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Arte al bar: LUIGI MONTANARINI Composizione "Sterlizie"

4 Ottobre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #arte, #arte al bar

"Sterlizia" di Luigi Montanarini e l'omaggio di Walter Fest "Sterlizia" di Luigi Montanarini e l'omaggio di Walter Fest

"Sterlizia" di Luigi Montanarini e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

Oggi al bar è calma piatta, amici della signoradeifiltri, sono cose che ogni tanto capitano anche da noi, quelle giornate silenziose, tranquille, insonorizzate.

Gianni, da dietro il bancone, le capisce al volo e, per tenerci svegli, accende il juke box della casa. La musica la sceglie lui, ci possiamo fidare, non sbaglia mai e questa mattina abbiamo in esclusiva per noi tutto Ray Charles.
 

- Gianni, non male questa roba!
 

- Conosco i miei polli.
 

- Bravo, casca proprio a fagiolo, oggi volevo parlarvi dell'opera di un artista italiano, Luigi Montanarini, e mi serviva un interlocutore o una interlocutrice frizzante.
 

- La vuoi pure briosa? (Michele il tappezziere.)
 

- (Giovanna la milanese)... Oh! Artista da strapazzo, scrittore mezza cartuccia che non sei altro, io ti ho dato la dritta ma per il resto non pensare a me che di arte non ci capisco un casso, se vuoi parlare con qualcuno, prova con la sartina, eccola là.

 
- La sartina?

 

- Ma sì, la Francesca, la ragazzina, la giovane stilista, ma sei proprio di coccio, questa estate mi ha disegnato ed elaborato quel paio di shorts che tutti voi sporcaccioni mi guardavate le chiappe!
 

- Ehhhh!!! (Tutti in coro.)


- Beh, me li aveva fatti a mano la Francesca, è in gamba la ragazzina, mica come voi lazzaroni!!...
 

- Francesca, se ti offriamo la colazione, rimani a parlare di arte con noi?
 

- Certamente, chi paga?
 

- Dai, tranquilla, offre la ditta, ma dopo me lo cuci un bottoncino, ino, ino, tu che con ago e filo in mano hai le mani d'oro?
 

- Sì, Gianni, con piacere.
 

Luigi Montanarini (1906-1998), artista fiorentino ma romano per volere del fato, sin da giovane l'arte del disegno è nel suo cuore, nel suo animo, nel suo sguardo rapace e curioso di scrutare la realtà e di rappresentarla attraverso le linee e le pennellate.

E sin da giovane vuole anche trasformare il mondo in colorata poesia. Gli Uffizi sono casa sua, ne detiene le chiavi d'accesso, conosce il linguaggio e la parola d'ordine per entrare, passione e amore per l'arte. Poco più che ventenne visita Parigi in quel periodo storico baricentro dell'arte europea; al ritorno s'iscrive all'accademia di belle arti, che per lui è come andare al fronte, una battaglia artistica dietro l'altra con la realtà da disegnare. 

Lui, con gli strumenti in mano, vuole raffigurare le cose della vita come sue modelle schiave del suo talento. E' talmente appassionato che studia e disegna l'anatomia, intanto la matita scorre amorevolmente come la poesia di Omero, e lascia indelebili segni nella sua anima, che è un tutt'uno con le sue mani. Se avesse potuto scegliere, avrebbe scelto di essere partorito già con la matita in mano.

Ormai maturo si trasferisce a Roma, altra città dove da sempre si respira arte e che in quel momento sta per diventare la fucina, l'officina, la fabbrica degli artisti italiani, e Luigi Montanarini ne sarà fra i protagonisti.

Dopo la guerra, l'arte ha il potere di reagire al dramma, nessuno restituirà l'umanità persa ma l'arte può lenire il dolore e colorare il passato, a Roma nasceranno movimenti nuovi che faranno la storia dell'arte e, dalle ceneri, gli artisti sfonderanno nuovi orizzonti.

Dopo gli eventi bellici per oltre 50 anni Montanarini ha lavorato incessantemente per l'arte, era il suo modus vivendi, il suo contribuire alla ricostruzione della cultura, è stato un insegnante, un leader carismatico e, per l'esperienza maturata, un'autorità artistica importante e rappresentativa.
 

- Sai, Francesca, che questo artista lo possiamo paragonare a tua nonna che ti ha insegnato l'arte del cucito? Gli anziani hanno il compito e la responsabilità di insegnare ai più giovani le arti, soprattutto in questo periodo storico ultra moderno nel quale si rischia di perdere di vista ciò che è artigianale.

Luigi Montanarini era un artista nato agli inizi del '900 e, nel corso della sua esistenza, aveva accumulato un grande bagaglio di esperienza che mise sempre al servizio dei più giovani, proprio come te. Se lui ora fosse qui, ti direbbe di inseguire con entusiasmo le tue ispirazioni, di lavorare sodo per guadagnartele e di non arrenderti mai perché prima o poi avrai anche tu la tua opportunità, solo lavorando, sacrificandoti se necessario, raggiungerai l'obiettivo delle tue realizzazioni.
 

- Magari, ci spero proprio, fare la stilista è quello che amo di più.
 

- Sei fortunata, perché predisposta per natura e, grazie a tua nonna, hai ricevuto per discendenza il suo talento. A proposito di natura, vogliamo parlare dell'opera del nostro artista?
 

- Sì, non vedo l'ora.
 

- E' un'opera del 1948, un olio su tela nel formato 80x60, un astratto informale il cui titolo è "Sterlizie", una pianta molto colorata originaria dell'Africa meridionale.

Nella composizione l'artista ha creato una forma geometrica armonica, i toni di colore ricordano il cielo, il mare, la vegetazione, il calore della terra di provenienza. Le pennellate sono veloci, istintive, non c'è casualità perché nell'azione pittorica prevale la passione dell'artista, che rende dinamica l'immagine scomponendla in astrazione moderna. 

L'artista, nel corso del suo lavoro, ha sperimentato la sintesi delle forme e, in questo caso, attraverso la sua pittura quasi grezza, primitiva, ha voluto anche rappresentare il lato naturalistico e selvaggio del continente africano. Nell'opera dai colori equilibrati staccano in alto i due fiori dai petali rosso acceso che, vibrando, illuminano la scena, emozionando l'osservatore.
 

- Questa composizione sarebbe un bel texture per un abito lungo estivo.
 

- Brava, Francesca, vedi come l'arte può essere messa in relazione con la moda?
 

- Vorrei sognare.
 

- Certo che puoi, sognare ad occhi aperti significa pensare, immaginare, studiare nuove forme, tutto ti porterà, sperimentando, alla ricerca dell'originalità che poi è lo stimolo, la molla della creatività. Devi sognare, ragazzina, e a te fortunatamente non costa fatica.
 

- Ohhhh... mi si è fatto tardi... devo lasciarvi... Gianni, il bottone te lo cucio più tardi...
 

-Tranquilla, tengo la camicia più aperta così metto in mostra il mio fascino!
 

Dal fondo della sala qualcuno fa... pprrrrrrr!!
 

Non fateci caso, amici lettori del blog che è serio ma a volte ci piace giocare, il nostro bar è un covo artistico anche di burloni, lasciamo che Francesca, la giovane stilista, vada al lavoro, le auguriamo che realizzi presto i suoi sogni, noi rimaniamo ancora un po' in compagnia dei colori di Luigi Montanarini, prenderemo un bel caffè e vi aspetteremo per il prossimo appuntamento. Siete mai stati a Miami? Sarà ancora un gran piacere parlare di arte insieme a voi. 

 

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Il lupo

1 Ottobre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, Storie del diluvio 

 

L’Olimpo è il monte più alto di tutta la Grecia e la sua ci­ma è sempre ammantata di nubi; lassù vivono gli dèi, eterna­mente belli e felici: la pioggia non bagna le loro case di marmo e il vento gelido non soffia alle loro porte, la malattia e la mor­te non spezzano lo scorrere dei loro giorni.

Ci fu un tempo, però, un tempo molto lontano, in cui quella serenità fu tur­bata ...

Giove, il re degli dèi, sedeva sul trono d’avorio posto al centro della sua reggia. Il volto maestoso era sconvolto dall’ira e dal dolore.

 

- Non riesco a credere a ciò che è accaduto... - pensava fra sé - Ricordo quando nei mondo regnava l’età dell’oro: la terra produceva da sola i suoi frutti, il miele stillava dagli al­beri e ovunque scorrevano fiumi di tiepido latte, la primavera regnava eterna! Le città non avevano mura per la difesa perché non c’erano nemici, non esistevano soldati, né elmi, né spade. Come tutto è diverso da allora! Sono il re dell’ Olimpo: devo agire e provvedere... Ma come?-

All’improvviso Giove si scosse dai suoi pensieri.

 

- Ho deciso! - esclamò - Convocherò un’assemblea di tutti gli dèi: racconterò loro la verità e insieme stabiliremo che cosa fare -

 

Nell’alto del cielo, quando è sereno, si vede una strada fat­ta di stelle: si chiama via Lattea, perché è candida e luminosa. Le dimore di molti numi sorgono sui due lati della strada e, quando Giove li convoca, essi percorrono frettolosi il sentiero che li porta alla reggia.

Anche quella volta gli dèi risposero senza indugiare all’ap­pello del loro sovrano. Quando furono riuniti, Giove fece il suo ingresso nella sala adorna di marmi e sedette sui trono, dal quale dominava l’intera assemblea: stringeva in mano lo scettro e i suoi occhi mandavano strani bagliori.

 

- Che cosa è mai accaduto? - pensavano gli immortali.

 

Quando Giove iniziò a parlare, nella grande sala scese un silenzio carico d’attesa.

 

- Ciò che sto per dirvi è terribile. Io stesso tremo nel pro­nunciare queste parole, ma non c’è scampo: è necessario che gli uomini siano annientati e che il loro mondo venga distrutto!-

 

Un fremito di orrore si levò dai troni di marmo: nessuno degli dèi parlava, ma i loro occhi erano pieni di domande.

 

- Ho tentato ogni altra via, credete, ma invano... - ri­prese a dire Giove dopo un attimo di silenzio - Gli uomini sono divenuti belve feroci: giorno e notte scavano la terra in cerca d’oro per i loro forzieri e di ferro per le armi, ovunque ci sono soprusi, inganni, violenze. Marito e moglie si odiano, i figli disprezzano i genitori, i fratelli ingannano i fratelli ... Il sangue scorre a fiumi sulla Terra! Ascoltate la mia storia, poi giudicherete se quanto affermo corrisponde a verità. L’Arcadia è stata a lungo una terra felice, governata da uomini saggi; poi è salito al trono Licaone, un tiranno crudele; egli ha osato sfidarmi e ha ordito trame contro di me, Giove, che sono il signore del tuono e del fulmine!!! -

 

Sul volto del dio la tristezza era scomparsa e il ricordo dell’affronto subito faceva balenare lampi sinistri nei suoi occhi; furente, scosse la testa ricciuta e il cielo, la terra e il mare tre­marono sotto la collera divina.

 

- Come è potuto accadere?!? - esclamarono all’unisono i numi, frementi di sdegno –Dopo che abbiamo sconfitto i Giganti, nessuno ha mai osato ... -

 

- Licaone ha già pagato per i suoi delitti, non temete! Tuonò Giove - Ora vi dirò in che modo mi sono vendicato -

 

La voce severa e i gesti autorevoli fecero cessare il clamo­re. Quando il silenzio calò di nuovo nella grande sala, il re de­gli dèi riprese a narrare:

 

- Da tempo giungevano alle mie orecchie tristi notizie sul­la malvagità degli uomini; così, un giorno, decisi di andare a vedere di persona, sperando che ciò non fosse vero. Scesi dall’Olimpo e, travestito da viandante, esplorai la Terra in tutte le direzioni. Voi non potete sapere quello che vidi: la realtà era peggiore di ogni immaginazione! Non ci sono parole per de­scriverla …

Dopo molti giorni di cammino, avevo ormai percorso monti coperti di foreste, valli abitate da animali selvatici, cit­tà protese verso il mare: ovunque regnavano violenza e morte. Ero stanco e affranto. Scendeva la sera, quando giunsi nella terra di Licaone.

La sua dimora, dalle mura scure e massicce, sorgeva su un’altura e dominava le casupole raccolte intorno a una piazza, strette l’una all’altra come per difendersi da un'oscura mi­naccia. In cielo già brillava la luna, bianca e fredda. Tutto era sinistro, cupo, come avvolto in una cappa di piombo. Quan­do giunsi nella piazza, uomini, donne e bambini si avvicinaro­no a me, timorosi...

 

- Perché sei venuto in questo luogo maledetto? Fuggi, finché sei in tempo! Fuggi!-mormoravano, pieni di sgomen­to.

 

Allora mi feci riconoscere! Tutti si inginocchiarono e co­minciarono a pregare e a piangere. Cercavo di confortarli, ma invano: avevano perduto il coraggio, la speranza; non erano più persone, ma animali braccati, in preda a una sconfinata paura.

 

- Vengo a darvi aiuto e giustizia... - ripetevo - Non temete: sono Giove, il re degli dèi e degli uomini!-

 

- Ma questi non sono uomini! - esclamò all’improvviso una voce beffarda e sinistra - Sono bestie stupide e codar­de! -

 

Preceduto da una schiera di armati, Licaone fa irruzione nella piazza: i suoi capelli sono grigi, grigio il mantello, grigio il volto, nel quale, come una ferita, si apre la bocca crudele.

 

- Pregate pure questo dio... se è veramente un dio! - dice guardando con feroce disprezzo i sudditi inginocchiati e tre­manti - Domani lui tornerà nel suo regno, e voi resterete qui, nel mio... -

 

La luna lo bagna con la sua luce fredda e Licaone si stringe nel mantello. Odia la luna: quell'astro lucente lo riempie di terrore e di furore.

Fisso il suo volto rabbioso, ma lui sostiene il mio sguardo; all’improvviso in quegli occhi brilla una luce sinistra. Io leggo, inorridito, i suoi pensieri ...

 

- Stanotte saprò se costui è veramente un dio! - dice fra sé lo sciagurato - Mentre dorme, gli taglierò la gola! Prima, però, ho in mente un’altra prova, una prova veramente degna di Giove, il protettore degli ospiti! -

 

Licaone mi invita alla sua mensa, poi se ne va, circondato dai soldati. La piazza ora è deserta, tutto è tornato silenzioso

Non sono l’unico straniero in quell’infelice paese. C’è un altro ospite alla reggia: il figlio del re dei Molossi. Il padre l’ha mandato a invocare pietà per la sua terra, che Licaone sta mettendo a ferro e fuoco. Il giovane principe teme Licaone, ne conosce bene la ferocia …  Ma sa che Giove protegge gli ospi­ti: la sua ira si abbatte senza pietà su chi non li rispetta.

 

- Il re dell’Arcadia non oserà sfidare il re degli dèi! - pensa il giovane; e si abbandona fiducioso al sonno.

 

Nella sala del castello, le fiaccole illuminano la grande ta­vola e le stoviglie d’oro mandano bagliori. Non c’è cibo sul de­sco; al centro, solo una brocca di cristallo: il vino che contie­ne ha il colore del sangue ...

Licaone, avvolto nel suo manto grigio, siede sul trono a un lato della mensa; io gli sono di fronte, su una panca di quercia. Mi guarda dritto negli occhi, senza dire una parola: fra poco saprà se sono veramente un dio!

All’improvviso, uno squillo di tromba rompe il silenzio. Il re sorride: la bocca crudele si apre in un ghigno e scopre denti affilati, bianchissimi.

 

- Ora porteranno la cena... - dice sibilando - È una pietanza raffinata quella che ti offro, o Giove, creata per te, che proteggi l’ospite -

 

Due servi entrano nella sala: sorreggono un enorme vas­soio colmo di carne fumante; le loro mani tremano, gli occhi non osano guardare quella vivanda ...

Balzo in piedi gridando: la mensa si capovolge, il vassoio si rovescia e il cibo si sparge per terra ... Un cibo orrendo: ciò che resta del principe dei Mo­lossi!

Le fiaccole si spengono, ma subito un nuovo fuoco, divi­no, invade la reggia maledetta: le colonne si spezzano, le mura crollano, la cenere avvolge le scure macerie. Licaone compren­de e trema: solo un dio poteva indovinare il suo misfatto … L’ospite misterioso era veramente Giove!

Il re fugge nella campagna, e mentre corre, ulula di furore; sì, ulula, perché la sua gola non sa più proferire parole, il man­tello grigio è divenuto pelo irto e fitto, le braccia sono lunghe zampe. Ora Licaone è un lupo che strazia i deboli agnelli. Del re che era un tempo, ha conservato la bocca feroce, l’ani­ma rabbiosa e il terrore per la bianca luna ... »

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Set cinematografico e costumi

29 Settembre 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #daniela lombardi, #cinzia diddi, #moda, #cinema

 

 

 

 

Cinzia Diddi ha disegnato gli abiti di scena del film Tutto liscio, con Maria Grazia Cucinotta, prodotto da La Famiglia film, del riminese Piero Maggiò, film che vedremo nelle sale cinematografiche dalla primavera 2019. Fra i protagonisti Ivano Marescotti, Enrico Beruschi e Piero Maggiò.

 

Come ti sei sentita nel ruolo di stilista all'interno delle riprese di un film?

 

Curare gli abiti di scena di un film è sicuramente un'esperienza entusiasmante, si tratta di realizzare dei capi "artistici" unici e personalizzati .

Un' esperienza che  conferma la professionalità' e chiaramente arricchisce.

 

 Come sei riuscita a capire i personaggi e vestirli?

 

I costumi sono una parte importante del linguaggio filmico, sia nel cinema che in TV aiutano a raccontare meglio una storia o un personaggio e, a volte, attraverso piccoli dettagli rivelano molte più cose su un personaggio delle stesse parole. Dettagli talmente piccoli, o addirittura invisibili che si insinuano nella testa dello spettatore. questa è  la parte più difficile … studiare quali possano essere le piccole sfumature che non faranno passare inosservato il personaggio e faranno ricordare il film.

A questo risultato ci si arriva osservando alcuni importanti accorgimenti.

E' necessario conoscere bene la trama, il periodo in cui e' ambientato il film, l'ambiente, le varie scene.

E' necessario conoscere la funzione precisa che l'abito andrà ad avere.

Tutto deve concorrere a creare l'atmosfera, senza incertezze e senza inutilità.

Tutto quello che è inutile, nella scena diventa di colpo dannoso, perché distrae l'attenzione dal motivo conduttore del tema.

In questo gioca un ruolo importante la costumista del film, e il rapporto che si riesce a creare con questa figura professionale.

 

Come deve essere il rapporto fra costumista e stilista?

 

Il rapporto deve essere semplicemente armonico. Si tratta di due figure professionali che se in stretta armonia si completano vicendevolmente.

La costumista, in accordo con il regista e lo scenografo, sceglie lo stile, i colori, i tessuti, e la stilista disegna e realizza gli abiti/costumi di scena.

 

 Quanto è rimasto del tuo modo di fare moda in questo film?

 

Da sempre disegno abiti importanti, gli abiti di scena che ho disegnato e realizzato rispecchiano molto il mio modo di fare moda, si tratta per la maggior parte di  abiti lunghi, lussuosi e carichi di paillettes, come richiesto dal contesto.

E' un tripudio di luminosità, l'abito lungo a sirena, realizzato per Maria Grazia Cucinotta,  che interpreta l'ex moglie del protagonista, Piero Maggiòil quale, nei panni di Brando, gestisce una band di liscio ereditata dal padre.

Per adesso non posso aggiungere nient'altro... scoprirete tutto più avanti... Posso solo concludere dicendo che è  andato "TUTTO LISCIO".

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Arte al bar: SALVADOR DALI' "La persistenza della memoria"

28 Settembre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura, #arte, #arte al bar

"La persistenza della memoria" di Salvador Dalì e l'omaggio di Walter Fest"La persistenza della memoria" di Salvador Dalì e l'omaggio di Walter Fest

"La persistenza della memoria" di Salvador Dalì e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

Bentornati amici lettori, bentornato autunno, scusatemi se, affermando che il tempo passa in fretta come un lampo, dirò una cosa banale, l'estate sembra così lontana, oppure così vicina, e Natale, con le sue festività belle, non pare così distante, forse dipenderà dalle nostre sensazioni ma, mentre ci interroghiamo, et voilà, eccoci arrivati come una folata di vento nella stagione della caduta delle foglie. E se, invece, quella sensazione dentro di noi che ci fa sentire così vicini o, al contrario, lontani i ricordi fosse questione di memoria?

Pertanto qui al bar oggi parleremo di qualcosa in relazione con il tempo che scorre e lascia nella nostra mente come un hard disk, il più potente del mondo, il nostro cervello, un'infinità di dati. Vi presenterò Salvador Dalì. 

Ritengo, sperando di sbagliarmi, che i giovani lo conoscano molto poco, le nuove leve per lo più seguono le mode del momento e possono ricordare vagamente la sua arte, chissà, se sapessero che Salvador Dalì è stato l'ideatore del logo della Chupa Chups, che direbbero? Non ve lo aspettavate, eh?!

Molto bene, ecco arrivare la mia amica Dalia, accompagnata da Umberto, il tranviere in pensione.
 

- Salve, ragazzi, (in due hanno circa 150 anni ma, essendo ancora giovani nell'animo, possiamo chiamarli senza problema "ragazzi")... Umberto, tu con il tempo avevi un bel rapporto.
 

- Sì, la puntualità.
 

- E tu, Dalia?
 

- Anch'io, ora sembra che vada di moda arrivare tardi.
 

- Il mio tram arrivava sempre puntuale al capolinea.
 

- Umberto, bei tempi vero? 
 

-Sì, certo, il tram faceva un tal rumore di ferraglia però era bello e non inquinava, profumava di legno e umanità, spero, prima di morire, di vedere circolare per le nostre strade un tram a energia solare e, perchè no, anche il fiume navigabile!
 

- Gianni, nel caffè che gli hai messo?
 

- Ho fiducia nei giovani, sapranno inventare per la collettività mezzi di locomozione moderni, senza curarsi del business ma solo della pubblica utilità.
 

Umberto, sotto i suoi splendidi baffoni, parla con passione e con la saggezza di chi ne ha viste e passate tante. Dalia lo guarda con gli occhi, come dire, interessati, che fra i due ci sia teneramente della complicità? Lo scopriremo la prossima volta? Chissà? In effetti, il vero amore non ha età.

Salvador Dalì, (1904 - 1989), spagnolo, bizzarro, stravagante, eccentrico, egocentrico, star surreale del movimento dei surrealisti, personalità fortemente al confine fra realtà e follia, talmente bravo da passare dalla pittura alla scultura alla scrittura alla fotografia alla tecnica cinematografica, in una parola sola, un genio dell'arte.

- Dalia e Umberto, l'opera che abbiamo ora davanti è La persistenza della memoria, ma proviamo a dimenticarci del titolo, immaginiamo di non saperlo, non voglio farmi condizionare e facilitare la descrizione, proviamo a guardarlo usando la nostra fantasia. L'opera è di piccolo formato, un olio su tela 24 x 33, solo pochi centimetri più grande di un normale foglio A4, eppure sembra molto più grande, le forme dipinte vanno in fuga verso un orizzonte lontano e sconfinato che fa allargare il campo visivo allontanandolo fino al nulla. All'orizzonte solo silenzio, non si muove una foglia, in un quadro così piccolo l'artista ha simboleggiato l'enormità dell'esistenza, una velatura d'azzurro attira lo sguardo ma viene sovrastata dal marrone intenso della terra e dagli arancio misto all'ocra di tutto il resto inquadrato, c'è un tourbillon di forme ma tutto sembra essersi fermato. Dal basso dell'opera dà il via il primo degli orologi, chiuso a pendolo color rosso pomodoro, è fermo, ricoperto dalla danza delle formiche come una schematica confusione che permane nei nostri pensieri, sul tic-tac del tempo che passa da un orologio chiuso a pendolo all'altro con sopra la mosca che è meglio lasciarla in pace, ferma sulle lancette del quadrante stondato nella forma, fuso e deformato sul bordo della struttura geometrica, wow!... Che pathos!... Tutto è fermo, tutto è in straordinariamente in movimento, ecco che dall'albero celeste, tinto di luce riflessa, si sporge l'unico forte ramo a sostegno del terzo orologio squagliato come una musicassetta lasciata in macchina negli anni '70 sotto i raggi del sole di agosto, totalmente arreso e proteso verso una scogliera a picco fra mare e cielo, e io che la guardo come in un sogno dalla cima come Icaro vorrei librarmi in volo, tornando indietro nel tempo per rivedermi quando, bambino, correvo con una bicicletta senza freni. Sotto l'albero, sulla nuda terra, rimane l'ultimo orologio sciolto sopra una forma incompleta, di colore bianco, somigliante a una fronte umana, un occhio, un naso appena percettibile, nella la materia tutto sfumato come un labile pensiero. Abbiamo dentro la nostra testa un orologio che scandisce il tempo, segna il passare dei ricordi nella mente che spazia senza limiti, superando la barriera dei giorni, degli anni, per noi con la nostra mente, che, nel sonno, giocherella nel sogno fra visioni al di fuori della nostra volontà. Davanti a quest'opera potrei sognare di andare dritto verso l'orizzonte di Dalì e salire su una nave, oppure di andare dietro la scogliera per correre con la mia bicicletta, chiudo gli occhi provo ad immaginare.....

BOING!!... Un rumore sordo, assomigliante a legno su legno, qualcosa mi rotola vicino spezzando l'incantesimo.

- Uè, pirla, per favore ridammi la pallina!

 

Azz! E' Giovanna la milanese che gioca a biliardo!
 

- Forza, che aspetti! (Sibilando con autorità.)
 

- Veramente, stavo parlando di Salvador Dalì
 

-Salvador Dalì... ah, e chi è?
 

- Dai, dopo te lo spiego
 

Le porgo la pallina che, con un colpo maldestro, Giovanna aveva fatto saltare fuori del biliardo.
 

- Giovanna, vedi, potresti considerare Dalì un sognatore del passato
 

- Un sognatore del passato?... Ma va' a dà via i ciap, parlate invece di Luigi Montanarini, un artista mio vicino di casa, me piaseno un sacco i suoi colori.
 

- Non la possiamo contraddire, può diventare pericolosa, se si innervosisce preparerà per tutti una torta da 16 kg.
 

- Ehi, Giovannona, senti che ti dice Umberto... andiamo insieme alla Dalia al club dei classici a sentire un po' di musica classica?
 

- Posso portare il sigaro spento?
 

- Certamente, basta che non ti addormenti.
 

- Umberto, stai manzo, ronfo solo davanti alle partite della Juve.
 

Amici lettori del blog che piace ad ogni latitudine, vi lasciamo, mentre i nostri "ragazzi", Dalia mano nella mano di Umberto e sottobraccio a Giovanna la milanese, vanno a sentire Mozart. Vi salutiamo, ringraziandovi torneremo a breve per un prossimo incontro sempre qui al bar da Gianni.

Il disegno è la sincerità nell'arte. Non ci sono possibilità di imbrogliare. O è bello o è brutto.” 
 

SALVADOR DALI'

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A me la parola

27 Settembre 2018 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca

   

 

 
 
 
A me la parola.
     Quale?
     Parola d'ordine?
     Sono disordinato o, comunque, sono ordinato, a modo mio.
     Non sono chierico.
     Sono stato chierichetto, per 19 anni.
     Nessuno può ridurmi allo stato laicale.
     Sono smemorato e non ricordo la parola d'ordine.
     Ordine: è una parola.
     Mi piace disordinarla, anagrammarla, aggiungendoci una "n".
     Diventa: rondine.
     Ogni mia parola può, così, volare, nel web, verso ogni amica, ogni amico, su Facebook.
     A me la parola.
     Quale?
     Parola d'onore?
     Non sono onorevole.
     Non lo sono della Prima e nemmeno della Seconda Repubblica.
    Non sono un libero professionista e non posso dire di ricevere il mio onorario a motivo del mio Inserimento Socio-Terapeutico, nella Biblioteca Comunale di Borgo San Lorenzo.
     Non ho una Laurea: nemmeno ad honorem, nemmeno honoris causa.
     Non cerco che d'impegnarmi ad onorare ogni parola data a chiunque.
     A me la parola, ma parlo poco e scrivo di più.
     Vorrei ascoltare, dal vivo, la parola altrui a me diretta.
     Vorrei che altri ascoltassero, dal vivo, la mia parola diretta a loro.
     Mi piace anche scrivere a qualcuno, per essere letto (anche a letto) e che qualcuno mi scriva, per poterlo leggere poiché la parola detta vola e quella scritta rimane, ma la parola scritta altrui è creata, spesso, per creare distanza dal sottoscritto, mentre la parola scritta mia vorrei crearla per ridurre, per eliminare la distanza, per creare i presupposti di un incontro (e non solo uno), faccia a faccia.
     Se "faccia" è anche congiuntivo del verbo "fare", che ognuno di noi "faccia" in modo che ogni "faccia" possa congiungersi con ogni altra.
 
          Luca Lapi luca.lapi@alice.it
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Gossip: solo work in progress?

26 Settembre 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #gossip, #televisione, #cinzia diddi, #moda

 

 

 

 

 

Giorgio Manetti, noto per aver partecipato alla trasmissione Uomini e Donne di Maria de Filippi, sembra aver lasciato la trasmissione e  la fidanzata storica Gemma Galgani  ed  eccolo scovato accanto ad un’altra affascinante bionda.

 

Tranquilli non è la sua nuova fiamma, si tratta di  Cinzia Diddi, giovane e talentuosa  stilista pratese, i due si sono incontrati durante una conferenza stampa tenutasi in un raffinato hotel fiorentino, dove l’ex protagonista di Uomini e Donne, davanti ad una ristretta e selezionata  platea, ha illustrato la sua nuova attività di organizzatore di eventi.

 

Quindi solo “work in progress” per Cinzia Diddi e Giorgio Manetti … se sono rose fioriranno …

Gossip: solo work in progress?
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Radioblog: "Un cattivo esempio" di Tina Caramanico

25 Settembre 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #recensioni, #interviste

 

 

 

Cosa fareste se un bel giorno, mentre sedete comodi sul divano di casa vostra, intenti alle vostre faccende quotidiane, vi venisse a far visita un bel... fantasma? Sì, il fantasma di qualcuno che ha abitato in quella casa prima di voi, molti anni prima di voi, qualcuno che vi conosce ma che voi non avete neppure conosciuto e che vi farà una serie di rivelazioni che stravolgeranno completamente la vostra vita familiare?

A voi forse non sarà ancora mai accaduto ma a Margherita, la protagonista del romanzo Un cattivo esempio, succede veramente. E, incubo nell’incubo, il fantasma che la viene a trovare è addirittura quello della suocera Concetta vissuta molto prima che Margherita sposasse suo figlio. Concetta sa tutto della nuora e della sua vita coniugale perché non ha mai lasciato la casa dove ha vissuto lei e poi Margherita con il figlio Luigi.

Avvolta in una nube di fumo di sigarette che non smette praticamente mai di fumare per tutto il libro, la suocera-fantasma dice << Margherita,tu non conosci me, ma io a te ti conosco bene. Sei la seconda moglie, vedova, di Luigi Loiodice buonanima e vivi in questa casa dal 1967 >>. Dopo un primo momento di smarrimento le due donne si conoscono e si raccontano, si sfogano, si sfottono colmando i vuoti delle reciproche solitudini.

Ma non è un caso se Concetta si è manifestata alla parente ancora in vita, perché  le rivelazioni che le farà getteranno Margherita nello sconforto, nell’incredulità totale, cambiando radicalmente l’idea che della sua vita familiare aveva avuto fino a quel momento. Sarà costretta a fare i conti con altri fantasmi, quelli che albergano nei remoti recessi della nostra coscienza sotto forma di rimorsi e che fanno molto più paura, soprattutto quando per una vita non li abbiamo voluti vedere.

Questo romanzo, edito da Kobo editore, in poche pagine ci farà vivere questa avventura incredibile, angosciante e, a tratti, anche divertente, dove il destino di due generazioni familiari si incontra intrecciando passato e presente attraverso questo singolare rapporto tra due donne  anziane, una viva, l’altra già passata a miglior vita. Sulla scena ci sono anche Silvia ed Elisa, figliastre di Margherita nonché nipoti di Concetta, due donne avide, poco sensibili e dunque poco amate dalle nostre due anziane protagoniste, ma anche loro in qualche modo vittime inconsapevoli.

Oggi a Radio Blog conosceremo l’autrice di questa storia, Tina Caramanico, finalista con questo libro della prima edizione del concorso "Romanzi in cerca d’autore”. Buon ascolto!

 

Il sito di Tina Caramanico https://www.tinacaramanico.org

 
Se volete acquistare il suo libro 

 

Per contattarci:radioblog2017@gmail.com

Musica:www.bensound.com

Illustrazioni a cura di Eva Pratesi www.geographicnovel.co

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Gli Etiopi, il deserto della Libia e le acque del Nilo

24 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Dall’amore di Io e Giove nacque Epafo.

Epafo divenne un giovane molto orgoglioso che non sopportava le umiliazioni.

Un giorno Fetonte, il suo compagno di giochi, figlio del Sole, si vantò di essere superiore a lui.

- Mio padre è la luce del mondo - diceva - mentre tu non hai padre e tuo nonno è un semplice mortale!-

Epafo, ferito nell’orgoglio, rispose: - Sei uno sciocco, Fetonte! Tu credi a tutto ciò che ti dice tua madre, ma lei ti inganna: non sei figlio del Sole! In realtà non hai padre, come me, e neppure un nonno di cui andare fiero, mentre il mio è dio di un fiume ...-

Fetonte, colpito nel vivo, si recò da sua madre, la bella Climene, e le raccontò ciò che gli aveva detto Epafo. Fetonte piangeva disperatamente: - Mamma, non permettere che io sia umiliato! Dimmi la verità: sono veramente figlio del Sole? E se lo sono, dammene la prova! -

Climene, addolorata dal pianto del figlio e ferita anche lei nell’orgoglio, rispose: -   Ti giuro che sei figlio del Sole e se mento, chiedo agli dèi che non mi facciano più vedere la sua bella luce! Ma se le mie parole non ti bastano, allora va’ da lui e chiedigli la verità: il luogo dove tuo padre abita e sorge è qui vicino, ti sarà facile raggiungerlo –

Fetonte, pieno di gioia, non se lo fece dire due volte e subito si mise in viaggio. Lasciò l’Etiopia, attraversò l’India e finalmente arrivò alla casa di suo padre.

La reggia del Sole si ergeva alta nel cielo, scintillante d’oro e di rame, sorretta da immense colonne. Il frontone era rivestito di candido avorio e la porta mandava luci argentate.

Fetonte, dopo aver percorso una strada in salita, finalmente giunse in questa reggia lucente e subito si recò al cospetto di suo padre: non gli andò troppo vicino, però, perché non riusciva a sostenerne la vista.

Il Sole sedeva su un trono di smeraldi ed era avvolto in un manto di porpora. Alla sua destra e alla sua sinistra stavano il Giorno, il Mese, l’Anno, il Secolo e le Ore, disposte a una distanza uguale l’una dall’altra; poi c’erano la Primavera, incoronata di fiori, l’Estate, coperta di spighe intrecciate a ghirlanda, l’Autunno, odoroso di uva spremuta, e infine il gelido Inverno, dai capelli candidi e irrigiditi.

Il Sole, con il suo sguardo che vede ogni cosa, si accorse del giovane che osservava sbalordito e gli disse:

- Come mai sei venuto fin qui Fetonte, mio caro figlio? Che cosa vuoi? –

- O Sole, luce di tutto il mondo, dammi la prova che sei davvero mio padre e che mia madre non mente! Toglimi questo peso dal cuore! - rispose Fetonte.

Il Sole si commosse per la tristezza del suo figliolo: si tolse dal capo i raggi che sfolgoravano e si avvicinò al giovane, poi lo abbracciò e gli disse:

- Tua madre ti ha detto la verità: sei mio figlio! E per toglierti ogni dubbio, giuro che ti concederò qualunque cosa mi chiederai -

Subito Fetonte chiese al padre il permesso di guidare per un giorno il suo cocchio

 trainato dai cavalli alati.

Il Sole si pentì di aver giurato e scosse tristemente il capo, esclamando:

- Sono stato pazzo a farti quella promessa, perché mi chiedi l'unica cosa che non vorrei darti! Quello che desideri è molto pericoloso. Chiedi cose troppo grandi, Fetonte, non adatte a un fanciullo come te ... Nemmeno un dio oserebbe guidare il carro del Sole: nessuno all’infuori di me è capace di farlo! La via, all’inizio, è molto ripida e i cavalli, anche se freschi e riposati, faticano a salire; quando si giunge a metà, siamo così in alto che anche a me a volte viene paura se da lassù guardo il mare e la terra; infine, l’ultimo tratto è una discesa a strapiombo e richiede mano ferma: perfino Teti, la dea del mare, che mi accoglie nelle sue onde, teme sempre che precipiti ... Inoltre il cielo gira vorticosamente, senza fermarsi mai, trascinando con sé le stelle. E ci sono tanti altri pericoli: dovrai passare fra le corna che il Toro rivolge contro di te, sfuggire all’arco del Sagittario, alle fauci del Leone feroce, evitare le chele terribili che lo Scorpione e il Granchio fanno roteare da una parte e dall’altra del cielo! Come farai a controllare i cavalli che soffiano fiamme fuori dalla bocca e dalle narici? A stento obbediscono a me, quando sono lanciati nella loro corsa ... Sono tanto in pena per te, figlio mio! Chiedi un’altra cosa, non ti rifiuterò nulla, ma non questo. Esprimi un desiderio più saggio, che non ti porti alla rovina! -

Il padre aveva cercato di convincerlo, ma il giovane continuava a insistere e smaniava dal desiderio di guidare.

Alla fine il Sole fu costretto a cedere: doveva rispettare il giuramento! Così, sospirando, lo condusse al cocchio. Era tutto d’oro: l’asse, le stanghe, il cerchio delle ruote; solo i raggi erano d’argento, e i bordi sfavillavano di topazi e pietre preziose.

Mentre Fetonte contemplava stupito questa meraviglia e ne studiava i particolari, da oriente l’Aurora, puntuale come sempre, spalancò le porte di rame e il cortile pieno di rose: le Stelle si dileguarono e anche Lucifero, per ultima, abbandonò il cielo.

Quando il Sole vide il mondo tingersi di rosso e la falce della luna dissolversi, ordinò alle Ore di aggiogare i cavalli. Subito le dee li condussero fuori dalle stalle e misero loro le briglie dorate. Scalpitavano e soffiavano fiamme.

Allora il padre spalmò il volto del figlio con un unguento sacro perché lo difendesse dal calore, gli pose in testa i raggi e gli disse sospirando, pieno di timori e di tristi presagi:

- Segui almeno questi consigli, figlio mio: non spronare cavalli, anzi, usa le briglie. È difficile trattenerli perché vogliono correre! Poi mantieniti a mezza strada, così il cielo e la terra riceveranno il giusto calore: se tu salissi troppo in alto, bruceresti le case degli dèi, se scendessi troppo in basso, la Terra andrebbe in fiamme. Buona fortuna, figlio caro! Spero che la sorte ti aiuti ... Ma perché non abbandoni la tua idea? Lascia andare me e rimani qui, al sicuro ...

Ormai Fetonte non lo ascoltava più: era balzato sul cocchio, stringeva fra le mani le briglie e, felice, salutava il padre, che lo guardava disperato.

Intanto i cavalli alati scalpitavano e percuotevano con gli zoccoli i cancelli d’argento; appena Teti li schiuse, si slanciarono fuori, agitarono le zampe nell’aria e squarciarono la nebbia, sollevandosi in alto ...

Piroente, Eoo, Etone e Flegetonte sono cavalli inquieti, ribelli, astuti. Si accorgono subito che il carro è più leggero, che la mano che li guida non è ferma e implacabile come sempre. Sta accadendo qualcosa di strano...

Allora i cavalli si scatenano, scalpitano, abbandonano la strada di sempre e si mettono a correre nel cielo, senza più ordine. Fetonte non sa come tenerli a freno, non sa più dove si trova. Si volge a guardare la Terra, infinitamente lontana ... Il terrore gli fa tremare le ginocchia:

- Perché non ho dato ascolto a mio padre? Perché sono stato tanto orgoglioso? Non m’ importa più di essere figlio del Sole: vorrei solo tornare a casa, abbracciare mia madre, scendere da questo carro maledetto! –

E intanto guarda avanti e indietro, cerca di capire dove può dirigersi, ma invano: non conosce il nome dei cavalli, non ha la forza di tirare le briglie ...

Un terribile mostro gli viene incontro: è lo Scorpione, con le pinze ricurve e la coda terribile. Sputa nero veleno e cerca di colpirlo con il pungiglione! Fetonte, atterrito, abbandona le redini: i cavalli, finalmente liberi, si lanciano all’impazzata nello spazio, senza più freni. Volano in alto, cozzano contro le stelle e poi si precipitano giù, verso la terra ...

I boschi bruciano, il grano ingiallisce, le città sono ridotte in cenere, la neve si scioglie sui monti, le sorgenti si prosciugano, il mare si ritira e lascia il posto a distese di sabbia. Il popolo degli Etiopi, per il gran calore, diviene nero; il territorio della Libia, per l’evaporazione, si trasforma in un deserto; il Nilo, spaventato, nasconde sotto terra le sue acque. La terra, arida, si apre e la luce accecante penetra nel regno dei morti, che tremano per il terrore.

Fetonte vede la Terra in fiamme, avvolta in una nuvola di fumo. Il calore è terribile, il cocchio incandescente, ceneri e lapilli sono ovunque; i cavalli trascinano il giovane in una corsa senza fine. Non c’è più scampo!

Allora la madre Terra, con la voce roca per il fumo e il calore, mentre cercava di proteggere le poche acque rimaste, si rivolse a Giove chiedendo aiuto:

- È la fine, re degli dèi! Non ho scampo se non intervieni! Che male ti ho fatto per meritarmi questo? Ormai il cielo è incandescente e anche la tua reggia sta per  crollare … Salva dalle fiamme ciò che resta, non aspettare ancora!

Giove chiamò a testimoni tutti gli dèi, compreso il Sole, che piangeva in silenzio, tristemente.

- Bisogna fermare il cocchio o tutto l'Universo sarà distrutto - disse.

Il suo tono era addolorato ma inflessibile: il suo caro nipote doveva morire. Salì sulla rocca più alta dell'Olimpo, afferrò un fulmine, lo librò e lo scagliò contro Fetonte!

Una rossa fiamma avvolse i capelli dello sventurato, che rovinò giù dal cocchio e precipitò verso la Terra, come una luminosa cometa.

Il corpo del giovane cadde nel Po e il fiume, con le sue acque, dolcemente gli tolse dal viso la nera fuliggine. Poi i pastori lo seppellirono e sulla sua tomba scrissero:

«Qui giace Fetonte, che volle guidare il cocchio di suo padre. Non seppe farlo e trovò la morte, ma la sua fu un’impresa grandiosa!»

Il Sole, affranto, nascose il volto distrutto dal dolore e per un giorno il mondo rimase senza sole ...

 

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Intervista a Cristina Acquino

23 Settembre 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #daniela lombardi, #moda

 

 

 

 

Chi è  Cristina Acquino?

 

Sono una donna di 48 anni, mamma di uno splendido bambino, carica di idee ed entusiasmo sempre pronta a mettermi  in gioco.

Innamorata della moda, degli  abbinamenti  e di tutto ciò  che fa luce agli occhi di una donna.

 

Che rapporto hai con la moda?

 

La moda è  uno stile di vita, non può  mancare nell'armadio di una donna un tubino nero e una tuta  con paillettes e poi l'accessorio che completa.

 

Che ruolo ricopri nel mondo della moda?

 

Creo outfit per ogni età e stile, amo illuminare il viso di una donna con un vestito, vederla sorridere è  il primo passo verso il successo.

 

Cos'è la vera eleganza?

 

L'eleganza è vestirsi sulla propria pelle senza seguire per forza un'icona ma appropriarsi di un capo ed interpretarlo.

 

Come scegliere  un abito adatto alla propria figura?

 

Quando hai una visione del tuo corpo riesci ad indossare ciò che valorizza, io punto ad evidenziare i pregi e a nascondere i piccoli difetti che un po'  tutte abbiamo. Il mio compito è  creare nuovi stimoli per cercare il proprio  outfit.

 

In quale occasione mettere cosa?

 

Ogni occasione ha un vestito, alcune regole valgono sempre, basta seguire il buon gusto sapendo quando si deve stare un passo indietro rispetto ad un eccesso e quando si può  osare.

 

C'è  una moda per ogni età?

 

Sempre più donne dimostrano meno dei loro anni, l'estetica e la cura  della pelle aiutano tantissimo, qualche piccola regola base ci vuole ma in particolare può cambiare il tuo outfit e gli occhi possono illuminare il viso di una donna che si piace e renderla ancora più bella.

 

Ultimamente  stai vestendo alcuni personaggi  del mondo dello spettacolo, ci  vuoi parlare di queste esperienze?

 

Da poco ho iniziato  ad avere dei riscontri nel mondo dello spettacolo che mi stanno dando grande soddisfazione, stimolandomi a ricercare sempre nuove idee per soddisfare anche la donna più  esigente. Alcuni miei abiti sono stati indossati sul set del film Tutto Liscio dalla splendida Maria Grazia Cucinotta.

 

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Arte al bar: HOKUSAI KATSUSHIKA "La grande onda di Kanagawa"

22 Settembre 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #arte al bar, #pittura

"La grande onda di Kanagawa" e l'omaggio di Walter Fest  "La grande onda di Kanagawa" e l'omaggio di Walter Fest

"La grande onda di Kanagawa" e l'omaggio di Walter Fest

 

Amici lettori, di questi tempi quanti di voi non vorrebbero iniziare a preoccuparsi di acquistare libri scolastici nuovi o usati per il ritorno a scuola dopo la pausa estiva?Succederà per molti ma non per tutti, e così vogliamo rivolgere un bell'augurio di buon ritorno a scuola per tutti gli studenti.

Io e il vostro blog antistress siamo qui, seduti al nostro caldo bar del mio amico Gianni. Vedo intorno a me gli ultimi bagliori della stagione e, per rimanere in tema, oggi vi parlerò di un grande artista giapponese e della sua opera, sicuramente la più famosa, La grande onda di Kanagawa.
E' un'opera che dovrebbero conoscere tutti, o forse no? Proviamo a chiedere a qualcuno.

 

- Aristide, la conosci la grande onda di Hokusai Katsushika?
 

- Sì, l'ho saputo, Mario l'ha portata in officina l'altro ieri per cambiare le candele.
 

Credo che Aristide abbia equivocato. Mi guardo intorno, ora provo con Michele il tappezziere.
 

- Michele, conosci la grande onda?
 

- Macché, neanche so nuotare!
 

Dal fondo della sala... - Prova a chiedere al fisioterapista..
 

Alessandro, il fisioterapista, sta leggendo il Corriere con la tazzina del caffè in mano, ha captato che lo sto per interpellare, posa il giornale e, con sguardo furbastro, mi guarda. 

- Certo che la conosco, mi piace pure, ne tengo una copia incorniciata in bagno.
 

- In bagno? Perché? La dovevi appendere all'ingresso (Sara la postina.)
 

- Ma ci sono pochi colori (interviene Paolo l'elettricista.)
 

- Scusatemi, ma il giapponese, quando l'ha vista, non si è messo paura? (Saverio il gommista).
 

A questo punto La grande onda di Kanagawa interessa a tutti e Gianni dal juke box lancia la compilation dei Santana.
Qui al bar, alla fine tutti esprimono un'opinione prima di recarsi alle proprie faccende quotidiane, rimane con me solo Roberta la scrittrice, che viene dal mare di Ischia.

 

- Secondo me, in quest'opera c'è molta poesia.
 

- Roberta, ma sai che hai ragione?

Hokusai Katsushika è stato un grande artista giapponese (1760-1849), pittore e incisore che ha fatto delle sue rappresentazioni grafiche pura poesia a colori. Era anche un grande compositore di Haiku, uno stile poetico racchiuso in pochi versi, forse proprio per questa ragione la sua arte era così bella nella sua semplice razionalità.
Nel periodo storico del nostro artista l'incisione e la stampa erano tecniche molto diffuse che facilitavano la riproduzione in serie. L'arte giapponese, proprio per questo, insieme alla sua essenzialità decorativa, influenzò in particolar modo i pittori parigini di fine '800, tra i quali Manet, Toulouse Lautrec, Van Gogh, Monet, Degas, Renoir, Pissarro, Klimt. Grazie all'arte aumentarono gli scambi commerciali fra Europa e Giappone che, a sua volta, importò l'uso della fotografia, la conoscenza di nuove materie pittoriche e diversi metodi di stampa.
Possiamo considerare Hokusai Katsushika un artista/artigiano, perché la sua produzione artistica era per metà inventiva. Per l'altra, attraverso il costante utilizzo di strumenti tecnici, e grazie alla manualità richiesta nella realizzazione delle stampe, la sua opera era paragonabile al lavoro svolto da un classico artigiano. Hokusai, mente e cuore da artista eclettico, tirò fuori una quantità di grandi opere artistiche fino all'ultimo dei suoi giorni.

«Anche se fantasma me ne andrò per diletto sui prati d'estate» (Haiku scritto sul letto di morte da Hokusai, 1849)

 

- Roberta, hai ragione, perché tu hai il dono di natura del saper scrivere con la poesia nel cuore e nella mente il profumo e i colori del mare, perciò sai comprendere bene la musicalità delle immagini.

In questa scena sono protagonisti il mare, i marinai in barca e il vulcano sullo sfondo, quindi l'essere umano, coinvolto in un confronto di odio/amore con la potenza di più fenomeni naturali, l'eterna miscellanea acqua-aria-terra-fuoco che genera una poesia fatta di dramma e speranza.

L'opera è di piccole dimension, circa 26X38, ma l'effetto visivo è di grande impatto, il monte Fuji in lontananza, visto in prospettiva con l'onda in primo piano, sembra far aumentare il formato dell'opera. L'onda esprime una tale energia, dalla quale sembriamo venire travolti insieme ai pescatori nelle barche, stesi supini per non farsi sbalzare fuori dall'imbarcazione.

L'opera è composta di pochi colori, il bianco della schiuma gassosa, il blu, il celeste del mare, il marrone delle barche, un avana spento del cielo fra la nebbia alzata dalla tempesta. Colori semplici ma estremamente puliti, il tratto delle linee è così elegante che non fa avvertire un senso di paura ma bensì il piacere della visione delle forme, con una chiara indicazione al rispetto che va tenuto verso la forza e l'impeto della natura. Una danza naturale sulle note dell'acqua, curvata nella sua potenza, vaporizzata in minuscole particelle per poi fondersi e ricominciare il moto: l'uomo non potrà mai vincerlo ma solo saperci convivere.
 

- Roberta, guarda l'oscillazione irrefrenabile delle onde che dondolano le imbarcazioni, osserva le bolle d'aria e gli schizzi d'acqua che si muovono in alto e in basso e poi dimmi se non ti viene voglia di ballare, di seguire con le braccia e con le gambe il moto delle onde che si alzano e si abbassano. Idealmente prova a sentire il fragore dell'acqua, immaginando il rollio ritmato del suono della batteria. Hokusai Katsushika ha reso questa immagine dinamica come una melodia musicale un po' rock, un po' blues.
 

- Sì, mi sto muovendo a passo di musica, è molto... non mi viene la parola.
 

- Roberta, non servono parole, facciamoci cullare dalla fantasia, questa è poesia, la musica è poesia e la rappresentazione pittorica ha il potere di fermare negli occhi ogni immagine.
 

La grande onda di Kanagawa è una xilografia, quindi, da un disegno originale, l'immagine veniva riportata su una base in legno, mediante incisione e, dalla stessa, venivano realizzate numerose copie colorate con più passaggi di inchiostro su carta fatta a mano. Varie copie sono esposte in molti musei di tutto il mondo.
Io e Roberta, la brava scrittrice che viene dal mare di Ischia, stiamo continuando a ballare sul sound della grande onda di Kanagawa, nel bar non c'è nessuno, solo noi e Gianni il barista, che sta fumando la sua sigaretta seduto fuori, mentre ci guarda e sorride sornione. Non ci prende per matti, ormai ha capito il senso e la ragione dell'arte, quella di farti sognare e godere di mille emozioni.
Amici lettori della signoradeifiltri, se volete, provate a ballare anche voi pensando alla musica del mare, vi lasciamo con questa immagine negli occhi e vi aspettiamo al prossimo appuntamento, sempre qui al solito bar. E' stato un piacere parlare di arte con voi.

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