavoro, e all'età adulta, sono metaforicamente paragonabili a quelli del mito: disposti con machiavellica perversione e circondati da approfittatori e truffatori, sembrano il frutto di una narrazione epica volta a sfoltire le fila degli aspiranti eroi. Le difficoltà della ricerca del lavoro sono dovute all'evoluzione di un sistema economico che ha provocato una frammentazione dell'offerta e una riduzione delle prospettive, a cui si deve aggiungere le intenzioni di diverse figure, sempre esistite, di approfittare della situazione per ragioni poco oneste. Facendo qualche ricerca è facile imbattersi in annunci-truffa, in annunci scritti in un linguaggio da scuola elementare – ma con più errori –, in aziende che si negano dopo mesi di prestazioni non pagate, in avances sessuali durante i colloqui, in startup che chiedono dedizione totale senza poter pagare, in proposte degradanti già prima di arrivare al ruolo di procacciatore di like e gestore di amicizie. È un crescendo epico verso il demenziale e il grottesco, una produzione di tale qualità da rendere fiero Monthy Python. In effetti, se le teorie del complotto avessero un fondamento Monthy Python ne sarebbe la mente. Le prove esistono.

Il Graal, il fuoco, la fontana dell'eterna giovinezza, la pietra filosofale, hanno un valore simbolico, un raggiungimento di una condizione umana superiore, capace di valicare i limiti estremi della natura mortale per raggiungere lo status di perfezione divina. Aspirare a un qualcosa di superiore era valido in un mondo in cui il passaggio tra l'età della dipendenza e quella dell'indipendenza era fluido e naturale, ma anche più povero di possibilità. Da tempo si è arrivati a parlare di “scelta razionale” o “scelta adulta” per dare un significato positivo all'abbandono consapevole dell'identità desiderata in favore di una forzata dall'esterno. Considerata la situazione attuale, quando si comincerà a vedere realizzate le proprie aspettative se si continua a lavorare come procacciatori di like?

Qui dovrebbe intervenire l'eroe, la figura in grado di sfidare gli dèi, come Prometeo, o di esserne scelta, come Galahad ultimo discendente di Giuseppe di Arimatea, ottenere un dono e condividerlo con il popolo. Ma l'attesa dell'eroe è lunga e spesso costellata di impostori o personaggi che mostrano un successo temporaneo per poi vedere tutto fallire. L'eroe non ha la funzione di ripristinare un passato, l'eroe è portatore di cambiamento, è una figura rivoluzionaria, capace di riconfigurare il mondo in una nuova struttura. Il suo compito è più difficile di quanto si possa immaginare, perché si troverà a combattere anche le persone che sta cercando di salvare. O forse anche questo fa parte del suo destino: l'epica della sua vittoria è proporzionale alla grandezza del suo avversario e alla sua influenza nel mondo.

Se questa è la natura dell'eroe, allora la sua attesa è un atteggiamento passivo che non sembra poter coesistere con la società moderna. Per dirlo con le parole di Joseph Campbell, «l'eroe moderno, l'individuo moderno che osa accettare la chiamata e cercare la dimora in cui risiede la sostanza grazie alla quale il nostro destino sarà purificato, non può, anzi, non deve aspettare che sia la comunità ad abbandonare il suo manto di orgoglio, paura, avarizia sistematizzata ed equivoci canonizzati. ‘Vivi ogni giorno’, dice Nietsche, ‘come se fosse il primo, come se fosse l'ultimo’. Non è la società a dover guidare verso la salvezza l'eroe creativo, ma il contrario. Quindi, tutti condividiamo il compito supremo – tutti portiamo la croce del redentore – non nel momento glorioso della vittoria della tribù, ma nei silenzi della nostra personale disperazione». Una chiamata alle armi, un invito a creare il proprio aiuto divino, ad assumere il ruolo rivoluzionario che è proprio dell'eroe e a sommare questa volontà alla volontà di tutti gli altri per riportare il dono alla società. Non esistono eroi. Tutti sono eroi.

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Sciuldezza bella

13 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Sciuldezza bella



La canzone "sciuldezza bella", dal motivo accattivante e, permettetemi il termine, moderno, risale - come era solito dire il grande Mario Riva, attore comico romano conduttore della trasmissione televisiva Il Musichiere degli anni belli della nostra giovinezza... "nientepopodimeno ché" all'anno 1905. Ha più di cent'anni dunque.
Il testo è opera del grande poeta Edoardo Nicolardi, napoletano verace; ricordiamo di lui la canzone più celebre, quella "Voce 'e notte" che egli scrisse per colei che sarebbe poi diventata sua moglie, Anna Rossi (Ernesto De Curtis ne scrisse la musica).
Edoardo Nicolardi, Napoli 1878-1954, fu dapprima giornalista, cominciò a scrivere all'età di diciassette anni al Giorno, poi produsse poesie, molte delle quali divennero celebri canzoni classiche napoletane.
Abbiamo detto poco fa della canzone Voce 'e notte, che scrisse per la futura moglie Anna Rossi.
C'è una storia legata a questo amore. Edoardo chiese la mano di Anna al padre, che era un commerciante, ma il signor Gennaro la diede in sposa ad un altro, a un suo cliente, della bella età di settantasette anni, mentre la ragazza era nel fiore degli anni, ne aveva appena 17, la stessa età di Edoardo. Ma il destino volle che l'anziano marito campasse ancora solo due anni.
E così i due giovani innamorati poterono sposarsi e creare una numerosissima prole.
Sulle parole spassose di "sciuldezza bella", scrisse una musica allegra il musicista Alberto Montagna ,allora già celebre pianista, seppur giovanissimo, nonché primo accompagnatore dell'affascinante Elvira Donnarumma; s'incontrarono alla Birreria dell'Incoronata nei pressi di Via Medina, a Capodimonte, punto e snodo importante della città; infatti collegava la parte alta di Napoli con la frequentatissima zona del porto. Fu qua che Alberto conobbe Elvira e si innamorò di lei perdutamente. Ed era qua che Alberto Montagna si esibiva come pianista.
La canzone narra di una ragazza, che doveva essere bella e affascinante, se riusciva ad ingannare tutti quelli che si innamoravano di lei. Questi ragazzi innamorati, dunque, si riuniscono sotto il suo balcone e la invitano ad affacciarsi, ché ci sono tutti, tutt''e quarantaquatto 'nnamurate; affacciati dunque, la invocano, e conta 'e cape, conta le teste, conta quanti siamo.

Bella figliola ch'hê 'ngannato a tante,
chi sa si 'e tradimente ll'hê cuntate!
Ma si t'affacce, 'e vvide a tuttuquante:
simmo 'a quarantaquatto 'nnammurate!

'Ammore è doce e 'o spassatiempo è bello...
ll'arape 'sta fenesta o nun ll'arape?...
Chist'è 'o mumento pe' chiammá ll'appello:
affácciate nu poco
e conta 'e ccape...

(bella figliola che hai ingannato tanti/chissà se i tradimenti li hai contati/
ma se t'affacci, li vedi tutti quanti/ siamo 44 innamorati/
l'amore è dole e il passatempo è bello/ l'apri questa finestra o non la apri?/
questo è il momento di fare l'appello/ affacciati un momento e conta le teste)

Stanno tutti là riuniti a fare un concertino, Peppe Tore, Giorgio Papiluccio... stanno là per farle una serenata, con la chitarra il mandolino il putipù, la ciaramella, e c'è Bebé che canta...

Che finezza 'e cuncertino!...
ma è n'orchestra o na fanfarra?
Peppe gratta 'o mandulino,
Tóre pízzeca 'a chitarra...
Giorgio sona 'a ciaramella,
Papiluccio, 'o putipù...
Picceré', sciuldezza bella!
...
Sulo chesto saje fá tu!

la serenata a Napoli

io t'aggio amato tanto/ io t'amo e tu lo saje...
J' te voglio bene assaje.../ e tu nun pienze a mme...
..

Bella figliola che tanti ne hai ingannati, eccoli qua sotto, che sfilano tutti per te, il tempo passa, e tu non hai trovato ancora marito... ci hai baciato tutti, ci hai tradito tutti... ma non fa niente ti portiamo ugualmente questa serenata

"tutto s'acconcia cu na serenata..."

Bella figliola ch'hê 'ngannato a tante,
tenive 'nfrisco tutte sti partite...
Mo 'e vvide ca te sfilano pe' 'nnante...
ma 'o tiempo passa...e tu nun te mmarite!

Nun ce sta core ca nun hê traduto;
nun ce sta vocca ca nun hê vasato,
ma nun fa niente, va'!...chi ha avuto ha avuto!...
tutto s'acconcia cu na serenata...

Picceré', stu cuncertino
porta overo 'e cape suone,
Bebé canta, e Vicenzino
mette 'a terza da 'o puntone...
Giorgio sona 'a ciaramella...
Papiluc
cio, 'o putipù...
Picceré', sciuldezza bella!
Sulo chesto pienze t
u!

Bella figliola, che stai rinchiusa in casa, dicci con chi stai, lo vogliamo sapere, per metterlo sull'avviso, ché tu un giorno lo lascerai... sei una traditrice, e digli al tuo uomo di adesso che impari a suonare uno strumento, che l'anno prossimo sarà qui con noi...

"Picceré', sciuldezza bella!
Sulo chesto saje fá tu!..
..."

Bella figliola ca staje 'nchiusa 'a dinto,
vulessemo sapé cu chi staje 'nchiusa...
fall'affacciá...ll'avimm''a fá cunvinto
ca tu nu juorne 'o 'nchiante cu na scusa...

Tu si' na scellerata e 'o tradimento,
cresce cu 'e vase ca ve date ô scuro...
Dille ca se 'mparasse nu strumento:
ll'ha
da suná cu nuje ll'anno venturo...

Picceré', pe' tutt''o vico,
vanno 'e nnote 'e 'sta canzone...
si vedisse 'on Federico
ll'urganetto comm''o sona!
Giorgio sona 'a ciaramella...
Papiluccio, 'o putipù...
Picceré', sciuldezza bel
la!
Sulo chesto saje fá tu!

*****

Nell'aprile del 1974 Gabriella Ferri pubblica il suo ottavo disco (per la RCA italiana) dal titolo Remedios; l'anno prima era uscito il suo album dal titolo Sempre; comprendente tra le altre, le canzoni Il valzer della toppa (parole di Pasolini e musica di Umiliani) Sempre, appunto, Io cerco la Titina di Guido Di Napoli ,portata al successo tantissimi anni prima dal grande Natalino Otto; e le due celebri canzoni napoletane 'A casciaforte, testo di Alfonso Mangione e musica di Nicola Valente, e Lacreme napulitane, di Bovio e Buongiovanni.
Per la prima volta Gabriella Ferri si cimenta in canzoni della tradizione latinoamericana, e tra di esse citiamo la celebre La paloma che risale all'anno 1860, e Gracias a la vida, scritta dalla cantante cilena Violeta Parra poco prima di suicidarsi, era l'anno 1967, stava per cominciare l'era Pinochet; e inoltre Cielito lindo e La malaguena.
Nell'altro lato dell'album invece la cantante romana torna, o meglio prosegue, alla via del recupero, nel suo modo tutto particolare di cantare e di interpretare, della migliore tradizione classica romanesca. Tra le altre canzoni, ricordiamo Nina si voi dormite, del 1901, Fiori trasteverini una stupenda canzone di Romolo Balzani, e altre; e tra le altre: Semo centoventitre.
Gabriella Ferri, Roma 1942- Corchiano 2004 attrice e cantante di famiglia romana. Giovanissima insieme all'amica Luisa De Santis, figlia del regista cinematografico Giuseppe, forma un duo con il nome appunto di Luisa e Gabriella, interprete di canzoni romanesche. Ma Luisa è restia a mostrarsi sul palcoscenico, e la lascia. Gabriella intraprende la carriera di cantante solista. Col tempo dalle canzoni romanesche passa anche a quelle napoletane, che interpreta con una originalissima personalità.
Teatro, televisione, Bagaglino e Folk Studio e poi Il Piper a Roma.
Celebre è una trasmissione televisiva in cui lei, già con un fisico molto irrobustito, e il reuccio Claudio Villa, se ne dicono di tutti i colori a colpi di stornelli, duello che finisce senza vincitori né vinti, ma con la consacrazione, se ce ne fosse stato bisogno, di due grandissimi artisti della canzone dialettale.
Nel novembre 71 pubblica l'album di canzoni napoletane E se fumarono a Zazza, con tra le altre 'o sole mio, reginella, maria marì, marechiare...
Si ritira dalle scene nell'anno 1997 a causa dei una grave depressione che da anni la tormenta.
E che la porterà alla morte qualche anno dopo, nell'aprile del 2004.
Gabriela Ferri si cimenta anche come autrice del testo, dopo aver letto e ascoltato la canzone napoletana di cui abbiamo appena parlato, e cioè Sciuldezza bella.
La storia che Gabriella scrive è grosso modo la stessa cui aveva dato vita il poeta Edoardo Nicolardi tanti anni prima. Cambia molto poco in effetti; ad esempio il poeta napoletano presenta un gruppo di amanti traditi dalla bella al balcone in numero di quarantaquattro, Gabriella porta il numero a centoventitre. La scena è la stessa, la ragazza dai cento amanti al balcone e il raduno degli innamorati delusi di sotto; pronti a rinfacciarle i tradimenti, ma tutti riuniti per farle sentire la serenata. E come quello elencava dei nomi dei presenti, anche qui la cantante romana fa dei nomi, Peppino, Ninetto, Pippo l'avvocato, Giggetto... tanti sono i traditi, pensate, la bella regazza che cià cento amanti, e che sta lassù alla loggetta, non si è fatto mancare nessuno...

...e c’è puro er sagrestano
semo in centoventit
re ...

Bella ragazza che c’hai cento amanti
affaccete ‘ n tantino a la loggetta
se semo aridunati tutti quanti
pe’ fattela senti’ ‘sta canzonetta


Paraponzipò paraponzipò

La serenata a Roma si faceva di notte, all'epoca le vie erano ancora buie, mancando l'illuminazione e i lampioni erano ancora molto rari; se c'era la luna era meglio, la luna e una voce accompagnata dal colascione, e anche qui, come a Napoli, dal mandolino

C’è Peppino , c’è Ninetto
c’è sta Pippo l’avvocato
c’è Giggetto , c’è er "Tarmato"
vie’ a vede’ che bisca c’è

Scenni giù bell’angioletto
te li conti co’ la mano
e c’è puro er sagrestano
sem
o in centoventitre

Paraponzipò paraponzipò

Gli amanti napoletani le rinfacciano i baci dati, gli abbracci a profusione, i tradimenti, questi romani le ricordano che non si può proprio nascondere, ché sanno molte cose di lei, ad esempio

che c’hai li nastri lilla a le mutanne
(ha i nastri colore lilla alle mutande)

e le giarrettiere so’ color de rosa
(e il colore rosa d
elle giarrettiere)...

bella regazza che ciài cento amanti... affaccete ‘ n tantino a la loggetta, qui sotto ce stamo tutti: ce so' puro Donato, Pietruccio, perfino Fausto lo zoppo, scendi vieni a contarci t'accorgerai quanti siamo,

e le ricordano ancora una volta ch, se potesse parlate la stanza dove ella dava convegno... be', che dire, anche la carta alle pareti sarebbe arrossita per la vergogna

De te sapemo tutti quarche cosa
e le giarrettiere so’ color de rosa
e ar busto porti ‘n cappio accussi granne

Paraponzipò paraponzipò

C’è Donato e lo "Stallino"
c’è Pietruccio , c’è er "Pelato"
ce sta Fusto lo "sciancato"
stanno tutti a aspetta’ te

Scenni giù bell’angioletto
mò nun passa più gnisuno
ce contenti a uno a uno
semo in centoventitre

Paraponzipò paraponzipò

Parlasse la stanzetta ma no ‘n antra
che n’ avrà vista quarche
duna grossa
la carta che era tutta quanta bianca
pe’ la vergogna è diventata rossa

Paraponzipò paraponzipò

Poi le fanno sentire il concertino che stanno per fare (come accadeva nella scena napoletana) c'è anche qui una chitarra, c'è la fisarmonica, l'organetto
...
ce contenti a uno a uno
semo in centovent
itre

Vie’ a senti’ ‘sto concertino
chi te sona l’organetto
Pippo er flauto e Ninetto la chitara s
tà a sonà

...e qui a Roma, contrariamente a quanto avviene nella scena napoletana, tutti e centoventitre le chiedono un ultimo favore,

Scenni giu sur portoncino
mò nun passa più gnisuno
ce contenti a uno a uno
semo in centove
ntitre

Qui sotto potete ascoltare la due canzoni, Sciuldezza bella nella classica versione di Nino Fiore, e Semo centoventitre cantata da Gabriella Ferri.
Grazie di avermi seguito.



marcello de santis

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Strampalario di Natale, parte seconda

12 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #unasettimanamagica

Strampalario di Natale, parte seconda

Da Pasiele a Dio

25 dicembre, ore 1:30

Caro Signore, prima di tutto buon Natale!

Eccoci qua. Come ci avevi chiesto, ti scriviamo. Scrivo io per tutti e due.

Abacùc si è steso sul letto e sta guardando il soffitto. È un po’ stanco, perché siamo tornati tardi, ma è stata una serata bellissima. Siamo stati in una libreria del centro. C’era una presentazione di uno scrittore (Abacùc lo ha definito “pifferaio magico” e “trombone sfiatato”, e un po’ ha ragione) che si credeva un Re Magio e non sapeva che i tre Savi a quest’ora erano ancora in cammino. Mica erano ancora arrivati alla mangiatoia. Ci sarebbero arrivati il 6 gennaio. Io ho cercato di dirlo subito all’inizio. Pensa che in sala c’erano persino tre statue dei Re Magi!! Ma nessuno ha risposto quando ho parlato io. Comunque. Lo scrittore, che si chiama Dino Salamè (che nome!) parlava e parlava e non la smetteva. Parlava solo di se stesso e del suo libro (si intitola “Comete e tripudi”) e la gente lo applaudiva. Ma il bello è venuto dopo, quando c’è stato il rinfresco, alla fine di quella noiosissima presentazione. Abacùc mi passava i panini al latte imbottiti con il prosciutto crudo e per sé aveva riempito un piatto di tartine al salmone e ai gamberetti. Mi stavo pulendo la bocca dalle briciole, quando si è avvicinato un signore che si è presentato come “ragionier Mariano Righetti”. Vedessi che bellissimo orologio ha nel taschino del panciotto! Il ragionier Righetti ha fatto i complimenti ad Abacùc, dicendogli che aveva un figlio molto sveglio. Così piccino e già conosceva la storia della Notte Santa e capiva tante cose. Credeva che fossi il figlio di Abacùc, visto che sono piccolino. Noi abbiamo fatto finta di niente, naturalmente. Abacùc si è messo a parlare con il ragioniere, che sembra conoscere bene Dino Salamè. Lo conosce bene, ma non lo apprezza per niente. Così mi è sembrato, da quello che diceva di Salamè. Però, ha subito aggiunto a mezza voce: «Nonostante tutto mi dà da mangiare.» Così, io gli ho allungato un panino al prosciutto: «Una volta tanto si faccia dare da mangiare da qualcun altro.», ho detto e lui ha riso. Mi ha accarezzato la testa e ha chiesto ad Abacùc: «Ma questo bimbo così educato e sveglio, cosa sa fare di bello?»

«Sa distinguere i sogni belli da quelli brutti e fasulli.», ha risposto Abacùc orgoglioso, ma con un ghigno strano. E il ragionier Righetti, sgranando gli occhi, ha risposto: «Veramente?? Quasi quasi mi è venuta un’idea…»

Anche il ragionier Righetti è un tipo sveglio, sai? Sveglio e simpatico. Ma questo te lo racconto nella prossima lettera. Mi si chiudono gli occhi dal sonno.

Per intanto ti mandiamo i nostri saluti e tanti bacetti natalizi. Ciao.

Tuoi Pasiele e Abacùc

Il ragionier Mariano Righetti era davvero un tipo sveglio. E quel bambino, così curato nell’abbigliamento – al contrario del padre, un tipo un po’ bohémien con quel codino e quel giaccone frusto – gli era piaciuto sin da subito. Più che rappresentare la voce dell’innocenza, quel bimbo era davvero arguto, e che proprietà di linguaggio, nonostante i suoi pochi anni! Forse cinque al massimo, aveva valutato, squadrandolo, il ragioner Righetti. Quando poi il padre gli aveva rivelato che sapeva distinguere i sogni belli da quelli brutti e fasulli, beh, il ragioniere era andato a nozze, come si dice.

Li aveva subito invitati a raggiungere il tavolo dove erano appoggiate le pile del libro “Comete e tripudi” di Dino Salamè, aveva preso una copia, l’aveva porta al bambino e gli aveva chiesto: «Tu che distingui i sogni, dimmi un po’ – che tipo di sogni ci sono in questo libro?»

Già, perché il ragionier Righetti, impiegato da trentasette anni nell’amministrazione della casa editrice “Ca’ Story” e promosso a direttore amministrativo otto anni prima, ne aveva visti di scrittori. Di ogni tipo. Aveva contabilizzato di tutto e ne aveva lette di cotte e di crude. Ma, nonostante tutto, era ancora convinto che il vero scrittore non potesse fare a meno di far colare i suoi sogni nella bottiglietta dell’inchiostro con cui poi avrebbe scritto le sue storie. E dunque, i sogni che avrebbero impregnato le righe di un libro sarebbero stati la cartina al tornasole dell’anima – e delle qualità umane - dello scrittore stesso.

Il bimbo dal cappottino blu prese il libro, sfogliò le pagine al contrario, sentì palpitare i sogni di Dino Salamè sotto alle sue mani, ci pensò un attimo e affermò decisamente: «Fuffa e ragnatele.»

«Spiegati meglio…», disse Abacùc.

«Questi non sono sogni.», Pasiele ne era convintissimo, «Sono fuffa. E sono ragnatele. Quelle spesse, grigie e polverose. Che ti si appiccicano ai capelli, quando entri in cantina… Insomma, fuffa e ragnatele! Non ci sono altre parole per descrivere questi sogni!»

Il ragionier Righetti non credeva alle sue orecchie. Davvero quel bambino era in grado di riconoscere i sogni? Lui, che aveva letto “Comete e tripudi” poteva affermare che il bimbo aveva ragione. Quel libro conteneva solo della gran fuffa, come tutte le altre opere del Salamè, d’altronde. Ma questa più di tutte. Fuffa. Fuffa e poi ancora fuffa. L’abbinamento con le ragnatele, però, al ragioniere era parso geniale. Addirittura “soprannaturale”, se avesse dovuto usare un termine alla Dino Salamè.

Ciò nonostante, Mariano Righetti, uomo tutto d’un pezzo, non volle farsi prendere da facili entusiasmi e decise di fare un’altra prova, per verificare che quel bimbo e suo padre non fossero due mistificatori. Così, il ragioniere andò verso lo scaffale di letteratura classica, prese un libro e, di nuovo, lo porse a Pasiele.

«In questo che sogni ci sono?», chiese, cercando di celare la sottile apprensione che iniziava a provare, pensando alle doti di quel bambino.

Pasiele si rigirò il libro tra le mani, lo aprì a metà, lo richiuse, ne accarezzò la copertina e disse, con gli occhi che gli brillavano: «Ma questi sono sogni pirotecnici!»

«Come? Come?», Mariano Righetti prese una sedia e si accomodò, fissando Pasiele, «Che vuoi dire?»

«Come i fuochi d’artificio visti da una barchetta sul mare. Di mille colori, a cascata, a stella, che piovono nell’acqua e si moltiplicano specchiandosi… anche se ci sono certi botti da far tremare le finestre!»

«Che libro è?», si intromise Abacùc.

«L’Orlando Furioso… il bambino ha azzeccato di nuovo…», rispose Righetti incredulo.

«Gliel’avevo detto io!», e ad Abacùc iniziò a frullare in mente un’idea. Fu quasi lì lì per fare un cenno a Pasiele, perché voleva parlargli a tu per tu di quello a cui aveva pensato, quando il ragioniere, che era corso nella sezione dei libri per bambini, riapparve con un libro dalla copertina gialla e viola.

«Aspettate, solo un attimo ancora! Ecco qui, dimmi, dimmi che sono curioso…», Righetti porse il volume a Pasiele e trattenne il fiato.

«Ma qui, ma qui… ci sono le montagne russe, i lecca-lecca e la musica degli organetti!», Pasiele strinse a sé il libro. Non gli era mai capitato di trovare un sogno così bello in tutti quegli anni.

Righetti, per un attimo, si sentì quasi mancare. Non credeva potesse essere vero. Tre su tre. Il bambino aveva azzeccato tutti e tre i libri. O era un mostro o era un’anima davvero speciale. Chissà se il padre era consapevole fino in fondo delle capacità di suo figlio, visto che se ne stava lì, come impalato, a rimirare il bambino con un sorriso strano. Poi, però, il ragioniere capì che era tutto vero.

«Vorrà dire che questo libro te lo regalo io! Te lo leggerà il tuo papà. È un bel libro. È come dici tu. Montagne russe, lecca-lecca, organetti…», e il ragionier Mariano Righetti infilò nella tasca del cappottino di Pasiele una copia de “Le avventure di Tallerino”.

Pasiele sorrise e si toccò la tasca. Ringraziò con un filo di voce, poi chiese ad Abacùc e al ragioner Righetti se era rimasta ancora qualche tartina con i gamberetti. Aveva ancora un po’ fame.

Fin qua mi sembra che tutto fili liscio. La storia, intendo.

A proposito, i lettori più attenti e puntigliosi ora staranno pensando che il ragionier Righetti il libro lo ha infilato in tasca a Pasiele, dicendogli che glielo regalava, ma mica l’ha pagato. Bella forza, il ragioniere. No, no, vi assicuro, Mariano Righetti non ha mai fatto cose del genere. Solo che aggiungere nel capitolo una frase del tipo “il ragionier Righetti chiese a Pasiele di restituirgli il libro per un attimo, raggiunse la cassa, lo pagò e lo porse felice al bambino”, mi dite voi cosa aggiunge alla storia? O cosa toglie? Già, perché sempre nei corsi di scrittura e narrazione una delle domande amletiche che dicono lo scrittore si debba porre è: “Ma questo fatto aggiunge qualcosa alla mia storia? Oppure toglie qualcosa?” e se la risposta è “no” a entrambe le domande, allora si può tralasciare.

Comunque, fidatevi. Il libro, il ragionier Righetti l’ha pagato. In contanti. “Le avventure di Tallerino” - chissà poi se esiste davvero un libro con un titolo così.

Ma torniamo a noi. La dote di Pasiele ha spiazzato il ragioniere. E ad Abacùc è frullata in testa un’idea. Sta scritto sopra, ma Abacùc non è riuscito a spiegarla a Pasiele. Sono stati interrotti sul più bello dalla terza prova del ragioniere, dal regalo (con pagamento avvenuto, ma omesso nella storia), dalle tartine ai gamberetti. Ma non è finita qui.

Il ragionier Righetti, visto e considerato che la libreria si stava ormai svuotando, perché tutti dovevano correre alle tavole imbandite per il cenone di Natale, ha proposto a Pasiele e ad Abacùc di fare un giretto in centro e poi andare alla messa di Natale. I due non se lo sono fatto dire due volte. Certo che avevano voglia di vedere il centro e poi andare in chiesa. Anche se al ragioniere, Abacùc era sembrato un poco fra le nuvole, distratto.

Aveva ragione Righetti. Abacùc stava ripensando anche al fatto che nessuno, nemmeno a presentazione finita, si era avvicinato a Pasiele, per dirgli qualcosa in merito alla sua osservazione sui Re Magi. Che poi era la verità. E anche se Abacùc, dall’alto del suo disincanto, sapeva bene che le cose andavano a finire così nella vita reale, provava dispiacere per il suo amico.

«E poi, non si fa finta di niente quando qualcuno dice qualcosa», questo aveva detto Pasiele all’inizio della presentazione di quel bellimbusto. Più ci pensava, più ad Abacùc spiaceva. E l’idea che aveva iniziato a frullargli nella testa, era diventata più nitida, più chiara, soprattutto quando si erano seduti in chiesa.

«Altro che non rispondere all’angelo riordinatore di sogni Pasiele... Caro Dino Salamè… buon Natale!» e Abacùc aveva iniziato a fissare il ritratto di San Michele posto sopra all’altare della chiesa. Aveva fatto così per tutta la durata della Santa Messa. Come fosse in trance.

«Stai bene?», gli aveva chiesto un po’ preoccupato Pasiele all’uscita.

«Mai stato meglio!», aveva risposto Abacùc con un sorriso strano. E si era sistemato il collo del giaccone con un gesto da attore consumato. Faceva freddino ed era ora di rientrare a casa, ma il ragionier Righetti, da vero signore, chiese se loro due avessero avuto voglia, per Santo Stefano, di pranzare a casa sua.

«Che bello, un invito!», aveva esclamato Pasiele.

«Praticamente, ragioniere, avrà capito che questa frase equivale a un sì da parte di noi due!», aveva aggiunto Abacùc, stringendo felice la mano di Mariano Righetti.

Sulla strada verso casa, Pasiele aveva ricordato ad Abacùc che avrebbero dovuto scrivere al buon Dio.

«Anche per fargli gli auguri di Natale.», aveva aggiunto timidamente.

«Fallo tu, io sono troppo stanco.», aveva risposto Abacùc che, appena entrato a casa, si era subito buttato sul letto, iniziando a fissare il soffitto, per rilassarsi.

Proprio come aveva scritto Pasiele nella lettera del 25 dicembre, alle ore 1:30 del mattino.

Era davvero stanco Abacùc. Sfinito. Si era concentrato così tanto durante la passeggiata in centro e poi in chiesa, fissando il ritratto di San Michele sopra all’altare.

Ma era inevitabile. Certe cose ti affaticano. Però ce l’aveva fatta.

E poi, lo sappiamo tutti che i giornali il 25 dicembre sono in edicola. È a Santo Stefano che i giornalisti e le rotative fanno festa. Abacùc era riuscito a organizzare tutto per tempo.

Continua

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Seychelles:Un arcipelago ancora incontaminato la cui bellezza fa rimanere senza fiato.

8 Febbraio 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Seychelles:Un arcipelago ancora incontaminato la cui bellezza fa rimanere senza fiato.

Il nome è indubbiamente melodioso e ricco di fascino esotico e chi non ha mai visitato anche una sola delle tante isole che ne compongono l’arcipelago, non può immaginarne la grande bellezza. Una bellezza che spazia dal mare limpido e cristallino alle bianchissime spiagge, dalla vegetazione rigogliosa, piena di colori e di profumi, alla popolazione creola ben predisposta all’accoglienza del turista. Nel mondo, fortunatamente, ci sono ancora alcuni luoghi incontaminati e le Seychelles, a pieno diritto, possono definirsi tali. Un Governo lungimirante, infatti, da molti anni ha a cuore la conservazione del suo ecosistema impedendo anche la costruzione di nuove strutture alberghiere per non alterarne l’equilibrio.

Niente turismo di massa, quindi, nessun sovrappopolamento in ogni periodo dell’anno. Tutto rimane circoscritto nell’ambito di un turismo che non altera l’armonia delle isole, della sua flora, della sua fauna e della sua popolazione.

Le Seychelles sono un grande patrimonio naturale da rispettare e conservare per tutta l’umanità. È questo il compito che i seychellesi si sono prefissati da tanti anni e che ogni “buon” turista, consapevole dell’importanza del mantenimento di un simile paradiso, dovrebbe aiutare a proteggere e a conservare. Un turista con una coscienza ecologica è il miglior turista che queste meravigliose isole possano ospitare.

Conosciamone un po’ la storia…

Le Seychelles, oltre 65.00 abitanti distribuiti su una trentina di isole in parte coralline e in parte granitiche, si trovano nell’Oceano Indiano a 1.100 Km circa a nord est del Madagascar e poco più a sud dell’equatore. Scoperte dai portoghesi nel XVI secolo, furono colonizzate dal francese L. Picault, inviato dal governatore delle Mascarene, che le chiamò inizialmente “Boudonnais”. Nel 1756 passarono alla Compagnia Francese delle Indie Orientali con il nome di Seychelles, derivato dal cognome dell’intendente generale delle finanze sotto Luigi XV, Moreau de Seychelles. Sotto Napoleone, invece, divennero luogo di deportazione di detenuti politici. Con il trattato di Parigi del 1814 le Seychelles vennero cedute agli inglesi ma nel 1976 hanno ottenuto l’indipendenza. I primi abitanti si stabilirono alle Seychelles un paio di secoli fa ed erano costituiti da schiavi liberati dalle navi negriere, da coloni di origine francese, da indiani e cinesi. Tutte queste unioni hanno dato origine alla bella razza creola che vive soprattutto a Mahè, e in particolare a Victoria, capitale e centro vivacissimo con il suo mercato pieno di banchi di pesce, di frutta esotica, di oggetti di artigianato locale e con un’incredibile miniatura del Big Ben londinese “ che campeggia” nella piazza centrale.

Le prime impressioni…

Appena si esce dall’aeroporto di Mahé, non si può fare a meno di notare che il paesaggio è molto più bello di quello che viene descritto da chi già ha avuto la fortuna di visitare le Seychelles. Si rimane stupefatti davanti alla vegetazione lussureggiante e varia. Ovunque palme, banani, felci, enormi acacie dai fiori rossi, fiori profumati, filodendri che si arrampicano sulle palme, alberi del pane, takamaca – tipico albero locale che cresce e quasi si adagia con il suo tronco e le verdi foglie sulle candide spiagge – e tantissime piante, che da noi raggiungono a malapena il metro di altezza, e qui, invece, sono alberi “vigorosi”.

Lontani dal traffico delle città, e liberi di respirare aria priva di smog, è facile farsi condizionare dai ritmi lenti e rilassati degli abitanti del luogo. Un inconsueto profumo di terra, piante, fiori e mare permea l’aria dell’isola più grande, così come quella di Praslin e La Dique – le altre due isole più conosciute dell’arcipelago.

Qui è tangibile il trionfo della natura rispetto all’uomo. Gli occhi si beano di tanto splendore e non possono fare a meno di ammirare le lunghissime e candide spiagge – orlate da alte palme e da takamaca – il mare, veramente incontaminato e di un colore che si fonde facilmente con quello del cielo; la fitta vegetazione, la varietà di uccelli che volano a bassa quota e sembrano non aver paura dell’uomo.

Vale proprio la pena di girare le isole e conoscerne sia i luoghi più nascosti e più belli, sia gli abitanti e il loro modo di vivere semplice e a stretto contatto con l’habitat. Al tramonto, in un’atmosfera che ha il sapore di tempi lontani, è facile incontrare gruppi di pescatori che sulla riva di una qualsiasi spiaggia scaricano dalle loro barche il pesce appena pescato. Nessuno grida, nessuno ha fretta, e il pesce viene spostato dalle piccole imbarcazioni con la massima calma.

Le semplici case dei seychellesi sono circondate da giardini nei quali gli alberi di papaya e banani sono carichi di buoni frutti. I bambini sono molto socievoli belli, con la loro pelle vellutata e gli occhi scuri, e si lasciano fotografare volentieri anche quando si incontrano all’uscita della scuola. Come in ogni altro posto del mondo – tranne in Italia – Indossano tutti ordinatamente la divisa scolastica, anche i ragazzi delle scuole superiori.

Cosa si può fare?

Oltre alle escursioni che si possono effettuare all’interno di Mahé, è consigliabile quella al Parco Marino di Sainte Anne. Un’immersione nel suo reef, con maschera e boccaglio, è una delle esperienze più entusiasmanti che si possano provare. La barriera corallina pullula di vita e la moltitudine di pesci e coralli variopinti la fanno quasi somigliare ad un giardino fiorito.

Il paesaggio sottomarino è quantomai affascinante: coralli rossi, blu, neri e bianchi, a gruppi o isolati, formano una specie di scenografia unica nel suo genere, mentre pesci di piccole e medie dimensioni e dai nomi curiosi, come quello di pesce-leone, pesce-angelo, pesce-Picasso – nuotano tranquillamente fra questi organismi viventi.

A chi piace tuffarsi in un mare dal colore inimmaginabile, ma non protetto dal reef, per cui è spesso “mosso” con delle alte onde, non deve perdere l’occasione di farlo ad “Anse Intendence”, dotata anche di una larga e bianca spiaggia sulla quale si può sostare in tutta tranquillità.

Praslin, candide spiagge e foresta primordiale

Non si può andare alle Seychelles e non soggiornare o visitare la sua seconda isola, per grandezza, Praslin. Di origine granitica e meno montagnosa di Mahé, Praslin ha le spiagge sabbiose di un colore bianco così abbagliante che è quasi impossibile guardare la sabbia senza indossare gli occhiali da sole. E’ ricoperta da una fitta e insolita vegetazione che raggiunge il suo culmine nella Vallée de Mai, foresta incontaminata e unico posto al mondo – e unica isola delle Seychelles – dove cresce spontaneamente quel frutto raro che è il “coco de mer”, così somigliante agli organi genitali maschile e femminile da suscitare sempre tanto stupore fra le persone che hanno la fortuna di osservarlo da vicino. Una leggenda locale narra che il suo nome derivi dal fatto che fosse il frutto di un grande albero sottomarino, mentre un’altra – più affascinante ma non credibile – racconta che l’accoppiamento delle due palme avviene nelle notti di tempesta e solo in quest’isola. Ma nessun essere umano può assistere all’incontro amoroso perché ne riceverebbe sciagure.

Nella Vallée de Mai è stato creato un percorso che permette di osservare questa specie di jungla primordiale nella quale, in alcuni punti, a malapena riesce a trapelare la luce. Fa impressione quando il vento fa muovere le palme perché le foglie, nello sbattere, riproducono un suono quasi metallico – simile a quello delle lamiere. Nella Vallée si ode soltanto il canto solitario di qualche uccello che rompe il silenzio di quel luogo incantato la cui bellezza selvaggia attira ogni anno numerosi turisti

Ma Praslin è nota anche per la bellezza di quella che qualcuno definisce la spiaggia più bella del mondo il cui nome, Anse Lazio (si, avete letto bene, è proprio Anse Lazio), ci sembra familiare perché è uguale a quello di una delle nostre regioni. Situata a nord ovest dell’isola, sulla sua bianchissima spiaggia c’è addirittura un piccolo lago nel quale si riflette il verde della vegetazione che ricopre un’altura situata alla sua sinistra.

Fa impressione vedere quello specchio d’acqua incastonato nella sabbia, ma anche le formazioni granitiche che si trovano sia a destra che a sinistra dell’ampia spiaggia, e che, se ci s’inoltra nei piccoli passaggi che ci sono nelle rocce – sulla parte sinistra – si può sostare nelle splendide insenature, tutte circondate da alti alberi di cocco i cui frutti cadono sulla sabbia. Descrivere lo splendido colore del mare e gli incontri “ravvicinati” che si effettuano con i suoi coloratissimi pesci potrebbe sembrare esagerato e ripetitivo, ma è la pura verità. Si può soltanto dire che è meraviglioso e indimenticabile poter nuotare in posti simili!

La Digue, i suoi graniti e la sua bellezza unica…

A circa 30 minuti di barca da Praslin c’è la Digue, intatto atollo dalle granitiche sculture e dalle inimmaginabili spiagge solitarie lambite da un mare trasparentissimo. Il suo fascino maggiore consiste nell’aver conservato l’antica atmosfera coloniale rifiutando – nei limiti del possibile – la modernità dei mezzi di trasporto meccanici.

Poche automobili sono adibite al trasporto delle merci, mentre per lo spostamento delle persone sono utilizzate le biciclette e alcuni carri trainati da buoi. Ma anche andare a piedi è piacevole perché in un’ora si riesce ad arrivare da una parte all’altra dell’isola. A La Digue, come in tutte le isole delle Seychelles, le palme sono le regine incontrastate della sua vegetazione, ma qui sono più alte che nelle altre isole.

Se ci si va a fine ottobre-novembre si possono osservare anche le numerose varietà di orchidee selvatiche che crescono nei cespugli che costeggiano i sentieri. La Digue è naturalmente protetta dal reef e le sue spiagge sono circondate dalle rocce granitiche che sembrano quasi volersi congiungere con il mare.

È su quest’isola che sono stati girati film come “Robinson Crosue” ed “Emanuelle”, perché ritenuto l’ambiente ideale per rappresentare – in quanto la ha – una natura incontaminata.

Le sue spiagge sono bianche o bianco-rosato e sono ricche di conchiglie e coralli (che è proibito, però, raccogliere). L’isola è nota per la lavorazione del cocco e della vaniglia ed è interessante visitare la “fabbrica” dove le noci di cocco vengono vuotate del guscio per prepararle alla trasformazione in olio da esportare poi all’estero. All’interno dell’isola, una grande roccia granitica e la visione di tartarughe giganti merita senz’altro una escursione.

Tanti motivi per tornare alle Seychelles…

Se si disponesse di molto tempo si potrebbero visitare anche le altre isole che compongono l’arcipelago perché ognuna è diversa dall’altra. Si potrebbe andare, ad esempio, a Denis Island, meta d’obbligo per chi pratica la pesca d’altura; a Bird Island, isola prediletta degli ornitologi e di chi ama il bird watching.

Da maggio a settembre, infatti, è il regno di oltre due milioni di uccelli che vi nidificano. Aldabra, inoltre, non è da trascurare perché è considerata una delle ultime meraviglie “al naturale”. È il più grande atollo al mondo – protetto e gestito dalla Fondazione isole Seychelles – nel quale vivono ancora allo stato selvaggio le tartarughe giganti. Ormai solo ad Aldabra e alle Galapagos si possono osservare queste enormi testuggini che altrove si sono estinte.

Ma le Seychelles meritano più di una visita anche per la sua gastronomia. La cucina creola, infatti, è l’esaltazione dei profumi e dei sapori dei prodotti naturali delle sue isole. Naturalmente gli ingredienti base sono il pesce e il riso sapientemente combinati con l’aggiunta di spezie esotiche. La frutta, poi, è veramente saporita: dalla papaya al mango, dal frutto della passione alle banane e all’ananas, si possono fare delle vere “scorpacciate” senza il timore di ingerire concimi chimici o degli OGM.

Liliana Comandè

Seychelles:Un arcipelago ancora incontaminato la cui bellezza fa rimanere senza fiato.
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ALIA Evo 2.0

19 Marzo 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #fantasy

ALIA Evo 2.0

ALIA Evo 2.0

Curatori: Silvia Treves e Massimo Citi

disponibile in formato .mobi, .epub, .pdf e .azw3.

Pagine 510 - € 5,99

ALIA è una parola che non esiste nella lingua italiana. Solo per il momento, forse. Ma per un gruppo di persone, autori e lettori, ha un significato ben preciso fin dal 2003, ovvero dalla data della prima edizione di un'antologia divenuta leggendaria. Significa fantastico - gotico, steampunk, space opera, distopia, horror, fantastico quotidiano, ghost story, fantasy, weird - scritto da autori italiani e autori stranieri. Dicono i curatori: “Siamo arrivati alla dodicesima edizione e alla seconda edizione in formato digitale. Ma questa dodicesima edizione ha una particolarità: è scritta soltanto da autori italiani. Diciassette autori che hanno deciso di unirsi in un'operazione bizzarra e inattesa nel panorama italiano, accostando i loro testi e creando un'antologia di cinquecento pagine. Un’antologia virtuale, perché l'edizione elettronica è una conferma alla nostra visione corale della narrativa. Siamo fuori moda, lo ammettiamo. Siamo superati; collaboriamo piuttosto che litigare, leggiamo prima di scrivere, pensiamo prima di parlare. Il risultato l’avete davanti a voi: un testo felicemente ricco di sfumature e carico di visioni: allucinanti, spaventose, remote o malinconiche. Il viaggio di ALIA continua”.

Gli autori di ALIA Evo 2.0:

Consolata Lanza: vive e lavora a Torino. Legge, scrive e tiene un blog, Anaconda Anoressica. È molto fiera di avere partecipato al progetto ALIA fin dall’inizio e di essere collaboratrice di LN-LibriNuovi nonché pubblicata da CS_libri. Tutte le sue opere, in cartaceo e in digitale, possono essere trovate su Amazon o presso la casa editrice digitale DuDag. Sempre più spesso i suoi lavori, anche quando non sono esplicitamente di argomento fantastico, come la maggior parte dei suoi racconti, sfumano nel surreale e, talvolta, nel fiabesco. E questo la dice lunga sul suo rapporto con la realtà.

Eugenio Saguatti: nato a Bologna nel 1968, in piena contestazione studentesca. I fumi delle molotov, respirati in fasce, hanno lasciato il segno. Per lungo tempo tenta di fare la persona normale, a modo, ma fallisce. Dopo una imbarazzante serie di insuccessi lavorativi - fabbro, venditore di enciclopedie, elettricista, tornitore, magazziniere in un atelier di moda (per cinque giorni), giornalista (per tre anni), pubblicitario, insegnante di grafica - si arrende: fare lo scrittore, o morire tentando. Ha pubblicato un centinaio di racconti e, nel 2010, il primo romanzo. Piuttosto che dare alle stampe il secondo, l’editore dichiara fallimento. Ricomincia daccapo, di nuovo. Al momento sbarcatore di lunario professionista, paga i conti con lavoretti da grafico, fotografo, verniciatore di ringhiere.

Vincent Spasaro: ha pubblicato il dark thriller paranormale Assedio (Mondadori 2011, ripubblicato nella versione originale da Anordest a Settembre 2014) e il dark fantasy Il demone sterminatore (Anordest 2013). È stato tre volte di seguito finalista al Premio Urania e una al Solaria. Ha curato per anni la collana di letteratura weird Fantastico e altri orrori delle Edizioni Il Foglio.

Danilo Arona: scrittore, chitarrista e critico cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Melissa Parker e l’incendio perfetto (Dino Audino), Black Magic Woman (Frilli), Palo Mayombe e Cronache di Bassavilla (Flaccovio), L'estate di Montebuio (Gargoyle Books), Ritorno a Bassavilla (Edizioni XII), Malapunta — L’isola dei sogni divoratori (Cut Up), Finis Terrae e Bad Visions (Mondadori), La croce sulle labbra (Anordest) in coppia con Edoardo Rosati, Io sono le voci (Anordest), Vento bastardo (Iris 4), L’autunno di Montebuio (NeroCafè) con Micol Des Gouges, Rock (Edizioni della sera), Km 98 ancora con Edoardo Rosati (Anordest), Un brivido sulla Schiena del Drago (Larcher) e Croatoan Blues (NeroCafè).

Maurizio Cometto: nato a Cuneo il 29.09.1971. Tra i suoi libri pubblicati, il romanzo Il costruttore di biciclette (Il Foglio 2006), la raccolta L’incrinarsi di una persistenza e altri racconti fantastici (Il Foglio 2008), e il romanzo per istantanee Cambio di stagione (Il Foglio 2011). Ha pubblicato numerosi racconti in antologie, siti internet e riviste. Laureato in Ingegneria Meccanica, vive a Collegno.

Massimo Citi: è stato essenzialmente un libraio, episodicamente uno scrittore. In questa veste ha pubblicato qualche racconto in antologie varie, vinto il premio nazionale Omelas nel 2001 e pubblicato, tra gli altri, l'antologia In controtempo per CS_libri, il romanzo UKR per DuDag, Luna lontana e Settembre del ciclo della Corrente presso Amazon.it, Il perdono a dio, Coralinda e La testa tra le nuvole presso LuLu. Appassionato di fantastico e di fantascienza ha pubblicato i suoi racconti nelle antologie Fata Morgana e ALIA. Questo racconto, come altri precedenti, è ambientato nei mondi della Corrente.

Fabio Lastrucci: nato a Napoli nel 1962. Scultore e illustratore, ha lavorato con le principali reti televisive nazionali e il Teatro lirico nei laboratori Golem Studio e Metaluna. Nel 1987 disegna il fumetto La guerra di Martìn, su testi di Francesco Silvestri. Come autore teatrale ha scritto lo spettacolo Racconti salati (con F. Rea e F. Fiori), inoltre ha pubblicato racconti in riviste e antologie edite (tra gli altri) da Il Foglio Letterario, CS_libri, DelosBooks e Dunwich. Nel 2012 pubblica il saggio I territori del fantastico con le Edizioni Scudo e nel 2015 il saggio Fantacomics con Delos Digital. Tra il 2014/15 pubblica con Dunwich edizioni l'horror L'estate segreta di Babe Hardy, e con Milena Edizioni i romanzi Precariopoli e Il ritorno dell'Arcivento. Collabora con interviste, recensioni e articoli con le riviste «Delos Science Fiction» e «Rivista Milena».

Chiara Negrini: mantovana di nascita e piacentina d'adozione, ha pubblicato racconti per Delos Books e per Edizioni Domino, esplorando vari generi: umoristico, fantastico, romance, drammatico. Nel 2014 esordisce per i tipi di Edizioni Domino con il suo primo romanzo, Il Vampiro della Bassa, urban-fantasy dal background umoristico che raccoglie l’eredità di un Giovannino Guareschi dai contorni fantastici; scritto in dialetto mantovano-viadanese e con traduzione italiana a fondo. Il lavoro le frutta il primo premio al Premio Nazionale Cittadella come miglior urban fantasy italiano. Attualmente alterna la scrittura al disegno, attività a cui non ha mai rinunciato, e allo studio della lingua giapponese.

Davide Zampatori: nato a Roma, nel 1986, lavora come sistemista in un parco divertimenti. Dal 2011 gestisce il blog di racconti a puntate Menestrello Itinerante, mentre dal 2012 è uno degli autori di «Rivista Fralerighe», collaborando nelle rubriche di fantastico. Nel 2014 Timeshifters, storia precedentemente comparsa su Menestrello Itinerante, viene pubblicata con Lettere Animate Editore. Il 2015 lo vede tra i fondatori del collettivo di scrittura «Scrittori in corso» di cui è anche curatore.

Vittorio Catani: pubblica fantascienza dal 1962. Dal 1990 collabora alla pagina culturale della «Gazzetta del Mezzogiorno» con articoli su nuove tecnologie, futurologia, fantascienza. Ha al suo attivo cinque romanzi, fra cui Gli universi di Moras (che vinse la prima edizione del Premio Urania Mondadori nel 1990); Il quinto principio («Urania», 2009, Meridiano Zero, 2015); Per dimenticare Alessia (romanzo non di “genere”, ed. CS Libri, 2007); inoltre sette volumi di racconti, tre di saggistica. Collabora a Fantascienza.com, a «Robot», al trimestrale di ecologia online «Villaggio Globale» con racconti di fantascienza su temi ecologici. È stato tradotto in Francia, Germania, Svizzera, Repubblica Ceca, Ungheria, Finlandia, Brasile, Giappone. Ha vinto 17 volte il Premio Italia per la fantascienza; alla sua opera sono dedicate alcune tesi di laurea.

Valeria Barbera: scrive dal 2011. Ha pubblicato un romanzo e racconti in antologie e riviste quali Robot e Writers Magazine Italia. È stata finalista al Premio Robot e al Premio Francis Marion Crawford.

Paolo S. Cavazza: informatico di professione, fotografo per passione, Paolo Cavazza sognava da ragazzo di diventare un emulo di Arthur C. Clarke. Il sogno è sbiadito nel corso della sua vita professionale, ma la voglia di scrivere è riemersa da quando ha lasciato il suo lavoro ed è, più o meno felicemente, in attesa della pensione. Oltre ad una disordinata collezione di file scritti negli ultimi venticinque anni su sistemi grandi e piccoli, da Windows al mainframe IBM passando per Unix, conserva una pila di dattiloscritti ingialliti e polverosi, che sono ora oggetto di accurate analisi stratigrafiche allo scopo di recuperare le cose migliori, ed eventualmente di riscriverle in una forma aggiornata.

Francesco Troccoli: autore dei romanzi Ferro Sette (Curcio 2012 e Delos Digital 2016) e Falsi Dei (Curcio 2013 e Delos Digital 2016), ambientati nel cosiddetto Universo Insonne. L'uscita di un terzo volume è prevista per aprile di quest’anno. Del 2012 è Domani Forse Mai (Wild Boar), raccolta di racconti a cura dell'associazione RiLL. Ha curato con Alberto Cola l’antologia Crisis (Della Vigna 2014) ed è membro della Carboneria Letteraria, con cui ha pubblicato il romanzo collettivo Maiden Voyage (Homo Scrivens 2014).

Mario Giorgi: nato a Bologna nel 1956, è stato co-autore e regista del gruppo comico Trioreno, ha scritto testi per radio e teatro, ha pubblicato Codice (Bollati Boringhieri 1994), Biancaneve (Bollati Boringhieri 1995), Sulla torre antica (Portofranco 1998),23 : 59 (Rai Eri 1999), Torpore (Portofranco 2001), Alter E (Un fagiano) (:duepunti 2010).

Fulvio Gatti: è un giornalista, project manager e networker torinese, ma di radici monferrine. Ha pubblicato un saggio su «Star Wars», racconti per svariate antologie, la sceneggiatura per un graphic novel edito in Italia e Francia, tradotto volumi a fumetti dall'inglese, scritto e coprodotto cortometraggi e video istituzionali. Ha collaborato con i più importanti eventi nazionali legati al fumetto e organizzato le manifestazioni «Libri in Nizza», «Festival del Paesaggio Agrario», «La notte degli ultracomics» e «Segno Critico» (le ultime due con il gruppo di lavoro Marley&Scrooge). Conduce il programma radiofonico e podcast «Sono solo nuvolette». È vicesindaco di un piccolo, ma meraviglioso, paese del Monferrato Astigiano.

Massimo Soumaré: Torino 1968. È scrittore, traduttore, insegnante, saggista e ricercatore. Suoi racconti sono stati pubblicati in diversi volumi tra cui ALIA (CS_libri), Igyô korekushon (Kôbunsha), Kizuna: Fiction for Japan (Brent Millis), Onryo, avatar di morte (Mondadori) e sono stati editi in Cina, Giappone e USA. Tra le sue ultime pubblicazioni, il racconto Kareena in Robot 76 (Delos Books) e i saggi in Aspects of science fiction since the 1980s: China, Italy, Japan, Korea (Trinity College Dublin /Nuova Trauben) e nel volume I mondi di Miyazaki-Percorsi filosofici negli universi dell’artista giapponese (Mimesis Edizioni) a cura di Matteo Boscarol. Il volume Sekai no SF ga yatte kita!! Nipponkon fairu 2007 (Kadokawa Jimusho) si è aggiudicato in Giappone il Premio Seiun 2009 nella sezione non-fiction e Il Vampiro della Bassa (Edizioni Domino) di Chiara Negrini, ha vinto il Premio Cittadella 2015 come miglior urban fantasy italiano.

Silvia Treves: scrive quando riesce a liberarsi del suo lavoro (docente di Scienze e Matematica, ma soprattutto produttore di scartoffie virtuali). Scrive un certo numero di recensioni per LN, frequenta pochissimo i social network e scrive racconti di genere fantastico, spesso di fantascienza, che sono quasi sempre troppo lunghi. Il suo obiettivo è mettere insieme un racconto breve. Ha pubblicato numerosi racconti su Fata Morgana e su ALIA e per CS_libri il romanzo Sarà ieri. Ha vinto il Premio Omelas nel 2001 con il racconto Cielo clemente.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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I fratelli Grimm

4 Febbraio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Jacob Ludwig Karl Grimm (1785 - 1863) e Wilhelm Karl Grimm (1786 – 1859) erano fratelli, legatissimi al punto che, quando uno dei due si fece una famiglia, prese l’altro a vivere con sé. Le numerose delusioni li portarono poi a chiudersi in un loro mondo fantastico, un po’ come capitò a Tolkien nell’ultima parte della vita. Nati ad Hanau, vicino a Francoforte, furono linguisti e filologi, padri fondatori della germanistica, autori di un importantissimo dizionario che venne completato postumo solo negli anni sessanta. Jakob è anche famoso in glottologia per la celebre legge che da lui prende il nome: la prima rotazione consonantica (Erste Lautverschiebung).

Nel mondo, però, sono conosciuti soprattutto per aver raccolto e rielaborato le fiabe della tradizione popolare tedesca in “Fiabe” (Kinder- und Hausmärchen, 1812-1822) e “Saghe germaniche” (Deutsche Sagen, 1816-1818). Pubblicarono, tuttavia, anche fiabe francesi e di altri paesi.

Il loro operato fa parte del movimento ottocentesco di riscoperta e rivalutazione del folklore popolare. In un periodo in cui la crescente alfabetizzazione portava alla scomparsa della tradizione orale, influenzati dal romanticismo di Clemens Brentano e da von Arnim, i Grimm compirono le loro ricerche col preciso intento di recuperare, non tanto favole per bambini, quanto racconti che contenessero lo spirito di un intero popolo, favorendo la nascita di una identità germanica.

Era forse giunta l’ora di riunire queste fiabe, dato che coloro che le devono conservare sono sempre di meno…”

La stessa azione compì Elias Lönrot nel 1835 in Finlandia con il Kalevala.

Le fiabe che riproposero erano in versione originale non destinate a un pubblico infantile. Quello che è giunto fino a noi è un adattamento edulcorato, depurato dei particolari più cruenti, risalente alle traduzioni inglesi del 1857. Le due sorellastre di Cenerentola, ad esempio, nella versione originale si tagliano calcagno e alluce nel tentativo di entrare nella famosa scarpetta. Sembra, però, che una certa censura sia stata condotta anche dai Grimm per quanto riguarda contenuti sessualmente espliciti.

Le stesure nel corso degli anni furono molteplici, i Grimm modificarono le storie per venire incontro ai gusti della nuova borghesia tedesca e perché s’imbatterono continuamente in versioni diverse. Si sforzarono, comunque, di rendere i racconti così come li avevano ascoltati, in uno stile semplice, mimetico del linguaggio popolare, senza abbellimenti e persino un po’ scarno. Molto diverse le due trasposizioni di Cenerentola, quella barocca, aristocratica, di Perrault e quella brulla, sanguinosa, dei Grimm. Dobbiamo, infatti, precisare che l’opera dei Grimm era stata preceduta nel seicento da quella del nostrano Gianbattista Basile (con “Lo cunto de li cunti” 1643 – 46) e da quella dal francese Perrault.

Le storie hanno un’ambientazione cupa, oscura, fatta di orchi, streghe che mangiano bambini, genitori che li abbandonano nel bosco, madri (e non matrigne!) che pretendono il cuore delle figlie, lupi che divorano. È un mondo di case nella foresta, di animali parlanti, di arcolai, di fusi che addormentano, di paglia che diventa oro, di specchi magici, di mele avvelenate. I protagonisti sono esponenti del popolo o dell’aristocrazia, l’intento è edificante, con il lieto fine che premia sempre il comportamento retto e onesto.

Se Vladimir Propp ne ha analizzato la struttura ricorrente, se non è impossibile ricollegarle alle teorie degli archetipi e dell’inconscio collettivo di Jung, è ormai famosissima l’interpretazione freudiana che ne ha dato Bruno Bettelheim. Certo è che le fiabe – tutte, non solo quelle dei Grimm - assolvono un compito consolatorio per i bambini.

Attraverso la narrazione i piccoli superano le paure, oggettivandole, acquistando fiducia in un lieto fine, risolvendo conflitti edipici, rivalità fraterne, sensi di colpa latenti, primi turbamenti sessuali inconsci, timore dell’abbandono, riti di passaggio all’età adulta e alla maturità psicofisica. Imparano altresì a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, a schierarsi dalla parte dell’eroe positivo, a fidarsi dell’aiuto esterno, a non demoralizzarsi di fronte a difficoltà e a sentimenti d’inadeguatezza, ad accettare l’esistenza del male, considerandolo superabile. Nelle favole dei Grimm chi non è degno, chi non si comporta come dovrebbe, va incontro a una brutta fine, e l’apparente mancanza di pietà nella punizione è soltanto giustizia agli occhi dei piccoli.

Il bambino trae molta più consolazione e giovamento dall’ascolto di una fiaba che da un ragionamento logico. Attraverso le immagini fantastiche e la narrazione, rielabora in modo subliminale e istintivo i precetti, assimilandoli senza sforzo.

Anche nelle fiabe attuali, quelle dei libriccini cartonati in vendita negli scaffali degli autogrill, la parola più ricorrente è PAURA. Esorcizzare i terrori infantili, e vincere l’ansia da prestazione dei bambini, sembra essere lo scopo principale del mondo fiabesco.

Per concludere, ricordiamo che un’operazione simile a quella dei fratelli Grimm è stata compiuta dal nostro Italo Calvino nel 1956 con le fiabe della tradizione popolare italiana.

Jacob Ludwig Karl Grimm (1785 - 1863) and Wilhelm Karl Grimm (1786 - 1859) were brothers, very close to the point that, when one of the two started a family, he took the other to live with him. The numerous disappointments then led them to shut themselves in their fantasy world, a bit like what happened to Tolkien in the last part of life. Born in Hanau, near Frankfurt, they were linguists and philologists, founding fathers of German studies, authors of a very important dictionary which was completed posthumously only in the sixties. Jakob is also famous in glottology for the famous law that takes his name: the first consonantal rotation (Erste Lautverschiebung).

In the world, however, they are known above all for having collected and reworked the tales of the German popular tradition in "Fairy Tales" (Kinder- und Hausmärchen, 1812-1822) and "Germanic Sagas" (Deutsche Sagen, 1816-1818). However, French and other fairy tales were also published.

Their work is part of the nineteenth-century movement of rediscovery and revaluation of popular folklore. In a period in which the growing literacy led to the disappearance of the oral tradition, influenced by the romanticism of Clemens Brentano and von Arnim, the Grimm carried out their research with the specific intent to recover, not so much fairy tales for children, as tales that contained the spirit of an entire people, favouring the birth of a Germanic identity.

 

"Perhaps the time had come to reunite these fairy tales, given that those who must preserve them are less and less ..."

 

Elias Lönrot did the same action in Finland in 1835 with the Kalevala.

The fairy tales they re-proposed were in the original version not intended for a child audience. What has come down to us is a sweetened adaptation, stripped of the bloodiest details, dating back to the English translations of 1857. The two stepsisters of Cinderella, for example, cut their heel and big toe in the original version in an attempt to enter the famous shoe. It seems, however, that some censorship has also been conducted by the Grimms regarding sexually explicit content.

The drafts over the years were multiple, the Grimm changed the stories to meet the tastes of the new German bourgeoisie and because they continually came across different versions. They endeavoured, however, to make the stories as they had listened to them, in a simple, mimetic style of popular language, without embellishments and even a little lacklustre. The two transpositions of Cinderella are very different: the baroque, aristocratic one, by Perrault and the bleak, bloody one, by the Grimm. In fact, we must specify that the work of the Grimm had been preceded in the seventeenth century by that of our local Gianbattista Basile (with "Lo cunto de li cunti" 1643 - 46) and by that by the French Perrault.

The stories have a dark, dark setting, made up of orcs, witches who eat children, parents who abandon them in the woods, mothers (and not stepmothers!) who demand the hearts of their daughters, wolves who devour. It is a world of houses in the forest, talking animals, spinning wheels, spindles that let you fall asleep, straw that turns into gold, magic mirrors, poisoned apples. The protagonists are representatives of the people or aristocracy, the intent is edifying, with the happy ending that always rewards righteous and honest behaviour.

 

If Vladimir Propp has analyzed their recurring structure, if it is not impossible to link them to the theories of archetypes and the collective unconscious of Jung, the Freudian interpretation that Bruno Bettelheim has given is now famous. What is certain is that fairy tales - all, not only those of the Grimm - perform a consoling task for children.

Through storytelling, children overcome fears, objectifying them, gaining confidence in a happy ending, solving oedipal conflicts, fraternal rivalries, latent guilt feelings, first unconscious sexual disturbances, fear of abandonment, rites of passage to adulthood and to psycho-physic maturity. They also learn to distinguish what is good from what is bad, to take sides with the positive hero, to trust external help, not to become demoralized in the face of difficulties and feelings of inadequacy, to accept the existence of evil , considering it surmountable. In the tales of the Grimm those who are not worthy, those who do not behave as they should, face a bad end, and the apparent lack of pity in punishment is only justice in the eyes of the little ones.

The child derives much more consolation and benefit from listening to a fairy tale than from logical reasoning. Through fantastic images and narration, he subliminally and instinctively reworks the precepts, assimilating them effortlessly.

Even in current fairy tales, those of the hardback booklets on sale in the shelves of the roadside restaurants, the most recurring word is FEAR. Exorcising childhood terror, and overcoming children's performance anxiety, seems to be the main goal of the fairy tale world.

To conclude, remember that an operation similar to that of the Grimm brothers was carried out by our Italo Calvino in 1956 with the fairy tales of the Italian popular tradition.

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Leggermente sovversivi o semplicemente strani libri che fanno a gara per la mia attenzione sul mio tavolino da notte

20 Giugno 2019 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #recensioni, #poli patrizia

 

 

 

 

Leggermente sovversivi o semplicemente strani libri che fanno a gara per la mia attenzione sul mio tavolino da notte

 

di Guido Mina di Sospiro

Pubblicato su New English Review, tradotto dall’originale inglese da Patrizia Poli

 

Milioni di persone prendono quotidiane dosi di vitamine e integratori (chi potrebbe fare a meno, tra gli altri, delle bacche di Acai o della polvere Reishi?). Io prendo alte dosi di terapia anti-banalità più spesso possibile, il che include anche di notte. Sul mio comodino ci sono due pile di libri, tomi che fanno a gara per la mia attenzione, e che leggo a spizzichi. La maggior parte, se non tutti, provengono da librerie dell’usato che tendo a sovvenzionare, siccome in quelle “normali” la propaganda conformista è così inevitabile che esse ne sono diventate uno dei veicoli ufficiali.

Può darsi che una selezione dei libri che ho attualmente sul comodino catturi anche il vostro  interesse. Senza un ordine particolare:

El horror de Dunwich (L’orrore di Dunwich), by H.P. Lovecraft.

Considerato al centro dell’universo dei miti Cthulhu, questo racconto è simile ad altri di Lovecraft per quanto riguarda la reazione che provoca nel lettore: si passa da “Ma, è mostruoso?  a “Sì, è  mostruoso!” fino a “Mio Dio, è tremendamente mostruoso!”. In aggiunta, la sua prosa è indigesta: così manierata che sembra una parodia. La grazia salvifica arriva quando Lovecraft è tradotto in una lingua romanza. Ho letto Lovecraft tradotto in italiano e in castigliano, com’è avvenuto con questo particolare libro, e la sua prosa diventa più elegante e meno pesante semplicemente perché le lingue romanze aprono più parentesi e reggono meglio periodi lunghi. Ho comprato El horror de Dunwich in Urueña, la Villa del Libro, o città del libro, in Castilla y Lèon, nella Spagna centrale. Lì ci sono più librerie che bar. Posta sulla sommità di una collina, circondata da antiche mura fortificate, è un luogo in cui qualsiasi bibliofilo vorrebbe perdersi. Con la prosa di Lovecraft resa più leggibile dal fatto di essere stata tradotta in una lingua romanza, posso capire perché egli sia diventato parte dell’attuale credenza in antichi alieni e nella manipolazione preistorica dell’umanità; a tal punto che è considerato un involontario chiaroveggente.

I fiumi scendevano a Oriente, di Leonard Clark.

Ah, i bei vecchi tempi quando un esploratore esplorava… l’inesplorato. Oggi che non è rimasto più niente da esplorare, i diari di viaggio avventurosi si sono trasformati in cronache d’imprese bizzarre, come, ad esempio, scalare l’Everest volgendo le spalle alla sommità, senza ossigeno e per giunta bendati. “A oriente delle Ande Peruviane”, recita la quarta di copertina, “c’è la vasta foresta pluviale del Gran Pajonal, impreziosita da fiumi cristallini e abitata da selvaggi per i quali la tortura e la morte sono cose di tutti i giorni”. Davvero? Allora devo leggere, l’editore deve aver supposto che i lettori pensassero. E a quel tempo lo fecero. Pubblicato nel 1953, riporta avventure datate 1949 che sono, per gli standard attuali, incredibili. Certi passaggi, come il seguente, sono comici nel loro candore. “È accertato che prima della scoperta dell’America e degli antichi Inca, la sifilide era sconosciuta in Europa. Uno scienziato di Lima ha estratto - dalle tombe degli Inca precolombiani - le ossa di persone sifilitiche, dovute, secondo lui, al fatto che gli Indiani andini lavoravano con i lama e avevano un antico istinto per la sodomia.  Molto probabilmente l’umanità deve questa maledizione a Pizarro e al lama andino. C’era una legge nazionale che proibiva a ogni maschio indiano di viaggiare con una mandria di lama per più di ventiquattro ore a meno che una donna non lo accompagnasse. E siccome tutte le donne disponibili facevano i turni nelle miniere, le carovane di lama furono bloccate per tempo indefinito.”

Back to God’s Country (Ritorno alla città di Dio) di James Oliver Curwood

Nella zona di Washington, le vendite BIG (Books for International Goodwill) sono imperdibili. Decine di migliaia di libri sugli scaffali, al prezzo di 3 dollari per quelli con la copertina rigida, 2 dollari per quelli in brossura, e 1 dollaro per i tascabili. Come funziona? “B.I.G raccoglie più di 1000 libri al giorno, la maggior parte dei quali vengono inviati in parti del mondo scarsamente fornite, per tenerli vivi e per aiutare la crescita dell’educazione e della cultura nelle nazioni in via di sviluppo. I libri non adatti alla spedizione vengono venduti ai residenti. I proventi delle vendite dei libri pagano le spese di spedizione oltreoceano verso comunità che si stanno costruendo le loro biblioteche.”  Sempre alla ricerca di libri vecchi, sebbene abbia imparato in questi ultimi gli anni che è più difficile rintracciarli, ho preso, tra gli altri, Back to God’s Country di Curwood, una raccolta di racconti su animali, umani e aspri elementi della natura nel Grande Nord, con la sua copertina originale, cosa rara per un libro pubblicato un secolo fa, insieme al quel sottile aroma di muffa che mi piace tanto, poiché compro i libri anche a seconda del loro aroma. A parte questo, ho pensato che Curwood fosse solo qualcuno che scopiazzava Jack London. Mi sono dovuto ricredere: sostenitore ante litteram dell’ambientalismo, fu uno degli autori più venduti negli anni venti, e almeno diciotto film sono stati ricavati dalle sue storie. Back to God’s Country (1919) fu il film muto di maggior successo della storia americana. Rappresenta, per inciso, una  delle prime scene di nudo della storia del cinema. Il personaggio principale del film fu stranamente cambiato: dall’alano a Dolores, una protagonista umana – cosa che dispiacque molto a  Curwood.

La voce delle pietre. Civiltà perdute di Robert M. Schoch

Ogni volta che mi trovo a Sedona, in Arizona, mi dirigo venti miglia più a sud verso Cottonwood, dove David Hatcher Childress, l’Indiana Jones della vita reale, ha una delle sue librerie Adventures Unlimited. Durante l’ultima visita ho quasi saccheggiato il posto. Fra le tante perle ho scovato Civiltà Perdute di Schoch. Non è facile farci cambiare la nostra opinione sulle origini della civiltà, ma Schoch gradualmente costruisce un percorso convincente. “Eresia!” Gridano all’unisono gli archeologi conformisti; ciò che irrita gli accademici è che questa non è l’opera di un ciarlatano ma di un collega accademico, dell’Università di Boston, con un PH.D dell’Università di Yale. “Dovrebbe ragionare diversamente!” è la critica che gli viene frequentemente mossa da colleghi meno arrabbiati ma ugualmente disapprovanti. Lo stesso, sebbene in altre branche della conoscenza, accade per Rupert Sheldrake, James Stevens Curl, Joscelyn Godwin e altri. Tali studiosi sono tutti visti come rinnegati. Ma, siccome la verità non si cura delle conventicole, delle consorterie, né delle nozioni ed idee preconcetti, tali attacchi da parte del mondo accademico devono essere interpretati soltanto come un buon segno.

La gran aventura del reino de Asturias: Asì empezò la Reconquista, by José Javier Esparza. (La grande avventura del regno delle Asturie: così iniziò la reconquista.)

A Cangas de Onìs, nelle Asturie, ho comprato questo libro del saggista e critico monocolo Esparza, il quale sta facendo una professione del revisionismo storico. Questo libro, in particolare, annuncia orgogliosamente sulla copertina di aver raggiunto l’ottava edizione, e forse più da allora (settembre 2016). Come molti altri imperi coloniali, la Spagna, dopo la fine del franchismo nel 1975, ha attraversato un periodo in cui si è sentita profondamente in colpa per il suo passato. A differenza del Regno Unito, tuttavia, si sta sviluppando una controtendenza, grazie alla quale la sua complessa e ricca storia viene rivalutata; alcuni spagnoli cominciano a sentirsi fieri della loro eredità. Le Asturie sono l’unica regione della Spagna che non è mai stata catturata dai Mori; la Riconquista, che è culminata otto secoli più tardi con l’espulsione dei Mori dalla penisola iberica, ha avuto inizio in quel reame remoto e montagnoso, capitanata da un regno visigoto. Ci è stato detto che i Mori hanno tenuto viva la cultura durante i secoli bui, mentre il resto dell’Europa era addormentato. In realtà, la cultura è risorta col rinascimento carolingio (dopo che Carlo Martello ebbe sconfitto l’esercito saraceno) ed è stata tenuta in vita da migliaia di monaci e frati, nei monasteri di tutto il continente, che trascrivevano antichi manoscritti, finché questi ultimi vennero riportati in auge nell’alto Medioevo, in Italia e altrove. I Mori produssero alcuni filosofi aristotelici dilettanti di seconda categoria e poco d’altro; mai musica o arte figurativa, ovviamente, perché erano entrambe proibite dal Corano. Qualcuno dirà che l’eredità architettonica che i Mori si sono lasciati dietro in Spagna è notevole, ma le chiese preromaniche in miniatura, che i primi re delle Asturie riuscirono a costruire attorno a Oviedo come segni di una Cristianità imperitura, sono toccanti, mentre così tante piazze e luoghi pubblici, edifici religiosi e universitari, palazzi e costruzioni sontuose che la Spagna ha prodotto nei secoli, mentre la Riconquista si spostava da nord a sud, sono spettacolari. Ciò che La gran aventura del reino de Asturias spiega nel dettaglio è come si sono comportati i Mori, in realtà come si comportano tutti i barbari invasori, saccheggiando, rapinando, uccidendo, dando fuoco e radendo al suolo tutto quello che incontravano sul loro cammino.

La lancia del destino, di Trevor Ravenscroft

Pubblicato per la prima volta nel 1973, La lancia del destino si riferisce alla lancia del centurione romano Longino che trapassò il fianco di Cristo sulla croce. Un giovane e squattrinato Hitler poté ammirarla nella camera del tesoro asburgico nella Hofburg, a Vienna (ci sono altre di queste lance in esposizione a Roma, a Echmiadzin, ad Antiochia e chissà qual è quella autentica, ammesso che ne esista una? Questa quisquilia non sembrava interessare al giovane Hitler). La lancia del destino è il primo ampio studio sulle origini occulte del nazismo. Il modus operandi nel produrre il libro sembrerebbe spurio: Ravenscroft, un seguace di Rudolf Steiner, disse di aver condotto la sua ricerca attraverso la meditazione mistica e rifacendosi agli scritti dell’antroposofista austriaco Walter Stein, affidatigli dalla vedova di quest’ultimo. L’iniziale pretesa dell’autore di aver incontrato Steiner fu in seguito modificata: aveva avuto contatti con lo spirito di Steiner attraverso un medium. Ma, caro lettore, sospendi l’incredulità: ciò che credo interessi di più è l’immagine che emerge dal libro, in cui l’avvento del nazismo sembra inevitabile: Wagner, Nietzsche, Houston Stewart Chamberlain, Karl Househofer e altri famosi pensatori furono tutti influenzati dalla Weltanschauung tedesca. L’avvento e l’ascesa di Hitler, se inseriti un contesto storico, sembrano, almeno col senno di poi, prevedibili. Inoltre, c’è l’intero aspetto occulto del macro-fenomeno, esaminato nei dettagli, che è ugualmente allarmante. Considerato che l’altra grande calamità, il comunismo, non è stato inventato dal niente da Marx ed Engels, ma ha avuto i suoi fondamenti nell’opera di Hegel e, prima di lui, in quella di Kant, e cioè è radicata nella più canonica tradizione filosofica tedesca, si giunge alla conclusione che la cultura germanica nel suo insieme, che sia di estrema destra e/o di estrema sinistra, ha regalato al mondo le sue due più tossiche e ferali ideologie.

Pedro de Alvarado: Conquistador de México y Guatemala, di Adrian Recinos. (Pedro de Alvarado: Conquistatore del Messico e del Guatemala).

Acquistato anni fa a Città del Guatemala, questo libro, pubblicato nel 1952, ha sonnecchiato sullo scaffale fino a che di recente non ho letto l’affascinante trilogia di Graham Hancock War God sulla conquista spagnola del Messico azteco. Mentre Hernan Cortes ci appare come la reincarnazione di Ulisse, il suo braccio destro Pedro de Alvarado è il ragazzaccio fra i conquistadores: bello, appariscente ma temibile, con i capelli biondi lunghi fino alla vita e un arsenale di spade, coltelli e  pistole sempre addosso, spietato almeno quanto inarrestabile. Dopo aver partecipato alla conquista di Cuba e del Messico, si avventurò in quella che oggi è l’America Centrale, conquistò anche la maggior parte di quella regione e fondò il Guatemala, di cui divenne governatore. Riportata alla mia attenzione dal dimenticatoio, ho trovato la biografia di Alvarado, scritta da Recinos, illuminante. Recinos fu politico, storico, saggista, diplomatico, studioso e traduttore di opere precolombiane. Fu un grande esperto della storia nazionale del Guatemala, non solo della civiltà Maya, ma anche dei popoli K’iche’ e Kaqchikel. La sua fu la prima edizione in castigliano del Popol Vuh, basata sulla sua traduzione. Sebbene fosse un criollo, cioè di pura discendenza spagnola, aveva una grande affinità con le popolazioni indigene del centro America. La sua biografia, perciò, non si legge come un’agiografia. Si direbbe che egli si senta combattuto: Pedro de Alvarado è stato il fondatore del Guatemala, ma…

Making Dystopia: The Strange Rise and Survival of Architectural Barbarism, by James Stevens Curl. (Creando la distopia: la strana ascesa e sopravvivenza della barbarie architettonica).

Questo recente libro è stato portato alla mia attenzione dal saggio Modern Architecture’s Disastrous Legacy, scritto da Stevens Curl stesso, e pubblicato sul numero di gennaio di NER. Il suo tomo di 551 pagine dovrebbe figurare orgogliosamente accanto a De architectura (Sull’architettura, o Dieci libri sull’architettura) dell’antico architetto e ingegnere romano Marco Vitruvio Pollio, dedicato al suo mecenate, l’imperatore Cesare Augusto, e I quattro libri dell’architettura di Andrea Palladio (1508-1580).

Making Dystopia di Stevens Curl risponde adeguatamente alla domanda: Che cosa diavolo è successo da allora? Quando si viaggia in Estonia, fra tante altre nazioni, le guide sono pronte a mettere in evidenza varie mostruosità architettoniche ascrivendole ai sovietici. Vero ma, dov’erano, ad esempio, in New Jersey i sovietici? Nonostante la loro assenza, anche là c’è una quantità di orrori brutalisti. Alcuni recensori del libro di Stevens Curl lo hanno stroncato ferocemente: provenendo dal conformismo, da rappresentanti (indottrinati) delle élite che hanno decorato il mondo con una architettura così aberrante, ciò conferma quanto questo libro sia importante, di valore, per non dire profondamente informato.

Tahiti-Nui: By raft from Tahiti to Chile, (Tahiti Nui, in zattera da Tahiti al Cile) by Eric de Bisschop.

Ho trovato questo libro, pubblicato nel 1959, qualche anno fa nella deliziosa libreria Scarthin Books, a Cromford, nel Derbyshire, in Inghilterra. Da un estratto della copertina: “Quando Heyerdahl e i suoi compagni fecero il famoso viaggio sul Kon-Tiki a sostegno della loro teoria che la Polinesia era stata scoperta e colonizzata da genti provenienti dal Sudamerica, de Bisschop decise di confutare questa teoria facendo un viaggio in zattera nella direzione opposta. Con quattro compagni più giovani costruì Tahiti Nui (trattino omesso, G.M.d.S.) a Papeete e, all’età di sessantacinque anni, e contro l’avviso di tutti gli esperti, partì per il periglioso viaggio verso il Cile.” Un’azione spettacolare? Invidia per il successo mondiale ottenuto dalla spedizione del Kon- Tiki? È difficile dirlo leggendo questo libro. De Bisschop era un marinaio devoto e di grande esperienza, completamente francese e gesuita per giunta. Il cocktail di hybris francese/gesuitica è una sorta d’inaspettata delizia, specialmente nei primi capitoli, che sono più teorici, prima della traversata vera e propria. E come andò? Per non rivelarvi il seguito, vi dirò solo che alla fine fu costruito un secondo Tahiti-Nui…

E poi c’è l’altra pila di libri sul mio sovraffollato comodino. Borges aveva ragione quando diceva: “Non posso dormire se non sono circondato dai libri”.

 

Millions take daily doses of vitamins and sundry supplements (who could do without, among others, Acai berries and Reishi powder?). I take doses of mainstream-avoidance therapy as often as I can, which means also at night. There are two big piles of books on my nightstand, tomes that vie for my attention and that I read in dribs and drabs. Most, though not all, come from second-hand bookshops, which I tend to patronize since in the “normal” ones the mainstream propaganda is so inescapable, they have become one of its official vehicles.

 

A selection of the books currently on my nightstand may catch your fancy, too. In no particular order:

 

El horror de Dunwich (The Dunwich Horror), by H.P. Lovecraft.

Considered to be at the core of the fictional universe of the Cthulhu Mythos, this short story seems like Lovecraft’s every story as far as the reaction they provoke in the reader: from, “Is this monstrous?” to, “It is monstrous!” to, finally, “My God, it is inconceivably monstrous!” In addition to that, his prose is indigestible: so very mannered that sometimes it comes off as a parody. The saving grace comes when Lovecraft’s work is translated into a Romance language. I’ve read Lovecraft in Italian and in Castilian, as with this particular book, and his prose becomes more elegant and less heavy simply because Romance languages are more parenthetical and better support long-winded periods. I bought El horror de Dunwich in Urueña, la Villa del Libro, or Bookville, in Castilla y Léon, in central Spain. There are more bookshops in it than cafés. Situated on top of a hill, surrounded by ancient fortified walls, it’s a place in which any bibliophile likes to get lost. With Lovecraft’s prose restored to better readability thanks to its being translated into Romance languages, I can see why he has become part of the current belief in ancient aliens and the prehistoric manipulation of humanity; so much so, in fact, that he is perceived as an inadvertent clairvoyant.

 

The Rivers Ran East, by Leonard Clark.

Ah, the good old days in which an explorer did explore the . . . unexplored. Nowadays, with nothing left to explore, adventure travelogues have turned into chronicles of bizarre undertakings, such as, say, climbing Mount Everest with no oxygen, backwards, and blindfolded to boot. “East of the Peruvian Andes,” reads the book’s flap, “lies the vast rain-forest of the Gran Pajonal, laced with white-water rivers and inhabited by savages to whom torture and death are everyday matters.” Really? Well, I’d better read on, the publishers must have assumed readers would think. And, back then, they did. Published in 1953, the adventures in it date back to 1949 and are, by contemporary standards, incredible. Also refreshing-if-not-comical in their candor are passages such as the following one. “It has been established that prior to the discovery of America and the ancient Incas, syphilis was unknown in Europe. Nearby pre-Colombian Incan graves were at the moment producing—under the spades of a Lima scientist—the bones of syphilitics, due, he believed, to the Andean Indians’ working with llamas and the ancient instinct for sodomy. Very likely humanity owes this curse to Pizarro and the Andean llama. There was a national law which forbade any male Indian from traveling with a herd of llamas on a trip exceeding twenty-four hours, unless a woman went along. And since all available women were working shifts in the mines, the llama trains were stalled indefinitely.”

 

Read more in New English Review:

• Europe

• Letter from Berlin

• Libertarianism VS Postmodernism and Social Justice Ideology

 

Back to God’s Country, by James Oliver Curwood.

In the DC area, the BIG sales (Books for International Goodwill) are unmissable. Tens of thousands of books are on the shelves, priced at $3 for hardbacks, $2 for trade soft-bound, and $1 for pocket paperbacks. How does this work? “B.I.G. collects over 1,000 books per day most of which are sent to under-served parts of the world to keep these books alive and to assist in the growth of education and culture in developing countries. Books not suitable for these shipments are offered for sale to local residents. Proceeds from book sales pay for shipments of books overseas to communities building their local libraries.” Always on the lookout for oldish books, though I have noticed down the years that they are harder to come by, I picked up, among others, Curwood’s Back to God’s Country, a collection of short stories about animals, humans and harsh elements in the Great North, with its original cover, which is rare for a book published a century ago, as well as its slightly musty aroma, which I welcome, as I buy books also in accordance to their smell. Other than that, I thought Curwood might be just some hack ripping off Jack London. I stand corrected: an ante litteram advocate of environmentalism, he was one the best-selling authors of the 1920s, and at least eighteen films have been based on his stories. Back to God’s Country (1919) was the most successful silent film in Canadian history. It features, incidentally, one of the first nude scenes in cinema history. The protagonist of the film was oddly changed: from the Great Dane to Dolores, a human female lead—much to Curwood’s chagrin.

 

Forgotten Civilizations, by Robert. M. Schoch.

Whenever I find myself in Sedona, Arizona, I drive twenty miles south to Cottonwood, where David Hatcher Childress, the real-life Indiana Jones, has one of his Adventures Unlimited bookstores. During my latest visit I nearly sacked the place. Among many pearls is Schoch’s Forgotten Civilizations. Changing our understanding on the origins of civilization is no small achievement, but Schoch gradually builds up a convincing case. “Blasphemy!” mainstream archeologists scream in unison; what further irritates academe is that this is not the work of a charlatan, but of a fellow academician, from Boston University, with a Ph.D. from Yale University. “He ought to know better!” is a frequent criticism moved to him by less outraged but equally disapproving colleagues. The same, if in other branches of knowledge, happens to Rupert Sheldrake, James Stevens Curl, Joscelyn Godwin and others. Such scholars are all perceived as renegades. But, since the truth does not care about affiliations, cliques, preconceived notions and assumptions, such attacks by academe are only to be interpreted as a good sign.

 

La gran aventura del reino de Asturias: Asì empezò la Reconquista, by José Javier Esparza.

In Cangas de Onís, in Asturias, Northern Spain, I bought this book by the one-eyed essayist and cultural critic Esparza, who is making a career out of historical revisionism. This particular book proudly announces on its cover to have reached the eight edition, and probably more since then (September 2016). Like other former colonial empires, Spain, after the end of Francoism in 1975, has gone through a period of acute guilt feelings about its past. Unlike the United Kingdom, however, a countertrend has come into being, thanks to which Spain’s complex and rich history is being reevaluated; some Spaniards are beginning to find pride once more in their heritage. Asturias is the only region in Spain that was never captured by the Moors; the Re-conquest, which culminated eight centuries later with the expulsion of the Moors from the Iberian Peninsula, began in that remote and mountainous kingdom, led by Visigothic royalty. We have all been told that the Moors from Spain kept culture alive during the Dark Ages, when the rest of Europe was asleep at best. Actually, culture was revived by the Carolingian Renaissance (after Charles Martel defeated the Saracen army) and kept alive by thousands of monks and friars in monasteries all over the continent who transcribed ancient manuscripts, until the latter were restored to prominence in the High Middle Ages in Italy, and then elsewhere. The Moors produced numerous second-rate dabblers in Aristotelian philosophy, and not much else; never any music or figurative art, of course, as they were both forbidden by the Koran. Some will say that the architectural heritage the Moors left behind in Spain is noteworthy, but the pre-Romanesque miniature churches that the early kings of the Asturias managed to build around Oviedo as the first statements of undying Christianity are touching, while so many of the squares and public spaces, religious and university buildings, palaces and palatial houses that Spain created down the centuries as the Re-conquest moved from north to south are utterly stunning. What La gran aventura del reino de Asturias explains in detail is how the Moors behaved, in fact, as all invading barbarians do, by sacking, plundering, raping, murdering, and burning to the ground everything in their path.

 

The Spear of Destiny, by Trevor Ravenscroft.

First published in 1973, The Spear of Destiny refers to the spear of the Roman centurion Longinus that pierced the side of Christ on the cross. Young and penniless Hitler could admire such a spear in the Hapsburg Treasure House at the Hofburg Palace, in Vienna, Austria (there are other such lances, on display in Rome, Echmiadzin, Antioch, and who knows which is the authentic one, if any? Such a quibble did not seem to concern young Hitler). The Spear of Destiny is the first very extensive study of the occult origins of Nazism. The modus operandi in producing the book would seem spurious: Ravenscroft, a follower of Rudolf Steiner, claimed that he conducted his research through mystical meditation and by resorting to the writings of the Austrian anthroposophist Walter Stein, whose widow had entrusted them to Ravenscroft. The original claim by the writer to have met with Stein was later changed: he had had contacts with Stein’s spirit through a medium. But, dear reader, like me do suspend disbelief: what I think matters most is the picture that emerges from the book, one in which the advent of Nazism seems inevitable: Wagner, Nietzsche, Houston Stewart Chamberlain, Karl Haushofer and other prominent thinkers all deeply influenced the German Weltanschauung. The advent and rise of Hitler, put in historical context, seems, at least in hindsight, foreseeable. In addition to that, there is the whole occult aspect of the macro-phenomenon, dissected in great detail, that is equally disturbing. Considering that the other great calamity, Communism, was not invented by Marx and Engels out of the blue, but had its foundations in the work of Hegel and, before him, in that of Kant, and that is, it was rooted in the most canonical German philosophical tradition, one comes to the conclusion that German culture as a whole, be it from the extreme Right and/or from the extreme Left, has given the world its two most toxic and deadly ideologies.

 

Pedro de Alvarado: Conquistador de México y Guatemala, by Adrian Recinos.

Bought years ago in Guatemala City, this book, published in 1952, slumbered on a shelf until I recently read Graham Hancock’s riveting trilogy War God about the Spanish conquest of Aztec Mexico. While Hernán Cortés comes off as a reincarnation of Ulysses, his right arm Pedro de Alvarado was the most badass among the major conquistadores: handsome, flamboyant, but fearsome, with blond hair down to his waist and an arsenal of blades and pistols always on him, he was as ruthless as he was unstoppable. After participating in the conquest of Cuba and of Mexico, he ventured into what today is Central America, conquered most of that region, too, and founded Guatemala, of which he became governor. Restored to my attention from oblivion, I found Recinos’s biography of de Alvarado enlightening. Recinos was a politician, historian, essayist, diplomat, scholar and translator of pre-Columbian works. He was a great student of the national history of Guatemala, not only of the Maya civilization, but also of the K’iche’ and Kaqchikel people. His was the first edition in Castilian of the Popol Vuh, based on his own translation. Although he was a criollo, and that is, of pure Spanish descent, he had a great affinity for the indigenous people of Central America. His biography, therefore, does not read like a hagiography. One can tell that he is torn: Pedro de Alvarado is the founder of Guatemala, but...

 

Making Dystopia: The Strange Rise and Survival of Architectural Barbarism, by James Stevens Curl.

This recent book was brought to my attention by the essay Modern Architecture’s Disastrous Legacy, penned by Stevens Curl himself, and published in the January issue of NER. His 551-page tome should stand proudly beside De architectura (On architecture, or Ten Books on Architecture) by the ancient Roman architect and military engineer Marcus Vitruvius Pollio, dedicated to his patron the emperor Caesar Augustus, and I quattro libri dell’architettura (The Four Books of Architecture) by Andrea Palladio (1508–1580). Stevens Curl’s Making Dystopia adeptly answers the question, What the hell happened since? When one travels to Estonia, among other countries, guides are quick to point out various architectural monstrosities and blame them on the Soviets. Fair enough, but in, say, New Jersey, where were the Soviets? Despite their absence, there are plenty of brutalist horrors there, too. Some reviewers of Stevens Curl’s book have produced fiery hatchet jobs: coming from the mainstream, from (indoctrinated) representatives of the élites who have festooned the world with such aberrant architecture, these confirm how great and valuable, not to mention profoundly informed, this book is.

 

Tahiti-Nui: By raft from Tahiti to Chile, by Eric de Bisschop.

I found this book, published in 1959, a few years ago in the delightful Scarthin Books, in Cromford, Derbyshire, in England. Excerpting from its flap: “When Heyerdahl and his companions made the famous voyage in the Kon-Tiki to support their theory that Polynesia had been discovered and colonised from South America, de Bisschop determined to refute this claim by making a raft voyage in the opposite direction. With four younger companions he built Tahiti Nui [hyphen omitted, G.M.d.S] in Papeete and at the age of sixty-five, and against the advice of all the experts, set forth on the hazardous voyage to Chile.” A publicity stunt? Envy over the worldwide success won by the Kon-Tiki voyage? It is hard to tell by reading this book. De Bisschop was a committed and vastly experienced seafarer, thoroughly French, and a Jesuit to boot. The cocktail of French/Jesuitical hubris is an unannounced delight of sorts, especially in the early chapters, which are more theoretical, before the actual crossing. And how did that go? Not to spoil anything, I’ll just add that a second Tahiti-Nui would eventually be built...

 

And then there is the other pile of books on my overloaded nightstand. Borges had it right when he stated, “I cannot sleep unless I am surrounded by books.”

 

 

 

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Tunisia: oasi e deserto, le parti più affascinanti di un paese che non ha solo belle località balneari, siti archeologici e interessanti città.

19 Aprile 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Tunisia: oasi e deserto, le parti più affascinanti di un paese che non ha solo belle località balneari, siti archeologici e interessanti città.

Assaporare la magia e la poesia del deserto. Rivivere il mistero e il fascino dei Tuareg, o uomini blu, e tornare indietro nel tempo pensando ai carovanieri che si addentravano nell’”oceano” di sabbia a dorso di dromedari, denominate le navi del deserto, avventurandosi in un mondo meraviglioso ma ostile e pieno di insidie per chi ha l’ardire di sfidarlo. Queste sono le sensazioni che evoca il deserto, ma oggi il Sahara tunisino attira tanti turisti che vogliono provare l’ebrezza di viaggiare in fuoristrada osservando scenari ricchi di malia o partecipando a safari o a Rally che mettono a dura prova le forze psico fisiche dei partecipanti, oppure che vogliono immergersi in un mondo di silenzio per ritemprarsi dal caos e dallo stress delle città. Parlare di deserto sahariano vuol dire ammirare la bellezza naturale di quel vasto territorio di 9mila metri quadri, che inizia dal Mar Rosso per arrivare sull’Oceano Atlantico, e che attraversa vari paesi del nord e centro Africa.

Il deserto più vasto del mondo, la cui sabbia è ricca di segreti tali da far capire che in un tempo lontanissimo quel territorio ha subito la glaciazione, poi è stato ricco di acqua per la presenza del mare, di fiumi e di laghi e, infine, che è stato ricoperto da rigogliose foreste, aveva un clima sub tropicale e gli abitanti vivevano di caccia e di allevamento.

Il deserto ci attrae perché possiamo goderne il silenzio, possiamo entusiasmarci davanti alla bellezza del diverso colore della sabbia e subire il fascino delle dune dalla diversa altezza. Inoltre, perché ci permette di ammirare nel cielo le numerose e grandi stelle, talmente luminose da sembrare così vicine da poter essere toccate le dita.

Il deserto tunisino ci permette di emozionarci anche davanti alle oasi, macchie di intenso verde che spiccano come sicuri rifugi nell’immenso giallo ocra della sabbia.

Il deserto, però, non è tutto uguale. Esiste il quello di roccia (l’hommada), che ha forme diverse per via del vento che le ha modellate. C’è quello costituito da ciottoli e ghiaia (il serir) e poi c’è l’Erg, il più bello, che si trova nel Sahara centrale ed è formato da dune di sabbia.

Deserti sì, ma mai uguali a sé stessi e vivi. Ogni giorno sono in movimento e un panorama che avevamo già visto, il giorno dopo potrebbe essere già diverso. Nel deserto, nonostante il caldo clima, c’è vita e non solo nelle oasi. Ci sono delle piccole città e villaggi sorti proprio a ridosso o dentro questo mare di sabbia.

Il nostro viaggio alla scoperta di alcune Oasi e del vero deserto

Dormiamo a Tozeur e la mattina dopo ci avventuriamo con la jeep 4 x 4 alla volta dell’oasi più piccola, quella di Mides, che è composta da profondi canyon e si trova vicino al confine con l’Algeria. E’ molto bella quest’oasi di montagna, i cui canyon sono profondi 60 mt e che un tempo era un’antica fortezza di frontiera dei romani e si chiamava Mades. C’è anche una piccola cascata che 3 mesi fa è cambiata a causa della caduta di un grande masso.

Ma è comunque bella e refrigerante. L’acqua che scende dalla montagna va a finire in una specie di laghetto che diventa ruscello con piccolissime cascatine dovute ai massi che sono nel letto dello specchio d’acqua. Palme e piante varie fanno da contorno a questo idilliaco scenario.

E’ qui e a Tamerza che si raccolgono, da ottobre a dicembre, i migliori datteri tunisini.

Sono molto ghiotta di questo fantastico e benefico frutto, che amo mangiare ogni mattina, e proprio quando mi trovo sul bordo del canyon, la mente torna indietro nel tempo e mi fa rivivere l’emozione di un lontano freddo dicembre e alcuni venditori di datteri, quelli non trattati e ancora attaccati ai rami, che mi vendettero non ricordo quanti chili di quell’energetico frutto.

Ricordo ancora lo stupore in aeroporto quando gli addetti al controllo mi videro con un borsone stracolmo di datteri incartati alla “meno peggio”. Chissà cosa avranno pensato! Probabilmente che li avrei venduti in Italia!

La meraviglia inaspettata di Chebika

Lasciamo Mides e andiamo in una che, a mio avviso, è una delle Oasi più belle della Tunisia: Chebika, piccolo villaggio e antico posto di guardia romano, le cui case sono costruite con argilla e pietra. Si trova in alto e ci sono montagne colorate per via dei metalli che la compongono, un antico villaggio abbandonato, piccoli e stretti siq che conducono nel punto più alto dal quale è possibile osservare ed ammirare rocce colorate, ruscelletti ed una cascata, situata in una gola, che forma un piccolissimo e cristallino lago la cui acqua è di un colore così azzurro da sembrare il mare.

Lo circondano alte palme e qualche pianta acquatica. Alcune piccole rane saltano da una parte all’altra di queste piante che hanno lo stesso colore degli animaletti. Su una roccia un romantico e grande cuore con la scritta “welcome”.

E’ un luogo fuori dal tempo, particolare, unico ed uno dei più belli che si possano visitare. C’è acqua, tanta per essere qui, ed è preziosa. Infatti, dall’alto scende per andare ad irrigare i piccoli villaggi nei dintorni.

Lasciamo Chebika con gli occhi ancora pieni di bellezze naturali e felici per averla potuta vedere. E’ ora di pranzare e lo facciamo sotto le tende in un grande giardino di Tozeur.

Nel deserto è difficile vedere l’orizzonte…

Le sorprese non mancano in questo viaggio organizzato dal Ministero del Turismo tunisino, dall’Ente del Turismo e dalla Tunis Air, e il pomeriggio risaliamo nelle jeep e ci dirigiamo alla volta di Ong Ejmel. E’ bellissimo osservare quanto sia diverso il paesaggio desertico. Si passa dalle piccole dune a spazi composti di ciottoli e si ha l’impressione che qualcuno si sia divertito a “spalare” la sabbia e a formare dei mucchi qua e là.

Cespugli brulli e più o meno alti affiorano in mezzo alla sabbia ed è incredibile come la mente pensi immediatamente che nel deserto non si riesca a vedere nessun orizzonte. Penso che se qualcuno si avventurasse da solo in questa distesa color oro, sicuramente perderebbe l’orientamento se non avesse una bussola con sé.

Ma lo spettacolo della diversità continua ed ecco che, ad un tratto, la sabbia diventa come un grande ed unico tappeto. Ciò che si vede ora è una distesa enorme e le dune sono più alte così come le discese diventano sempre più ripide. La sabbia è soffice, impalpabile come borotalco e le jeep devono “prendere la rincorsa” per superarle. Qualche jeep non ce la fa e rimane sospesa a metà della duna o s’insabbia.

La nostra è una carovana di jeep – siamo 63 giornalisti provenienti da tutta Europa – e chi sta dietro deve fermarsi e aspettare che chi è rimasto “intrappolato” venga aiutato dagli addetti a questo lavoro per riprendere il percorso.

E’ emozionante vedere come questa 4 x 4 riesca a superare queste “colline” dorate mettendosi anche di traverso e lasciando anche la via percorsa dalle altre auto. Mi diverte questo andare su è giù perché mi ricorda un po’ le montagne russe, lo “sballottamento” da una parte all’altra un po’ meno, ma a bordo si ride.

Il set di Star Wars…

Il nostro autista è molto bravo, e dopo averci fatto provare l’emozione di una discesa veramente ripida e lunga, riesce a portarci su una duna molto alta dove ci attende una bella sorpresa. Siamo nel bel mezzo del deserto e in cima alla duna c’è una tavola imbandita per offrirci un cocktail che si protrae fino al tramonto.

E’ un momento incantevole, di grande suggestione e bellezza. Siamo gli unici esseri umani in quel posto dove camerieri vestiti nella maniera tradizionale ci offrono bevande e assaggini. Ci regalano anche il manto con cappuccio che portano i tunisini berberi.

Il mio è bianco, ma è talmente lungo e largo che mi sento un po’ “Cucciolo”, il più piccolo dei sette nani. Ma è caldo e non m’importa nulla se sono buffa con il “burnus”. Fa freddo perché c’è molto vento”, ma i brividi li ho perché mi trovo lì, in un incredibile ed inimmaginabile scenario di grande poesia.

Ma ogni cosa ha la sua fine e così, quando fa buio, ci rechiamo nel sito che ha ospitato il film “Star Wars”. E’ buffo rivedere le piccole e strane case viste nella pellicola, così come siamo buffi quando facciamo la fila per farci fotografare a fianco delle persone che indossano i costumi dei vari personaggi del film: Lord Dart Fener, Luke Skywalker, Obi Wan Kenobi, la principessa Layla e i soldati.

Forse non siamo cresciuti…ma questo ritorno all’essere quasi adolescenti non mi dispiace affatto. Giovani e meno giovani ci tengono ad avere anche questo ricordo impresso nelle schede delle macchine digitali.

Si torna a Tozeur, questa volta senza attraversare il deserto ma lungo una strada che porta direttamente in albergo.

Il mattino dopo lasciamo definitivamente Tozeur, le cui case ricoperte da mattoncini sono una prerogativa del luogo come le tante palme che producono i datteri, i famosi Deglat en Nour – il cui significato è “dita della luce”. La popolazione vive di agricoltura, artigianato e commercio. Oggi è una delle località più note della Tunisia e stanno sorgendo alberghi di buon livello per soddisfare la richiesta di posti.

Qui, fra novembre e dicembre si svolge il Festival delle Oasi con danze popolari, corse di cammelli e processioni. Un evento sicuramente da non perdere.

Riprendiamo il cammino e ci avviamo verso Douz, la più sahariana delle città delle oasi del sud, definita la porta del deserto. Ogni anno si svolge il Festival Internazionale del Sahara all’interno del quale trovano spazio antiche tradizioni, la cultura berbera, concerti, spettacoli di danza e gare sportive. Un’altra manifestazione che sarebbe piacevole e interessante vedere.

Il lago dei miraggi…

Attraversiamo Chott el Djerid, meglio conosciuto come il lago salato, una vasta depressione che in parte è sotto il livello del mare e che nacque circa 1.5 milioni di anni fa. Un tempo doveva esserci stato il mare che poi si è prosciugato. L’acqua piovana che cade in inverno evapora velocemente, così ciò che si vede ora è una specie di grossa pellicola o crosta molto luccicante che da l’impressione che ci siano tanti cristalli o diamanti disseminati ovunque.

E’ un deserto di sale dove ci sono anche delle zone con l’acqua e in alcuni punti il sale si è divertito a generare forme strane. Sono i sedimenti che nei giorni molto caldi donano al lago salato un aspetto molto suggestivo ed è facile, per effetto della rifrazione della luce, avere l’impressione di vedere cose che in realtà non ci sono. Sono i miraggi per i quali è famoso Chott el Djerid.

Un concerto a Timbajine…

E’ molto lunga la strada che divide in due parti il lago salato e la percorriamo perché ci porterà a Timbajine, una montagna rocciosa che da lontano somiglia un po’ ad Ayers Rock, in Australia, o a Monument Valley, in Arizona. Su questa montagna è stato preparato per noi un concerto dal titolo “musica e silenzio” ed è così suggestivo e strano ascoltare – oltre al sibilo del vento – il suono del liuto, del violoncello, del sassofono e di altri strumenti, oltre alla voce di un tenore e a quella calda di un attore tunisino che declama testi che parlano di amore.

E’ inaspettata l’emozione che mi provoca il trovarmi sulle pendici di questa montagna, seduta su un sasso ad ascoltare in silenzio, non solo con le orecchie, ma anche con il cuore e la mente questo scenografico spettacolo. Intanto, nuvolette di sabbia finissima si alzano in maniera non uniforme sulla montagna per effetto del vento.

E’ strano osservare che si alzano un po’ da una parte e un po’ dall’altra, alcuni sembrano dei mulinelli, ma la sabbia è talmente sottile che gli abiti e i capelli sono pieni di quella che sembra essere polvere tanto è composta di minuscoli granelli.

E’ bello il concerto e magnifico il contesto nel quale si svolge. Si ascolta e si riflette. Sensazioni indimenticabili e particolari che non mi era mai capitato di provare altrove. Di nuovo brividi sotto il giaccone e non di freddo.

Il campo tendato. Non per tutti ma per chi riesce a “sopravvivere” senza gli agi di un albergo…

Procediamo ancora per arrivare nel campo tendato. Di nuovo il paesaggio è solo desertico ma la sabbia è color oro, bellissima. Ancora dune e ancora jeep in difficoltà. Scendiamo per toccare quella sabbia finissima che lasciamo scendere dalle mani.

E’ tiepida e vola via velocemente. Il mio autista tiene la mano ben salda sul cambio e supera ogni difficoltà. E’ una sfida continua questo salire e scendere dalle collinette. Il vento soffia forte e le dune sembrano “vive” perché la sabbia si muove e crea continue onde in superficie.

Arriviamo al campo che è quasi buio e ognuno prende posto nella tenda assegnata. Siamo al campo Mars ma ci sembra di essere sulla luna. Non c’è la corrente elettrica, ci sono solo 4 toilette senza doccia e nelle tende una candela e una piccola torcia sono l’occorrente per poterci vedere in quel buio totale.

Una specie di water closet è stato ricavato in una parte della tenda ed è riparato dagli sguardi degli altri. Ma non c’è acqua, solo segatura da gettare all’interno e salviette detergenti per poterci lavare.

Anche il ristorante dove ceniamo è illuminato dalle candele. E’ un eco-campo tendato che viene utilizzato nel periodo meno caldo. E’ tutto ordinato e si sopravvive tranquillamente anche senza fare la doccia per un giorno.

Ma io, che mi definisco un po’ Mary Poppins perché vado sempre in giro con un borsone pesante, ho con me 2 bottiglie piene di acqua… e così la doccia non mi è mancata.

Durante la notte piove, sì piove e siamo in pieno deserto! E’ incredibile e impensabile! Accade così raramente, ma l’abbiamo avuta ed è stato un bene per le piante ei piccoli animali che vivono in quell’ambiente selvaggio. Ma, al mattino, la sabbia è asciutta e il sole ci fa nuovamente compagnia.

La sabbia riprende il suo colore brillante e noi ci rimettiamo in marcia in fila indiana per percorrere a ritroso il tragitto che ci porterà lontano da questo mondo silenzioso, che solo i motori delle jeep e le voci umane riescono a rompere.

Non è un addio, il richiamo del deserto è troppo forte per non pensare di tornarci al più presto. E il Sahara tunisino è il più vicino e ancora da scoprire.

Liliana Comandè

Tunisia: oasi e deserto, le parti più affascinanti di un paese che non ha solo belle località balneari, siti archeologici e interessanti città.
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The Lord of the Rings e la fiaba

19 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #fantasy

The Lord of the Rings e la fiaba

Vladimir J. Propp, autore di un famoso studio sulla fiaba popolare, Morfologia della fiaba, del 1928, così la definisce:

Da un punto di vista morfologico possiamo definire fiaba qualsiasi sviluppo da un danneggiamento (x) o da una mancanza (x) attraverso funzioni intermedie fino a un matrimonio (n) o ad altre funzioni impiegate a mo’ di scioglimento. A volte servono da funzioni i finali la ricompensa (z), la rimozione del danno o della mancanza (Rm), il salvataggio dall’inseguimento (s) etc.

Più specificamente, Stith Thompson, in La Fiaba nella tradizione popolare, del 1946, usa il termine maerchen per indicare una fiaba di una certa lunghezza, con una successione di motivi ed episodi, che si muove in un mondo irreale, senza una precisa definizione di luoghi e di personaggi, piena di cose meravigliose.

Bruno Bettelheim, in The Uses of Enchantment, del 1976, rileva che una fiaba è tale solo se contiene elementi magici e soprannaturali.

Partendo dalle teorie di questi tre famosi studiosi di fiaba, proponiamo ora la nostra definizione che le compendia tutte e tre. Una fiaba è tale quando:

a livello morfologico-strutturale, abbiamo uno sviluppo da un danneggiamento o da una mancanza, attraverso funzioni intermedie, fino a uno scioglimento finale che comporta la rimozione del danneggiamento o della mancanza o una ricompensa;

ci si muove in un mondo irreale;

luoghi e personaggi non sono ben definiti;

è presente l’elemento magico/soprannaturale.

In particolare, ai fini di questo studio, considereremo “fiaba tipica” quella avente la struttura monomitica della quest, così com’è stata enucleata da Joseph Campbell in The Hero with a Thousand Faces, del 1949.

In questo tipo di fiaba, il danneggiamento o la mancanza iniziale costringono il protagonista a partire alla ricerca di qualcosa (un oggetto, una persona, un luogo etc). Le funzioni intermedie sono rappresentate dagli ostacoli e dagli aiutanti che egli incontra durante il viaggio. Al termine della fiaba, il compimento della quest rimuove il danneggiamento o la mancanza ed è causa di una ricompensa. Il ritorno a casa è spesso difficoltoso.

Prima di procedere, precisiamo che trarremo molti dei nostri esempi di fiabe dalla raccolta di maerchen dei fratelli Grimm (anche se non solo da quella) sia perché riteniamo questa raccolta una delle espressioni più tipiche della tradizione fiabesca europea, sia perché essa ha costituito una delle letture preferite proprio dell’autore di The Lord of the Rings.

Proviamo ad analizzare gli elementi strutturali del fiabesco paragonando The Lord of the Rings a una famosa fiaba dei fratelli Grimm, L’uccello d’oro.

L’uccello d’oro

Danneggiamento o mancanza: il re ordina ai figli di portargli l’uccello d’oro ed essi partono alla sua ricerca.

Funzioni intermedie, ostacoli: la locanda li alletta con i suoi piaceri, dei compiti difficili vengono imposti a Bertrando (triplicazione dell’oggetto della quest: uccello, cavallo e principessa d’oro e imposizione di spianare una montagna in otto giorni).

Aiutanti (che fanno superare gli ostacoli o forniscono oggetti magici): la volpe aiuta Bertrando a spianare la montagna e gli dà consigli indispensabili all’ottenimento dell’uccello, del cavallo e della principessa fatati.

Rimozione del danneggiamento o della mancanza: Bertrando s’impossessa degli oggetti della quest.

Ritorno a casa (difficoltoso): Bertrando torna a casa in incognito e smaschera i fratelli impostori che avevano usurpato il suo posto.

The Lord of the Rings

Danneggiamento o mancanza: I cavalieri neri frugano la Contea alla ricerca del possessore dell’Anello; Frodo parte per distruggere l’Anello, salvare la Contea e tutta la Middle Earth.

Funzioni intermedie, ostacoli: Un albero rinserra gli hobbit nelle sue radici. Gli spettri dei Tumuli tentano di ucciderli, i Cavalieri Neri feriscono Frodo, la neve e i lupi impediscono alla Compagnia dell’Anello di superare le montagne, gli Orchi attaccano ripetutamente la Compagnia uccidendo Boromir, il mostro del lago vuole catturare il Portatore, un Balrog uccide Gandalf, Shelob trafigge Frodo etc.

Aiutanti (che fanno superare gli ostacoli o forniscono oggetti magici): Gandalf aiuta il portatore con la sua esperienza, i suoi poteri magici, e il suo sacrificio nella lotta contro il Balrog, Tom Bombadil disincanta l’albero assassino e disperde gli Spettri dei Tumuli, Bilbo dà a Frodo la spada Pungolo, Elrond fornisce aiuti morali e materiali agli hobbits, Galadriel dona a Frodo una spada magica etc.

Rimozione del danneggiamento o della mancanza: l’Anello viene distrutto e Sauron sconfitto.

Ritorno a casa (difficoltoso): gli hobbit tornano nella Contea ma devono abbattere un regime tirannico instauratovi da Saruman in loro assenza.

Sono riscontrabili in The Lord of the Rings anche le funzioni proppiane di “divieto”, “investigazione da parte dell’antagonista”, “richiamo dell’eroe”, “messa alla prova dell’eroe”, “matrimonio e incoronazione dell’eroe”, etc). Emerge dunque una notevole somiglianza morfologica con le fiabe, a livello, cioè, di funzioni nodali. Tolkien stesso, avido lettore di fiabe, non nega di aver usato per The Lord of the Rings il modello fiabesco della quest che aveva già sperimentato in The Hobbit in maniera ancora più evidente.

I now wanted to try my hand at writing a really, stupendously long narrative and see whether I had sufficient art, cunning or material to make a really long narrative that would hold the average reader right through. One of the best form for a long narrative is the adage found in the Hobbit, though in a much more elaborate form, of a pilgrimage and journey with an object, so that was inevitably the form I accepted.

Probabilmente ancor più che dalle fiabe dei Grimm, il modello fiabesco della quest è filtrato nell’opera di Tolkien attraverso l’epica medievale. Come tutti sanno, Tolkien, prima ancora che scrittore, è stato filologo insigne e uno dei massimi studiosi di letteratura anglosassone. A lui si devono la rivalutazione del Beowulf, la traduzione di Sir Gawain and the Green Knight e di Pearl, un rifacimento di The Battle of Maldon e così via. Fra le sue letture preferite, inoltre, si annoverano i romanzi di William Morris e di George McDonald. Appare chiaro, perciò, che motivi quali la quest del Santo Graal o la ricerca del mostro da uccidere gli erano molto familiari. Ritrovare i temi della fiaba popolare all’interno dei miti dell’epica medievale non deve stupire dal momento che, come ha dimostrato Joseph Campbell, mito, fiaba, rituale e attività onirica dell’uomo, trovano una comune espressione in motivi che nascondono al loro interno gli archetipi dell’inconscio collettivo junghiano.

The Lord of the Rings è un esempio di fiaba con “due cercatori”, i quali si separano verso la metà della narrazione per condurre a termine ognuno la propria ricerca. Abbiamo infatti due eroi principali, Frodo e Aragorn. Frodo è il portatore dell’anello e la sua quest coincide con la distruzione del proprio fardello. Aragorn è il re in incognito, la cui quest, tipica, coincide con la riconquista del regno e l’ottenimento della mano della donna amata. I due cercatori si separano alla fine del primo libro per ritrovarsi soltanto nel finale.

The Lord of the Rings, come la fiaba, è ambientato in un mondo totalmente immaginario in cui si muovono personaggi che non hanno alcun fondamento storico.

Fra gli elementi comuni alle fiabe, riscontrabili anche in The Lord of the Rings, possiamo ancora elencare:

un qualche tipo di lotta con avversari soprannaturali che si presentano spesso sotto forme mostruose: Sauron, Shelob, il Balrog, i Nazgul, possono essere messi in relazione con gli innumerevoli draghi, orchi e streghe malefiche delle fiabe;

la presenza di fantasmi: gli spettri dell’Anello, i guerrieri dei Sentieri dei Morti, i fantasmi della palude, sono l’equivalente dei morti riconoscenti o minacciosi di alcune fiabe popolari europee;

i cavalli intelligenti: Ombromanto, Nevecrino, etc, si comportano come Falada, il famoso cavallo de La piccola guardiana d’oche;

i poteri magici: i poteri di Gandalf, Sauron, Saruman, Galadriel somigliano a quelli dei maghi e delle fate delle fiabe;

gli oggetti magici: la porta di Moria si apre su comando come la famosa porta di Alì Babà e i quaranta ladroni; la fiala di Galadriel brilla di luce inestinguibile; l’Anello rende invisibili; i Palantiri permettono di vedere lontano; lo specchio di Galadriel predice il futuro; la spada Pungolo brilla in presenza di Orchi;

la piccolezza straordinaria: i nani e i piccoli hobbit somigliano ai minuscoli folletti delle fiabe;

i successi del figlio minore: Faramir, il “cenerentolo”, riesce là dove il fratello prediletto dal padre ha fallito;

le profezie: numerose sono le profezie disseminate nel corso della narrazione, ad esempio quella che concerne “il flagello d’Isildur” (cfr. la profezia ne I tre capelli dell’orco).

Sono presenti inoltre in The Lord of the Rings personaggi tipici della fiaba popolare: elfi, nani, maghi, trolls, orchi, etc. I protagonisti delle fiabe popolari di solito sono personaggi comuni i quali, messi alla prova dalle vicissitudini che devono affrontare nel corso della fiaba, maturano e ottengono successi personali: Fiumetto, il figlio del taglialegna, diventa re ed eredita una fortuna; i caprettini, ingoiati dal lupo cattivo, vengono salvati ed imparano a badare a se stessi; Biancarosa e Rosella sposano due principi. Bruno Bettelheim mostra che, persino quando nelle fiabe si parla di appartenenti a famiglie reali, in realtà il vero protagonista è sempre l’uomo comune: Biancaneve è solo una ragazzina pubere e la regina cattiva solo una madre che non accetta di essere superata in bellezza e gioventù dalla propria figlia. Il re, la regina cattiva e Biancaneve sono in realtà un padre, una madre e una figlia in una tipica costellazione edipica in cui ogni bambino (e ogni genitore) può identificarsi.

Una delle caratteristiche principali delle fiabe è perciò presentare personaggi quotidiani in cui il lettore può identificarsi facilmente. Il lettore di fiabe avverte che potrebbe accadere anche a lui di essere oggetto d’invidia da parte di un fratello o doversi districare in una situazione difficile. Anche in The Lord of the Rings alcuni (non tutti) dei personaggi hanno appunto questa caratteristica di essere eroi quotidiani.

I piccoli hobbit sono goffi e maldestri, non sono abituati come gli eroi del mito ai grandi avvenimenti. Merry e Pippin all’inizio del racconto non sono che giovani hobbit spensierati, di buon cuore e generosi, ma che devono ancora mettere alla prova il loro coraggio e la loro resistenza. Alla fine essi saranno cresciuti di statura sia in senso fisico (grazie all’acqua degli Ents) sia in senso morale. Le sofferenze li avranno maturati nel giro di un anno, facendo di loro hobbit adatti ad assumere il comando della Contea. Essi più degli altri otterranno successi personali e ricompense nel finale della storia. Anche Aragorn alla fine sale al trono e ottiene la mano della fanciulla elfica che gli era stata promessa solo a patto che riconquistasse il regno che gli spettava di diritto.

Per quanto riguarda lo stile, Tolkien usa alcune tecniche comuni alla fiaba popolare. Come afferma Marion Perret

Tolkien prefers to suggest rather than spell out: he invites his reader to participate in the imaginative act of subcreation by his use of representative actions as well as by his use of generalized language.

Così come nelle fiabe si preferisce dire “si mise a sedere e pianse”, piuttosto che dare una dettagliata descrizione dello stato d’animo disperato di colui che soffre, qualche volta Tolkien opta per il suggerimento e il simbolo piuttosto che la descrizione esplicita. In certi momenti salienti esegue un primo piano di un gesto o di un elemento.

The close up technique permits him to substitute a significant detail for an elaboration of an emotional state; repetition of that significant detail abbreviates even more.

Così tutte le volte che Frodo porta la mano all’anello, il lettore capisce che egli è in preda ad una violenta tentazione; oppure ogni volta che Sam sorregge il padrone, il suo gesto simboleggia affetto, dedizione, fedeltà, senza perdere di concretezza e plasticità narrativa. Il lettore deve partecipare con la consapevolezza di ciò che il gesto ha significato in precedenza.

Spesso nelle fiabe molto di quanto viene narrato è dato per scontato. Quando si afferma che il protagonista incontrò “la vecchina dell’aceto” e non “una vecchina”, usando l’articolo determinativo, ciò presuppone che il lettore/ascoltatore della fiaba sappia a priori dell’esistenza di una vecchina specifica dell’aceto. È una tecnica che serve a dare profondità alla narrazione e l’idea di qualcosa al di là del mero ritaglio di eventi di cui veniamo a conoscenza. Abbiamo l’impressione dell’esistenza di un regno fatato in cui le vecchine dell’aceto sono naturali e comunissime.

Tolkien afferma di apprezzare le fiabe dei Grimm proprio per “quel senso di antichità e profondità” che vi riscontra. Egli usa la stessa tecnica. Il senso di profondità gli interessa molto di più che al novellatore, dal momento che si è posto come scopo principale proprio la creazione di un “mondo secondario”. Nonostante le appendici spieghino tutto ciò che c’è da sapere sulla Terra di Mezzo, sono state inserite nell’opera soltanto nel 1966. Ed inoltre si tratta appunto di appendici, che un lettore normale di solito legge al termine del libro. Perciò, quando i primi elfi sono introdotti mentre cantano “Ghiltoniel! Oh Elbereth!”, senza una previa lettura del Silmarillion e senza una conoscenza delle lingue elfiche, il lettore medio non può sapere che essi stanno intonando un inno religioso in onore di Varda, la suprema fra i Valar, regina delle stelle, e che Elbereth è uno dei nomi che gli Elfi le danno in Sindarin.

Il lettore piomba, fin dal primo capitolo, in un mondo che esisteva già prima che egli aprisse il libro, profondo, variegato e complicatissimo. Gli eventi narrati in The Lord of the Rings hanno una datazione precisa e si svolgono in un mondo coerente che è rappresentato con minuzia fin nei più piccoli particolari. Essi si riferiscono - ce lo conferma Tolkien stesso - ad un’epoca passata della nostra terra. Tuttavia non ci viene detto quanto tempo sia trascorso da allora né dove si trovasse esattamente la Terra di Mezzo.

Those days, the third age of Middle Earth, are now long past, and the shape of all lands has been changed but the regions in which hobbits then lived were doubtless the same as those in which they still linger; the north west of the old world, east of the sea.

Questa descrizione lascia la storia in un limbo che ha il sapore vago del “c’era una volta di là dai monti e dal mare”.

Attraverso l’esame della struttura, delle componenti e di alcune tecniche stilistiche di The Lord of the Rings, siamo giunti ad una prima conclusione secondo la quale esistono innegabili somiglianze di carattere strutturale fra The Lord of the Rings e la fiaba. Un primo valore da attribuire al libro perciò è quello che gli deriva dall’apporto della fiaba popolare, ed un primo messaggio sarà quello stesso di tante fiabe: che una lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile ma che anche i più umili possono riuscire solo se non si ritraggono intimoriti. Come i piccoli fruitori delle fiabe, soffrendo e gioendo con i loro eroi, riescono a maturare e a diventare uomini, così Tolkien, eterno bambino che si è divertito con lo scherzo dell’Hobbit, attraverso la fiaba The Lord of the Rings cresce come uomo e come scrittore. Insieme a Bilbo, impara ad accettare la vecchiaia e la vicinanza della morte. Sopportando poi, con Frodo, giorno per giorno il peso crescente del terribile Anello, sfocia in una scrittura amara che della fiaba si serve per convogliare messaggi profondi.

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