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Eh, che maniere

6 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

Calimero pulcino nero. No, per carità… scuro… no, anzi, di colore… cioè, diversamente bianco.

Calimero, strano come il brutto anatroccolo, tenerissimo con quel suo guscio frastagliato a mo di cappellino, compare per la prima volta nella pubblicità della Mira Lanza nel 1963. In realtà si scoprirà che non è nero né diverso ma solo sporco.   

Eh, che maniere! Qui tutti ce l'hanno con me perché io sono piccolo e nero... è un'ingiustizia però.

Bei tempi in cui si poteva ancora dire pane al pane e non si era buonisti bensì buoni. Ci sono già in nuce tanti temi nello spot, come il pregiudizio, l’apparenza in contrasto con la sostanza. Il nome del pulcino deriva dalla basilica di San Calimero. 

Quanta solitudine nel primo episodio, dove il pulcino caduto nella fuliggine cerca la sua mamma e viene rifiutato perché nero. Resterà sempre sfortunato, piccolo, coraggioso e solo.

Ava come lava, e come profuma!

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Fabio Zuffanti, "Storie notturne"

4 Marzo 2018 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #recensioni

 

 

 

 

 

 

Storie notturne

Fabio Zuffanti

 

Ensemble, 2017

 

L’esordio narrativo di Fabio Zuffanti (già celeberrimo musicista progressive, nonché autore della silloge poetica Il giorno sottile, pubblicata da Mora Edizioni) si presenta come un libretto agile ma concettoso.

Si tratta di una raccolta di racconti brevi (quasi mai superano un paio di pagine) intitolata Storie notturne, edita da Ensemble.

L’aggettivo del titolo sta presumibilmente a indicare la suggestione che ci proviene da quegli stati di alterazione propri delle ore notturne, del dormiveglia, dell’esperienza onirica o delle crisi di insonnia, quando la realtà data tende a scolorire e a perdere di consistenza, sostituita nei nostri pensieri da entità più fluide e intangibili, da impressioni incerte e fantasiose.

I racconti non hanno titolo. Si susseguono contrassegnati dalla medesima dicitura: Storia notturna. Secondo una numerazione crescente, che parte però direttamente dalla seconda. La Storia notturna numero 1 manca, come se si fosse persa. Come a insinuare sin dalla partenza che gli episodi non consequenziali che costituiscono la raccolta siano come la prosecuzione di un sogno (o di una lunga e divagante meditazione) che parte altrove, in un’analessi inconoscibile, e che forse sarà destinato a continuare al di là del terminus ad quem dell’ultima pagina.

Ogni racconto è come il progressivo rintocco di un’incalzante incertezza esistenziale: chi siamo davvero? Di cosa siamo fatti noi e ciò che ci circonda? Forse proprio della stessa shakespeariana materia di cui sono fatti i sogni?

È in quel passaggio crepuscolare tra le certezze diurne e gli abbagli o i ripensamenti ontologici che spesso accompagnano la progressiva perdita di punti di riferimento che ci conduce sino al sonno che i contorni di cose, persone, rapporti interpersonali sembrano farsi improvvisamente più rarefatti.

Nel libro di Zuffanti si trovano alcuni argomenti ridondanti: un epistolario notturno più volte ripreso, lungo la successione dei racconti, e destinato a recapiti mai del tutto individuabili, una guerra ancor prima introiettata che realmente combattuta all’esterno («In realtà ero io a essere costantemente in guerra con me stesso» inizia il terzultimo raccontino), l’incomunicabilità e il suo rovescio, rintracciabile in una comunicazione non verbale, eppure neanche per forza fisica (metafisica forse, quasi telepatica) e, per finire, il tema del doppio. È come un bandolo di fil rouge che si snodano lungo l’intero dispiegarsi del libro, riapparendo di tanto in tanto, come cuciture a vista che tengono insieme il tutto.

A sorreggere l’impianto narrativo una precisione e un nitore linguistici davvero rimarchevoli. Metafore calibrate, senza sbavature, quasi impercettibili per la loro eleganza. Accenti di puro lirismo che però presto si mitigano verso toni più meditativi. Accanto a ciò, un efficace dispiego della figura retorica che passa sotto il nome di ipotiposi, la quale sta a indicare la capacità di descrivere in maniera tanto concreta le azioni da riuscire a suscitare nel lettore una vivida immagine mentale: «la lanugine della nebbia comincia a danzare. Si compatta davanti al prigioniero fino a formare un enorme volto i cui contorni si perdono nella foschia.»   

Alcuni racconti sembrano mimare contenuti sapienziali, come la #19: «Non opporre resistenza. Sciogli i legami e lasciati semplicemente andare. Accetta l'abisso. Accetta di non essere.» Racconto in cui in realtà si tenta, come in un testo sacro, l’impossibile descrizione dell’ineffabile: «dovrei definire qualcosa che non possiede definizione.»

O come nell’attacco apodittico e destabilizzante della #29: «Al di sotto di quel portaombrelli si trova il centro della terra. Lo puoi vedere se levi tutti gli ombrelli e metti la testa all'interno del cilindro metallico. Scorgerai dapprima solo buio ma poi qualcosa attirerà la tua attenzione, una nebbiolina e un debole chiarore che via via si farà meno indistinto.»

L’intera raccolta è attraversata da un’irriducibile dialettica tra istanze esistenzialistiche e introspettive da una parte e quell’entropia generale dall’altra che tutto tende a disperdere e disordinare, privando il soggetto di “un centro di gravità permanente” (come ebbe modo di definirlo un collega di Zuffanti, sul quale quest’ultimo ha appena finito di scrivere una monografia). Una realtà caotica in cui diviene anche difficile distinguere senno da dissennatezza: «Ecco quindi una nuova riflessione. Hai mai pensato alla sublime arte della pazzia? Hai mai immaginato di perdere il senno? Di vagare in completa libertà in questo mondo così chiuso entro anguste stanze? Hai mai sognato di rompere queste catene malandate e di andare fuori da ogni binario di normalità? (…) Ecco quindi il paradosso, viviamo da internati per non finire internati. A volte a notte fonda sento che sto per varcare quella soglia.»

La maggiore forza del libro sta però in una piena accettazione degli aspetti più inconciliabili e ingestibili del nostro vivere: «Tutto è esistenza, e siamo fortunati a potere dire “sto male, sto bene”, perché nel nostro stare bene e male c’è il senso esatto di quello che siamo.» E si conclude proprio con un’apertura al flusso vitale e ai suoi infiniti contenuti, rafforzata dalla citazione di un altro famoso collega del nostro autore: «E tutta questa marea di movimenti verso qualcosa sarà la vita, che, come diceva qualcuno, accadrà mentre siamo impegnati a far piani sulla vita stessa. (…) Farai un largo respiro, chiuderai gli occhi e lascerai che il flusso delle cose continui a farti navigare, nei giorni e nelle notti del tuo essere.»

 

 

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Le voci di Signora dei filtri: Adriana Pedicini, Nadia Banaudi, Valentino Appoloni

3 Marzo 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #interviste, #eva pratesi, #vignette e illustrazioni, #adriana pedicini, #nadia banaudi, #valentino appoloni, #redazione, #blog collettivo

 

 

 

Oggi su Radioblog scopriremo 3 voci di Signora dei Filtri: Adriana Pedicini, Nadia Banaudi e Valentino Appoloni.

Questi 3 scrittori e redattori del blog converseranno dei loro libri e delle loro letture interagendo tra di loro come in un vero e proprio salotto letterario virtuale, facendoci conoscere  la loro scrittura e invitandoci a leggere i testi che più li hanno colpiti ed affascinati.
Partiremo da Omero e James Joyce, attraversando Kafka, la Grande Guerra, approdando a temi femminili, di vita quotidiana e  lambendo addirittura il thriller. 
Un'occasione preziosa per conoscere e ascoltare le voci di chi ci allieta e ci interessa con articoli e recensioni e per scoprire meglio le loro passioni e le loro personalità.
Vi auguro come sempre buon ascolto!
 
 
Per contattarci: radioblog2017@gmail.com
Illustrazioni a cura di Eva Pratesi - www.geographicnovel.com
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IL FUMETTISTA CULT SIMON HANSELMANN SPECIAL GUEST DELLA XXIII EDIZIONE DI ROMICS

2 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #vignette e illustrazioni, #eventi

 

 

 

 

 

Il fumettista cult Simon Hanselmann sarà ospite della XXIIIesima edizione di Romics (5-8 aprile 2018). Reduce dal Premio per la migliore serie all’ultimo Festival di Angoulême con Happy Fucking Birthday, l’autore australiano ha scelto Romics per incontrare il pubblico italiano.

Nato in Tasmania, Hanselmann oggi vive a Seattle negli Stati Uniti. Ha raccontato e disegnato storie a fumetti fin da bambino. Gli esordi da fumettista sono stati sulla sua pagina Tumblr “Girl Mountain”, dove ha cominciato a postare le avventure a strisce della strega Megg e dei suoi amici ottenendo un successo sempre crescente di pubblico e venendo scoperto da Fantagraphics, il re degli editori indipendenti Usa, che ha raccolto le sue storie web in diversi volumi antologici. In Italia ne sono usciti due, Megahex e Special K, pubblicati da Coconino Press-Fandango e best seller del New York Times, cui sono seguiti negli Stati Uniti Worst Behaviour One More Year.

Protagonisti delle sue storie sono Megg la strega, Mogg il gatto parlante, il loro amico Gufo e Lupo Mannaro Jones, un gruppo di personaggi perdenti, confusi, sconsiderati che lottano senza successo con la depressione, l'uso di droga, una vita sessuale complicata, la povertà, la mancanza di ambizione e le loro complesse relazioni reciproche.

Tradotto in 13 lingue e amato da critica e pubblico, l’autore è stato nominato tre volte ai Premi Ignatz e due volte agli Eisner (2017), il prestigioso riconoscimento dedicato all’americano Will Eisner, uno dei più importanti fumettisti di tutti i tempi. Il suo lavoro ha ricevuto il consenso di veri maestri della controcultura underground come Robert Crumb e Daniel Clowes. Personaggio pop dalla forte personalità, Hanselmann ama travestirsi da donna e si dice “felice nonostante qualche attacco di panico, e da sempre confuso riguardo all'identità sessuale”.

Simon Hanselmann sarà protagonista a Romics di un incontro-intervista, di un appuntamento con i lettori per le dediche sui libri e di un live painting sul wall dedicato agli artisti ospiti di Romics nelle giornate di sabato 7 e domenica 8 aprile.

 

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A volte ritornano

1 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #poesia, #storia

 

 

 

 

 

A volte ritornano…  sì, ritornano in mente le vecchie poesie che, bambina, m’inorgoglivo di sapere tanto bene a memoria. La leggenda di Teodorico, di Giosuè Carducci, è una di queste.

Teodorico, re degli Ostrogoti ai tempi dell’Impero Romano d’Oriente, fu mandato in Italia dall’Imperatore, dopo avere  sconfitti gli Eruli ed il loro re, Odoacre. Viveva nel castello di Verona.

Teodorico mise in carcere e fece uccidere il suo consigliere Severino Boezio, dopo  una lunga disputa religiosa. Ma, a sentire Carducci,  la giustizia divina non si fece attendere.

 

 

Su 'l castello di Verona

Batte il sole a mezzogiorno,

Da la Chiusa al pian rintrona

Solitario un suon di corno,

Mormorando per l'aprico

Verde il grande Adige va;

Ed il re Teodorico

Vecchio e triste al bagno sta.

Pensa il dí che a Tulna ei venne

Di Crimilde nel conspetto

E il cozzar di mille antenne

Ne la sala del banchetto,

Quando il ferro d'Ildebrando

Su la donna si calò

E dal funere nefando

Egli solo ritornò.

Guarda il sole sfolgorante

E il chiaro Adige che corre,

Guarda un falco roteante

Sovra i merli de la torre;

Guarda i monti da cui scese

La sua forte gioventú,

Ed il bel verde paese

Che da lui conquiso fu.

Il gridar d'un damigello

Risonò fuor de la chiostra:

— Sire, un cervo mai sí bello

Non si vide a l'età nostra.

Egli ha i pié d'acciaro a smalto,

Ha le corna tutte d'òr.

— Fuor de l'acque diede un salto

Il vegliardo cacciator.

— I miei cani, il mio morello,

Il mio spiedo — egli chiedea;

E il lenzuol quasi un mantello

A le membra si avvolgea.

I donzelli ivano. In tanto

Il bel cervo disparí,

E d'un tratto al re da canto

Un corsier nero nitrí.

Nero come un corbo vecchio,

E ne gli occhi avea carboni.

Era pronto l'apparecchio,

Ed il re balzò in arcioni.

Ma i suoi veltri ebber timore

E si misero a guair,

E guardarono il signore

E no 'l vollero seguir.

In quel mezzo il caval nero

Spiccò via come uno strale

E lontan d'ogni sentiero

Ora scende e ora sale:

Via e via e via e via,

Valli e monti esso varcò.

Il re scendere vorría,

Ma staccar non se ne può.

Il più vecchio ed il più fido

Lo seguía de' suoi scudieri,

E mettea d'angoscia un grido

Per gl'incogniti sentieri:

— O gentil re de gli Amali,

Ti seguii ne' tuoi be' dí,

Ti seguii tra lance e strali,

Ma non corsi mai cosí.

Teodorico di Verona,

Dove vai tanto di fretta?

Tornerem, sacra corona,

A la casa che ci aspetta? —

— Mala bestia è questa mia,

Mal cavallo mi toccò:

Sol la Vergine Maria

Sa quand'io ritornerò. —

Altre cure su nel cielo

Ha la Vergine Maria:

Sotto il grande azzurro velo

Ella i martiri covría,

Ella i martiri accoglieva

De la patria e de la fé;

E terribile scendeva

Dio su 'l capo al goto re.

Via e via su balzi e grotte

Va il cavallo al fren ribelle:

Ei s'immerge ne la notte,

Ei s'aderge in vèr' le stelle.

Ecco, il dorso d'Appennino

Fra le tenebre scompar,

E nel pallido mattino

Mugghia a basso il tosco mar.

Ecco Lipari, la reggia

Di Vulcano ardua che fuma

E tra i bòmbiti lampeggia

De l'ardor che la consuma:

Quivi giunto il caval nero

Contro il ciel forte springò

Annitrendo; e il cavaliero

Nel cratere inabissò.

Ma dal calabro confine

Che mai sorge in vetta al monte?

Non è il sole, è un bianco crine;

Non è il sole, è un'ampia fronte

Sanguinosa, in un sorriso

Di martirio e di splendor:

Di Boezio è il santo viso,

Del romano senator.

                                               G. Carducci, da Rime Nuove

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Una storia milanese (1962) di Eriprando Visconti

28 Febbraio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #personaggi da conoscere

 

 

 

Regia: Eriprando Visconti. Soggetto e Sceneggiatura: Renzo Rosso, Vittorio Sermonti, Eriprando Visconti. Fotografia: Lamberto Caimi. Montaggio: Mario Serandrei. Musiche: John Lewis. Paesi di Produzione: Italia / Francia. Casa di Produzione: 22 Dicembre di Ermanno Olmi. Durata: 80’. Genere: Sentimentale. Formato: 1.33 – Bianco e Nero – 35 mm. Interpreti: Daniéle Gaubert (Valeria), Enrico Thibault (Giampiero), Romolo Valli (padre di Giampiero), Lucilla Morlacchi (Francesca, sorella di Giampiero), Regina Bianchi (madre di Valeria), Rosanna Armani (Vicky), Anna Gael (amica di Valeria), Giancarlo Dettori (Dario), Ermanno Olmi (sig. Turchi).

 

Un libro interessante e utile come Prandino – L’altro Visconti, scritto da Corrado Colombo (aiuto regista del Visconti meno noto) e da Mario Gerosa (esperto di cinema  a tutto tondo), edito in questi giorni da Edizioni Il Foglio, mi ha convinto a riscoprire la scarna filmografia del talentuoso regista milanese. Nove lungometraggi, in fondo, quasi tutti accomunati da un unico tema: dimostrare l’incomunicabilità tra uomo e donna (sulla scia di Antonioni) e la fragilità del rapporto sentimentale (seguendo Bergman). Eriprando Visconti (1932 - 1995) viene avvicinato dalla critica più attenta a registi come Alberto Cavallone e Cesare Canevari, per tematiche affrontate e modo di sperimentarle da un punto di vista cinematografico, esibendo anche il non mostrabile, per scelta professionale e onestà intellettuale. Eriprando Visconti, detto Prandino, sin dal primo film, pur rispettando le convenzioni cinematografiche dei primi anni Sessanta, cerca di andare oltre, mettendo in primo piano il personaggio di una donna libera, indipendente, insoddisfatta, che non si accontenta del matrimonio e di un figlio, ma che vuole essere interprete della sua vita. Valeria - che ha il volto della giovanissima quanto brava Gaubert - è una donna che lascia gli uomini, che decide la fine di un rapporto, che perde la verginità, aspetta un figlio e va ad abortire in Svizzera per non essere costretta a sposarsi, è una donna che non cerca il matrimonio come scopo di vita ma vuole essere libera da condizionamenti. Bravo anche Enrico Thibault nel ruolo maschile da borghese innamorato, uomo del suo tempo che non comprende una donna così diversa da come dovrebbe essere secondo un ruolo assegnato dalla tradizione. I due attori principali sono giovani e alle prime esperienze ma vengono guidati con mano ferma da un regista che pretende molto da loro, soprattutto una recitazione teatrale ricca di dialoghi e di primi piani, molto impostata ma naturale, secondo regole che provengono dalla lezione neorealista. Una storia milanese è un film originale, girato in maniera perfetta, fotografato in un nebbioso e languido bianco e nero dal bravo Caimi, impaginato da Serandrei tra piani sequenze e primissimi piani, intensi campi e controcampi, ricco di dialoghi verbosi e complessi, sempre ben impostati. Visconti espone la sua idea di cinema e dimostra di avere le idee chiare sin dalla prima opera, anche se la gigantesca ombra dello zio peserà non poco sulla produzione futura, relegandolo ai margini del sogno. Ermanno Olmi produce e interpreta un piccolo ruolo che prevede tre lunghe sequenze insieme all’attrice principale, quasi un viatico di un grande regista a un giovane autore che descrive con sapienza la Milano del boom, le contraddizioni di una famiglia borghese, il rapporto tra padre e figlio, l’affetto complice per la sorella e la frequentazione di amici della stessa classe sociale con i quali trascorre serate sempre uguali e va a caccia in palude. Colonna sonora straordinaria di John Lewis, che comprende brani di Enzo Jannacci e di musica popolare, per una pellicola che passa dal mito americano all’esaltazione della tecnica, polemizza con la cultura classica imperante, mostra il traffico di una Milano attiva e moderna, i navigli, la campagna fredda e nebbiosa. Alcune sequenze d’amore si spingono oltre il lecito per la rigida censura del periodo storico, cosa che costa un divieto ai minori per una pellicola in ogni caso adatta a un pubblico adulto e preparato. Una storia milanese è un film coraggioso, per niente convenzionale, una piccola storia d’amore descritta con rapide pennellate, iniziata e finita per volontà di una donna che vuole essere libera e indipendente. Un film risolto, teatrale, intenso, a tratti persino poetico, sceneggiato con cura e senza sbavature, che analizza in maniera approfondita la psicologia dei personaggi. Visconti  mette sul piatto della bilancia i temi futuri della contestazione giovanile e dell’emancipazione femminile, anticipando la lotta femminista che condurrà l’Italia ad accettare la modernità, divorzio e aborto compresi. Da rivedere, consapevoli che per essere apprezzati certi film devono essere storicizzati e lo spettatore deve calarsi nella temperie culturale che li ha prodotti.

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Brava Mariarosa

26 Febbraio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Se le pubblicità degli anni sessanta e settanta andassero in onda oggi:

Calimero sarebbe un pulcino di colore
Caballero sarebbe troppo maschilista.
Gringo farebbe capo alla lobby delle armi.

Cimabue andrebbe contro la laicità dello stato.
Mira creerebbe un incidente diplomatico con l’Olanda.
Dolce cara mammina farebbe infuriare le femministe, per non parlare di Olivella sposa novella.
Il gigante sarebbe un diversamente alto e Jo Coondor una specie protetta insieme agli amici di Gioele.
E chissà le proteste dal pianeta Papalla

Ad analizzarle, queste pubblicità,  si vede che erano basate sulla dicotomia saper fare (dolce mammina, Gringo, Mariarosa, Lancillotto) non saper fare (Cimabue).

L’intento è didascalico, chi sa fare è bravo, s’impegna, merita un premio, chi non sa fare ha per fortuna qualcuno che lo salva in extremis e riporta l’ordine.

Impegno, bontà, sacrificio, dedizione, dovere, merito, fatica… parole scomparse dalla nostra cultura, valori sostituiti da altri come integrazione, inclusione, condono, recupero, multiculturalità etc…

E allora viva Mariarosa che sapeva far tutto beata lei.

 

Brava brava Mariarosa

Ogni cosa sai far tu

Qui la vita è sempre rosa

Solo quando ci sei tu

Mariarosa, facciamo una torta?  

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I rimedi di nonna Rosa: come sbiancare le unghie

24 Febbraio 2018 , Scritto da Nicole Con tag #nicole, #i rimedi di nonna rosa, #la posta del cuore

 

 

 

 

 

Alta, magra, rossa e con i riccioli, così dovete pensarmi. Sono la vostra Nicole. (A proposito, per chi fosse interessato, sono anche single).

Mi occupo da sempre di estetica e oggi vi dico che, per avere unghie belle, chiare, pulite e splendenti, nonna Rosa raccomanderebbe di metterci sopra un po' di... dentifricio!

Eh, sì, il dentifricio fa miracoli, anche per l'acne, sapete, può tranquillamente sostituire la pomata ittiolo, ma questa è un'altra storia.

A risentirci presto, con un altro de #irimedidinonnarosa

Ah... pensavo... perché non mi scrivete? Sono qui per voi, pronta a risolvere tutti i vostri problemi, anche quelli sentimentali.

Ricordate la vecchia posta del cuore sulle riviste femminili? Ecco, aspetto le vostre lettere. Chiedetemi pure rimedi, consigli, trucchi e parlatemi delle vostre pene d'amore. Risponderò a ciascuno di voi dalle pagine di questo nostro blog.

 

Scrivete a        nicole.sdf@tim.it

Un bacio da Nicole

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La conversazione

21 Febbraio 2018 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca

 

 

 

 

La conversazione verbale ha perso d'importanza a vantaggio della parola scritta.
     Una vola e l'altra resta, invece, ma una si fa "faccia a faccia", mentre l'altra si crea a distanza ed essa stessa, col suo autore, crea distanza dal suo lettore.
     Vorrei che la nostra fosse civiltà dell'immaginazione, ma non è che viltà di ogni bella immagine che cela, dietro ad ogni bella maschera, ogni vero e brutto volto!!!

          Luca Lapi

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Mezzogiorno di cuoco

18 Febbraio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Sì, sì… più riguardo questi vecchi spot pubblicitari degli anni sessanta e settanta, più capisco quanto fossero avanti rispetto a noi. Quello della Carne Montana, con Gringo, il cattivo Black Jack e la bella Dolly, era un misto fra uno spaghetti western e un rap. Molto moderno, tutto musicato e in rima, con quelle desinenze che – mannaggia – dovevano sempre far rima con Gringo.

 

S’iniziava con:

Lassù nel Montana fra mandrie e cowboy c’è sempre qualcuno di troppo fra noi

 

E si finiva sempre con:

Il sole nel cielo è una palla di fuoco

Sarà mezzogiorno, mezzogiorno di cuoco

 

Vabbè... tanta nostalgia, tempi pionieristici e, allo stesso tempo, già molto maturi, anzi d'avanguardia. Tempi che non torneranno più.

 

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