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Asfalto

15 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto, #il mondo intorno a noi

 

                        

                                                         

 

Patrizia abitava in una delle periferie più degradate della città. Un casermone di sei piani dove gli inquilini erano tutti degli emarginati dalla società. Un insieme di umanità che sopravviveva alle insidie della vita di tutti i giorni trovando il modo di tirare avanti, anche ai margini della legge. Al secondo piano c’era una famiglia di emigrati dal sud che dovevano trovarsi già al nord, ma per una serie di circostanze sfavorevoli si era  dovuta fermare ed ora erano inchiodati in quella specie di torre di dannati aspettando il giorno di una improbabile partenza. Una vita precaria sperando in un cambiamento che tardava ad arrivare. Il primo piano era stato occupato da due donne anziane; rimaste sole senza l’apporto delle famiglie, si erano unite per dividere la loro solitudine, per quanto la vita fosse difficile in quei posti, nessuno faceva mancare un aiuto alle due sventurate vecchiette. L’ultimo piano invece era dominio assoluto di un gruppo di sbandati di varie nazioni, un marocchino, due senegalesi, un eritreo e quattro rumeni. Pur avendo lingue e usanze differenti, la necessità di avere un tetto sopra la testa aveva costretto tutti a una sorta di armistizio e, nelle loro diversità, il sodalizio razziale funzionava. Patrizia era quella che abitava con i genitori al terzo piano, un piccolo appartamento di due camere con cucina e servizio. Il padre era un tuttofare che sbarcava il lunario andando a cercare lavori che nessuno voleva accollarsi. Un brav’uomo, prigioniero di un destino che lo aveva visto soccombere quando gli era stata diagnosticata una malattia che lo aveva reso inabile per la società per la quale lavorava. La madre, isterica e complessata, si arrangiava con lavori di sartoria. La maggior parte dei suoi clienti erano gli stessi inquilini e quelli dei caseggiati limitrofi, che ricorrevano a lei per rivoltare abiti, aggiustare e salvare il salvabile. Si era assunta il compito di fare le pulizie nell’immobile, impresa ardua perché non c’era lavoro che potesse togliere le tracce della miseria e dello squallore dai muri incrostati. Le case popolari non brillavano certo per pulizia e la manutenzione era una chimera che tutti inseguivano e nessuno riusciva ad afferrare. Patrizia aveva cercato di andare a scuola, ma, arrivata alla licenza media, si era dovuta arrendere, non era stato possibile andare avanti, ora vagava fra il divano, il letto e un telefonino rimediato chissà come. Di sera usciva con quelle sue improbabili minigonne che la madre riusciva a cucirle, le t-shirt le comprava al mercatino dei neri a un euro l’una. Era ormai maggiorenne e poteva andare in locali che le davano l’illusione di vivere una vita normale. Molte volte era stata vista in compagnia dei ragazzi dell’ultimo piano andare in locali di infima classe e, giorno dopo giorno, la sua vita continuava come in una nebbia, in un sogno confuso fra illusione e realtà. Non aveva un presente degno di essere vissuto né poteva sperare in un futuro diverso. Era una ragazzotta in carne, non bellissima ma graziosa, gioviale, esuberante e sempre pronta a buttarla in caciara. Un fisico prorompente a volte volgare, ma che attirava le fantasie maschili come un fiore attira le api. Una sera fu invitata a salire con i ragazzi di colore su all’ultimo piano per stare un po’ insieme. Un bicchierino, una fumatina, uno scherzo e una mano che s’insinua fra le cosce, un rilassamento ed ecco che su di lei ombre nere si alternano, prima una sottile, evanescente, poi una massiccia e dolorosa, poi un’altra, un’altra ancora, ancora una. Il dolore prevale e il risveglio, crudo, bestiale. Un giro con lo sguardo intorno, corpi nudi, vede nero, tutto nero, la vista è ancora incerta, ma nella nebbia della sua mente una fievole luce, quella di una finestra che dà sulla strada, un pensiero veloce, un balzo, il rumore di vetri infranti e il fresco della notte che s’impossessa di lei, leggera, le sembra di volare, ebbrezza di un breve attimo poi una visione, qualcosa che conosce bene, l’asfalto. Quell’asfalto screpolato e sudicio che, da quando è nata, lei ha calpestato davanti casa sua. Lui è lì che aspetta nella sua immobilità fra rifiuti, crepe come ferite e liquidi, come quelli color rosso sangue che, escono dal suo corpo disteso sull’asfalto che, avidamente, ne assorbe la vita.

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Il pianeta Papalla

14 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

 

Prima degli odiosi Barbapapà e dei loro barbatrucchi, c’erano gli abitanti del pianeta Papalla. Li ricordate? Semplici nel disegno, avanti anni luce a quello che propongono adesso gli spot, che sono ormai pura noia a velocità supersonica.

I tondi Papalla pubblicizzavano gli elettrodomestici Philco. In quegli anni avere una lavatrice in casa significava, non solo aver raggiunto un auspicabile benessere economico, ma anche camminare verso la modernità, l’igiene, lo sviluppo.

Eh, sì, questo mio ritorno al passato somiglia a uno sguardo sul futuro che abbiamo perso: un futuro pulito, intelligente, progressivo, nel senso delle “magnifiche sorti e progressive”. Negli anni sessanta il futuro era roseo, civile, invitante. Che cosa rimane di tutte quelle speranze? Rimangono giovani che, commentando in rete lo spot dei Papalla, lo definiscono “orribile”. Perché è orribile il mondo in cui viviamo, dove la speranza è un lusso, dove i bambini non hanno più desideri e sono annoiati, tristi e demotivati, dove le persone vengono fatte a pezzi da gente senza anima e senza stomaco. È orribile lo sguardo di questi millennals che non conoscono la poesia dei ricordi, le  emozioni profonde, i valori e la tensione morale.

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Un nuovo colloquio e Il tempo felice

13 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #poesia

 

 

 

 

UN NUOVO COLLOQUIO

 

Per non essere seppellito

Dalle suadenti parole

Di gracchianti mostri colorati

In questo mare di vacue immagini

E suoni ossessionanti

Io naufrago senza isole

Rievoco i tormentati anni

Dell’utopia sessantottina

Per dare un senso

Al tempo della mia vita

Quando il pensiero era una musica

E le parole un coro.

Per risvegliare nel cuore

Imborghesito dalla monotonia

Un nuovo colloquio

con quanto ancora c’è di buono

di concreto e di vivo

al di là del buio colpevole

dei nostri occhi silenziosi.

 

 

 

IL  TEMPO FELICE

 

I poeti che hanno vissuto il sessantotto

il sessantanove

E tutti gli altri anni

Che si sono succeduti tutti uguali

Tutti inutili, inconcludenti e deludenti;

i poeti di quella generazione

che hanno sopportato anni di piombo

terrificanti e troppo pesanti

per le loro grandi e fragili idee;

questi uomini dal libero pensiero

nonostante abbiano dovuto indossare

nuovi abiti di perbenismo

sono rimasti ancora insieme

a ricordare, a dialogare, a dissertare

sul bello e sul brutto

di un tempo ormai lontano

dove nascevano sogni e utopie

fra le massime di Mao

e le canzoni di Bob Dylan.

Questi uomini

Non possono dimenticare la fiamma

Che bruciava nei loro cuori

I carri armati di Praga

Il primo uomo sulla Luna

Ma soprattutto non vogliono

Rinunciare alla nostalgia

Del loro tempo felice

Assurto agli onori della storia.

 

 

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Walter Fest, "Fiori"

12 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #walter fest, #pittura

 

 

 

 

Fiori

Walter Fest

Libro animato

 

Se quello che ho fra le mani fosse un libro, scriverei una recensione. Ma quello che ho fra le mani non è un libro, è qualcosa di più e qualcosa di meno, è un pezzo unico. L’autore, Walter Fest, lo definisce “libro animato”, io lo considero un dono prezioso ricevuto da un amico. Di questo libro esiste un solo esemplare, ché Walter ne produce uno alla volta; è scritto, illustrato, dipinto e rilegato a mano, è un insieme di creatività agglomerata nello stesso manufatto. Libro come oggetto, dunque, come opera artistica non solo fatta di parole scritte.

Il contenuto è solo uno dei tanti aspetti, ed è costituito da dieci brevi racconti che hanno come argomento i fiori: di campo, di città, di Natale etc. In realtà sono pretesti per parlare di amore per la vita, di solidarietà, di bisogni, di natura, di bellezza. I personaggi sono gente comune, figure popolari che s’incontrano per strada, su una panchina, al mercato.  La lingua in cui si esprimono è il romanesco, e in questo l’autore dà il meglio di sé, rispetto ai testi in lingua nazionale.

Il libro è “animato” perché, come dice l’autore stesso, c’è dentro l’anima di chi l’ha scritto e perché presuppone un’interazione col lettore, che ha a disposizione spazi lasciati in bianco apposta per lui, dove annotare le proprie riflessioni e impressioni.

Un piacere tattile, visivo, che nasce dai colori della copertina, dai disegni, dai collage, dal fruscio della carta, dall’inchiostro della penna, dai segnalibri allegati. Insomma, più che una raccolta di racconti  sui fiori, una vera e propria esperienza sensoriale a tutto tondo.

 

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L'ultima lettera

11 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                            

 

 

 

Ciao, ragazzo mio

 

Lo so tu e la mamma state attraversando un momento di sbandamento e di difficoltà, in questo periodo di annientamento della ragione. La mia assenza si sta prolungando oltre il previsto e di questo sono dispiaciuto, non sai quanto vorrei tornare presto da voi per affrontare insieme questo destino avverso. Mi chiedo se siete rimasti nella casa in città o siete andati dai nonni in campagna, io vi avrei portato là, almeno da quelle parti c’è una calma relativa ed è più facile sopravvivere. Ti ricordi, figliolo, quando ci andavamo la domenica? La nonna ci preparava sempre la pasta  fresca e le verdure dell’orto riempivano gli occhi e la pancia. Immagino che, a parte qualche ristrettezza, non deve essere cambiato molto a casa loro, in città, immagino, invece, i problemi sono enormi. Dove mi trovo io, non è poi tanto male, siamo in tanti, forse troppi, ammassati nello stesso spazio, l’igiene è scarsa, non possiamo lavarci molto, ma nonostante tutto non soffriamo di malattie, credo che sia proprio lo sporco che ci protegge, abbiamo tutti una patina di sudiciume addosso che ci preserva da tante malattie, se si muore non è per questo motivo. L’abbigliamento è uguale per tutti; un bel pigiama a righe che era stretto quando  lo hanno distribuito, ma che adesso va largo a tutti. Non parliamo di me, io tiro avanti sorretto dalla speranza di rivedervi. Le notizie qui sono scarse e non sappiamo gli sviluppi degli eventi. Ti ho lasciato solo un anno fa, mi ricordo che eri un ragazzino vivace, sveglio e capace di capire al volo gli eventi nefasti che stavano per investirci. Ora dovresti essere cresciuto e non solo in età, ma anche più maturo, nella mente e nel comportamento. La vita ti ha costretto a crescere troppo in fretta, adesso sei tu il responsabile della famiglia in mia assenza, bada a tua madre, so che lei è forte, ma è sempre una donna e, alla lunga, potrebbe cedere, tocca a te sorreggerla e rincuorarla, che non si dia pena per me, io tengo duro, non sono solo, con me ci sono molti amici, ho trovato anche dei paesani, siamo uniti e, come sai, l’unione fa la forza. Ben presto tutto questo finirà, dovrà pur avere una fine.  Allora ci rivedremo, sono sicuro che al mio ritorno non troverò più un bambino ma un uomo, e sarò fiero di te.

Devi dire alla mamma che qui il cibo non è abbondante, ma è sufficiente per tenerci in forze. C'impegnano in lavori di scavo. Lei sa che a questa attività sono abituato, ho sempre fatto questo nella mia vita da contadino, ho scavato buche per alberi, ho zappato per togliere le pietre che impedivano la coltivazione, ho scavato per creare canali d’irrigazione e ho scavato fosse per seppellire i miei cari, adesso scavare buche nei cortili non mi dà nessun problema. Quello che manca è un po' di libertà in più, ma del resto non si può chiedere troppo, sai che  i militari sono obbligati ad obbedire agli ordini dei superiori ed io sono sempre stato uno ligio al proprio dovere. Noi povera gente siamo nati per obbedire, poco importa chi comanda, per noi non cambia nulla.

Figlio mio, la lontananza è l’unica cosa che mi fa star male, passi la mancanza di libertà, il cibo, il filo spinato, la rete metallica che circonda il campo e tutto il resto, quello che mi addolora maggiormente è sapervi lontani e in balia d'eventi più grossi di voi. Non possiamo ricevere posta, altrimenti avrei voluto sapere di voi, tutti i giorni, avrei ricevuto nuova forza dalle vostre parole, per andare avanti.  Niente e nessuno avrebbe fermato la volontà di sopravvivere a tutto questo. Questi che ci tengono qui, in questo recinto come polli in un pollaio, sanno cosa fa male all’uomo, non la fatica, non le sevizie, non la paura, ma la mancanza di notizie dei propri cari. Questa privazione influisce sullo stato d’animo, così hanno buon gioco sulla volontà, l’uomo è capace di resistere a tutte le angherie possibili, ma non alla lontananza degli affetti familiari. Io cerco di rimanere sereno, affidando alla carta i miei pensieri, anche se penso che questi non arriveranno mai nelle tue mani. Vorrei essere capace di collegarmi con te telepaticamente, per farti sapere di me e per conoscere le vostre pene. 

Nei quartieri, dove siamo alloggiati, le persone vanno e vengono, c’è un continuo alternarsi di uomini, vengono ogni giorno dei nuovi e vanno via dei vecchi, non si riesce a fare amicizia per più di due tre giorni che già vanno via. Per non creare disagio a chi va fuori, prima di farli uscire li portano a lavare, perché la puzza che abbiamo addosso si sente anche da lontano. Li vedo, quando si avviano verso le docce, una costruzione robusta di mattoni, un vero lusso in questa fetta di terra deserta dove, a occhio, l’orizzonte non offre che cielo e una lunga distesa d'erba. Dopo le docce non tornano certo indietro per sporcarsi di nuovo,  penso li facciano uscire dall’altra parte, perché quelli che entrano non si vedono più. Sono davvero fortunati quelli destinati alle docce che rispondono all’appello la mattina. Io non sono stato chiamato ancora, chissà, quando sarà il mio turno, spero presto anche perché la puzza mi si è attaccata addosso e comincia a darmi molto fastidio.

Caro ragazzo, se mai un giorno dovessi leggere questa lettera, ricorda che solo l’amore per te e per la mamma mi ha tenuto in vita, non sono un eroe che non ha paura di nulla, sono soltanto un uomo che si è trovato, suo malgrado, invischiato in qualcosa e che anche adesso, dopo anni, ancora non ha capito nulla. Sono un uomo che è stato strappato all’amore della sua donna e all’affetto del figlio, in nome di un’assurda concezione di potere da esercitare su interi popoli. Sono sicuro che, quando tutto sarà finito, si ritornerà a come stavamo prima, come se niente fosse accaduto. Si ricorderanno i giorni tristi che stiamo vivendo e le vittime di questa follia, e allora dovranno essere gli stessi popoli, a unirsi e promettere reciprocamente di non ricadere nello stesso errore.  

Abbi cura di te figlio mio e non lasciarti prendere da pensieri di vendetta o di rivalsa, lascia andare chi grida e incita a prese di posizione. Come sempre succede, l’acqua del fiume scorrerà eterna, anche quando incontrerà ostacoli sul suo cammino, troverà sempre il modo di passare e continuare la sua corsa verso la libertà del mare infinito. Addio e possa, chi ha il potere di farlo, benedire il tuo cammino e salvaguardare la tua vita. Tuo padre  Francesco che ti ama tanto.

 

Dachau 22 Aprile  1943 

    

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Michela Marchetti, "Le parole vestono l silenzi"

10 Maggio 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #le recensioni pazze di walter fest, #le interviste pazze di walter fest


 

 

 

 

Amici lettori della signora senza filtri, bentornati al nostro appuntamento con l'arte, oggi saremo in diretta per voi in una trasferta stellare, nientepopodimenoche... dal pianeta Marte, beh, avete capito bene, non stupitevi, in questo momento mi trovo sul pianeta rosso in attesa che arrivi l'artista Michela Marchetti, in duplice veste di fotografa e autrice del libro Le parole vestono i silenzi. Vi state chiedendo come faccio ad essere qui nella galassia? Sono arrivato con il teletrasporto, che non è lo stesso di Star Trek, ma un semplice telecomando, sul quale basta pigiare il tastino predisposto e sarete teletrasportati ovunque, mi raccomando non fate confusione con i pulsantini perché, per errore, potreste ritrovarvi in qualche talk show nostrano. Potete tranquillizzarvi anche voi, in un prossimo futuro avrete queste opportunità, intendo dire che anche voi potrete catapultarvi nel pieno di un talk show, urlare arrabbiandovi, sfogando la vostra natura animalesca verso ospiti e conduttori. Io vi consiglio di lasciar perdere e magari di appassionarvi a tutto ciò che è culturale. Ma eccola, la vedo, sta arrivando, signore e signori del blog senza filtri, Michela Marchetti è qui per noi sul pianeta Marte.
 

- Ciao, Michela.
 

- Ciao, Walter.
 

- Non mi chiedere perché ti ho invitato sul pianeta rosso.
 

- Già, perché siamo qui?
 

- Ahahahah, siamo privilegiati sai in quanti vorrebbero essere qui?
 

- Ma intorno a noi non si vede nulla.
 

- Eppure stanno spendendo un sacco di soldi per le missioni spaziali.
 

- Eh, già, quando basterebbe un semplice telecomando usato... Michela, veniamo a noi, sei l'autrice di questo libro e la fotografia in copertina è opera tua; inizio a farti i complimenti per la foto in B/N, dove una affascinante ragazza, con in testa un copricapo calato sugli occhi, sta con l'indice puntato sul naso come a dire "Shhhh, silenzio facciamo parlare le parole stampate sulle pagine del libro". Un'immagine molto fashion, esaltata dal monocolore.
 

- Sì, ti confesso che per me è stata una grande soddisfazione pubblicare questo libro con la Arduino Sacco editore.
 

- Vuoi parlarci del tuo libro?
 

- Oh, sì certo, chiunque lo leggerà si troverà in viaggio in un mondo di emozioni fra storie narrate con naturalezza, senza fronzoli, senza sotterfugi, senza scorciatoie dialettiche. Volevo avere il piacere di prendere per mano il lettore e farlo sentire bambino insieme a me, il modo migliore per affrontare le vicende umane, fra prosa e poesia, proprio quella poesia, quel sentimento che manca sempre di più intorno a noi. I freddi silenzi alimentano malinconie e rimpianti, incomprensioni e conflitti, e tutti noi dovremmo lasciare libertà alla parola di esprimersi attraverso i nostri cuori, la rivincita della passione naturale sull'indifferenza. La vita è fatta per essere amata e ci ricambia con la poesia che ci circonda ogni giorno della nostra esistenza, venendo purtroppo da noi egoisticamente ignorata.
 

- Michela, complimenti: il tuo libro sicuramente scioglie le anime, i lettori non si annoieranno, avrai senz'altro successo.
 

- Ti ringrazio, vorrei tanto che chi legge le mie parole si emozionasse e aprisse una finestra di dialogo con me, ritengo molto importante il contatto umano, il guardarsi negli occhi, il parlare, il condividere esperienze e quotidianità, anche con la sola immaginazione poter sentire l'autore una persona della quale fidarsi.
 

- Intendi lettori come fossero amici.
 

- Sì, mi piace avere con il lettore un rapporto di amicizia, come il poter prendere insieme un caffè o un tè e parlare di storie.
 

- Sì, questa è una buona idea, ti andrebbe di continuare a parlare di fronte a un gelato marziano?
 

- Oh sìììì... ma qua mi sa che non troveremo neanche un bicchiere d'acqua.
 

- Beh, sì, forse fra un millennio... dai, torniamo sulla terra, sarà ma a me sto Marte non piace per niente.
 

- Walter, hai ragione, non si vede neanche l'ombra di un fiorellino.
 

-Dai, schiaccia il pulsantino.
 

Amici lettori, noi andiamo a prenderci un bel gelatone espresso, la prossima volta vedremo Marte in cartolina. Io e Michela Marchetti vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo artista, sempre qui sulla signora senza filtri, il blog che non vi lascia mai soli nell'universo.

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Risveglio

9 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

                                           

 

 

 

Sono nervoso e infuriato a causa di una lettera anonima che mi hanno recapitato a mano. L’ho trovata questa mattina sulla mia scrivania in ufficio. Dopo averla letta il sangue mi è affluito alla testa, stavo per esplodere, poi mi sono messo a pensare chi poteva essere tra i miei colleghi l’autore di quella missiva, qualcuno che ha del risentimento verso di me. Deve essere per forza uno di loro, uno che è nella cerchia dei miei cosiddetti amici. Nessuno estraneo poteva avere la possibilità di entrare e mettere la lettera proprio sulla mia scrivania. Li ho ripassati nella mia mente, uno alla volta e, analizzando i loro comportamenti, tutti sono compatibili con questa azione infame che è stata compiuta.

Sono in macchina sulla tangenziale e corro come un pazzo. Non vedo l’ora di arrivare a casa per parlare con mia moglie su quanto riportato nella lettera. E’ scritto che mi tradisce, con un tale che non conosco, un dentista. Come può essere accaduto, lei non è mai andata dal dentista, ha i denti in ordine e anche tutto il resto.

È giovane, bionda, bella da togliere il respiro, io sono fortunato che abbia scelto proprio me come suo compagno di vita. La sua bellezza certo mi ha fatto penare, ma devo dire che fino ad oggi non ho avuto motivo di dubitare di lei.

Il traffico è scarso e spingo sull’accelleratore.  

Ad un tratto, davanti vedo come un velo bianco che m'impedisce la visuale, lascio il volante per schiarirmi gli occhi, ma il bianco non se ne va, diventa ancora più intenso, quasi abbagliante. Ogni rumore è scomparso, non sento più il motore della macchina, solo un silenzio irreale, volteggio come un uccello, ma non vedo l’azzurro di un cielo dove potrei volare. Solo bianco e silenzio, sono come sospeso nel vuoto, non sono seduto, né sono in piedi, come faccio a mantenermi, non ho nessun riferimento di dove mi trovo.

Non ho la sensazione del tempo che passa, questo bianco che mi avvolge è l’unica cosa che riesco a percepire. Sto ancora cercando di capire qualcosa, quando, improvvisamente, nel bianco si crea una specie di fessura, uno squarcio come lo strappo in un lenzuolo; attratto da quel buco, che si presenta nero, mi avvicino con lo sguardo che entra in quel nero,  man  mano si allarga, si allarga fino ad inghiottirmi. Ora sono nel buio più completo, sono passato dal bianco al nero totale, mi preoccupa non poco questo cambiamento, sembra che il nero aiuti la mia memoria, sono cosciente e ho una vaga sensazione di sapere chi sono. Il nero mi aiuta a pensare e nella mia mente ritorno ad un momento prima dell’apparizione del bianco in cui sono stato avvolto. Il tempo trascorso fra i due colori è stato, a mio giudizio, di pochi minuti e anche adesso, che sono al buio, penso che non siano passati che pochi secondi e già un bagliore si fa strada nell’oscurità, un barlume di luce normale, chiara, calda come quella di un raggio di sole. Da quella parte entrano anche dei suoni indistinti, sembrano parole, dei lievi sussurri come di gente che parlotta sottovoce, i miei occhi si abituano alla luce e riesco a distinguere delle ombre, sagome di persone, chi sono!

Come possono trovarsi davanti a me che sono in macchina sulla tangenziale? Il ricordo si fa sempre più nitido, sono io, Giorgio, e sto correndo verso casa, come faccio a vedere delle persone invece della strada? Ho la mente confusa. Una delle ombre si avvicina al mio viso, quasi mi sfiora con la punta delle dita, avverto una scossa, la mano è fredda, mentre io sono caldo, volgo lo sguardo intorno e il cerchio di luce si apre ancora di più. Altre sagome mi circondano, non vedo bene i visi, ma capisco che tutti guardano me, le voci si alzano, il rumore delle parole si amplifica nella testa, nel mio campo visivo appare una mano, la vedo muoversi verso le ombre, è la mia che cerca di zittire quei rumori assordanti. Capisco finalmente che sono a letto, vedo le coperte sul mio corpo. Quella seduta vicino al letto sembra mia moglie, ma Silvana è bionda, giovane e bella, questa le assomiglia molto, ma è più matura, i capelli non sono d’oro, ma spenti e avvizziti e molte rughe, adesso riesco a vedere, le solcano il viso. Le somiglia molto, chi è questa? Non l’ho mai vista e, mentre m’interrogo sulla persona, mi ricordo del perché stavo correndo, mia moglie mi tradisce e io sono arrabbiato. La donna si alza e viene a parlarmi vicino al viso, un'ondata di panico s’impossessa di me, cosa vuole? Lei comincia a parlare e la voce è uguale a quella di Silvana, che succede? Perché invece di essere in macchina mi ritrovo in un letto bianco e con una donna che vuole farsi passare per mia moglie'

 

"Ciao caro," sussurra lei "finalmente, mio Dio quanto ci hai fatto penare, quanto tempo ancora volevi restare lontano da me?"

 

Io sento le sue parole e realizzo che in un modo o nell’altro deve essere mia moglie, quello che non mi spiego è perché sia invecchiata così. Cosa è successo?  Presumo di essere in ospedale, forse ho avuto un incidente, questo lo posso capire, quello che vedo lo giustifica, ma non capisco come mai la donna vicino a me è così cambiata, invecchiata, non sarà stata colpa mia, le ho fatto qualcosa per punirla del suo tradimento? Non mi ricordo. Accidenti, i ricordi non mi aiutano, è tutto così confuso. Adesso la donna esce dal mio campo visivo e vi entra un uomo in camice bianco, un dottore, che si avvicina e mi prende il polso, poi mi guarda negli occhi con una piccola pila luminosa, mi dà fastidio, continua a tastarmi, a verificare le mie condizioni, mi solleva dal letto e ora, seduto, posso vedere chiaramente intorno a me, alcuni visi sono noti, altri meno. Mia moglie o, almeno, quella che le somiglia, piange in silenzio, guardo meglio e in un angolo vedo mio padre che se ne sta da solo, non parla, mi guarda e ogni volta che lo fa s’incupisce in volto, ma nello stesso tempo gli occhi mandano sprazzi di luce e di felicità. Le altre ombre che vedevo si sono materializzate tutte intorno al mio letto, sono persone venute per me.

Arrivano altri medici e dai discorsi che fanno tra loro intuisco la verità, una verità che piano piano,  riempie la mia testa dolorante. 

Il dottore mi parla, con voce normale,

 

"Buongiorno,  allora, come ti senti? Riesci a capire dove ti trovi  e...   ricordi  qualcosa  prima di adesso?"

 

Lo guardo e provo a parlare, ho difficoltà ad emettere suoni, però, dopo alcuni tentativi la voce esce flebile ma chiara:

 

"Sì dottore, la sento e sono molto felice di poterla ascoltare. Sono tornato e… solo una domanda; quanto tempo?"

 

"Cinque anni. Caro Giorgio, sei stato assente tanto tempo, ora devi stare solo calmo, tutto riprenderà come prima. Ci vorrà un po’ di tempo, ma il peggio è passato."

 

Mi rimetto sdraiato perché mi gira la testa, richiudo gli occhi e penso di essere stato fortunato, mia moglie è ancora qui vicino a me, non può avermi tradito ed è questa la cosa più importante.

 

 

 

 

 

 

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Laboratorio di narrativa: Niccolò Mencucci

8 Maggio 2018 , Scritto da Niccolò Mencucci Con tag #niccolò mencucci, #poli patrizia, #racconto, #Laboratorio di Narrativa

 

 

 Terapia sperimentale psicoculturale

 

Questo brano, estrapolato da un romanzo ancora in divenire di Niccolò Mencucci, tratta l’annoso e pervasivo problema di una presenza materna troppo ingombrante. Per quanti sforzi faccia l’uomo - anche adulto, anche anziano - non riuscirà mai a tagliare quel cordone ombelicale che per alcuni è particolarmente spesso e pesante, diventa una sorta di cappio al collo capace di inficiare presente e futuro.

Abbiamo un bel dire che il passato va messo da parte. Tentiamo tutti di farlo, di prendere in mano la nostra vita, di pensare che, appunto, essa è solo nostra, e ripartire da  dove ci siamo interrotti, (anzi, no, da dove non ci siamo mai mossi) ma il passato è sempre là, a schiacciarci, a paralizzarci, a farci da comodo alibi per non crescere e non maturare mai. E in questa trascrizione di seduta psicanalista vien fuori che persino Dante, se ha scritto la Commedia, forse lo deve a sua madre.

Il testo è corretto, lo stile piano e pulito, anche se ci sono imprecisioni (le turpi)e delle incongruenze, come il fatto che i due continuino ad alternare il tu con il lei. 

Bisognerà vedere, trattandosi di brano di romanzo e non di racconto a se stante, come si armonizzerà col resto e quanto reggerà la struttura dell’intera opera.

(Patrizia Poli)

 

 

PROVENIENZA: dal “romanzo” Bartolomeo Mettimal.

 

Terapia sperimentale psicoculturale (ex COCOM) – 17 aprile 2017

Parziale trascrizione di seduta, studio della dottoressa Alberta Cosini, partecipante: Dr.ssa Alberta Cosini e Signor Bartolomeo Mettimal, anni 21, fascicolo cifrato

 

ALBERTA: “Che ne pensa degli ultimi eventi che le sono capitati, Signor Bartolomeo?”

BARTOLOMEO: “Perché si ostina a chiamarmi con Signor? Mi chiami Bartolomeo... manco avessi trent'anni...”

A: “È lei che vuole condurre questo dialogo dandomi del lei! Fin dall'inizio gliel'ho sempre detto: dammi del tu! Dammi del tu! Sennò non potremmo mai avere una buona relazione tra terapeuta e paziente. E difficilmente tra amici.”

B: “Ok, Alberta, ti darò del tu, anche perché sono stanco di essere così formale, dopo tutte queste sedute. Comunque, degli ultimi eventi capitati non mi sembra di averci fatto caso, sinceramente. Anzi, non m'avrebbero fatto la minima differenza se non fossero mai accaduti.

A: “Quindi il fatto che tu abbia litigato pesantemente con tua madre qualche giorno fa, riattaccandole il telefono in faccia, e che tu abbia cominciato a cercare una maggiore indipendenza dalla tua famiglia la trovi una cosa così poco importante?”

B: “Appunto, sì. Di solito situazioni del genere mi mettono l'angoscia, e comincio ad avere il fiato corto, il petto stretto, e infine la mente, bloccata nell'ossessione del caos che ho combinato. Ma stavolta... davvero... niente, una pace, come fuori dalla finestra della mia camera da letto, che c'era uno stormo di piccioni che continuavano a tubare sul giardino, all'ombra del cipresso. Dopo aver riattaccato il telefono per dieci minuti non ho fatto altro che ascoltare quel loro tubare incessante al cielo, senza mai distogliere l'ascolto. A momenti non sentivo il mio respiro da quanto mi ero immerso in quel rumore silenzioso.”

A: “E successivamente ha avuto modo di ripensarci, oppure di farsi prendere da quel dolore?”

B: “No. Perché dovrei? Per soffrire? E di cosa? Di mia madre, che non capisce il casino in cui mi trovo alla mia età e di tutti i drammi e le turpi che dovrò affrontare in futuro, e che con ostinazione cerca in tutti i modi di mettere parola e di indirizzarmi verso una linea di pensiero, un modello da seguire. Di sicuro vuole plasmarmi come lei vuole, e, ogni volta che cerco di farle capire che non potrà funzionare, lei immediatamente si impone, quasi con fare dittatoriale. Stavolta però mi sono ribellato, e l'ho mandata a quel paese, e con lei tutto il suo voler trasformarmi in qualcosa che non sono e non voglio essere. Forse è per questo che non me la sento di soffrire per lei, nonostante verso la fine della chiamata ha cominciato ad abbassare il tono della voce. Tanto, a me non m'interessa...”

A: “Aspetta. Tu hai detto prima “abbassare il tono della voce”. In che senso “abbassare”?”

B: “Nel senso che la sua voce, dopo che io l'avevo mandata a quel paese, aveva iniziato a tendere verso un timbro più spento, quasi pietoso, come di supplica, di preghiera. Io pensavo volesse giocare sporco, e di adottare la tecnica della pietà, del senso di colpa indotto: io l'accusavo, giustamente, di starmi plagiando; lei negava e riaffermava la sua linea di pensiero, composta da idee quali l'imposizione di smettere di pensare al passato, di non soffrirci e di comportarsi come una persona normale; io allora le ribadivo le sue idee, per me assurde...”

A: “Perché “assurde”? Non ti vanno a genio?”

B: “Smettere di pensare al passato? L'uomo è fatto di passato, l'uomo è tale perché è il suo passato: come fa a rinnegarlo? Con che coraggio puoi negare a te stesso ciò che sei stato, ciò che hai fatto e ciò che hai avuto? E come fai a non soffrire per i fallimenti che hai compiuto nel tuo passato? E come fai, davanti a questi, a rimanere una persona normale? Buon Dio, c'è gente che impazzisce per certi traumi che gli accadono che alla fine non sa più se sia ancora un umano o si sia trasformato in una bestia infame e terribile.”

A: “Non è che esageri? È una lettura infernale quella dell'uomo e della bestia. E forse lei non intendeva questo. Tutt'altro!”

B: “Tutt'altro?”

A: “Non pensare al passato significa che il passato è tale perché non è più presente, ma appunto passato, e quindi non vivente in maniera esplicita. Certi diavoli del passato alla fine si possono dominare. Messi nelle condizioni di non poter più nuocere, contribuiscono al raggiungimento di un'armonia soddisfacente col proprio passato.

B: “Certo. Però per iniziare a dominarli bisogna impedir loro di far soffrire, di indurre al dolore… eh… mica è facile…”

A: “Quello ti rende poi pazzo: il dolore. La normalità scatta quando non si è più vinti da quel dolore. Quella è l'armonia. E dubito fortemente che una persona possa diventare una bestia se soffre: la sofferenza è uno dei sentimenti più umani che esistano in natura, forse al pari dell'amore e del coraggio. La pazzia è quando non esiste più l'umano. Nulla.”

B: “E infatti parlavo di questo. Della figura dell'uomo e della bestia. Sa, di recente sono stato in un piccolo paesino, Montegemoli, da solo, andando col bus una mattina, quando il tempo me l'ha permesso. Molto carino, davvero.”

A: “E' il paese della madre di Dante, giusto? Dove è nata lei, se non sbaglio.

B: “Sì. E' un piccolo paese in collina, perfettamente mantenuto nella sua forma medievale, in mezzo alla pianura pisana, ai suoi boschi, alle sue foreste. Ero partito di prima mattina, del tutto svogliato e anche un po' apatico: non c'era nulla da fare e nulla da scrivere, e allora me ne andai in biblioteca a leggere qualcosa; lì incontrai alcuni miei amici, e uno di loro stava leggendo un libro riguardante la storia di un paese, Montegemoli. Stava facendo una ricerca storica su quel paese, e allora si era dato da fare per trovare tutti i libri che ne parlassero: aveva trovato solo quello. Era affascinato da quella cittadella arroccata, solitaria e silenziosa, tanto che mi consigliò di farvici una girata. E così feci: presi il primo autobus; stetti due ore sul bus, ci rimasi un'altra mezz'ora in più per colpa del traffico sull'autostrada, e poi mi trovai alle porte del paese. Temevo di annoiarmi in un paese così antico e quasi del tutto privo di attività e di locali moderni, e invece non mi fermai un attimo a visitarlo. Vi passeggiai per tutta la giornata, fermandomi per qualche tempo in un bar, che aveva la terrazza su quel meraviglioso panorama verde. Fin qui sarebbe una gita normale, però, vicino ad una casa, ebbi qualcosa. Mi ero un attimo fermato sulla porta, ormai colpito dalla stanchezza per la continua camminata, e in quell'istante mi colpì alla lingua uno strano sapore, come di amaro, che lentamente scendeva fino all'estremo della lingua, fino in basso, nella gola, e poi dalla gola nel petto, nel cuore. Respirai male, annaspai per qualche secondo, e cominciai a lacrimare. Quasi non me ne ero accorto se non dalle piccole gocce che apparivano ai miei piedi, vicino ai gradini della casa. Una strana malinconia mi prese, e se ne andò solo andandomene da quel luogo.”

A: “Non sai che casa era quella?”

B: “No. Sapevo che quello era il paese della madre di Dante, ma non sapevo in quale casa lei aveva dimorato. Non c'era nemmeno una targa commemorativa che me lo potesse indicare. Poi, questa voce è più una leggenda che un effettivo dato storico. Ma perché me lo chiede?”

A: “Sai, Dante era un personaggio particolare."

B: “Che bella novità…”

A: “Aspetta… rampollo di una famiglia aristocratica: aveva una grande conoscenza del suo tempo, delle arti contemporanee, ma in particolare lui era fissato con il sapere degli avi, con la cultura del passato, che nella Divina seppe ridar vita con grande maestria. Però questo suo passato lo viveva, tanto da costringerlo ad una visione del mondo non conciliante con i suoi conterranei: lui era un Guelfo nero, credeva nel papa fino ad un certo punto, e gli altri volevano spingerlo alla totale sudditanza. Lui si rifiutò: il papa e altri suoi sostenitori allora gli tesero la trappola. Una volta sconfitti tutti i Guelfi a Firenze, lui venne processato in contumacia, per baratteria, un crimine oggi paragonabile al peculato, all'abuso d'ufficio.

B: “Sì, sì, Era a Roma quando lo condannarono, perché il papa voleva fargli credere di voler negoziare con lui.”

A: “Ora, un crimine come la baratteria era comune nella politica fiorentina: Dante nella Commedia continua a professare la sua innocenza, ma molto probabilmente era effettivamente colpevole...”

B: “Dove vuoi arrivare, Alberta? Perché stai facendo questa divagazione su Dante?”

A: “Perché è analoga alla tua situazione, per certi versi. E tornando alla sua condanna, per concludere la parentesi, questa non sminuisce la sua fama di poeta e di grande autore, né di uomo, nonostante l'adulterio e l'abbandono della famiglia, perché un crimine del genere veniva commesso all'epoca per favoreggiare alcune politiche fondamentali per il benessere della Comune, e dei suoi cittadini. E Dante credeva in questo, nelle persone. E in parte continuò a crederci, nei fiorentini, anche dopo che venne esiliato a vita. Andò in tutte le città che fossero vicine alla sua Firenze, alla sua terra madre: mai l'abbandonò.”

B: “Oh, Cristo…”

A: “Alcuni storici credono che lui fosse giunto perfino a Montegemoli, nella casa di sua madre. Dove con molta probabilità anni prima nacque, e, dopo, nel suo esilio, vi iniziò a comporre la Commedia. Eh, sì, lì nacque probabilmente sia l'uomo, sia il poeta. E forse anche il figlio. Per quanto si allontanò dalla madre, terra o città che fosse, lui non se la dimenticò.”

B: “Credo che dovrò chiederle scusa.”

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L'abbazia

7 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto

 

 

 

 

La potente vettura sfrecciava, rombando, attraverso la campagna assolata. Una zona pianeggiante interamente coltivata a girasoli, ma gli occupanti della macchina non davano importanza al panorama. Lui al volante era occupato alla guida e, alla velocità con cui procedeva, non poteva distrarsi, lei invece se ne stava distesa sdraiata al suo fianco. I due erano in viaggio di nozze e, anche se stanca, Simona era felice vicino al suo sposo. Federico si voltò a guardarla, mentre affrontava una curva, i loro sguardi s’incontrarono, si sorrisero; la luna di miele continuava.

 

"Ho sete"

"E allora?"

"Come, allora, ho sete e fa un caldo tremendo, non possiamo fermarci da qualche parte?"

"Hai visto nello zaino? Ci dovrebbe essere un thermos."

"Ho visto ed è vuoto, che faccio?"

"Come fai? Aspetti, come faccio io, siamo in aperta campagna, nessun posto dove fermarci."

"Non sai cosa pagherei per una sorgente, un fiume, un lago, qualsiasi cosa purché sia liquida."

"A proposito di liquidi, Fedino, oltre a bere dovrei anche…"

"Cosa? Non capisco."

"Insomma mi scappa, è da stamani che non ci vado, dobbiamo fermarci per forza."

"Possiamo fermarci anche subito, le piante sono alte per nasconderti e poi non passa nessuno."

"No, non sono proprio capace così all’aperto, resisterò ancora un po’, però alla prima fattoria ci fermiamo, chiederemo da bere e anche il favore di usare il bagno."

"Stavo pensando a noi due. Tu sei felice?"

"Certo amore, molto felice ma stanco, è da stamattina che guido."

"E io? Ho fame, ho sete, mi scappa e sono distrutta, ma sono felice lo stesso."

 

Simona aveva preso la cartina e stava guardando se ci fosse qualcosa nelle vicinanze da poter sfruttare per le loro esigenze.

 

"Senti, ho visto che fra non molto c’è una deviazione sulla sinistra, c'è un’abbazia, possiamo chiedere asilo, so che i monaci accolgono volentieri i forestieri."

"Ti prego, i preti no, non li sopporto, magari qualche chilometro in più e troveremo un autogrill, meglio direi!"

"Non credo di poter resistere così a lungo, i monaci sono vicini, manca poco e poi non sono preti, non fanno politica come gli altri, dai, siamo arrivati ecco la deviazione."

 

Il cartello era davanti a loro e Federico dovette rallentare per riuscire a fare la stretta curva. 

Dopo un tornante, la strada saliva tortuosa circondata da un fitta vegetazione che nascondeva la visuale. Dopo una serie infinita di curve, finalmente apparve la sagoma maestosa del convento.

L’eco dei colpi sul batacchio risuonò cupo nel silenzio irreale che circondava la costruzione. Lo spioncino si aprì e una voce sottile chiese: "Pace e bene fratelli, cosa vi spinge alla nostra dimora?"

"Buongiorno," rispose Simona "abbiamo visto l’indicazione sulla via maestra e abbiamo pensato che valeva la pena salire quassù, è davvero un posto incantevole, volevamo passeggiare e visitare anche il vostro convento, ma come sempre accade la vita ha le sue necessità, è colpa mia, ho dei bisogni fisiologici che non posso più rimandare."

"Oh! Capisco," fece la voce dietro lo spioncino "noi non potremmo accogliere donne all’interno, ma credo che nel vostro caso faremo uno strappo alla regola, vedo che entrambi avete bisogno di aiuto, adesso vi apro."

La voce, aperto il portone, risultò appartenere ad un frate grassottello con i capelli bianchi, che li accolse e li condusse verso delle celle destinate ai pellegrini, l’unica raccomandazione fu di non parlare, vigeva la regola del silenzio.

La piccola stanza che li accolse era spoglia, ma aveva tutto il necessario per poter assolvere ai loro bisogni. Poco dopo il frate che li aveva accolti bussò alla porta, per condurli dal padre superiore. Lo trovarono dietro una scrivania. Il suo aspetto colpì i due sposini: sulla cinquantina, il viso pieno di verruche e cicatrici, le mani pelose e forti, si alzò dalla sedia per ricevere i due ragazzi, accennò un sorriso che non fece altro che peggiorare il suo aspetto sinistro.

 

"Benvenuti fratelli, ringrazio il cielo che mi permette di fare una buona azione, siamo lieti di poter alleviare le vostre pene, ho già dato ordini per il pranzo, una coppia di freschi sposi non ci era mai capitata, segno del cielo."

"Veramente non direi, padre," intervenne Federico "si tratta solo di una semplice necessità fisica, la vostra abbazia era l’unica soluzione possibile, in questa zona deserta."

"Capisco, ma, nonostante la sua evidente incredulità, non succede nulla che Lui non veda. Ora, se permettete, vi accompagnerò al refettorio per il pranzo, poi potete ritirarvi nella vostra cameretta per un meritato riposo."

 

Il pasto fu consumato in un silenzio irreale. Si udiva solo il tintinnio delle posate nei piatti. Subito dopo furono accompagnati nel chiostro per riposare al fresco degli alberi. Al tramonto i frati cominciarono a ritirarsi e anche i due sposi furono costretti a tornare nella cella. Erano stanchi anche loro e non tardarono a addormentarsi. La notte era tranquilla e silenziosa. Simona ebbe un guizzo nel sonno e si ritrovò sveglia seduta nel letto, Federico dormiva, lei invece sentiva addosso una strana sensazione di disagio, perché si era svegliata? Si accorse di avere freddo, l’aria nella cella era molto fresca, decise di prendere un golf, ma, mentre apriva la valigia, udì degli strani rumori. A quell’ora della notte era più che strano sentire un rumore del genere, leggero, ovattato, uno strano fruscio. Stava per svegliare il marito, ma ci ripensò, non voleva passare per una donnicciola timorosa, forse era solo frutto della sua fantasia. Si avvicinò alla porta, ma non sentì nulla, stava per tornare indietro, quando sentì  di nuovo quel fruscio. Spense la luce e socchiuse appena la porta, tutto era buio, ma in fondo al corridoio vide arrivare un fascio di luci che si muoveva in modo quasi sincrono, venivano verso di lei. Impaurita chiuse il più possibile la porta e lei li vide sfilare uno dietro l’altro ognuno munito di una torcia. Decisa a saperne di più, nonostante la paura, prese un saio trovato nel cassettone e, dopo averlo indossato, si mise a seguirli. Arrivò al refettorio e lo trovò pieno di uomini, alcuni con il saio, altri in borghese. Erano tutti in piedi davanti al tavolo dove avevano mangiato e, da alcuni contenitori posti al centro, prelevavano della polvere bianca per confezionare piccole bustine, grandi come quelle di zucchero. Simona afferrò al volo la situazione e per poco non si tradì con un grido soffocato. Capì che, in quella situazione, la sua vita valeva ben poco se la trovavano a spiarli. Tornò sui suoi passi, con il cuore che batteva all’impazzata. Scosse il marito e, una volta svegliato, gli raccontò cosa aveva visto.

 

"Dobbiamo andar via subito, se si accorgono, ci uccidono e, in questo posto deserto, non ci troveranno mai."

"Calmati, adesso, sai che non è possibile, siamo chiusi dentro, come possiamo fare, dobbiamo comportarci con naturalezza, domani mattina ce ne andiamo e al diavolo i loro traffici."

 

L’alba li colse già pronti e vestiti, con i nervi tesi e, quando il frate venne a chiamarli, sobbalzarono. Il priore li attendeva in giardino.

 

"Buongiorno, cari figlioli, spero che abbiate riposato bene, vi vedo già pronti a partire, non volete fare nemmeno colazione? Qualcosa vi turba,  forse non siete stati accolti bene? Ditemi cosa posso fare per voi."

"Non si preoccupi, padre, è stato tutto al di sopra delle nostre aspettative, ma  deve capire, siamo in viaggio di nozze e vorremmo raggiungere la nostra meta il più presto possibile. Non ci resta che ringraziarvi."

"Non dovete farlo fratelli, è nostro dovere aiutare chi ha bisogno, sono io che ringrazio voi e per farlo vi dono questa scatola, contiene un campionario delle nostre specialità di erbe medicinali, forse non ne avrete bisogno, ma così vi ricorderete di noi. Andate in pace e buon viaggio, il Signore vi protegga."

 

I due si guardarono e Federico capì che la moglie era dubbiosa, ancora non si fidava dei frati nonostante la gentilezza che il priore stava dimostrando. Non potevano fare altro che accettare il regalo e mettersi in macchina. Appena partiti, Simona sfogò tutto la sua frustrazione.

 

"Maledetti ipocriti e delinquenti, seee...  erba medica dice lui, te la do io l’erba, che faccia di bronzo. Andiamo via subito alla prima caserma dei carabinieri li denuncio!"

"Dai, amore! Stai calma, adesso, siamo fuori pericolo e questo è il necessario, e poi non è detto che hai ragione tu, anche se non mi piacciono, sembra che in fin dei conti si siano comportati in modo impeccabile, forse ti sei fatta suggestionare, ora calmati respira a fondo e godiamoci il viaggio."

 

Simona, ancora scura in volto, si mise seduta e, dopo essersi calmata, spinta dalla curiosità, aprì la scatola avuta in regalo, forse aveva ragione Federico. Poteva essersi impressionata. Nella scatola trovò una quantità di bustine, uguali a quelle che aveva visto confezionare, ogni confezione recava le indicazioni per un uso corretto del medicinale. Man mano che proseguiva nella lettura si stava rendendo conto che non c’era nessun indizio che indicasse qualcosa di diverso da quello che quei frati erano.

Ritrovato il sorriso, stava per chiuder la scatola, quando vide un sacchetto che non aveva indicazioni, incuriosita, lo aprì e assaggiò con la punta della lingua, aveva un buon sapore, di limone, ne prese ancora e ne offrì anche al marito. Dopo pochi minuti fu presa da una strana euforia e anche Federico si comportò in modo strano. La macchina cominciò a sbandare, il giovane accelerava e frenava di botto, Simona urlava ridendo ad ogni frenata. Ad un tratto apparve in direzione opposta un grosso tir, Federico gli puntò contro correndo per poi sterzare all’ultimo minuto, ma nel compiere l’operazione sbandò andando a sbattere contro un albero. I due sposi morirono sul colpo. Lui incastrato nel volante lei sbalzata fuori e schiantata sull’asfalto. Dopo  pochi minuti  una macchina si fermò per prestare i primi soccorsi. Dalla vettura scesero alcuni uomini, uno di loro aveva il volto pieno di verruche e cicatrici. Due di loro si occuparono di ricomporre i corpi, un altro si preoccupò di recuperare il cofanetto con le erbe medicinali facendolo scomparire fra le pieghe del saio che indossava.

 

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Lorenzo Barbieri, "La buona vita"

6 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #lorenzo barbieri, #recensioni

 

 

 

 

 

La buona vita

Lorenzo Barbieri

ilmiolibro.it, 2014

 

“Da loro avevo imparato l’amore per la terra, il vero significato della parola lavoro. Una lezione di vita che nessun libro di scuola avrebbe potuto insegnarmi. Il senso dell’amicizia, della solidarietà, vissuto in quel piccolo mondo circoscritto in compagnia di gente semplice, genuina” (pag 129)

È questo, in breve, il succo de La buona vita, romanzo autopubblicato da Lorenzo Barbieri. Parla di un paio di stagioni estive, di vacanze agresti – ma anche nella città di Lucca - vissute da un ragazzino napoletano, che si ritrova nell’ambiente provinciale della campagna toscana, in particolare lucchese.

Gente rude, spiccia e bonaria, quella con cui viene a contatto, che insegna al bimbo, soprattutto con l’esempio, come si può vivere una “buona vita”, cioè una vita piena sebbene semplice, fatta di lavoro, di senso del dovere, di spirito di sacrificio, ma pure di slanci, solidarietà, fatica condivisa insieme alle ricompense, ruvida allegria. Sudore, impegno e sforzo abbondano ma anche balli nell’uva per la vendemmia, risate, vino buono e cibo saporito. La semplicità, il contatto con la terra, il senso del dovere sono le basi su cui il protagonista costruirà il suo futuro.

“Un movimento corale di gruppo, la vera forza delle corti lucchesi”. (pag 127)

La società contadina è un agglomerato umano che si muove all’unisono, il lavoro di uno diventa il lavoro di tutti, come in un alveare, e i risultati sono condivisi di volta in volta.

La cosa più interessante di questo testo è proprio l’atmosfera campestre, la ricostruzione perfettamente riuscita di un’epoca scomparsa, quella dei nostri genitori e dei nostri nonni.

Peccato che il romanzo risenta di un editing mancato e di un uso troppo casuale della punteggiatura.

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