Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)
Post recenti

Fabio Carta, "Ambrose"

5 Gennaio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantascienza

 

 

 

 

 

Ambrose

Fabio Carta

Alter Ego, 2017

 

Una lettura difficile, questo Ambrose di Fabio Carta, a tratti sembra prenderti ma poi sei ingolfato da un’overdose d’indigesta fantatecnica e dalla visionarietà del testo, che, forse, ne è anche il pregio maggiore, per chi ama i romanzi onirici e con poca trama. (Io no).

In un futuro panatomico, dove la guerra islamica è degenerata ormai in perpetuo conflitto, gli esseri umani hanno colonizzato lo spazio e abbandonato qualsiasi velleità di vita carnale a favore di quella virtuale. Kaarl, detto CA, è uno spazionoide, cioè un colono nato fuori della terra, un soldato fleshy, di carne, che presta il suo corpo atrofizzato a un’esotuta, sorta di robot guerriero, telecomandato dalle star band, cioè gruppetti di militi bulli che si prendono tutto il merito lasciando a lui il lavoro sporco. CA si muove attraverso lande bruciate dalle radiazioni di continue esplosioni nucleari, il suo corpo malato è nella tuta mentre il suo avatar vive nella realtà virtuale.

CA interagisce con due personalità, Combo, suo aiutante/scudiero, diretta emanazione di un cervello elettronico, e Ambrose, intelligenza artificiale scaturita non si sa da dove, forse dalla sua mente allucinata, o dal cancro che divora il suo corpo, oppure dalla connessione di tutte le menti umane attraverso la rete. Ambrose s’incarna in una disgustosa rosa gigantesca, dalle labbra che colano laghi di miele. Ambrose è Dio, il diavolo, l’alter ego del protagonista.

Più che di vera e propria fantascienza, qui si tratta di letteratura visionaria, qui ci sono richiami e atmosfere da terra desolata, qui siamo fra Eliot, Blake e Milton - con frequenti, però, cadute di stile, vedi l’incontro con la prostituta - fra Andersen (I Fiori della piccola Ida), i manga giapponesi e Kubrick. C’è molta filosofia, ci sono riflessioni sull’evoluzione della realtà virtuale, su Dio, sul destino del genere umano, sulla morte, fine ultimo, ma anche principio, di tutto.

Lo stile è davvero elegante e colto, ma spesso vittima di cambi di tono improvvisi. A tratti è anche molto poetico, cosa che non guasta e contribuisce a dare consistenza onirica all’insieme.

 

Mostra altro

Ian McEwan, "La ballata di Adam Henry"

4 Gennaio 2018 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

La ballata di Adam Henry

Ian McEwan

Giulio Einaudi Editore, 2016

 

La vita è dominata dal caso. Il destino, spesso crudele, consente per esempio la nascita di due gemelli siamesi con poca speranza di vita a meno della soppressione di uno di loro. Una situazione orribile, dovere scegliere tra due vite umane. Eppure qualcuno deve farlo. Le nostre sovrastrutture civili, come la giurisprudenza, non sono altro che regole che ci permettono di incanalare il caos vitale in una strada rettilinea, sicura, logica. E Fiona lo sa. Lo sa perché è un ottimo giudice di diritto familiare, da 30 anni si occupa di ristabilire gli ordini sparpagliati dalla Natura o dalle bizzarrie umane in seno al nucleo delle famiglie inglesi: decidere il diritto allo studio per bambine nate in ambienti religiosi ortodossi, separare gemelli siamesi condannandone uno dopo accurata scelta, e poi il caso di Adam, giovane a 3 mesi dal compiere la maggiore età, testimone di Geova convinto a rifiutare la trasfusione che gli salverà la vita. Il suo caso le giunge nel mezzo di una crisi coniugale improvvisa e per certi versi ridicola, e sarà per Fiona un modo per distrarsi dai suoi problemi sentimentali. Fiona va in ospedale, conosce Adam, prende una decisione e chiude il caso come ha sempre fatto in passato. Ma la sua decisione avrà strascichi imprevedibili nella sua vita e in quella di Adam, ragazzo assai più maturo della sua età, che le spiega nel modo più semplice e atroce, che in un mondo dominato dal caos, un appiglio, un puntello, un riferimento servono sempre, di qualunque natura. Perché un ordine, anche se solo nella nostra mente, dobbiamo darlo per non annegare nel mare di differenza illogica che ci circonda.

Mostra altro

BUON 2018 DALLA STILISTA PRATESE CINZIA DIDDI

3 Gennaio 2018 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #moda, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

 

Da sempre mi occupo di stile, di moda, di estetica.

E il mio lavoro rispecchia esattamente la mia personalità, è coerente con la mia anima.

Io amo il bello in ogni sua manifestazione, amo perseguire l'affermazione del bello come valore unico e assoluto, in una 'esasperata' ricerca di perfezionismo degli aspetti formali.

Da anni vesto le persone con lo scopo di valorizzarle, mi piace farle distaccare dal mondo reale, da una realtà a volte un po’ pesante e catapultarle in un mondo incantato dove sono le uniche e indiscusse protagoniste, al centro della scena.

Ecco, per me, vestire le persone vuol dire far guadagnare loro la scena, farle salire su un palco virtuale per celebrarle.

Le persone vanno CELEBRATE e vestirle è il mio personale e singolare modo di farlo.

La parola chiave è proprio CELEBRARE .

Questi sono i principi che i miei genitori mi hanno insegnato, che si possono riassumere in un breve slogan: VIVERE SENZA MAI SMINUIRE IL PROSSIMO

Questo è quello che faccio quando lavoro, il  mio modo per creare valore è appunto nobilitare lo scopo.

Al Grande Fratello ho vestito Carmen Russo, Carmen di Pietro  e Serena Grandi. Ho accettato questa sfida anche per la mia Città, l'ho considerato come un impegno esorcizzante, un  modo scaramantico  per farla balzare agli onori della cronaca.

Ho voluto Celebrare Prato la patria del tessile, ormai da troppo tempo nell'ombra per questa interminabile crisi.

Questa meravigliosa Città, dove sono nata, fonda le sue radici sull'arte e la natura ma deve il suo sviluppo economico al settore tessile, sulla cui storia si fonda gran parte dell'economia della provincia. Ho portato Prato al Grande fratello vip, non potevo permettere che  continuasse a rimanere in un angolo.

Abbiamo i tessuti più belli del mondo.

Il grande fratello è stato una grande avventura, tante le emozioni che si sono intrecciat, ma è stata un'esperienza da cui esco arricchita professionalmente e con un grande bagaglio emotivo.

Voglio ringraziare tutte le persone che hanno lavorato con me, la cui collaborazione ha permesso la realizzazione di tutto questo.

 

                                                                                              Buon 2018 mia splendida Prato

 

                                                                                                                                                                    CINZIA DIDDI

Mostra altro

George Saunders, "Dieci dicembre"

2 Gennaio 2018 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Dieci dicembre 

George Saunders

Minimum fax , 2013

 

Saunders è uno di quegli scrittori che non rende la vita facile ai lettori. In questa raccolta di racconti lui procede con la narrazione senza preoccuparsi di spiegarti esattamente se ci troviamo in una distopia, che tipo di trauma psichico ha avuto il protagonista, chi sta parlando. Addirittura spezza una storia in due racconti nel mezzo dell'azione e, se hai necessità di tornare indietro di qualche pagina per riprendere il filo del discorso, cosa che ho fatto di frequente, non è un suo problema. Lui scrive, tu devi seguirlo. Ti costringe a immergerti, vivere le realtà di cui ti parla, spesso completamente diverse, ad ogni racconto devi rimettere indietro il nastro e ricominciare perché non sai cosa ti toccherà affrontare. Vi sono però dei temi comuni nei racconti della raccolta: quello che salta subito all'occhio è il tema della decisione. I protagonisti di Saunders sono tutti alle prese con scelte difficili, morali o etiche, e hanno spesso poco tempo per prenderle. Molte sono scelte fastidiose perché attuali, perché a volte noi, o chi ci circonda, lo abbiamo pensato almeno una volta. Utilizzare i detenuti per esperimenti medici non sarebbe un'ottima soluzione per avere risultati definitivi in farmacologia? Sfruttare i corpi delle donne immigrate che scappano da guerra e povertà per i capricci di una società opulenta che vive di immagine non è alla fine una buona azione, visto che a loro i soldi servono? Ma altri sono i temi ricorrenti delle famiglie americane nei racconti di Saunders: la disfunzionalità tra i membri, la mancanza di comunicazione, la forbice enorme tra classi sociali, il raggiungimento di uno status economico come unico obiettivo davvero importante, l'ipocrisia sociale di tanta gente perbene, l'indifferenza verso i problemi morali o etici della maggior parte. Uno spaccato della società americana sovrapponibile a una società occidentale che si avvicina sempre più a certi livelli di distopia come quelli narrati e su cui (forse) una riflessione preventiva si rende necessaria.

Mostra altro

Intervista ad Andrea D’Alia, autore di “Un ramo isolato proteso verso il cielo”

1 Gennaio 2018 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #interviste

 

 

 

 

Il siciliano Andrea D’Alia, autore della Book Sprint Edizioni, ha un’infanzia complicata. Decide di raccontare, senza remore né freni alcuni, il suo passato; lo fa servendosi di un libro che risulta quasi un diario, un lungo racconto di quello che è il suo trascorso.

Nella prima parte, quattro generazioni raccontate. Fulcro della storia, appare Dorina. Ci perdiamo in questa giovane sfortunata, nella sua voglia di costruire una famiglia più grande – voglia mai divenuta realtà – e in un’esistenza che pare contare molti ostacoli. Interessante è la minuzia di particolari con i quali è descritto un periodo ricco di fermenti, di cambiamenti, di evoluzioni.

Poi però si comprende: il vero protagonista è Alejandro, il figlio della donna. Tutta sua, la seconda parte del romanzo. Alejandro si scontrerà con una vita dura, diversa da quella che aveva immaginato – dopo un inizio speranzoso e carico di aspettative rosee –.

Si torna sempre alle origini, questo Alejandro lo sa bene, ecco perché dopo una batosta amorosa e la comprensione della tristezza della società – una società malata – torna nel paese della madre Dorina. Si butta in una ricerca solitaria – di felicità, libertà o amore –, e tenta di trovare così la sua strada.

 

 

Buongiorno, Andrea. Ci può raccontare come è nata l’idea di scrivere un libro sul suo passato? Quanto ha impiegato per la stesura?

Una costante rielaborazione delle vicende vissute accompagnata da altrettanto rigida, profonda e attenta autoanalisi mi ha indotto a stendere un prolungato racconto non solo del mio passato, ma anche delle ultime generazioni che mi hanno preceduto. Ho impiegato circa due anni per la stesura soltanto della bozza e cinque anni per la definizione di tutta l’opera.

 

Molti scrittori hanno delle abitudini, come scrivere la notte o evitare questa o quella particolare stagione. Lei ha dei particolari rituali? È stato un percorso doloroso?

L’ispirazione mi può venire anche di notte; infatti ho steso alcune pagine una volta per tutta la notte. Gli orari preferiti generalmente sono in tarda mattinata o nel tardo pomeriggio verso il crepuscolo. Non ho particolari rituali. Comunque mi soffermo su tutto quello che scrivo e lo rileggo più volte quasi sempre alla fine di ogni periodo o addirittura semplice frase.

 

A chi ha fatto leggere la prima bozza della sua storia?

La prima bozza l’ho fatta leggere a mio cugino ingegnere appassionato anche di lettere. Come tutti i percorsi della mia vita è stato un percorso molto travagliato.

 

Andrea D’Alia bambino sognava già di scrivere?

Sì, anche da bambino ogni tanto scrivevo qualche bozzetto di romanzo o film ispirandomi a qualche storia letta a scuola o appresa tramite altri mezzi.

 

Che libro ha sul comodino, in questo momento?

L’ultimo libro letto è Quando tutto inizia di Fabio Volo.

 

Quali sono i suoi riferimenti letterari?

I miei riferimenti letterari sono preferibilmente classici: Alessandro Manzoni, Victor Hugo, William Shakespeare, Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo, Francesco Petrarca, Mario Luzi, Antonio Fogazzaro.

 

Ha in cantiere qualche nuovo progetto?

Per il momento non ho nessun nuovo progetto ma ho alcune idee che mi fermentano sempre nel cervello.

Mostra altro

Signora dei filtri ... o dei fili: emozioni e riflessioni: parte seconda

31 Dicembre 2017 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

La storia d’amore fra Medea e Giasone occupa molte pagine del romanzo. Nelle Argonautiche - nel terzo libro dove si parla di Medea - Apollonio Rodio dice che è stata la dea Afrodite a farla innamorare di Giasone. Nella Signora dei filtri non c’è alcun incantesimo se non quello dell’amore stesso, della “carne e del sangue, della passione e di un sentire forte”, come dice Patrizia nella nota introduttiva.

Il Capitolo 16, in particolare, racconta la nascita del rapporto fra Medea e Giasone – o forse sarebbe meglio dire di Medea con Giasone perché è soprattutto lei a essere profondamente scossa da questo incontro.

Medea ama Giasone. Tutto ciò che viene da Giasone è bello per lei (“Medeià. Il suo nome storpiato dalle belle labbra di Giasone suonava come la promessa di una nuova vita”). Si innamora di lui senza rendersene conto. È un amore da adolescente, pieno di turbamenti, di rivelazioni che sconcertano.

Da subito appaiono i loro diversi colori (del corpo e dell’anima): lo scuro di lei, il chiaro di lui.

Lo scuro è il tratto distintivo di Medea (Orfeo la descrive come “una giovane donna vestita di scuro”) come il chiaro lo è di Giasone (dice sempre Orfeo: “Se Dio è uguale a noi, è così che lo immagino, con quei riccioli dorati simili a grappoli d’uva danzanti sulle guance). L’emozione chiara di lui per quella ragazza che “nasconde il viso dietro i capelli” e ha “l’odore dell’erba appena tagliata e radici nascoste nel terreno”, ma anche il suo scuro turbamento nel sentirsi “leggere dentro”, nel trovarsi scoperto; l’emozione chiara di lei quando scopre di non amare più la solitudine, ma anche il turbamento nel riconoscersi fragile, indifesa, esposta.

Medea senza Giasone si sente “sola” e “vuota”, anche se la solitudine è ormai diventata un bisogno. Giasone è il suo lato luminoso: “Tu vedi solo il lato oscuro” le aveva detto la sorella Calciope, ma lei, da quando ha conosciuto Giasone, “desiderava anche la forza della luce”. E per Medea Giasone incarna questa luce, l’aspetto limpido della vita: “Gli occhi di lui avevano il colore dell’acqua del fiume quando i sedimenti si depositano e rimane solo un’azzurra, limpida trasparenza in superficie”.

Ma insieme alla luce e ai colori, da subito compaiono anche i demoni: “l’ambizione e l’avidità” di lui e – soprattutto - la passionalità di lei che tutto è disposta a fare purché la “felicità non svapori”. Nel cuore della figlia di Eeta il tenero e commosso amore da adolescenti coesiste col progetto adulto di rubare l’oro del padre, col duro e lucido desiderio di vendetta (“Voi siete la mia vendetta”) che non l’abbandona mai e che – come Morgar temeva – la porterà alla rovina.

Il Capitolo 16 termina con due immagini che evidenziano queste opposte anime di Medea: la “signora dei filtri” che prepara il sonnifero per le guardie spremendo il veleno da una vipera e la “fanciulla” che vuol farsi bella per il suo amore.

Dopo la morte di Absirto, Medea diventerà “triste e tenebrosa…. Giasone pensa che “ha dentro qualcosa di grande, di pauroso e potente”; Orfeo dice che  “gli mette i brividi addosso”. Il lato oscuro di lei prenderà sempre più forza, fino a oscurarla completamente

Mi piace questo capitolo perché descrive in modo esemplare il nascere di un grande amore in una grande donna che non conosce l’amore perché non ne ha ricevuto – e quindi ne è spaventata - ma che ne riconosce subito l’intensità e la potenza - la “trasformazione” che sta operando in lei - e si abbandona a questa esperienza in modo totale, com’è la sua natura. Sono pagine bellissime che raccontano i turbamenti, le contraddizioni, l’intensità di tutti gli amori di tutti i tempi.

Oltre a Medea, il romanzo ospita altri grandiosi personaggi – o meglio: altre persone  - su cui desidero soffermarmi un momento. La storia della Signora dei filtri si intreccia alle loro storie e ne riceve forza e significato. Inizierò con quelle di due “donne” magnifiche: Morgar e la nave Argo.

Morgar è la vera madre di Medea.

È lei che Medea vuol imitare, la donna a cui vuol somigliare: quando Morgar evoca la dea della luce e si spoglia per compiere il rito, Medea la guarda affascinata (“cercò di copiare ogni suo gesto”).

Non è una donna armoniosa e proporzionata: il corpo è “solido ma esile”,  la bocca è “grande e ben fatta” ma non sorride spesso (non è compiacente), i capelli sono “arruffati e schiariti dal sole”, i piedi “callosi”, il seno “pesante”. Ma è lei ad avere la bellezza vera, quella che anche Medea vuole per sé. Morgar è una donna che accetta il suo corpo com’è, non si trucca (in senso proprio e figurato! ) come la madre di Medea: la sua bellezza viene da ciò che lei è e non da ciò che le chiedono un uomo o la consuetudine.

È una madre amorosa, che comprende la solitudine di Medeae se ne prende cura: “… la piccola era la figlia del re, la discendente del Sole, ma era anche una bambina triste che soffriva per mancanza d’amore. Lei non era stata capace di negarglielo quell’amore”.

È una madre che conosce bene la sua bambina, l’accetta nei suoi lati solari come in quelli oscuri, e vuole solo il suo bene: “Ma c’era troppa forza dentro quella bambina e troppa sensibilità. Non era un bene che una forza così grande fosse unita al rancore”. A Medea, perciò, vuole insegnare ad amare, a comprendere, come dovrebbe fare una vera madre: “Non voleva lasciarla sola prima di averle potuto insegnare a controllare il suo istinto. Prima di tutto, di averle spiegato come si fa ad amare”.

Morgar, però, muore troppo presto e non può fare altro che raccomandarle la compassione e affidarla al Drago, al misterioso Ossevatore.

Ma chi è Morgar, oltre che la madre spirituale di Medea? Che donna è?

La “sconosciuta dai capelli rossi”, “la straniera che abita sul fiume” è una donna che ha sofferto (ha perduto il suo uomo e il suo bambino) ma è riuscita a trovare l’equilibrio, a conservare la capacità di dare amore, di “insegnare (ed esercitare) la compassione”, come dice Calciope alla sorella Medea, che non riesce a fare altrettanto.

Morgar è capace di capire. Giustifica Eeta quando Medea  accusa il padre di essere un tiranno che tiene lontano il commercio e chiunque si avvicini a Iolco: “Tuo padre vuole evitare guerre e epidemie … ; e quando Medea l’avverte che il re diffida anche di lei, risponde: “Ha paura, cara, e la paura nasce sempre dall’ignoranza”.

Morgar aiuta anche chi non la accoglie e chi ha comportamenti che lei non approva (aiuta  la madre di Medea a partorire, le procura erbe per mantenere la bellezza e per avere un nuovo figlio, e sarà questo che la porterà alla morte).

Morgar ha conosciuto l’amore – vero e ricambiato – del suo uomo (Anteo, che pratica la tauromachia e viene ucciso dal toro). Quest’uomo la chiama Cerinea - “cerbiatta” - (“È
un nome che non ti si addice
” afferma Medea) ) perché la vede con gli occhi del cuore (“Mi vedeva con affetto”), sa leggere in lei la dolcezza e la tenerezza. Il loro amore ha generato un bambino simile al padre, nato prematuro e subito morto. Per sfuggire al ricordo troppo vivo e presente di quelle perdite, Morgar ha lasciato la sua patria ed è venuta a Iolco, quando Eeta ancora non aveva chiuso le frontiere. Morgar subisce la perdita del figlio, Medea sceglierà lucidamente di perdere i suoi..

La nave Argo è un’altra grande figura femminile.

Medea vuol conoscere il mondo, viaggiare, vorrebbe essere un Argonauta. La prima volta che vede la nave Argo cerca “di immaginare cosa si provasse a navigare, col vento in faccia, sopra una nave come quella, spinta dalla forza di uomini liberi”.

Gli Argonauti non amano Medea e lei ricambia questa ostilità. Invece ama (riamata) la nave Argo, che le somiglia: è una donna forte, potente e magica come lei: “Era entrata in sintonia con la nave fin dall’inizio … Ne percepiva la forza, l’anima immortale”. Per Orfeo invece Argo è nauseabonda: odora di “salamoia, di escrementi, di cibo mal cucinato”. Ma Orfeo non è carne e sangue come Medea (e come Argo).

La nave Argo è un personaggio magnifico, una persona, splendida donna.

Giasone la vede così: “Contemplò Argo. La grande nave sembrava respirare nella brezza, cullata da onde dolci e leggere. Era una creatura viva, fatta di fasciame solido ed elastico, di corde robuste e lunghi remi potenti. Aveva in sé qualcosa di forte e vitale, come se fosse posseduta da una divinità”; dice di lei Orfeo: “Argo è femmina, come la dea che, dicono, si nasconde nella sua prua;  e Medea quando il Drago le fa percepire la sua presenza, subito pensa: “La nave pareva una creatura viva.”

È un’altra donna (come Morgar, Medea, Ipsipile) piena di passioni (“freme”), una donna-eroe che vuol conoscere il mondo.

Così la descrive lei Orfeo nel suo diario quando gli Argonauti sono fermi a Lemno: “Argo freme, è destinata a grandi imprese, vuole riprendere il largo … dondola smaniosa, con le stive gonfie di è olio e di vino”. È come una donna incinta, piena di provviste e di doni: l’aggettivo “gonfio” e “pesante” è usato proprio per descrivere le donna che aspettano figli - Ipsipile e Medea - i loro seni colmi di donne forti e piene di desideri.

Ed è forse l’unica “donna” che Giasone ama davvero.

Orfeo scrive - dopo la partenza da Lemno e dopo aver superato “tempeste difficili perfino da raccontare” - che “Argo le ha attraversate indenne e Giasone la ama ogni giorno di più”. A Giasone il cuore “sanguina” al pensiero di abbandonarla quando deve fuggire da Iolco: “ Tornò col pensiero al giorno della partenza degli Argonauti. Quanto tempo era trascorso da allora? Sembrava una vita intera. Ricordò Argo, magnifica nella luce abbagliante del mattino. Il suo cuore sanguinava al pensiero che non l’avrebbe più rivista”. Giasone non prova niente di simile nel separarsi da Ipsipile che pure è incinta di lui (“Argo mi aspetta”. Mi dispiace Ipsipile.”); e nelle ultime pagine del libro, quando, dopo aver perduto anche il padre Chirone, ormai solo, cerca la pace sul monte Pelio in compagnia di Orfeo, l’unico legame col passato che gli sia rimasto, dice: “… vedo Argo, la mia meravigliosa Argo, più dolce di un’amante, le sue possenti fiancate, le sue ali di remi …”. Anche Medea rimane per sempre nei suoi pensieri (“Medea di Colchide non si dimentica”), però Argo dà solo gioia e bellezza, senza dolore e senza strazio.

Giasone, insieme a Orfeo e agli Argonauti, è il personaggio maschile più significativo del romanzo.

È un giovane eroe bellissimo, che fa innamorare la primo sguardo: “È l’uomo più bello del mondo. Se non è un dio, allora chi è … mi sono innamorata’” dice di lui la cugina Anfimone quando lo vede la prima volta.

Per Ipsipile, la regina di Lemno, Giasone è “perfetto”. E Orfeo :“Se Dio è uguale a noi, è così che lo immagino, con quei riccioli dorati simili a grappoli d’uva danzanti sulle guance”.

Come Medea ha capelli molto particolari (anche se di colore opposto) ed è diverso dagli altri. Ecco come lo vede Pelia quando per la prima volta si presenta a lui:“ Lo sguardo gli cadde su una testa di capelli biondi. I ricci, densi e aggrovigliati, gli scendevano sul petto coperto da una pelle di animale. Stringeva nel pugno due lance e non aveva il capo chinato come gli altri”.

Giasone, che ha perduto il padre da bambino, viene allevato ed educato da Chirone, un uomo con il viso e le gambe di cavallo, un mostro nato dalla violenza subita dalla madre quando era una ragazzina che raccoglieva corbezzole nel bosco (“Erano in tre e puzzavano di cavallo, nitrivano come cavalli”). Chirone – come Morgar - è una creatura strana e diversa e - come Morgar – vuole il bene del bambino di cui si occupa, gli insegna valori autentici (“Il dovere di un  uomo è aiutare i suoi simili”), desidera che abbia il meglio, anche se Giasone ne farebbe a meno volentieri: “Padre, voglio restare qui, voglio diventare un cacciatore esperto come te”… “C’è un intero mondo che ti aspetta là fuori, Giasone”.

Giasone, però, - come Medea – non fa suoi tutti gli insegnamenti del maestro.

Medea gli dice che nel suo cuore albergano “ambizione” e “avidità” e lui non nega, si sente scoperto. Mentre sono in fuga da Ioclo, Orfeo esprime all’amico i suoi timori di avere presto “tutta la Colchide alla calcagna” e Giasone risponde:“ La figlia del re ci sarà utile”. Non dice “la mia amata Medea ci salverà”; e Medea, che l’ha sentito non vista “ abbassò la testa umiliata”.

Quello che Giasone vuole è un figlio che custodisca la sua tomba: anche i figli sono qualcosa che serve a lui, alla sua ambizione, a perpetuare se stesso. Giasone – come lui stesso confida a Orfeo – non crede nell’aldilà: l’immortalità è data dai figli perché a loro si trasmette il potere conquistato in vita. È questo a guidare Giasone: il figlio che aspetta da Ipsipile non è il suo bambino ma “ il figlio della reggente”, che sarà “re di Lemno”, un trofeo da portare con sé per farne l’erede (“un giorno mi raggiungerà a Iolcomi piacerebbe veder crescere il figlio della reggente per portarlo con me, un giorno”)

Questo bellissimo e giovane eroe non è poi un grande uomo.

Pelia fa leva sulla sua fragilità, sulle sue insicurezze: Giasone va nella Colchide per riscattarsi dall’essere stato allevato, e quindi in un certo qual modo dall’essere figlio, di un diverso, di un uomo/cavallo, di un mostro (“Vuoi che ti chiamino Re Cavallo? Vuoi che un intero popolo rida di te?”).

Confessa di “non sapere cosa vuole” e l’impresa a cui Pelia lo costringe  gli permette anche di “prendere tempo”,  di “rimandare tutte le decisioni”: “Ho bisogno di tempo” è una sua frase ricorrente.  Per molto non sa neppure se ama o no Medea: al padre Chirone dice che non lo sa, sa solo che le è entrata nel sangue. Si accorge di amarla solo dopo che lei è riuscita a far uccidere Pelia: toccare con mano la potenza – sconvolgente, distruttiva, inarrestabile - dell’amore gli fa capire che “Medea faceva parte di lui, nel bene e nel male

Giasone è sempre controllato, moderato, non perde mai il governo di sé. Dice di lui Orfeo : “Ha ereditato la saggezza di Chirone, suo padre adottivo” e sa controllare sentimenti e passioni in vista di un fine. La “saggezza” di cui parla  Orfeo si può forse intendere come la capacità di mantenere la giusta distanza emotiva dalle vicende, di tenere sotto controllo gli impulsi. Com’è diverso quest’uomo dalla Signora dei filtri che tanto lo ama!

Ed eccoci a  Orfeo, il ragazzo gentile che nel suo diario racconta l’impresa degli Argnonauti.

È da subito l’amico vero di Giasone. Si incontrano per la prima volta alla scuola del maestro Saturnio dopo che i compagni di studi hanno preso in giro Giasone chiamandolo figlio del cavallo: “Giasone si accoccolò, stringendo al petto la sua tavoletta. Rimase stordito e sudato a fissare il vuoto, desiderando con tutto il cuore di essere sull’altopiano, insieme a suo padre, a seguire le orme dei cervi e a fare il bagno nell’acqua fredda del ruscello. Ovunque ma non lì. Poi una piccola mano si insinuò nella sua “Non fare caso a loro, sono stupidi”. Si voltò di scatto, trasalendo. Un ragazzino basso, con i capelli ricci e gli occhi penetranti e tranquilli gli stava sorridendo … “

Orfeo rappresenta l’equilibrio, per questo teme Medea. Ha la capacità di accettare con serenità la vita in tutti i suoi aspetti, anche violenti – come il sacrificio del toro -  o drammatici - come la morte della amata Euridice.

Orfeo è accogliente: si apre alla vita, la accetta, ne riconosce il valore e il significato, aldilà delle contraddizioni con cui si manifesta e delle ferite che infligge, perciò sceglie di legarsi ad Atalanta. Afferma: “Non è Euridice ma è la mia donna. Sono rassegnato e contento insieme”. E quando Giasone, dopo che Ila, violentato da Ercole, si è suicidato, gli dice “Credo che a modo suo Ercole volesse bene a Ila”, Orfeo risponde “ Sì, lo credo anch’io. Non scegliamo chi amare, né come si esprimerà il nostro amore. L’amore è sempre una responsabilità”.

Gli Argonauti di cui Orfeo ci parla non sono eroi perfetti, eroi dell’epica classica.

La partenza della nave Argo è una partenza moderna, non è eroica: fa venire in mente quella dei marinai di Colombo nel film La conquista del paradiso. Gli affetti familiari predominano: anche Giasone è un figlio che lascia il padre, che ha paura dell’ignoto e che ha bisogno di conforto (in quell’occasione chiama per la prima volta madre Alcimede, che lo ha fatto allevare dal centauro invece di tenerlo con sé).

E anche se Orfeo nella prima pagina del suo diario scrive “Siamo in cinquanta e siamo chiamati Argonauti… tutti uomini nel fiore degli anni, tutti campioni”, Giasone, che ha uno sguardo meno sognante di quello dell’amico poeta, li vede così: “Ordinò  di smettere di remare e ottenne in cambio un grugnito di sollievo … Lunghi sorsi voraci … uomini muscolosi cotti dal sole, induriti dal salmastro … mandavano giù senza protestare il vino diluito, si accontentavano  …”.

Anche i più importanti, che Orfeo nomina, sono descritti come persone molto normali: Castore e Polluce che “siedono affiancati … intenti a giocare con noccioli che tirano in aria e riafferrano al volo”; Atalanta che affila con pazienza la lancia scheggiata nel’impatto col cinghiale che ha ucciso l’indovino; Meleagro che beve un po’ di vino …

Neppure la loro fine è eroica: muoiono per atti di violenza (Ilia); uccisi da animali selvaggi (l’indovino Idmone) o dalla malattia (Tifi).  Non esiste neppure il mitico vello d’oro: il tesoro di Eeta è costituito da “cumuli di pepite grosse come uova poggiate su consunti velli di pecora”. Un’altra immagine visuale nitida, incisiva, memorabile: ributtante e inquietante (l’espressione grosse come uova fa pensare ad animali preistorici e mostruosi che potrebbero nascere da un momento all’altro) ma anche triste (consunti velli).

Insomma: solo la nave Argo è l’autentico eroe dell’impresa, come Medea è l’unico eroe (una donna-eroe!) di questa drammatica e stupenda storia.

 

 

 

 
Mostra altro

DIETRO IL NUOVO LOOK PIU' SEXY DI ELEONORA DANIELE C'E' LO ZAMPINO DELLA STILISTA PRATESE CINZIA DIDDI

30 Dicembre 2017 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #moda, #televisione

 

 

 

Finalmente! Eleonora Daniele osa un look che mette in risalto la sua sensualità. Nelle interviste prima del debutto di Sabato Italiano, il nuovo programma del sabato pomeriggio, aveva promesso che l’avremmo vista in vesti diverse e infatti è così non solo per i temi trattati, ma anche per gli abiti, infatti, Eleonora sfoggia anche un nuovo look: tubino sotto il ginocchio,  sexy, aderente. Tacco 12 come da copione.  Un grande classico che non delude mai.  Un look che lascia senza fiato. Eleonora Daniele oltre a essere una brava conduttrice è anche una bellissima donna. Finalmente ha tirato fuori quel lato sensuale che troppo spesso tende a nascondere

Di  mattino osa solo Federica Panicucci, al pomeriggio lo fa la D’Urso e al sabato finalmente anche Eleonora Daniele.

Dietro a questa trasformazione  c’è la mano sapiente di una giovane stilista pratese, Cinzia Diddi, che con pazienza e tante prove è riuscita  a trovare la giusta  formula per fare accettare alla bella presentatrice questa immagine decisamente più sexy e femminile.

 

Mostra altro

Nasce l'App gratuita e senza sponsor "GUIDA AI MIGLIORI COCKTAIL BAR D'ITALIA"

29 Dicembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi

 

 

 

 

 

 

Nasce la nuova app gratuita "Guida ai migliori cocktail bar d’Italia", selezionati dalla rivista specializzata BlueBlazer, scaricabile al link www.blueblazer.it/app 

 

L'app non ha scopo di lucro, è gratuita e priva di sponsor, a garanzia della massima autonomia di azione e della fiducia dei suoi utenti, è un contenitore virtuale, scaricabile sulle piattaforme iOS e Android, contenente gli indirizzi, le informazioni e tutte le news sui migliori cocktail bar d’Italia. Gli oltre 160 bar della Guida sono frutto di una attenta selezione di Giampiero Francesca e Massimo Gaetano Macrì, supportati da un panel di cento esperti che hanno pre-selezionato una lunga lista di locali. Per il secondo anno consecutivo sono infatti presenti nella Guida tutte le regioni italiane, con un’attenzione sempre maggiore alle realtà di provincia, tanto interessanti quanto, spesso, difficili da scoprire. Trovano così spazio, accanto alle grandi città come Roma, Milano e Firenze, realtà con poche centinaia di abitanti, come Acquapendente, in provincia di Viterbo, o Mirano, non lontana da Venezia.

I criteri seguiti per selezionare i bar si basano sull’ospitalità, oltre che sulla qualità del servizio e del cocktail. “Non scegliamo mai un locale perché fa bene da bere – sottolinea Giampiero Francesca, direttore di BlueBlazer e ideatore della Guida - non è quello che ci interessa in primis. Consideriamo soprattutto l’alto grado di accoglienza, ormai sempre più rara, che si traduce nella capacità di far star bene il cliente, consentendogli di vivere un’esperienza completa. Poi, ovviamente, viene anche il cocktail”.

 

Una volta installata l'app dal link www.blueblazer.it/app, è sufficiente aprirla dal proprio smartphone per consultarla. La navigazione del menù è semplice e intuitiva: si può decidere di geolocalizzarsi e selezionare i locali che appariranno sulla cartina, oppure filtrare per le quattro categorie (cocktail bar, bistrot – restaurant, hotel bar e speakeasy). In ogni caso, ‘cliccando’ su un locale, si aprirà la scheda con una breve storia di presentazione del bar, alcune informazioni sui cocktail consigliati e sul tipo di miscelazione praticata, gli orari, i contatti e l’accesso diretto alle mappe per rintracciare la strada col proprio navigatore.

 

Le categorie sono uno strumento utile per consentire a chiunque, in base ai propri gusti e aspettative, di scegliere velocemente. Al di là del ‘cocktail bar’ propriamente detto, ‘bistrot-restaurant’ indica quei locali in cui oltre che bere si offre un’esperienza food frutto di una cucina, in molti casi anche degna di nota per non dire ‘stellata’”, sottolinea Massimo Gaetano Macrì, capo-redattore di BlueBlazer e co-ideatore della Guida. “Non potevano poi mancare gli hotel bar, di cui siamo grandi estimatori. Anzi, con il nostro lavoro, vorremmo far capire che le atmosfere eleganti ed ovattate di questi locali potrebbero essere frequentate da tutti. In Italia c’è ancora molta diffidenza e sono ancora tanti a chiedersi se si possa entrare in un hotel solo per bere un drink, senza essere clienti”. E, infine, la categoria forse più alla moda, i cosiddetti speakeasy “in cui abbiamo inserito sia i locali il cui accesso è garantito tramite la parola d’ordine, come i ‘veri’ speakeasy americani del Proibizionismo degli anni Venti-Trenta del secolo scorso, sia quei locali che in qualche modo ricordano quelle atmosfere fumose, con un accesso un po’ da secret bar, in cui entri solo se ne conosci fisicamente l’ingresso”.

La Guida vuole essere uno strumento di consultazione smart, continuamente aggiornata e utile, tanto agli operatori del settore quanto al cliente, più o meno appassionato. “Sono tanti i vari brand ambassador, per esempio, che ci hanno confessato di utilizzare per il loro lavoro le nostre mappe per rintracciare i locali. Si tratta di una utilità secondaria di cui prendiamo atto. Ma lo scopo principale della Guida è quello di offrire agli appassionati del buon bere e anche ai semplici curiosi, una finestra ‘mobile’ da cui osservare il mondo del bar. Se una persona entra in un locale, ‘spinta’ dalla descrizione della Guida, si innamora del posto e apprezza il cocktail, noi abbiamo centrato la missione”. Per l'occasione del lancio della Guida sono stati creati due signature cocktailil ‘The Journalist Martini’ di Massimo D’Addezio e il “The Journalist Negroni” di Tommaso Cecca. Entrambi i cocktail sono degli omaggi che i barmanager dei due locali hanno voluto dedicare ai giornalisti adattando i pregi, e perché no, i difetti della categoria a due storici cocktail. Il The Journalist Martini è un Martini cocktail come piace berlo a molti giornalisti, freddissimo e molto secco, preparato con gin Bombay Sapphire, Apricot Brandy e gocce di Laphroaig, un whisky torbato i cui sentori affumicati rimandano, per Massimo D’Addezio, al mondo della stampa e delle redazioni. Completamente diverso il The Journalist Negroni, una variante calda e avvolgente del grande classico italiano, con brandy Cardenal Mendoza, Campari infuso all’ibisco e vermouth Cinzano 1757, che restituisce una visione diametralmente opposta del ruolo e della figura del giornalista.

Mostra altro

“Oltre i confini”, le opere di Carla Castaldo in mostra a ​Palazzo Serra di Cassano

28 Dicembre 2017 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #arte, #pittura, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

 

Proseguono con successo gli eventi organizzati da Stella Orazio, ideatrice e curatrice di Maplis Events, nello spazio dell’associazione Mapils, a Palazzo Serra di Cassano, in via Monte di Dio 14, Napoli. Lunedì 18 dicembre, alle 18, è stato presentato l’evento artistico “Oltre i confini”, con le creazioni di Carla Castaldo.
Le opere di Carla Castaldo sono il risultato di un’estatica contemplazione. Oltre ogni possibile confine, fuori dal corpo, fuori dalla realtà visiva. Da qui il titolo di questo evento artistico, non una mostra dove al fruitore viene presentata un'opera, ma un evento simulativo che trasporta chi ne usufruisce nella visione stessa.

L'artista produce messaggi di luce, pura energia che esce fuori dai 7 chakra, per dare vita a immagini surreali, popolate da minuziosi particolari, dove la natura si fonde con i tanti simboli rappresentati, in una girandola di colori caldi e avvolgenti. Messaggi misteriosi, che racchiudono codici per attraversare veri e propri varchi verso l'ignoto. Il lavoro artistico di Carla Castaldo, simile a un portale per compiere un viaggio, conduce chi lo guarda in mondi senza tempo.

 

“Oltre i confini”, le opere di Carla Castaldo in mostra a ​Palazzo Serra di Cassano
Mostra altro

In poche parole

27 Dicembre 2017 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca

 

 



    

 

In poche parole...
     Cosa potrebbe stare "in poche parole..."?
     "Poche" è un aggettivo indefinito, plurale, femminile.
     E' anche un sostantivo, singolare, femminile, in francese.
     Significa: "tasca".
     Poche parole potrebbero stare in tasca, in un foglietto ripiegato dove sono state scritte.
     Il foglietto potrebbe essere tirato fuori dalla tasca, aperto e le poche parole, costì, impresse, potrebbero essere lette, privatamente, mentalmente o pubblicamente, a voce alta.
     Poche parole sono succinte e pronunciarle potrebbe essere scandaloso.
     Poche parole potrebbero essere l'inizio di una prole feconda di opinioni, di convinzioni e vale la pena concepirle e partorirle, senza abortirle: tutto ciò potrebbe stare "in poche parole..."
     Poche parole, restando tali, non corrono il rischio di degenerare in un discorso prolisso, troppo lungo.

          Luca Lapi luca.lapi@alice.it

Mostra altro