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L’Eden ritrovato, mostra personale di Carla Castaldo

23 Marzo 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #pittura, #eventi

 

 

 

 

PALAZZO VENEZIA, via Benedetto Croce n. 19 Napoli, nella suggestiva Sala delle Carrozze

L’Eden ritrovato, mostra personale di Carla Castaldo

Inaugurazione: venerdì 23 marzo 2018 ore 17.30

Intervengono: Esther Basile (filosofa- Istituto Italiano per gli Studi Filosofici) e Lucia Stefanelli Cervelli (scrittrice e saggista); videoriprese di Maria Rosaria Rubulotta (medico radiologo)

 

 

Orari di visita: tutti i giorni 10.00-13.30 e 15.30-19.00

 

Da venerdì 23 a mercoledì 28 marzo 2018 torna a Napoli Carla Castaldo che affida alle sue opere il proprio messaggio di pace, uguaglianza e condivisione, convinta del ruolo che può avere l’arte come linguaggio universale.

L’artista, che ha esposto nelle più importanti città italiane – da Venezia a Bologna, Spoleto, Roma, Milano, Palermo, Mantova, Torino, Firenze, Santa Maria Capua Vetere –, e nelle principali città di tutto il mondo – da New York a Dubai, Baden Baden, Londra, Berlino, Bruges, Parigi, Montecarlo – si è imposta all’attenzione di critici di tutta Europa, ricevendo nel 2017 tre premi internazionali: il Premio alla Carriera (Vittorio Sgarbi, direttore artistico), la Menzione Speciale della Critica (Paolo Levi, direttore artistico) e il Premio Internazionale Paolo Levi.

La mostra, dal titolo L’Eden ritrovato, riunisce un corpus di opere molto diverse per tecniche e materiali: si passa, cioè, dai dipinti a terzo fuoco su piastre di porcellana (antica tecnica di difficile esecuzione e quasi del tutto sconosciuta) ai bassorilievi in terracotta foggiata a mano, dai dipinti su legno con foglia d’oro ai bassorilievi e ai gioielli in lamina d’ottone lavorata a mano, dall’oggettistica in porcellana e in terracotta smaltata ai foulard in seta riproducenti alcune sue opere.

Carla Castaldo, definita dai critici “artista del trascendente”, conduce per mano lo spettatore in mondi senza tempo, fantastici e surreali, dove i colori luccicanti unitamente all’oro e al platino creano “immagini stranamente vivide e attraenti in un rapido susseguirsi”.

Come scrive Paolo Levi, nella monografia Le fantasmagorie simboliche di Carla Castaldo, “l’artista esprime una religiosità primigenia, per la quale ogni giorno rappresenta il Primo della Creazione e ogni lavoro, una preghiera. L’Immanenza di ogni contesto ispirativo diviene quindi, grazie al tocco magico che appartiene alle sue mani, l’espressione della Trascendenza.

Sono i suoi lavori… microcosmi, frammenti del suo universo interiore. Sono meditazioni su un tempo fuori dalla storia umana, ma dentro quello dell’anima di un’artista devota all’Alto. Ogni ricerca di Carla Castaldo non ne identifica il Volto né il Nome Benedetto, ma procede nella ri-Conoscenza…

La robustezza segnica, la stesura del colore, l’ispirazione lirica delle sue opere, ci rivelano un’artista sensibile e attenta, che nel panorama artistico italiano risulta essere un autentico talento, dallo stile altamente riconoscibile e originale”.

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MELAVERDE CON EDOARDO RASPELLI: TRA CIOCCOLATO E PASTORIZIA

22 Marzo 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #televisione



 

 

 

 

ORE 11 "LE STORIE DI MELAVERDE": dal cacao al cioccolato
 

Edoardo Raspelli questa domenica ritorna ad Orsenigo, in provincia di Como, ospite di una grande famiglia di maestri cioccolatieri che in sette decenni ha trasformato la piccola azienda, fondata nel 1946, in un polo produttivo all'avanguardia nella produzione di cioccolata Italiana straordinaria, che raggiunge con successo tutto il mondo, la ICAM. Scopriremo quindi di nuovo i segreti del cioccolato partendo dalla sua materia prima, il cacao, andando a conoscere come viene coltivato e lavorato per poi compiere un lungo viaggio che, dalle Americhe o dall'Africa, lo porta in stabilimento. Entreremo in produzione per vedere come dalla pasta di cacao, ottenuta con le prime lavorazioni, nasce il cioccolato poi trasformato nelle classiche barrette.
Faremo insieme un viaggio che ci porterà dal seme di cacao al cioccolato pronto da gustare.

ORE 11.50- MELAVERDE Prima Visione: eccellenze della Val di Fiemme

Questa settimana anche Edoardo Raspelli sarà in Val di Fiemme per raccontarvi diverse storie che uniscono le tradizioni della pastorizia, la voglia di fare di un padre e un figlio e la magia dei boschi della zona dove si celano abeti rossi dalle caratteristiche uniche, tutte storie legate alle eccellenze di questa valle. Inizieremo incontrando il gregge gestito da Nicoletta e suo marito Renato che, grazie ad un progetto provinciale, stanno cercando di recuperare una razza storica di questa zona dando nuova vita alla sua lana, che trasformano in diversi prodotti lavorati come un tempo.
Conosceremo poi Stefano e Michele, padre e figlio che insieme producono una birra 100% italiana coltivando orzo e luppoli in valle e percorreremo i sentieri che attraversano i boschi, dove forestali esperti selezionano i cosiddetti abeti di risonanza, maestose piante secolari perfette per realizzare casse armoniche per strumenti musicali.

 

Le foto sono a cura di Elena Tiraboschi

MELAVERDE CON EDOARDO RASPELLI:  TRA CIOCCOLATO E PASTORIZIA
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L'etichetta

21 Marzo 2018 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #racconto

 

 

 

 

L’inaugurazione era filata liscia. Molti consensi. Educati battimani all’entrata dell’artista. La giusta quota di selfie scattati vicino alle opere d’arte.

Si potevano già quasi tirare le somme, visto che la galleria era lì lì per chiudere. Era talmente tardi che l’autore delle opere esposte aveva già lasciato la mostra sotto braccio al curatore, diretti a passo spedito verso chissà quale party nel quale, a quell’ora – si bisbigliavano l’un l’altro per spronarsi a vicenda – addirittura già nevicava, nonostante si fosse nel mese di giugno!

Eppure un certo capannello di ritardatari ancora si soffermava intorno all’opera principale dell’intera esposizione. D’altronde erano tutti lì soprattutto per quella (oltre che per l’annunciato buffet, che godeva ogni volta di un innegabile richiamo), specie dopo avere ascoltato la splendida recensione che, dietro adeguato compenso, ne aveva fatto il più grande critico d’arte della nazione (almeno per quanto ne sapevano loro, che non ne conoscevano altri): «Con l’opera intitolata Mondo De Barecedo stavolta ha veramente superato se stesso: nella sua semplicità essa raccoglie tutto un nugolo di interpretazioni pressoché infinito» aveva infatti scritto sul catalogo e intonato per televisione Littorio Barbie, ripetendolo, se non proprio con convinzione perlomeno con un’invidiabile faccia da poker, quello stesso pomeriggio, all’apertura della mostra. Appena in tempo: un attimo prima cioè dell’ennesimo attacco ischemico che lo aveva poi costretto a fare un breve salto al più vicino ambulatorio, prima di recarsi all’altrettanto pregevole (nonché remunerativa) mostra d’artista, tenuta a una trentina di chilometri da lì.

Quello che osservavano aveva tutta l’apparenza di un carrello per le pulizie, con tanto di secchi mezzi pieni di acqua e detersivo e un paio di Mocio Vileda a pendere dalle parti. A proteggerlo un parallelepipedo in plexiglas, sul quale, più o meno a metà, spostata verso destra, c’era appiccicata un’etichetta gommosa con le lettere a rilievo che recitava: “L.De Barecedo, Mondo, 2017”.

I cultori neofiti lì intorno erano ammirati: «Che bel ready-made!» si sbilanciò il trentenne coi baffi che masticava un po’ di inglese.

«L’opera ci riporta al significato originale di mundum, ossia: pulito.» spiegava il signore di mezz’età che ancora rammentava un po’ di latino.

«Per certi versi ricorda il miglior Spoerri» commentava la madamina che si era fatta tenere le dispense d’arte dall’edicolante di fiducia.

Intanto, a breve distanza, la Gina, non vista, li osservava con fastidio, dall’alto in basso, più che per una superiorità morale grazie alla posizione conferitagli dal largo piedistallo su cui poggiava i piedi piatti, mentre finiva di lucidare, con abbondante olio di gomito, la superficie di un vasto boccione a chiusura ermetica contenente una mezza dozzina di pesci morti galleggianti in un paio di litri di acqua putrida.

«Ma quando se ne vanno questi? Che se qua non si sbrigano a chiudere la baracca mi perdo il 12 barrato e devo aspettare quello appresso...» non faceva che borbottare tra sé.

Scalpitava attendendo solo più che quella calca di tiratardi si allontanasse dai suoi attrezzi da lavoro, su cui aveva momentaneamente appoggiato la teca in plexiglas, per poi rimetterla sopra l’opera di De Barecedo che andava testé tirando a lucido.

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Federico T. De Nardi, "Betty suicide"

17 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Betty Suicide

Federico T. De Nardi

Collana Crime Line

Pubmesrl, 2017

pp 216

13,90

 

Mescola thriller, noir e spionaggio, questa spy story incentrata sulla figura stereotipata della spia russa Anastasija Kalashnikova, in arte Betty Suicide, già apparsa in un racconto della collana Segretissimo.

Bellissima e letale - corpo conturbante e viso d’angelo, occhi trasparenti come il cielo, un oscuro passato che l’ha fatta soffrire al punto giusto e trasformata nella spietata killer che è adesso - la ragazza si trova a Chicago, alle prese con un caso di spionaggio industriale mescolato a quello di un serial killer di bionde ragazze americane.

Tutto ruota intorno a un vasetto di crema che rende invisibili. Attraversiamo ventiquattro ore fra sparatorie, coltellate, fughe e travestimenti. Anastasija campeggia su tutto per bravura e implacabilità, il suo fisico esile e perfetto contrasta con la sua forza e il suo addestramento feroce. E poi c’è il desiderio che la sua bellezza stratosferica, e  quasi irreale, suscita in  tutti coloro che vengono in contatto con lei, compresi coloro che la vogliono morta.

La trama e le scene sono quelle tipiche del noir, fatte di azione, violenza, sangue e sesso, l’ambientazione americana, fra Chicago e San Francisco, è credibile. La scrittura è molto buona, anche se risente di  tutti i cliché del genere, e se la commistione di thriller e spionaggio non sembra completamente riuscita.   

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Chiudi il gas e vieni via

16 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Macho, romantico ma sbrigativo, oggi sarebbe considerato maschilista, il bianco pupazzo a forma di cono dei mitici caroselli del caffè Paulista della Lavazza, anni sessanta e settanta. Una storia surreale, d’avanguardia com’erano tutti gli spot di quei tempi, un’ambientazione western e pistolera, come già nello spot della carne Montana.

Frutto della creatività di Armando Testa, i due pupazzi senza braccia né gambe, essenziali e moderni nella loro immagine stilizzata, erano Caballero e Carmencita. Lui è innamorato perso di lei e la cerca ovunque. Un terzo incomodo s’inserisce ma, alla fine, l’amore trionfa.

 

Bambina sei già mia, chiudi il gas e vieni via.

 

 

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LA MORTE DI IVAN IL’IC - LEV NIKOLAEVIC TOLSTOJ

14 Marzo 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #recensioni, #audioletture

 

 

 

 

Lo sappiamo sin dall’inizio: Ivan Il’ic morirà. Lo sappiamo perché il libro si apre parlando della sua morte appena avvenuta e del girotondo di colleghi, parenti più o meno emotivamente coinvolti nel triste evento. Lo sappiamo perché il libro di Tolstoj di cui vi sto parlando si intitola La morte di Ivan Il’ic e la cosa certa è appunto il funesto destino del protagonista. Un destino che accomuna tutto il genere umano, la morte colpisce tutti e nessuno vi si può sottrarre, ma stavolta è il suo turno, è il turno di Ivan Il’ic.

Lo conosciamo con un breve racconto delle sue vicende esistenziali e lo vediamo uomo in carriera dedicarsi al proprio lavoro, ma anche alla costruzione del suo nucleo familiare. Lo scenario è San Pietroburgo, siamo a fine Ottocento e vediamo il nostro personaggio muoversi con sapienza e sicurezza negli uffici del Tribunale. È un uomo “inserito”nella vita e nella società, sa quel che vuole e come ottenerlo: carriera, famiglia, casa. Pian piano però nella sua esistenza si insinua qualcosa, un tarlo, il germe del male che ben presto si identifica come LA MALATTIA FISICA di Ivan Il’ic che giorno dopo giorno lo consuma, fino a trasformarlo nell’ombra dell’uomo che è stato e che ad un certo punto si capisce non sarà più, conducendolo senza pietà verso quel viaggio di sola andata che è la morte.

A questo punto viene da dirsi che in questa storia non c’è niente di originale o di diverso dalla storia che accomuna tutto il genere umano: nascita, vita, morte. Non ci sono storie di amori impossibili, tradimenti, misteri, vite rocambolesche o morti violente ma una vita normale e una morte anch’essa comune alla maggior parte degli esseri umani. Addentrandoci nella lettura ci accorgiamo però che Tolstoj ci fa vivere il deperimento fisico e spirituale di Ivan Il’ic come se lui stesso l’avesse vissuto, come se lo scrittore stesso fosse morto e poi tornato a raccontarcelo. Pagina dopo pagina ci fa vivere con intensità il tormento atroce di un uomo che comprende sempre più chiaramente l’ineluttabilità del proprio destino e ce lo racconta con una lucidità e una precisione che può usare forse solo chi ha attraversato in prima persona un travaglio del genere. Entra nei meandri della mente di un moribondo come in un flusso di coscienza, svelandocene le contraddizioni, i tormenti, le speranze di guarigione che si affievoliscono, il rapporto controverso con gli altri, i “sani”, coloro che stanno dalla parte della vita e che perlopiù non comprendono di cosa lui possa avere bisogno. Minimizzano, fanno finta di niente, pensando probabilmente di alleggerire il peso della malattia mentre invece Ivan Il’ic ha bisogno di onestà e compassione. Non sopporta di vedere gli altri che recitano questo “teatrino” pietoso, mentre lui ben sa dentro di sé che i giorni che lo aspettano sono pochi. Solo il giovane Gherassim lo capisce “Volontà di Dio. Tutti andremo là”​, facendogli intendere di aver compreso la sua situazione e di non voler fingere che sia tutto a posto. Questa sincerità di sentimenti, accompagnata dalle cure che il giovane presta ad Ivan Il’ic, fanno sì che la compagnia di questo sconosciuto sia per lui preferibile a quella dei familiari e degli amici.

Seguiamo il nostro personaggio fino alla fine, fino all’esalazione dell’ultimo respiro, fino alla follia finale preceduta dalla domanda “La mia vita è stata come doveva essere?​” e mentre si fa strada l’incerta risposta la follia finale travolge Ivan Il’ic con la morte che lo risucchia tra le sue braccia impietose e la crescente, dura, consapevolezza di quanto sta succedendo. “Gli accadeva quel che accade quando si va in ferrovia, che si crede di andare avanti e si va indietro e a un tratto si capisce qual è la vera direzione”.

Ciò che colpisce è che nonostante la drammaticità dei temi affrontati con grande introspezione dell’animo umano, il racconto scorre quasi lieve, senza troppa pateticità. Certo, Tolstoj ci fa immedesimare, compiangiamo questo povero Cristo nella sua parabola dalla vita alla morte ma vi è anche a tratti una quieta rassegnazione, una dignità e un’accettazione del destino e di come sono andate le cose, sebbene in ultima analisi tutti si cerchi di tenerci aggrappati alla vita con tutti i mezzi.

Grazie al sito “Ad alta Voce” di Radio Tre ho riscoperto, anzi, nel mio caso ho scoperto per la prima volta, questo racconto letto dalla voce del bravissimo Elia Shilton che ci narra l’epopea della vita e della morte di un uomo normale.

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A GRANDE VOCE DELLE SIGLE ITALIANE PIU’ AMATE DEI CARTONI ANIMATI CRISTINA D’AVENA SPECIAL GUEST DELLA XXIII EDIZIONE DI ROMICS

13 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #televisione, #musica, #vignette e illustrazioni, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

 

 

La XXIII edizione di Romics vedrà tra i suoi protagonisti Cristina D'Avena, l’amatissima interprete delle sigle di cartoni animati che sono state colonna sonora per generazioni di bambini e ragazzi. La cantante si esibirà a Romics ripercorrendo i suoi successi più famosi. L’evento assume un valore speciale in occasione della presenza a Romics di Tsukasa Hojo, l’autore della celebre serie Occhi di gatto di cui Cristina ha interpretato la sigla italiana.

Nata a Bologna, Cristina esordisce all'età di 3 anni cantando Il valzer del moscerino che si aggiudica il terzo posto alla decima edizione dello Zecchino d'Oro. La sua carriera di cantante inizia quando, ancora adolescente, viene segnalata ad Alessandra Valeri Manera, responsabile della tv dei ragazzi della neonata Canale 5. Dopo essere stata sottoposta ad un provino discografico, Cristina firma un contratto di esclusiva e diviene così l'interprete della canzone Bambino Pinocchio. Da allora non ha mai smesso di incidere e, grazie alla quantità di sigle da lei registrate, è l'unico personaggio dello spettacolo la cui voce è presente sulla tv italiana ininterrottamente dai primi anni '80 almeno una volta al giorno, 7 giorni su 7, 365 giorni l'anno. Nel 1986 raggiunge una nuova popolarità interpretando il ruolo di Licia nella serie di telefilm per ragazzi "Love me Licia”, basata sul cartone animato giapponese Kiss me Licia. È così che quella che fino a quel momento era una voce amatissima dal pubblico diventa un volto famoso della tv.

Nel corso della sua lunga carriera Cristina D’Avena ha tenuto numerosi concerti, che hanno sempre ottenuto un enorme successo di pubblico. A seguirla non sono solo i bambini, amanti dei cartoni animati, ma anche gli adulti affollano da sempre le sue esibizioni live. Nel nuovo millennio la cantante ha continuato e continua a tenere concerti in tutta Italia, sia da sola che accompagnata dal gruppo dei Gem Boy.

All'attività musicale e discografica si aggiunge l'attività di conduttrice e co-conduttrice televisiva (nonché radiofonica) e nel 1998 debutta anche al cinema interpretando se stessa in una scena del film Cucciolo di Neri Parenti accanto a Massimo Boldi.

Nel 2012 D’Avena festeggia 30 anni di carriera. Le celebrazioni di questo importante traguardo si materializzano anche a livello discografico con la nascita di un grande intitolato 30 e poi..., composto da CD che raccolgono sigle originali dei cartoni animati più famosi degli anni '80, '90 e 2000; sigle inedite, una reinterpretazione del classico natalizio O Holy Night, un megamix dei suoi storici successi anni '80, una cover del brano L'anno che verrà di Lucio Dalla, un DVD, e un Libro Fotografico. Nell'estate 2014 nasce la sua personale etichetta discografica, la Crioma Music.

Nel 2016 partecipa in qualità di super ospite al 66° Festival di Sanremo; nel 2017 esce Duets, una raccolta di alcune delle più celebri sigle di cartoni animati reinterpretate da Cristina D’Avena insieme ad alcuni dei più importanti cantanti italiani tra cui Ermal Meta, Noemi, Giusy Ferreri e Loredana Bertè insieme alla quale interpreta il singolo di lancio e ormai sigla cult Occhi di gatto.

Cristina D’Avena sarà presente domenica 8 aprile alle ore 16.00 sul palco del Pala Romics Sala Grandi Eventi e Proiezioni.

 

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Francesco Biamonti, "Vento largo"

10 Marzo 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

Vento Largo

Francesco Biamonti

Einaudi, 1991

 

Vento largo è un libro dello scrittore ligure Francesco Biamonti, edito da Einaudi. È un romanzo delicato, a tratti aspro, con un fondo di malinconia irriducibile. I personaggi sono prigionieri di un mondo duro, stretto da una geografia spietata tra mare e rocce dove l'agricoltura rende sempre meno e i paesini tra Liguria e Francia si spopolano. L'attività che porta qualche reddito è quella del passeur che aiuta i clandestini a raggiungere la Francia passando per i sentieri più impervi. Il protagonista Varì compie questo lavoro, iniziato per amore di una donna, Sabèl, misteriosamente scomparsa senza che ne siano note le cause. Varì la cerca come un innamorato adolescente e intanto la sua vita, come quella degli altri della zona, perde senso e forza; le borgate emanano tristi silenzi, la sera si vaga alla ricerca di svaghi passeggeri che non guariscono le ferite del vivere, mentre il vento schiaffeggia le vecchie case con gli orti abbandonati. Non ci sono luci a riscaldare le giornate; qualcuno parte per il mare cercando una fuga da una vita modesta. Tentativi sfortunati, spesso.

Anche Varì pensa a una evasione o a una fuga. Ma alla fine resta, girando inconcludentemente durante il giorno e di notte facendo il passeur in situazioni sempre più pericolose. Non sempre è facile interpretare i dialoghi minimi tra i laconici personaggi, affamati di vita vera, ma troppo deboli per riuscire a cambiare la loro esistenza. Su tutto domina il paesaggio, inospitale e cupo; forse un tempo c’era una consonanza tra uomini e terra, ma la modernità l’ha indebolita. Varì non ama il suo lavoro. Non ama nemmeno la sua terra, ora che è solo. Eppure non cambia nulla del suo vivere. È uno sconfitto, come la terra improduttiva che la gente non ha più voglia di coltivare. L'unica ragione per restare sta forse nel fascino del paesaggio ligure, selvatico, disarmonico, fonte di sfide, mai domato dall'uomo che con le terrazze ha cercato di sottometterlo.

Si percepisce in particolare che un tempo le cose erano diverse; c'era una moralità anche nell'attività illegale; ora si è rotto qualcosa per sempre, prevale il lucro puro e semplice, le persone sono avide e la violenza può esplodere. Una volta i passeur aiutavano alcune persone in difficoltà a fuggire; ora l'attività è cambiata, è nato un grosso traffico di uomini, c’è più pericolo. Rimane l’eco di questa moralità perduta ad ancorare le persone a luoghi che offrono sempre meno presente.

La scrittura esprime una poesia indimenticabile in cui ogni strada, ogni sentiero, ogni roccia davanti al mare si colora di toni lirici delicati. Il paesaggio parla più degli uomini. È un mondo al tramonto, triste e splendido allo stesso tempo.

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La spada nella roccia

9 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #miti e leggende, #storia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

La vera spada nella roccia non è in Bretagna ma in Toscana, presso la Rotonda di Montesiepi, vicina a una fantastica basilica cistercense di cui rimangono le rovine a cielo aperto. Spettacolo suggestivo sia la chiesa, col suo tetto di stelle e il suo pavimento di prato, sia la spada conficcata nella roccia, a mo’ di croce da adorare, presso Chiusdino.

Galgano Guidotti da Chiusdino (1148-1181), dopo una vita scapestrata, si fece prima cavaliere, a seguito di una visione di San Michele, e poi eremita. Fu lui a conficcare la spada nel terreno in segno di rinuncia. Del suo mito si appropriarono i cistercensi che eressero la basilica adiacente al luogo in cui riposa la spada. La figura di Galgano è collegata a quella di un altro eremita, Guglielmo, padre, fra l’altro, di Eleonora d’Aquitania, che pare fosse un trovatore esperto di materia arturiana. Accanto alla spada è stata rinvenuta agli inizi del secolo una scatola contenente ossa, con sopra scritto “ossa di San Galgano”.

Galgano viveva nei boschi, usava il mantello come saio, si nutriva di erbe selvatiche. La sua figura ha molti punti di contatto sia con San Francesco sia con re Artù. Il nome Galgano ricorda sir Gawain e la sua mitica e mistica cerca del Graal.

La spada, almeno fino al 1924, era semplicemente conficcata nella roccia. Poteva dunque essere facilmente estratta. Don Ciompi, il parroco dell’epoca, decise tuttavia di bloccarne la lama versando nel piombo fuso nella fessura. Negli anni settanta e novanta alcuni balordi danneggiarono la preziosa arma credendosi novelli re Artù, per cui adesso è protetta da una teca di plexiglass.

Gli atti del processo di beatificazione di Galgano risalgono al 1185, cinque anni prima che Chrétien de Troyes scrivesse il suo Perceval, dando origine ai miti della cosiddetta "materia di Bretagna". In ogni caso,  la spada di San Galgano non è l’unica arma medioevale conficcata nella roccia in Europa. Ne esiste una molto simile anche a Rocamadour, nel Perigord, altro posto da fiaba, meraviglioso paesino arroccato, dove si sale tramite ascensore nella roccia.

Le analisi chimiche dicono che la spada di Montesiepi è tutta di ferro purissimo e risale effettivamente al dodicesimo secolo. Il resto rimane sospeso fra storia e leggenda.

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Eh, che maniere

6 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

Calimero pulcino nero. No, per carità… scuro… no, anzi, di colore… cioè, diversamente bianco.

Calimero, strano come il brutto anatroccolo, tenerissimo con quel suo guscio frastagliato a mo di cappellino, compare per la prima volta nella pubblicità della Mira Lanza nel 1963. In realtà si scoprirà che non è nero né diverso ma solo sporco.   

Eh, che maniere! Qui tutti ce l'hanno con me perché io sono piccolo e nero... è un'ingiustizia però.

Bei tempi in cui si poteva ancora dire pane al pane e non si era buonisti bensì buoni. Ci sono già in nuce tanti temi nello spot, come il pregiudizio, l’apparenza in contrasto con la sostanza. Il nome del pulcino deriva dalla basilica di San Calimero. 

Quanta solitudine nel primo episodio, dove il pulcino caduto nella fuliggine cerca la sua mamma e viene rifiutato perché nero. Resterà sempre sfortunato, piccolo, coraggioso e solo.

Ava come lava, e come profuma!

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