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Ann Morgan, "La gemella sbagliata"

6 Dicembre 2017 , Scritto da Nadia Banaudi Con tag #nadia banaudi, #recensioni

 

 

 

 

La gemella sbagliata

Ann Morgan

Piemme, 2016

 

La gemella sbagliata di Ann Morgan è un libro che mi ha talmente colpito da essermi rimasto addosso per un po'. Già la copertina mi ha strizzato l’occhio, ma anche il titolo, insomma per me è stato proprio così: una sorta di calamita che poi non mi ha mollata più. Al di là che avessi proprio voglia di evadere e cambiare lettura, che dovessi rendere il libro, ma al solito in un lampo l’ho divorato.

Se non lo conoscete vi lascio due indicazioni di massima per farvi entrare nel vivo della sua trama. Se invece lo avete letto, ecco un breve ripasso.

Helen ed Ellie sono gemelle. Identiche. Almeno così le vedono gli altri. Ma le due bambine sanno che non è così: Helen è la leader, Ellie la spalla. Helen decide, Ellie obbedisce. Helen pretende, Ellie accetta. Helen inventa i giochi, Ellie partecipa. Finché Helen ne inventa uno un po’ troppo pericoloso: scambiarsi le parti. Solo per un giorno. Dai vestiti alla pettinatura ai modi di fare. Ed ecco che Ellie, con la treccia di Helen, comincia a spadroneggiare, mentre Helen si finge la sottomessa e spaventata Ellie. È divertente, le due bambine ridono da matte. Ci cascano tutti, perfino la mamma. Ma, alla sera, quando il gioco dovrebbe essere finito, e Helen pretende di tornare a essere se stessa, Ellie per la prima volta dice di no. Ormai è lei la leader. E non tornerà indietro. Da questo momento, per la vera Helen comincia l’incubo…

Un capolavoro di suspense e inquietudine, che riesce a raccontare in modo straordinario la discesa agli inferi della protagonista, nonché la facilità con cui si possono manipolare le persone e distorcere la realtà. Perché non tutto è come sembra, anche nelle migliori famiglie, e in quella di Helen ed Ellie ci sono molti più segreti di quanti le bambine stesse possano immaginare. Al punto che un gioco innocente, forse, non è mai stato solo un gioco.”

Il libro ricade nel genere thriller psicologico, ma io non lo disdegno anche nella narrativa e ammetto di averlo trovato davvero sorprendente, anche perché lo svelo subito: non viene ucciso nessuno.

La storia è semplice e scorrevole, ma narrata con la sapienza di una buona penna e con modi che tengono incollati alle pagine. Non mi è stato infatti possibile separarmi dal libro, fino a che non sono riuscita a completarlo. Un po’ la curiosità, un po’ il piacere della lettura, ho tirato davvero fino a tardi per assaporare l’ultima pagina, e la notte è diventata mattina.

Ma torniamo al libro, le due bambine sin da piccole sono indissolubilmente unite dal legame inspiegabile che portano con sé i gemelli. Eppure sono più di un aspetto molto simile tra loro o di pettinature che le fanno riconoscere, sono caratteri, abitudini, personalità che di colpo svaniscono davanti a uno sciocco gioco e da quel giorno tutto quel che può accadere accade. Quando dico tutto, credetemi è tutto, perché il percorso di vita narrato raccoglie l’infanzia, l’adolescenza e giovinezza, fino alla prima maturità, quindi una cospicua parte di esperienze e situazioni importanti.

Non si tratta però solo di una trama, ricca, mai scontata e banale, ma di una discesa nell’animo umano davvero profonda. Infatti una volta letto il libro per la storia, curiosa di per sé e molto avvincente, non si può fare a meno di porsi mille domande, di cercare un colpevole vero in questo rincorrersi di eventi assurdi, che plasmano la vita di ogni personaggio all’interno del libro.

L’altra particolarità che mi ha notevolmente colpito è stata l’alternanza del raccontare la storia con la protagonista bambina e adulta, che parla al passato nel presente e al presente nel passato, senza mai confondere, ma anzi facilitando l’entrata nel suo mondo, così particolare e coinvolgente. Una formula narrativa che non mi era mai capitata.

Sì insomma, un libro che tiene davvero alto il tono e non delude, quindi vi consiglio spassionatamente.

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Domenico Vecchioni, "Saddam Hussein"

5 Dicembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #storia

 

 

 

 

Domenico Vecchioni

Saddam Hussein

Sangue e terrore a Bagdad

Greco&Greco, 2017 – Euro 12 – Pag. 170

                                                                                         

La collana Ingrandimenti di Greco&Greco (www.grecoegrecoeditori.it) si arricchisce di un nuovo titolo divulgativo che appassionerà i numerosi cultori della storia contemporanea. Domenico Vecchioni aggiunge un tassello importante alla sua personalissima storia dei dittatori - che ha scandagliato in lungo e in largo -, un’agile monografia generata dalla costola del recente Tiranni e Dittatori e 20 destini straordinari del XX secolo.

Meglio uccidere un innocente che correre rischi, è la frase inquietante del monarca iracheno che apre il libro come una sorta di monito, come un’epigrafe scritta con il sangue. Una frase che racchiude il carattere deciso e spietato del Rais di Bagdad, aggressore del Kuwait, indomito avversario degli Stati Uniti, quindi leader sconfitto, trascinato nella polvere, annichilito e distrutto. Un potere assoluto, quello di Saddam, che lo poneva al di sopra della legge, in una posizione quasi divina, di sopraffazione nei confronti di un popolo che rappresentava un’immensa riserva di vite umane da sacrificare sull’altare della sua assurda follia. Saddam non era il solo elemento crudele della famiglia, pure i suoi figli Uday e Quassay si sono macchiati di orribili nefandezze, diventando tra gli uomini più odiati del paese per le gesta efferate che hanno caratterizzato la loro esistenza. Il saggio di Vecchioni - scritto in modo semplice e popolare - segue la lezione di Montanelli e Gervaso, si legge come un romanzo, cerca di far conoscere senza sfoggiare inutile erudizione, racconta un percorso politico fatto di violenza e di repressione, condotto con un pizzico di follia, variabile costante in ogni dittatore. Tra le pagine del libro il lettore troverà Saddam uomo, amante, padre, figlio, capo clan, che da potente dittatore esorcizzerà il ricordo della miseria accumulando ricchezze e territori. Vecchioni racconta la megalomania di un tiranno, il suo potere assoluto, spiega il motivo per cui si è trovato a capo di una nazione potente e fa capire tutti i retroscena della disfatta. Un testo utile per apprezzare un passaggio decisivo della nostra storia contemporanea, un nuovo importante tassello storico scritto da un ex ambasciatore che qualche dittatore l’ha conosciuto molto da vicino.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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"Dipinti, sculture, video" : Dario Ballantini

4 Dicembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi, #scultura, #arte

 

 

 

Sabato 2 dicembre alle ore 17.30 ha avuto luogo in galleria l'inaugurazione della mostra di Dario Ballantini “Dipinti Sculture Video” a cura di Massimo Licinio. L'artista torna a Varese dopo il progetto “Identità Artefatte” realizzato nel 2015 ed è nuovamente protagonista con una serie di opere frutto della sua più recente scelta espressiva. In esposizione non solo lavori su tela e carta in cui si ritrova il tema caro all'artista, ovvero quello del volto senza identità specifica, ma soprattutto la scultura. In questa occasione viene presentata al pubblico la ricerca che Dario Ballantini ha rivolto alla forma tridimensionale. “Quasi ora” e “Il vecchio e il nuovo” sono il manifesto dell'alternativa esperienza creativa che l'artista livornese ha deciso di intraprendere: sculture in bronzo che non presentano la carica cromatica dei suoi dipinti, ma allo stesso modo affascinano il fruitore per la loro efficace essenzialità. La mostra sarà visitabile fino al 27 gennaio 2018 Orario: da martedì a domenica 10-12.30/16-19

BREVE PROFILO BIOGRAFICO: Dario Ballantini è nato a Livorno nel 1964. Svolge l'attività pittorica e quella teatrale di trasformismo da oltre 30 anni. La sua carriera espositiva inizia nel 1986, è un artista gestuale affascinato dall'espressionismo e dall'action painting e arricchisce i suoi dipinti con colature e colpi di pennello. Al suo attivo partecipazioni a esposizioni collettive e mostre personali in Italia e all'estero, ha preso parte alla 54° Biennale d'Arte di Venezia e nell'ambito di "Italy-Miami, a friendship in art” ha contribuito ad arricchire la parete d'ingresso della Metropolitan International School della città e realizzando anche una live perfomance al Wynwood&Walls.

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Radioblog: Il barone dell'Alba

3 Dicembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #interviste, #eva pratesi, #vignette e illustrazioni, #radioblog, #audioletture

 

 

 

 

 

 

In questa nuova puntata di Radioblog andremo alla scoperta del “Barone dell’Alba” l’ultimo romanzo di Stefano Valente, edito da Graphofeel.

Un romanzo ambientato in epoca settecentesca dove storia e avventura si intrecciano attraversando  l’Italia ,la Sicilia, Malta fino ad arrivare addirittura in Egitto.

Con l’autore parleremo di questo e di molto altro ancora: i suoi consigli di lettura, gli scrittori emergenti che lo hanno colpito, i suoi consigli per intraprendere il mestiere di scrittore e ricorderemo l’appuntamento romano con “Più libri, più liberi” al quale Graphofeel sarà presente.

Come sempre un’elegante e accurata illustrazione di Eva Pratesi arricchirà la nostra intervista al termine della quale vi leggerò un breve estratto del “Barone dell’Alba”.

Buon ascolto!

 

Per contattarci:radioblog2017@gmail.com

Blog di Eva Pratesi: www.geographicnovel.com

Musica: www.bensound.com

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Il delitto di Perugia spiegato da Luciano Garofano in “Assassini per caso”: l’omicidio della bella Meredith

2 Dicembre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

 

Assassini per caso

Luciano Garofano

Rizzoli, 2010

 

«Persino privo di vita il suo corpo è bello, bruno e sinuoso. Sembra che si sia appena risvegliata da un sonno profondo. I suoi occhi verdi hanno la tonalità più simile al colore della seta indiana che allo smeraldo. Brillanti, addirittura radiosi, sono incorniciati da ciglia lunghe e appuntite che curvano dolcemente verso le tempie. Vividi, addirittura nello sguardo vitreo della morte. I capelli castani, che le ricadono disordinatamente sulle spalle, sono intrisi del sangue che, spinto dalla forza di gravità, è fuoriuscito scorrendo lungo il collo da una lesione sotto il mento. La ferita è ampia, e il peso della testa reclinata all’indietro la mantiene aperta, mentre la macchia di sangue intorno ad essa è striata dalle rughe e dalle piaghe della pelle. Il capo è rivolto a sinistra. Dallo stesso lato, la mano, quasi completamente insanguinata, sembra stia indicando la ferita.»

 

Assassini per caso. Luci e ombre del delitto di Perugia, il libro di Luciano Garofano (in collaborazione con Paul Russel e Graham Johnson), racconta di una vicenda tragica che ha colorato di rosso le cronache dei nostri giornali.

È il 1 novembre del 2007 quando Meredith Kercher, studentessa inglese in Erasmus a Perugia, muore. Sono le dieci, dieci e mezzo. Nessuno sa cosa sia accaduto, questo segreto la povera Mez (questo il soprannome con il quale era chiamata dagli amici) se lo porterà nella tomba. Il suo viso, così bello e sinuoso, non sorride più. In esso, solo la cupa freddezza della morte. Sul suo collo d’angelo, due lesioni da lama. Una più larga e meno profonda, l’altra meno vistosa ma letale.

Muore dissanguata, la ventiduenne. Tossisce e probabilmente affoga nel sangue che inonda i suoi stessi polmoni – ma questo si scoprirà solo dopo, con le indagini della scientifica. Chissà quanto terrore. Chissà le preghiere. Chissà la speranza. Nulla l’ha potuta salvare. La bella ragazza inglese, caparbia, studiosa e molto umile, smette di respirare la notte dopo Halloween.

Il suo corpo ormai freddo viene ritrovato la mattina del 2 novembre, parzialmente nudo ma coperto da un piumone chiaro.

Amanda Knox è una delle sue coinquiline. È lei che nota qualcosa di strano, in quella mattina colorata dal cupo presagio. Chiama il suo ragazzo, Raffaele Sollecito – non prima di essersi fatta una doccia, incurante delle tracce di sangue disseminate per il suo bagno –, e insieme allertano la polizia.

Sin da subito c’è qualcosa che non va. Nella camera di un’altra coinquilina c’è una finestra rotta, questo potrebbe sì indicare un tentativo di furto, ma le schegge di vetro sono disposte in un modo strano. Inoltre una fotocamera fa bella mostra di sé sopra un comodino. Che ladro dimentica una cosa così importante? È un tentativo maldestro di far sembrare qualcosa che non è, in effetti.

Le indagini partono, forsennate. Il laboratorio ha prove su prove, tutte catalogate e da analizzare. Tutti sono sulla lama di un rasoio, nessuno può fare errori.

Gli inquirenti si domandano da subito come mai la Knox, la studentessa americana dai capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare, non appaia scossa. Si bacia con Raffaele, ride, accusa persone a caso, distribuisce versioni strane e sempre diverse per la sera dell’omicidio. Addirittura un giorno fa la ruota in caserma, mentre i poliziotti interrogano il suo amante. Sa per certo come fosse disposto il cadavere, pur non avendo assistito al ritrovamento; dice con certezza all’amica che Meredith ha sofferto perché è morta dissanguata, benché certe cose la polizia non le abbia fatte trapelare. Sembra ci sia qualcosa di inquietante, in quei suoi occhi del color del cielo. Quei fanali allegri nascondono qualcosa di macabro. Anche Raffaele c’è dentro fino al collo.

Intanto, nella scena fa il suo ingresso un altro uomo. Guede.

I giornali impazziscono, la polizia è sull’orlo dell’esaurimento nervoso, gli esperti della scientifica si trovano a dover rimediare a grossi errori. Tutti parlano di questa storia. Nel mirino, Amanda. Perché tutti sanno che nel mondo esiste il male, ma non si può sopportare che esso abbia un volto così bello. Così allegro. Così dolce. Cosa nasconde Foxy Knoxy?

Solo di una cosa si può essere certi: la bella Meredith è morta. Per questo non c’è rimedio né soluzione.

Con dovizia di particolari, Garofano descrive tutte le tappe della faccenda. Mette in risalto i protagonisti, scava nelle loro vite. Ci dà un quadro completo di tutto. Con chiarezza, spiega, analizza, scandaglia. Viene fuori un libro accorato, minuzioso, preciso. Una cronaca del delitto di Perugia. Non tralascia l’elemento umano, il cuore che si deve mettere in una faccenda simile. Nel contempo, si concentra anche sui particolari tecnici.

Dopo averlo letto, siamo un po’ parte di tutta la vicenda.

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Zerocalcare, "Macerie prime"

1 Dicembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

 

 

 

 

Zerocalcare

Macerie prime

Bao Publishing, 2017 - Euro 17 – Pag. 190

 

Ho già parlato del fenomeno Zerocalcare, che va ben oltre il mondo del fumetto, nato dal frequentatissimo blog zerocalcare.it, passato su carta con una serie di libri che hanno decretato la fortuna di Bao Publishing e il successo dell’autore. Sto parlando de La profezia dell’armadillo (uscito anche in un’inedita artist-edition), Un polpo alla gola, Ogni maledetto lunedì, Dodici, Dimentica il mio nome, L’elenco telefonico degli accolli, Kobane Calling e adesso questo Macerie prime, che promette una seconda parte in uscita a maggio 2018. Zerocalcare è nato ad Arezzo nel 1983 e ha pubblicato tutti questi libri dal 2012 a oggi, trovando il tempo di essere candidato al Premio Strega con Dimentica il mio nome, per fortuna senza vincerlo. Ho già ammorbato abbastanza i miei venticinque lettori con tutti i dubbi che mi assalgono quando vedo un fumetto candidato al Premio Strega, ragion per cui vi risparmierò il pippone sulla diversità dei linguaggi tra arte grafica e letteratura. Resta il fatto che Zerocalcare non è Gipi (altro fumettista stregato), perché la sua opera è complessa e articolata, racconta una vita, un mondo giovanile visto dall’interno, narra l’adolescenza e la difficoltà di crescere, parla di amicizia, amore, borgate, droga, politica, difesa dei diritti umani, bullismo, oppressi che si ribellano e un sacco di altre cose, tutto con grande leggerezza. Leggete Zerocalcare e vi sembrerà di assistere a un film di Nanni Moretti, versione giovanile, magari il Moretti di Ecce Bombo e Io sono un autarchico. Zerocalcare compone arte letteraria e grafica raccontandoci gli affari suoi, ma lo fa talmente bene che diventano pure nostri, anzi di tutte le persone che ci circondano. L’intera vita di Zerocalcare si trasforma in opera d’arte, i suoi dubbi sono i nostri dubbi, la sua incapacità di comprendere gli altri e di essere sempre come ti vorrebbero, è la nostra stessa incapacità. Straordinaria ed esemplificativa la parabola del vecchio e del bambino che compiono un viaggio insieme al mulo: qualunque cosa faccia il padrone del mulo, ci sarà sempre chi avrà qualcosa da dire, sia che resti a piedi il bambino, il vecchio, oppure entrambi. Affrontare la vita secondo le proprie idee, non curandosi del giudizio degli altri, è la sola possibile soluzione. Zerocalcare compie forse un passo indietro, dopo lo straordinario Kobane calling, libro inarrivabile per la grandezza della storia e per la profondità dell’esperienza, ma torna con diligenza ai suoi personaggi, al suo piccolo mondo di Rebibbia, dove qualcuno si sposa, altri attendono un figlio e lui cerca di svicolare da impegni che non vorrebbe prendere, ma ogni tanto resta coinvolto in serate che gli procurano soltanto guai. Zerocalcare racconta la vita, il quotidiano, estrapola la materia letteraria dalle cose che gli accadono, giorno dopo giorno, drammatizzandole con umorismo e ironia. Le sue storie ricordano i migliori momenti della commedia all’italiana, ci fanno capire come siamo diventati, ci spingono a ridere dei nostri stessi difetti. Non credo di bestemmiare se affermo che Zerocalcare è letteratura italiana contemporanea. E della migliore.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

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Ottaviano è...

30 Novembre 2017 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #moda, #luoghi da conoscere


 

 

 

 

 

Mimmo Tuccillo e le sue modelle tra i giardini e le antiche sale della storica “China China Pisanti” lo storico distillato della città di Ottaviano. Continua a sorprenderci lo stilita vesuviano che per ogni sua collezione riesce a trovare sfondi suggestivi, per quella del 2018 ha voluto come sempre suggellare l’amore per la sua città d’origine, Ottaviano. Dunque per la nuova campagna pubblicitaria della linea di abiti da sposa e alta moda ha voluto creare il magico e suggestivo contrasto di bellezza e storia portando le sue splendide modelle con indosso gli abiti di punta della nuova collezione in una delle più antiche e importanti residenze locali. I fiori, i cortili, i vecchi cancelli e le vecchie mura della sua città ecco cosa vuole esprimere in questo sue servizio fotografico. Il nero dei merletti che si sposa con ciuffi di ortensie dalle mille sfumature. Il bianco dei pizzi e dei veli vaporosi impreziositi dalle sete e cristalli dei ricami ad illuminare le vecchie cantine.
Per lo stilista questo servizio fotografico non è solo moda, non è solo eleganza, ma vuole essere un inno alla bellezza e alla donna , come “creatura” da amare , da ammirare e non da uccidere .

PHOTOGRAPHER : MARCO ANNUNZIATA 
MAKE UP :Gianni Avino Narciso
HAIR STYLIST : Gianni del Giudice
JEWELS: Anna Amabile
CASA DEI FIORI Maria Annunziata
MODEL: Jessica Ilaria Auricchio
LOCATION : CHINA CHINA PISANTI
Gemma Anna Tisci

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Intervista ad Andrea Campucci

29 Novembre 2017 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #interviste

 

 

 

 

Cosa significa per lei scrivere? 

Prima bisogna chiarire cosa si intende per “scrivere”, perché così, a tutta prima, la scrittura può sembrare una semplice tecnica di comunicazione per il trasferimento di dati da un soggetto x a un soggetto y. Questo stadio larvale del linguaggio è un po’ un patrimonio comune dell’umanità, che si può apprezzare in tutta una gamma di varianti che vanno dalle pitture rupestri delle grotte di Lascaux fino alle mail (infarcite di un’isterica contaminazione di italiano e stupido inglese commerciale) che oggigiorno si scambiano i laureati in giurisprudenza ed economia e commercio.

È sempre su questo livello, ad esempio, che insistono tutte le auto pubblicazioni incoraggiate, ahimè, dai social e dagli orizzonti sempre più dilatati della rete. Il risultato? Un generale e disarmante appiattimento pseudo culturale e un ancor più preoccupante vuoto pneumatico che imbastardisce il linguaggio. Da qui la necessità, se si vuol parlare di scrittura vera e propria, di un dialogo costante con i classici, di una continua ricerca attraverso stili, modelli e paradigmi letterari ed extraletterari. La lettura è una fase imprescindibile. Nel mio caso, ad esempio, sono stati fondamentali, oltre a tutto il patrimonio otto-novecentesco europeo, anche i postmoderni (posso ben dire di esser stato a “sciacquare i panni nell’Hudson!”). Condannerei al rogo tutti quelli che considerano la lettura un momento di svago, un passatempo, quando in realtà dovrebbe trattarsi dell’equivalente di quello che Ėjzenštejn  chiamava “Cinepugno”, un bel cazzotto alle nostre certezze, al rassicurante mondo che volenti o nolenti ci è toccato costruire intorno a noi. La vita non si lascia racchiudere dentro gli argini dell’ideologia, di un’esistenza sorretta da una qualsivoglia filosofia basata su principi più o meno fondativi. Arriva sempre il momento in cui questi ultimi mostrano la corda per lasciare il posto all’irrazionale, l’inaudito, e se c’è uno spunto narrativamente davvero formidabile è cogliere, in tutta la sua portata comica, l’ingenuità di chi si crede al riparo da questi guasti.

Questo è uno dei motivi che mi hanno spinto a scrivere Plastic shop, un romanzo che, descrivendo gli eccessi di un certo consumismo di massa e utilizzando, anche da un punto di vista stilistico, le stesse iperboli di cui è pregno quel mondo, vorrebbe gettare uno sguardo un po’ più disilluso sui comportamenti che – mi verrebbe da dire – ci abitano ogni giorno.

 

Pensa che gli odierni social possano essere utili per la diffusione di opere letterarie o più in generale per farsi conoscere?

Per quel che riguarda i social il mio pensiero può essere riassunto da una frase di Umberto Eco: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività.» Sarei tentato di metterci il punto, è una frase di una tale eleganza…

Il guaio vero però è che la gente confonde i concetti di “visibilità” e “qualità”, visto e considerato che uno degli effetti più devastanti della diffusione dei social sta proprio in quest’allargarsi fin troppo democratico della visibilità. Visibilità che si traduce in un livellamento verso il basso, un pollaio di galline starnazzanti – Youtube con i suoi orribili personaggi – o fashion blogger che… (mi auto censuro). Insomma, abbiamo dato visibilità a chiunque abbia una webcam e un microfono. Ci sentiamo davvero meglio adesso?

 

Di recente ha avuto una segnalazione di merito per il Premio Firenze città d’Europa. Si sente di poter dire la sua nel panorama letterario italiano?

Me la sentivo anche prima. Fa piacere sapere che ogni tanto, in qualche premio, oltre alle solite storielline di finto amor cortese o all’ennesimo giallo da strapazzo, vengano riconosciuti i meriti di una narrativa che vuol provare a essere diversa, in questo caso la mia…

 

Leggendo i suoi romanzi, da La scampagnata a Plastic shop, ci si fa l’idea che lei voglia apparire un tantino “maudit”. Ci spiega perché?

Di solito intorno alla questione del “maledettismo d’autore”, c’è tanta fuffa… Il più delle volte si tratta di banalissima pubblicità o roba simile. Io invece lo sono davvero…

 

Oltre al suo nuovo romanzo, di cui abbiamo capito che non vuol parlarci, ha altri progetti in mente?

Sì. Scrivere la storia di uno youtuber impotente che colleziona soldatini della quinta armata dell’esercito statunitense in forza a Cassino nel 1944, e che ama vestirsi da donna nelle sue Demo sui Pokemon o Resident evil.

 

Roma, Torino, Milano e Firenze: dove è andato ha sempre fatto registrare un sold out. Come si spiega la cosa?

Che le devo dire… Sarà perché ho gli occhioni blu e buon gusto nel vestire.

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Nadia Banaudi, "Vita e riavvita"

28 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Vita e riavvita

Nadia Banaudi

Bookabook, 2017

pp 414

16,00

 

Il libro è capitato nelle mani sbagliate, perché altrove sarebbe forse apprezzato più di quanto possa fare la sottoscritta. Nel senso che la Banaudi è brava ma io non amo questa scrittura femminile dove succede sempre qualcosa che fa cambiare improvvisamente in meglio la situazione, dopodiché tutto sembra girare per il verso giusto e la vita si “riavvita”, riparte, anzi, viene rilanciata verso uno zuccheroso lieto fine. Peccato che nella realtà le cose non stiano per niente così, peccato che i cambiamenti, se ci sono, non avvengano in un attimo ma abbiano bisogno di lunghi periodi di decantazione e maturazione per potersi sviluppare, ammesso che si possa davvero cambiare, ammesso che ciò che siamo non ci perseguiti per sempre, ammesso che il binario morto sul quale siamo arenate non resti tale all’infinito.

La Banaudi somiglia a molte altre narratrici che parlano di rinascita muliebre (Musella, Masserotti, Fabbroni, Cabras), che disegnano donne sconfitte e depresse, capaci, come dicevamo, d'innescare la svolta cruciale. Nadia Banaudi, però, in Vita e riavvita ha senz’altro una marcia in più per come sa raccontare i sentimenti e le sfumature dell’animo e per quella gradevole struttura con la quale è stata in grado di legare un racconto all’altro – ché di cinque racconti lunghi trattasi.

Nella cornice di un bar si svolgono le vite delle protagoniste, alcune alle prese con problemi molto concreti, come il lavoro precario, il sovrappeso, la vedovanza, la gestazione. Le loro esistenze sono tracciate con tocchi veritieri e molta sensibilità: sappiamo cosa mangiano, come si vestono, quanto pesano, cosa leggono e che musica ascoltano. Sappiamo, soprattutto, cosa pensano e cosa provano. I moti del loro animo sono ben descritti, molto bella La storia di Sonia e Manuela, perfetta, commovente e coinvolgente l’immedesimazione con l’animo di una bambina infelice e abbandonata a se stessa.

Le situazioni descritte non sono mai indeterminate bensì concrete, il cibo, gli oggetti, le azioni sono piccole cose specifiche e quotidiane che fanno venire in mente Pascoli e Gozzano dei giorni nostri.  In alcune storie, però, come in quella di Amalia e il gatto, il realismo diventa magico, trascolora in sogno e fantasia. I cinque racconti sono, a tutti gli effetti, cinque fiabe, dove la bacchetta magica c’è ma non si vede, scaturisce dal risveglio interiore.

Il fuoco della narrazione è interno ai personaggi ma si sposta in continuazione dall’uno all’altro.  La Banaudi scrive bene, ha anche qualche trovata geniale, come la ragazzina che “di lavoro fa la bambina”. Dispiace, perciò, riscontrare un paio di svarioni che gli editor non hanno corretto. E i dialoghi a volte suonano artefatti, improbabili.

Nel complesso, un’autrice che ha da lavorare tanto per liberarsi di certe eccessive quotidianità, per rendersi più universale, per  volare ancora più alto, ma che ha anche già un’ottima base dalla quale partire.

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Nicholas H. Cosentino, "Vita e morte delle aragoste"

27 Novembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Vita e morte delle aragoste

Nicholas H. Cosentino

Voland, 2017

 

Si reperisce facilmente in rete un breve video di uno psichiatra americano che sostiene che il disagio è uno stimolo a crescere interiormente. Quando non stiamo bene, per qualsiasi motivo, di solito la tendenza è quella di cambiare i fattori che sono responsabili del nostro malessere, o almeno ci proviamo. Questa interessante teoria è affiancata ad una similitudine con l’aragosta, prelibato crostaceo il cui corpo molle e saporito cresce continuamente fino a non potere essere contenuto nel suo guscio o carapace o come cavolo si chiama, tanto da essere costretta a cicliche mute. Finché, immaginiamo, non muoia annegata in acqua salata, fredda o bollente. La vita e la morte delle aragoste è quindi intesa come medesima similitudine o metafora nel libro di Cosentino, fatto di rievocazioni in assoluto disordine cronologico dal 2005 ad oggi, frammentato in brevi aneddoti riportati da Antonio e che hanno come principale protagonista l’amico Vincenzo, noto Teapot (in inglese significa teiera) da quando a Londra un utensile di porcellana fiorita andò a frantumarsi contro una portiera di taxi evitandolo per un soffio. Antonio, spalla e un po’ succube di Vincenzo, quello che esercita un certo fascino su tutti, soprattutto sulle donne, soprattutto su quelle di cui Antonio si innamora ma che cede al suo amico per manifesta inferiorità. La gita scolastica delle medie in cui si conoscono (e iniziano a parlare della peculiarità delle aragoste, che Vincenzo non ha mai assaggiato), i viaggi, l’Università, i primi lavori, i lutti e gli attacchi di stalking dell’ex ragazza di Teapot vengono rievocati da Antonio con una malinconia evidente e giustificata dal fatto che lui e Vincenzo non sono più amici al momento della stesura del libro, così come viene esplicitato all’inizio. Vita e morte delle aragoste è un romanzo di (non) formazione o formazione sui generis dei trentenni odierni, precari anche negli affetti e che a differenza le aragoste forse non si arrendono a dovere mutare quel guscio che inevitabilmente li costringe. Fa capolino in un capitolo Marco, uno degli amici storici, che dietro la faccia di un ragazzo perbene e fidanzato nasconde una vita al limite del comprensibile, complicata da due donne e da una perenne indecisione su chi lasciare e chi sposare, proposte che alternativamente fa all’una o all’altra.

Per me, e anche per Vincenzo, crescere ha significato qualcosa come dover lasciare spazio agli orizzonti che si aprono, e liberare, quindi, respirare forte, buttare fuori tutta l’aria che abbiamo trattenuto nel tempo, fin dalle apnee timorose delle prime volte. Per poi capire, anche se fa male, anche se è troppo presto, che di prime volte, tra poco, non ce ne saranno più. E che per non morire devi saper respirare. Devi prendere aria nuova. Devi imparare a rilasciare.”

Rilasciano i protagonisti di questo piccolo romanzo Voland? Credo che ogni lettore troverà una risposta diversa per ciascun protagonista. A mio parere non tutti rilasciano, c’è chi vive ancorato al passato rimpiangendolo o rivivendolo, c’è chi a suo modo arriva a frantumare il guscio per sopraggiunta crescita ormai incontenibile.  Per alcuni è doloroso, per altri malinconico, ma forse il vero segnale della crescita interiore è tagliare i ponti con un passato che non ci contiene più. Non farlo potrebbe significare la morte per soffocamento dell’aragosta.

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