Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

Cerca risultati per “Aldo Dalla Vecchia Vita da giornalaia”

Il campo di mais

28 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Aguzzando la vista, Henry Main riusciva persino a vedere i polli che beccavano intorno al fienile. Una fattoria isolata, di fango, paglia e pezzi di latta, dopo un’ora di campi sterminati, deserti come la sua vita, dopo una ricerca estenuante fin quasi a consumare tutta la benzina.
La sorvolò per la terza volta, a quota sempre più bassa, il gran sole delle pianure che arroventava la carlinga, mentre la fusoliera si copriva di cipria dorata e i polli laggiù sbattevano le ali allegri.
Gli uomini come lui, erano tutti nei campi di mais, a lavorare chini, le schiene zuppe di sudore, le maniche arrotolate sugli avambracci bruniti. A casa erano rimaste le donne.
Si slacciò il collo della camicia, perché era come starci in mezzo, al sole, grande e giallo al pari di un campo di mais.
Il primo ragazzino sbucò fuori e si fermò sulla porta. Le fessure degli occhi puntarono inquiete l’aereo che ormai da troppo tempo volava sulla sua casa. Gridò qualcosa.
Ecco, pensò Main, adesso usciranno.
E, infatti, uno dopo l’altro, vennero fuori anche gli altri. Due bambini con i piedi nudi, un vecchio col dito alzato, una bambina con le trecce sfatte, una donna con un neonato attaccato al seno. Tutti col naso all’insù, gli occhi sgranati, il palmo candido delle mani tese verso di lui, come se lo chiamassero, come se lo aspettassero per cena.
Scese ancora più giù, quasi a sfiorare il tetto con l’ala, quasi a cogliere le parole sulle loro bocche, gli avambracci che tremavano nello sforzo di reggere la cloche. Ormai riusciva a sentirli.
“Madre de dios!” La donna si fece il segno della croce, il seno scivolò via e il poppante prese a strillare.
Henry Main aveva il sole negli occhi, ma poteva ancora virare, poteva evitarli, poteva risparmiare la casa.
Ma non sarebbe stato giusto. No, per niente.
Tutta la vita aveva atteso, era suo diritto, un suo sacrosanto diritto.
Lo avevano rifiutato, deriso, abbandonato, quando invece una donna come quella, bella a quel modo, avrebbe dovuto allattarlo, cullarlo con amore, oppure stringergli le gambe intorno ai fianchi, partorirgli dei bambini, come succedeva agli altri, a tutti gli altri che arrivavano sempre prima, che avevano sempre una marcia in più. Tranne che con l’aereo, però, l’aereo era il suo riscatto, nessun altro sapeva compiere certi avvitamenti, certe virate, certe picchiate che strappavano grida d’ammirazione alla folla.
Poi, però, ogni volta l’aereo tornava a terra, il tetto si sollevava con quel rumore che era il rumore della sconfitta, e la sua vita ridiventava un’unica, immensa, sterile, distesa di macerie e solitudine.
Henry John Albert Main voleva farla finita, ma non sarebbe morto senza una famiglia, solo come un cane, no, non era giusto.
Ruotò e si capovolse sopra di loro. Li vide spalancare gli occhi, li sentì urlare e provò gioia, soddisfazione. Schiacciò la cloche verso il basso, felice delle grida, felice del sole, dei polli, del fienile, felice di tutto.
Precipitò avvitandosi lentamente su se stesso, puntando quel seno di madre, su cui, finalmente, stava calando, con amore, con infinito amore.

Mostra altro

L’amore idealizzato e vagheggiato della Agus in Mal di pietre

11 Agosto 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

 

Mal di Pietre

Milena Agus

 

Nottetempo, 2016

 

 

Una ragazza trova un quadernetto con i bordi rossi. Appartiene alla nonna. Lì la donna si è confidata, mettendo nero su bianco desideri e timori ma soprattutto voglia... voglia di amore carnale, di mani intrecciate e sudore sulla pelle.

Si torna quindi indietro nel tempo. Come scenario, la Sardegna della seconda guerra mondiale; come narratore – un narratore che risulta essere attento e scrupoloso –, la nipote della donna. La donna – viene chiamata per tutto il testo nonna, mai un nome né un riferimento più preciso – è poco equilibrata, un po’ inquieta. Giunta a un’età in cui è normale esibire un marito – pena la compassione di tutti – non riesce a farsi chiedere in moglie. È una bella donna, non le mancano di certo i pretendenti. Ma lei, quando qualcuno si mostra interessato, gli scrive poesie bollenti, piene di sentimento e di desiderio. Ha frequentato solo le prime classi delle elementari, tuttavia scrive da sempre – malgrado debba farlo da sola, di nascosto, con il quadernetto tra le gambe e i sensi all’erta perché non entri nessuno –, è il suo modo per sfogare quell’inquietudine. Loro però non capiscono, fuggono dinnanzi a quell’arte, a quel sentimento. Quando i suoi decidono di farla convolare a nozze con un uomo rimasto da poco vedovo, lei rimane interdetta. Non c’è amore, grida a gran voce. Quando lui però fa notare che l’amore non sia necessario, le cose vanno veloci. La narratrice/nipote chiama nonno quell’uomo pratico e non interessato alle dicerie, alle cattiverie gratuite di chi considera la sua futura moglie una pazza da rinchiudere in manicomio.

All’inizio è un legame tiepido. Sono coinquilini. Lei è un’artista, in tutti i sensi. Per come vive la sua vita, sì, ma anche per le sue qualità di poetessa, di scrittrice. È un po’ in aria, nel senso buono dell’espressione. Non si conforma alla società, alle sue assurde e banali regole. Poi, la svolta. Non è proprio amore, il loro, ma diventa un legame fatto di rispetto, normalità e sesso. Sesso senza remore né paure. Sesso senza religione e senza timori. Senza tabù. 

Quando va alle terme per trovare un rimedio ai calcoli renali – Mal di pietre è un calco dal sardo che indica proprio i calcoli renali –, conosce un uomo distinto. Il Reduce. Menomato dalla guerra, attraente e colto. Se ne invaghisce. Finito il problema, fa ritorno alla sua vecchia vita. Rimane tutta la vita divisa tra due fuochi, amando sì il marito ma bramando anche il Reduce.

È un amore vagheggiato, idealizzato, quello che si trova nell’opera di Milena Agus. Un amore fatto di stranezza ma anche di normalità – perché chi è strano e chi è normale, in questo nostro mondo?

Un libro che tratta di amore – perché l’amore ha infinite sfumature –, di diversità, di pregiudizi, di vite particolari vissute in modo particolare. Un libro che si legge in un pomeriggio ma che regala tanto, che stupisce tanto. Un libro che è diverso da qualunque altro si sia letto in precedenza, con uno stile talmente particolare che  si potrebbe riconoscere una pagina scritta dalla Agus tra mille. Un libro dall’immenso valore.

Mostra altro

Tarquinio Prisco e la nascita della plebe

20 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Tarquinio Prisco e la nascita della plebe

Con la storia dei Re di Roma arriviamo così intorno all'anno 600 avanti Cristo. Le cose erano parecchio cambiate, Roma non era più una piccola città e con le campagne di guerra erano cresciute le esigenze, si era dato impulso all'industria e al commercio più che all'agricoltura come avveniva in passato. Le botteghe erano piene di garzoni, di apprendisti che, a loro volta, appena imparato il mestiere aprivano attività indipendenti, l'aumento dei salari faceva accorrere gente dalle campagne ma, con l'arrivo dei soldati di ritorno dalle guerre, la città si riempiva anche di schiavi.

Era finita la perfetta democrazia casalinga che Roma aveva istituito e adottato, ora vi era una classe che formava il “plenum” da cui plebe. Fu proprio a questi ultimi che, morto Anco Marzio, si rivolsero le famiglie etrusche che erano, sì in minoranza, ma anche le più ricche, proprio grazie ai commerci e alle attività. Tito Livio nella sua “Ab urbe condita” scrive che tal Lucio Tarquinio fu il primo a cercare l'appoggio di questa nuova classe ignorante e povera e lo fece intrigando in maniera poco corretta. Nessuno si era mai rivolto prima alla plebe, perché la plebe non c'era. Nei comizi curiati erano tutti uguali e non esistevano differenze sociali. Questo Lucio Tarquinio era un giovane di bell'aspetto, proveniva da Tarquinia, era figlio di un greco e si era sposato con una donna etrusca, disponeva di una discreta ricchezza e gli piaceva spenderla in piaceri personali: scialacquone e ambizioso, si metteva in risalto in mezzo a una popolazione dagli austeri costumi. Era colto, sapeva di geografia, filosofia e matematica.

La plebe non aveva diritto di voto ma la massa di cui era composta era disposta a scendere in piazza per appoggiarlo con la speranza che un re straniero avrebbe fatto valere maggiormente i diritti degli stranieri. Forse con una certa ammirazione mista ad invidia, il popolo scelse lui che, una volta eletto, prese il nome di Tarquinio Prisco.

Fu un re autoritario e guerriero, fu il primo re a far costruire una reggia per sé e la famiglia e nella reggia fece innalzare un trono su cui sedere quando prendeva le sue importanti decisioni. Continuò con la politica delle guerre e conquistò tutto il Lazio e poi iniziò a salire verso nord e per fare questo ebbe bisogno di armi, di rifornimenti che le famiglie etrusche provvedevano a procurare ingrassando i loro affari.

Roma sotto il suo regno fece un grosso cambiamento: Tarquinio Prisco fece costruire strade, quartieri ben definiti, case vere e proprie non più capanne, la piazza ove riunirsi, i primi monumenti e, più importante di tutto, la prima fogna cittadina: la cloaca massima. Il radicale cambiamento dello stile di vita portato in città gli procurò il dissenso degli anziani del Senato che erano ancora legati alle vecchie tradizioni, che soffrivano che lui fosse un decisionista e non ascoltasse i loro consigli; lo avrebbero volentieri fatto destituire ma dalla sua parte aveva la plebe, il popolo numeroso e rumoroso disposto a difenderlo con la vita. Così, per liberarsi di lui, per riprendere in mano le redini della loro città, commissionarono il suo omicidio, ma commisero il grave errore di lasciare in vita il figlio e la moglie.

Mostra altro

Alberto Facchinetti, "La versione di Gipo"

22 Marzo 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #sport

 

 

 

Alberto Facchinetti

La versione di Gipo

Edizioni Incontropiede – www.incontropiede.it

Pag.- 170 - Euro 16,50

 

In Italia il calcio è lo sport più popolare, ma sia in letteratura sia al cinema non ha mai riscosso grandi successi, nonostante buone opere come Azzurro tenebra di Arpino e Ultimo minuto di Avati. Vogliamo peccare di immodestia e metterci anche il mio Calcio e acciaio, selezionato al Premio Strega nel 2014? Facciamolo. Tanto non costa niente. Aggiungo che il calcio ha dato vita a gustose parodie cinematografiche come Il presidente del Borgorosso con Sordi, I due maghi del pallone con Franco & Ciccio, L'allenatore nel pallone interpretato da Banfi e Mezzo destro e mezzo sinistro con Gigi & Andrea. L’elenco non sarebbe finito, anche se di successi veri e propri - se non in ambito comico - non ce ne sono mai stati. Come dice Pupi Avati, la gente il calcio lo vuol vedere allo stadio, partecipando al rito collettivo della gara calcistica, non leggerlo tra le pagine di un libro o guardarlo in un film. Forse ha ragione il grande regista bolognese, ma per me cresciuto a pane, calcio e fumetti (educazione postmoderna!) il calcio resta affascinante anche da leggere, da scrivere e da vedere nella sala di un cinema di periferia (ce ne sono ancora?).

Alberto Facchinetti deve pensarla come me, se ha messo su una casa editrice che pubblica solo libri di calcio e se scrive quasi esclusivamente biografie romanzate, affascinanti come quelle su Julio Libonatti e Vittorio Scantamburlo (lo scopritore di Del Piero), documentate ed esaustive come la sua ultima fatica: La versione di Gipo. Titolo azzeccatissimo, che ricorda un romanzo di successo, ma che in realtà nasconde la vita avventurosa del grande Gipo Viani. Certo, ai ragazzini che seguono il calcio artefatto dei nostri tristi anni Duemila - che a me interessa zero, dico la verità - è un nome che non dirà niente, ché non si faceva tatuaggi e non si scopava le veline, ma era soltanto uno capace di lavorare sodo.

Facchinetti ripercorre l’epopea di un calciatore di buon mestiere, ma soprattutto di un grande allenatore, inventore di nuove tattiche e schemi, vero e proprio punto di non ritorno tra il calcio del passato e quello degli anni Sessanta, dove sono cresciuto anch’io, prima modesto calciatore poi arbitro della vecchia Lega Semiprofessionisti. Viani si racconta, come in un'immaginaria intervista, come se stesse scrivendo brani di diario della sua vita, tracciando brandelli di un’esistenza che attraversa tutto il calcio italiano degli anni Sessanta. Un libro che fa tornare alla memoria nomi troppo amati da un bambino che collezionava figurine Panini e che ci giocava nel tinello componendo formazioni e inventando immaginarie partite: Rocco, Rivera, Janich, Brera, Pascutti, Carniglia, Nicolè, Pelé... e poi si parla del Milan, del Bologna, della Nazionale, della coppa dei Campioni dei tempi in cui si fremeva nell’attesa di vedere la partita televisiva del mercoledì. Insomma, La versione di Gipo è un libro che profuma di tempo perduto per noi che siamo nati negli anni Sessanta (io nell'anno zero!), che fa commuovere mentre pensiamo a quanto eravamo ingenui e a quanto fosse genuino il calcio d'allora. Tornare indietro è impossibile, quel bambino non può riprendere la pallina del calcio balilla per giocare partite sulle mattonelle, immaginando Peirò centravanti dell’Inter e Pizzaballa portiere del Verona. Ma leggere questo libro ci fa star bene. E tanto basta.

Mostra altro

Pietruccio Montalbetti, "Amazzonia, io mi fermo qui"

3 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

 

 

 

Amazzonia, io mi fermo qui

Pietruccio Montalbetti

Editrice Zona, 2018

 

 

Il valore di Amazzonia, io mi fermo qui, ovviamente, non è nello stile, pur pulito e scorrevolissimo, ma nel contenuto.

Fra All’inseguimento della pietra verde, Fitzcarraldo e Passaggio a nordovest, in realtà un godibilissimo buon vecchio diario di viaggio in Amazzonia, scritto da Pietruccio Montalbetti, uno dei componenti la band - ma prima si diceva complesso – dei Dik Dik.

Montalbetti ha fatto un meraviglioso percorso in Ecuador, nel fitto della selva amazzonica, alle Galapagos e in Perù. È partito da solo, si è avvalso di compagnie occasionali, ha affrontato disagi e pericoli. Ne esce un ritratto di uomo curioso, innocente ma non sprovveduto, intelligente, sincero e gentile. Alcune scene sembrano un po’ cinematografiche e costruite ma non abbiamo motivo di dubitare della loro veridicità.

L’Amazzonia è un rigoglio di cose che pullulano, strisciano, volano, urlano; cose che pungono, avvelenano, azzannano. E di persone diverse da noi. Con innegabili differenze culturali che ci riesce difficile accettare. Noi occidentali, in particolare io, troviamo atroci le scene di brutali uccisioni di animali, anche se fatte per cibarsi, con buona pace di quelli che considerano non molto migliori le condizioni di vita e morte nei nostri allevamenti lager. Qui, almeno, sono mitigate per contrasto dalla dolcezza del protagonista, incapace di uccidere anche quando è attanagliato dai morsi della fame.

Di bello c’è la natura incontaminata - sebbene sempre più in pericolo - del bacino fluviale amazzonico. Cieli limpidi, alberi svettanti con in cima meravigliosi fiori colorati, pappagalli variopinti, bambini che sguazzano nudi e felici, scimmie di tutte le forme e misure. Ma anche insetti, vedove nere, anaconda, pirana e coccodrilli; anche insidie, agguati, teste mummificate, coltelli, acquazzoni e piogge incessanti; anche punture d’insetti, fame e pericoli.

Di buono c’è la libertà primordiale, il senso della vita come doveva essere all’inizio del tempo, fatta di cose semplici, di pura sopravvivenza, di affiatamento spontaneo e cameratesco fra compagni di viaggio, fra uomini di nazionalità, cultura ed estrazione diverse. C’è quel muoversi nella natura come fanno gli animali, annusando il vento, sviluppando sensi come l’olfatto che noi abbiamo atrofizzati, riscoprendo l’animale che è in noi. (Un po’ quello che l’etologo Marchesini ci invita a fare nel nostro rapporto col cane.)

Sorge prepotente la nostalgia per un mondo che non sarà mai più, che una parte di noi forse inconsciamente rimpiange, anche se, una volta presane coscienza per lo spazio d’un breve viaggio, è lieta di abbandonarlo per tornare con un sospiro di sollievo alla civiltà.

Le condizioni di vita degli indios, con le loro raccapriccianti zaza appese alle travi delle capanne - ovvero le teste rimpicciolite dei nemici uccisi - costituiscono un ecosistema che incuriosisce ma dal quale possiamo solo ritrarci, conservando, però, dentro di noi, il senso di un dubbio e di una possibilità. E se la civiltà e il progresso occidentali non fossero l’unico dei mondi possibili? Se ci fosse anche un’altra modalità, ancestrale, libera dai condizionamenti, dagli orari, dalla fretta, dall’obbligo di lavorare per vivere?

E colpiscono l’ospitalità e la generosità “da parte di gente che non aveva niente e per cui non ero niente”. La gentilezza, il riso, il pianto, il dolore, l’amicizia ci rendono universalmente umani.

Alla fine resta il rispetto per ciò che è diverso e non conosciamo. Resta la pietà per chi soffre. Soprattutto resta, prepotente, la nostalgia per questo eden incantevole e violento, insieme al fascino incontenibile dell’avventura, quello che ci fa sentire tutti, per un momento, un po’ Allan Quatermain e un po’ Indiana Jones.

 

Mostra altro

Grazie di esistere, Benigni

9 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #televisione

Roberto Benigni è un nostro vanto, una gloria artistica nazionale, un attore così unico che se Woody Allen viene a Roma per girare un (modesto) film pensa prima di tutto a lui come possibile interprete italiano. Benigni è un regista - attore che ha vinto un Premio Oscar per un film delicato e tragico come La vita è bella. Nonostante tutto leggo in rete e sulla stampa giudizi sferzanti sulla sua ultima interpretazione: I Dieci Comandamenti. Davide Guadagni, un giornalista de Il Tirreno che firma scadenti elzeviri in prima pagina come se fosse Gramellini, dice che il pubblico ama quel che Benigni è stato, facendo capire che non apprezza il nuovo corso. Altri - che non è il caso di citare - aggiungono che Benigni ha riscosso tanti soldi dalla Rai per fare un lavoro che la Chiesa svolge da anni, in parrocchia, gratuitamente.

A nostro modo di vedere Benigni non ha perso lo smalto dei tempi migliori, perché reggere tre ore di spettacolo (in due puntate), da solo, tenendo incollati al video gli spettatori parlando di Dio, amore, regole da rispettare, leggi eterne, non è per niente facile. Benigni è un grande attore che ha subito una logica evoluzione, come ogni persona, come ogni artista. Non poteva continuare a impersonare il Cioni Mario di Tele Vacca, né la sua controfigura autobiografica di Berlinguer ti voglio bene, e neanche il comico strampalato di Tu mi turbi. Benigni non poteva limitarsi a fare il guastatore televisivo con irruzioni incontrollabili ai danni di Pippo Baudo e Raffaella Carrà. I tempi cambiano, un autore matura e affronta altri temi, cosa che per Benigni accade da anni, almeno da La vita è bella e Pinocchio. Pure Diego Abatantuono non ha fatto il terrunciello per tutta la vita ma ha deciso di cambiare registro e di passare alla commedia impegnata. Benigni non poteva continuare con la gag del critico cinematografico surreale inventata da Arbore per L'altra domenica e con il personaggio dello sceicco beige (ironizzando su Fellini) de Il papocchio. Tutti lavori che non vanno rinnegati, si badi bene, e che hanno reso grande il comico toscano, ma oggi è il momento di celebrarlo come fine esegeta di Divina Commedia, Costituzione e Dieci Comandamenti. Se non ci fermiamo in superficie, ci rendiamo conto che Benigni non è in contraddizione con se stesso, perché la poetica dell'amore contraddistingue la sua opera fin dagli esordi. Certo, quello del Cioni Mario e di Berlinguer ti voglio bene era un amore fisico, carnale, un vero e proprio desiderio corporale. Oggi, il Benigni maturo, attore e regista di successo, cerca soprattutto l'amore spirituale. Un interprete cambia con il tempo, come è accaduto a Totò e persino a Franchi & Ingrassia, che sono passati dalla farsa pura a interpretare opere di Pasolini e Taviani. Un critico attento deve valorizzare l'intero corpus di un autore - interprete, invece di restare ancorato ai ricordi del passato. Benigni non ha perso la verve d'un tempo, anche nei Dieci Comandamenti - di tanto in tanto - ha citato vecchie emozioni giovanili, consapevole che come attore deve guardare avanti per affrontare nuove sfide. A nostro parere, con i Dieci Comandamenti Benigni compie un passo avanti nella sua produzione artistica e tocca le giuste corde per unire in un solo abbraccio laici e credenti. Uno spettacolo che parla di argomenti scomodi, intenso e commovente, che riporta la televisione ai tempi in cui faceva cultura. Grazie di esistere, Benigni.

Mostra altro

Grazie di esistere, Benigni

9 Gennaio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #televisione

Grazie di esistere, Benigni

Roberto Benigni è un nostro vanto, una gloria artistica nazionale, un attore così unico che se Woody Allen viene a Roma per girare un (modesto) film pensa prima di tutto a lui come possibile interprete italiano. Benigni è un regista - attore che ha vinto un Premio Oscar per un film delicato e tragico come La vita è bella. Nonostante tutto leggo in rete e sulla stampa giudizi sferzanti sulla sua ultima interpretazione: I Dieci Comandamenti. Davide Guadagni, un giornalista de Il Tirreno che firma scadenti elzeviri in prima pagina come se fosse Gramellini, dice che il pubblico ama quel che Benigni è stato, facendo capire che non apprezza il nuovo corso. Altri - che non è il caso di citare - aggiungono che Benigni ha riscosso tanti soldi dalla Rai per fare un lavoro che la Chiesa svolge da anni, in parrocchia, gratuitamente.

A nostro modo di vedere Benigni non ha perso lo smalto dei tempi migliori, perché reggere tre ore di spettacolo (in due puntate), da solo, tenendo incollati al video gli spettatori parlando di Dio, amore, regole da rispettare, leggi eterne, non è per niente facile. Benigni è un grande attore che ha subito una logica evoluzione, come ogni persona, come ogni artista. Non poteva continuare a impersonare il Cioni Mario di Tele Vacca, né la sua controfigura autobiografica di Berlinguer ti voglio bene, e neanche il comico strampalato di Tu mi turbi. Benigni non poteva limitarsi a fare il guastatore televisivo con irruzioni incontrollabili ai danni di Pippo Baudo e Raffaella Carrà. I tempi cambiano, un autore matura e affronta altri temi, cosa che per Benigni accade da anni, almeno da La vita è bella e Pinocchio. Pure Diego Abatantuono non ha fatto il terrunciello per tutta la vita ma ha deciso di cambiare registro e di passare alla commedia impegnata. Benigni non poteva continuare con la gag del critico cinematografico surreale inventata da Arbore per L'altra domenica e con il personaggio dello sceicco beige (ironizzando su Fellini) de Il papocchio. Tutti lavori che non vanno rinnegati, si badi bene, e che hanno reso grande il comico toscano, ma oggi è il momento di celebrarlo come fine esegeta di Divina Commedia, Costituzione e Dieci Comandamenti. Se non ci fermiamo in superficie, ci rendiamo conto che Benigni non è in contraddizione con se stesso, perché la poetica dell'amore contraddistingue la sua opera fin dagli esordi. Certo, quello del Cioni Mario e di Berlinguer ti voglio bene era un amore fisico, carnale, un vero e proprio desiderio corporale. Oggi, il Benigni maturo, attore e regista di successo, cerca soprattutto l'amore spirituale. Un interprete cambia con il tempo, come è accaduto a Totò e persino a Franchi & Ingrassia, che sono passati dalla farsa pura a interpretare opere di Pasolini e Taviani. Un critico attento deve valorizzare l'intero corpus di un autore - interprete, invece di restare ancorato ai ricordi del passato. Benigni non ha perso la verve d'un tempo, anche nei Dieci Comandamenti - di tanto in tanto - ha citato vecchie emozioni giovanili, consapevole che come attore deve guardare avanti per affrontare nuove sfide. A nostro parere, con i Dieci Comandamenti Benigni compie un passo avanti nella sua produzione artistica e tocca le giuste corde per unire in un solo abbraccio laici e credenti. Uno spettacolo che parla di argomenti scomodi, intenso e commovente, che riporta la televisione ai tempi in cui faceva cultura. Grazie di esistere, Benigni.

Mostra altro

Due poesie di Assunta Castellano

9 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

Due poesie di Assunta Castellano

Vi presento un'amica, una bella persona, si chiama Assunta Castellano, è di Napoli e io amo molto le sue poesie, sia quelle vernacolari che quelle in lingua. E' con le sue stesse parole che voglio farvi conoscere un po' del suo carattere

Sono una napoletana verace e come ogni cittadino napoletano che si rispetti, ho nelle vene l'amore per la pittura e nell'anima la poesia,scrivo prevalentemente in lingua napoletana in quanto la trovo molto musicale ed e' quella in cui riesco ad esprimere al meglio le mie sensazioni. Non mi ritengo una poetessa,anche se molti mi appellano come tale. Ho a mio carico diverse antologie ed un libro tutto mio che scrissi nel 1997.Mi piace spaziare sia quando scrivo che quando dipingo, non amo gli spazi angusti né le rime baciate, a parte qualche eccezione. Adoro scrivere anche per i bambini. Sono una persona... ma penso che questo non sia compito mio,ma di chi avrà modo di leggermi. Un grazie di cuore a tutti e buona lettura!!

Vi propongo qui di seguito due poesie di Assunta, liriche delicate che esprimono profondi sentimenti, capaci di toccare le corde dell’anima. La prima, “Inesorabile tempo”, è poesia capace di mutare lo stato emotivo di chi la riceve e ci scuote con l'amara certezza che il tempo nemico “scorre fra le dita “e passa velocenell'angoscia che si fermi”. Con la seconda l'autrice ci parla di “Un amore” una poesia dunque, che può essere goduta da tutti, o se non da tutti, da molti, perché l'amore fa parte della vita di ogni persona. Per concludere rubo le parole a un attore, regista che tanto mi piace Giancarlo Giannini quando dice “È vero che il poeta scrive le parole, ma è bello leggere la poesia tra una riga e l'altra, cioè nello spazio bianco, quello spazio che ti lascia la possibilità di fantasticare e di pensare al sottotesto.” (Franca Poli)

INESORABILE TEMPO

Come sabbia

scorre tra le dita

il tempo

si ferma giusto un attimo

lì... tra le tempie e batte

incerto

confusi ormai i pensieri

come nuvole di marzo

alternano

sole... vita e voglia di sapere

conoscenza

confusa o volutamente ignorata?

Passa

nell'angoscia che si fermi

il tempo

e tu umile e rassegnato uomo

cerchi

in quell' ultimo anelito di vita

l'amore

che non fu tuo come volevi

transito

breve ed intera parentesi d'amore.

UN AMORE

Rapita da un sole morente

sulla fresca risata del mare

che portava conchiglie tra i denti

mentre il verde smeraldo lontano...

dipingeva sulla mia pelle

le due ali di un bianco gabbiano;

Sulla spiaggia deserta

le orme

percorrevano antichi sentieri...

e cantava una vecchia canzone

di un settembre di foglie gia' morte;

Poi fu tutto un bagliore di luci

tra le mura di antiche vestigia..

ci perdemmo infilando parole

che di perle tenevano strette

le due bocche anelanti d'amare;

Non fu piu' forestiero il tuo cuore

e albergammo in un solo capanno...

un sol corpo

e due anime tese

come archi centrati all'amore!!

Mostra altro

Francesco Biamonti, "Vento largo"

10 Marzo 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

Vento Largo

Francesco Biamonti

Einaudi, 1991

 

Vento largo è un libro dello scrittore ligure Francesco Biamonti, edito da Einaudi. È un romanzo delicato, a tratti aspro, con un fondo di malinconia irriducibile. I personaggi sono prigionieri di un mondo duro, stretto da una geografia spietata tra mare e rocce dove l'agricoltura rende sempre meno e i paesini tra Liguria e Francia si spopolano. L'attività che porta qualche reddito è quella del passeur che aiuta i clandestini a raggiungere la Francia passando per i sentieri più impervi. Il protagonista Varì compie questo lavoro, iniziato per amore di una donna, Sabèl, misteriosamente scomparsa senza che ne siano note le cause. Varì la cerca come un innamorato adolescente e intanto la sua vita, come quella degli altri della zona, perde senso e forza; le borgate emanano tristi silenzi, la sera si vaga alla ricerca di svaghi passeggeri che non guariscono le ferite del vivere, mentre il vento schiaffeggia le vecchie case con gli orti abbandonati. Non ci sono luci a riscaldare le giornate; qualcuno parte per il mare cercando una fuga da una vita modesta. Tentativi sfortunati, spesso.

Anche Varì pensa a una evasione o a una fuga. Ma alla fine resta, girando inconcludentemente durante il giorno e di notte facendo il passeur in situazioni sempre più pericolose. Non sempre è facile interpretare i dialoghi minimi tra i laconici personaggi, affamati di vita vera, ma troppo deboli per riuscire a cambiare la loro esistenza. Su tutto domina il paesaggio, inospitale e cupo; forse un tempo c’era una consonanza tra uomini e terra, ma la modernità l’ha indebolita. Varì non ama il suo lavoro. Non ama nemmeno la sua terra, ora che è solo. Eppure non cambia nulla del suo vivere. È uno sconfitto, come la terra improduttiva che la gente non ha più voglia di coltivare. L'unica ragione per restare sta forse nel fascino del paesaggio ligure, selvatico, disarmonico, fonte di sfide, mai domato dall'uomo che con le terrazze ha cercato di sottometterlo.

Si percepisce in particolare che un tempo le cose erano diverse; c'era una moralità anche nell'attività illegale; ora si è rotto qualcosa per sempre, prevale il lucro puro e semplice, le persone sono avide e la violenza può esplodere. Una volta i passeur aiutavano alcune persone in difficoltà a fuggire; ora l'attività è cambiata, è nato un grosso traffico di uomini, c’è più pericolo. Rimane l’eco di questa moralità perduta ad ancorare le persone a luoghi che offrono sempre meno presente.

La scrittura esprime una poesia indimenticabile in cui ogni strada, ogni sentiero, ogni roccia davanti al mare si colora di toni lirici delicati. Il paesaggio parla più degli uomini. È un mondo al tramonto, triste e splendido allo stesso tempo.

Mostra altro

Ida Verrei, "Arràssusìa"

25 Maggio 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #ida verrei, #recensioni

Ida Verrei, "Arràssusìa"

Arràssussìa

Di Ida Verrei

Fabio Croce editore 2015

Recensione di Adriana Pedicini

La vita è sempre un insondabile mistero. Non ci sono previsioni o programmi che procedano lineari e scontati, anzi, talvolta vengono completamente sconvolti e i ruoli consueti si ribaltano e la disperazione o la sconfitta sembrano prendere il sopravvento. Senonché la vita, quella vera, è fatta per chi possiede grande forza d’animo, seppure messa a dura prova da evenienze negative e dal dolore, da chi ha capacità e soprattutto volontà di tracciare negli intricati sentieri dell’esistenza una sua traccia. Non che non manchino le difficoltà, ma è proprio attraverso esse che si va alla ricerca con la lanterna di Diogene del vero, dell’identità, della legge fuori dal tempo che rende il tempo riconoscibile.

E alla fine il ritrovarsi, tanto inatteso e tanto imprevedibile, speculare al perdersi, pareggerà i conti, ma basterà tutto questo per dire di essere vissuti in piena autonomia e libertà? Forse, no, sicuramente no, proprio per il fatto che è la vita stessa a prendere il sopravvento con le sue impennate, le sue false partenze e infine con la ricomposizione di tutto. Purché si sappia riconoscerne la legge suprema che è quella dell’accettazione dei suoi ritmi, dei suoi spezzettati doni che intervallano sentieri ardui e spinosi.

“La vita non è un intero, è fatta di porzioni, piccole fette che ogni tanto ci è concesso di assaporare... è crudele, lo so, ma ci sono altri pezzi di vita che ti attendono”

Nelle parole del vecchio libraio è condensato il messaggio, secondo me, del romanzo.

Riflessione donata al protagonista Manù, distintosi fin da piccolo, nell’ombra del collegio che lo ospitava con bambini poveri e abbandonati oppure orfani, per le sue doti che lo avevano condotto a districarsi tra il bisogno di un padre inesistente e le delusioni di una madre troppo debole nel costruire con lui un vincolo forte d’amore vissuto e alla fine l’aveva vista allontanarsi per effetto della lusinga di avere un amore esclusivo, quello maritale. Finalmente il giovane protagonista troverà nel giardiniere Gennarino chi gli consegnerà con bontà e dedizione l’unico senso che possa dare stabilità alla struttura interiore di ciascuno, il senso delle radici, soprattutto quando il passato è senza storia. “

“l’unico maestro e confidente, quello a cui porre domande e da cui ricevere risposte”.

Non si dovrebbe mai tornare indietro. Non quando il tuo è stato un passato senza storia. Non c’è più tana, pietre, soltanto pietre”

Eppure è un’operazione necessaria questa per avere gli strumenti per crescere e andare avanti. E l’incontro con Gennarino gli aveva disvelato questa verità che alla fine si rivelerà una realtà e non una pura invenzione.

E, dopo tante traversie e vicende vissute come passaggi di vita con vari personaggi, alla fine Manù ritrova insperatamente le sue radici e la sua stabilità economica. Manca solo una cosa: l’amore e questo non tarderà a venire, ma per breve tempo. La vita esige altro sacrifico, impone di pagare altro scotto non previsto, ma evocato inconsapevolmente, a guardar bene, dal continuo ripetere “arrassusìa”, una sorta di scongiuro che nella lingua napoletana significa “non sia mai” che avvenga quello che non si desidera. Tale morfema esprime bene nella saggezza popolare partenopea il senso della precarietà dell’esistenza che affonda le sue radici nella formazione filosofica di derivazione ellenica che in quella terra proliferò.

E Napoli è presente nel romanzo con la particolarità dei monumenti, strade, chiese, vicoli, fondachi, con la suggestione del cimitero delle fontanelle, con la possente musicalità delle voci e dei suoni, con la fragranza dei sapori e del profumo dei fiori, con la meraviglia del mare azzurro, degli scogli, delle imbarcazioni dei pescatori, ma anche con tanto buio, tanta fatiscenza, tanta decadenza, tante dure salite, tanto chiasso e confusione, tutto uno sfondo su cui si dipanano, oltre a quella del protagonista Manù, anche vite altre e altri accadimenti, altre atmosfere, tutte intrecciate insieme, da quelle del collegio, luogo di tristezza ma anche di grandi amicizie, alle avventure sentimentali, agli incontri affettivamente significativi, al disagio di non poter essere militante attivo insieme ai suoi amici nella lotta contro lo status quo per non compromettere il suo futuro, all’affermazione personale negli studi e nella professione e infine il riconoscimento di grande scrittore di romanzi.

Manca dunque solo l’amore, scivolato via in una tragica circostanza, ma ancora una volta la vita lo sorprende. E non solo lui, al punto che non si sa bene se sia la vita a manipolare gli esseri umani o essi realizzino se stessi quando capiscono e accettano le dure leggi dell’esistenza. Certo è che tutti i personaggi che non si sono persi per un motivo o per l’altro alla fine appaiono come ricomposti, pacificati nella nuova condizione che il destino o la volontà ha imposto loro.

Anche per il nostro protagonista arriva la gioia della famiglia e dell’amore coniugale, ma solo dopo che tale gioia sarà stata mondata dal dolore capace di trasformare una perdita in dolce presenza nella dimora del cuore per sempre

Mi ami Manù?

E mi amerai sempre?

Sempre

Mi amerai nel mio esserci e nel mio non esserci?

Nella presenza e nell’assenza?

Sempre!

Un romanzo composito che anche nella struttura procede a tratti, e non è un limite, ma un sottolineare che la vita è fatta di tappe, alcune positive, altre negative che ci vogliono protagonisti sì ma non padroni assoluti, perché….. “ ARRASSUSSIA”…….

Un monito da non dimenticare.

Mostra altro