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Arena del mare di Sapri… scenario unico di arte, musica e spettacolo

22 Agosto 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #moda, #musica, #eventi, #televisione


 

 

 

La storica arena, da sempre protagonista di grandi eventi, si impreziosisce dei colori della moda e si inebria sulle note della musica di grandi artisti della scena nazionale e internazionale. Ad aprire la serie di spettacoli ci sarà il grande concerto di Nino D’Angelo il 20 Agosto e, a seguire, il giorno dopo, sullo stesso palco il grande evento di moda sotto le stelle, dove sfileranno i capolavori di Alta Moda e di Abiti da Sposa del celebre stilista Mimmo Tuccillo, protagonista dei grandi eventi della Moda Italiana e stilista di famosi personaggi dello spettacolo e della televisione. Le sue illustri firme, abbellite da pregiati pizzi e ricercati cristalli, saranno accompagnate dal peculiare e grande lavoro dell’hairstylist “Nicola Mariani” e “Lineaemme” e dai gioielli di luce di “Luce di Pegaso”. Essi contribuiranno a creare delle opere d’arte che sfileranno in passerella sotto gli occhi di centinaia di persone. La serata sarà allietata dall’intervento di artisti dello spettacolo, tra cui l’ambasciatrice della musica napoletana nel mondo, la grande Anna Merolla e il famoso Giosuè Bernardo del gruppo “Nojazz”, e dalla presenza della dilettevole Maria Bolignano, regina del cabaret direttamente da Made in Sud. Esibizione di spicco sarà quella del giovane cantante italiano di bachata “Cosimo”, che, dopo la sua partecipazione canora ai mondiali in Russia, si fa portavoce nella sua terra della musica latina che gli ha permesso di conquistare il pubblico della bachata, e non solo, in giro per il mondo e, in tale occasione, presenterà il suo nuovo singolo Tormento
Ma le sorprese non finiscono qui, numerosi saranno gli ospiti che prenderanno parte all’evento e lo renderanno unico nel suo genere… però non sveliamo i particolari!

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Arte al bar: MARINA ABRAMOVIC The artist is present

21 Agosto 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #arte, #arte al bar

"The artist is present" di Marina Abramovic e l'omaggio di Walter Fest"The artist is present" di Marina Abramovic e l'omaggio di Walter Fest

"The artist is present" di Marina Abramovic e l'omaggio di Walter Fest

 

 

 

Amici lettori della signoardeifiltri, è mattina presto, al bar solita gente che distrattamente va e viene. E' Estate e noi cerchiamo, attraverso l'arte, di far sorridere un po' di gente perché, mentre aspetto Dalia, leggo le ultime consuete e immancabili brutte notizie sul giornale. Purtroppo così è la vita ma, di controparte, tutte le arti, ad ogni latitudine, hanno il pregio di colorarvela e di alleggerirvela in certi momenti difficili. Per oggi abbiamo concordato che andremo a parlare di arte presso il negozio di Monica la parrucchiera, vi descriveremo un ricordo, coinvolgendovi, attraverso la cronaca di una nostra spedizione a New York, in una fantasiosa esperienza fatta nella Primavera del 2010, per raccontarvi, amici del blog che sta all'arte come CR7 sta al calcio, la cronaca della performance dell'artista Marina Abramovic. 

Ecco arrivare Dalia.
 

- Dalia, buongiorno, sei pronta?


- Sì, lasciami prendere un caffè alla parmigiana e andiamo... senti, ma di chi hai detto che parliamo oggi?
 

- Marina Abramovic.
 

- Sarà dura, vero?
 

- Uelà, se serve di menare le mani io ci sono, eh!
 

Ecco a voi Giovanna la Milanese, con la sua proverbiale carica agonistica, anche se dell'arte non gliene frega niente, rimane sempre con le orecchie ben drizzate.
 

- Vengo anch'io, la partita al biliardo la finisco dopo!
 

- Veramente, andiamo a parlare di arte al negozio di Monica, se ti fa piacere, vieni anche te.
 

- Ma sì, mentre voi raccontate le vostre cose, io mi farò una ritoccatina all'acconciatura e magari anche al resto.
 

Marina Abramovic è un artista nata a Belgrado (30 Novembre 1946), dopo gli studi all'accademia di belle arti è nel cuore degli anni '70 che inizia la sua ricerca verso nuove forme espressive. La sua carriera avrebbe dell'incredibile, in realtà è quasi ossessiva sperimentazione, attraverso un nuovo linguaggio che vada al di là della staticità di una tradizionale opera d'arte.

Se, da un lato, è stata coraggiosa a rischiare feroci critiche, da un altro punto di vista è stata geniale nel trovare sempre l'approccio ideale con il pubblico, senza la paura di venire messa in discussione. A livello mondiale è considerata una vera e grande artista, sicuramente non è facile per tutti poterla identificare come tale, ma è innegabile che Marina Abramovic ha permesso alla gente di avvicinarsi al mondo dell'arte, di toccarla con mano, con tutta la propria anima, provando una serie di emozioni contrastanti ma in ogni caso vive. Altra sua prerogativa è che è volutamente uscita dallo schema artista = artigiano. Piuttosto artista che lavora in squadra, coadiuvata da diversi collaboratori che utilizzano strumenti audiovisivi. Marina Abramovic non è l'artista chiusa in uno studio, solitaria, concentrata sulla sua singola opera ma è al lavoro in una continua e dinamica costruzione di un'opera alla quale può partecipare chiunque.

- Dai, incamminiamoci, il negozio di Monica è dietro l'angolo, entriamo.
 

- Buongiorno a tutti, state pure comodi, sono qui per raccontarvi come è andata quella faccenda artistica. Monica, tu lavora tranquillamente.
 

- Ciao, Walter, ciao Dalia, ciao Giovanna.


La gente nel negozio sembra non essere interessata a noi, la musica nel locale è soft, devo solo iniziare.

Questa è una storia di qualche anno fa, insieme a me c'erano Mario il benzinaio, abituale consulente artistico, e Franco il gelataio, in qualità di testimonial. Eravamo partiti per gli Usa per andare ad assistere alla performance The artist is present, messa in mostra dall'artista Marina Abramovic, nella Primavera del 2010, al Moma di New York, performance durata tre mesi nella quale i visitatori avevano la possibilità di sedersi di fronte all'artista e guardarla in silenzio per pochi minuti. Durante il mese di Marzo l'artista aveva indossato un abito blu, nel mese di Aprile un abito rosso e in Maggio un abito bianco, era una performance intensa, lenta nell'azione ma vissuta con grande emotività, tutto si svolgeva in un grande ambiente vuoto, presente solo l'artista, seduta impassibile su una semplice sedia razionale di legno chiaro, al centro un tavolo, sul lato opposto il visitatore di turno, anch'egli seduto su una sedia uguale a quella dell'artista. 

L'atmosfera che si respirava era una miscellanea di calore bollente diffuso in un assoluto silenzioso immobilismo, i visitatori, come un mantra, aspettavano il contatto con l'artista e ogni loro pensiero era una moltiplicazione di energia. Potevamo leggere nei loro volti il punto interrogativo del vedere, sapere e cercare dove era l'arte, si chiedevano inconsciamente perché si trovavano lì, qualcuno rinunciava, qualcuno voleva a tutti i costi affrontare la prova, nella quale nessuno sarebbe stato vinto o vincitore.

L'artista, protagonista della scena insieme al suo spettatore di turno, era decisa a dare tutta se stessa in pasto al mondo, consapevole che alla fine tutti saranno uniti in un grande abbraccio. Ma in tutto questo l'arte dov'è? Dov'è la bellezza, la costruzione, la visione, la materia, dov'è l'arte da vedere con gli occhi per assaporarne i colori, dov'è la fantasia, dov'è il talento dell'artista, volendo anche la visione tradizionale del vocabolo "Arte"? Che sia tutta da trovare nella semplicità di un incontro? Nell'incrocio fra due sguardi? In verità qui tutti erano protagonisti e l'essenza dell'arte era il momento stesso, questo fantastico abracadabra dell'evento, l'emozione che scuote la nostra vita, il visitatore non è più fruitore passivo ma può scambiare il fluido di energia con l'artista Marina Abramovic, in un breve e intenso tempo da apparire eterno.

Il solo limite, anch'esso pura essenza artistica, è il silenzio, e il tempo che viene fermato. Entrambi i performer, l'artista e lo spettatore, devono lottare con se stessi, vincere quella forza magnetica che li vorrebbe attrarsi, toccarsi, parlarsi, forse anche respingersi... no, tutto deve essere energia invisibile e, quando si alzeranno dalla sedia razionale di legno, saranno più forti, anche se sfiniti nel cuore e nelle membra. Questa è arte per la vita, in questo caso bisogna scegliere fra questo misterioso anelito vitale oppure la materia, quella tradizionale da vedere e da toccare di fronte alla parete di un museo. Alla fine della giostra noi umani, che vorremmo essere dominatori, in conclusione siamo solo una piccola parte di una cosa più grande di noi, la terra viva, l'aria, l'acqua, il fuoco e ogni altro elemento naturale in un continuo interscambio di fluido spirituale. Al confronto non siamo nulla, lo dobbiamo ammettere, e forse solo unendo le nostre paure e le nostre virtù diventeremo migliori, questo è quello che, secondo me, ho trovato nella ricerca di Marina Abramovic. 
A questo punto io, Mario e Franco, abbiamo fatto un po' i furbastri, c'era una bella attesa per il nostro turno, serviva un escamotage, avevo con me la tessera giallorossa dell'AS Roma, lo so, ora direte che è una cosa vecchia, che lo fece pure Alberto Sordi in una scena di un film, sì, ma che ci posso fare, a ognuno la sua arte, sta di fatto che, mentre stavamo in fila ad aspettare, ho mostrato il documento, giustificandomi che Franco zoppicava in quanto infortunato, ed io e Mario, in quanto Assistenti Romani addetti al suo sostegno fisico, non avremmo potuto sostare a lungo in piedi, quindi, maramaldi noi birbanti, abbiamo eluso la fila e preso il posto davanti all'artista, sedendoci non sulla sedia razionale ma su una panchina fattaci portare dal personale Americano.

A questo punto l'artista ci guardava, noi la guardavamo come da copione, fermi e muti, ma c'era un problema, come la mettiamo con la libertà di espressione? In teoria non ci doveva essere contatto di nessun tipo, ma noi volevamo uscire dagli schemi e dire liberamente la nostra opinione, e così abbiamo tirato fuori dei fogli, dove avevamo fatto un disegno esplicativo, in quanto non potevamo usare le parole, quindi io avevo disegnato un piatto di spaghetti e, con mimica teatrale, muovendo a rotazione indice e medio della mano destra, volevo fare intendere all'artista "Dopo ci andiamo a far due spaghetti?
Franco, invece, che durante la trasferta era sempre stato molto scettico, aveva disegnato una tazzina di caffè fumante e così, guardando Marina negli occhi, indicando il caffè con il pollice destro, la invitava ad andare a prenderlo insieme perché voleva dirle due parole a quattrocchi. Mario ha semplicemente disegnato un punto interrogativo,  alzando gli occhi al cielo come a dire "E adesso che facciamo?" Avevamo superato la barriera, infranto un muro invisibile, Marina Abramovic rimase prima logicamente sorpresa poi iniziò a ridere, a ridere, e tutti i visitatori intorno iniziarono a loro volta a ridere, era un colpo di scena, è la vita che va così, noi siamo piccoli attori sul palcoscenico di fronte all'universo, e così ci siamo alzati e diretti fra la gente intorno, che ci guardava e ancora rideva. Forse un giorno l'umorismo potrà salvare il mondo.

 

- Ma non vi hanno messo in prigione?
 

- Dalia, con la fantasia tutto è permesso, e poi l'arte è bella proprio nello squilibrio, anche la nostra in fondo era una performance.
 

- Una che?
 

- Giovanna, la performance è un'azione artistica, un nuovo modo espressivo.
 

- Uè, fessacchiotto, ma questa roba qua mica si incornicia e si appende al muro.
 

- A parte il fatto che dopo vengono realizzati libri, manifesti, fotografie e video che verranno distribuiti, l'arte è un qualcosa a 360°.
 

- Ah, ho capito, beh, almeno non bisogna spolverarle queste opere d'arte.
 

- Dalia, le emozioni trasmesse dall'arte si possono vivere in tanti modi.
 

Non ci eravamo accorti che ne frattempo tutti avevano smesso di lavorare per ascoltare noi, beh, possiamo dirlo senza ombra di dubbio che il nostro racconto era stata una bella performance artistica e tutte le donne presenti in quel momento nel negozio stavano a coppie provando la stessa opera di Marina Abramovic. 

C'era in quel negozio una bella energia diffusa, diciamo che dalle nostre parti questo tipo di fare arte si stava realizzando in maniera un po' più spiritosa e allegra. Bice e Alice si guardavano e si davano i pizzicotti sulle guance, Adele e Francesca facevano le facce buffe, Pina e Tatiana si tenevano per mano, Monica e Beatrice si grattavano entrambe la testa, perfino Giovanna, con in bocca il suo sigaro spento, davanti a Dalia era molto interessata, in sintesi avevano tutte stravolto il messaggio originario, si era creata l'evoluzione dell'arte.
Amici lettori della signoradeifiltri, io alla chetichella lascio tutte le ragazze nel negozio di Monica la parrucchiera a proseguire la loro performance artistica, forse senza volerlo è quello che fanno tutti i giorni senza accorgersene, la vita è senza sosta una reale e continuativa incredibile opera d'arte. Ci rivediamo al prossimo artista sempre su questo blog che parla umano con parole colorate.
Intanto qui al bar stiamo organizzando con la fantasia una comitiva che partirà con il nostro celeberrimo bus a tre piani, alimentato ad energia solare, perché dal 21 Settembre 2018 al 20 gennaio 2019 l'artista Marina Abramovic sarà protagonista dello speciale appuntamento Marina Abramović Speaks, organizzato dalla Fondazione Palazzo Strozzi, presso il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. L'artista, in conversazione con Arturo Galansino, curatore della mostra e direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, affronterà alcuni temi del suo percorso esistenziale e creativo, ripercorrendo le tappe della sua carriera, dagli esordi in Serbia alle ultime grandi performance in tutto il mondo. La mostra racconterà il percorso creativo dell'artista Montenegrina, si tratta di una mostra itinerante già inaugurata lo scorso 20 aprile presso la Bundeskunsthalle di Bonn.
"The Cleaner”, questo il titolo dell’esposizione, nasce in collaborazione diretta con l’artista e riunisce oltre 100 opere, offrendo una panoramica sui lavori più famosi della sua carriera, dagli anni Settanta agli anni Duemila, attraverso video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e la riesecuzione dal vivo di sue celebri performance, che si terranno nel corso delle giornate di apertura, attraverso un gruppo di performer, specificatamente formati e selezionati in occasione della mostra. Marina Abramović, che si è autodefinita "nonna della performance", si confronterà per la prima volta con un'architettura rinascimentale, sottolineando lo stretto rapporto che ha avuto e continua ad avere con l'Italia. 
La mostra è organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, prodotta da Moderna Museet, Stoccolma in collaborazione con Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk e Bundeskunsthalle, Bonn. L'evento è già sold out pertanto scaldate la fantasia e preparatevi a seguirci.

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Ovidio, la vita e le opere

20 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #personaggi da conoscere, #sezione primavera

 

 

 

 

 

Ovidio nacque a Sulmona. All'età di dodici anni venne a Roma col fratello e frequentò le migliori scuole di grammatica e di retorica. Il padre, infatti, avrebbe voluto farne un avvocato e avviarlo alla carriera politica, ma Ovidio era attratto in modo irresistibile dalla poesia: egli stesso dirà che qualunque cosa cercasse di scrivere, gli veniva in versi!

Ovidio fu dunque poeta per istinto, per autentica vocazione.

Terminate le scuole, andò ad Atene per perfezionarsi negli studi, come facevano di solito i giovani romani di buona famiglia; qui venne a contatto diretto con la cultura, l'arte, le tradizioni della Grecia e ne rimase affascinato. Ai suo ritorno a Roma rinunciò alla carriera militare e a quella di avvocato per dedicarsi interamente alla poesia.

Ovidio, oltre a essere molto capace nello scrivere versi, aveva un aspetto piacevole: lo sguardo era vivace e intelligente, il volto sereno, la corporatura delicata e i gesti disinvolti. Vestiva in modo molto curato e raffinato, senza però eccedere negli ornamenti e senza far sfoggio di ricchezza; riscuoteva quindi simpatia e ammirazione ovunque andasse.

A poco più di venti anni, aveva già composto opere geniali e brillanti, che lo avevano reso famoso: Amores (Gli Amori), una raccolta di poesie dove cantava la sua passione per una fanciulla di nome Corinna; e le Heroides (Le donne leggendarie), lettere d'amore in versi scritte da antiche eroine come Penelope, Elena, Didone, ai loro innamorati.

Ovidio aveva 25 anni quando l'imperatore Augusto promulgò tre leggi volte a ristabilire nella società un tipo di vita che aveva per modello la virtuosa famiglia romana dei passato.

Queste leggi prevedevano ricompense per i padri di almeno tre figli, punivano severamente l'adulterio, vietavano di costruire abitazioni troppo sfarzose, di indossare abiti provocanti o fatti di stoffe preziose come la seta e la porpora, di imbandire cene troppo sontuose...

Ovidio, come molti altri della sua generazione, non desiderava affatto una vita diversa da quella splendida e lussuosa che stava conducendo, perciò i giovani lo consideravano il loro poeta, lo ammiravano e preferivano a Orazio e Virgilio, che elogiavano la politica dell'imperatore.

Augusto conosceva sicuramente le opere di Ovidio, nelle quali spesso il poeta faceva ironia sulle leggi severe riguardanti il lusso, il matrimonio, l'adulterio; sottovalutava le virtù militari, dichiarava di non desiderare il ritorno alla tradizione, alla vita domestica, alla sobrietà dei costumi. L'imperatore non era certamente soddisfatto di lui, tuttavia non ho fece perseguitare, né impedì che le sue opere fossero pubblicate: Augusto desiderava essere stimato protettore delle arti e delle lettere e Ovidio era un poeta amato e celebrato non solo a Roma, ma anche nelle più lontane citta dell'impero.

Così per molti anni ancora Ovidio continuò a scrivere versi che avevano come argomento l’amore, la bellezza, il piacere di vivere, finché, all'età di quarantatrè anni, decise che era giunto il momento di iniziare un'opera più importante, di più vasto respiro, dove fossero presenti i miti c le leggende greche e romane che egli tanto amava.

Con quest'opera Ovidio si proponeva di dare al lettore emozioni sempre diverse, ma anche la sensazione di una grande unità, perciò stabilì che tutte le storie avrebbero avuto un tema comune: la trasformazione degli uomini in altri esseri, animati o inanimati.

Un'opera simile non era mai stata scritta a Roma. In Grecia, invece, Omero, ma soprattutto i poeti dell’ epoca ellenistica (così si chiama il periodo storico che inizia dopo la morte di Alessandro Magno), avevano raccolto miti e leggende che parlavano di trasformazioni.

Ovidio possedeva i loro libri o poteva facilmente trovarli nella ricca biblioteca imperiale.

Così, per sette anni almeno, dal 2 d. C. all' 8 d. C., il poeta lavorò a quest'opera che non smise mai di rivedere, affinare, modificare, nel contenuto e nella forma.

Quindi iniziò la scrittura dei Fasti (I giorni fasti). Avrebbero dovuto essere dodici libri, uno per ogni mese dell'anno: in ciascuno di essi venivano elencate le feste religiose, spiegate le origini di riti, divinità...

Quest’opera, dedicata ad Augusto, si interruppe al sesto libro perché, inaspettatamente, Ovidio fu condannato all'esilio.

La ragione di questa improvvisa condanna, che si abbatteva su un poeta famoso e ormai vicino alla vecchiaia, rimane ancora un mistero; forse Ovidio si trovò coinvolto in uno scandalo di corte che riguardava la nipote di Augusto, Giulia Minore, accusata di condurre una vita non onesta e certamente contraria alle leggi dell'imperatore. Augusto, amareggiato da queste vicende familiari che venivano utilizzate contro di lui dagli avversari politici, decise di dare una prova evidente della sua fermezza e di mostrare a tutti che anteponeva gli interessi dello stato a quelli personali.

Così esiliò Giulia Minore nelle isole Tremiti e l'altro nipote, Agrippa, anche lui dedito al lusso e ai divertimenti più sfrenati, nell'isola di Pianosa; infine, nel dicembre dell'anno 8 d. C., firmò l'editto che relegava Ovidio a Tomi, un piccolo presidio militare sul Mar Nero, corrispondente oggi alla città di Costanza.

Quel luogo era arido, desolato e malsicuro per i predoni che facevano scorrerie nelle campagne, perciò Ovidio soffrì molto in esilio: non tollerava il clima e le acque malsane, la sua abitazione era priva di comodità, non aveva amici ed era tormentato dai ricordi della vita raffinata che conduceva un tempo e dalla nostalgia per la moglie lontana. Sentiva che la sua capacità di creare versi bellissimi era perduta per sempre, perciò scrisse agli amici di distruggere le Metamorfosi perché non avrebbe più potuto correggerle; per fortuna circolavano già varie copie dell'opera e questo ha impedito che andasse perduta.

L'esilio del poeta durò otto anni, durante i quali egli non cessò mai di supplicare Augusto e poi il suo successore, Tiberio, affinché lo richiamassero a Roma o almeno lo trasferissero in un luogo meno selvaggio e lontano. Ma i suoi tentativi rimasero sempre vani.

Il poeta infatti morì a Tomi, nei 17 d. C., all'età di sessanta anni. Le sue ceneri non vennero portate a Roma, come egli aveva chiesto e sperato, ma furono sepolte in quella terra lontana.

Ovidio però continuò a essere celebre e ammirato, nonostante l'esilio e anche dopo la sua morte.

Si realizzò così ciò che egli aveva scritto nei Tristia (Le Tristezze), un libro di poesie composte a Tomi:

« ...Tutto quanto poteva essermi tolto, mi fu strappato: la patria, le persone care, la casa, ma l'ingegno no: esso è il mio solo amico e il mio solo conforto; contro di esso, Augusto non può nulla. Che questa vita mi sia pure tolta: la mia fama durerà eterna e la mia opera sarà letta finché Roma dominerà il mondo».

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Palla pallina

19 Agosto 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #musica, #televisione

 

 

Palla pallina su un piede sto

e mille salti con te farò

Il 1968 è un anno fatidico che ha significato molto per tanti: la contestazione studentesca, la liberazione sessuale, i vecchi definiti “matusa”, etc etc. Ma io avevo sette anni, ricordo solo il gioco “palla pallina” lanciato da Rita Pavone. Lo rammentate? Una piccola palla di plastica dura e un lungo cordino terminante in un cappio da infilare alla caviglia. Con un piede la si faceva roteare e con l’altro bisognava saltare la cordicella. Non era poi così facile mantenere il ritmo, ma ci ho provato per giorni e giorni nelle interminabili estati sulla terrazza che dava sui tetti. Canottiera e mutandine, ginocchia sudice e sbucciate, piedi feriti dal cemento dei bagni o da qualche spina di riccio, il tempo si dilatava come in un buco nero, le vacanze duravano dalla metà di giugno fino al primo di ottobre, la noia, sì, la benedetta e santa noia, oggi sconosciuta ai bambini, era capace di farmi giocare da sola i giochi di società, persino la dama, interpretando entrambe le parti senza barare, cercando di vincere contro me stessa. Annoiarsi era un valore, non una mancanza di stimoli. M’induceva a leggere, a trovare risorse in me stessa, a lavorare con la fantasia, a trasformare il niente in tutto, a diventare creativa.

Non pressate di stimoli continui i vostri figli, non giocate tutto il giorno con loro, non sballottateli qua e là come pacchi fra ludoteche, gonfiabili e compleanni, non intromettetevi nei loro trastulli, lasciateli essere bimbi fra bimbi, lasciateli frignare per la noia in una stanza o in un cortile, che gli fa bene!

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Vincenzo Zonno, "Caterina"

18 Agosto 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Caterina

Vincenzo Zonno

Watson edizioni, 2018

pp. 147

14,00

 

Caterina, di Vincenzo Zonno, è un romanzo scritto benissimo, con un linguaggio davvero letterario, ma risulta, almeno per la sottoscritta, di difficile comprensione. Storia onirica e surreale, in cui non si capisce dove finisce la realtà e dove comincia il sogno, anzi, l’incubo horror che richiama alla mente atmosfere gotiche alla Edgar Allan Poe. Ed Edgar è, guarda caso, anche il nome di uno dei protagonisti, mentre di Poe è, appunto, un libro citato nel testo.

Caterina è una ragazzina orfana, che vive col patrigno, il Bulgaro, terribile figuro il quale, s’intuisce, le ha usato violenza in passato. La madre è morta in circostanze misteriose. Caterina passa i suoi giorni e le sue notti nel circo del patrigno, in mezzo a persone grottesche, anaffettive e dispettose, in una parola, cattive fra loro e soprattutto con lei che è, apparentemente, debole e inerme. Ognuna di queste maschere rappresenta il vizio e il peccato: lascivia, invidia, tradimento, sadismo.

Ma ci sarà una nemesi, incarnata in due figure emerse dal passato, due gemellini misteriosi e inquietanti, e anche nella stessa Cat. L’ecatombe finale è una vendetta catartica, muoiono anche i personaggi positivi perché “non si sa mai cosa c’è dietro le persone”, perché le speranze sono nulle e il genere umano è di per sé malvagio, perché solo gli animali sono innocenti: i barboncini, i molossi, il leopardo che ricorda la splendida lince di Non è un vento amico, il precedente romanzo di Zonno.

C’è uno stacco, forse stridente, fra ciò che accade nel circo, la parte migliore e più matura del romanzo, e la misteriosa casa nella foresta, topos di tanti romanzi e film dell’orrore, ma anche di molte fiabe, dove si aggira un gigante buono, dall’aspetto vagamente da pastore.

Più che capire il romanzo, confesso che mi sono lasciata andare alle libere associazioni mentali e ne è venuto fuori un parallelismo con Il cigno nero, un film del 2010, di Darren Arofnosky - dove una ragazza sessualmente repressa (interpretata da Natalie Portman), lasciando emergere la sua parte oscura, è artefice inconsapevole del proprio male - e anche certe splendide atmosfere circensi, felliniane ma non solo, dove le figure sono bizzarre e orrorifiche, dove i sorrisi sono ghigni malefici come la faccia di Pennywise, il pagliaccio di King.

Non c’è redenzione e non c’è perdono nel romanzo, l’innocenza del cigno bianco si trasforma nell’orrore del cigno nero. Una sorta di pacificazione si ha solo dopo la morte. Il peccato è vasto, diramato, il male esiste e non dà scampo. Per sconfiggerlo ci vuole un male più grande, un male talmente puro da essere innocente, da trasformarsi in strumento di giustizia divina.

Lo stile, a parte qualche lieve, incomprensibile, sbavatura, è meraviglioso, c’è un enorme sviluppo tecnico, immaginifico e poetico, dal primo romanzo di Zonno a questo. Come avevo già detto, un autore dalle incalcolabili possibilità.

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Gli incontentabili hanno il passo pesante

17 Agosto 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

 

Vi ricordate la terribile famiglia degli “incontentabili” che in ogni negozio non trovava mai niente di abbastanza buono da comprare, dopo aver messo a soqquadro ogni cosa e ridotto all’isteria il malcapitato commesso? “Gli incontentabili hanno il passo pesante” era un tormentone che avevamo adottato anche noi in famiglia.

Uno spot della ignis degli anni settanta, un padre che incute soggezione - il compianto Giampiero Albertini, attore di tanti sceneggiati famosi e doppiatore del tenente Colombo - una madre che non perde un pelo,  figli modello, fratello e sorella, ingessati e perfettini come due Derossi. Tutti e quattro, più che camminare, marciano, col loro passo, appunto, “pesante”, indice di determinazione e autorevolezza, mentre incutono paura a ogni addetto alle vendite, finché non trovano una lavatrice degna di essere acquistata senza nemmeno pensarci su.

Come appaiono lontani dal nostro attuale modo di essere quegli ingenui sketch che allora parevano moderni e rivoluzionari! Quanta nostalgia, per tutto, anche per le cose più insignificanti e brutte, come la crepa sull’asfalto, il pratino sterrato e la panchina con i cuori e  le iniziali. El magùn, direbbe Albertone.

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Dieci domande a: Flavia Spadiliero

16 Agosto 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #interviste

 

 

 

 

Amici lettori di Letture da Metropolitana e di signoradeifiltri, oggi abbiamo nostra ospite Flavia Spadiliero, una scrittrice non più giovane ma vi garantisco che, in mezzo a voi giovani di belle speranze, la nostra amica non stonerebbe. Voi direte "E grazie, è più esperta". Sì, senza dubbio con gli anni si acquisiscono tante di quelle informazioni che rendono la vita più facile, ma in ogni caso c'è qualcosa per cui non conta l'età ma quello che si ha dentro e, a quel punto, siamo tutti uguali e può succedere che un giovane sia vecchio e, invece, un anziano sia più giovane e questo si chiama cuore, un motore che muove la mente e che, nel momento che si scrive, azzera tutto.

Flavia, penna alla mano, dimentica i capelli argento, sale su un cavallo chiamato sentimento, e comincia a galoppare con passione fra parole scritte non per fare scena ma per emozionare, e, potete credermi, averla con noi in Letture da Metropolitana è un gran vantaggio, oltre che un vero piacere. In vita sua ha scritto tanto e il materiale non le manca ma non ha mai pubblicato un libro tutto suo. Sono sicuro, siamo tutti sicuri, che un giorno lo farà. Che poi, a dirla tutta, lei non è un'"ambiziosa", non le interessa atteggiarsi, non vorrebbe mostrare alle amiche le sue pubblicazioni gonfiandosi il petto.

Molte volte è inutile scrivere libri che verranno dimenticati mentre altri finiranno tristemente nel cassonetto della differenziata, ma questo è un altro discorso. Flavia, saggiamente, in una risposta spiega anche perché lei scrive le sue cose su Letture da Metropolitana con gioia per tutti noi, per coloro che sul bus e in metro vogliono assaporare qualche minuto di piacevole lettura prima di entrare nella giungla quotidiana. Eppure, un giorno quel libro che si sfoglia con le mani sarà realtà.

Molto bene, ecco le 10 domande per la nostra amica:

 

1) Non posso fare a meno di chiederti... perché scrivi?

Scrivo per passione, senza crederci troppo perché non sono una scrittrice, diciamo che amo quello che scrivo, bello o brutto che sia.

 

2) Invecchiando si impara o si insegna?

Non ho ancora capito se ho imparato, certo è che non so cosa insegnare, tutti sanno molte più cose di me. Imparo.

 

3) A proposito di letteratura, si stava meglio quando si stava peggio?

Negli ultimi anni molti pseudo scrittori hanno pubblicato cose scadenti ma sono molti anche quelli che sanno scrivere bene con umiltà e senza vanterie, leggo cose molto belle di giovani sorprendentemente ben preparati. Non credo si stesse meglio, era indubbiamente diverso, né meglio né peggio di com'è ora.

 

4) Che diresti a chi copia e incolla?

Finitela di fare il gioco del nascondino, se non sapete scrivere lasciate perdere e dedicatevi a cose più alla vostra portata.

 

5) Una sperimentazione letteraria che ti piace?

Mi piacciono molto i racconti a più mani, come il nostro ultimo da cui è nato un libricino molto interessante e divertente Mercurio Solido. Non è una cosa da poco perché è un mix di punti di vista senza gelosie. Davvero molto bello anche Gli Investigautori, dove ci siamo cimentati in un giallo tutto da ridere. Facciamolo ancora.

 

6) La deculturizzazione è colpa di chi?

La deculturizzazione è una delle disgrazie del nostro paese, voluta dai vari ministri della pubblica istruzione, mirata a tirare su una classe di ignoranti manovrabili. Un popolo ignorante si può dominare facilmente, chi legge e si accultura non si può più sottomettere perchè un cervello libero non si fa dominare.

 

7) Il libro antico ma più moderno di tutti.

Questa domanda mi mette in imbarazzo. Come forse non sai, amo gli antichi filosofi che, dopo tutti i millenni, ancora insegnano, a parte Aristotele, arrivato ai vertici del cristianesimo solo perché ha incontrato i favori di Agostino da Tagaste. Sono affascinata da Platone e dai discorsi su Socrate, quindi penso che abbia ancora molte cose da insegnare. Ovviamente è solo il mio modesto parere perché sento già levarsi il coro di proteste.

 

8) Sei in cattedra e davanti a te hai 24 giovani: che gli diresti?

Se avessi 24 giovani davanti, non saprei cosa dire, sono sicura che sanno molte più cose di me. Potrei suggerire di leggere, leggere tutto quello che capita a tiro, anche la pubblicità, non fosse altro che per rimarcare gli errori grammaticali. Ricordate che un uomo/donna che legge mette in moto il cervello e diventa pericoloso per il potere.

 

9) Che cosa renderesti obbligatorio a scuola?

A scuola renderei obbligatoria l'educazione sessuale, per insegnare ai giovani il rispetto per l'altro. E, seconda ma non meno importante, educazione civica, per far sapere ai cocchi di mamma che non ci sono solo loro al mondo e gli altri meritano tutto il rispetto (tipo non parcheggiare al posto dei disabili) e sarebbe un elenco lunghissimo.

 

10) Che cosa vorresti chiedere ai lettori di Letture da Metropolitana e di signora deifiltri?

Ai lettori  vorrei chiedere un po' di partecipazione in più, non dovete aver paura di leggere e commentare gli altri. E' la legge del libero scambio: io leggo e commento te e tu fai altrettanto. Grazie.

 

Flavia grazie a te da parte di tutti. Ti aspettiamo con simpatia al tuo prossimo lavoro.

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Giocagiò

15 Agosto 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione, #educazione

 

 

 

 

Il tempo è smisurato da bambini. In particolare non finivano mai i quindici minuti che intercorrevano dalle 16,45 alle fatidiche 17, quando incominciavano i programmi Rai, inaugurati dall’immagine dell’antenna che saliva lentamente, immersa in una musica solenne.

Come anticipo sulla Tv dei ragazzi - beati tempi in cui nel pomeriggio criminologi dalle labbra gonfiate e direttori di riviste gialle ancora non disquisivano su delitti e donne fatte a pezzi - c’era un programma, andato in onda dal 1966 al ‘69, intitolato Giocagiò.

I conduttori più famosi erano Lucia Scalera e Nino Fuscagni (già, chi affiancare a una “Lucia” se non il mitico "Renzo" de I promessi Sposi, trasmessi nel 1967?)

Io ero una bambina curiosa e solitaria, mi piacevano le cose da ragazzi ma anche quelle per adulti, seguivo tutti gli sceneggiati tv senza perderne una parola, e forse è proprio così, fra fiabe, pupazzi animati e opere letterarie imperiture, che si è formata la mia fantasia. 

Giocagiò era dedicato “ai più piccini” ed era una sorta di Art attack ante litteram. Scopo del programma era insegnare, in modo divertente e leggero, a costruire oggetti e prendersi cura di piante e animali. In quegli anni là non si dimenticavano mai l’intento didattico e l’indirizzo etico del fanciullo.

Certe cose, per la loro semplicità, riuscivano persino a me che sono negata dal punto di vista manuale. Ad esempio mi piaceva costruire un igloo, disegnando col pennarello mattoni di ghiaccio su un guscio d’uovo aperto a metà. Chissà se i bambini di oggi sanno cos’era un igloo? Chissà se lo sanno almeno i bimbi eschimesi? (O devo dire Inuit, ora che le cose si offendono quando vengono chiamate col loro nome?)

La televisione era in bianco e nero, allora, gli sfondi erano pezzi di cartone dipinto, ma bastavano pochi oggetti - un tavolo, una sedia, la gabbietta di un uccellino - per scatenare la fantasia dei più piccoli, ricostruendo la casa immaginaria in cui era ambientato il programma, così come quando, nelle Fiabe sonore dei Fratelli Fabbri, bastava il suono dell’arpa per segnare il passaggio del tempo. Potente è la fantasia dei bambini, e potente quella del lettore se solo lo scrittore sapesse toccare i tasti giusti.

I due presentatori ebbero un gran successo perché erano educati, gentili, giovani e sorridenti. La Scalera era il prototipo della maestra che tutti avremmo voluto avere, bella e materna, dolce e allegra. Ma erano anche sobri, eleganti, formali. Lei aveva un casco scuro di capelli cotonati e lui l'immancabile giacca e cravatta. Erano anni in cui la forma contava ma non si sostituiva, tuttavia, alla sostanza.

Come vorrei che, all’improvviso, dalle mie mani scomparisse il telecomando e vi si materializzasse, invece, una tazza di tè caldo. Le cinque di un pomeriggio d’inverno… Mia madre e mia nonna sedute sul divano che è il mio letto, nel bel salotto nuovo della mia casa di via San Carlo, con le poltrone di sky marrone e le tende a rete gialla. La scrivania di mio padre in un angolo, ché lui lavora di giorno e studia di sera per diplomarsi. Io, accoccolata davanti al basso tavolinetto di marmo che per me rappresenta tutto: comodino, scrittoio, ripiano da gioco. Inzuppo biscotti al Plasmon che si sfanno nel tè, e ho nel naso un odore salato di raffreddore. Una lucina accesa brilla accanto all'apparecchio, perché “se no fa male agli occhi”, i bagliori bianchi e neri illuminano la stanza e, sullo schermo, Nino e Lucia sorridono: belli e giovani come non saranno mai più.

Non so se, fra schiuma party e feste di compleanno settimanali, i nostri bambini inondati di regali, imbambolati davanti al tablet, inchiodati al cellulare di papà, hanno mai provato una gioia del genere?

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Arte al bar: VAN GOGH La camera di Vincent ad Arles

14 Agosto 2018 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #pittura

La camera di Vincent ad Arles di Van Gogh e l'omaggio di Walter FestLa camera di Vincent ad Arles di Van Gogh e l'omaggio di Walter Fest

La camera di Vincent ad Arles di Van Gogh e l'omaggio di Walter Fest


 


 

Non potevamo non parlarvi, amici della signoradeifiltri, di un artista importantissimo, un artista che, solo nominandolo, ti fa immaginare la bellezza dei colori e della natura. Chi di voi, vedendo un campo di girasoli, non penserebbe al grande pittore olandese?
Affezionatissimi lettori, oggi per voi Vincent van Gogh, e l'opera che andremo a descrivere sarà
 La camera di Vincent ad Arles.

Sono in compagnia di Monica la parrucchiera, oggi non lavora e - grazie ad un triplo caffè accompagnato da un bel cornettone alla fragola, vaniglia, pistacchio con panna - l'ho obbligata a sedersi con me di fronte a questo capolavoro. La nostra amica preferisce la tv, il cinema, la dance, ha un caratterino tutto sale e pepe, un vocione che fa a gara con Giovanna. Fortunatamente non ha molto tempo, altrimenti sarebbe la sua ideale compagna di gioco al biliardo. Lo ammetto, l'ho costretta a questo supplizio artistico perché sono sicuro che dopo cambierà opinione sull'arte. 

Descriveremo La camera di Vincent ad Arles di van Gogh immaginando di poterla vedere con la fantasia come se ne fossimo all'interno, per magia possiamo provare a toccarla  con le mani. I colori sono perfettamente intonati, l'atmosfera che si respira nella stanza è calda e rassicurante, il letto giallo appare, per la prospettiva, come su un piano inclinato. Stacca il rosso del lenzuolo, materia intensa fra le coperte e i cuscini gialli, il letto è attaccato di fianco al muro, le pareti della stanza sono celesti, così come le porte e il soffitto. Quadri pendenti, asciugamani verdi, tutto è ordinatamente disposto. Dalla finestra, dai montanti verde scuro, filtra la luce gialla sfumata di verde chiaro, la pennellata è netta e decisa, irradia di luce il tavolino di legno giallo e le sue cose.

Van Gogh ha usato il blu, il giallo che, miscelati insieme, diventano verde, poi il rosso che, insieme al giallo, diventa arancio, il bianco che, impastato lieve con il blu, diventa celeste, forse per sbaglio ha fatto un po' più scura una cornice del quadro vicina alla finestra, ma sì, per sbaglio, perché no? Invece il pavimento è di un marrone molto chiaro, tecnica arguta per aumentare la profondità proprio lì dove c'è l'altra sedia gialla di paglia.
 

- Dai, Monica sediamoci.


- Walter, poi che facciamo?


- Io avrei un idea per il letto.


- Mi dispiace, non si può.


- Ma con la fantasia si può tutto.
 

- Vuoi che ti faccio uno shampo con l'acqua gelata?
 

- Dai, che scherzavo, caso mai ci facciamo un pisolino, sai che questa stanza ti dà una sensazione di tranquillità, di pace interiore fatta di cose semplici, l'utilizzo di questi colori è riposante.
 

- Ma sai che hai ragione? Io adesso non mi alzo più da questa sedia!
 

- Monica, la sua stanza è dipinta con un senso di pace, forse è quella che cercava van Gogh, la rappresentazione di un desiderio inconscio, il pittore era un genio ma con una personalità sensibilissima, probabilmente, se fosse stato caratterialmente diverso, non avrebbe mai realizzato i suoi capolavori. Questa è un'opera dipinta nel 1888, nel formato 70x90 circa, di quest'opera realizzò tre versioni. La camera si trovava nella casa di Arles, dove Vincent van Gogh soggiornò, condividendola per un un breve periodo con Gauguin.
 

-  Mi piace quest'aria luminosa e serena, la nostra vita dovrebbe essere sempre cosi, tranquilla e colorata.
 

- Sì, amica mia, questa sensazione di quiete tutti noi sappiamo che esiste ed è quello che desideriamo di più, eppure i libri di storia sono pieni di guerre, morti ammazzati, gente affamata e impaurita; in tv e sui giornali troppe tristi notizie quotidiane, ma sarebbe bello vivere in santa pace, alzarsi la mattina da un letto arancione come questo, andare a lavorare, studiare, gioire, qualche volta anche piangere per poi sognare. Van Gogh, come tutti noi, era in cerca di questi momenti di pace, si potrebbe dire. Vabbè, ma se stiamo sempre in pace poi ci annoieremo, penseremo che la vita senza drammi sia finta, noi che ci sentiamo come gladiatori nell'arena, vivere o morire. Monica che ne pensi?
 

- Walter, la quotidianità è quasi follia. Io voglio vivere serena, voglio mangiare un gelato in santa pace, voglio correre, ridere, ballare. Posso incazzarmi se buco una ruota e faccio tardi al lavoro, qualcuno svelto mi frega il parcheggio, quando piove la città si allaga, gli automobilisti senza pietà ti fanno il bagno, ho perso un mazzo di chiavi, il moroso mi ha mollato, nel sampietrino un tacco 15 ho infilato, ma così è la vita, questo posso sopportarlo, invece, della guerra, della violenza, non ne posso più, mettete dei fiori nei vostri cannoni e non ne parliamo più. 
 

- Eh, già, peccato che il nostro tempo sia scaduto, Monica, non vorrei uscire dall'opera ma dobbiamo andare e chiudere questo articolo della signoradeifiltri. Allora, ti è piaciuta questa chiacchierata artistica?
 

- Sì, non è male l'arte, mi piace, direi che è molto riposante, forse ci rivediamo il prossimo giorno libero.
 

- E, durante la settimana, non ti interesserebbe un altro incontro con un'altra artista?
 

- Devo lavorare ma avvertimi prima, però ho un idea, vieni tu da me nel mio negozio, chi sarà l'artista?
 

- Marina... Marina Abramovic.
 

- La moglie del calciatore?
 

- No.
 

- Ah, peccato, va bene, fa lo stesso, tanto saremo tutte donne, se vuoi porta con te pure Dalia.
 

Signore e signori lettori del blog che valica le barriere della fantasia, salutiamo Monica la parrucchiera, Van Gogh e la sua stanza da letto, e vi diamo appuntamento per la prossima occasione, probabilmente in trasferta, per parlare dell'artista Marina Abramovic.

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L'età di Augusto

13 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera, #storia

 

 

 

 

 

Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona, nella terra dei Pe­ligni (oggi, l’Abruzzo), da un' antica famiglia di cavalieri, il 20 marzo del 43 a. C.

Alcuni anni dopo, ad Azio (31 a. C.), Ottaviano sconfiggeva Antonio: terminava cosi il lungo e sanguinoso periodo delle guerre civili e iniziava l'eta del principato di Augusto. Il nipote di Cesare, infatti, assumerà prima il titolo di «princeps» (che in latino significa « primo», «il migliore di tutti i cittadi­ni»), poi quello di «Augusto» (cioè «sacro», «venerabile»). Questa nuova forma di governo, il principato, anche se lasciava in piedi le istituzioni repubblicane (senato, comizi, magistrature), di fatto era una monarchia che durò per ben 45 anni, fino alla morte del­l'imperatore Augusto, avvenuta nel 14 d. C.

Durante il principato, Roma, dopo la rovina causata dalle guerre civili, ebbe un periodo di grande prosperità e pace, e ci fu uno straordinario sviluppo della letteratura e dell'arte.

Alcuni fra i più grandi poeti e scrittori latini (Virgilio, Orazio, Livio, Properzio, Tibullo),che a causa delle guerre civili avevano subito gravi danni economici, trovarono in Ottaviano aiuto e protezione: egli restituì loro le proprietà confiscate e promise l'ordine, la fine delle discordie, quella pace tanto desiderata che sembrava perduta per sempre.

In realtà, durante il suo principato, Augusto fece molte guerre, ma esse si svolsero sempre ai confini dell'impero, contro popolazioni straniere, e non fra Romani. Così, dopo la battaglia di Azio, i poeti si rivolsero al «princeps» con gratitudine, come a colui che garantiva loro la pace e una vita tranquilla, nella quale potevano dedicarsi all'«otium», cioè allo studio e all'arte. In cambio, Augusto chiese agli uomini di cultura di celebrare nelle loro opere gli ideali che stavano alla base della sua politica: l'amore per la campagna, il rispetto per la tradizione, il rifiuto del lusso, dei costumi immorali, degli influssi orientali.

Nel frattempo era cresciuta una nuova generazione di uomini, e quindi anche di artisti e di poeti, per i quali gli orrori delle guerre civili rappresentavano solo un vago ricordo: la pace era ormai consolidata, non veniva più vissuta come una preziosa e dolorosa conquista. Questi giovani provavano insofferenza per i progetti di Augusto, che voleva ricreare l'antica repubblica romana, basata sull'amore per gli dèi, sulla famiglia, sulla semplice vita contadina, e desideravano invece un'esistenza agiata, raffinata, di tipo orientale; Roma infatti aveva sottomesso l'Egitto, ma in realtà i costumi, i gusti, le idee, le credenze religiose di quella terra influenzavano profondamente la capitale dell'Impero.

Ovidio, ultimo dei grandi poeti dell'età di Augusto, si fece interprete delle aspirazioni e delle contraddizioni della nuova generazione; forse anche per questo terminò la sua vita in esilio, nelle lontane terre della Scizia.

 

 

 

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